martedì 14 febbraio 2012

OBAMA ATTACCO ALLA LIBERTA'

Qui di seguito la dichiarazione dei vescovi cattolici degli Stati Uniti:

“Lo HHS (Health and Human Services Department) ha emanato un regolamento che impone, praticamente in tutti i piani privati di assicurazione sanitaria, l’inclusione di ogni farmaco e strumento contraccettivo, compresi gli interventi chirurgici di sterilizzazione, approvato dalla FDA (Food and Drug Administration). Questi farmaci e interventi sono elencati tra i ‘servizi di prevenzione per la donna’ che ogni polizza sanitaria deve coprire, senza alcun contributo o partecipazione finanziaria da parte della donna, senza tener conto dell’eventuale opposizione alla copertura da parte dell’assicuratore, del datore di lavoro o di altri sponsor del piano, o della stessa donna.


Mons. Thimoty Dolan, arcivescovo di New York

L’esenzione prevista per ‘i datori di lavoro religiosi’ è talmente ristretta da non coprire la grande maggioranza delle organizzazioni a base religiosa, inclusi ospedali cattolici, università e organizzazioni che prestano servizi e che aiutano milioni di persone ogni anno. Paradossalmente, neppure Gesù e i suoi discepoli sarebbero esentati. Nello scorso autunno, durante il periodo in cui si potevano fare commenti pubblici al regolamento, la campagna a livello popolare promossa dai vescovi ha raccolto più di 57.000 commenti contrari. Adesso che l’Amministrazione ha rifiutato di riconoscere il diritto costituzionale alla libertà di coscienza di organizzazioni e singoli che si oppongono a quest’obbligo, i vescovi invitano i cattolici e altre persone di buona volontà a combattere questo attacco senza precedenti alla libertà di coscienza e religiosa” (dal sito della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, www.usccb.org).

Il presidente Obama era certamente conscio che questo regolamento del HHS avrebbe portato a una simile reazione dei vescovi, ma deve avere concluso che la maggior parte degli elettori non avrebbero comunque tenuto conto della posizione dei vescovi. Ma Obama ha ragione? I vescovi e altri leader cattolici si opporranno con una decisione che sorprenderà Obama e i suoi consiglieri politici. “L’informazione della Casa Bianca in proposito è al contempo fuorviante ed errata”, afferma Anthony Picarello, responsabile legale della Conferenza Episcopale Cattolica. E aggiunge che i vescovi “intraprenderanno ogni azione legale possibile per mettere fine a questo obbligo. Il che vuol dire azioni sul piano legislativo, legale e del sostegno pubblico. Tutte le opzioni sono sul tavolo”.

E' QUESTA L'EUROPA?

La Merkel sta portando l’Europa nella direzione sbagliata
Il diktat tedesco porterà lutti e distruzione
La ricetta del rigore in questo scenario produce più recessione.
I poveri diventano più poveri.
E i ricchi mettono le ali ai capitali.




È questa l’Europa? È questo il sogno dei fondatori dell’Unione?

L’Europa è l’odore acre dei lacrimogeni sparati contro il compositore greco Mikis Teodorakis, un artista di 88 anni che voleva parlare alla folla? Quali parole avrebbero usato oggi il francese Jean Monnet, il franco-tedesco Robert Schuman, gli italiani Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, il belga Paul-Henri Spaak, il tedesco Konrad Adenauer, i padri fondatori dell’Europa, di fronte allo scempio di Berlino, alla debolezza di Parigi e ai tentennamenti dell’Italia di fronte a un’azione che ha un punto di partenza ipocrita (salvare le banche tedesche e francesi) e un punto d’arrivo folle (ridurre in povertà una nazione).

Quando perfino uno speculatore da mar degli squali come George Soros dice che «la Merkel sta portando l’Europa nella direzione sbagliata» allora bisogna drizzare le antenne. La ricetta del rigore in questo scenario produce più recessione. I poveri diventano più poveri. E i ricchi mettono le ali ai capitali. Consiglio la rilettura de «Il Grande Crollo» di John Kenneth Galbraith. È il racconto della crisi del 1929, sono elencati tutti gli errori di ieri che si stanno ripetendo oggi. Solo che lo scenario è quello europeo e gli americani - che quella lezione l’hanno imparata - sono preoccupati. Il piano di salvataggio della Grecia è in realtà un piano di affondamento di una nazione e della stessa Europa. Il Parlamento di Atene lo vota? Passa la linea kamikaze tedesca sposata dal ministro delle Finanze greco, Venizelos, che dice «scegliamo il male per evitare il peggio»? Bene. È la soluzione? Il risultato sarà l’innesco di una tensione sociale senza più limiti, la depauperazione della ricchezza, la fuga degli ultimi capitali rimasti e la nascita di un fasciocomunismo che si propagherà al resto dell’Europa.

