martedì 18 ottobre 2011

L'ARIA CHE TIRA

NON E' QUELLA CHE VUOLE IL NEMICO DELLA CHIESA PER ECCELLENZA, IL CORRIERE DELLA SERA.

 EDITORIALE DI SAMIZDAT ON LINE

"Nel corpus del bene comune non vi è un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva” ha spiegato a chiare lettere il Card. Bagnasco, oggi, nel suo intervento iniziale al seminario a porte chiuse organizzato da alcuni cattolici a Todi, riferendosi ai “valori non negoziabili”, che definisce “sorgenti” dell’uomo: “l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino”.


Una precisazione non nuova, quella del Card. Bagnasco, che su questo è in piena continuità con il predecessore Card. Ruini e con i due pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Ma una precisazione benvenuta, e che rimette ordine nelle cose, vista l’aria che tira.

Che a Todi si stiano riunendo associazioni e movimenti cattolici per riflettere sulla presenza dei cattolici nella società in questo momento, è buona cosa e non è certo di per sé un fatto epocale.

Ma da settimane questo appuntamento si sta caricando di attese e significati che non ci piacciono, e che oggi hanno trovato una clamorosa conferma nell’editoriale di prima pagina del Corriere della Sera.


In buona sostanza, e senza inutili giri di parole: questo appuntamento sta diventando la “svolta”, dopo gli anni di Ruini, verso una presenza dei cattolici incentrata sul sociale, mettendo da parte quei valori non negoziabili che hanno caratterizzato la presenza cattolica in questi ultimi quindici anni.

E questa “svolta” sarebbe funzionale a nuovi equilibri politici del dopo-Berlusconi, equilibri che quegli ingombranti valori non renderebbero possibile.

Insomma, un ritorno culturale agli anni ’70, ma stavolta senza una presenza forte di quei movimenti che in quegli anni hanno fatto muro.

Alcuni giornali hanno indicato in Andrea Riccardi, della Sant’Egidio, un possibile leader anche politico di questa svolta.

Per smentire, Riccardi ha rilasciato ben tre interviste, rispettivamente ad Avvenire, Repubblica e Famiglia Cristiana, e quest’ultima ne ha messo la faccia in prima pagina con sotto la scritta “dove vanno i cattolici”, sostanzialmente confermando tutte le voci.

Ieri poi Antonio Socci ha messo in guardia dal peloso interesse del Corriere della Sera per questo evento: l’ultima tavola rotonda a Todi, infatti, vede dibattere il filosofo Antiseri, Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, e poi Galli della Loggia e De Bortoli, rispettivamente editorialista e Direttore del Corriere della Sera. A Todi parteciperà anche Corrado Passera, che è fra gli editori del Corriere.

Ricordiamo che Todi è rigorosamente a porte chiuse, si va solo su invito, sono 110.

Le preoccupazioni di Socci sono state puntualmente confermate oggi da un lunghissimo editoriale sul Corriere, a firma De Bortoli, nel quale l’incauto direttore spiega ai cattolici quello che devono fare, e dice chiaramente “I cattolici possono intestarsi una nuova missione, esserne protagonisti. Dire quale idea dell’Italia hanno in mente. Riscoprire un tratto più marcatamente conciliare dopo l’era combattiva e il palazzo di Ruini. Una missione sociale, in questi anni, poco valorizzata, mentre si è insistito tanto sulla difesa dei valori non negoziabili, dal diritto alla vita alle questioni bioetiche, al punto di estendere l’incomunicabilità con le posizioni laiche all’insieme delle questioni civili ed economiche”.

E in un altro passaggio critica gli “atei devoti e politici senza scrupoli ai quali le gerarchie ecclesiastiche hanno talvolta frettolosamente concesso ampie aperture di credito”. (leggi Giuliano Ferrara e Silvio Berlusconi).

In altre parole: il giornale nemico della Chiesa per eccellenza (peggio di Repubblica, che almeno è nemica dichiarata), quello che ha guidato le più importanti battaglie contro la Chiesa – dalla legge 40 ad Eluana Englaro al family day e pure sull’otto per mille – le suggerisce che deve smetterla, che deve farsi più vicina al concilio e guardare al sociale. Sostanzialmente, che deve dare retta a loro. Più chiaro di così….

Piccola ciliegina: a pag. 15 del Corriere Pisanu auspica che Pierferdinando Casini contribuisca alla nascita di questo nuovo soggetto cattolico che si sta formando (secondo loro) a Todi. No comment.

Benvenuti quindi i chiarimenti del Card. Bagnasco ma sarebbe bene che il mondo cattolico tutto fosse altrettanto netto, e respingesse i tentativi di certi poteri di controllarlo, col tono di chi, pacca sulla spalla, cerca di confinarlo nel sociale. Un sociale in cui vita famiglia ed educazione si riducano a parole, niente più battaglie – rendendo i valori non negoziabili e i suoi sostenitori innocui e sostanzialmente irrilevanti.

Come scrive DeBortoli, “Possono essere maggioranza nel dibattito delle idee, pur restando minoranza nel Paese”. A giocare con le parole morte, chiaccherando del nulla, pochi e ininfluenti, ma lodati dal manovratore.

lunedì 17 ottobre 2011

LA MADONNA SISTINA

di Vassili Grossman

E' IN QUESTO MODO CHE L'UOMO VA INCONTRO AL SUO DESTINO
tradotto dalla versione francese di Sophie Benech,
edita da Editions Interférences, Parigi, 2002

Dopo aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per quasi dieci anni.

Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania, si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.

E fu così che il 30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.

Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”, ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vitalità di alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, scomparsi loro, le altre creature che avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…

Dodici generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai giorni nostri.

È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute, da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e dai cattivi.

Da quando questo quadro esiste, sono stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli alchimisti, i telai dei tessitori, i bastimenti a vela e le diligenze, i moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni termonucleari. Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstoj hanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.

Ho visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre… La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.

Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.

domenica 16 ottobre 2011

LA CHIESA DI CARTONE

QUELL’IDEA DI CRISTIANESIMO PER CUI IL BENE È PIÙ DELLA FEDE.
Giovanni Bazoli è il cosidetto “gnomo” della famosa finanza bianca.
Cattolico democratico doc, grande elettore di Romano Prodi. Signore di Banca Intesa.
E soprattutto azionista di peso nel Corriere della Sera.


Cresciuto alla scuola dei Re Giuseppe (Dossetti e Lazzati) il principe Giovanni è rimasto un fucino a tutto tondo: scelta per i poveri e finanza come servizio. Insomma, un “beato banchiere” con un piede nell’opaco gotha finanziario e politico, l’altro nella sfolgorante luce delle opere di carità e della cosiddetta società civile. Di dove gli derivi l’autorità morale che gli riconoscono, prossimi e lontani, forse , sembra di capire, non dipende dal fatto che sia un buon samaritano.


Ogni tanto però Bazoli è spiazzante. Come nel suo editoriale di venerdì 7 ottobre sul Corriere della Sera, dove celebra l’inutilità del Cristianesimo raccontato nel “Villaggio di Cartone” di Ermanno Olmi, pellicola finanziata da Banca Intesa.


Fraternizzando con il perfetto ideale filantropico a cui si converte il prete protagonista del film, il principe Giovanni si dichiara attestato sul medesimo crinale del chierico che confessa: “ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare il bene non serve la fede.”


Peccato che proprio oggi Benedetto XVI abbia indetto “l’anno della Fede” motivandolo con l’opportunità di richiamare la bellezza e la centralità della fede. Ma il 7 ottobre, quando il principe Giovanni scriveva il suo articolo, ancora non si sapeva di questa “centralità” della fede….

GLI SQUADRISTI DELL'ANTIPOLITICA

INDIGNATI/ Quegli "arrabbiati"
part time
figli dell'ultimo Aventino
del Pd


Salvatore Abbruzzese  intervistato dal sussidiarionet sabato 15 ottobre 2011


“La guerriglia a Roma è la conseguenza di un enorme e prolungato processo di diseducazione culturale, che non può che portare un giovane ad avere una visione distorta della realtà”. Salvatore Abbruzzese, docente di Sociologia all’Università di Trento, contattato da Ilsussidiario.net commenta così le violenze nel corso della manifestazione degli indignados nella Capitale. Il corteo, cui hanno partecipato diversi black bloc, ha portato a incendi, assalti e devastazioni anche nei confronti del ministero della Difesa e ad almeno 20 feriti. Ma l’aspetto più inquietante dell’analisi del sociologo è che “gli indignados che hanno messo a ferro e fuoco la Capitale non sono affatto diversi dalla maggioranza dei giovani italiani, ma sono soltanto quelli che hanno reagito sulla spinta del ‘bombardamento’ messo in atto dai media”.

