domenica 11 dicembre 2016

GRANDE INTERVISTA A PAPA FRANCESCO


LAICITA' E LAICISMO, TERRORISMO E RELIGIONI 
MISERICORDIA E "CHIESA SINODALE"
AMORIS LAETITIA
 MASS MEDIA E DISINFORMAZIONE

DOMANDA - Nel nostro Paese viviamo un momento in cui la politica nazionale vuole separare la religione dalla vita pubblica: per esempio nell’istruzione. È opinione che, in un tempo di secolarizzazione, la religione debba essere riservata alla vita privata. Come possiamo essere nello stesso tempo Chiesa missionaria, in uscita verso la società, e vivere questa tensione creata da questa opinione pubblica?

PAPA - Bene, non voglio offendere nessuno, però questa impostazione è un’impostazione antiquata. Questa è l’eredità che ci ha lasciato l’Illuminismo – non è così? – in cui ogni fenomeno religioso è una subcultura. È la differenza tra il laicismo e laicità. Di questo ho parlato con i francesi… Il Vaticano II ci parla dell’autonomia delle cose, dei processi e delle istituzioni. C’è una sana laicità, per esempio la laicità dello Stato. In generale, uno Stato laico è una cosa buona; è migliore di uno Stato confessionale, perché gli Stati confessionali finiscono male. Però una cosa è la laicità e un’altra è il laicismo. Il laicismo chiude le porte alla trascendenza, alla duplice trascendenza: sia la trascendenza verso gli altri e soprattutto la trascendenza verso Dio; o verso ciò che sta al di là. E l’apertura alla trascendenza fa parte dell’essenza umana. Fa parte dell’uomo. Non sto parlando di religione, sto parlando di apertura alla trascendenza. Quindi, una cultura o un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza della persona umana “pota”, taglia la persona umana. Ossia non rispetta la persona umana. Questo è più o meno quello che penso. Quindi, inviare alla sacrestia qualunque atto di trascendenza è una “asepsi”, che non ha a che fare con la natura umana, che taglia alla natura umana buona parte della vita, che è l’apertura.

DOMANDA - Lei si preoccupa del rapporto interreligioso. Nei nostri tempi conviviamo con il terrorismo, con la guerra. A volte si osserva che la radice delle guerre attuali sta nella differenza tra religioni. Cosa dire riguardo a questo?
PAPA - Sì, credo che questa opinione esiste. Però nessuna religione come tale può fomentare la guerra. Perché in questo caso starebbe proclamando un dio di distruzione, un dio di odio. Non si può fare la guerra in nome di Dio o in nome di una posizione religiosa. Non si può fare la guerra in nessuna religione. E perciò il terrorismo, la guerra non sono in relazione con la religione. Si usano deformazioni religiose per giustificarle, questo sì. Voi siete testimoni di questo, lo avete vissuto nella vostra patria. Ma sono deformazioni religiose, che non riguardano l’essenza del fatto religioso, che è piuttosto amore, unità, rispetto, dialogo, tutte queste cose… Ma non in quell’aspetto, ossia, che in ciò bisogna essere tassativi, nessuna religione per il fatto religioso proclama la guerra. Alcune deformazioni religiose sì. Per esempio, tutte le religioni hanno gruppi fondamentalisti. Tutte. Anche noi. E da lì distruggono, a partire dal loro fondamentalismo. Ma sono questi piccoli gruppi religiosi che hanno deformato, hanno “ammalato” la propria religione, e da qui combattono, fanno la guerra, o fanno la divisione nella comunità, che è una forma di guerra. Ma questi sono i gruppi fondamentalisti che abbiamo in tutte le religioni. C’è sempre un gruppetto…

DOMANDA – Un’altra domanda sulla guerra. Commemoriamo il centenario della Prima Guerra Mondiale. Cosa direbbe al continente europeo della consegna postbellica: “Mai più la guerra!”?
PAPA - Al continente europeo ho parlato tre volte: due a Strasburgo e una l’anno scorso, o quest’anno, non ricordo, quando c’è stato il Premio Carlo Magno [6 maggio 2016]. Credo che quel “Mai più la guerra!” non è stato preso sul serio, perché dopo la Prima c’è stata la Seconda, e dopo la Seconda, c’è questa terza che stiamo vivendo adesso, a pezzetti. Siamo in guerra. Il mondo sta facendo la terza guerra mondiale: Ucraina, Medio Oriente, Africa, Yemen…. È molto grave. Quindi, “Mai più la guerra!” lo diciamo con la bocca, ma intanto fabbrichiamo armi e le vendiamo; e le vendiamo agli stessi che si combattono; perché uno stesso fabbricante di armi le vende a questo e a questo, che sono in guerra fra di loro. È vero. C’è una teoria economica che non ho provato a verificare, ma l’ho letta in diversi libri: che nella storia dell’umanità, quando uno Stato vedeva che i suoi bilanci non andavano, faceva una guerra e rimetteva in equilibrio i propri bilanci. Vale a dire, è uno dei modi più facili per produrre ricchezza. Certo, il prezzo è molto alto: il sangue.
Quel “Mai più la guerra!” credo che è una cosa che l’Europa ha detto sinceramente, l’ha detto sinceramente: Schumann, De Gasperi, Adenauer… lo dissero sinceramente. Ma dopo… Al giorno d’oggi mancano leader; l’Europa ha bisogno di leader, leader che vadano avanti… Bene, non voglio ripetere quello che ho detto nei tre discorsi.

