lunedì 13 giugno 2016

CHIAMARE LE COSE CON IL PROPRIO NOME: LA STRAGE DI ORLANDO È TERRORISMO ISLAMICO

Chi nega la radice religiosa dell’attacco nel club gay americano che ha causato 50 vittime finisce per creare una confusione che rende più difficile identificare e combattere il nemico

Tutta colpa di Trump, delle pistole e del suprematismo bianco. Un bestiario dei giornali italiani su Orlando
Da Repubblica, al Corriere della Sera, passando per l'Unità. La solita narrativa dominante con cui la stampa italiana commenta la strage della Florida

il terrorista Omar Mateen
I criminali di Columbine o di Aurora nel Colorado e la falciatura di gay e lesbiche nel “Pulse” di Orlando nel nome del Profeta – la stessa città dove ieri l’altro fu spenta l’innocua nocetta di una piccola stella del pop da talent show – sono azioni di retroguardia, condotte con il volto girato verso un passato che non può mai più tornare, ma che i cultori neonazi dell’America Bianca e i nuovi americani missionari della purificazione morale a colpi di Corano calibro nuove continueranno a combattere. E’ la nuova Mein Kampf 2.0.
Trovano ora per la prima volta anche nei grandi imbonitori della politica ufficiale voci che li incoraggiano a condurre la nuova guerra civile e massacrare, per ora simbolicamente, i nemici, quali che essi siano, di volta in volta. Per rifare l’America Grande per gli obitori e i muri e le Glock calibro 9 per tutti, come vuole Donald Trump.
Editoriale di Vittorio Zucconi, Repubblica

Il massacro di Orlando, pur con le sue dimensioni impressionanti e l’origine afgana dell’assassino, potrebbe essere il crimine di uno squilibrato dettato dall’odio contro una minoranza: in questo caso quella dei gay. Qualcosa di simile agli attacchi dei “white supremacist” contro i neri in una chiesa di Charleston o in un tempio sikh del Wisconsin.

(…) Dopo la strage di San Bernardino, a dicembre, era diffuso il timore che l’atmosfera surriscaldata della campagna elettorale potesse alimentare altri attentati di ‘lupi solitari’. (…) Più che al terrorismo, il massacro di Orlando ci riporta alle stragi insensate nelle scuole, nei cinema, nei campus universitari d’America. E agli ‘hate crime’ degli estremisti della supremazia bianca che di volta in volta hanno preso di mira varie minoranze etniche e religiose. Stavolta l’intolleranza è quella di un uomo di origine afgana, ma il suo sembra essere il gesto di uno squilibrato violento più che quello di un estremista religioso con un’agenda precisa.
Editoriale di Guido Olimpio, Corriere della Sera

Con chi ce l’ha, Cunningham?
Con tutti quelli che denigrano ogni giorno la comunità omosessuale: politici, religiosi, ognuno che abbia risonanza pubblica e che viene ancora invitato dai media. Sono tutti responsabili di questa mattanza.
Per esempio?
Prenda Ted Cruz, il candidato repubblicano sconfitto da Trump. Ha ricevuto il sostegno anche da un predicatore evangelico (Kevin Swanson, ndr) secondo cui i gay dovrebbero essere giustiziati. E Cruz lo ha accettato. Poi ha perso le primarie repubblicane. Ma quel religioso è ancora lì. E nessuno dice niente. Persone come queste sono corresponsabili della strage di oggi. (…) Soggetti come Trump danno solo un megafono più estremo a sentimenti di destra che hanno avuto sfogo per decenni: omofobia, sessismo, isolazionismo. E oggi abbiamo raggiunto questo climax inquietante.
Intervista a Michael Cunningham, scrittore americano, Repubblica

“Licenza di strage. (…) Il Far west del paese più armato è la guerra persa da Obama, vinta dalla lobby filo Trump”.
Titolo di apertura de l’Unità


Il problema principale risiede nella mancanza di regolamenti sull’acquisto di armi da fuoco.
Federiga Bindi, l’Unità


Mentre canti e balli ti possono uccidere. A Orlando, in California, nel locale frequentato da persone omosessuali la morte è arrivata in una nottata di divertimenti. A imbracciare le armi, a portare un ordigno, un killer che spara sulla folla. Una folla di gente che non sta facendo nulla se non riunirsi come accade il sabato sera quasi in ogni angolo del mondo. Strage omofobia? Il movente è l’odio contro i gay, dice il padre del killer. Nell’America che conosce l’intolleranza e pare apprezzarla, visto il consenso riscosso da Donald Trump, l’omicida ha preso di mira proprio gay e lesbiche. Trump, più friendly in passato, in questa campagna ha dichiarato che se verrà eletto annullerà il decreto della Corte Suprema per ripristinare come unico matrimonio quello tra un uomo e una donna. Come al solito, gay e lesbiche possono diventare bersagli molto facili nel corso delle campagne elettorali.

Delia Vaccarello, l’Unità

L’ORRENDO BUNGA BUNGA DI REPUBBLICA SUL CAV.


Non gli è riuscito di sbatterlo in galera e di abbattere il profilo minimalista e colossale di un tizio che li surclassa da vent’anni. E ora lo sbaffo. Frustrazione e grettezza delle lorprimefirme di Repubblica di fronte al cuore di Berlusconi

di Giuliano Ferrara | 11 Giugno 2016

Uno sbaffo di merda è dire poco. Le pagine enfatiche e lungodegenti dedicate da Repubblica all’infarto di Berlusconi, alla sua valvola cardiaca, sono da manuale. L’operazione non è priva di rischi: ma va? La convalescenza sarà lunga: ma va? Il medico suggerisce riposo invece che campagne elettorali e stress: ma va? Domande e ipotesi compiaciute, miste a rancori mai sopiti, impaginazioni e previsioni che si risvegliano in un’ora di tramonto e di pena per i loro avversari, un’ora di rivincita e di sollievo per tutti loro.