Professor Abbruzzese, mentre parliamo a Roma si contano i feriti e le devastazioni
Quanto avvenuto oggi pomeriggio è la conseguenza, l’atto finale di un enorme processo di diseducazione culturale. Due parti del Paese si sono totalmente perse di vista l’una dall’altra, e da un lato c’è un mondo che bene o male governa, dall’altra un’opposizione che sta alimentando da tempo una protesta veramente estrema. La strategia è quella di iniettare ogni giorno semi di vero odio, e dopo anni di questa terapia al vetriolo molte persone che si nutrono di quel tipo di informazione non possono che ricavarne un’immagine assolutamente lacerata della realtà. Per riuscire a comprendere le persone che hanno messo Roma a ferro e fuoco, basta andare a vedere l’informazione che alimenta i loro gesti violenti. Se un giovane si abitua a una visione assolutamente distorta ed enfatica della realtà, poi in perfetta buona fede finisce per convincersi che un intero mondo ce l’abbia con lui.
Ma che colpa hanno opposizione, giornali, maitre à penser se un manipolo di esagitati strumentalizza una manifestazione pacifica?
Il punto è che oggi in Italia è venuto a mancare quello che in passato, anche nei passaggi più bui della nostra storia, abbiamo sempre avuto: un linguaggio condiviso, un orizzonte di senso che faceva da tessuto comune per tutto il Paese. Tutto si è rapidamente dissolto, e ho sempre più la sensazione che queste persone vivano su un altro pianeta.

Intende dire i black bloc o la cultura che li alimenta?
Mi riferisco a chi legge la vita politica contemporanea in un certo modo. Per anni per esempio la nostra attuale classe dirigente è stata accusata di collusione con la mafia. In seguito si è venuti a scoprire che la trattativa Stato-mafia è stata in realtà condotta da un Presidente della Repubblica di centrosinistra e da un ministro di Grazia e Giustizia anche lui dello stesso schieramento. Dopo che a lungo un governo liberamente eletto era stato screditato nella maniera più radicale, sostenendo in ogni sede che sarebbe stato veramente al soldo della mafia. I 20enni che leggono queste affermazioni per mesi o anni, è inevitabile che finiscano per avere una visione lacerata della realtà.



Ma è un caso che le violenze siano esplose proprio oggi?
Di certo non ha giovato la scelta di giovedì dell’opposizione, che ha addirittura disertato il Parlamento scegliendo l’Aventino: in questo modo è stato evocato quanto compiuto durante il governo Mussolini dopo l’uccisione di Giacomo Matteotti. Il messaggio è chiaro: significa che questo governo è incostituzionale. Ed è abbastanza cinico pretendere di giocare la partita su questo piano, negando la legittimità a un governo liberamente eletto, senza abbozzare un minimo di analisi politica, di proposta economica e sociale. Siamo ridotti al discredito, senza se e senza ma, nei confronti delle nostre istituzioni, e questo rafforza ancora di più nelle loro convinzioni le persone con una visione totalmente distorta delle cose.

E questo porta a incendiare i ministeri, come è avvenuto oggi?
Sì, portando a una situazione di massa nella quale poi si introduce un nucleo di mille o duemila persone, drop out e borderline, che girano per l’Europa spostandosi da un Paese all’altro e facendo il gioco della guerriglia urbana. Si tratta di una minoranza rispetto al grosso dei manifestanti, che rappresenta il prodotto della nostra società avanzata. Un giorno fanno i no Tav, il giorno dopo gli indignados, ma il nocciolo duro è composti sempre dalle stesse persone.

Quali sono il background e i valori ideali degli indignados?
Sono gli stessi di tutte le altre persone. Il valore all’origine di queste proteste è sempre il desiderio di realizzazione profonda, di una vita piena: qualcosa di buono quindi. La tragedia consiste nel trasformare queste aspirazioni positive in vere e proprie armi da guerra, facendo credere ai giovani che esista un complotto internazionale, provocato da non so quale compagine misteriosa, che in qualche maniera sarebbe responsabile della loro mancata realizzazione. La realtà è molto più grave, in quanto non esiste un responsabile ma è un intero sistema economico che non funziona. Ed è quindi gravemente riduttivo rispondere con un assalto al bancomat. Non ci sono infatti sono le banche o le multinazionali, ma anche gli interessi corporativi: e questi ultimi possono essere quelli dei tassisti romani, dei pensionati a 58 anni o delle federazioni di professori.
Qual è invece l’estrazione economica degli indignados?
Gli indignados sono composti da due estremi che si toccano. Il primo è quella di chi entra in piazza con il biglietto di andata e di ritorno. Cioè di coloro che, qualunque cosa facciano, hanno una situazione familiare che consente loro di partecipare a queste manifestazioni come a una parentesi in una vita agiata. E poi ci sono le persone con il biglietto di sola andata: quelle cioè disperate, marginali e che stanno davvero male.

Quali sono le differenze tra gli indignados di Roma e quelli che hanno protestato a New York davanti a Wall Street?
Quelli americani hanno di fronte a loro uno Stato profondamente unitario. L’America è provvista di un formidabile tessuto connettivo che consente da una parte ai giovani di indignarsi, e dall’altra al Congresso di prendere atto della protesta, articolarla in proposte e alimentare così una spirale positiva. Il potere negli Usa, pur nella normale dialettica tra democratici e repubblicani, poggia le basi su un terreno politico profondamente unitario. In Italia tutto questo manca. Chi protesta quindi non ha di fronte a sé un’istituzione coesa, ma una realtà fortemente frastagliata, basata sulla guerra tra gruppi. E questo amplifica fortemente le possibili conseguenze nel nostro Paese di una protesta come quella degli indignados.

(intervista di Pietro Vernizzi)

sabato 15 ottobre 2011

L'INIZIO DELLA NUOVA VITA

BENEDETTO XVI: UDIENZA GENERALE, Roma, Piazza San Pietro, 12.10.2011
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.

(…) Una semina che è accompagnata dalle lacrime, perché si getta ciò che potrebbe ancora diventare pane, esponendosi a un’attesa piena di incertezze: il contadino lavora, prepara il terreno, sparge il seme, ma, come illustra bene la parabola del seminatore, non sa dove questo seme cadrà, se gli uccelli lo mangeranno, se attecchirà, se metterà radici, se diventerà spiga. Gettare il seme è un gesto di fiducia e di speranza; è necessaria l’operosità dell’uomo, ma poi si deve entrare in un’attesa impotente, ben sapendo che molti fattori saranno determinanti per il buon esito del raccolto e che il rischio di un fallimento è sempre in agguato. Eppure, anno dopo anno, il contadino ripete il suo gesto e getta il suo seme. E quando questo diventa spiga, e i campi si riempiono di messi, ecco la gioia di chi è davanti a un prodigio straordinario. (…) È il mistero nascosto della vita, sono le meravigliose "grandi cose" della salvezza che il Signore opera nella storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto. L’intervento divino, quando si manifesta in pienezza, mostra una dimensione prorompente, come i torrenti del Neghev e come il grano nei campi, (…) Alla mietitura, tutto è trasformato, il pianto è finito, ha lasciato il posto a grida di gioia esultante.


(…) Cari fratelli e sorelle, il Salmo 126 ci insegna che, nella nostra preghiera, dobbiamo rimanere sempre aperti alla speranza e saldi nella fede in Dio. La nostra storia, anche se segnata spesso da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza e di "ristabilimento delle sorti". (…) E dobbiamo imparare questo anche nelle notti buie; non dimenticare che la luce c'è, che Dio è già in mezzo alla nostra vita e che possiamo seminare con la grande fiducia che il "sì" di Dio è più forte di tutti noi. E' importante non perdere questo ricordo della presenza di Dio nella nostra vita, questa gioia profonda che Dio è entrato nella nostra vita, liberandoci: è la gratitudine per la scoperta di Gesù Cristo, che è venuto da noi. E questa gratitudine si trasforma in speranza, è stella della speranza che ci dà la fiducia, è la luce, perché proprio i dolori della seminagione sono l'inizio della nuova vita, della grande e definitiva gioia di Dio.

INDIGNADOS: SOLITUDINE, RIFIUTO DELLA RESPONSABILITA', DISTRUZIONE DEI LEGAMI SOCIALI, MANCANZA DI SPERANZA



Indignados, la Quarta Rivoluzione

di Massimo Introvigne 14-10-2011
da Labussolaquotidiana


Oggi sabato 15 ottobre, si svolge la giornata internazionale di mobilitazione degli "indignados", e la manifestazione di Roma sarà il suo fulcro in Italia.