DOMANDA - C’è la possibilità che Lei venga in Belgio per questa commemorazione della guerra?
PAPA - No, non è previsto, no…. In Belgio, ci andavo ogni anno e mezzo, quando ero [superiore] provinciale, perché lì c’era una associazione di amici di l’Università Cattolica di Córdoba. E quindi andavo lì a parlare. Loro facevano gli Esercizi [spirituali]. E andavo a ringraziarli. E mi sono affezionato al Belgio. Per me la città più bella del Belgio non è la sua ma Bruges…[ride]
[Intervistatore: Devo dirLe che mio fratello è gesuita. 
Papa: Ah sì? Non sapevo! 
Intervistatore: Per questo, a parte il fatto di essere gesuita, è brava gente. 
Papa: Stavo per chiederLe se era cattolico… (ride e ridono)]

DOMANDA - Stiamo per concludere l’Anno della Misericordia. Ci può dire come ha vissuto questo Anno e che cosa si aspetta quando l’Anno sarà finito?
PAPA - L’Anno della Misericordia non è stata un’idea che mi è arrivata di colpo. Prende le mosse dal Beato Paolo VI. Già Paolo VI aveva fatto alcuni passi per riscoprire la misericordia di Dio. Successivamente San Giovanni Paolo II ha posto molto l’accento su questo con tre fatti: l’Enciclica Dives in Misericordia, la canonizzazione di santa Faustina, e la Festa della Divina Misericordia nell’Ottava di Pasqua, e lui muore in una vigilia di tale festa. E già lì ha come introdotto la Chiesa su questa strada. Io ho sentito che il Signore voleva questo. È stato… Non so come si è formata l’idea nel mio cuore… Un bel giorno ho detto a Mons. Fisichella, che era venuto per questioni del suo Dicastero: “Come mi piacerebbe fare un Giubileo, un Anno giubilare della Misericordia”. E lui mi ha detto: “Perché no?”. E così è iniziato l’Anno della Misericordia. È la migliore garanzia che non è stata un’idea umana, ma che viene dall’alto. Credo che l’ha ispirata il Signore. E evidentemente è andato molto bene. Inoltre, il fatto che il Giubileo non fosse solo a Roma, ma in tutto il mondo, in tutte le diocesi e all’interno di ogni diocesi, ha creato tanto movimento, tanto movimento… e la gente si è mossa molto. Si è mossa molto e si è sentita chiamata a riconciliarsi con Dio, a incontrare nuovamente il Signore, a sentire la carezza del Padre.

DOMANDA - Il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer operò la distinzione tra la grazia “a buon mercato” e quella “a caro prezzo”. Quindi, che cosa significa per Lei misericordia “a buon mercato” o “a caro prezzo”?
PAPA - La misericordia è “a caro prezzo” e “a buon mercato”. Non so com’è il testo di Bonhoeffer, non lo conosco quando spiega questo… Ma è “a buon mercato” perché non c’è da pagare niente: non si devono comprare indulgenze, è un puro regalo, puro dono. Ed è “a caro prezzo” perché è il dono più prezioso. C’è un libro fatto in base a un’intervista che mi hanno fatto, il cui titolo è “Il nome di Dio è Misericordia”. È preziosa perché è il nome di Dio: Dio è Misericordia. Mi fa ricordare quel sacerdote che avevo a Buenos Aires – che continua a celebrare la Messa e a lavorare, e ha 92 anni! –, e all’inizio della Messa dà sempre alcuni avvisi. È molto energico, 92 anni, predica molto bene, la gente lo va ad ascoltare… “Per favore, spegnete il telefonino”. E durante la Messa, cominciava l’Offertorio, si sente un telefono… Si fermò e disse: “Per favore, spengete il telefono cellulare”. E il chierichetto, che stava accanto a lui, gli disse: “Padre, è il suo”. E lui lo tirò fuori e disse: “Pronto!” 

DOMANDA - A noi pare che Lei sta indicando il Vaticano II nei tempi di oggi. Ci indica vie di rinnovamento nella Chiesa. La Chiesa sinodale… Nel Sinodo ha spiegato la sua visione della Chiesa del futuro. Potrebbe spiegarlo per i nostri lettori?
PAPA - La “Chiesa sinodale”, prendo questa parola. La Chiesa nasce dalle comunità, nasce dalla base, dalle comunità, nasce dal Battesimo; e si organizza intorno ad un vescovo, che la raduna, le dà forza; il vescovo che è successore degli Apostoli. Questa è la Chiesa. Ma in tutto il mondo ci sono molti vescovi, molte Chiese organizzate, e c’è Pietro. Quindi, o c’è una Chiesa piramidale, dove quello che dice Pietro si fa, o c’è una Chiesa sinodale, in cui Pietro è Pietro, ma accompagna la Chiesa, la lascia crescere, la ascolta; di più, impara da questa realtà e va come armonizzando, discernendo quello che viene dalle Chiese e lo restituisce. L’esperienza più ricca di tutto questo sono stati gli ultimi due Sinodi. Lì si sono ascoltati tutti i vescovi del mondo, con la preparazione; tutte le Chiese del mondo, le diocesi, hanno lavorato. Tutto questo materiale è stato lavorato in un primo Sinodo, che portò i risultati alla Chiesa; e poi si è tornati una seconda volta – il secondo Sinodo – per completare tutto questo. E da lì è uscita Amoris laetitia. È interessante la ricchezza della varietà di sfumature, che è propria della Chiesa. È unità nella diversità. Questo è sinodalità. Non calare dall’alto in basso, ma ascoltare le Chiese, armonizzarle, discernere. E dunque c’è un’Esortazione post-sinodale, che è Amoris Laetitia, che è il risultato di due Sinodi, dove ha lavorato tutta la Chiesa, e che il Papa ha fatto sua. Lo esprime in maniera armonica. È interessante: tutto quello che c’è lì [in Amoris laetitia], nel Sinodo è stato approvato da più dei due terzi dei padri. E questo è una garanzia. Una Chiesa sinodale significa che si dà questo movimento dall’alto in basso, dall’alto in basso. E nelle diocesi lo stesso. Ma c’è una formula latina che dice che le Chiese sono sempre cum Petro et sub Petro. Pietro è il garante dell’unità della Chiesa. È il garante. Questo è il significato. E bisogna progredire nella sinodalità; che è una delle cose che gli ortodossi hanno conservato. E anche le Chiese cattoliche orientali. È una loro ricchezza, e lo riconosco nell’Enciclica.

