sabato 9 novembre 2013

SCUOLE IN SIRIA

http://www.youtube.com/v/DzgjpbShlQw?autohide=1&version=3&showinfo=1&attribution_tag=eH8qyqFdqiK0QJHXG310qA&autoplay=1&autohide=1&feature=share

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http://www.youtube.com/watch?v=DzgjpbShlQw&feature=youtu.be


Volti, occhi, parole, una vita che si racconta che non ha mai
spazio sulle notizie dei TG. Dov'è la differenza? 
Questi ragazzi dicono 'io'. 
Una cosa semplice ma negata in questa guerra procurata. E' il punto di vista degli studenti, traspaiono ansie, paure, desideri, speranze: una breccia di 3 minuti sui falsi sillogismi distaccati dalla realtà che roteano senza toccare mai terra intorno alle vicende siriane. 
Ma i ragazzi dicono 'io' e bisognerà che qualcuno si svegli e ci faccia i conti ... e rispondere

QUESTO VIDEO E' STATO PRODOTTO DA SAMAN DAUD
E PUBBLICATO DAL BLOG

<patrizio@vietatoparlare.it> 





SOCIO DI  www.samizdatonline.it

QUANDO LA DISINFORMAZIONE E' CATTOLICA

SULL'EDUCAZIONE SESSUALE AVVENIRE E' SCONCERTANTE
di Riccardo Cascioli


Tutti sanno che all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz campeggiava – e campeggia ancora a futura memoria – la scritta “Il lavoro nobilita l’uomo”, uno slogan tragicamente beffardo considerato cosa accadeva appena varcato quel cancello. E’ certo che a nessuno che conservi l’uso della ragione verrebbe mai in mente di dire che l’approccio nazista era anche positivo perché è vero che “il lavoro nobilita l’uomo”, peccato poi quelle aberrazioni compiute nel lager. Oppure che l’esperienza di Auschwitz abbia avuto luci e ombre, visto che l’approccio era positivo.
Ebbene, questo modo di ragionare – fortunatamente su tutt’altra materia - lo troviamo però in uno sconcertante articolo pubblicato dal quotidiano della Cei, Avvenire, a proposito del documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riguardante gli “Standard per l’educazione sessuale in Europa”. E’ un documento di cui abbiamo parlato anche noi nei giorni scorsi, mettendone in luce il contenuto aberrante, destinato oltretutto a diventare obbligatorio – o quasi – in tutti i paesi europei.