Ma chi sono gli "indignados" che scendono in piazza in Spagna, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Italia e la cui protesta sembra inarrestabile? Il nome viene da un libretto pubblicato nel 2010 in Francia da un piccolo editore (Indigène éditions di Montpellier) che si è trasformato in successo mondiale, Indignez-vous ! (Pour une insurrection pacifique) - trad. it., Indignatevi!, Add editore, Torino 2011 -, del vecchio (novantatré anni) ex militante della Resistenza francese, ambasciatore e uomo politico Stéphane Hessel. Questo nuovo "libretto rosso" di una rivoluzione fai da te è ampiamente sopravvalutato.
Hessel attacca quella che in Italia siamo abituati a chiamare la "casta" - politici, industriali, Chiesa - ma i suoi critici fanno notare che ne ha sempre fatto parte. E il suo legame politico con Dominique Strauss-Kahn è diventato fonte d'imbarazzo dopo gli incidenti a sfondo sessuale che hanno coinvolto l'ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale.

Il contenuto, poi, è di una povertà desolante. Un critico davvero insospettabile, il giornalista del quotidiano di sinistra Libération Pierre Marcelle, ha chiamato Hessel «il Babbo Natale delle buone coscienze». Le trenta paginette che si vorrebbero anticonformiste di Indignatevi! sono in realtà un inno al più vieto conformismo politicamente corretto, e lasciano l'impressione che per superare la crisi in atto non ci sia bisogno di fare sacrifici. Basterebbe che i cattivi che si sono impadroniti della politica e dell'economia siano sostituiti da "buoni" dalle caratteristiche molto vaghe: leali, generosi, un po' antiamericani e anti-israeliani, fedeli ai "valori della Resistenza" - ci mancherebbe altro - e capaci di emozionarsi per i "nuovi diritti"rivendicati dalle femministe e dagli omosessuali.

I primi "indignados" - di qui il nome spagnolo - si sono manifestati il 15 maggio 2011 a Madrid. Come ha fatto notare il teologo spagnolo don Javier Prades-López a un convegno organizzato dal cardinale Angelo Scola a Venezia, gli "indignados" se la sono presa per prima cosa con la Chiesa e hanno finito pr contestare il Papa e la Giornata Mondiale della Gioventù. Questa è un'importante differenza sia con i vecchi no global, che non erano certo filocattolici ma che non avevano la Chiesa tra gli obiettivi principali, sia con le folle delle "primavere arabe", che anzi in parte, contestando dittature "laiche", chiedevano più e non meno religione.
L'aspetto anticattolico sottolineato da Prades-López e l'insistenza sui "nuovi diritti" non vanno in alcun modo sottovalutati. Ma ugualmente importante è la rivolta contro la politica in genere, contro la "casta" e l'idea che la crisi economica derivi da colpe individuali di singoli esponenti del mondo politico e finanziario, così che gli "indignados" non vogliono in nessun modo pagarne il costo. A Roma si è sentito rivendicare un «diritto all'insolvenza», a non pagare i debiti. A Londra si sono visti giovani sfasciare vetrine chiedendo non il pane - come in Tunisia -, ma il diritto al cellulare ultimo modello o all'abito di marca. A Parigi gli slogan contro tutti i partiti e gli inviti ad astenersi dal voto elettorale hanno turbato lo stesso Hessel, che ha sempre fatto politica di partito e che forse ora si è accorto di avere aperto un vaso di Pandora.

Ma per capire gli «indignados» non bastano gli analisti politici. Ci serve una teologia della storia. Papa Benedetto XVI ha parlato questo mese in Calabria della «mutazione antropologica» di una generazione che vive nella realtà virtuale di Internet e degli smartphone e rischia di perdere il contatto con il mondo reale. Il pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), nel suo grande affresco della scristianizzazione dell'Occidente, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (cfr. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario, a cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009), vedeva la Rivoluzione, con la "R" maiuscola, come un processo di progressiva distruzione dei legami sociali che avevano fatto dell'Occidente cristiano quello che era.
Prima i legami religiosi, con la rottura con Roma del protestantesimo;
poi i legami politici organici fondati sulla ricchezza dei corpi intermedi, sostituiti da un freddo rapporto fra il cittadino e lo Stato moderno, con la Rivoluzione francese;
infine i legami economici, con il comunismo e l'assorbimento di tutta la vita economica nello Stato. Più tardi, Corrêa de Oliveira aggiunse alle prime tre fasi quella che chiamava
Quarta Rivoluzione, che aveva il suo momento emblematico nel 1968 e non attaccava più legami macrosociali, ma microsociali - la famiglia, il legame fra madre e figlio con l'aborto - e perfino i legami dell'uomo con se stesso con la droga, l'ideologia di genere, l'eutanasia.

Il 1968 era tutto questo, ma la Terza Rivoluzione - quella comunista - era ancora così forte da riuscire largamente a recuperarlo. I no global - in parte professionisti del disordine, in parte nostalgici di forme arcaiche di marxismo - rappresentano la transizione fra un movimentismo di Terza e uno di Quarta Rivoluzione.

Gli "indignados" sembrano essere insieme la causa e l'effetto di una Quarta Rivoluzione che ha portato alle estreme conseguenze lo spappolamento del corpo sociale, la solitudine di tutti da tutti, e contro tutti, il rifiuto di ogni responsabilità - ben simboleggiato dalla rivendicazione del diritto a non pagare i debiti e dagli insulti al Papa, in quanto richiama all'esistenza di doveri -, la mancanza assoluta di prospettive e, in fondo, anche di speranza. Ci volevano oltre quarant'anni di Quarta Rivoluzione perché le piazze potessero riempirsi di "indignados".

Si tratta di movimenti che sono stati sempre manipolati e riassorbiti da qualche demagogo politico. Avverrà anche questa volta? Si è candidato Beppe Grillo, che si è affrettato ad accorrere anche a Madrid ai primi segni di vita degli "indignados". E abbiamo visto emergere partiti paradossali, del nulla, intitolati alla pirateria informatica o, com'è appena avvenuto in Polonia, a una collezione raffazzonata di «nuovi diritti» tenuti insieme dall'anticlericalismo. Questi partiti non vincono le elezioni, ma è già inquietante che ottengano seggi ed entrino nei parlamenti.

Quanto ai politici tradizionali - compresi quelli di sinistra - sperano talora di sfruttare gli "indignados" ma ne ricavano principalmente uova marce. L'incomprensione, e le uova marce, spiegano perché la politica non solo non sia in grado di rispondere alle poche rivendicazioni sensate degli "indignados" - che sono di carattere economico immediato, ovvero denunciano lo scandalo reale di classi dirigenti che chiedono sacrifici cui non sono disponibili a partecipare di persona -, ma anche perché, intimidita, non sia neppure in grado di garantire l'ordine pubblico come dovrebbe fare quando le proteste degenerano in intollerabili violenze.

La presenza degli "indignados" dà ragione a Benedetto XVI: siamo di fronte a un degrado antropologico che spesso inizia con il manifestarsi come ostilità alla Chiesa e al cristianesimo. È certo necessaria una risposta di ordine pubblico alle frange violente, che non si lasci intimidire da nessuna retorica buonista. Ma affrontare seriamente il problema degli "indignados" significa operare con pazienza per ricostituire i legami sociali e personali spezzati da una lunga Rivoluzione. Per gli uomini e le donne di buona volontà - lo ha detto il Papa al Parlamento Federale tedesco - questo si chiama ritorno al diritto naturale, all'idea che esistono doveri e non solo diritti, a una chiara nozione del bene e del male. Per i cattolici, si chiama nuova evangelizzazione.