Le penne al veleno di questi vent’anni, cronisti commentatori e titolisti, sono emblemi di frustrazione e di grettezza. Campeggia la voglia di dichiararlo morto in anticipo sui tempi. Di registrarne la sterilità: niente eredi, niente di fatto, zero risultati, una canna secca. Di raccontare la faida intorno al capezzale del rincoglionito che adesso si è pure sentito male. Di cominciare a deridere le ambizioni all’eredità politica, inventate, di questo nulla. Non dirò grandezza, quella è proprio fuori della portata, ma un elementare spirito civile, un senso del tempo se non della storia, una resipiscenza consapevole al di là della faziosità da cani che latrano la voce dei loro padroni, questo è quello che manca. E per ragioni forti, che lo spirito inconsapevolmente iettatorio, bugiardo e villano di quelle pagine definisce alla perfezione.

Lorfirmaioli di Repubblica sanno benissimo come stanno le cose. Non gli è riuscito di sbatterlo in galera. Non gli è riuscito di abbattere il profilo insieme minimalista e colossale di un tizio che li ha surclassati per oltre vent’anni e che li fa adombrare anche nella sua estrema vecchiaia, nella sua debolezza, nella malattia, e con tenacia li mostra nudi di umanità minima, di sapienza politica, di capacità di racconto, di ironia, che poi sarebbe il loro mestiere.

Questi eroi del bunga bunga mentale, estremi onanisti della critica e dell’interpretazione da caserma dei fatti della vita, si accostano con malagrazia a notizie cliniche che sperano fatali, non sanno stabilire il confine tra una vita che li ha beffati, che li ha selvaggiamente esclusi dalla comprensione della società e della politica, problema pubblico e privato di una generazione di cervelli all’ammasso, e la morte che ci riguarda tutti, che invoca naturalmente, con misura, con saggezza, il registro della pietà e di una nuova, definitiva,  intelligenza delle cose sottratta al nostro comune precariato mentale e corporale.

Peggio. La beffa ha proposto l’eredità politica, linguistica e culturale non a destra, dove lorprimefirme cercano l’introvabile e lo sanno, ma a sinistra; e non tra vecchioni impalatabili ma tra scout giovanissimi, strane figure di un paese cambiato da Berlusconi e riplasmato dalla sua sfrenatezza e libertà. Renzi è stata la Nemesi, l’articolo 18 che ha sancito il modo curioso e tortuoso di affermarsi della verità politica in Italia. L’esperimento è in corso. E’ una filiazione, lo sanno tutti ma non hanno il coraggio di dirlo che a tratti, solo per motivi polemici e quando decisamente obbligati a farlo dalle circostanze. La sinistra è uscita modificata, e geneticamente, da vent’anni di scontro all’arma bianca con il berlusconismo. Molto più di quanto la destra, che non è mai esistita se non nell’impersonificazione del Cav., sia oggi evidentemente frantumata e dispersa. La stessa tribuna, Repubblica, su cui si è spalmato lo sbaffo di ieri, è venuta a compromesso, tra mille incertezze e tremolamenti, con il nuovo regime che allude ogni giorno a quello vecchio, e alle mille panzane retrograde di questi finti utopisti: l’uomo solo al comando, il mercato come trascinatore dei posti di lavoro e dell’innovazione tecnica, la comunicazione politica svelta, non legnosa, rischiosa, magari brutta ma efficace, una certa libertà di tono che era sempre mancata da queste parti.

I pettegoli del cerchio magico, eredi dei guardoni del comune senso del pudore, scrittori dell’osceno che è nel privato di tutte le persone voluttuosamente perbeniste, si sono ritrovati l’incubo, la berlusconizzazione universale, in casa loro, in redazione, nella proprietà editoriale, nella direzione, e lo esorcizzano adesso con pagine di piccola abiezione maniacale, in cui trapela un istinto mortuario alimentato dalla deludente prestazione in vita. Non riescono proprio a tirarsi fuori dalla pozza afferrandosi per i capelli, operazione principesca, baronale, difficile ma che ogni persona che sia in sé per una volta ha tentato nella vita. Delusi da una vita spericolata e luccicante, che non sarà mai la loro, tristi nella dimensione ombelicale dei loro interessi parapolitici, affondano nel risentimento, nella cattiva coscienza, nella maldicenza come necessità di stile, come seconda pelle.


L'ITALIA OBBEDISCE

ITALIA INTERNAZIONALIZZA LA DEGRADAZIONE MORALE

di Tommaso Scandroglio

Il 25 maggio scorso le Commissioni Affari costituzionali ed Esteri della Camera hanno approvato, con un solo voto contrario, la Risoluzione n.7-00988 che impegna l’Italia nei consessi internazionali a diffondere la pratica della contraccezione e dell’aborto, nonché a sostenere la cosiddetta teoria del gender.


Infatti nel testo della Risoluzione si può leggere che le Commissioni «impegnano il Governo in occasione dei prossimi appuntamenti internazionali a promuovere e rafforzare la tutela dei diritti e della salute sessuali e riproduttivi, la parità di genere, i diritti umani delle donne e delle ragazze e il loro empowermnent in tutti i settori, al fine di favorire le condizioni per una vita autodeterminata, sana, produttiva; ad affrontare le cause strutturali della discriminazione basata sul genere e a promuovere le condizioni che favoriscono la trasformazione nelle relazioni di genere per renderle egualitarie».
Gli appuntamenti internazionali a cui si fa cenno sono soprattutto i G7 – in primis quello appena concluso in Giappone – che vedono riuniti i grandi della Terra. In queste occasioni quindi il governo italiano dovrà «promuovere e rafforzare la tutela dei diritti e della salute sessuali e riproduttivi» della donna, perifrasi che, come è noto, a livello internazionale significa né più né meno che contraccezione, aborto e sterilizzazione. Tanto per rimarcare che la vita nascente non deve essere accolta in ogni caso, bensì solo se la donna lo vuole ecco che si specifica che occorre «favorire le condizioni per una vita autodeterminata» e «garantire il pieno rispetto per l’autonomia del corpo delle donne il loro diritto ad averne il controllo e decidere liberamente e responsabilmente riguardo alla propria sessualità».

