sabato 12 giugno 2021

“RICAMBIO E NO PERSONALISMI” AI VERTICI DI ASSOCIAZIONI E MOVIMENTI CATTOLICI

A parte il fondatore, il leader può rimanere in carica 10 anni, poi elezioni. Chi lo fosse e ha già superato il limite, deve indire elezioni entro 2 anni


È stato reso pubblico il Decreto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita che ha forza di legge e disciplina «l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo Dicastero».

La novità più rilevante è la regolamentazione dei mandati delle cariche di governo quanto a durata e a numero.

La nota d’accompagnamento

Scopo del Decreto è la promozione di «un sano ricambio» nelle cariche di governo e una nota che accompagna il Decreto spiega che tra le sue priorità vi è quella di «rispettare la libertà personale», superare «l’autoreferenzialità, degli unilateralismi e delle assolutizzazioni» e promuovere «una più ampia sinodalità, come anche il bene prezioso della comunione».

La Nota evidenza che «non di rado la mancanza di limiti ai mandati di governo favorisce, in chi è chiamato a governare, forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi. Un cattivo esercizio del governo crea inevitabilmente conflitti e tensioni che feriscono la comunione, indebolendo lo slancio missionario».

A chi è rivolto

In un articolo sull’Osservatore Romano, il padre gesuita Ulrich Rhode, decano della Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Gregoriana e consultore del Dicastero, precisa che, oltre alle 109 entità riconosciute o erette dal Dicastero, il Decreto si applica (ad eccezione dell’Art. 3 sulle procedure di elezione) anche ad altri enti soggetti alla vigilanza del Dicastero, tra cui il Cammino Neocatecumenale, l’Organismo Internazionale di Servizio del Sistema delle Cellule Parrocchiali di Evangelizzazione, l’Organismo Mondiale dei Cursillos de Cristiandad e il Catholic Charismatic Renewal International Service (CHARIS).

Vigilanza su vita e attività

La premessa del Decreto è che la «Chiesa riconosce ai fedeli, in forza del battesimo, il diritto di associazione e tutela la libertà dei medesimi di fondarle e dirigerle. Fra le varie forme di attuazione di tale diritto, vi sono le associazioni di fedeli (cfr. cann. 215; 298-329 del Codice di diritto canonico), le quali, soprattutto a seguito del Concilio Vaticano II, hanno conosciuto una stagione di grande fioritura, portando alla Chiesa e al mondo contemporaneo abbondanza di grazia e di frutti apostolici».

Riconosciuto e tutelato ciò, la Chiesa però ha il dovere di guidare il governo di tali associazioni che deve «esercitarsi nei limiti stabiliti dalle norme generali della Chiesa, dalle norme statutarie proprie delle singole aggregazioni, nonché in conformità alle disposizioni dell’autorità ecclesiastica competente per il loro riconoscimento e per la vigilanza sulla loro vita e attività».

Per perseguire tale scopo, il Dicastero «ritiene necessaria» una «regolamentazione dei mandati delle cariche di governo quanto a durata e a numero, come anche la rappresentatività degli organi di governo, al fine di promuovere un sano ricambio e di prevenire appropriazioni che non hanno mancato di procurare violazioni e abusi».

Mandati e limiti

Eccoci dunque alle novità introdotte dal Decreto, espresse negli articoli seguenti:

Art. 1. – I mandati nell’organo centrale di governo a livello internazionale possono avere la durata massima di cinque anni ciascuno.

Art. 2 § 1. – La stessa persona può ricoprire un incarico nell’organo centrale di governo a livello internazionale per un periodo massimo di dieci anni consecutivi.

Art. 2 § 2. – Trascorso il limite massimo di dieci anni, la rielezione è possibile solo dopo una vacanza di un mandato.

Art. 2 § 3. – La disposizione di cui all’articolo 2 § 2 non si applica a chi è eletto moderatore, il quale può esercitare tale funzione indipendentemente dagli anni già trascorsi in altro incarico nell’organo centrale di governo a livello internazionale.

Art. 2 § 4. – Chi ha esercitato le funzioni di moderatore per un massimo di dieci anni, non può accedere nuovamente a tale incarico; può, invece, ricoprire altri incarichi nell’organo centrale di governo a livello internazionale solo dopo una vacanza di due mandati relativi a tali incarichi.

Art. 3. – Tutti i membri pleno iure abbiano voce attiva, diretta o indiretta, nella costituzione delle istanze che eleggono l’organo centrale di governo a livello internazionale.

Art. 4 § 1. – Le associazioni nelle quali, al momento della entrata in vigore del presente Decreto, sono conferiti incarichi nell’organo centrale di governo a livello internazionale a membri che hanno superato i limiti di cui agli articoli 1 e 2, debbono provvedere a nuove elezioni entro e non oltre ventiquattro mesi dalla entrata in vigore del presente Decreto.

Art. 4 § 2. – Le associazioni nelle quali, al momento della entrata in vigore del presente Decreto, sono conferiti incarichi nell’organo centrale di governo a livello internazionale a membri che supereranno, durante il periodo del mandato in corso, i limiti di cui agli articoli 1 e 2, debbono provvedere a nuove elezioni entro e non oltre ventiquattro mesi dal raggiungimento del limite massimo imposto dal presente Decreto.