DOMANDA - A me sembra che il passaggio che ha fatto il secondo Sinodo dal metodo di “vedere, giudicare e agire” verso “ascoltare, comprendere e accompagnare”. È molto diverso. Queste sono le cose che io dico costantemente alla gente. Il passaggio che ha il Sinodo è di vedere, giudicare e agire e quindi ascoltare la realtà della gente, comprender bene la realtà e poi accompagnare la gente nel suo cammino…
PAPA - Perché ognuno ha detto quello che pensava, senza paura di sentirsi giudicato. E tutti erano nell’atteggiamento di ascoltare, senza condannare. E poi si discuteva come fratelli nei gruppi. Però una cosa è discutere come fratelli e un’altra è condannare a priori. C’è stata una libertà di espressione molto grande. E questo è bello!

DOMANDA - A Cracovia, Lei ha dato ai giovani stimoli preziosi. Quale potrebbe essere un messaggio particolare per i giovani del nostro Paese?
PAPA - Che non abbiano paura; che non abbiano vergogna della fede; che non abbiano vergogna di cercare strade nuove. E ai giovani che non sono credenti: Non ti preoccupare, cerca il significato della vita. A un giovane io darei due consigli: cercare orizzonti, e non andare in pensione a 20 anni. È molto triste vedere un giovane pensionato a 20-25 anni, no? Cerca orizzonti, vai avanti, continua a lavorare in questo impegno umano.
DOMANDA - Un’ultima domanda, Santo Padre, riguardo ai media: una considerazione riguardo ai mezzi di comunicazione…
PAPA - I mezzi di comunicazione hanno una responsabilità molto grande. Al giorno d’oggi hanno nelle loro mani la possibilità e la capacità di formare un’opinione: possono formarne una buona o una cattiva opinione. I mezzi di comunicazione sono costruttori di una società. Di per se stessi, sono fatti per costruire, per inter-cambiare, per fraternizzare, per far pensare, per educare. In se stessi sono positivi. È ovvio che, dato che tutti siamo peccatori, anche i media possono – noi che usiamo i media, io qui sto utilizzando un mezzo di comunicazione – possono diventare dannosi. E i mezzi di comunicazione hanno le loro tentazioni. Possono essere tentati di calunnia, e quindi essere usati per calunniare, per sporcare la gente, questo soprattutto nel mondo della politica. Possono essere usati come mezzi di diffamazione: ogni persona ha diritto alla buona fama, però magari nella sua vita in precedenza, nella vita passata, o dieci anni fa, ha avuto un problema con la giustizia, o un problema nella sua vita familiare, e portare questo alla luce oggi è grave, fa danno, si annulla una persona! Nella calunnia si dice una bugia sulla persona; nella diffamazione si mostra una cartella – come diciamo in Argentina: “Se hace un carpetazo” – e si scopre qualcosa che è vero, ma che è già passato, e per il quale forse si è già pagato con il carcere, con una multa o con quel che sia. Non c’è diritto a questo. Questo è peccato e fa male. E una cosa che può fare molto danno nei mezzi di informazione è la disinformazione: cioè, di fronte a qualsiasi situazione dire solo una parte della verità e non l’altra. Questo è disinformare. Perché tu, all’ascoltatore o al telespettatore dai solo la metà della verità, e quindi non può farsi un giudizio serio. La disinformazione è probabilmente il danno più grande che può fare un mezzo, perché orienta l’opinione in una direzione, tralasciando l’altra parte della verità. E poi, credo che i media devono essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere – senza offesa, per favore – nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo, comunicare le cose brutte, anche se siano verità. E siccome la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia, si può fare molto danno. Quindi direi queste quattro tentazioni. Ma sono costruttori di opinione e possono costruire, e fare bene immenso, immenso.
DOMANDA - Per concludere, una parola per i sacerdoti. Non un discorso, perché ci dicono che dobbiamo concludere… Cosa è più importante per un sacerdote?
PAPA - È una risposta un po’ salesiana, ma mi viene dal cuore. Ricordati che hai una Madre che ti ama, e non smettere di amare tua Madre, la Vergine. Secondo: lasciati guardare da Gesù. Terzo: cercare la carne sofferente di Gesù nei fratelli: lì ti incontrerai con Gesù. Questo come base. Da qui viene tutto. Se sei un sacerdote orfano, che si è dimenticato di avere una Madre; se sei un sacerdote che si è allontanato da colui che ti ha chiamato, che è Gesù, non potrai mai portare il Vangelo. Qual è la strada? La tenerezza. Abbiano tenerezza. I sacerdoti non abbiano vergogna di avere tenerezza. Accarezzino il sangue sofferente di Gesù. Oggi c’è bisogno di una rivoluzione della tenerezza in questo mondo che patisce la cardiosclerosi.
DOMANDA - La cardio…?

PAPA - La cardiosclerosi.