L’altro obiettivo è la promozione della gender theory che insegna, tra le altre cose, che il sesso biologico può essere differente dall’identità psicologica (“identità di genere”, come ama definirla l’ideologia gender), cioè che se Tizio è maschio non necessariamente deve percepirsi come maschio, ma può sentirsi femmina. Questo in sintesi sono i concetti che si adombrano dietro espressioni come “identità di genere”, “discriminazione basata sul genere” e “relazioni di genere”. La parola “genere” ha sostituito la parola “sesso” nel vocabolario del militante omosessualista.

La Risoluzione poi guarda anche al tema della cooperazione per quei paesi che sono in via di sviluppo. Al tal fine, richiamando l’Appello finale della Conferenza dei parlamentari del G7 di Berlino 2015, il governo si impegna a destinare «almeno il 10 per cento dei fondi per promuovere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi, la parità di genere, i diritti umani delle donne e delle ragazze e il loro empowermnent». Quindi il 10% dei fondi stanziati dai paesi aderenti al G7 andranno a finanziare su un primo fronte aborti, uso dei preservativi e sterilizzazioni forzate e dall’altro ad esempio la stampa di libri da usare nelle scuole che promuovano l’omosessualità, il transessualismo e i “matrimoni” gay.


«Diritti sessuali e riproduttivi» e «tutela dell’identità di genere» ovviamente non sono espressioni coniate dall’Italia, bensì in primis dall’ONU. Ad esempio se andiamo a prendere i Millennium goals, i 17 nuovi Obiettivi i quali dovranno essere raggiunti a livello mondiale entro il 2030, troviamo due paragrafi intitolati Parità di genere e Vita sana. In quest’ultimo si fa esplicito riferimento ai diritti sessuali e riproduttivi. L’Italia segue a ruota e in modo prono obbedisce al mainstream imposto dall’alto. 

giovedì 9 giugno 2016

HILLARY E LE DONNE


DI COSTANZA MIRIANO

Ieri ho scritto su facebook una cosa su Hillary Clinton che ha suscitato un bel po’ di polemiche, rispostacce anche su altri profili. Sul mio di meno, perché credo ormai si sappia in giro che la mia politica è questa: in casa mia parla chiunque voglia dialogare educatamente, magari anche esponendo perplessità, ma non per litigare; gli altri li blocco e non possono più vedere il mio profilo, esattamente per lo stesso motivo per cui a casa nostra invitiamo solo persone che ci vogliono bene; e nessuno viene a dirti che non sei democratico – sembra incredibile ma ogni volta il commento “bell’esempio di democrazia” viene riproposto – perché non inviti a cena lo sconosciuto che ti ha appena mandato a quel paese al semaforo. (Tra l’altro chi insulta non di rado è gente  di cui non posso vedere i post senza “essere amica”, mentre i miei sono visibili a tutti).
Comunque, dopo questa noiosa precisazione, entro nel merito. Hillary Clinton dopo aver vinto le primarie in California, alla vigilia della vittoria definitiva, ha definito il momento “storico”. Ha anche attaccato il pippone sul soffitto di cristallo, e i diciotto milioni di crepe che lei gli avrebbe inferto, usando tutti gli artifici della retorica emotiva di cui gli americani sono maestri nel mondo. Io avevo scritto:
“Definire la vittoria della Clinton alle primarie “momento storico” (parole sue) mi pare davvero surreale. Sarebbe un momento storico se ci fosse una candidata davvero di rottura. Che so, qualcuno non avvezzo al potere, o magari una donna”.
Ovviamente non stavo facendo facile e squallida ironia sulla poca femminilità della signora, che so, sulla bruttezza o vecchiaia o non so cosa abbia pensato chi ha definito la mia “una caduta di stile”. Io stavo alludendo alla mia riflessione lungamente esposta in libri e conferenze e articoli su cosa sia essere donna. Chi mi conosce infatti non ha avuto dubbi sul senso delle mie parole. Ma dai commenti letti qua e là mi sono resa conto che viviamo in un’epoca dai punti di riferimento continuamente rinegoziati, in cui è necessario – ha ragione mio marito che lo ripete sempre – compilare di nuovo un dizionario di base della lingua comune, in cui almeno alcuni termini significhino per tutti la stessa cosa.
La donna è una creatura di sesso femminile che ha portato alla fioritura e al compimento la sua vocazione, che è quella di rendersi disponibile ad accogliere accompagnare sostenere la vita quando è più debole. Questo può coincidere anche con la maternità biologica, ma non solo. La supera e la comprende, ma non si esaurisce in quella.
Ogni donna, anche se non ha il privilegio di generare, è madre se riconciliata con se stessa. Una donna può fare tutto quello che fanno gli uomini, ormai lo abbiamo dimostrato chiaramente: siamo astronaute generali segretarie di stato presidenti della repubblica regine. A me sembra che possiamo da tempo passare alla fase due, e sinceramente trovo quasi offensivo quando qualcuno esulta per certe imprese. Embè? Pensavate che ci mancasse qualcosa? Certo, ci manca un po’ di forza fisica e abbiamo un approccio al sapere molto diverso, ma sul fatto che siamo in grado consideravo la questione chiusa da molto tempo (nelle università siamo di più, più brave diligenti veloci eccetera eccetera). Scaliamo meno i vertici perché siamo meno aggressive. Preferiamo mediare che andare contro, se siamo in pace con noi. Abbiamo bisogno dello sguardo altrui e questo condiziona anche il nostro atteggiamento del mondo del lavoro (una donna si vergogna a chiedere un aumento, un uomo lo pretende e se non lo ottiene si arrabbia, e non per questo pensa di valere poco). Insomma, sto aprendo una finestra dietro l’altra, per ognuna di queste affermazioni apodittiche servirebbe un capitolo e la citazione di chili di libri, servirebbero distinguo e chiarimenti e specificazioni. Sono concetti tagliati con l’accetta, ma penso che qui ci si possa capire. Andiamo avanti.
La grande sfida per noi donne non è dimostrare che ce la possiamo fare da sole (anche se “da sola” non è un’espressione che si adatta esattamente a Hillary Rodham, moglie di, segretario di stato, senatrice, prima ancora figlia di industriale, studentessa a Yale, cioè insomma una che ha anche avuto buone possibilità nella vita, e poi certo se le è giocate molto bene) ma che ce la possiamo fare con un altro stile.
La donna è per la vita, è profondamente contro la morte. Quindi contro la guerra, contro l’aborto, contro la vendita di bambini uccisi. La donna non esulta e non ride in televisione per la morte di un nemico (come lei ha fatto per esempio per Gheddafi), non gestisce la politica estera come se stesse giocando a scacchi ( “la cosa migliore che può capitarci  sarebbe di essere aggrediti da qualcuno…  Di fatto provocheremo un attacco perché allora saremo al potere più di quanto chiunque possa immaginare”) dimenticando che ci andranno di mezzo vite umane, anche delle donne di cui si dice paladina, di certo dei loro figli.
Una donna che abbia viscere di misericordia non dice che per far sì che tutto il mondo acceda alla pianificazione familiare (sinistra maschera per parlare di aborto) “codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e condizionamenti strutturali dovranno essere cambiati”. Dove questo non avverrà naturalmente i cambiamenti andranno imposti con la forza (enforced) dice la sorridente biondina, la tenera nonna che si preoccupa solo dei suoi, dei nipoti, mentre lavora indefessa perché in Africa le operaie possano essere libere di stare in fabbrica dodici ore al giorno senza dover accudire bambini (che privilegio, eh?). E grazie a questo lavoro culturale ormai nelle università americane bisogna stare attenti a come si parla, c’è una limitazione della libertà intellettuale e di parola pazzesca, inimmaginabile venti anni fa (in America chi obietta contro il matrimonio gay rischia di perdere il lavoro, pure il Papa ha tentato di difendere il diritto all’obiezione di coscienza, ma da quelle parti la coscienza pare non sia libera, solo il commercio lo è). Una donna, soprattutto, non accetta copiosissimi finanziamenti da Planned Parenthood, il gigante degli aborti accusato di vendere pezzi di bambini uccisi nel ventre materno.
Ecco perché la mia sulla Clinton non è stata una scivolata, una battuta infelice, una caduta di stile. Era esattamente quello che volevo dire.
Io esulterò per una donna presidente quando non sarà una donna che si è dovuta trasformare in un uomo, ma quando mostrerà che è possibile gestire il potere partendo dai piccoli, dai poveri, dagli ultimi. E prima di tutto dal più povero tra i poveri, come lo definiva Madre Teresa, il bambino nel ventre di una madre.