Art. 5. – I fondatori potranno essere dispensati dalle norme di cui agli articoli 1, 2 e 4 dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Art. 6. – Le presenti disposizioni non riguardano gli incarichi di governo vincolati all’applicazione di norme proprie di associazioni clericali, di istituti di vita consacrata o di società di vita apostolica.

Art. 7. – Il presente Decreto si applica, con eccezione della norma di cui all’articolo 3, anche agli altri enti non riconosciuti né eretti come associazioni internazionali di fedeli, a cui è stata concessa personalità giuridica e che sono soggetti alla vigilanza diretta del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Art. 8. – Dalla entrata in vigore del presente Decreto e fino all’approvazione di eventuali modifiche statutarie da parte del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, quanto stabilito abroga ogni norma ad esso contraria eventualmente prevista negli statuti delle associazioni.

Foto Ansa

 

 

venerdì 11 giugno 2021

GIUSSANI CL E LA POLITICA

 Intervista Di Sergio Quinzio 

La Stampa 20 settembre 1989

Ho incontrato don Luigi Giussani — il fondatore, vent'anni fa, di Comunione e Liberazione — nel suo modesto appartamento alla periferìa Sud di Milano. Si avverte subito, avvicinando per la prima volta quest'uomo più vicino ormai ai settanta che ai sessant'anni, un'intensa sensibilità, che si manifesta da principioin una specie di timidezza, di disagio di fronte all'interlocutore,di dichiarato timore di non esprimersi adeguatamente.

Per questo non dà volentieri interviste. Ma se il colloquio vuol essere anzitutto un confronto rispettoso e sincero tra le posizioni diverse di chi condivide la stessa fede, don Giussani si apre a una calorosa e spontanea comunicazione.

Allora trova subito il tono con il quale parla — non solo in Italia ormai, ma in diversi Paesi del mondo — ai «suoi» giovani e ai meno giovani che da tanti anni lo seguono con entusiasmo come una guida indiscussa. I suoi convincimenti sono forti, netti, precisi, e vengono partecipati con un carisma che è quello della serena e commossa certezza inferiore, e di una contagiosa «passione per l'uomo». Quella passione che lo portò già negli anni Sessanta, quand'era professore al liceo Berchet di Milano, a sentire e a patire la condizione d'incertezza, di solitudine, di vuoto di molti giovani.

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Don Giussani, so di due studentesse della Cattolica, e le faccio i nomi, che fra il 1958 e il 1960 aderivano al primo movimento da lei promosso: GS, «Gioventù Studentesca». Vivevano la loro fede con ammirevole impegno e con grande dedizione per il prossimo. Mi colpiva soprattutto il ruolo che aveva per loro il «gruppo»: pregavano insieme, andavano in gita insieme, facevano tutto insieme. Ho ritrovato una delle due giovani, L.L., a Milano, una decina d'anni fa. Sposata, con due figli, faceva la psicologa. La sua dedizione al prossimo, presso un centro d'assistenza, era immutata: ma aveva totalmente cancellato il cristianesimo, ostentava anzi il senso di liberazione con il quale aveva finalmente abbandonato quella che adesso considerava un'infantile infatuazione. Anche la morale tradizionale era stata abbandonata, tutto; per lei, si giocava ormai sull'avvento della scienza. Questa conversione alla rovescia è soltanto un caso?

La mia tematica è educativa e pastorale, nasce dall'esperienza fatta in mezzo ai giovani. Trovo una corrispondenza stretta fra le motivazioni che animano la nostra azione e le tesi di un libro di MacIntyre, Dopo la virtù, dove si sostiene che la nostra situazione storica corrisponde a quella del declino dell'impero romano: ora come allora, ciò che conta è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. Difendo perciò un aggregarsi che, esprimendo e cercando di soddisfare le esigenze umane, cerchi le ragioni che rendono, o possono rendere, fondate e stabili l'amicizia e la convivenza umana con chiunque. Ma, come in ogni scalata, c'è sempre chi, non seguendo la guida, può perdere la strada.

Se devo stare a quanto mi dicono alcuni amici, anche oggi non è irrilevante il fenomeno di militanti «ciellini» che, dopo alcuni anni, lasciano CL e, per esempio, aderiscono alle ACLI. La mia, e non soltanto mia, impressione è che ciò accada perché non pochi giovani, assumendo responsabilità familiari e professionali, finiscono per non trovare più una motivazione sufficiente nel caldo senso di identificazione con il gruppo che li aveva aiutati negli anni precedenti. E come se, divenuta impraticabile la piena «comunione» di vita emergesse una inadeguatezza nella formazione personale, il mancato conseguimento di una autentica «liberazione».

Non si tratta di questo. A parte il fatto che CL è in crescita in Italia e nel mondo, la parola che sento di dover utilizzare di più è «ragione», secondo l'insegnamento dell'apostolo Pietro, che in una sua lettera c'invita a rendere ragione della speranza che è in noi. Io seguo Cristo perché trovo lì la risposta alla domanda costitutiva del mio io, la quale è una stessa cosa con la «ragione», o «coscienza», o anche, biblicamente, con il «cuore». È questo il luogo in cui la natura, nell'uomo, prende coscienza della realtà nella totalità dei suoi fattori. Ma poiché la conoscenza esauriente è impossibile all'interno della comune esperienza umana, è la natura stessa che mi costringe, per essere coerente con se stessa, ad aprirmi all'Altro, all'Assoluto, al Mistero, alla Totalità. E nel dono del Dio che si è fatto carne scopro così la bellezza, la certezza, la bontà, l'amore, la fecondità della vita.