Ricordiamo brevemente che esso prevede un’educazione sessuale dagli 0 anni in poi, e che per i bimbi dagli 0 ai 4 anni sono tra l’altro previste informazioni sulla “masturbazione infantile precoce” e gli educatori devono anche metterli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel “gioco del dottore”»; dai quattro a sei anni si deve anche scoprire «l’amore verso persone dello stesso sesso»; a quelli tra sei e nove anni dovranno essere fornite informazioni sui «cambiamenti del corpo, mestruazioni ed eiaculazione», facendo conoscere loro «i diversi metodi contraccettivi»; a quelli tra nove e dodici anni dovranno essere comunicati i «rischi e le conseguenze delle esperienze sessuali non protette»; agli adolescenti tra i dodici ed i quindici anni dovranno, invece, essere rivelati concetti quali «pianificazione familiare», «impatto della maternità in giovane età», «presa di decisioni», «gravidanze anche in relazioni omosessuali», «prostituzione e pornografia», e soprattutto si dovrà avvertirli di stare in guardia «dall’influenza della religione sulle decisioni riguardanti la sessualità».
Ebbene l’esperto che Avvenire interpella per farsi spiegare il documento, in tutto questo riesce a trovare diverse luci oltre alle innegabili ombre. Peraltro si presume che il personaggio sia autorevole visto che si tratta di «un esperto del calibro di Michelangelo Tortalla, medico sessuologo clinico, membro della Federazione italiana sessuologia scientifica, dal 2003 al 2010 "collaboratore" nazionale dell’Ufficio Cei per la pastorale della famiglia».
Le luci starebbero appunto nell’«impostazione positiva» del documento OMS: anzitutto la visione “olistica” dell’educazione sessuale, ovvero la proposta di un «progetto capace di coinvolgere la vita biologica, psicologica e spirituale di un individuo». Poi il ruolo dei genitori che vengono «coinvolti costantemente nel percorso educativo dei figli, come è sacrosanto che sia». Terzo, l’uso della parola “genere” per indicare i sessi maschile e femminile, rifuggendo quindi da quell’ideologia di genere che oggi si vuole mettere dappertutto.
Anche se queste affermazioni fossero vere sarebbe comunque molto grave mettere sullo stesso piano delle enunciazioni di principio con le azioni e gli obiettivi concreti che vengono posti in modo molto chiaro e che rivelano il vero scopo dell’operazione. Senza considerare che il documento in questione non cade così all’improvviso dal cielo, ma è la tappa di un lungo processo culturale e antropologico che un “esperto” dovrebbe conoscere, così da saper distinguere tra ciò che è fumo negli occhi e la vera sostanza.
Ma la cosa che può sembrare incredibile – eppure è così - è che tutte e tre le affermazioni del prof. Tortalla non corrispondono affatto alla realtà del documento in questione. Tanto da far pensare – ed è l’interpretazione più benevola – che né l’intervistatore né l’intervistato abbiano effettivamente letto ciò di cui parlano. Ed è per questo che ci sentiamo di intervenire su un articolo e dei giudizi dati dal quotidiano della Cei. E’ semplicemente inammissibile che venga fatta una tale disinformazione su un tema così delicato, così centrale nell’esperienza della persona, così importante dal punto di vista culturale e “politico” da essere nel prossimo futuro anche un campo minato per le scuole paritarie cattoliche.
Cerchiamo allora di chiarire brevemente i tre punti che secondo Tortalla sarebbero positivi. Intanto dobbiamo precisare che i documenti dell'OMS in realtà sono due: quello a cui si è fatto riferimento finora è del 2010, tornato di attualità perché vi rimanda la risoluzione Estrela ancora in discussione all’Europarlamento. Ma vi sono anche le recenti Linee guida per la realizzazione di questi Standard (2013) che, nel caso vi fossero dubbi, chiariscono in modo definitivo i concetti di cui si parla.
Dunque, anzitutto la visione “olistica”. Nel documento vi si fa spesso riferimento ma il significato non è quello che insegna il Magistero della Chiesa, ovvero una educazione che discende dall’educazione all’amore e si integra con una serie di valori che contribuiscono «allo sviluppo armonico e integrale della persona verso la sua maturazione psicologica, in vista della piena maturità spirituale, alla quale tutti i credenti sono chiamati» (cfr. Lumen Gentium, no. 39).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità si preoccupa invece di partire dalla sessualità intesa come genitalità per considerare anche tutte le conseguenze relazionali ed emotive che questa comporta, con l’obiettivo di raggiungere una soddisfazione o uno stato di benessere sessuale. Inoltre “olistico” significa mettersi nell’ottica dei diritti umani: diritto a conoscere la sessualità e diritto all’autodeterminazione. In questa prospettiva viene citata positivamente una sentenza della Corte Europea che dà torto a dei genitori tedeschi, andati in carcere per aver impedito ai figli di partecipare a certe lezioni di educazione sessuale. Infine significa evitare le situazioni di “cattiva salute sessuale”, ovvero malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. E’ per questo che parte integrante della visione olistica sono l’uso dei contraccettivi e di pratiche di sesso sicuro, insieme a un giudizio assolutamente negativo sull’educazione all’astinenza, ritenuta da escludere (cfr. Linee Guida, pag. 10, box 1).
Al contrario, la Chiesa insegna che parte integrante di una vera educazione sessuale è l’educazione alla castità. Niente di più lontano dalla visione proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Veniamo alla questione dei genitori: è davvero curioso sostenere che nel documento OMS sia data un’importanza fondamentale ai genitori. Ecco cosa osserva con soddisfazione il testo in questione: «Negli ultimi decenni, la tendenza prevalente, per l'Europa nel suo complesso, è stata quella di rendere l'educazione sessuale obbligatoria senza opzioni che permettessero ai genitori, in caso di severe obiezioni ai contenuti curriculari, di ritirare i propri figli dalle lezioni. Nella realtà, i genitori (compresi quelli appartenenti a minoranze demografiche) sono spesso dei sostenitori dell'educazione sessuale scolastica perché essi stessi non sono all'altezza del compito o provano imbarazzo a toccare l'argomento» (p. 14). E se ci fossero dei dubbi le Linee Guida li eliminano del tutto, perché il compito di sviluppare programmi e testi e di preparare gli insegnanti è tutto dei cosiddetti esperti. Il coinvolgimento dei genitori è sì citato ma il ruolo è quello degli “utili idioti”.
Dal punto di vista della Chiesa, invece, soggetto primario dell’educazione sessuale sono i genitori a cui la scuola casomai offre un supporto ma sempre nella prospettiva etica seguita dai genitori.
Da ultimo la questione del genere, e qui cascano davvero le braccia: basterebbe riprendere quelle scarne citazioni fatte all’inizio dell’articolo per capire che l’identità di genere – che pure viene esplicitamente menzionata nel Documento dell’OMS – non ha a che fare soltanto con i sessi maschile e femminile. Senza considerare che la lunga storia di questo concetto dovrebbe insegnare che quella di introdurre la questione di genere usando la parola come sinonimo di sesso è il classico “cavallo di Troia” per far passare un concetto che poi si arricchirà strada facendo di altri contenuti. La strategia di certi gruppi è alla luce del sole: sono più di venti anni che in tutte le sedi internazionali e nelle Conferenze dell’Onu si combatte su questi punti.

Come fa un esperto della Cei a ignorare totalmente questi dati?
P:S: In conclusione riteniamo utile rimandare ad alcuni testi del Magistero sul tema dell'educazione sessuale, così da approfondire ulteriormente il tema, senza essere sviati da presunti esperti.

- Orientamenti educativi sull'amore umano-Lineamenti di educazione sessuale (1983)

EVVIVA! HA VINTO IL NIKI DI NEW YORK!