7 DICEMBRE 2016
AL SETTIMANALE CATTOLICO BELGA "TERTIO"

IL CAPOLINEA DELLA LIBERTÀ E L’INIZIO DELLA REAZIONE

FRANCIA: sei libero di pensare 
solo quello che vogliono loro

DI COSTANZA MIRIANO

Hanno una strana idea di libertà, in Francia, dunque. Fare vignette in cui le tre Persone della Trinità hanno rapporti sodomitici è libertà espressiva, anzi è creatività e umorismo, e nessuno deve sentirsi offeso. Dire a una donna che si è pronti ad aiutarla affinché, se se la sente, faccia nascere suo figlio è un reato, punibile col carcere fino a due anni.
L’altro ieri è dunque passato anche al Senato francese, seppur modificato, il testo della legge che metterà il bavaglio a tutti i mezzi di comunicazione, compresi i siti internet, che cercano di salvare qualche donna e qualche bambino dalla carneficina quotidiana. Contro il genocidio censurato e finanziato dallo stato un manipolo di volenterosi oppone, si badi bene, non una azione o una resistenza attiva, ma semplicemente, mitemente, parole, consigli, offerta di aiuto pratico, informazioni. Tutte le donne che conosco, se sono passate attraverso il dolore dell’aborto, dicono di non essersi rese conto di quello che stavano facendo, tutte, dopo, dicono con strazio “magari qualcuno mi avesse fermata”. Ecco, da oggi i prolife francesi non potranno più provarci, a fermarle.
Non potranno più fare nulla: imbavagliati, a meno che non vogliano pagare ventimila euro di multa ed essere arrestati. E sia chiaro che non vanno in giro a giudicare, non minano la libertà sessuale di nessuno, e chi gliela tocca per carità (pare che alle analisi biochimiche l’acqua della Senna sia risultata infestata di ormoni anticoncezionali), non accusano. Semplicemente aprono luoghi di incontro, centri, siti web a cui chi ha bisogno di un aiuto nel momento della decisione possa, spontaneamente, rivolgersi. E così tutta la libertà strappata a qualsiasi controllo, a grandi passi, dall’illuminismo a oggi, passando per il vietato vietare sessantottino, ha fatto il giro, ed è diventata dittatura. Sei libero, ma di pensare quello che dicono loro. La polizia del pensiero oggi è realtà.

sabato 10 dicembre 2016

LA VIA DELLA SCONFITTA


VIA LA DIFESA DEI TRADIZIONALI DIRITTI SOCIALI
AVANTI CON I COSIDDETTI NUOVI DIRITTI CIVILI
E LA RETORICA DELLE MINORANZE

FOTO DI FAMIGLIA ADDIO
Il “Wall Street Journal” l’ha segnalato giorni fa, ma in Italia ancora non ce ne siamo resi conto. Eppure si tratta di un fenomeno epocale che lascerà il segno per lungo tempo.
Dunque il fatto storico a cui stiamo assistendo da qualche mese è il crollo rovinoso di tutti i partiti tradizionali della Sinistra in Europa e in America.

La sconfitta di Hillary Clinton (insieme a quella, da lei stessa provocata, di Bernie Sanders) negli Stati Uniti ha portato con sé la disfatta del Partito Democratico, anche nelle elezioni dei parlamentari e dei governatori.
E la presidenza Trump ha tutta l’aria di inaugurare un ciclo, come fece la prima presidenza Reagan.
Per restare nel continente americano, anche senza ricordare la scomparsa di Fidel Castro, la destituzione della Presidente del Brasile, Dilma Rousseff segna il collo della sinistra più rappresentativa a livello internazionale (anche in Argentina ha vinto il centrodestra di Mauricio Macrì).
Quello europeo poi è un panorama di rovine per i partiti tradizionali della Sinistra. In Gran Bretagna i laburisti di Corbyn, già male in arnese, sono stati “asfaltati” dal referendum sulla Brexit.
In Italia il Partito Democratico – perfino nella sua versione più accattivante, quella di Matteo Renzi – si trova ora a pezzi e si sta leccando le ferite dopo la disfatta del referendum di domenica.
In Francia la presidenza di Hollande è stata così disastrosa che l’uscente nemmeno è stato ricandidato e si prospetta un match fra i gollisti di Fillon e il Front National di Marine Le Pen. Gli elettori di sinistra si troveranno a scegliere fra la Destra e il Centrodestra.

In Germania la prospettiva dei socialdemocratici è egualmente cupa e la partita elettorale prossima ventura sembra essere fra la democristiana Angela Merkel (che pure è reduce dal tracollo elettorale in Meclemburgo-Pomerania) e la destra di Frauke Petry che ha il vento in poppa.
La Merkel per recuperare terreno sta correggendo in modo vistoso (verso destra) la sua precedente politica di apertura sull’emigrazione.
In Spagna e in Grecia i partiti socialisti sono in stato comatoso (ridotti ai minimi termini) e le due alternative di sinistra nate contro di loro hanno fatto flop. Infatti Podemos ha perso l’occasione e Alexis Tsipras – che per un attimo sembrò il simbolo dell’opposizione alla Trojka – è diventato un suo fidato esecutore. Come il socialista Antonio Costa in Portogallo.
In Austria alle presidenziali i candidati dei socialisti e dei popolari sono stati eliminati dal ballottaggio che ha visto il match fra il candidato della Destra Norbert Hofer e il verde Alexander van der Bellen (poi risultato vincitore). In tutto l’Est europeo – poi – i partiti di sinistra sono allo sbando.

LE CAUSE
La Sinistra tradizionale crolla per molti motivi, ma anzitutto per come ha gestito questa prima devastante fase della globalizzazione, quella che va dal 1990 al 2015 (in questo quadro va collocata anche l’Unione europea e l’operazione “moneta unica”).
Questo primo tipo di globalizzazione – che porta l’impronta della presidenza di Bill Clinton – ha inserito di colpo la Cina nel commercio mondiale e – con un gigante che ha un’immensa capacità di produrre sottocosto e senza garanzie sociali – l’industria occidentale è stata messa fuori mercato o indotta alla delocalizzazione.
Cosa che ha impoverito il ceto medio e i ceti popolari di Europa e America, facendo esplodere la disoccupazione.
A questo va aggiunta una finanziarizzazione selvaggia che si è mangiata l’economia reale e che ha prodotto una montagna di bolle speculative, cosicché nel 2008 il mondo si è trovato sull’orlo della bancarotta e da lì è iniziata la peggiore crisi economica dai tempi del crollo di Wall Street nel 1929.
In questo ventennio della prima globalizzazione, col dominio della finanza, masse immense di capitali si sono sottratte ai confini degli stati, spostandosi ai quattro angoli del mondo in un secondo grazie alla nuova tecnologia, così avendo alla propria mercé stati e popoli (capitali senza nazione e nazioni senza capitali).
Ma quest’epoca è stata anche fortemente ideologizzata: si è imposta un’ideologia mondialista che ha preteso di cancellare tutte le identità.
Tutto doveva essere anonimo come il denaro, tutte le frontiere dovevano essere abbattute, per la circolazione del denaro, delle merci e delle masse di persone che sono “l’esercito industriale di riserva” di cui parlava Marx.
I popoli sono stati ridotti a merce, eventualmente anche da spostare in blocco da un continente all’altro. E la stessa Europa è stata ridotta alla sua moneta (unica).