Lei parla di «ragione» in termini lontani dalla consapevolezza contemporanea della molteplicità, e persino contraddittorietà, dette sue forme, dette sue diverse figure. A una «ragione strumentale» che è quella che anima il progresso della tecnica si contrappone per esempio la «ragione critica», quella che la scuola di Francoforte ha chiamato «ragione negativa».

Tutto quello che l'uomo è spinto a ricercare e quindi ad affermare è espressione di un'esigenza di totalità. Tutto bene, purché non ci si arresti, purché non si blocchi cinicamente la categoria della possibilità. La natura umana, per essere coerente, deve riconoscere che il mistero c'è, ma non sa dove sia, e dunque dove cercarlo. Nella realtà ci sono segni che alludono, che incitano a questo.

L'attuale presidente delle ACLI, Giovanni Bianchi, ha più volte pubblicamente dichiarato che la sua coscienza di credente è lacerata fra il dovere, il bisogno, della lineare coerenza cristiana e i «compromessi» inseparabili dal suo ruolo di responsabile di un'associazione che ha rilevanza sociale e politica. È un'esperienza che lei condivide?

No, Bianchi ha torto. La politica è l'arte del compromesso, anche il cardinale Ratzinger ha recentemente affermato che la politica implica il compromesso. Certo, il fine non giustifica i mezzi, che non possono mai essere intrinsecamente cattivi. Non posso uccidere qualcuno per dare lavoro ai giovani; ma se per conseguire questo fine devo dare voti a una corrente politica piuttosto che a un'altra... In questo caso non si commette nulla di illecito, è una questione di opinioni.

Le confesso che mi è difficile condividere questa sua convinzione. A mio parere, la prassi che ne consegue porta automaticamente a inclinare dalla testimonianza religiosa e dall'impegno culturale al gioco degli interessi di parte. Ho notato con dispiacere che «Il Sabato», mentre qualche tempo fa pubblicava per esempio dei buoni servizi culturali su Kafka, su Leopardi, su Solov'èv, su Michel de Certeau, ora è riempito da aggressivi articoli di polemica politica che invadono persino le copertine...

Vede, il punto per me centrale non è mai stato il politico, ma l'incremento dell'educazione della persona e di ciò che la favorisce. Di lì in poi si va avanti seguendo la prudenza, che percepisce l'utile e il giusto. Se si tien conto di tutti i fattori, non si cade nella partigianeria. Per quel che riguarda «Il Sabato» deve tener presente che si tratta di un settimanale di punta, fatto da giovani, e che le sue posizioni non possono essere sempre identificate con quelle della nostra Fraternità. Valutare CL dalla realtà del «Sabato» è un'operazione voluta e non disinteressata. Circa tante modalità sono d'accordo che «Il Sabato» deve correggere modi, tanti modi, e proporzionare meglio i contenuti.

Mi è rincresciuto moltissimo che abbiano reso pubblico quell'ormai famoso «libro bianco», di cui non condivido certi toni alterati, proprio nella settimana del Meeting di Rimini, che è una festa di fraternità e di gioia, con iniziative anche culturalmente importanti.

giovedì 10 giugno 2021

SAMAN, IL SILENZIO DI CHI TEME DI GIUDICARE

L'Islam e le donne

di LUCETTA SCARAFFIA

 Se lo confrontiamo con gli altri femminicidi, purtroppo numerosi, quello di Saman non è stato trattato dai media con la stessa indignazione: la notizia è sempre velata da un certo imbarazzo, anche se si tratta, pure questa volta, dell’uccisione di una donna che sceglie di essere libera, di fare quello che desidera della sua vita.

Ma qui a ucciderla non è un uomo arrabbiato con lei e cattivo, bensì un sistema familiare che applica la sua cultura tradizionale, secondo la quale le donne che disobbediscono vanno punite. Deprecare questo omicidio significa quindi giudicare negativamente una cultura e una religione diverse dalle nostre, e per questo macchiarsi di un peccato capitale.

Il peccato capitale è quello di eurocentrismo e di mancanza di rispetto per l’altro. Si tratta del tipico caso – ma non il primo né l’ultimo – in cui il nostro sistema di valori e la nostra concezione dei diritti entrano in una paralizzante conflittualità: per non rischiare di essere considerati antifemministi (se non misogini) oppure presuntuosi difensori dei valori occidentali (e magari perfino della tradizione cristiana) si è preferito parlare poco del caso e accentuare la responsabilità dello zio, accusato di essere islamista, invece di riconoscere la solidarietà nel delitto di una intera famiglia, madre compresa.

 Se ci fondiamo su un sistema giuridico positivo, in cui sono gli esseri umani che di volta in volta decidono cosa è giusto o sbagliato, questo imbarazzante conflitto è inevitabile.

Analizzando ancora l’episodio potremmo scoprire che quanti non si sentono di giudicare negativamente la cultura ’altra’ in nome della libertà individuale sono spesso gli stessi che poi combattono per difendere il matrimonio degli omosessuali e il loro diritto a fondare una famiglia, che ovviamente le culture islamiche proibiscono con molta più severità delle nostre leggi occidentali. Un altro cortocircuito.