UNA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

BENEDETTO XVI: OMELIA NELLA CELEBRAZIONE DEI VESPRI, CHIESA DELLA CERTOSA DI SERRA SAN BRUNO, 9 0TT0BRE 2011
      (...) Il progresso tecnico, segnatamente nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte. Negli ultimi decenni, poi, lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine.(…)

venerdì 14 ottobre 2011

UNA PRESENZA DOMINA LA REALTA'

Durante una gita in montagna, c’era un punto molto esposto, la cresta era franata ed era rimasto aperto un buco di poco più di mezzo metro che dava sul vuoto. Lungo il sentiero c’erano davanti un adulto con due ragazzini; a un certo punto, l’adulto è passato ed è passato anche il primo ragazzino, mentre il
secondo è rimasto bloccato. Inizialmente ho interpretato che fosse per una questione psicologica, un’insicurezza che il primo, magari più spavaldo, non aveva. Ma poi ho scoperto che il primo era il figlio dell’adulto che era passato, mentre l’altro era un amico. E lì mi si è chiarita la questione. Per il secondo la realtà era solo quel buco che dava sul vuoto, era solo «il problema» che doveva superare e non sapeva se ne avrebbe avuto le forze. Perciò era rimasto bloccato. Mentre per il primo la realtà era il buco e il padre, il padre che era lì con lui e che era passato, era già passato, tutte e due le cose insieme. C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà: se la ragione non riconosce questa Presenza dentro la realtà, la realtà è ridotta e la ragione è bloccata.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

LA PIOGGIA ACIDA CHE MINACCIA LA FEDE

La sfida è culturale, non politica


di Luigi Negri* da la bussola quotidiana 14-10-2011


Cerco di immedesimarmi nella complessità e nella contraddittorietà della situazione italiana, culturale, sociale, politica e, di riflesso anche ecclesiale, cercando di percepire il tipo di sfida che viene alla mia presenza di pastore, di guida di una comunità ecclesiale.

Ora è indubbio che come ho detto tante altre volte - ma mi sembra giustissimo ribadirlo – quella cui siamo di fronte è una gravissima crisi di carattere culturale. Culturale nel senso sostanziale della parola cultura, che io ho imparato congiuntamente da don Luigi Giussani e da Giovanni Paolo II: quella impostazione sostanziale della vita umana come senso, come significato, come bellezza, come giustizia, come bene. Questa cultura primaria – così la chiamava Giovanni Paolo II nell’indimenticabile allocuzione all’Unesco del 1° luglio 1980 - questa cultura di base è sostanzialmente sparita dal nostro paese.
Ed è anche l’occasione per dire che chi ha spazzato via la cultura del nostro popolo è questa specie di ideologia, blanda come formulazioni ma durissima come realizzazioni, che possiamo ascrivere a quel fermentare di posizioni massoniche, razionaliste, consumiste, comuniste (o meglio, materialiste) che sono ferreamente dominate dal massmediatico. I mass media – recuperando una bellissima immagine di Benedetto XVI in Germania – hanno fatto piovere sulla nostra fede e sul nostro popolo la pioggia acida di questa ideologia del massmediaticamente corretto.


E’ un vuoto, è un vuoto che si ammanta di perbenismo, di rispettabilità, di sviscerata devozione alle istituzioni sociali da cui deriverebbero tutti i diritti. In pratica siamo tornati all’assolutismo di stato, all’assolutismo della società, i diritti non sono recepiti dall’uomo nell’ambito della sua coscienza nel confronto aperto con il mistero, con Dio. No, i diritti sono quelli che la società riconosce, promuove. Ecco quindi servito Benedetto XVI con i suoi valori non negoziabili. L’abolizione dei cosiddetti valori non negoziabili, così come formulati dal Papa, sarà di fatto il fil rouge dei programmi di tutte le formazioni socio-politiche, soprattutto quelle che si collocano o si collocheranno a sinistra. E non ci si illuda di perseguire così il bene comune. Il bene comune - che è una realtà ampia e variegata che si attua in certe precise condizioni di carattere sociale - è l’espressione di un cuore più profondo. E Il cuore più profondo sono i valori non negoziabili.

C’è dunque un disagio, che è un disagio fortissimo, perché mancando la cultura mancano gli uomini, mancano le personalità capaci di assumersi le proprie responsabilità, capaci di dare giudizi, capaci di porre azioni conseguenti.

La politica è una miseria, ma quale altro campo della nostra vita culturale e sociale non mostra questa miseria? Questa assenza di personalità significative, questo morire ogni giorno nella polemica politica o culturale nella banalità della cosiddetta vita privata che diventa, per gli uni e per gli altri senza molta differenza, una questione di Stato.
Allora io credo che la Chiesa debba rifuggire la tentazione di intervenire velocemente per cercare di risolvere velocemente le cose. Questi non sono problemi che si risolvono velocemente, queste crisi hanno bisogno di un lungo processo educativo . E il processo educativo non si fa con le autostrade, il processo educativo si fa camminando per sentieri, salendo greppi – come dicono nei posti dove sono vescovo -, faticando giorno dopo giorno perché la cultura di base che la Chiesa propone diventi forma della personalità, riferimenti valoriali ultimi, obiettivi personali, familiari, sociali. L’educazione non si improvvisa e soprattutto non è frutto di qualche slogan ben detto o di qualche pubblicazione di grande o di piccolo respiro. Dobbiamo tornare a educare il nostro popolo a partire dalla fede in modo che il fenomeno della evangelizzazione diventi educazione, l’educazione diventi formazione di personalità.

Certo, la società è in crisi nel suo aspetto politico, ma la società non è forse in crisi nel suo aspetto familiare? La crisi sociale è un aspetto di questa impressionante crisi familiare per cui le famiglie, distrutte nella maggior parte della loro realtà, sono incapaci di dare ai giovani e ai più giovani degli orientamenti sicuri per vivere, e quindi quelle ragioni per vivere senza la formulazione delle quali non esiste possibilità di educazione.

Il compito è formare un popolo di laici che si assumano poi la responsabilità dei giudizi e delle azioni conseguenti; si deve fuggire la tentazione di creare un popolo o un pseudo popolo di credenti che poi accetti di essere telecomandato dall’ecclesiasticità nei punti di maggiore responsabilità. Non dobbiamo in nessun modo sostituirci ai laici nell’impresa totalmente loro di portare dentro una società come la nostra il loro contributo originale di intelligenza, di passione, di educazione, di capacità costruttiva.
Io credo che sia una grande sfida. Non possiamo disperderci su altre sfide pretendendo che noi siamo sfidati nel campo delle indicazioni alla soluzione dei problemi concreti sociali e politici, o che siamo sfidati nella individuazione di strategie a breve o lungo termine per la soluzione dei problemi socio-politici. Noi siamo sfidati sull’essenza della nostra identità, della nostra missione. Giovanni XXIII ha detto che se la Chiesa non è maestra non è neanche madre, se è madre non può che essere maestra. E’ una strada, lunga ma affascinante, lungo la quale è possibile incontrare persone vicine o lontane, ma che sono disponibili alla conversione dell’intelligenza e del cuore.
Sembra un discorso astratto? Credo ci sia una parte dell’ecclesiasticità che sbufferà sentendo queste cose come se queste cose fossero astratte. Ma questa è l’astrazione che cambia la storia. La concretezza di tanti, anche cattolici, finisce per morire nella storia.

* Vescovo di San Marino Montefeltro

giovedì 13 ottobre 2011

MA QUALE CAMBIO DI STRATEGIA?

Qualche giorno fa  il Papa a Lamezia Terme, fra l’altro, ha detto:


“Auspico vivamente che da tali iniziative (la Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa, ndr) scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune».

Di seguito il commento di Rocco Buttiglione, presidente dell’UDC:

“Accogliamo come sempre con rispetto, grande interesse e partecipazione le parole di Papa Benedetto XVI, che vanno interiorizzate nella loro interezza. Sottolineo però la parte relativa all’impegno di una nuova generazione di cattolici in politica. In particolare mi sembra di cogliere lo stimolo a maturare un cambio di strategia da parte dei cattolici impegnati in politica: non è più sufficiente la difesa dei valori non negoziabili, occorre invece partecipare attivamente alla ricostruzione del bene comune nel suo complesso e al rilancio del nostro Paese”.

Quindi, secondo Buttiglione, il Papa direbbe: i valori non negoziabili (cioè vita, famiglia, libertà di educazione), non bastano più, sono interessi di parte, bisogna cambiare strategia!

Insomma: contrordine compagni, basta con i valori non negoziabili, avanti col sociale (così poi le alleanze a sinistra sono più facili), e quindi, evidentemente,….vai col terzo polo e vota UDC!

Il suo ufficio stampa ha addirittura titolato il comunicato: Buttiglione: “Accogliamo l’invito del Papa a un cambio di strategia politica”. Tanto strumentale da essere imbarazzante.

Come se lavorare per vita, famiglia e libertà di educazione non significasse lavorare per il bene comune, come se si potessero costruire politiche sociali senza fondarsi sui valori non negoziabili. Come se fosse possibile costruire politiche familiari senza una definizione chiara di famiglia (e poi si finisce come in Francia, con la metà dei figli nati al di fuori del matrimonio, e ci sono cattolici che la prendono pure a modello!). Come se fosse possibile occuparsi di politiche sociali senza avere chiaro che la vita si difende dal concepimento alla morte naturale, e che la famiglia, e non i singoli individui, è la cellula base della società.