martedì 7 giugno 2016

EMERGENZA MIGRANTI: ESSERE BUONI AIUTA IL MALE?

 Renato Farina

Quando è stato a Lesbo il Papa non ha salvato tutti, caricando le decine di migliaia di profughi sul suo aereo oppure organizzando uno sciame di elicotteri verso il Vaticano. Ne ha presi sedici. La misericordia è ingiusta? Si fa quello che si può, e questa misura per alcuni è certo dare tutta la vita. Gesù non ha guarito tutti i malati e non ha sfamato tutti i poveri della Palestina. Accettare il limite è misericordia.

Basta morti in mare. Limitarsi a soccorrere i naufraghi è un aiuto alla morte dei migranti, e anche alla nostra.
Un’emergenza, tre paradossi.

FOTO ANSA
1)     Essere buoni aiuta il male? Sì, se è una bontà che si ferma alla contemplazione del bel gesto proprio e altrui. Persino la misericordia deve avere una misura infinita di disponibilità personale, ma sempre tenendo conto di tutti i fattori.
Ad esempio. Le cifre spaventose della scorsa settimana, con 15 mila arrivi e 700 morti, dicono un sonoro e tragico “basta!” al modo con cui si sta affrontando l’emergenza immigrazione. Siamo umani, non possiamo guardare con sguardo distratto e cinico i bambini che annegano. Di certo però la politica del soccorso in mare di oggi ottiene risultati opposti a quelli che vorrebbe determinare. Non risolve e neppure attenua l’emergenza, ma l’aggrava. Diventa essa stessa causa di morte. Si chiama pull-effect, effetto spinta. Questo accade perché il soccorso è l’unica risposta. Gli schiavisti hanno facile gioco a farsi pagare il pedaggio per attraversare su un filo per acrobati il Mediterraneo: tanto poi c’è il salvagente italiano. Allora, io dico, sarebbe più onesto andare a prendere quelli che realisticamente possiamo, con traghetti e aerei, persino in Nigeria, e in Mali. E impedire il finanziamento della morte. Se uno è sul cornicione di un palazzo spinto da qualcuno che gli dice che tanto sotto c’è il telone dei pompieri, il primo dovere è di buttar giù dalla finestra, e senza materasso sotto, l’istigatore, e di impedire un salto sciagurato.
Questo accade perché l’Italia è lasciata sola dinanzi al corso nefasto delle cose. Buttiamo dalla finestra anche l’Europa che lo sa e ci elogia. Uno schifo. Finiamola. Spezziamo questa catena.