Bill de Blasio è il nuovo sindaco di New York. Che gioia! I nostri media non stanno più nella pelle. E si dimenticano pure di un altro italo-americano, che di cognome fa Cuccinelli e di nome fa Ken e ha perso nelle elezioni per lo stato della Virginia. È italiano Cuccinelli quanto de Blasio, se vogliamo misurarli con il provinciale metro dell’italianità. Cuccinelli è di padre italiano e madre irlandese, cattolico ed educato in un istituto Gonzaga americano. De Blasio è di madre italiana e padre tedesco, in gioventù si chiamava Warren Wilhelm, ma ha cambiato nome di battesimo e cognome perché… un cognome italiano fa più “proletario”. Per ragioni elettorali e di linguaggio politicamente corretto insomma (e perché, non dichiaratamente, un cognome tedesco suona “minaccioso” alle orecchie degli americani, anche a 70 anni dalla guerra).


Tanto entusiasmo per de Blasio e altrettanto silenzio per Cuccinelli si spiegano, appunto, non con l’italianità, ma con una preferenza puramente politica. Non vale il discorso sulla vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro: de Blasio è diventato un personaggio anche durante la campagna elettorale, anche quando rischiava di essere un perdente. Cuccinelli era un signor nessuno prima e lo è anche adesso che ha perso. Se avesse vinto? Sarebbe stato bersagliato di anatemi mediatici, quasi certamente.

De Blasio è il Pisapia, o il Vendola, di New York: progressista, vicino a cause politiche che fino a pochi anni fa avremmo definito “eversive”, ma che oggi vanno tanto di moda. Cuccinelli, invece, è un conservatore che quando era procuratore, ha seguito la causa contro la University of Virginia, per frode contro i contribuenti, perché un professore di quell’ateneo, Michael Mann, insegnava teorie sul riscaldamento globale che suonavano tanto come bufale. E ha addirittura osato mettere sotto inchiesta l’Epa (l’agenzia per la protezione ambientale) chiedendo ai suoi funzionare di rifare i calcoli sulle emissioni di gas serra. Cuccinelli, l’italiano cattolico conservatore, aveva espresso il suo parare scritto, da procuratore, contro l’inclusione dei “diritti gender” nelle politiche di non-discriminazione delle università americane. «A mio avviso – scriveva – la legge e la politica del Commonwealth della Virginia vietano a un collegio o a un’università di includere “orientamento sessuale”, “identità di genere”, “espressione di genere” o classificazioni simili quali classi protette nel quadro di una politica di non discriminazione, senza almeno una specifica autorizzazione dell’Assemblea Generale (il potere legislativo dello stato della Virginia, ndr)». E allora, l’italo-americano Cuccinelli è stato incluso nella lista nera dei “conservatori brutti-sporchi-e-cattivi”, da ignorare o denigrare. «Porta indietro la lancetta dell’orologio dei diritti civili di qualche secolo» aveva detto di lui il senatore democratico John Edwards.

L’altro italo-americano, quello di cui parlano tutti, invece, faceva parte dei giri “giusti”. Era nel network di sostegno al Nicaragua, quando nel disgraziato Paese dell’America latina c’era la dittatura filo-sovietica dei sandinisti. Era andato a Cuba in viaggio di nozze, ignorando l’embargo statunitense al regime comunista caraibico. Lo chiamano “Red Bill”, perché è l’uomo di sinistra più a sinistra di tutti gli altri. Oltre alle simpatie per Cuba e il Nicaragua comunista, non poteva mancare il suo più recente innamoramento per l’islam. Amore ricambiato: in campagna elettorale gli islamici hanno sfilato per lui nelle vie di New York. Lui promette loro che porrà fine alla sorveglianza anti-terrorismo, una volta che assumerà la carica di sindaco. Nella sua carriera politica è stato vicino persino alla causa di Robert Mugabe, il sanguinario dittatore marxista dello Zimbabwe, condannato e punito con sanzioni dalla comunità internazionale. Bill de Blasio lo ha celebrato in pubblico, quando era consigliere a Brooklin, accogliendolo con tutti gli onori. Ha dichiarato di essersi pentito di quel ricevimento, ma solo dopo che erano state approvate le sanzioni internazionali contro lo Zimbabwe. Quando lo accolse con tutti gli onori, 11 anni fa, c’erano già tutte le informazioni a disposizione per capire chi fosse Mugabe e quali crimini stesse commettendo. Contrariamente a Cuccinelli è politicamente correttissimo sulla questione omosessuale, al punto di aver sposato Chirlane McCray afro-americana, attivista dei diritti gay e autrice di Io sono lesbica. Che però è ora sua moglie e madre di due figli (una terapia riparativa che ha funzionato?).

Un altro italo-americano, Rudolph Giuliani, aveva ripulito New York dalla criminalità grazie alla sua politica della “tolleranza zero”, che, in Italia, era diventata sinonimo di becero populismo di destra. Ma l’amministrazione Giuliani era riuscita a trasformare New York da incubo a sogno, da città più pericolosa d’America a metropoli tranquilla in cui si può dormire con la porta aperta. Ecco, il neo-eletto sindaco de Blasio promette una sorta di “tolleranza infinita” stando al suo programma elettorale. I “piccolo-borghesi” di Brooklyn e dei Queens, quartieri ritornati vivibili grazie alla tolleranza zero, anche in questa tornata elettorale non si sono fidati del candidato progressista. L’italiano di sinistra è stato, invece, votato dagli ultra-ricchi di Manhattan, che non hanno mai avuto particolari problemi di sicurezza, nemmeno in gioventù, neanche negli anni più bui della Grande Mela e dunque possono concedersi di votare il candidato più “cool”, quello pro-islam, pro-gay e verde, con un passato di comunista dichiarato. De Blasio riceve voti anche dagli abitanti del Bronx, il quartiere con il più alto tasso di criminalità e quello in cui si ha la maggior concentrazione di persone che dipendono dall’assistenzialismo pubblico. E che, di conseguenza, votano per il candidato più statalista. Non si stenta a capire perché i nostri media siano esaltati dal nuovo sindaco. Perché è italiano? Ma fateci il piacere…

di Stefano Magni

LA NUOVA BUSSOLA 07-11-2013

 