È quindi evidente che il sistema dei diritti può funzionare solo all’interno di una cornice morale complessiva, cioè quella del diritto naturale che si oppone fermamente a ogni forma di omicidio.

Ma il diritto naturale oggi gode di una cattiva fama, perché richiama immediatamente l’esistenza di una realtà che trascende gli esseri umani ed è considerato un pericolo per la secolarizzazione imperante. E la povera Saman, che ci sorride nelle fotografie umiliata da un velo, o libera e finalmente graziosa, ne fa le spese.

Quotidiano nazionale 8 giugno 2021

 

Nota: Saman Abbas è una ragazza pachistana uccisa da un complotto di famiglia, perchè si opponeva ad un matrimonio combinato, alla fine di aprile del 2021


mercoledì 9 giugno 2021

I NUOVI EVANGELISTI


SE POSSIAMO ESSERE TUTTO MA NON CRISTIANI
DI VITTORIO SGARBI 

(IL GIORNALE dell'8 giugno)

Ai tempi di Don Camillo e Peppone era lecito, Dc contro Pci, essere clericali e laici. Don Camillo parlava con il Cristo, Peppone esibiva la falce e il martello. Due posizioni culturali e politiche. Eppure anche la Democrazia cristiana era un partito laico che non si preoccupava di usare un aggettivo così connotato di valori religiosi, per i quali si provava rispetto e non vergogna, soggezione e non paura del ridicolo.


Oggi le menti illuminate e moderne compatiscono Salvini perché mostra o dona il Rosario; quarant'anni fa Andreotti lo recitava. Così parla di un suo incontro con Madre Teresa di Calcutta: «Di Madre Teresa ho stupendi ricordi nella partecipazione alla messa della sua comunità durante le sue non infrequenti soste romane... Ma fu per me un privilegio esaltante la perdita della coincidenza degli aerei, il giorno del funerale di Indira Gandhi. Stavo imbarcandomi con la delegazione italiana sull'aereo militare quando mi avvertirono e fu una gioia invitarla a venire con noi, insieme ad un'altra suora. Furono ore indimenticabili, ma ancor più mi commosse l'arrivo. E andammo per una breve sosta nella nostra ambasciata di New Delhi. Madre Teresa mi prese per un braccio e mi portò in giardino a recitare il rosario. Un momento di paradiso». Oggi non sarebbe possibile, o dovrebbe farlo di nascosto. Non risulta che nessuno abbia irriso Andreotti come ora chiunque, dalla Gruber ad Aldo Grasso, compatisce o guarda con ironia e sussiego Matteo Salvini per avere, con i suoi modi semplici, voluto far riferimento alla sua fede di cristiano e ai suoi valori. E ha parlato di rosario nel mese in cui era consuetudine recitarlo, maggio, il mese della Madonna.

Non è più lecito. Se ne fa una questione di buon gusto, chiamando ostentazione quelli che i musulmani fanno dieci volte al giorno. No. Da noi non si può. Dobbiamo vergognarci di essere cristiani. È in corso uno sradicamento dei valori cristiani, anche attraverso l'intolleranza e il compatimento riservati a Salvini da osservatori che si considerano autorevoli, e garanti di una società civile che non può ammettere debolezze o ingenuità religiose. Cui è riservato il rango di superstizioni.

Era iniziato tutto quando alcuni preti, negli anni della contestazione, cominciarono ad abbandonare la tonaca per vestire abiti borghesi, per non «sembrare» preti, ma magari operai, e mostrarsi con ciò più vicini al popolo. Così comincia a sparire Don Camillo, e la religione si tutela dall'uso di un armamentario che appare obsoleto. Il rosario resta fra le dita di qualche vecchia beghina, testimone di superstizioni e riti da nascondere e dimenticare. È perfino osceno, oltre che sconveniente che un uomo per bene, e per di più piemontese, come Aldo Grasso, aggiunga, dopo la facile ironia della Gruber sul pellegrinaggio a Fatima di Salvini (come se qualcuno avesse mostrato riserve sulla visita di un leader internazionale ad Assisi), il riferimento alla esclamazione «eh la Madona!» di Renato Pozzetto alla imprevista visione del sesso femminile. Una bestemmia? Una caduta di gusto? No. L'atteggiamento di sufficienza e di superiorità delle classi colte ed evolute rispetto alla esibizione della fede come una superstizione. Non se ne rende conto Grasso; ma il suo commento sembra suggerire la vergogna di proclamarsi cristiani, come sua madre, come suo padre, come mia madre, come mio padre. Eppure nessuno irriderebbe un convertito all'Islam, o un seguace del Dalai Lama, perché fa tendenza, è chic, e lo impone la difesa delle minoranze. Così è un eroe Fedez se si scatena in favore del ddl Zan, perché fa moda, la difesa di chi abbia una condizione («discriminata»)cui va garantita dignità.