Ma è questo che sta circolando, da un po’ di tempo. Il tentativo di mettere da parte i valori non negoziabili, per facilitare certe alleanze e ricreare un centrosinistra alla Prodi. E quindi si arriva al paradosso per il quale in nome della richiesta di impegno dei cattolici in politica, si vogliono far fuori i pilastri della presenza pubblica dei cattolici.

C’è chi vuole far credere che i cattolici finora sono stati irrilevanti in politica, nonostante il lungo e felice periodo “ruiniano” abbia portato per la prima volta i cattolici a vittorie pubbliche dal punto di vista politico e culturale, dopo l’epoca delle sconfitte clamorose su divorzio e aborto: dalla legge 40, approvata in parlamento e difesa da un referendum, all’abbattimento del riconoscimento delle coppie di fatto, con il Family Day, alla battaglia per Eluana Englaro, che è stata combattuta pubblicamente, mostrando cosa significa spendersi pubblicamente senza timore per difendere una vita fragile (senza battaglia pubblica sarebbe avvenuto tutto nel silenzio) e che ci sta portando a una legge sul fine vita che esclude l’eutanasia che stava entrando surrettiziamente in Italia, e molto altro di cui potremmo parlare.

Ma se i cattolici fin qui fossero stati davvero irrilevanti, perché mai adesso ci sarebbe tutta questa attenzione nei loro confronti?

I cattolici NON sono stati irrilevanti quando hanno intelligentemente combattuto avendo i valori non negoziabili come priorità. Le battaglie che dicevamo prima, tra l’altro, non ce le siamo cercate noi cattolici, ci sono letteralmente venute addosso, e così continuerà a succedere, perché questi sono i tempi.

E c’è qualcuno che, chissà mai perché, vorrebbe convincermi che per farsi valere i cattolici dovrebbero lasciar da parte tutto questo per costruire un “bene comune” non meglio identificato, che probabilmente coincide con qualche alleanza parlamentare diversa da quella adesso al governo….. ma mi faccia il piacere, direbbe Totò.

E intanto, in Egitto una protesta dei copti per una loro chiesa incendiata affoga nel sangue. Alla faccia della primavera araba. Ma chi ci crede più?


da Stranocristiano

CATTOLICI E POLITICA: UN NUOVO PARTITO?

Cattolici in politica di Stefano Fontana

10-10-2011 la bussola quotidiana


Sulla questione dei cattolici in politica esistono tuttora molti nodi irrisolti. Una nuova collocazione politica, una nuova classe politica, nuovi partiti politici non si improvvisano e non è sufficiente che si creino dei vuoti politici o che si aprano dei periodi di transizione per rendere più facile la presenza dei cattolici in politica.

Nell’attuale fase ricorre continuamente l’idea che oggi i cattolici italiani siano più uniti di un tempo. Il fatto che siano nate numerose iniziative di associazioni e movimenti cattolici in rete viene interpretato come un fenomeno nuovo: fino a ieri non ci parlavamo nemmeno, ora almeno ci parliamo. Ma le cose sono più complesse.

Oggi i cattolici sono divisi tra centro-destra e centro-sinistra. Molti credono che ciò sia dovuto al bipolarismo che, ancorché imperfetto, obbliga tutti a schierarsi di qua o di là. La tesi suona pressappoco così: dopo il referendum del 1993 e la discesa in campo di Berlusconi del 1994 si è aperta la fase del bipolarismo, che ha impedito ai cattolici di rimanere uniti. L’ultimo tentativo è stato quello di Martinazzoli, che si è presentato alle elezioni del 1994 posizionandosi al centro. Era riuscito a guadagnare il 10 per cento dei voti, ma non c’era più alcuno spazio per farli contare politicamente.

Insomma, a dividere i cattolici sarebbe stato il sistema elettorale. Hanno pensato così a lungo in molti e forse qualcuno lo pensa anche adesso, ritenendo che un nuovo partito di centro, una Udc allargata un po’ di qua e un po’ di là, potrebbe fare alla bisogna. Ma così non è.
I cattolici erano – e sono - divisi molto prima di entrare in cabina elettorale. Sono divisi, a dire il vero, in molti rigagnoli, ma lo sono soprattutto in due parti. Due aree prima di tutto teologiche e solo in seconda battuta politiche. Due aree che riguardano il modo di vedere il rapporto della Chiesa con il mondo e la stessa identità cristiana. Due concezioni e due sensibilità che in questi ultimi anni non si sono avvicinate, nonostante i giudizi irenici dei benpensanti. Dalla politica, la divisione, come un’onda di ritorno, investe le comunità cristiane, spesso lacerandole; ma questo capita perché divise lo erano già in quanto sostenitrici di due modi di essere del cristiano nella società moderna.
Se prendiamo, per esempio, una piccola ma significativa associazione cattolica come “Agire politicamente”, l’associazione di cattolici democratici fondata da Giorgio Campanini e Alberto Monticone. E se prendiamo specularmente “Alleanza cattolica”, troviamo due modi di intendere la missione della Chiesa nel mondo, il ruolo del magistero e quello dei fedeli laici, la necessità o meno di appellarsi alla legge naturale, il posto della coscienza personale nelle scelte politiche, il significato e i limiti della laicità e della democrazia, lo spessore del ruolo pubblico del cristianesimo e così via … quasi totalmente contrapposti. Le diversità sono tante e non riguardano temi marginali.
Capita così che davanti alle grandi scelte, la divisione sia inevitabile. Anche nel periodo del Cardinale Ruini non si è avuto un atteggiamento unanime sulle questioni che contano. Romano Prodi rimandò al mittente l’invito del Presidente della CEI di astenersi dal referendum sulla legge 40 e Rosy Bindi contravvenì all’indicazione andando a votare, anche se per il no. Fu allora che Romano Prodi disse di essere un “cattolico adulto” e da allora questa è diventata l’espressione più efficace per dividere i due campi dell’impegno politico dei cattolici: quello dei cattolici adulti e quello dei cattolici non adulti, rivendicando con orgoglio gli uni e gli altri questa loro caratteristica. Il cattolico adulto è quello che prima è di centro-sinistra e poi è cattolico, il cattolico non adulto è quello che prima è cattolico e poi è di centro-destra. La divisione non è tanto tra centro-sinistra e centro-destra, ma tra adulti e non adulti. Il bipolarismo ha solo dato due case politiche diverse a chi era già diviso.


Un punto poteva dirimere la questione: i principi non negoziabili enunciati da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. I principi non negoziabili avrebbero potuto costituire una premessa che tutti i cattolici impegnati in politica avrebbero dovuto preventivamente accettare. Una specie di preambolo per avere il diritto di chiamarsi cattolico in politica. Ma anche questo non è avvenuto, purtroppo, soprattutto per tre motivi.
Il magistero episcopale è stato debole nel porre questa questione. Eppure, secondo molti interpreti, stava indicando la nascita di qualcosa di nuovo. Molti vescovi hanno tributato al tema dei principi non negoziabili un ossequio di maniera, senza vedervi la chiave di volta per un impegno maturo e conforme agli insegnamenti di Benedetto XVI.
Il secondo motivo è che i principi non negoziabili non sono stati presentati anche come prioritari, oltre che fondamentali. Tutti i cattolici impegnati in politica dicono di accettarli, solo che alcuni li considerano prioritari e dirimenti, altri li considerano principi tra i tanti, non aventi un valore superiore al tema della giustizia, per esempio, o della lotta alla povertà. Non aver chiarito questo in modo netto da parte del magistero episcopale italiano è stato una ulteriore debolezza.

Il terzo motivo è che non ci si è adoperati per chiarire che i principi non negoziabili non sono affatto confinati nell’etica biomedica, ma riguardano la costruzione dell’intera società con ripercussioni a 360 gradi. E’ così successo che un’area del cattolicesimo accusasse l’altra di “neogentilonismo”, ossia di rinunciare ad avere un programma politico completo per concentrarsi lobbisticamente sul conseguimento di alcuni obiettivi puntuali. A parte che il patto Gentiloni non merita tanto discredito, le cose non stanno così: chi parte dai principi non negoziabili non li intende solo come dei singoli temi, ma come dei criteri e una luce per affrontare anche tutti gli altri temi politici. Del resto Benedetto XVI lo ha detto molte volte.

In questi giorni si parla molto di nuove forme di presenza politica dei cattolici. Ma il rischio è che si voglia cominciare dalla foce piuttosto che dalla sorgente.