RIDICOLI PUPARI


Storie, storielle e storiacce dimostrano che altissimi magistrati, capaci di divenire simbolo di condanna definitiva a carico di Berlusconi, sono gestiti da ridicoli pupari e attestano il falso. Le sentenze Esposito


Il termine “definitivo” si adatta al dottore Antonio Esposito, il presidente di sezione della Cassazione intorno al quale dal primo agosto scorso girano i destini della nazione, gettata in un caos da guerricciola civile non guerreggiata per via della sua aurea sentenza “definitiva” contro Berlusconi. Esposito ha scritto la prefazione a un libro di Ferdinando Imposimato sul caso Moro, in cui si sostiene che nuove fonti dimostrano come il covo in cui lo statista fu prigioniero era presidiato da servizi italiani e stranieri, che abbandonarono la postazione il giorno prima del suo assassinio, il 9 maggio del 1978.
Il dottore della famosa sentenza avvalora le asserzioni demenziali del libro che “trovano oggi definitiva conferma e certezza” grazie alle “dirompenti dichiarazioni di due dei numerosi militari” coinvolti nell’operazione. Certezza, conferma, sopra tutto definitiva, dirompenti eccetera: il lessico della sentenza contro il Cav. era anticipato intatto nella prefazione alla patacca. Già. I carabinieri, interessati alla cosa da Luca Palamara, pm nella capitale, hanno scoperto che il primo dichiarante al quale hanno tenuto bordone Imposimato e Esposito, Giovanni Ladu, era un pover’uomo senza il minimo indizio a suffragio delle sue accuse, e che il secondo dichiarante, che era valso a Imposimato un best seller, la coglionatura forse involontaria ma ben delineata dell’opinione pubblica più inesperta, e dei media corrivi alla congiurite, al complottismo, e a tutta la paccottiglia già vista nelle produzioni intorno all’undici settembre 2001, era un interlocutore via mail con il nome Oscar Puddu, ma in realtà non era, perché trattavasi dello stesso Ladu, brigadiere della Finanza che era ormai archiviato e cancellato come fonte dalle inchieste della magistratura e dalle indagini dei Ros. E voleva insistere.

Questa che con sussiego viene venduta come la Repubblica della Costituzione e della legge uguale per tutti, un paese in cui una sentenza Esposito può ribaltare il ruolo parlamentare attribuito da milioni di elettori a un uomo di stato di due decenni, in realtà è una Repubblica delle patacche. Esposito deposita le motivazioni della sentenza a un amico giornalista del Mattino, e ancora non conosciamo il testo integrale della conversazione tra i due. Esposito aveva detto che Berlusconi era pressappoco un bandito in convivi beneventani precedenti il pensoso giudizio. E giudica “definitiva”, il firmatario della condanna “definitiva”, una palla colossale sul caso più grave e doloroso della storia repubblicana.

Avranno un trasalimento gli elegantoni della legge uguale per tutti, che già furono beccati con le mani nel sacco della più stupida credulità nel caso di Massimo Ciancimino, il figlio del boss mafioso portato in giro da Ingroia e da Santoro come icona dell’antimafia e rivelatosi ricettatore di un arsenale dinamitardo, calunniatore e falsificatore di documenti processuali a carico del dottor Gianni De Gennaro, accusatore farlocco nei processoni della trattativa stato-mafia, il primo dei quali si è concluso con l’assoluzione del generale Mori, il secondo è un cabaret ancora aperto per la gioia degli allocchi. Trasaliranno ma eviteranno di commentare la vicenda prefatoria di un alto magistrato di bassa scuola campana (ché da Napoli vennero i migliori giuristi e garantisti d’Italia) che offre il suo timbro di definitività alle bufale raccontate da un pm fattosi avvocato e alla ricerca di una notorietà cospiratoria che ha fatto la fine che ha fatto.

Non so se è chiaro. Neanche un grammo di polvere sospetta può depositarsi sul bavero della giacca dei giudici veri e seri, che in tutto il mondo, specie quando sono chiamati a pronunciarsi su fatti della storia del loro paese, ma anche nella vita ordinaria del diritto, sono tenuti a un comportamento irreprensibile. Qui un confermatore di definitività delle fregnacce scritte con dappocaggine in un libro di rivelazioni, uno che non tiene un cecio in bocca, è il giudice definitivo della nostra storia riscritta. E noi dobbiamo credergli perché la legge è uguale per tutti.
ILFOGLIO

giovedì 7 novembre 2013

PIETA' IN QUESTO OSPEDALE DA CAMPO


«Pazienza. Non siete venuto qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga qui. Occorre un’infanzia e un’educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità curiosa del giusto peso delle cose e una lenta vecchiaia innamorata della tomba. (…) Se tu sapessi quali cose l’uomo sa dire a Dio quando la carne dell’uomo si fa grido, grido di Dio che adora se stesso!»(O. Milosz, Miguel Mañara)

