venerdì 24 aprile 2020

PUO' UN VIRUS MINARE I DIRITTI UMANI?


Quando tutta questa storia sarà finita, si faranno prima o poi i conti con i traumi provocati ai bambini, agli anziani e alle persone a cui è stata sottratta ogni forma di libertà. 


Oliver Nay, professore alla Sorbona, su Lancet,  si chiede se "Un virus puo' minare i diritti umani?".  
 L'eccezionalità può mettere a rischio alcuni principi democratici a lungo termine? L'epidemia potrebbe portare a una riduzione dei diritti individuali dopo il picco della crisi? Secondo Nay  ora corriamo tre rischi: 

1. Che le misure eccezionali diventino ordinarie e permanenti; 
2. Che l'emergenza giustifichi riforme che sarebbero state fino a ieri inaccettabili;
3. Che in cambio di una sicurezza astratta i cittadini rinuncino ad alcuni diritti costituzionali. 

A giudicare da quello che sta accadendo, in Italia siamo decisamente sulla cattiva strada.  

Il primo rischio è che alcune misure eccezionali adottate nel contesto di un'emergenza potrebbero eventualmente rientrare nell'ambito di applicazione della legislazione ordinaria, se i leader sostengono che una minaccia sanitaria diffusa potrebbe riaffiorare in qualsiasi momento.  Molti intellettuali sostengono che tale normalizzazione delle misure di emergenza è diventata una tendenza nelle democrazie.

Il secondo rischio è che i governi possano sfruttare l'effetto sostanziale di questa crisi per amministrare una cosiddetta strategia di shock, volta a rafforzare le politiche di sorveglianza. Come ha sottolineato Naomi Klein, questa strategia si realizza quando un governo  coglie l'opportunità di un trauma nazionale, ad esempio una guerra, un attacco terroristico, un disastro naturale, per attuare riforme radicali che sarebbero state precedentemente considerate inaccettabili.
 Inoltre molti governi potrebbero trarre vantaggio dalle tecnologie di localizzazione, dall'intelligenza artificiale e dalla robotica per espandere la sorveglianza invasiva. Molto probabilmente i governi cercheranno di sorvegliare la vita intima del pubblico, di prevedere e monitorare i loro comportamenti e movimenti. Queste pratiche potrebbero trasformarsi nella sorveglianza totale della vita dei cittadini.

Il terzo rischio, il più grave, è che la paura possa cambiare il valore accordato dai cittadini alla libertà. Con l'aumentare delle minacce biologiche e ambientali globali, i cittadini potrebbero essere disposti a rinunciare ad alcuni dei loro diritti costituzionali. 
L'aspirazione alla sicurezza può rapidamente erodere il desiderio di libertà. Questa aspirazione può portare gli individui a preferire l'autorità di un leader all'etica della discussione democratica. 


Per quanto riguarda la salute, le tecnologie di localizzazione sono efficaci nel migliorare la ricerca sulla salute, anticipare le minacce alla salute e mitigare i comportamenti individuali a rischio.
Questa efficacia è il motivo per cui i governi saranno tentati di introdurre una sorveglianza di massa nelle leggi ordinarie. 
D'altra parte, nessuno può ignorare il rischio che la raccolta di dati in blocco possa trasformare la sorveglianza dei problemi di salute in sorveglianza degli individui, con tutta una serie di possibili informazioni su stili di vita, scelte personali e territoriale, sociale ecc. Nei paesi autoritari, una situazione del genere può portare alla stigmatizzazione delle minoranze sociali (per es. i cattolici). Non c'è motivo di considerare le democrazie liberali immuni da questo rischio.

Nay conclude dicendo che  gravi crisi che causano shock sociali possono alla fine provocare modi positivi di riconsiderare il bene comune e i diritti fondamentali. Tutto considerato, ora è il momento giusto, mentre l'umanità sta affrontando la crisi, di iniziare a pensare alla ricostruzione post-COVID-19. In questo dibattito, i diritti fondamentali non dovrebbero essere elusi, specialmente nei paesi con politiche di privacy e protezione dei dati deboli.

