giovedì 10 dicembre 2015

UNA “BELLEZZA DISARMATA” A SFIDARE L’UOMO E IL MONDO


IL RIANNUNCIO DEL CRISTIANESIMO:ROBI RONZA LEGGE IL LIBRO DI CARRON


Nell’ambito del processo di riannuncio del cristianesimo al tramonto dell’età moderna, che iniziò con John Henry Newman alla fine del secolo XIX,  l’importanza di Luigi Giussani (clicca qui) e della sua opera sono un fatto obiettivamente indiscutibile. Nella lettera che nel 2002 gli inviò in occasione del 20° anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, Giovanni Paolo II aveva scritto a Luigi Giussani che il movimento da lui fondato sa indicare «non una strada, ma la strada» all’incontro con Cristo: ha insomma  una specifica capacità di riannuncio del fatto cristiano tout court nell’arduo contesto dell’epoca post-moderna in cui viviamo.

Già nel 1977, nel presentare la traduzione tedesca della prima edizione del libro-intervista di Luigi Giussani (attualmente edito da Rizzoli, nella successiva edizione accresciuta, col titolo Il Movimento di Comunione e Liberazione, 1954-1986), Hans Urs von Balthasar, figura di primo piano nella storia della teologia e della filosofia del secolo XX, aveva scritto che  «fra i movimenti ecclesiali dell’Europa di oggi», Cl è «senza alcun dubbio quello che possiede die stärkeste spirituelle Stosskraft, la più potente forza d’urto spirituale». Alla luce di questi straordinari riconoscimenti diventa perciò quanto mai importante che Cl non si perda per strada, e c’è sempre molto da fare per questo. 

La campagna di disinformazione e di discredito di cui il movimento è così spesso oggetto appare tuttavia così sproporzionata rispetto alle sue colpe da indurre a qualche sospetto. Non lo si discute, come sarebbe legittimo e anche positivo; lo si discredita e basta. Al discredito è stato senza dubbio dato qualche pretesto, come venne a suo tempo anche autorevolmente riconosciuto. Troppo spesso sembra però che si voglia cogliere al volo l’occasione per mettersi alle spalle un annuncio cristiano testimoniato in forme che non consentono di liberarsene semplicemente bollandolo come astratto o arcaico. La disinformazione invece è senza scuse, anche se di certo non soltanto Luigi Giussani e Cl ne fanno le spese. Essendo, infatti, il sistema massmediatico non solo italiano, ma internazionale complessivamente orientato contro l’esperienza religiosa in genere, e contro quella cristiana in particolare, dell’intera Chiesa in ogni sua espressione esso dà di regola un’immagine distorta. 

Spaccia il fatto cristiano come un indifendibile retaggio oscuro del passato che però può salvarsi se si trasforma in un sostegno docile e bonaccione del lato “benevolo” della modernità. Il primo e maggiore esempio di tale distorsione è l’eco mediatica sempre filtrata e distorta del magistero di papa Francesco.

In questo quadro, a che cosa mira La bellezza disarmata, il saggio che Julián Carrón, successore di Luigi Giussani alla guida di Cl, ha recentemente pubblicato? Se abbiamo capito bene mira da un lato, scavalcando la nube dei pregiudizi e dei fraintendimenti che l’avvolgono, a riproporre all’opinione pubblica il movimento di Cl per quello che è, ossia un luogo di riannuncio e di educazione alla fede, e nient’affatto una semplice forza sociale né tanto meno una forza politica. Dall’altro a sollecitare i “ciellini” a riscoprire il proprium della visione e del metodo che  caratterizzano il movimento.  

Sacerdote e teologo, Julián Carrón è, per indicazione dello stesso Luigi Giussani, il suo primo successore alla guida di Comunione e Liberazione. Ipso facto chi succede a un fondatore non è fondatore egli stesso. Pur se condivide con tutto il cuore l’opera che è chiamato a continuare, per definizione non può ereditare quella che si potrebbe definire l’autorevolezza specifica del fondatore. A lui è tuttavia più vicino di chiunque altro: perciò può accadere che ci si aspetti dal primo successore quanto poi non ci si attenderà da quelli che lo seguiranno. Il suo è perciò inevitabilmente un compito tanto impegnativo quanto per certi versi drammatico. Studioso e autore, Carrón, succeduto a Luigi Giussani alla sua morte nel 2005, in questi dieci anni ha predicato, ha preso la parola in convegni e congressi, ha scritto articoli, ha rilasciato interviste, ma non ha pubblicato libri. 