DIS-EDUCAZIONE

C'era una volta la Costituzione


Immaginatevi una cosa bella a cui tenete tanto, qualsiasi cosa, date spazio alla fantasia. Ad esempio una preziosa tovaglia riccamente ricamata lasciatavi in dono dalla nonna da utilizzare per le grandi occasioni. Arriva la grande occasione da festeggiare, prendete la tovaglia riposta nell'armadio e, con grande dispiacere, scoprite che è stata assaltata da animaletti striscianti che hanno creato buchi e falle ognidove nel tessuto. Sconcerto, rabbia, dispiacere, tutte emozioni che in un baleno attraversano la vostra mente.

Ecco questa è esattamente l'impressione che ho avuto nel vedere come l'Emilia Romagna ha ridotto la nostra Costituzione spiegata ai giovani. Occorre qui una spiegazione.

La Regione Emilia Romagna con l'intento di spiegare la costituzione ai giovani, ha interpellato fumettisti, famosi e non, realizzando una mostra che illustra alcuni articoli della costituzione. Ebbene, questa mostra sta girando l'Italia in occasione dei 150 anni e la Giunta Regionale dell'Emilia Romagna ha deciso di distribuirne il catalogo agli studenti della Regione.

Fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare, l'intento è buono, ma il risultato è più che deleterio, ovvero ci troviamo di fronte all'ennesima trasformazione, altro che educazione civica, questa è vera e propria dis-educazione.

Il fatto stesso che vengano considerati solo alcuni articoli fa pensare: estrazione al lotto, questo si quest'altro no? questo mi piace, questo non mi piace... a mo' di sfoglia la margherita. Preso atto che non sono stati illustrati gli articoli, chissà perché tra quelli non considerati proprio gli artt. 29 e 31, forse perché parlano della famiglia?

Alcuni titolano "La Costituzione per i giovani cancella la famiglia", ma non è certo la non illustrazione di qualche articolo che avrà il potere di cancellare la famiglia, i giovani a cui il documento è rivolto sanno molto bene da dove vengono, dove vivono, chi li ha generati e chi con amore li educa ed alleva.

Il tutto è ancor più sottile e deleterio, guardate la vignetta dell'art. 30 sembra uno spot alla pornografia. Dico questo non perché voglio fare la bacchettona bigotta, ma veramente l'immagine raffigurata non ha alcun senso se non ribadire l'incapacità di alcuni genitori nell'educare i lori figli; a dir il vero a me pare la dimostrazione lapalissiana dell'incapacità di una certa politica di promuovere proposte educative rivolte ai giovani. Purtroppo, chi ci va di mezzo sono proprio loro, i giovani, i nostri figli, perché questo documento finirà in mano proprio a loro, alle migliaia di studenti che magari saranno costretti a studiarlo senza domandarsi quanti sono effettivamente gli articoli della costituzione, o perché alcuni siano più importanti di altri.

Soprattutto, non si domanderanno perché una Giunta Regionale spende una barca di soldi pubblici per istruirli lacunosamente e male contribuendo ad ingigantire le falle del sistema educativo.
Ma l'Emilia Romagna non è la sola, c'è anche chi fa di peggio, ad esempio Milano con Pisapia non è da meno, basti pensare ai pinguini bisex.

Pisapia non è d’accordo con la costituzione italiana: «La Costituzione afferma che la famiglia è fondata sul matrimonio. Io la penso diversamente» sostiene il Sindaco neo-eletto. E allora che fa, decide di spiegare la "famiglia gay" e parte proprio dagli innocenti, dai piccoli che frequentano gli asili milanesi. Presenta ai bambini un libro sulle avventure di Piccolo Uovo, un manualetto sui "diversi tipi di famiglia" dove due pinguini maschi fanno da mamma e papà. E la famiglia tradizionale, quella tra un uomo e una donna, quella dove abitano i piccoli che frequentano gli asili, dov é? Avranno una bella confusione in testa quando a poco a poco gli inculcheranno che stanno vivendo una trasgressione perché la loro famiglia non è normale.

Non aggiungo altro, penso che basti avere un po' di buon senso e queste cose si commentano da sole.

Mi duole però pensare che sono questi gli strumenti a disposizione degli insegnanti per i loro studenti, affinché affrontino un percorso umano e critico.

Insegnanti svegliatevi! o meglio, usando le parole del prof. Nembrini «Se tu non ti occupi della politica, è la politica che si occupa di te».

Nonnainternauta

venerdì 7 ottobre 2011

PER QUATTRO EURO ALL'ORA

Al Direttore: "Morte per quattro euro all'ora" ; oggi molti giornali titolavano così sulla tragedia di Barletta. a parte l'agghiacciante strumentalizzazione di un simile lutto, viene da chiedersi se una busta paga regolare avrebbe potuto evitare il crollo della palazzina.  O se un contratto regolare avrebbe potuto proteggere chi lavorava lì sotto. Forse, una maggiore compostezza nel trattare fatti tanto tristi e sconvolgenti, sarebbe adeguata.
Rodolfo Maida

Risponde il Direttore, Giuliano Ferrara: "Sono dei miserabili, e non lo sanno. sono morte perchè una ruspa ha abbattuto un architrave, per errori e sciatterie amministrative.
... E ora Vendola applaude...il sindaco del PD s'incazza, come io mi incazzo, come tutte le persone serie.

Dal Foglio di oggi

DISFARE QUESTA GIUSTIZIA

di Christian Rocca Tratto da Camillo, il blog di Christian Rocca, 6 ottobre 2011.

Non so se Amanda e Sollecito siano innocenti come dice la sentenza di appello, se abbiano ucciso assieme a Rudy la povera Meredith come sostengono i pm, se sia stato solo Rudy o se non c’entri niente nemmeno lui.
So però che le indagini sono state fatte male da magistrati incompetenti e peraltro noti alle cronache per altre vicende imbarazzanti (mostro di Firenze), che il processo è stato condotto in modo ridicolo e che contro Amanda e Solletico non ci sono prove né movente se non quello, vergognoso, di una sfrenata attività sessuale della ragazza (teneva in casa "vibratori e preservativi" ha detto ancora questa mattina uno dei due pubblici ministeri di Perugia alla Stampa) da sostenere attraverso la demonizzazione pubblica e pruriginosa di Amanda.

Il punto è il sistema giudiziario italiano, che è vero che alla fine, dopo 4 anni di ingiusta detenzione e altre due vite rovinate, ha rimesso le cose a posto, al contrario di quanto sarebbe successo in America dove magari sarebbe scattata la pena di morte e non ci sarebbe stato l’appello.
Ma in America, con questo traballante castello accusatorio, non solo i due ragazzi sarebbero stati assolti in primo grado, ma quasi certamente non sarebbe nemmeno iniziato il processo (come dimostra il dietrofront della procura distrettuale di Manhattan nei confronti di Dominique Strauss Kahn).

A ciò si aggiungano: l’incredibile lentezza dei procedimenti; la vergognosa carcerazione in attesa di giudizio definitivo; la contiguità tra pubblici ministeri e giudici di primo grado che di solito finiscono per accogliere qualsiasi cosa sostenga il pm vicino di stanza; il rapporto stretto tra pubblici ministeri e stampa, come denunciato peraltro anche da Ilda Boccassini, che determina la celebrazione del processo sui giornali e la condanna mediatica degli imputati come strumento per indirizzare la corte ad accogliere la tesi dell’accusa.
Soprattutto l’assoluta irresponsabilità dei pubblici ministeri italiani, i quali non solo non pagano per i loro errori per colpa grave (nonostante un referendum radicale del 1987 votato a stragrande maggioranza imponesse il contrario), ma sono gli unici al mondo a non dover rispondere a nessuno, se non a se stessi attraverso l’organo di autogoverno della magistratura e le correnti politiche e sindacali della magistratura togata.
Un esempio: il pm di Perugia Mignini è stato condannato in primo grado per abuso di ufficio nelle indagini sul mostro di Firenze. Ma invece di essere dirottato in via cautelativa all’ufficio bolli sui passaporti, ha continuato tranquillamente l’attività a Perugia. Con i risultati internazionalmente noti. In America i giudici e i procuratori federali sono eletti o nominati dal governo (nel qual caso servono "at the pleasure of the president"). Rispondono delle loro azioni davanti all’elettorato o al potere politico che è, a sua volta, un potere elettivo.