Se vuoi far vedere il Rosario, allora: «eh la Madona!». Come ti permetti! Torna nelle catacombe. Che volgarità!
Intanto la moda ci impone di vedere stilisti celebri inginocchiarsi a una sola religione: quella transgender, per non discriminare nessuno. Guardate l'ultima campagna Gucci, in Italia, con un nero e un pakistano, vestiti in modo incomprensibile e ridicolo, e i nuovi modelli di altri stilisti in attesa che decidiamo di che sesso vogliamo essere. Una gonna non si nega a nessuno, ma che nostalgia dell'abito talare del prete, con la sottana fino ai piedi!
Almeno aveva un significato spirituale, non sessuale. E, in fondo, era triste anche il richiamo di Grasso alla esclamazione, in ben altro contesto, di Pozzetto. Questo è il comportamento politicamente corretto, secondo i nuovi evangelisti.

martedì 8 giugno 2021

ORGOGLIO DI COSA?

Robert R. Reilly ha scritto un articolo sulla dichiarazione PRIDE di BidenArticolo pubblicato il 3 giugno 2021 da THE CATHOLIC WORLD REPORT. Riportiamo qui alcune parti del lungo articolo

Sottotitolato: It is clear from President Biden’s Pride declaration that unreality must be on the march against reality not only here, but anywhere that unreality goes unrecognized.

Il 1° giugno il presidente Joseph Biden ha rilasciato la sua PRIDE MONTH DECLARATION”  affermando di "intraprendere azioni storiche per garantire finalmente la piena uguaglianza per le famiglie LGBTQ+" .

La cosiddetta lotta per i "diritti LGBTQ+" in America è in realtà la storia dell'applicazione delle razionalizzazioni dei vari disordini morali e di un cambiamento di significato delle parole. L’uguaglianza esisterà solo per quelli che accetteranno l'“uguaglianza” LGBTQ+. In caso contrario coloro che rifiutano di aderire all'imposizione dell'irrealtà in cui il gruppo LGBTQ+ è impegnato nell'immaginare e nell'agire. saranno a rischio professionalmente e socialmente Di conseguenza, i dissidenti perdono la loro uguaglianza.

È chiaro dalla dichiarazione di Biden che l'irrealtà deve marciare contro la realtà non solo qui, ma ovunque quell'irrealtà non venga riconosciuta. Pertanto, gli Stati Uniti devono esportare la gamma di diritti LGBTQ+ artificiali e farli rispettare a livello internazionale. Biden afferma: "La mia amministrazione sta lavorando anche per promuovere e proteggere i diritti umani LGBTQ+ all'estero". In Africa  l'amministrazione Biden, oggi, propone come fiore all'occhiello della sua politica nei confronti delle nazioni africane la minaccia del potere finanziario per promuovere la comunità LGBT+. (…)

 La dichiarazione ”pride” di Biden diventa più tortuosa man mano che procede.  "Sono particolarmente onorato dal servizio del segretario di Stato ai trasporti Pete Buttigieg, la prima persona chiaramente LGBTQ+ a servire nel governo".  Buttigieg è l'uomo, o meglio la donna che ha detto: "Come sono gay non so, pensa a qualcosa di veramente gay, ecco è così che sono".  Avevo pensato che Buttigieg fosse il “marito” nel suo immaginario “matrimonio” con Chasten Glezman. Si scopre che Pete pensa di essere la "moglie". Ma Chasten ora si fa chiamare Buttigieg, il che è un po' sconcertante. La moglie non usa il cognome del marito? Quindi, non dovrebbe essere Pete Glezman ? O non dovrebbe, per lo meno, essere: Mrs  Pete Buttigieg? No?

Oh, mio Dio, anche l'irrealtà può essere così confusa!

Biden ha anche esaltato un altro modello, "l’Assistente segretario alla salute Dr. Rachel Levine, la prima persona apertamente transgender ad essere confermata dal Senato". Rachel è in realtà Richard Levine, che ha subito un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso e un trattamento ormonale per fingere di essere Rachel. Richard ha avuto due figli con sua moglie Martha, prima di scoprire da solo di essere una donna, con l'aiuto dell'escissione chirurgica. Certo, è troppo tardi per Rachel per diventare la madre dei figli di Richard perché quella è Martha. Ma come fanno i bambini a presentare Rachel come loro padre, o ora è lui l'ex padre? Ho detto che l'irrealtà lascia perplessi.” (…)

Prendete questo caso recente e illustrativo. L'insegnante di educazione fisica, Tanner Cross, è stato messo in congedo da una scuola pubblica della contea di Loudoun in Virginia per aver detto quanto segue:

Non è mia intenzione ferire nessuno, ma ci sono alcune verità che dobbiamo affrontare... Condanniamo le politiche scolastiche [che] danneggerebbero i bambini, profanerebbero la santa immagine di Dio. Amo tutti i miei studenti, ma non mentirò mai loro a prescindere dalle conseguenze. Sono un insegnante ma servo prima Dio e non affermo che un ragazzo biologico può essere una ragazza e viceversa perché è contro la mia religione. È mentire a un bambino, è un abuso per un bambino e peccare contro il nostro Dio.

Cross ha affrontato il suo “momento Thomas More” con chiarezza e coraggio. Adesso lo pagherà. Ecco la politica della scuola che ha violato. Secondo la policy 8040 delle scuole pubbliche della contea di Loudoun (LCPS): Il personale LCPS deve consentire agli studenti gender-expansive o transgender di utilizzare il nome e i pronomi di genere scelti che riflettano la loro identità di genere senza alcuna prova evidente, indipendentemente dal nome e dal genere registrati nel curriculum scolastico permanente dello studente. Il personale della scuola, su richiesta di uno studente o di un genitore/tutore legale, quando usa un nome o un pronome per rivolgersi allo studente, usa il nome e il pronome che corrispondono alla loro identità di genere. (…)

Il movimento LGBTQ+ non avrà successo a lungo termine. I mondi onirici non durano. Tali sogni si trasformano invariabilmente in incubi dai quali le persone alla fine cercano di svegliarsi. Dopotutto, la realtà esiste ancora e non può essere bandita, non importa quanto ci provi Joseph Biden. Si riaffermerà in un modo o nell'altro. Quanto tempo ci vorrà e quanti danni subiremo nel frattempo dipenderà in parte da noi.