La bellezza disarmata, su cui ci soffermiamo qui dopo esserci presi il tempo che ci è stato necessario per leggerlo e studiarlo attentamente, è dunque la prima eco sistematica di questi suoi dieci anni alla guida di Comunione e Liberazione. Pubblicato da Rizzoli nello scorso settembre, il libro, quasi 340 pagine di testo, prende le mosse da un certo numero di lezioni e di altri interventi indicati in calce come fonti, ma non è una semplice raccolta di scritti d’occasione. In particolare per ciò che concerne le prime due delle quattro parti in cui si articola, lo si può ben considerare un testo ex novo. Beninteso, La bellezza disarmata non è di certo una… comunicazione interna. Come nella prefazione scrive Javier Prades, rettore dell’Università San Damaso di Madrid, con questa sua opera Carrón mira a dare il contributo di una sua risposta alla domanda: «che cosa sta accadendo agli europei? E, in particolare, che cosa sta accadendo ai cristiani europei?»; una risposta insomma alla crisi dell’Europa che, per il ruolo culturale centrale che il nostro continente conserva anche nel mondo globalizzato di oggi, si riflette poi ovunque.  

Sulla base degli scritti e della sua personale memoria di Luigi Giussani, che egli cita largamente, e anche sulla scorta di interventi di altri tra cui in primo luogo l’allora cardinale Joseph Ratzinger, Julián Carrón inizia osservando che nel nostro tempo è giunta al diapason la crisi che Giussani aveva così acutamente preconizzato. Di qui il crollo di quei valori che l’Illuminismo aveva creduto di poter far vivere anche staccandoli dalla loro radice cristiana e quindi la perdita di fondamenti che è ora urgente ricuperare. 

Da dove allora ripartire per «riguadagnare i fondamenti» che, osserva Carrón «è l’urgenza più grande che abbiamo»? Dal cuore, nel senso biblico della parola, camminando nella libertà e fidando nella ragione aperta al mistero, lungo una via che conduce alla «bellezza disarmata» che dà titolo al libro. In tale prospettiva il capitolo 2 della prima parte consiste in un interessante excursus sul rapporto tra verità e libertà. Un rapporto che nella Chiesa si è infine chiarito con il Concilio Vaticano II a conclusione di un lungo cammino. 

Al cuore dell’uomo i cristiani devono innanzitutto e tipicamente offrire quanto hanno di meglio,ossia la novità di Cristo: tra i punti-chiave del libro questo ha suscitato particolare attenzione e merita qualche chiarimento. É stato detto che in tale prospettiva Cl, già nota per la sua forte presenza nella vita pubblica del nostro Paese, imbocca la strada di quella “scelta religiosa” che a suo tempo aveva così criticato. Se da qualche parte ciò accade è per un fraintendimento. Non è, infatti, ciò che risulta dalla lettura del libro dove (cfr. pag. 19-29) si critica una «battaglia per la difesa dei valori divenuta nel tempo così prioritaria da risultare più importante rispetto alla comunicazione della novità di Cristo», ma nello stesso tempo si afferma che l’alternativa non risiede «in una fuga spiritualistica dal mondo. La vera alternativa è piuttosto la comunità cristiana non svuotata del suo spessore storico (…)».

Non vi si ritrova nemmeno la presunta “scomunica” dell’impegno politico di cui spesso si sente parlare. Infatti, «Chi è impegnato sulla scena pubblica, in campo culturale o politico, ha il dovere, da cristiano, di opporsi alla deriva antropologica odierna». Viene però ribadito un criterio da sempre affermato, ma non sempre applicato con il dovuto rigore: quello secondo cui chi è impegnato sulla scena pubblica «non può coinvolgere tutta la Chiesa in quanto tale». E ciò in primo luogo per un motivo sostanziale: perché «la Chiesa ha l’obbligo, oggi, di incontrare tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro ideologia o appartenenza politica». «L’impegno dei cristiani in politica dove si decide del bene comune degli uomini rimane necessario (…) Oggi più che mai è importante. Senza mai dimenticare che nelle circostanze attuali tale impegno assume (…) prevalentemente un valore critico e di contenimento, entro i limiti del possibile, degli effetti negativi delle pure procedure e della mentalità che ne è causa». 

Non si può però presumere che dall’impegno pubblico «possa meccanicamente sorgere il rinnovamento ideale e spirituale della città degli uomini. Questo nasce da “ciò che viene prima”, che primerea, da un’umanità nuova generata dall’amore a Cristo, dall’amore di Cristo». Da tale richiamo – su cui peraltro nessun cristiano consapevole non può che essere d’accordo -- non deriva affatto un invito alla gente di Cl a ritirarsi dalla vita pubblica,  ponendo termine a un’attenzione che già Giovanni Paolo II aveva apprezzato nella lettera citata più sopra, quanto piuttosto un suo ripensamento comunque indispensabile oggi, in un contesto storico così diverso da quello in cui aveva avuto inizio, ossia all’epoca della Guerra fredda.