2)    Il Papa chiede ai cristiani innanzitutto, e in ispecie a parrocchie, istituti religiosi, opere di carità, di applicare senza misura e senza riserva mentale l’accoglienza. Risultato: l’esaurimento delle risorse e delle persone, schiacciate da compiti troppo gravosi. Sindaci, assessori ed enti pubblici amministrati dalla sinistra, specie di grandi città come Milano, sono papisti che aderiscono alla lettera a questa spinta alla carità assoluta (degli altri): aprono le porte purché non tocchi a loro pagare il prezzo. Infatti che fanno? Mandano i migranti dalle suore, alle mense gratuite di questo o quell’ente che non regge più. Tutto ovviamente senza finanziamento di alcun tipo: altrimenti che carità sarebbe?
Eppure il Papa ha dato lui stesso l’idea di che cosa significa carità. Quando è stato a Lesbo non ha salvato tutti, caricando le decine di migliaia di profughi sul suo aereo oppure organizzando uno sciame di elicotteri verso il Vaticano. Ne ha presi sedici. La misericordia è ingiusta? Si fa quello che si può, e questa misura per alcuni è certo dare tutta la vita. Gesù non ha guarito tutti i malati e non ha sfamato tutti i poveri della Palestina. Accettare il limite è misericordia.

3)    Il terzo paradosso è questo. Per salvare i poveri ed essere buoni bisogna essere cattivi, spietati con i malvagi. Renzi e il governo devono mettere l’Europa dinanzi alle sue responsabilità.
Si tratta per l’Unione Europea di ripetere purtroppo in condizioni peggiori quello che Berlusconi concordò con Gheddafi. Campi in Libia e in Tunisia ad alti standard umanitari dove accogliere i migranti, stabilendo quanti e chi possa accedere in Europa, e rientro in patria di chi non ha diritto o non è idoneo. Certo oggi la Libia è un inferno. Ma a questo punto l’Europa se esiste deve creare le condizioni di sicurezza perché questo si faccia, in coalizione con Stati Uniti e Federazione Russa, e anche con i Paesi arabi volonterosi. L’Onu oggi, dopo aver insediato il governo Serraj, guarda e si limita a contare i morti in mare. Questo disinteresse internazionale o peggio queste azioni di singoli Paesi, come Francia e Gran Bretagna, che fanno da soli cercando di posizionarsi per una futura spartizione della Libia, con il risultato forse voluto del tanto peggio tanto meglio, meritano risposte chiare e determinate. Persino cattive.

Di certo, oggi limitarsi a soccorrere i naufraghi è un aiuto alla morte dei migranti, e anche alla nostra.


Leggi di Più:
 Cosa fare coi migranti | Tempi.it 

IL PASTORALISMO MALATTIA INFANTILE DEL CATTO-PIETISMO


Nell’attuale desolante panorama del mondo cattolico è davvero raro, purtroppo, trovare voci coraggiose e intelligenti. Una di queste è senz’altro quelle di Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa.
Rileggevo qualche giorno fa un suo splendido intervento pubblicato sulla Nuova Bussola Quotidiana lo scorso gennaio, dal titolo “Il ‘pastoralismo’, malattia infantile del catto-pietismo”. Con malinconica tristezza ho dovuto rilevarne la drammatica verità e, soprattutto, la cocente attualità, a seguito dell’approvazione definitiva della legge sul simil-matrimonio omosessuale. Fontana ha avuto l’indubbio coraggio di dare un nome e cognome a quella grave patologia cui è affetta oggi la Chiesa italiana, e che rappresenta la causa principale della sua odierna paralisi. In questo, ha seguito l’insegnamento di San Giovanni Paolo II, per cui «occorre avere più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (EV n.58). Sante parole, oggi quasi completamente dimenticate soprattutto “intra Ecclesiam”.
La malattia che Stefano Fontana denuncia si chiama “pastoralismo”. Dieci sono i suoi effetti diretti e collaterali. Tutti devastanti.
  1. Il pastoralismo ha fatto dire a tanti vescovi e sacerdoti che le manifestazioni di piazza rompono il dialogo e non costruiscono.
  2. Il pastoralismo ha fatto pensare a molti che non bisogna più intervenire sulle leggi, ma solo sulle coscienze delle persone.
  3. Il pastoralismo ha fatto pensare che la Chiesa debba solo formare – chissà poi chi, dove e come –, per lasciare, poi, che ognuno possa entrare nella pubblica piazza con la propria coscienza.
  4. Il pastoralismo ha fatto ritenere a tanti preti che la Chiesa non debba dire mai di no, ma piuttosto accompagnare tutti e sempre.
  5. Il pastoralismo ha fatto credere che una presa di posizione contro l’omosessualità toglierebbe spazio alla pastorale delle situazioni di frontiera, tra cui quella delle persone con tendenze omosessuali. 
  6. Il pastoralismo ha fatto ritenere che scendendo sul terreno delle leggi civili la fede cattolica diventi ideologia.
  7. Il pastoralismo ha impedito a tante comunità cattoliche di trattare certi temi, perché troppo carichi di valenze politiche e quindi potenzialmente divisivi.
  8. Il pastoralismo ha indirizzato tante Diocesi a trattare certi temi, ma con l’intervento di tutte le opinioni in campo e senza prendere posizione.
  9. Il pastoralismo, col pretesto di non precludere la via dell’azione pastorale, ha bloccato ogni azione, rendendo, di fatto, la Chiesa molto pastorale, ma per questo afasica e aprassica.
  10. Il pastoralismo ha fatto credere che non solo noi, ma anche Dio debba astenersi dal giudicare le situazioni e i comportamenti, perché giudicando impedirebbe l’incontro pastorale con tutti. Al punto che – come giustamente sottolinea Fontana – nemmeno una legge si può giudicare, perché in questo caso la fede diventerebbe dottrina imposta e impedirebbe la pastorale: giudicata male una legge, ti tagli i rapporti con coloro che invece in quella legge credono. Ma in questo modo si evidenzia in maniera inequivocabile che «il pastoralismo è senza verità, perché senza giudizio non c’è più verità».
Il pastoralismo denunciato da Fontana ricorda in modo impressionante la tragica esperienza della “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica di Alberto Monticone negli anni ’80 del secolo scorso.
Quella scelta, che si rivelò presto sciagurata, fu duramente condannata e contrastata dal mio Maestro don Luigi Giussani. Ricordo ancora la sua magistrale lezione sul punto:
«Non possiamo essere nella società reagendo soltanto quando la contraddizione è troppo forte. È ciò a cui si è rassegnata molta cristianità italiana, essendoci nella società, cercando di esserci nella società soltanto quando è chiamata alle elezioni (ogni cinque anni). Certo cattolicesimo italiano non ha fatto nient’altro che questo - niente altro che questo! -, gestendo voti in modo scervellato, senza intelligenza e senza cuore, vale a dire senza una identità capace di progetto: tutto è stato sperperato e adesso si teorizza la scelta religiosa, per cui non dovremmo più interessarci della politica come cristiani». «D’altra parte», concludeva Giussani, «se noi reagiamo soltanto quando la contraddizione è troppo forte, se dovessimo aspettare a reagire quando, come dire, ci chiamassero tutti in tribunale per le nostre convinzioni religiose, se dovessimo aspettare solo quando la contraddizione è così forte, saremmo realmente indegni di respirare e di vivere».