In altri paesi è il Parlamento a dettare le linee guida per i magistrati. I nostri magistrati invece sono gli unici al mondo a essere indipendenti e irresponsabili. Sono loro stesso che si autocontrollano. La nostra tutela costituzionale, in cambio dell’indipendenza, è l’obbligatorietà dell’azione penale: in teoria dovremmo essere tutelati dal fatto che i magistrati si muovono per obbligo costituzionale ogni volta che incappano in una notizia criminis. Ovviamente non è così, non è possibile, i magistrati non possono che scegliere quale notizia criminis perseguire e quale lasciar perdere.
Se non si rende il potere giudiziario responsabile delle proprie azioni, così come rispondono a qualcuno gli altri due poteri dello Stato (l’esecutivo al Parlamento e il legislativo al corpo elettorale) e se non si separano le carriere e gli organi dei procuratori e dei giudici il caso Amanda continuerà all’infinito.

giovedì 6 ottobre 2011

SENSO RELIGIOSO OPERE POLITICA


"Caro amico, l’intensità delle difficoltà del nostro Paese e nel contempo l’intensitàdell’antipolitica rendono più facile lo scetticismo e il disincanto.

Tuttavia oggi cedere all’indignazione, alla non speranza, al chiamarsi fuori, è la cosa più ovvia e facile mentre quello di cui c’è esattamente più bisogno è non restare alla finestra, anche se appare la scelta più difficile.

Qual è il momento dell’impegno ideale e concreto se non quello in cui le difficoltà sono maggiori ed è più impellente ricostruire, rimettere assieme le persone, educare al senso del bene comune, preparare giovani per l’impegno nella società e nelle istituzioni, cercare proposte per le proprie città, confrontarsi e non solo distruggere l’avversario?


Per noi è esattamente ora e nei prossimi mesi che c’è e ci sarà più bisogno di darsi le ragioni di un impegno anche in politica, accettando il rischio della concretezza. E’ illusorio e ultimamente ingannevole pensare che prima si debbano attendere condizioni migliori o uomini migliori per la politica: le mani si rimboccano ora, provandoci.


Crediamo in tal modo di prendere sul serio anche il pressante invito dei vescovi ad un rinnovato impegno in politica dei cattolici.


Per questo t’invitiamo a seguirci ed a confrontarti con noi nel tentativo di portare avanti quello che anche amici come Lupi, Formigoni, Alfano, Vignali, Farina e altri stanno facendo, anche nel verificare se oggi e nei prossimi mesi il Pdl può avere radicamento e futuro, nella direzione evocata anche da Alfano, del Partito popolare europeo.


Tireremo le conclusioni con onestà e franchezza di questo tentativo, ma non prima di averci provato".


Appello di alcuni amici a cui il blog aderisce,
liberi dall'esito, ma mettendoci la faccia

SCHEMI ROTTI E SUSSIDIARIETA' SDOGANATA

Diciamocelo: fino a poco fa, parlare di sussidiarietà era nella maggior parte dei casi “aria fritta”, esercizio di stile. Fatte salve lodevoli eccezioni (ad es. in Lombardia), i più ne ignoravano il significato o l’applicazione. Però suonava bene. L’incalzare inquietante della crisi, i bilanci pubblici insostenibili hanno posto l’Europa e i comuni italici in una situazione senza precedenti e senza ritorno.

E’ finito lo statalismo assistenziale e non ritornerà, con buona pace delle Camusso. L’arcivescovo di Bologna ha spiegato a chiare lettere di cosa abbiamo bisogno, non solo a Bologna. L’han capito qualcuno a destra e qualcuno anche a sinistra (non tutti). Il cambiamento è stavolta epocale, sul serio e non per modo di dire, ben più della caduta del Muro.

Sopravviverà – anzi, vincerà – chi impara prima e più in fretta cose nuove, casomai riscoprendo cose perdute (la grande capacità, ad esempio, della società italiana di dare risposte ai bisogni prima dello stato e anche senza). Gli specialisti non sono in pole position: non han previsto né capito la crisi e non sanno indicarci uno straccio di uscita. Tutti, dal comunello allo stato, siam chiamati a rompere schemi (anche quelli politici), ad imparare nuovi lavori, nuovi rapporti tra società e PA. Non solo nidi ma anche, ad es., madri di giorno; scuola pubblica, ovvero no al monopolio statale e più pluralità di scuole; un mercato dei servizi pubblici più sussidiario; un fisco non più aguzzino ma equo (soprattutto per la famiglia, oggi intollerabilmente vessata).

Tutti a scuola, quindi, ma a scuola di realtà, di nuove risposte ai bisogni, di nuove reti profit e non profit. Esiste ovviamente, in tutti i grandi processi di cambiamento e apprendimento, un rischio. Che s’impari il cinismo, prevalga la spietatezza cinica del potere (vedi alla voce Cina) e l’abbandono dei più deboli.

La sussidiarietà è anche una battaglia. Culturale, ideale, politica ed operosa. Senza, non perderemo solo benessere. Perderà la democrazia. Infatti c’è in giro molta voglia di poteri forti, la faccia dissimulata della demagogia giacobina.

Gianni Varani

L'UNITA': BRAVO AVVENIRE CONTINUA COSI'

FECONDAZIONE ASSISTITA

da Corrispondenza Romana

Sulla fecondazione assistita, il problema è esclusivamente di fonti.

Cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica? Che quella eterologa è «gravemente disonesta» (n. 2376) e che quella omologa, benché «praticata in seno alla coppia», rimane «moralmente inaccettabile», poiché dissocia «l’atto sessuale dall’atto procreatore» (n. 2377). A ciò si aggiunga la parola del Santo Padre, Benedetto XVI, che il 10 maggio 2008, parlando ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel 40° anniversario dell’enciclica “Humanae Vitae”, ribadì un fermo “no” a qualsiasi forma di procreazione assistita, anche quando avvenga nell’ambito del matrimonio: «Nessuna tecnica meccanica – affermò con estrema chiarezza – può sostituire l’atto d’amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagonisti e compartecipi della creazione».

Allora, a quali fonti ha fatto riferimento il quotidiano della Cei, “Avvenire”, quando, nell’edizione del 27 settembre scorso, a pag. 16, ha esaltato – senza alcun filtro critico – il caso di una donna rimasta gravida dopo esser guarita da un tumore al seno, solo tramite tecniche di fecondazione assistita con produzione di embrioni in vitro? Addirittura definendo questo «un altro successo», che «dà nuove speranze di diventare madri a migliaia di donne»…
Tanto da scatenare l’applauso degli iperlaicisti alla Maurizio Mori: è il presidente dell’autoreferenziale Consulta di Bioetica, che – al di là del nome ampolloso – non è investita di alcuna valenza istituzionale, è una normalissima associazione spontanea, nel cui Consiglio Direttivo, tanto per intenderci, figura come Tesoriere quel Mario Riccio, anestesista e rianimatore presso l’Ospedale di Cremona, divenuto noto a livello nazionale per aver interrotto la ventilazione meccanica che teneva in vita Piergiorgio Welby.
A Mori non dev’esser parso vero di trovare una strizzatina d’occhio alla fecondazione assistita proprio sul quotidiano dei Vescovi. Così ha indirizzato già all’indomani ad “Avvenire” un forte plauso dalle colonne del quotidiano “L’Unità” (dovrebbe far riflettere la sua esclamazione «Bravo Avvenire! Continua così»), evidenziando come «le idee laiche (o laiciste che dir si voglia), sia pure con un po’ di fatica, alla fine si facciano strada e ricevano il giusto riconoscimento anche da chi le aveva avversate».

Autogoal clamoroso da parte del giornale della Cei. Anche perché ha offerto allo stesso Mori l’assist per scatenare l’ennesimo attacco alla Chiesa, che viceversa avrebbe finora proibito a tante donne le stesse opportunità del caso citato. Con un riferimento, non innocuo, a Carlo Flamigni, il medico che nel ’97 annunciò la nascita di Elena, la prima bambina in Italia “ottenuta” con la tecnica della fecondazione in vitro. Perché un riferimento non innocuo? Perché Carlo Flamigni lo ritroviamo tra i presidenti onorari dell’Uaar, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Insomma, gira e rigira, la combriccola è sempre quella.

Ma che, a darle manforte, debba essere proprio “Avvenire” è il colmo. Con tecniche di guerriglia mediatica, oltre tutto, tipiche dei radicali, abilissimi nel prendere il caso umano e proporlo alla pubblica lacrimuccia, per scatenar consensi laddove viceversa servirebbero un saggio discernimento ed una serena capacità di giudizio. Qualità, che – evidentemente – in questo caso sono mancate.

CAFFARRA E LA SUSSIDIARIETA'

 «Esiste ancora
nel cuore dei
bolognesi
l'amore
per la loro
città?