Simone D., 21 anni. Si è suicidato nella notte tra sabato e domenica. Nel comprensorio Pantanella a Roma si è gettato nel vuoto dall’undicesimo piano. Venticinque metri di volo.
Etero? Gay? Non fa differenza. Non fa differenza, no.
Un quintale di peso nel cuore è sempre un quintale, ed è zavorra che spinge giù giù fino alla morte.
Può essere la morosa che ti molla, la perdita del lavoro, l’omosessualità, una malattia, o tante ragioni tutte insieme… che differenza fa, se il peso è un quintale e ti blocca il respiro, e un solo minuto in più, così, sembra insopportabile.

Van Gogh, Il Samaritano
Si chiama Simone, da vivo e da morto. Ha un nome. E non è, quel Simone, le tre lettere che scrivono i giornali: “gay”. E’ molto di più.
Tutti i suicidi sono molto di più. Più del concorso che non hanno superato, più del lavoro che hanno perso, più di quel brutto voto a scuola, o una bocciatura. Più dell’orientamento sessuale, della morosa che li ha lasciati, dei problemi che annebbiano la vita…
Ma voi continuate a farli, i vostri cortei in Gay Street a Roma, le marce che vi fanno sentire in pace con la coscienza. Continuate a chiedere la mobilitazione in piazza, voi, buoni. A dire che è colpa dei cattivi, gli omofobi, se un giovane si è gettato nel vuoto, dall’undicesimo piano. Dagli all’untore! Una passeggiata, il coretto di slogan e poi tutti a casa. Ognuno per sé e il morto per tutti.
Continuate a fare comizi, a scrivere articoli in cui di tutto si parla ma Simone non c’è: non c’è la sua vita, la sua storia. Non c’è condivisione del suo peso nel cuore: la zavorra che l’ha portato giù giù fino alla morte.
Nel tritacarne dell’ideologia Simone D. non è più quel Simone, unico e irripetibile. E’ “un gay”. Roba da pallottoliere: un numero per la causa.
Si voti questa legge contro l’omofobia e non se ne parli più. Noi buoni vi avevamo avvisati: senza legge ci saranno altri morti. Eccone uno. Applaudite. Avevamo ragione.

Fatele, le leggi. Contro l’omofobia, i cuori infranti, la disoccupazione, le frustrazioni, le malattie incurabili che istigano a farla finita. Novelli Pilato. Una legge è la strada più breve per lavarsi le mani di fronte al male di vivere che non distingue tra i sessi e non guarda l’età.
Ci sarà, com’è giusto, un’indagine, e se in questo e negli altri casi di suicidio dovessero esservi delle responsabilità è bene che vengano a galla e punite. Ma per lui e per gli altri, per chi finisce sui giornali e per chi vive e muore solo e non è degno dei flash perché non rientra nelle categorie che fanno audience, nessuno si senta a posto. Possiamo credere davvero che una legge acquieti il cuore di chi – maschio o femmina, etero o gay, non fa differenza – un giorno decide di andare incontro alla morte perché crede di non avere (più) ragioni per vivere?

In memoria di Simone e di tutti i suicidi – etero o gay non fa differenza – questo articolo è per chi resta.
Vite ci passano accanto e non sappiamo nulla di loro (nemmeno la famiglia, pare, era a conoscenza del guazzabuglio nel cuore di questo giovane universitario. Ed era il figlio, e viveva in casa… Nemmeno gli amici. Per tanti suicidi è così: nessuna avvisaglia.)
Di fronte al dolore ci è chiesto di esserci, non di fare comizi o di stare a guardare. E non serve nemmeno scendere in piazza, dopo.
«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia», ci ha detto Papa Francesco. Questo, ci chiede. Esserci. Piccole matite di Dio. Spuntate, anche. Pazienza. Questa morte, e le altre, sono domanda per noi. Domanda che brucia.
Chi ha una zavorra nel cuore ci guarda e ci chiede non chiacchiere. Non leggi nuove. Chiede di imparare il giusto peso da dare alle cose. Chiede buone ragioni per vivere.

Dentro la fatica, il dolore, la malattia. Dentro la frustrazione, la sconfitta, la vita che a volte non va come vorremmo, noi, che speranza abbiamo?


 

GLI ABUSI DEL FORTETO NASCONO DA UNA IDEOLOGIA CHE VUOLE DISINTEGRARE LA FAMIGLIA


La storia degli abusi del Forteto e dei cattivi scolari di don Milani

Come è stato possibile che per 35 anni un guru violento, odiatore della famiglia, sia stato difeso dalla sinistra
Molti elementi, alcuni incredibili, rendono unica la storia degli abusi consumati per decenni nella comunità e cooperativa agricola del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Luogo che dal 1977 accoglie bambini e adulti in difficoltà e che si è rivelato una sorta di inferno dei vivi, come ora risulta anche dalla relazione – votata all’unanimità nello scorso gennaio – della commissione d’inchiesta istituita dalla Regione Toscana, oltre che dal nuovo processo tuttora in corso a carico del suo responsabile, il settantunenne Rodolfo Fiesoli, di Prato (in carcere dal 2011) e di ventidue suoi collaboratori.