Si sente davvero la mancanza, oggi, di Maestri così.
tratto da "cultura cattolica"
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=38762
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lunedì 6 giugno 2016

RADICI CRISTIANE, EUROPA SENZA CULTURA, CHIESA E VERITA

GRANDE INTERVISTA A STANISLAW GRYGIEL’

E’ un’Europa sull’orlo del suicidio, priva delle sue sorgenti cristiane, un vaso di coccio nello scontro tra Usa e Russia. Ma è anche un continente dove si distrugge la famiglia e si cerca di introdurre come surrogato un’immigrazione incontrollata e favorita dalla demagogia, un continente in cui la Chiesa rischia di perdersi come organizzazione di beneficienza, non più in grado di dare quella testimonianza che scuota le coscienze. E’ l’identikit del vecchio continente fotografato da Stanislaw Grygiel. Grygiel oggi è professore emerito di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. Amico personale di papa Wojtyla, è autore di diversi saggi sull’antropologia e la filosofia, in questa intervista alla Nuova BQ affronta i mali principali che affliggono lEuropa. Mali che si risolvono in una perdita costante delle proprie radici cristiane.

Professor Grygiel, il caso Austria e l'imminente referendum sulla Brexit certificano che l'Europa è come sfilacciata, senz'anima. Il progetto degli europeisti è in crisi. Quali sono le principali cause?
Sempre di più sono convinto che i politici abbiano commesso un errore madornale, cominciando a costruire l’Unione Europea sulla base degli interessi economici. Avrebbero dovuto farlo sulla base dei valori di cultura e, quindi, sulla base dei valori immutabili senza i quali le culture non sono la cultura. L’Unione Europea manca dell’antropologia che contempla l’uomo come persona il cui amore la orienta alle altre persone. Per mancanza del reciproco affidarsi dell’una all’altra e, di conseguenza, di una nazione a un’altra nazione, l’Unione Europea diventa sempre di più un agglomerato d’individui che vivono nella miseria propria della solitudine. Le società, gli Stati, sono come questi individui. Principio della loro convivenza è il conflitto. “L’enfer c’est les autres!” (J.-P. Sartre). I conflitti lacerano e distruggono le realtà che non hanno alla base la cultura. I conflitti favoriscono i più forti. Sono essi a funzionare nella dialettica “servo-padrone” come padroni. L’Unione Europea è dominata dalla Germania, a quanto pare oltre che dalla Francia. Gli altri paesi, rifiutando di essere “servi”, rigettano la dialettica con il cui aiuto i più forti vivono da parassiti. Il marxismo fiorisce nell’Unione Europea.

La gestione dei migranti è diventato un problema endemico europeo, come pensa che possa risolversi salvaguardando il diritto di ogni nazione alla sicurezza e dei suoi cittadini a vivere in pace?
Si devono risolvere tre problemi. 1. Fare di tutto per a) spegnere le guerre nei paesi dai quali la gente scappa e b) insegnare a pensare e a lavorare a chi non lo sa fare. 2. Bisogna chiudere le frontiere dell’Unione Europea e andare in questi paesi per aiutarli a vivere. 3. Aiutare i matrimoni e le famiglie a essere sul serio ciò che essi sono e, quindi, devono essere, e non elevare invece i loro surrogati, prodotti dalle deviazioni e malattie di moda, alla dignità che si deve soltanto all’unione della donna e dell’uomo e ai figli. Gli Stati europei sono a tal punto rovinati dai matrimoni falliti da cercare di sopravvivere aprendo le frontiere agli immigrati trattati come forza lavoro a basso prezzo. I vescovi di Siria, per esempio, hanno capito bene questo pericolo che minaccia l’esistenza dei loro paesi. La parabola del buon Samaritano “applicata” in modo imprudente al problema dell’immigrazione e, di fatto, a quello della mancanza di forza lavoro serve per alcuni come patetica giustificazione dello sfruttamento degli altri. Questo sfruttamento è stato mal calcolato e, parlando cinicamente, malpreparato dai grandi dell’Unione Europea, il che è un mascherato suicidio dell’Unione Europea e un assassinio dell’Europa stessa. L’Unione Europea odia l’Europa. Perciò tra poco forse cambierà anche la sua denominazione in un’Unione di… qualsiasi cosa.

Da tempo l'Europa ha negato le sue radici cristiane: come pensa che questo abbia influito nella crisi attuale?
Il fiume che negasse la propria sorgente e cercasse di riconoscersi in qualche affluente diventerebbe un fiume diverso. Mancherebbe l’acqua sorgiva. L’Europa scaturisce dalla ricerca ateniese della verità e del bene e dalla profezia giudaica e dal suo compimento che rivela “fino ad adesso” che verità e bene sono la Persona che ci sta di fronte, riguardo alla quale possiamo avere l’atteggiamento scettico e relativista di Pilato ovvero quello dei Suoi apostoli. In quanto ordine sociale l’Europa scaturisce da Roma, il cui pensiero politico si atteneva alla realtà e non invece alle astrazioni. L’Unione Europea cerca invece di vivere nell’oblio delle sorgenti, affidandosi ai calcoli degli interessi del giorno d’oggi. Non c’è allora da meravigliarsi che le manchi il domani, cosa che provoca una disperazione.