MONDIALISMO
L’ “identità” in quanto tale è diventata una parola moralmente deplorevole, squalificata come “nazionalismo”, “protezionismo” e perfino “xenofobia”, sia quando si è posto il problema dell’identità dei popoli con l’ondata emigratoria (specialmente islamica), sia quando i popoli europei si sono trovati sotto il rullo compressore della Ue che impone un’unica tecnocrazia come governo di nazioni che hanno storie, sistemi, economie e tradizioni diverse.

Perfino l’identità sessuale è diventata fluida e l’Agenda Obama ha imposto in tutto l’Occidente un nuovo concetto di “genere” e di “famiglia” che non si ricorda in tutta la storia delle civiltà antiche e moderne.
Le Sinistre si sono saldate con un certo potere finanziario internazionale, barattando i tradizionali diritti sociali per cui si battevano un tempo, con i cosiddetti nuovi diritti civili e con la retorica delle minoranze. Dunque tutti insieme – Sinistre e grande capitale – sotto il segno del “politically correct”.
Al fallimento economico iniziato con la crisi del 2008, ancora dilagante, ha fatto seguito il fallimento politico dovuto alla ribellione dei popoli di questi mesi (la Brexit e la vittoria di Trump – ma anche la Renxit – sono gli eventi simbolici più forti).

OLTRE LA SINISTRA
Adesso a questo fallimento un centrodestra liberale e cristiano può dare una risposta costruendo una proposta politica che ascolti il bisogno dei popoli, i quali oggi chiedono fondamentalmente “protezione” e “sicurezza”.
Infatti oggi tutto è diventato incerto e irraggiungibile: il lavoro dei giovani come la pensione per gli anziani, la sicurezza delle proprie case (spesso minacciate al Nord Italia da bande criminali) come la sicurezza delle cure in caso di malattia, la sicurezza dei risparmi in banca e la sicurezza dei propri confini, ormai travolti da un’ondata migratoria non controllata e non governata.

In questa situazione bisogna imparare da Trump sia per l’abbattimento della pressione fiscale sia per i grandi investimenti in infrastrutture che rimettano in moto l’economia.
E bisogna imparare anche da Putin (oltreché da Trump) perché una società gravemente dissestata (com’era quella russa dopo il crollo del comunismo e com’è quella nostra dopo il fallimento della globalizzazione) ha bisogno di ancorarsi a forti valori spirituali, alle proprie radici e alla propria identità.
Perché un albero senza radici frana alla prima forte tempesta.
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Antonio Socci

Da “Libero”, 9 dicembre 2016

martedì 6 dicembre 2016

NON BASTA UN NO

Il popolo c'è. Mancano i capi
di Alfredo Mantovano 05-12-2016

Cercasi Hofer versione 2016. Non Norbert, ma Andreas. Sì, quel padre di famiglia che - nomen omen - faceva l’oste vivendo in un maso della val Passiria quando Napoleone invase il Tirolo. Il popolo non voleva Bonaparte e si attendeva che le elité guidassero la resistenza: ma i capi scapparono o si accordarono con l’invasore e, alla ricerca di una guida vera, i valligiani si rivolsero a chi stimavano e ritenevano affidabile. 
Il popolo c’era. Allora come ora. Mancano i capi, allora come ora. Il fronte del No ha una composizione varia, che non permette a nessuno di vantare la vittoria esclusivamente come propria. Anche le motivazioni sono varie, e spaziano da quelle meramente conservative degli apologeti della Costituzione “la più bella del mondo” all’opposizione alla riforma come conseguenza dell’opposizione a Renzi, che accomuna M5s e Lega, fino alle riserve sul merito sollevate da ambienti differenti, incluso quello del popolo del Family day. Un popolo che ha da subito individuato nella riforma il contrasto con quel che ha di più caro, e che ora può dire a pieno titolo “Matteo, ci siamo ricordati”. Sarebbe grave se questa componente del No fosse ignorata ancora adesso, dopo esserlo stata dai media, dai commentatori e dallo stesso premier per l’intera campagna referendaria; sarebbe grave per il rispetto che si deve agli elettori e alla verità.
Una percentuale di No così elevata non si spiega con la mera sommatoria dei simpatizzanti di Lega, M5s e di una parte di Forza Italia (una parte, visto il posizionamento sul Sì di Mediaset e un impegno del suo leader che non può definirsi propriamente deciso). Si spiega con la contrarietà a un testo pasticciato: chi ha partecipato a conferenze, convegni, manifestazioni alle quali erano previste le domande dal pubblico ha potuto cogliere una crescente consapevolezza, capace anche di entrare nel dettaglio dei singoli profili della riforma.

Si spiega con l’insofferenza a essere considerati da media, commentatori e personaggi più o meno illustri, come dei paria incapaci di comprendere la pretesa grandezza del cambiamento portato dal Bonaparte formato twitter; e con la volontà di sottrarsi al ricatto del presunto diluvio che si sarebbe scatenato dopo di lui.