Come Tanner, dobbiamo smuoverci. Abbiamo i mezzi a portata di mano per farlo dalle fondamenta del nostro paese: sono chiamate "le leggi della natura e del Dio della natura". Questo ripristino è necessario anche per ristabilire l'integrità del linguaggio, in modo che le parole siano ricollegate alla realtà. 

In altre parole, dite la verità, tutta la verità, e siate disposti a pagare il prezzo che esigerà.

Il Card. F. George incontra CL
a Chicago (2009)
Piuttosto che lasciarci deprimere da una tale prospettiva, dovremmo considerarla e prepararci ad essa come un'opportunità per il recupero dell'ordine. 

Ha scritto l’arcivescovo di Chicago cardinale Francis George: “Io morirò nel mio letto, il mio successore morirà in prigione, e il successivo morirà martire, e il suo successore raccoglierà i frammenti di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà.” George è morto nel 2015.

La fuga dalla realtà non può durare per sempre. Sicuramente fallirà. Possiamo fare in modo che ciò accada con qualcosa di semplice come dire la verità, come ha fatto questo giovane coraggioso, Tanner Cross.

Il Crocevia crede che l’invito a noi oggi è: dite la verità, tutta la verità, e siate disposti a pagare il prezzo che esigerà, come ha fatto il prof. Tanner.

 Robert R. Reilly, scrittore e giornalista è stato “ Senior Advisor for Information Strategy (2002-2006) for the US Secretary of Defense,  direttore della “the Voice of America” (2001-2002) Il suo libro più recente  "America on Trial: A Defense of the Founding",  è pubblicato da  Ignatius Press.

https://www.catholicworldreport.com/2021/06/03/pride-in-what/

sabato 5 giugno 2021

DON FRANCESCO RICCI: DALLA VISTOLA ALLE ANDE.

Nel 30° anniversario della morte, pubblichiamo un testo inedito di una conferenza del 1982 del sacerdote forlivese

Il 30 maggio ricorreva il 30° anniversario della morte di don Francesco Ricci, il sacerdote forlivese che iniziò in Romagna il movimento di Comunione e Liberazione e che fu uno dei protagonisti del suo irradiamento internazionale. Fondatore del Centro Studi Europa Orientale (che curerà la prima traduzione in italiano de Il potere dei senza potere di Vaclav Havel), amico di Karol Wojtyla futuro papa Giovanni Paolo II, negli anni Ottanta diede vita a una fitta trama di rapporti con intellettuali e sindacalisti cristiani dell’America Latina.


Pubblichiamo un suo testo inedito (i titoletti nel testo sono nostri), messoci a disposizione da Marco Ferrini, già presidente del centro culturale Il Portico del Vasaio: ampi stralci del suo intervento al convegno “A tre anni da Puebla – Chiesa e cultura in America Latina”, organizzato a Rimini dal suddetto centro culturale il 6 febbraio 1982. Alla conferenza partecipò anche Guzman Carriquiry, in seguito segretario della Pontificia commissione per l’America Latina. A Puebla nel 1979 si era svolta la terza Conferenza generale dell’episcopato dell’America latina, alla quale per la prima volta aveva partecipato un papa, nella persona di Giovanni Paolo II.

Nel settembre 1981, un anno dopo la nascita del movimento sindacale di Solidarnosc in Polonia, il papa aveva dedicato al lavoro l’enciclica Laborem exercens. Il 13 dicembre 1981 il generale Jaruzelski aveva posto fine alle attività del sindacato di Solidarnosc in Polonia con un colpo di Stato.

Un impatto personale

Tentando un certo connubio, se non ideologico almeno metodologico, tra le categorie marxiste e le categorie cristiane, credo che si possa dire questo: che a partire da Puebla la pesante ipoteca del marxismo come possibilità, come chance storica per il continente latinoamericano è stata tolta.

Credo che in questo senso si possa anche capire il nesso profondo che c’è tra l’istanza di Puebla e il suo sviluppo nei contenuti della Laborem exercens e degli avvenimenti polacchi. Non a caso la Laborem exercens è stata scritta dopo l’esperienza di Puebla e dopo l’esperienza del viaggio (del Papa – ndr) in Brasile; è stata scritta dopo che il suo autore ha avuto un personale impatto con la realtà del continente, si è misurato con quella realtà, si è calato profondamente nei suoi bisogni, li ha assunti e ha cercato di capirli.

Io credo che questa eco dell’esperienza personale di Giovanni Paolo II nel continente sia avvertibile almeno nel profondo equilibrio con cui l’enciclica affronta il problema del lavoro nella condizione del capitalismo e nella condizione del socialismo, cioè in quella condizione che caratterizza la struttura economica, sociale e politica dell’area latinoamericana e la struttura dell’area europea sottoposta al dominio dell’impero sovietico.