L’articolo completo nel link



martedì 21 aprile 2020

IL GOVERNO CONTE MOLTIPLICA GLI ESPERTI. CHURCHILL NO


"LA NOSTRA ORA PIU' BUIA"
La conduzione di un esecutivo in emergenza richiede semplificazione, non moltiplicazione degli organismi. Storia del gabinetto di guerra di Churchill e cronaca della proliferazione dei comitati di Palazzo Chigi
 
Il Presidente del Consiglio non ha mai fatto mistero d’ispirarsi in questa crisi a Winston Churchill. È la nostra ora più buia, ha più volte ribadito, parafrasando il grande Primo ministro che resistette ai nazisti e vinse la Seconda Guerra Mondiale. Conte, l’avvocato del popolo, ama disegnarsi come uno statista super partes.

 
Eppure la storia tornerebbe utile, se la si studiasse e non venisse utilizzata come specchietto per le allodole. Entrato a Downing Street nel 1940 sostenuto da una grande coalizione di tutti i partiti (e anche qui forse ci sarebbe da imparare), Churchill fronteggiò l’emergenza bellica varando con rapidità uno War Cabinet, il Gabinetto di Guerra, riunione ristretta dei ministri indispensabili alla conduzione delle ostilità. Nei momenti di crisi di una nazione il comando deve esser saldo, i decisori pochi, la linea politica chiara ed omogenea. Per questo il Primo Ministro accentrava nelle sue mani ed in quelle di pochi altri i destini della nazione. Lo War Cabinet, infatti, era un’operazione di semplificazione, una razionalizzazione del sistema decisionale, un vertice concreto. Pochi ministri, competenze chiare, efficienza massima. I vecchi gabinetti pletorici, con venti o trenta componenti, non erano funzionali per le decisioni in tempo di guerra. Gli inglesi lo sapevano bene, già dalla Prima guerra mondiale. E non a caso le hanno vinte entrambe.


In questo contesto, non era necessaria nemmeno una gran sfilata di esperti e consulenti governativi, a dimostrazione che quando un ingranaggio è buono, e quello dello Stato britannico lo era, sono i singoli individui a fare la differenza. Non servono le schiere di esperti. 

Infatti, Churchill resistette al nazismo e guidò vittoriosamente la controffensiva con Roosevelt con soli quattro consiglieri scientifici esterni alla macchina dello Stato. Tutto il resto era gestito da funzionari pubblici ben preparati e tecnici che erano stati incorporati, assunti, dall’amministrazione. Nessuna task force, nessun comitato, nessuna centinaia di esperti come nell’Italia del 2020 (Il Sole 24 ore ne ha contati 450 tra Stato e regioni).

Un gabinetto d’emergenza,
 con pochi e qualificati consiglieri tecnici è ciò che ci vorrebbe, ma in Italia c’è sempre un vasto sottobosco di sedicenti esperti che deve essere accontentato. L’intendenza dei competenti vive nel paradosso di ricevere l’investitura da un governo fondato sul partito dell’incompetenza per eccellenza, i cittadini semplici del Movimento Cinque Stelle. Dopo anni di barricate con il Pd, oggi ci si spartisce insieme la grande vetrina degli esperti nel tentativo di gestire l’epidemia dopo settimane di caos legislativo, istituzionale e comunicativo.
 
Il timore è che task force e comitati serviranno più come ammortizzatore di responsabilità, come strategia di diluizione delle colpe, che come fattori d’innovazione all’interno dell’apparato amministrativo italiano. Non sarebbe stato più utile proporre un’assunzione diretta ai migliori tra questi scienziati, tecnologi, manager e via dicendo con un processo semplificato come è stato fatto per i medici in corsia? Così da lasciare solo pochi consiglieri, di gran qualità, ad incidere maggiormente sulle scelte politiche, proprio come accadde ai tempi di Churchill e Roosevelt? 

L’impressione è che si debbano costruire specchi per garantire a ciascun ministero e a ciascun livello di governo il proprio “soviet di tecnici”e assicurare ad un gran numero di narcisi esperti la possibilità di specchiarvisi dentro.  

Quando mancano gli anticorpi della politica e quando l’élite viene annacquata, non restano che l’apparenza e i meccanismi d’autoinganno di una classe dirigente sempre più vasta, e dunque sempre più mediocre.