Unica e incredibile è la cecità di chi doveva garantire l’affidabilità del Forteto. Stiamo parlando di giudici del tribunale dei minori, di assistenti sociali, di Asl, di amministrazioni locali, regione compresa, che in trentacinque anni hanno elargito fondi alla comunità di Fiesoli, dello stesso mondo delle coop. Ma anche di politici, giornalisti, sociologi, educatori e circoli cattolici progressisti che hanno avallato il mito del Forteto. Santificato in una messe di pubblicazioni, tra cui alcuni saggi editi dal Mulino. Nel 2003 c’era stato “La strada stretta: storia del Forteto”, del ricercatore Nicola Casanova, con prefazione dello storico Franco Cardini, mentre nel 2008 è uscito “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, Don Milani e il Forteto”, sempre a cura di Casanova e di Giuseppe Fornari. Nella pagina di presentazione della Fondazione del Forteto, si dice che il volume traccia “un parallelismo tra l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani e l’esperienza di solidarietà e accoglienza della comunità del Forteto: in entrambi i casi l’attenzione per i dimenticati, per gli ultimi, si è rivelata la più grande forza in grado di conferire dignità e significato all’essere umano”. Parole che spiegano perché il Forteto abbia goduto, per tanto tempo e nonostante tutto, di un’illimitata apertura di credito presso l’intellighenzia progressista italiana, laica e cattolica. Molto si deve proprio alla sua aura di depositario dell’eredità educativa e antiautoritaria di don Lorenzo Milani, cioè dell’animatore della scuola di Barbiana (siamo sempre nel Mugello) e celebrato autore di “Lettera a una professoressa”.

Quell’apertura di credito, in modo ingiustificabile, non ha vacillato nemmeno dopo che Fiesoli, nel 1979, subì una condanna a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti (sentenza passata in giudicato nel 1985). Il giudizio faceva seguito al lavoro di indagine dell’allora magistrato inquirente Carlo Casini – futuro fondatore del Movimento per la vita – e del suo collega Gabriele Chelazzi, poi sostituto procuratore all’Antimafia, morto nel 2003. Nel 1978, i due magistrati avevano acquisito le testimonianze di persone passate per il Forteto che avevano subìto abusi e avevano assistito a violenze su bambini e adulti. Era l’iniziazione alla quale Fiesoli sottoponeva i suoi ospiti, teorizzandone il valore “liberatorio”.

Il guru del Forteto, che all’epoca negò tutto, uscì dal carcere nel giugno del 1979. “E proprio in quelle stesse ore – ha scritto lo scorso 20 ottobre il quotidiano la Nazione – il tribunale dei minorenni allora guidato da Giampaolo Meucci gli affida un bambino down, un segnale chiarissimo di quale parte avrebbe tenuto quell’istituzione in quel momento e negli anni successivi”. Meucci, ricorda il vaticanista Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo, era “grande amico di don Milani” e continuava a ritenere il Forteto una comunità “accogliente e idonea” (alla vicenda Magister ha dedicato diversi articoli, tra cui l’utile cronologia: “Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto”). Ma accanto a Fiesoli si sarebbe schierata anche la rivista cattolica progressista Testimonianze, fondata dal sacerdote fiorentino Ernesto Balducci.


Solo due settimane fa, è tornato alla luce, dopo una lunga e misteriosa sparizione, il fascicolo processuale del 1978 con le testimonianze raccolte da Casini e Chelazzi. La Nazione cita, tra le altre, quella di una coppia di Prato: “E’ successo due o tre volte che nel corso delle riunioni egli (Fiesoli, ndr) si sia tirato giù i pantaloni e le mutande, prendendosi in mano il membro e mostrandolo, secondo lui doveva essere un gesto disinibitorio”. E’ l’inizio, prosegue il quotidiano, “di un racconto choc fatto di divieti ad avere rapporti sessuali fra coniugi, di richieste di rapporti omosessuali, di riunioni collettive per guardarsi reciprocamente i genitali, di parolacce, di insulti, di inviti a picchiare i propri genitori. E qui torna anche l’altro lato emerso nell’inchiesta di oggi: ‘Tra le cose che secondo il Fiesoli bisognava fare c’era rompere con la famiglia. A me disse che non sarei stata libera da mia madre finché non l’avessi picchiata’”.