E i media perseverano: i primi commenti continuano sull’onda delle sciagure che nell’immediato il successo del No provocherebbe all’Italia… Si spiega con il giudizio negativo per una esperienza di governo che non ha dato seguito a uno solo degli annunci di maggiore dignità in Europa, di rientro dall’indebitamento, di incremento dell’occupazione, di contenimento dell’immigrazione. Si spiega, nel quadro di tale giudizio negativo, con l’amarezza e la mortificazione subita dalle famiglie italiane negli ultimi tre anni, con leggi e azioni di governo mai così pesantemente ostili. 

Certo, non consola che vada via Renzi, quando resta una legge così contraria al buon senso e alla natura come quella c.d. sulle unioni civili, rivendicata dallo stesso premier all’atto delle dimissioni. Ma il tempo è galantuomo sempre: il conto è stato presentato presto.

Il Sì ha potuto vantare uno spiegamento di forze impressionante: risorse senza limite, media proni, sponde e sostegni di ogni tipo negli ambienti che contano in Europa e sulla scena internazionale e finanziaria. Il No ha opposto le mani nude ai lanciafiamme e ai mitragliatori. Del No hanno fatto parte piazza San Giovanni e il Circo Massimo: quei milioni di persone hanno manifestato anche nelle urne. Nel No - lo ripeto - non c’è solo quel popolo, evidentemente. Ma c’è anch’esso.

Lo slogan dell’altra parte è stato Basta un Sì. Lo slogan di questo popolo deve essere Non basta un No; e perché ciò avvenga è necessario passare dalla piazza - che è una ricchezza e non va abbandonata - a qualcosa di più e di più strutturato. Al recupero da parte del mondo cattolico di quel Magistero sociale che orienta, permette di valutare e di operare. Ma al tempo stesso al senso della propria responsabilità e del ruolo che è chiamato a svolgere. Se c’è un nuovo Andreas Hofer per l’Italia è bene che esca fuori, che non sia lasciato solo, che guidi un popolo al quale oggi non poteva chiedersi di più. E che per questo pretende, oggi come nel Tirolo del 1809, di essere guidato con dignità, competenza e coraggio.

NUOVO APPELLO AL PAPA. I DUBBI CATTOLICI DEL "NEW YORK TIMES"

 In California il vescovo di San Diego Robert McElroy, nominato da Bergoglio, ammette di fatto i divorzi e le seconde nozze, come in qualsiasi chiesa protestante. Dalla notizia nasce la domanda: "Amoris laetitia" può essere interpretata anche così? 

di Sandro Magister
ROMA, 5 dicembre 2016 – Quattro cardinali, come si sa, hanno chiesto al papa di dire una parola chiara su cinque "dubbi" sollevati dai passaggi più controversi di "Amoris laetitia":

> "Fare chiarezza". L'appello di quattro cardinali al papa

Ma non hanno avuto risposta e probabilmente non l'avranno mai. Poiché per papa Francesco "è nel flusso della vita che si deve discernere", non a colpi di "o bianco o nero", come "alcuni continuano a non comprendere":

> Papa Francesco: Non svendo la dottrina, seguo il Concilio

Da qualche giorno, però, è arrivata a Francesco per una via insolita un'altra pressante richiesta di pronunciarsi con chiarezza. Alla quale gli sarà più complicato sottrarsi.

La richiesta gli è arrivata dal più famoso giornale laico del mondo, "The New York Times", e per l'esattezza da un suo editorialista, Ross Douthat, cattolico.

Il quale ha citato le istruzioni su "Amoris laaetitia" date alla diocesi di San Diego, in California, dal vescovo Robert W. McElroy, In cui l'abbandono dell'indissolubilità del matrimonio e l'ammissione delle seconde nozze appaiono così clamorosamente evidenti da obbligare di fatto la somma autorità della Chiesa, in concreto il papa, a prendere posizione.

E a pronunciarsi contro, perché anche il solo tacere equivarrebbe a dare libero corso a un'indubbia sostanziale rottura con un caposaldo della fede cattolica di sempre:

> The End of Catholic Marriage

Questa richiesta al papa di dire una parola chiara è tanto più pungente in quanto il vescovo in questione, McElroy, è un prediletto di Jorge Mario Bergoglio, che l'ha promosso all'importante diocesi di San Diego proprio per rafforzarne il peso tra i vescovi degli Stati Uniti.

Ma che cosa dicono le istruzioni date da McElroy alla sua diocesi?

Il loro testo integrale è nel sito della diocesi di San Diego:

> Embracing the Joy of Love

E questi sono i passaggi più di rottura con la dottrina bimillenaria del matrimonio cattolico:

"Molti cattolici divorziati e risposati concludono per una serie di motivi legittimi – molti dei quali derivanti da una preoccupazione premurosa per gli effetti che un processo di annullamento potrebbe avere sui sentimenti di figli adulti o di ex coniugi – che non possono avviare il processo d’annullamento. Qual è il loro stato nella Chiesa?

"La ‘Amoris laetitia’ sottolinea che nessuna norma astratta può incorporare le molte complessità delle circostanze, le intenzioni, i livelli di comprensione e di maturità che originariamente avvolgevano l'agire di un uomo o di una donna nell’entrare nel loro primo matrimonio, o che avvolgono le nuove obbligazioni morali verso il coniuge o i figli che sono già nati da un secondo matrimonio. In questo senso papa Francesco rigetta la validità di qualsiasi asserzione generalizzata secondo cui ‘tutti coloro che si trovano in qualche secondo matrimonio senza il beneficio dell'annullamento del primo vivono in uno stato di peccato mortale e privi della grazia santificante’.