La teoria marxista

In realtà nell’enciclica Laborem exercens è possibile incontrare una teoria sul lavoro che risolve i nodi non risolti della teoria marxista sul lavoro. La teoria marxista sul lavoro intende risolvere il nodo sul lavoro con una soluzione sostanziale che è quella della socializzazione dei mezzi di produzione.

Nella socializzazione della proprietà dei mezzi di produzione il marxismo individua il processo fondamentale di liberazione dell’uomo, la riappropriazione per l’uomo del significato del proprio lavoro. Ora, è proprio nel continente latinoamericano che l’analisi marxista dimostra i suoi più pesanti limiti nella propria capacità interpretativa, nella propria capacità teorica.

Non è un caso isolato incontrare marxisti latinoamericani che si definiscono “orfani teorici”, perché non incontrano nell’analisi marxista e nella teoria marxista sulla liberazione dell’uomo fattori adeguati per interpretare il peculiare processo latinoamericano di sfruttamento capitalistico e di liberazione da questo processo.

Il lavoro umano nella Laborem exercens

Nell’enciclica Laborem exercens è possibile incontrare una concezione del lavoro che permette all’uomo una reale riappropriazione del significato del proprio lavoro, non attraverso un meccanismo che resta esteriore all’uomo perché definisce la proprietà dei mezzi di produzione, ma piuttosto attraverso un processo interiore, che riappropria all’uomo il proprio lavoro e riappropria l’uomo al lavoro.

Il termine “lavoro umano” io credo che contenga la grossa novità dell’enciclica. Marx non è in grado, con le sue categorie mentali, di pensare al lavoro come lavoro umano, riesce a pensarlo solo come lavoro dell’uomo e pensandolo come lavoro dell’uomo non risolve la contraddizione fondamentale, che non è di natura economica, ma di natura etica.

Istintivamente le masse operaie latinoamericane hanno avvertito in questa prospettiva di riappropriazione etica del significato umano del lavoro una via reale per la propria liberazione. L’illusione di una liberazione che accade fuori dell’uomo e che consiste nella modificazione strutturale dei termini della proprietà è caduta e si offre all’uomo una via più umana: l’uomo si riappropria del proprio lavoro; il lavoro è per l’uomo, l’uomo può essere per il lavoro.

Il nocciolo di verità

In questa riconciliazione fondamentale avviene il passo iniziale di un reale processo di liberazione. Qualcuno ha visto, in questa concezione del lavoro di Giovanni Paolo II, il nocciolo, il principio di una nuova e autentica “teologia della liberazione”. Non è mio compito entrare nel merito di questo argomento, voglio solo accennarlo, perché mi sembra molto importante individuare qual è la risposta oggi più autentica all’esigenza dell’uomo latinoamericano in cerca della sua liberazione.

In questo nocciolo di verità fondamentale – la riconciliazione uomo-lavoro e lavoro-uomo in cui l’uomo è reso capace di riappropriarsi del significato etico del proprio lavoro -, è come contenuto uno sviluppo ulteriore, una possibilità ulteriore di svolgimento di quella che viene chiamata “dottrina sociale della Chiesa”, di cui Puebla ha affermato vigorosamente e coraggiosamente l’esigenza, che poi ha trovato ulteriormente nell’enciclica la sua “magna charta”, il suo manifesto.

LE DIMISSIONI DEL CARDINALE MARX, UN MISSILE CONTRO IL PONTIFICATO DI FRANCESCO

“La Chiesa è a un punto morto”. Duro j'accuse per gli insabbiamenti relativi agli abusi sessuali. Ma c'è di più

DI MATTEO MATZUZZI

L’addio dell’arcivescovo rende manifesto lo stallo in cui versa il pontificato e – più in generale – la Chiesa cattolica. Marx chiede un “nuovo inizio” e una riforma: il problema è che Francesco è colui che più ha aperto in tale direzione

"Santo Padre, indubbiamente la Chiesa in Germania sta attraversando dei momenti di crisi. Certamente vi sono molti motivi – anche oltre la Germania in tutto il mondo – che qui non ritengo dover elencare dettagliatamente. Tuttavia, la crisi viene causata anche dal nostro personale fallimento, per colpa nostra. Questo mi appare sempre più nitidamente rivolgendo lo sguardo sulla Chiesa cattolica in generale e ciò non soltanto oggi, ma anche in riferimento ai decenni passati. Mi pare – e questa è la mia impressione – di essere giunti ad un punto morto”. Inizia così la lettera con cui il sessantasettenne cardinale Reinhard Marx chiede al Papa di accettare le sue dimissioni dalla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga.

Non si può più andare avanti così, spiega il potentissimo ex capo della Chiesa tedesca, e la causa è la poca voglia mostrata in tanti settori ecclesiali di combattere la piaga degli abusi sessuali: “Per me – scrive Marx – si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e ‘sistematico’.

Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale”.

Fin qui le motivazioni ufficiali addotte per giustificare le dimissioni, mediaticamente  succulente visto che trattasi di abusi, sesso e potere. Argomenti che si portano di più rispetto a dotte disquisizioni sull’eucaristia, naturalmente. Sarebbe però errato ritenere che l’addio del cardinale sia dovuto solo a questo. La porta sbattuta da Marx fa rumore, è un colpo tremendo al pontificato di Francesco, benché l’arcivescovo bavarese dimissionario da anni si fosse spinto su posizioni assai più innovatrici rispetto alle aperture papali.