Spunti tratti da LIST



lunedì 20 aprile 2020

CHE COSA CI STA SUCCEDENDO?


UNA DOMANDA INELUDIBILIE DI GIORGIO AGAMBEN

Una domanda

La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53

La peste di Atene, 430 a.C.
Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.

1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?

2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.

3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.
 
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. 
Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. 

Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

13 aprile 2020
Giorgio Agamben

domenica 19 aprile 2020

“MODELLO ITALIA”


La pandemia ci ha insegnato alcune cose, di cui naturalmente non faremo tesoro.

1.       Costruire un regime autoritario in Italia è facilissimo. Con la lodevole eccezione di Sabino Cassese, nessun giurista o intellettuale o opinionista ha battuto ciglio al cospetto della sospensione drastica delle libertà costituzionali; il Parlamento non si riunisce mentre il governo emette decreti a raffica e insulta l’opposizione; le forze dell’ordine sono libere di fermare, intimidire, multare chiunque; i media, anziché vigilare sui diritti dei cittadini, incitano alla caccia all’uomo; i vicini di casa denunciano i vicini di casa e la delazione è diventata una virtù; la retorica della guerra e il nazionalismo straccione alimentano i sentimenti peggiori diffondendo panico e autocommiserazione; l’arbitrio è la misura di tutte le cose.


2.      Non avremo tuttavia un regime autoritario, perché in Italia lo Stato non esiste. Il governo crea commissari e commissioni, emana decreti e norme, ma non è in grado di produrre e distribuire neppure le mascherine; l’opposizione urla e strilla senza costrutto alcuno; esperti e scienziati si moltiplicano e si contraddicono ogni giorno; molte Regioni del Nord e del Sud hanno di fatto proclamato la secessione senza che nessuno obietti nulla; ogni norma è modificata più volte e, una volta approvata, è cambiata o annullata da questa o quella Regione, da questo o quel Comune, secondo il capriccio del feudatario locale; non c’è nessuna linea di comando visibile e, di conseguenza, non c’è nessuno che si assuma la responsabilità di ciò che accade.


3.      Il pensiero unico antieuropeo, amplificato ogni giorno dai media di ogni parte, è ormai la narrazione comune a maggioranza e opposizione: noi abbiamo il diritto di avere dall’Europa tutti i soldi che vogliamo, ma l’Europa non ha il diritto di chiedere come li spenderemo e quando li restituiremo. Aver sperperato per decenni le finanze pubbliche, essersi indebitati fino al collo, avere il più alto tasso di evasione fiscale e di lavoro nero, aver lasciato alle mafie il controllo indiscusso di intere aree del Paese, bruciare ogni anno miliardi di euro in un apparato statale inefficiente e corrotto, sperperare altri miliardi per mandare in pensione i sessantenni o dare la paghetta ai bamboccioni – tutto ciò non conta nulla: ma se paesi più virtuosi, più educati e più seri di noi si permettono anche soltanto di sollevare un dubbio o di chiedere una garanzia, ci mettiamo a frignare e a scalciare e a puntare il nostro ditino contro l’orrida Europa che, poverina, ha il solo torto di essere un posto normale.

4.      In Italia non esiste più alcuna cultura del lavoro, cioè del benessere e del progresso. Siamo il Paese che ha chiuso per primo, e saremo l’ultimo a riaprire: e a nessuno viene in mente che, se non lavoriamo, tanto e subito, non potremo mai risollevarci. La più grande preoccupazione del sindacato, nel dopoguerra, è stata la riapertura delle fabbriche, perché senza lavoro non c’è il pane, e senza il pane non ci sono neanche le rose: oggi il sindacato ha come unica missione quella di impedire alla gente di lavorare. Tutto il mondo – tutto il mondo! – muove dal presupposto che bisogna ripartire, e poi si chiede come farlo nelle condizioni di sicurezza migliori; in Italia si muove dal presupposto che non bisogna fare niente, e poi magari si concede alle librerie di riaprire (a proposito: il 60% degli italiani non ha mai letto un libro e appena il 14% ne legge uno al mese).

5.      Qualunque cosa succederà nei prossimi mesi, sarà una catastrofe.


TRATTO DAL BLOG DI FABRIZIO RONDOLINO