Per capire che cosa siano quelle che al Forteto erano dette “famiglie funzionali”, leggiamo anche ciò che scrive Armando Ermini sul blog fiorentino Il Covile, diretto da Stefano Borselli, che negli anni ha sempre seguito con attenzione la vicenda: “Se c’è una cosa chiara fin da subito, è l’odio totale per la famiglia nutrito dai leader della comunità del Forteto. Si faceva in modo che i ragazzi affidati non avessero più alcun contatto con la famiglia d’origine, si faceva loro credere di essere stati abbandonati nel più completo disinteresse, si incentivava in loro ogni tipo di rancore e di rivalsa affinché ogni ponte col passato fosse tagliato… le coppie affidatarie erano in realtà composte da estranei privi di legami affettivi fra di loro. E anche quando nella comunità ne nasceva uno, vi era l’assoluto divieto di costruire qualsiasi simulacro di vita di coppia. I rapporti eterosessuali erano osteggiati in ogni modo, e fra maschi e femmine esisteva una separazione assoluta. La così detta ‘famiglia funzionale’, geniale invenzione di Rodolfo Fiesoli, poteva significare qualsiasi cosa ma non aveva nulla a che fare con la famiglia naturale e nemmeno con un suo qualsiasi surrogato”. Ma allora, si chiede Ermini, “perché i giudici deliberavano di affidare i bambini alle ‘non coppie’ del Forteto? Perché i servizi sociali indicavano come affidabili queste ‘non coppie’? Perché per giornalisti, scrittori, sindacalisti, politici, preti, il sistema Forteto era additato come esempio? Perché la Regione Toscana lo favoriva in ogni modo? La risposta, credo, può essere una sola… quantomeno era condivisa la concezione secondo la quale la famiglia naturale era il problema, un luogo di oppressione destinato ad essere soppiantato da altre forme di aggregazione fra individui, o comunque un istituto da modificare in profondità nel suo significato tradizionale”.


Senza l’ideologia che l’ha originata, nutrita e protetta – quella della famiglia nemica, da disintegrare e neutralizzare – la vicenda del Forteto non si capirebbe (in Francia quell’ideologia nel frattempo è diventata, con il ministro Peillon, la missione della scuola). Il suo presupposto, leggiamo nella relazione della Regione Toscana sul Forteto, è che “la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quanto asserito da Fiesoli… ci può essere il perseguimento di tali valori”.

NICOLETTA TILIACOS

Da ilfoglio

SOPRAFFAZIONE GAY E L'EDUCAZIONE AL GENDER


Articoli di Riccardo Cascioli,

Massimo  Introvigne e Francesco Amato

DOSSIER


Sopraffazione gay
si è superato qualsiasi limite

di Riccardo Cascioli 04-11-2013

 

E’ agghiacciante ciò che accade alla scuola media Gramsci di Torino, come racconta Massimo Introvigne nell’articolo in Primo Piano, ma purtroppo non è un caso isolato. Sempre a Torino c’è stata la pesante intimidazione dei gruppi gay, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, che hanno costretto la scuola cattolica Faà di Bruno a sospendere un ciclo di incontri riservati ai genitori su famiglia e ideologia di genere. A Venezia invece, apprendiamo che esiste il progetto “A proposito di genere…” dedicato alle scuole materne e primarie, dove gli insegnanti – dopo sei lezioni di “rieducazione” sull’argomento - saranno affiancati in aula da un tutor che li assisterà nel proporre ai bambini il superamento degli stereotipi di genere.

Ma iniziative del genere volte a superare i cosiddetti “stereotipi di genere” ve ne sono ormai in tutta Italia. “Stereotipi di genere”, ovviamente, indica l’antica credenza secondo cui in natura esistono soltanto due sessi e non un numero imprecisato di generi che poi ognuno “indossa” a suo piacimento, anche passando da uno all’altro se ne ha voglia.

C’è insomma una voglia di “Corea del Nord”, di campi di rieducazione sul modello della Cina maoista, che sta invadendo l’Italia, grazie anche ai nostri governanti che – come dimostra l’articolo di Gianfranco Amato nel Focus odierno – hanno pensato bene di pagare tutto ciò con i soldi delle nostre tasse.
Per i lettori più attenti della Nuova BQ non si tratta di una sorpresa: già nel maggio scorso avevamo dato notizia di una “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale”, a forte orientamento omosessualista, spiegando che la scuola sarebbe stato il terreno principale per imporre questa nuova ideologia. Avevamo anche spiegato che esiste già da anni una rete degli enti locali, chiamata Ready, che funge da coordinamento per promuovere a livello locale quei cambiamenti che poi – si calcola – imporrà ai parlamentari di adeguare la legislazione nazionale.

PER UN PUGNO DI BUCATINI


Certe parole dovrebbero provocare nel cattolico la stessa reazione che si verifica quando gli ugelli spruzzatori anti-incendio “sentono” odor di fumo: si attivano e scatta l’allarme. Uno di questi termini di nuovo conio è “inclusione”. Tale lemma è attualmente usato in modo strumentale per dire che l’omosessualità è cosa buona e dunque deve essere accettata. E’ il solito trucchetto. Dall’inclusione della persona omosessuale – e questo in molti casi va bene – all’inclusione dell’omosessualità come condizione naturale – e questo non va mai bene.
“Inclusione” è diventata ora anche la parola d’ordine del gruppo Barilla. Il lettore ricorderà sicuramente che
Guido Barilla un mesetto fa passò nel volgere di poche ore dall’affermazione "non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale" ad un’altra di segno opposto in cui ammetteva che le critiche a lui rivolte “mi hanno fatto capire che sul dibattito riguardante l’evoluzione della famiglia ho molto da imparare”.

Aveva poi aggiunto che si sarebbe prestato ad un percorso di rieducazione. Ed è stato di parola.
Infatti prima si è recato a Bologna per incontrare Franco Grillini rappresentante storico del movimento gay. E poi per bocca del suo amministratore delegato Claudio Colzani ieri fa ha fatto sapere che “diversità, inclusione e uguaglianza sono da tempo parte integrante della cultura, dei valori e del codice etico di Barilla. Questi si riflettono nelle politiche e nei benefit offerti a tutto il personale, indipendentemente da età, disabilità, sesso, razza, religione o orientamento sessuale. Allo stesso tempo il nostro impegno è volto a promuovere la diversità perchè crediamo fermamente che sia la cosa giusta da fare”.