Durante il Sinodo biennale sulla famiglia, Marx invocò svolte radicali in fatto di dottrina e morale, aggiungendo che di certo non sarebbe stata “Roma a dirci cosa dobbiamo fare in Germania”.

E’ andato avanti con il cammino sinodale “vincolante” in patria nonostante da Roma facessero notare a lui (e al suo successore alla testa della Conferenza episcopale tedesca, mons. Georg Bätzing) che bisognava rallentare, riversando ogni energia più sulla necessità di unire che non di dividere ulteriormente la Chiesa. Appelli – tutti – rispediti al mittente. Marx si dimette ma non recede dall’intento per lui – e per la gran parte dei confratelli vescovi tedeschi – prioritario, che resta “una riforma della Chiesa”. E, aggiunge, “un punto di svolta per uscire da questa crisi può essere, secondo me, unicamente quello della ‘via sinodale’, una via che davvero permette il discernimento degli spiriti”.

L’addio dell’arcivescovo, si vedrà poi cosa deciderà il Papa in proposito, rende manifesto lo stallo in cui versa il pontificato e – più in generale – la Chiesa cattolica. Marx chiede un “nuovo inizio” e una riforma: il problema è che Francesco, vescovo di Roma dal 2013 e non da ieri, è colui che più ha aperto in tale direzione.

Ha concesso, primo nella storia, “autorità dottrinale” alle conferenze episcopali nazionali, ha puntato tutto sul Sinodo come strumento di dialogo e confronto all’insegna della parresia, ha rinnovato e innovato laddove umanamente possibile. E ora uno dei suoi uomini più fedeli, manager scaltrissimo e politico potentissimo, lascia la Barca parlando di fallimento proprio su uno dei punti cardine dell’agenda di Bergoglio: la lotta, coraggiosa nonostante qualche passo falso (la vicenda cilena con conseguenti interviste ad alta quota ha lasciato ferite che stentano a cicatrizzarsi), agli abusi sessuali commessi da membri del clero.

Francesco è il Pontefice che convocò a Roma, due anni e mezzo fa, esperti e prelati a discutere della protezione dei minori nella Chiesa, con mea culpa sinceri mentre alle porte del Vaticano s’agitavano manette e cappi e s’invocava la galera per i vescovi.


Per anni ci si è arrovellati su questioni laterali, dalle commissioni sulle diaconesse allo stato delle finanze vaticane, dagli eventi sul cambiamento climatico alla sensibilizzazione sulla fauna in via d’estinzione. E mentre il mondo plaudiva alle rivoluzioni vere o presunte e agli ammiccamenti mondani, le fondamenta si squagliavano poco a poco, continuando l’erosione iniziata decenni fa e proseguita ora nonostante gli spot sulla Chiesa 3.0 che non giudica.

 Marx ha accompagnato l’episcopato tedesco alla resa dei conti con Roma, opera che prosegue ora con il successore mons. Bätzing. Il Sinodo tedesco è in corso e procede nonostante l’attenzione, negli ultimi mesi, si sia spostata su altre questioni, come il dossier sugli abusi nella diocesi di Colonia, dove il Papa ha mandato due visitatori (il cardinale Anders Arborelius e il vescovo di Rotterdam mons. Johannes van den Hende) chiamati a fare chiarezza su come la faccenda è stata gestita anche dall’attuale arcivescovo, il cardinale Rainer Maria Woelki.

Il fatto che ieri sia stato sottolineato il passaggio conclusivo della lettera di Marx in cui assicura di voler continuare “con piacere a essere prete e vescovo di questa Chiesa” rende l’idea della crisi: se un cardinale, membro del gruppo ristretto che consiglia il Papa circa il governo della Chiesa universale, sottolinea di voler rimanere in comunione con Roma, significa che il quadro è allarmante.

 

ILFOGLIO 04 GIU 2021

 

giovedì 3 giugno 2021

UN INVITO DEL CROCEVIA PER LA LIBERTA' DI EDUCAZIONE

IL CROCEVIA E ALTRE ASSOCIAZIONI CULTURALI INVITANO A UN INCONTRO CON SUOR MONIA ALFIERI
VENERDI' 4 GIUGNO ORE 21
SULLA PIATTAFORMA ZOOM

Suor Anna Monia Alfieri è nata il 12 Giugno 1975 e ha quindi oggi 45 anni, ne compirà 46 il prossimo giugno. È nata a Nardò, in provincia di Lecce, ma vive a Milano, dove si è laureata in Giurisprudenza in Università Cattolica e città che le ha conferito l’Ambrogino d’Oro nel 2020.

Dopo la laurea, sogna di fare il magistrato e di andare in Sicilia per proseguire l’opera di Falcone e Borsellino. Fortemente colpita dall’uccisione di Renata Forte, maestra ed assessore del comune di Nardò, decide di inserire nella propria “missione” la scuola e l’importanza dell’educazione. Proveniente da una famiglia forte connotazione religiosa, prende i voti perpetui nel 2001 nella congregazione delle suore di Santa Marcellina. Col tempo ha raccolto il peso di ruoli di responsabilità nell’educazione cattolica italiana.



 

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BUONA VISIONE