4 OTTOBRE FESTA DI SAN PETRONIO
OMELIA DEL CARDINALE CARLO CAFFARRA


La Solennità del Santo Patrono della nostra città ci riunisce ogni anno nella sua basilica, vanto ed onore di ogni bolognese e delizia dei nostri occhi. Momento grave e solenne questo che stiamo vivendo, poiché offre a noi tutti l’occasione di riflettere sullo «stato di salute» della nostra città. Essa è uscita da poco da una condizione istituzionale straordinaria, e desidero rivolgere il mio augurio più sincero a Lei, Signor Sindaco, alla Giunta municipale, e ai Signori Consiglieri. L’augurio è accompagnato dalla quotidiana preghiera perché il Signore voglia donarvi la sapienza necessaria, memore del precetto dell’Apostolo di elevare preghiere per chi ha pubbliche responsabilità. [cfr. 1 Tim 2, 2] Dicevo poc’anzi che questa è occasione propizia per riflettere sullo «stato di salute» della nostra città. Ciascuno lo può fare, secondo la sua responsabilità e competenza istituzionale e non.

(...)

 L’amicizia civile non basta. Non basta infatti evitare che il bene comune sia avvertito come meno «interessante» del proprio individuale profitto. L’amicizia civile deve generare il coinvolgimento operativo di tutti per il bene comune della nostra città, senza restringerlo dentro gli schemi utilitaristici, della legalità per la legalità, di ideologie astratte e false. Cari fratelli e sorelle, ciò che in questo momento tanto difficile anche per la nostra città è richiesto, è un vero e profondo cambiamento culturale, una vera e profonda trasformazione di mentalità. È a questo che ci invita la Parola di Dio: «Abbiamo… doni diversi secondo la grazia data a ciascuno».

La conversione culturale, la trasformazione di mentalità ha un nome: si chiama sussidiarietà. Cari fratelli e sorelle, se questa conversione accade, è l’architettura stessa della nostra cittadinanza, della nostra civile convivenza, che cambia profondamente. Non abbiamo forse il diritto di sperare che Bologna possa diventare un vero laboratorio sociale della sussidiarietà? Altre volte essa si è mostrata capace di essere un vero laboratorio sociale. Non è certamente questo il luogo ed il contesto per sviluppare come meriterebbe questo tema. Mi limito ad un paio di riflessioni.

La prima. Sussidiarietà significa che «tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto […], quindi di sostegno, promozione e sviluppo rispetto alle minori» [Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 186]. Sussidiarietà significa corrispondentemente che il bene comune della nostra città è raggiunto solo mettendo assieme sui contenuti essenziali del medesimo bene municipalità, imprese, e la società civile organizzata nel cosiddetto terzo settore. Questa architettura sociale favorisce la responsabilità delle singole persone e dei gruppi sociali; impone ai tre soggetti suddetti di cooperare secondo la propria natura e la finalità propria. Né la municipalità, né l’impresa, né la società civile nel senso suddetto da sole, ossia considerate separatamente, possono rispondere in modo soddisfacente alle necessità della nostra città. Come dicevo, è una vera conversione culturale che solamente può rigenerarla. Non sarebbe forse utile che si istituisse un «Consiglio permanente per la sussidiarietà» che aiuti a progettare questa nuova architettura sociale di cui la nostra città ha così urgente bisogno?

La seconda. Perché la nostra vita cittadina possa edificarsi secondo questo modello di sussidiarietà, dobbiamo abbandonare definitivamente due pregiudizi.
Il primo è costituito dalla contrapposizione tra pubblico e privato. È un vecchio pregiudizio ideologico, falso sul piano di dottrina della società, devastante sul piano pratico, e che la storia stessa si è già incaricata di condannare. Va pienamente riconosciuta la funzione sociale del privato: si pensi alla famiglia. Trattasi di un riconoscimento che non va pensato in termini di una conciliazione fra due ambiti della vita tendenzialmente confliggenti. Ma va pensato in termini di una armonia che vede pubblico e privato nella loro diversità, reciprocità e complementarietà.
Il secondo è una concezione ancillare del rapporto della società civile colle istituzioni pubbliche. È una sorta di sussidiarietà rovesciata: imprese, società civile diventano semplicemente funzionali all’amministrazione, alla sua programmazione ed organizzazione.

Cari amici, la nostra città non può rassegnarsi a gestire l’eredità passata. Essa sarà capace di costruire il nuovo, solo se vorrà veramente ripensare e riprogettare l’architettura spirituale della sua convivenza. È questo anche un grave dovere verso le nuove generazioni, che non possono essere private del loro diritto di sperare. Non lasciarci, Signore; non abbandonarci: illumina su questa città il tuo volto, e saremo salvi. Amen

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http://www.miradouro.it/node/53746

martedì 4 ottobre 2011

LA GLORIA DI DIO E' L'UOMO VIVENTE


A DIECI ANNI DALLA MORTE DI DON LINO MANCINI

Dieci anni passano in fretta. Poi, quando sono passati, ci si volta indietro e ci si accorge, con sorpresa (e forse anche con sgomento), che sono tanti. In dieci anni il mondo è cambiato (o forse no: dipende da quanto in profondità lo si guarda), ma soprattutto siamo cambiati noi. Per chi ha raggiunto una certa età, poi, dieci anni vogliono dire anche una lunga teoria di volti che non ci sono più, una folla di assenze a cui abbiamo ormai fatto l’abitudine, ma che talvolta ci balzano davanti agli occhi angosciosamente. Il bosco che diventa radura e poi sarà un deserto, se avremo vita a campare.

Questo è esattamente il punto su cui la fede cristiana sfida più audacemente, quasi sfrontatamente direi, non solo “il mondo” ma anche noi stessi, in quella che è la nostra naturale percezione delle cose. La morte si presenta a tutti noi, a tutti, nessuno escluso, come un’incomprensibile assenza: qualcuno, il nostro caro, fino ad un attimo prima c’era, era qui. ora non c’è più. Un vuoto, inspiegabile e assurdo.

Per quanto si possa pensare alla morte, non si può pensare la morte.
Le commemorazioni, gli anniversari – avrebbe detto don Lino con quel tratto spicciativo e un po’ impaziente che usava in questi casi (tirandosi su le maniche della tonaca, come per meglio lottare con i pregiudizi di chi lo ascoltava) – al di fuori del cristianesimo sono un rito inutile, una cerimonia triste e in fondo un po’ sciocca. Se la morte è la fine di tutto, se la vita non è che un’inesorabile corsa verso l’abisso e sin dalla nascita si incomincia a morire – come lui ricordava sempre, sin dalle prime ore di religione, a noi liceali che lo guardavamo sconcertati e, nostro malgrado, feriti da quel brusco richiamo alla realtà – che cosa vale tutta la retorica del ricordo, “alla Foscolo”, con cui ci imbottivano la testa nelle altre ore di lezione?

Ma se Cristo è risorto, tutto cambia. Il cristianesimo, come don Lino ce lo ha insegnato, alla radice è questa cosa semplicissima e “assurda”: Gesù non è morto, ma è vivo. È la sintesi folgorante che aveva saputo fare già quasi duemila anni fa un intelligente magistrato romano, davanti al quale i Giudei avevano portato san Paolo: «avevano con lui alcune questioni riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora vivo» (Atti 25,19).

Oggi la questione è la stessa: il cristiano, prima di ogni altra cosa, è uno che crede che Gesù è vivo. Ma non solo lui: anche la sua mamma, a cui – come tanto spesso ripeteva don Lino nelle sue omelie – Gesù ha voluto così tanto bene da farle il regalo più grande, quello di risparmiarle la morte; e i suoi amici. Anche i suoi amici sono vivi, per quanto nella forma misteriosa di un’attesa della resurrezione della carne. “La carne gloriosa e santa”, come dice Dante in un passo del Paradiso dove immagina che i beati, al sentir parlare della resurrezione finale, siano pieni di desiderio dei corpi, «forse non pur per lor, ma per le mamme, / per li padri e per li altri che fuor cari».

Il volto dei nostri cari non è perduto. Per questo credo che, dette queste poche indispensabili parole (di più non ne vorrebbe), il modo migliore per fare memoria di ciò che don Lino è stato sia quello di guardare le fotografie riprodotte nella sua biografia. Non sono le sbiadite larve di un passato che il nostro ricordo, per quanto affettuoso, non può far rivivere: sono il volto di un uomo vivente.

E, come dice sant’Ireneo con un’altra geniale sintesi del pensiero cristiano, «la gloria di Dio è l’uomo vivente».

Leonardo Lugaresi

Don Lino Mancini (1916-2001), cesenate, sacerdote carismatico, teologo mai accademico e di rara chiarezza, capace di leggere la realtà nei diversi risvolti, ha percorso lo scorso secolo con una profondità e un realismo che solo la fede rende possibile. Immedesimato con Cristo ha dato testimonianza della sua dolce presenza a chiunque lo abbia incontrato. Oggi il suo volto è quello di un uomo vivente, a gloria di Dio.