Quali sono a suo avviso le problematiche più gravi?
Ci sono due gravi problemi che, risolti in modo inadeguato alla realtà ma adeguato alle opinioni in vigore, mettono l’Europa a rischio di perdere sé stessa, e sono: il problema di lasciare che la verità aspetti nelle anticamere mentre nei salotti e nei parlamenti si vaneggia in modo intelligente e allo stesso tempo stupido del vuoto e di come stabilire in quel vuoto la politica e l’economia. L’altro problema, legato però con l’oblio della verità, è la mancanza di un’antropologia o, se si vuole, la mancanza d’una visione adeguata della persona umana. La dignità della persona è stata ridotta a un oggetto che ha il prezzo calcolato a seconda delle situazioni.

Le leggi anti vita e anti famiglia vengono approvate dai parlamenti periferici "perché ce lo chiede l'Europa". Perché secondo lei l'Europa ha assunto un potere così totalitario nei confronti della sovranità dei singoli stati?
Qualche giorno fa sul Foglio ho scritto che l’Unione Europea ha assunto il ruolo di una “quarta Roma”, dopo la seconda di Costantinopoli e la terza di Mosca. Gli impiegati di Bruxelles credono quasi religiosamente nel potere di imporre un modo di vivere sregolato dalle sue leggi. Ogni surrogato della fede religiosa finisce nella mancanza di libertà, cioè in un totalitarismo. Occorre una forza di spirito, quella propria dei cavalieri che avevano il coraggio di difendere i deboli, per poter oggi dire “No!” alla “quarta Roma”. È significativo che la Polonia, che ancora permane alle sorgenti dell’Europa, faccia oggi valere i propri diritti lanciando per bocca del Presidente e del governo agli impiegati di Bruxelles il suo non possumus. Basta ascoltare i due ultimi discorsi del primo ministro Beata Szyd?o nel parlamento europeo e in quello polacco. Gli auguro la forza di perseverare nel lasciarsi difendere dalla verità dell’uomo e dalla libertà che ne proviene.

Teme un’escalation dello scontro tra Usa e Russia, a partire dalla crisi Ucraina, che possa vedere l'Europa come vaso di coccio?
La Russia non attacca mai la gente che non la teme. Per attaccare l’Europa cercherà prima di incutere paura negli Europei, cosa che fa con successo. Gli Europei (occidentali) hanno paura da un lato delle minacce russe e da un altro lato del coraggio degli Americani, ma allo stesso tempo hanno il desiderio di vivere nella verità e nella libertà, desiderio che non cessa di ridestare gli Europei che riescono a dimenticare ciò che hanno vissuto dal 1939 fino al 1989. L’Europa è già vaso di coccio. Il cavallo quale è ciascuno lo vede, dice una vecchia enciclopedia polacca del 1745.

Che cosa pensa del programma di rinascita spirituale che Putin sta effettuando in Russia? Oppure delle politiche famigliari in alcuni Paesi dell'Est?
Credo che, con il governo di oggi, davvero la Polonia conduca una rinascita spirituale del paese, non solo aiutando le famiglie economicamente e politicamente ma anche cercando di rendere giustizia alla verità che è stata talvolta trascurata.

E' corretto considerare la Russia un nemico?
Bisogna chiedere se essa stessa vuole essere amica. Non bastano le dichiarazioni, occorrono i fatti.

La debolezza dell'Europa si vede anche dalla sua politica estera e dalla gestione dei fronti caldi in Medioriente: questo porta all'indebolimento della leadership europea. Il pericolo Isis può davvero minacciare l'Europa fino al collasso?
Non sono veggente che preveda il futuro. Sono certo però di una cosa: gli Stati e le nazioni si distruggono con le proprie mani. Qualcuno può aiutare l’Europa a realizzare il proprio suicidio.

Che cosa del magistero del suo amico Giovanni Paolo II circa i destini dell'Europa è stato trascurato dalla politica?
La politica europea dovrebbe continuamente aiutare l’Europa a rinascere. Rinasce solo colui che ritorna ai principi del proprio essere. San Giovanni Paolo II non cessava di ricordare agli Europei questa verità. Le nazioni rinascono anche ritornando alle proprie sorgenti. Il grido di San Giovanni Paolo II, “Sorgente, dove sei?”, ha carattere metafisico. Tuttavia le sue conseguenze politiche sono enormi. I politici europei non risalgono contro corrente verso la sorgente dell’Europa. Perciò non sono aperti che agli afflussi accidentali con cui la identificano. A questo punto il destino dell’Europa sarebbe totalmente casuale. Sarebbe addirittura nulla. Il titolo del libro di J. Monod “Caso e necessità” potrebbe essere riferito anche all’esistenza dell’Europa.

Ricevendo il premio Carlo Magno Papa Francesco ha parlato di una rinascita dell'Europa attraverso il dialogo. Ma quale tipo di dialogo? E soprattutto con chi? Come si fa a dialogare con un potere che diventa sempre più laicista e antropologicamente anti cristiano?
Se l’Europa rinasce convertendosi ai principi, occorre ricordarle che non rinascerà dialogando con gli altri nell’oblio della propria Sorgente. L’Europa può, anzi deve dialogare con tutti, ma sempre cercando di essere epifania della verità che le è stata consegnata a Gerusalemme ad amare, ad Atene a cercare, e a Roma a guardare come alla stella sul mare agitato della forza politica, economica e militare. Le menzogne, il far finta di essere diversa da ciò che si è, distruggono qualsiasi dialogo.