"Ciò non vuol dire che non ci sia un livello profondo di contraddizione nella vita dei cattolici divorziati e risposati, come lo stesso Signore ha osservato nel Vangelo di Matteo. Ma papa Francesco spiega che, anche di fronte a contraddizioni sostanziali tra il Vangelo e la vita esistenziale di un discepolo, la logica inesorabile della grazia divina cerca un reinserimento sempre più progressivo nella vita piena della Chiesa. [...]

"In una conversazione con un prete, il credente con umiltà, discrezione e amore per la Chiesa e i suoi insegnamenti cerca di riflettere sul proprio livello di responsabilità per il fallimento del primo matrimonio, la propria cura e amore per i figli di quel matrimonio, le obbligazioni morali che sono sorte nel nuovo matrimonio, e l'eventuale danno che il ritorno ai sacramenti potrebbe avere minando l'indissolubilità del matrimonio. È importante sottolineare che il ruolo del sacerdote è di accompagnamento, mirato ad informare sui principi della fede cattolica la coscienza di chi deve discernere. Non tocca al sacerdote prendere decisioni per il credente, perché come papa Francesco sottolinea in 'Amoris laetitia', la Chiesa è chiamata 'a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle'.

"I cattolici che partecipano autenticamente a questo discernimento di coscienza dovrebbero tenere presente sia la permanenza del matrimonio sia l'insegnamento della Chiesa che ‘l’eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli’. La cosa più importante di questo discernimento è che deve sempre mettere al centro la domanda: ‘Che cosa sta chiedendo Dio adesso per me?’.

"Alcuni cattolici impegnati in questo processo di discernimento concluderanno che Dio li sta chiamando a tornare alla piena partecipazione nella vita della Chiesa e all'eucaristia. Altri concluderanno che dovrebbero aspettare, o che il loro ritorno farebbe danno ad altri.

"Indicando il percorso di coscienza per i divorziati risposati, papa Francesco non fa leva su un elemento della vita morale cristiana che è eccezionale. Perché lo spazio della coscienza è proprio quello in cui il discepolo cristiano è chiamato a discernere ogni importante decisione morale che prende".

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venerdì 2 dicembre 2016

CAVALLI IN PISTA


 
I sondaggi sono off? Nessun problema, ci sono le corse di cavalli.

Seconda corsa clandestina di avvicinamento al Grand Prix de la Constitution. 
Nonostante il fastidioso vento di bora che batte la pista, i vostri due affezionatissimi inviati sono riusciti a entrare nel prestigioso  Ippodromo degli Xilofoni Equestri.
Un impianto da poco rinnovato e che ha saputo trovare ampio spazio sulle colonne di Agorà Galoppo, patinato quotidiano per mattinieri intenditori del settore. Il direttore, fresco di presentazione del suo ultimo libro “L’etica equina e lo spirito dell’ippica”, ci invita ad accomodarci sulle poltroncine riscaldate del nuovo stadio e ad assistere con lui alla sfida tra i due purosangue che ormai da mesi si danno battaglia sui principali circuiti underground della penisola. La partita è doppia e si correrà su due manche separate, che siamo in grado di raccontarvi nel dettaglio.

PRIMA MANCHE
Il primo giro di pista parte subito con Assemblage Hétéroclite in forma smagliante. Il purosangue bastian contrario mette subito le cose in chiaro e fa valere la superiorità numerica delle scuderie che lo sostengono. 
A fare il tifo per lui, infatti, ci sono la nordica Groom de Bootz, la brianzola Varenne, 
la romana  Frères Tricolòr, 
La milanese Société Genérélle de l’Energie, 
l’irriducibile Gauche Passé, 
la genovese Igor Brick 
e gli oppositori interni di Fan Idòle. 

L’avversario Truie Blessée fa fatica già dalla prima curva. Il capo-fantino di origine fiorentina Fan Faròn commette alcuni errori di comunicazione, attardandosi a litigare con il pubblico giunto all’impianto, e si fa superare da un  Assemblage Hétéroclite in stato di grazia. Il tentativo di sgroppata finale non basta e i cronometri fotografano ben cinque secondi di distacco tra i due cavalli.
ORDINE D’ARRIVO – Prima Manche
Assemblage Hétéroclite 52,5″
Truie Blessée 47,5″

SECONDA MANCHE
Cambia decisamente la musica del match di rivincita. Truie Blessée sembra questa volta in discreta forma: il tifo della scuderia Fan Idole, 
i consigli del  centrale Ipson de le Scipiòn su come non farsi fregare il posto 
e i trucchi del mestiere spiegati da Petit Vert 
sembrano sortire qualche effetto positivo. 
La gara è davvero combattuta e Truie Blessée risponde con decisione a tutti gli attacchi di Assemblage Hétéroclite. All’ultima curva i cavalli arrivano appaiati e solo sul rettilineo finale la variopinta alleanza tra scuderie riesce ad avere la meglio sul sostenitore dei progetti di riforma dello Statuto della Federazione Nazionale Equestre fermando il cronometro a 51,8″. 
Il vantaggio è però risicato e dimostra con chiarezza che Fan Faron è ancora in grado di far correre il suo cavallo su tempi più che competitivi. I sostenitori delle due scuderie sono avvisati: quest’anno c’è il rischio di dover ricorrere al foto-finish per decretare il vincitore.
ORDINE D’ARRIVO – Seconda Manche
Assemblage Hétéroclite 51,8″
Truie Blessée 48,2″

DOMENICA 4 DICEMBRE LA TERZA MANCHE

TRUMP CORRE A INDIANAPOLIS.



Attraversiamo l’Atlantico e andiamo nell’epicentro della rivoluzione, il luogo dove sta rombando il motore della storia, gli Stati Uniti. 

Donald Trump ha cominciato un Victory Tour che è la plastica rappresentazione della sua presidenza.

Ha fatto tappa in Ohio, cuore della vittoria repubblicana, l’America della mietitrebbia, delle infinite distese di grano e mais, cuore pulsante di uno sterminato e sempre sorprendente paese.