Il cuore del problema messo a tema nel libro non è ad ogni modo quello, pur cruciale, cui abbiamo accennato più sopra.
Si tratta piuttosto della crisi antropologica che travaglia il tempo in cui viviamo. Un elemento caratterizzante di tale crisi è il «crollo delle evidenze» che Luigi Giussani già denunciava negli anni ’80 del secolo scorso e che, come scriveva il cardinale Ratzinger nel 1998, «nel frattempo è diventato un fatto compiuto». Ciò cui siamo di fronte non è insomma solo un problema di fede e nemmeno solo un problema etico. Siamo appunto di fronte a una crisi dell’umano in quanto tale. Oggi occorre perciò innanzitutto, come Benedetto XVI ebbe a dire nel 2009 rispondendo a domande dei parroci romani,«suscitare il senso della realtà di cui si vuole parlare». Questa, osserva Carrón, «è la grande sfida davanti alla quale si trova l’Europa (…) la riduzione dell’uomo, il suo accantonamento, la mancanza di coscienza di che cosa egli sia, di quale sia la natura del suo desiderio»
Di fronte a tale stato di cose è possibile risvegliare il soggetto perché possa essere veramente se stesso liberandosi così «dalla dittatura dei propri piccoli desideri e da tutte le false risposte?». «Per far fronte alle sfide attuali», dice Carrón riandando a Giussani, «deve accadere qualcosa che ridesti tutto l’io, così che esso possa ricominciare a guardare le cose con sufficiente chiarezza e aderire a ciò che di nuovo riconosce come evidente». Se non comunicheremo, vivendolo, quell’essenziale che solo è capace di attrarre e promuovere l’io non potremo rispondere, né dare un contributo reale al superamento della «situazione di debolezza e di vuoto in cui si trova gettato l’uomo di oggi». 

Come il cristianesimo può continuare a venire riproposto in una tale situazione è tema della seconda parte del libro, intitolata “Un avvenimento per rinascere”.  Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento, non una dottrina. Quindi lo si comunica vivendolo, e non presentandolo e difendendolo come se fosse sostanzialmente un codice etico, una piattaforma di valori. Come lo stesso Benedetto XVI scrive nella sua enciclica Deus Caritas est, «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». L’accento sull’incontro ricorre un po’ in tutto il volume. Lo ritrova ad esempio alle pagine 23,27,67,207,252. È uno dei suoi leit motiv.

Ciò chiarito, osserviamo noi, resta da fare i conti con gli irrigidimenti, gli schematismi, le incomprensioni che nel concreto della  condizione umana inevitabilmente caratterizzano un esodo così complesso dalla mentalità dominante con la sua tipica, radicata separazione tra le idee e la realtà delle cose. Una mentalità dominante che, proprio perché tale, non si ferma di certo alle porte di un’esperienza di Chiesa, ma vi serpeggia in ogni direzione. Per liberarsene, insomma, accorre perciò una bella carica di umiltà e di fraternità reciproca accompagnata dall’invocazione di un aiuto che non può venire da noi. Nella logica dell’incontro come modo primario di comunicazione dell’annuncio cristiano nonché della testimonianza come compito fondamentale dei cristiani in una società plurale c’è poi da mettersi in cammino stando bene attenti a non diventare gnostici per difendersi dal rischio di diventare pelagiani, e a non diventare catari per difendersi dal rischio di diventare gnostici. 

Si tratta di ripartire dalla propria esperienza, da se stessi in azione per domandarsi non tanto «Che cosa devo fare?», ma da «Io chi sono? Che cosa sono?». Sulla base di un’esperienza e di una riflessione tipicamente ispirate a Giussani, a Benedetto XVI e ad altri maestri, nella seconda parte del libro l’autore delinea l’itinerario che ne consegue e che «un allargamento del nostro concetto di ragione» rende possibile. Un allargamento che implica appunto il non facile venir meno di quella separazione tra la ragione e la realtà dei fatti su cui il pensiero moderno si fonda; e che l’ordine costituito del potere, culturale prima che politico, impone con forza. «Il reale continua inesorabilmente a venirci incontro destando in noi stupore, cioè curiosità e desiderio»: occorre quindi non cessare di lasciarsi interrogare dalla realtà. É per questa via che si può andare oltre la debolezza della coscienza indotta dalla crisi dell’umano di cui si diceva.

La bellezza disarmata continua poi con una terza e quarta parte rispettivamente dedicate l’una, dal titolo “Emergenza educativa”, al problema dell’educazione e della scuola e l’altra, dal titolo “Un protagonista nuovo sulla scena del mondo”, a specifici temi (la famiglia, l’impresa, il ruolo della Compagnia delle Opere e altro) lo sviluppo dei quali è tra l’altro spunto per ritornare sulle questioni fondamentali che sono a tema delle prime due parti. 


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