Il potere delle banche e della Germania sta condizionando il destino di molti Stati. Esiste una strada per ridare sovranità ai popoli?
I popoli non ricevono la sovranità dagli altri, ma la conquistano. Il mio essere sovrano dipende da me, non dagli altri. Se il popolo non vuole essere sovrano, non lo sarà. Per la sovranità e per la libertà si paga con la totalità di sé stessi. Anche questa verità ricordava san Giovanni Paolo II. Purtroppo molti preferiscono essere servi saziati che uomini sovrani e liberi, poiché hanno paura di essere costretti a mangiare soltanto pane e bere soltanto acqua.

Che cosa può fare la Chiesa, che pure in Europa rischia la persecuzione per come difende la famiglia, o l'irrilevanza, quando non si oppone a una certa cultura?
La Chiesa, in virtù della presenza di Cristo in lei, esiste per dare testimonianza alla Verità che è proprio Cristo. Dare testimonianza a Cristo significa identificarsi con Lui, amarlo fino alla fine, cioè seguirlo sulla via dolorosa e non fuggire da sotto la croce. “Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra” (Gv 15, 20). La Chiesa che fugge dalla croce servirà nel migliore dei casi come organizzazione di beneficenza. Però la storia dell’economia di salvezza non si riduce a una storia di beneficenza.

di Andrea Zambrano
LA NUOVA BUSSOLA 30-05-2016


giovedì 2 giugno 2016

CONVERSIONI NON GRADITE?



Pochi giorni fa il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha tenuto una conferenza a Cambridge, nel Regno Unito, che gli è valsa diversi titoli di giornale. Koch avrebbe infatti detto che il dovere di evangelizzare è nei confronti di tutti i non cristiani, musulmani inclusi, ad eccezione degli ebrei. Quanto a questi ultimi, i cristiani - ha detto ancora Koch - riconoscono il patto stipulato da Dio con il popolo ebraico, cosa che non si può applicare all’islam. Da ultimo Koch è andato ben oltre la definizione di “fratelli maggiori” e ha detto che i cristiani dovrebbero vedere l’ebraismo come una “madre”. Per questo non si deve convertire gli ebrei, mentre al contrario si deve evangelizzare i musulmani.

Chagall il figliol prodigo
Queste parole hanno ovviamente fatto rumore, tanto che un sito ufficioso del Vaticano, Il Sismografo, che cura quotidianamente una rassegna stampa in diverse lingue, è andato a chiedere chiarimenti al portavoce vaticano, padre Federico Lombardi (clicca qui). Il quale si è mostrato piuttosto irritato per quella che lui considera una manipolazione delle parole del cardinale Koch, mettendo in rilievo come alcuni titoli di giornale non corrispondessero al contenuto. Il riferimento è al fatto che in alcuni titoli si è letto “dovere di convertire” i musulmani mentre nei testi di parla di “dovere di evangelizzare”, due concetti in effetti un po’ diversi. Non tali però da sollecitare un intervento del portavoce vaticano, che infatti poi passa ad affermare il vero punto della questione: «È chiaro quindi che non è corretto attribuire al cardinal K. Koch un invito al proselitismo nei confronti dei fedeli musulmani». 
Riassumendo: nessun tentativo di evangelizzare gli ebrei, dice Koch. Ma neanche i musulmani, precisa Lombardi. E tutto dando ovviamente per scontato che con le altre confessioni cristiane non si deve neanche pensare lontanamente di ricondurle alla Chiesa cattolica. 

Ad aggravare la situazione bisogna aggiungere che si tratta di affermazioni che ormai non stupiscono più nessuno, tanto sono considerate ovvie. Solo che a questo punto, bisognerebbe chiedersi seriamente: «Ma allora chi è Gesù Cristo?». È ancora l’unico Salvatore che è morto e risorto per salvare tutti gli uomini, come è stato proclamato per duemila anni? È il Vangelo ancora da considerare «la pienezza della Verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso», come si legge nell’enciclica Redemptoris Missio (RM) di san Giovanni Paolo II? Crediamo davvero che «aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione» (RM 11)?
Se fossimo davvero convinti di questo, come potremmo anche solo concepire di escludere parte dell’umanità da questo annuncio? Non si tratta di portare tutti spada in pugno a sottomettersi al “nostro” Dio, ma di fare tutti partecipi di una grande gioia: la morte è stata sconfitta, siamo liberati dal peccato, il Mistero si è fatto presenza, compagnia all’uomo, come recitiamo ogni giorno nell’Angelus.

E in effetti tutti i documenti del Magistero dedicati alla missione mai parlano di esclusione di qualcuno o di “esenzione” di gruppi particolari quasi si dovesse decidere se partecipare o meno all’ora di religione. Afferma ad esempio il decreto conciliare Ad Gentes (1965): «La ragione dell'attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,4-6), «e non esiste in nessun altro salvezza» (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo» (no. 7). Certo l’azione missionaria dipende anche dalle circostanze in cui ci si trova ad operare, avverte sempre Ad Gentes: «Difatti la Chiesa, pur possedendo in forma piena e totale i mezzi atti alla salvezza, né sempre né subito agisce o può agire in maniera completa: nella sua azione, tendente alla realizzazione del piano divino, essa conosce inizi e gradi»; ma «questo compito (…) è uno ed immutabile in ogni luogo ed in ogni situazione, anche se in base al variare delle circostanze non si esplica allo stesso modo» (no. 6).

È paradossale che mentre il Papa parla insistentemente di abbattere tutti i muri e di tenere aperte le porte della Chiesa, dal Vaticano poi arrivano ordini di costruire muri per impedire che certe categorie di persone si convertano.
Ma è ancora la Redemptoris Missio a spiegare la radice profonda di questi muri: «La mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l'altra”» (RM, no.36).

In questo modo il dialogo con gli uomini e con le altre religioni non si fonda sulla Verità ma su una preoccupazione “politica”, come convivere pacificamente e come cooperare per il bene dell’umanità; è la riduzione a un’etica condivisa.

Ma in fondo come avverte san Giovanni Paolo II il vero problema, il nocciolo della questione è la mancanza di fede: «La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una “graduale secolarizzazione della salvezza”, per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale».

di Riccardo Cascioli lanuovabussola

31-05-2016