Sul piano operativo verrà costituito un Diversity & Inclusion Board, cioè un consiglio di saggi che aiuterà l’azienda a promuovere iniziative gay friendly e di aiuto ai disabili. In questa equipe due nomi destano attenzione. Da una parte abbiamo David Mixner, attivista gay, che salì agli onori della cronaca per aver combattuto alla fine degli anni Settanta la Proposition 6, una proposta del senatore californiano John Briggs per vietare che le persone omosessuali potessero insegnare nelle scuole pubbliche. Entrò poi a far parte del Comitato Nazionale Esecutivo per la campagna presidenziale di Bill Clinton. Seppur Mixner sia stato un convinto pacifista per tutta la vita – celebre la sua campagna contro la guerra in Vietnam – stranamente si è battuto perché le persone omosessuali potessero entrare nelle forze armate. Insomma dal suo punto di vista anche la violenza non deve essere oggetto di discriminazioni. Un altro personaggio che siederà al tavolo delle strategie imprenditoriali di Barilla è Alex Zanardi, campione nelle ultime paraolimpiadi e conduttore Rai della trasmissione “Sfide”.

Risulta curioso che il board veda riuniti mondo omosessuale e persone con handicap. E’ un autogol del fronte gay perché ciò significa che la persona omosessuale, secondo il loro punto di vista, è in qualche modo un minus habens, una persona con qualcosa in meno rispetto agli altri e dunque bisognosa di aiuto. Naturalmente la strategia di accostare due universi così distanti trova il suo punto di forza in questo: chi parlerà male delle nuove iniziative di carattere sociale di Barilla che coinvolgono anche le persone omosessuali parlerà male altresì delle persone con handicap. Queste ultime in buona sostanza fungono da scudi umani per difendere gli obiettivi gay-sensibili.

Ma lo sforzo “inclusivo” di Barilla non si ferma al board di cui sopra. Il gruppo ha annunciato che verrà istituito la figura del Chief Diversity Officer, una sorta di supervisore delle discriminazioni gay in azienda. Inoltre Barilla parteciperà alla Corporate Equality Index (Cei) sviluppato dalla US Human Rights Campaign per verificare le “politiche e pratiche aziendali relative ai dipendenti LGBT [lesbiche, gay, bisessuali, transessuali]”. Si tratta in buona sostanza di uno speciale bollino blu Chiquita per quelle aziende che si comportano bene verso le persone omosessuali.

Poi c’è l’aspetto marketing che non deve essere sottovalutato. Ecco allora lanciare un concorso a carattere planetario dove i partecipanti, armati di telecamera, dovranno esaltare le proprietà inclusive e non discriminatorie della pasta Barilla. E noi poveri ingenui che per lustri abbiamo ingurgitato chilate di pasta dimentichi del carattere omofiliaco di questo carboidrato.

Tutte queste iniziative naturalmente non sono frutto solo dell’impegno dello staff Barilla ma sono soprattutto l’esito di alcuni incontri con personalità legate al mondo gay. “Siamo grati a coloro che hanno trovato il tempo di condividere i loro punti di vista con noi e di conoscere Barilla come azienda - ha dichiarato Luca Virginio, Direttore per la comunicazione e le relazioni esterne di Barilla - Come impresa socialmente responsabile che serve e rispetta tutti i consumatori, sappiamo di dovere rafforzare il nostro impegno. Il nostro obiettivo é fare sempre meglio, diventando un’azienda globale leader per diversità e inclusione, sia internamente sia esternamente”. Pare di ascoltare le parole benigne di un sequestrato a favore dei propri carcerieri.

Insomma a vedere come è andata a finire questa vicenda viene da concludere che chi tocca anche solo con il pensiero la comunità gay muore. E’ qui il sugo di tutta la storia, tanto per rimanere in tema. Barilla da sempre è stato per antonomasia il marchio legato ai valori tradizionali, in primis alla famiglia. “Dove c’è Barilla, c’è casa” abbiamo sentito ripetere alla televisione per decenni. Ora tutto questo in un colpo è svanito. Una sola parola politicamente scorretta e la potente lobby gay ha fatto saltare in padella Guido Barilla e tutti i suoi collaboratori. Eppure qualcosa avrebbe potuto insegnare a Barilla
la vicenda dell’imprenditore Dan Cathy, suo omologo americano, il quale in merito alle “nozze” gay aveva avuto l’ardire di sostenere che «coloro che hanno la temerarietà di ridefinire il matrimonio attireranno il giudizio di Dio sulla nostra nazione». Ma nonostante questa uscita, anzi: proprio a motivo di questa sua uscita temeraria, Mr Cathy aveva visto crescere il suo fatturato.

C’è ancora tempo per uscire dalle sabbie mobili omosessualiste. L’azienda ad esempio potrebbe lanciare sulla propria pagina Facebook un sondaggio: “Ha fatto bene Barilla a scusarsi?”. Le sorprese crediamo non mancherebbero.
Tommaso Scandroglio
lanuovabussola