Ma prima è sceso in pista a Indianapolis, accompagnato dal vicepresidente Mike Pence, Trump ha convinto i manager della Carrier (condizionatori d’aria) a non trasferire mille posti di lavoro in Messico. Strike. Peggy Noonan  (del WSJ) riconosce a Trump la sua abilità di negoziatore, il polso energico, il risultato, ma con un avvertimento che pesca nella grandiosa storia americana: lo scontro di John Fitzgerald Kennedy con i produttori d’acciaio.
Stati Uniti, primi anni Sessanta, JFK chiede di non aumentare il prezzo dell’acciaio, sembra aver convinto tutti. Ma il boss della U.S. Steel fa di testa sua e aumenta il prezzo, seguito subito dopo dagli altri. Per JFK è un colpo di martello in testa, il prestigio della sua presidenza è intaccato. Che fare? Il giovane democratico è un duro, usa tutte le sue armi, blocca gli acquisti d’acciaio della Difesa, apre dossier fiscali, minaccia i produttori. Alla fine tutti si piegano di fronte al presidential power. Una grande vittoria. E un boomerang. Perché da quel momento i democratici vengono visti come “nemici” della business community e Barry Goldwater fa la sua campagna conservatrice in difesa della libertà del mercato.

Un memento per l’attivismo di Trump. Il Wall Street Journal pensa questo: c’è il presidente e c’è il mercato. Ma il dato di fatto, oggi, è che Trump sta rivoluzionando l’agenda politica americana (e dunque globale), sta dettando tempi, ritmi e contenuti a tal punto da mandare a carte quarantotto le poche certezze che erano rimaste ai democratici.

E’ sempre sul WSJ che troviamo un’intervista a Pence che dispiega l’agenda della nuova Casa Bianca, un piano profondo e da attuare in fretta, il nocciolo è tutto nell’idea di far decollare produzione e lavoro lavorando con il machete su tasse e regolazione. Pence finora è stato trattato dai media come una figura che deve temperare il sulfureo Trump, ma in realtà basta dare un’occhiata ai suoi discorsi per capire che il vicepresidente è un tipo tosto che conosce i meccanismi della politica e ha in testa un’idea di amministrazione con il turbo per sfruttare la maggioranza conquistata nel Congresso.

I democratici sono sotto un rullo compressore. Se Trump è il difensore della working class americana, se salva posti di lavoro, se gli operai durante la sua visita alla fabbrica della Carrier a Indianapolis lo ringraziano (ci sono immagini che parlano da sole), loro che faranno? Un disastro.

Il trionfo di Trump è un cambio del paradigma economico degli ultimi trent’anni. Siete ancora scettici sull’impatto di The Donald?

Dal Taccuino di Mario Sechi

Il foglio

I NUOVI INQUISITORI

di Riccardo Cascioli 
01-12-2016 la nuova bussola

Li hanno dipinti come “vecchi rincoglioniti”, quattro cardinali isolati e fuori dal mondo, rimasuglio di una Chiesa ormai superata che vede solo la rigidità della dottrina e non capisce la Misericordia che entra nelle pieghe della vita. Insomma, uno scarto della Chiesa, un’appendice marginale neanche degna di un “sì” o un “no” alle loro domande.

Eppure devono averne una gran paura se da giorni stiamo assistendo a un crescendo di insulti e accuse pesanti, ormai un vero e proprio linciaggio mediatico, contro i quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmuller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – rei di aver resi pubblici cinque “Dubia” già presentati a papa Francesco riguardo all'esortazone apostolica Amoris Laetitia. Addirittura siamo arrivati a richieste di dimissioni dal collegio cardinalizio o, in alternativa, suggerimenti al Papa di togliere loro la berretta cardinalizia.

I protagonisti sono i più vari: vescovi che hanno da regolare conti personali, ex filosofi che rinnegano il principio di non contraddizione, cardinali amici di papa Francesco che malgrado l’età non hanno abbandonato i sogni rivoluzionari, intellettuali e giornalisti che si considerano “guardiani della rivoluzione”, e l’immancabile padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e vera eminenza grigia di questo pontificato, tanto da essere conosciuto a Roma come il vice-Papa. Quest’ultimo poi, come un adolescente qualsiasi, si è reso protagonista di bravate sui social che lasciano esterrefatti: dapprima con un tweet ha apostrofato il cardinale Burke paragonandolo al “verme idiota” del Signore degli anelli (tweet poi cancellato); quindi si è messo a rilanciare tweet offensivi nei confronti dei quattro cardinali partiti dall’account “Habla Francisco” (Parla Francesco), che si è scoperto ieri riportare all’indirizzo e-mail di padre Spadaro alla Civiltà cattolica. E poi l’immancabile Alberto Melloni, punto di riferimento della Scuola di Bologna che lavora per una riforma della Chiesa fondata sullo “spirito” del Concilio Vaticano II.
È un vero e proprio nuovo tribunale dell’Inquisizione che, colpendo i quattro, intende intimidire chiunque abbia l’intenzione di esprimere anche semplici domande, figurarsi chi volesse esternare delle perplessità.
È un atteggiamento inquietante, una difesa del Papa quanto meno sospetta da parte di chi ha apertamente contestato i predecessori di papa Francesco. E solo per aver posto delle semplici domande di chiarimento a proposito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che, come chiunque può constatare, ha dato origine a interpretazioni opposte e sicuramente non conciliabili. Al proposito bisogna ricordare che i “Dubia” sono uno strumento molto utilizzato nel rapporto tra vescovi e Congregazione per la Dottrina della Fede (e attraverso questa con il Papa). La novità in questo caso è semplicemente nell’aver resi pubblici questi Dubia, ma dopo ben due mesi di vana attesa di una risposta, che i quattro cardinali hanno legittimamente interpretato come un invito a proseguire la discussione.