Quello di Atene era un problema relativamente piccolo tre anni fa e lo si poteva risolvere. Ma Francia e Germania hanno pensato ai bilanci delle loro banche (piene di debito greco) e ora pensano al conto elettorale. Nel frattempo il sogno dell’Europa si sta trasformando in un incubo. È una situazione che indigna e suscita rabbia.

Nessun popolo va al patibolo cantando e dicendo grazie. Nessun popolo si fa condurre alla fame e alla disperazione.

Promemoria per i saggi di Berlino: quel popolo brucerà la casa di chi lo affama. La cancelliera Merkel porterà sulle sue spalle il peso di una politica che rischia di disgregare la già fragile solidarietà europea. È una deriva già presente nel linguaggio.

Il ministro tedesco Wolfgang Schauble in questi giorni ha usato parole e toni che umiliano un intero popolo e hanno un suono sinistro e minaccioso.

Quando centomila persone in piazza Syntagma applaudono gli anarchici, i black bloc, l’estrema destra e l’estrema sinistra, vuol dire che la ragione è tramontata da un pezzo e che c’è il pericolo concreto di un ritorno del caos nel Vecchio Continente. La polarizzazione della politica produce mostri. Altro che bilanci. Tirare una linea sul conto profitti e perdite non significa saper leggere cosa s’agita nel cuore e nella mente delle persone. Significa perdere di vista quel che sta accadendo e rischiare di finire bruciati nel magma bollente della Storia. Sul Partenone sono nate la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra prima idea di politica. Se Platone uscisse oggi dalla sua caverna, piangerebbe.

DI MARIO SECHI
tratto da il tempo


http://www.iltempo.it/interni_esteri/2012/02/13/1322188-distruzione_popolo.shtml?refresh_ce 



lunedì 13 febbraio 2012

METTIAMO UN TRICOLORE IN LORO ONORE


Gli esuli di Quarnaro e Dalmazia, in fuga dalla Jugoslavia del compagno Tito: un massacro, ma per i compagni erano fascisti

di Giampaolo Pansa
Tratto da Libero del 12 febbraio 2012


Qualche giorno fa, una radio mi ha chiesto: «Perché le sinistre italiane non amano ricordare gli assassinati nelle foibe e l’esodo istriano, fiumano e dalmata?». Ho risposto d’istinto: «Perché hanno la coscienza sporca». Il giornalista mi rimproverò: «Dottor Pansa, lei vede comunisti dappertutto!». Gli replicai, sorridendo: «Non dappertutto, per fortuna. Ma in quella vecchia storia c’erano, stia sicuro».


Nel Giorno del Ricordo, l’altroieri, sono state rammentate soprattutto le vittime delle foibe di Tito, quasi niente la tragedia dei trecentomila italiani costretti ad andarsene dall’Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia. Nel complesso, l’esodo durò una decina d’anni. Ma ebbe un picco all’inizio del 1947, quando il Trattato di pace, imposto all’Italia dai vincitori, stabilì che le terre italiane sulla costa orientale dell’Adriatico dovevano passare alla Jugoslavia.

Perché tanta gente se ne andò? Ridotti all’osso, i motivi erano tre. Il più importante fu il terrore di morire nelle foibe com’era già accaduto a tanti altri italiani. Il secondo fu il rifiuto del comunismo come ideologia totalitaria e sistema sociale. Il terzo fu la paura speciale indotta dal nazional-comunismo di Tito e dalla decisione di soffocare con la violenza qualunque altra identità nazionale.

La prima città a svuotarsi fu Zara, isola italiana nel mare croato della Dalmazia. Era stata occupata dai partigiani di Tito il 31 ottobre 1944, quando il presidio tedesco aveva scelto di ritirarsi. La città era un cumulo di macerie. Ad averla ridotta così erano stati più di cinquanta bombardamenti aerei anglo-americani. Le incursioni le aveva sollecitate lo stato maggiore di Tito. Era riuscito a convincere gli Alleati che da Zara partivano i rifornimenti a tutte le unità tedesche dislocate nei Balcani. Non era vero. Ma le bombe caddero lo stesso. Risultato? Duemila morti su una popolazione di 20. 000 persone. Molti altri zaratini vennero soppressi dai partigiani di Tito dopo l’ingresso in città. Centosettanta assassinati. Oltre duecento condanne a morte. Eseguite con fucilazioni continue, dentro il cimitero. Oppure con due sistemi barbari: la scomparsa nelle foibe e l’annegamento in mare, i polsi legati e una grossa pietra al collo.

Intere famiglie sparirono. Accadde così ai Luxardo, ai Vucossa, ai Bailo, ai Mussapi. Gli italiani di Zara iniziarono ad andarsene in quel tempo. Nel 1943 gli abitanti della città erano fra i 21. 000 e il 24. 000. Alla fine della guerra si ritrovarono in appena cinquemila. Poi fu la volta di Fiume, la capitale della regione quarnerina o del Quarnaro, fra l’Istria e la Dalmazia. L’Armata popolare di Tito la occupò il 3 maggio 1945, proclamando subito l’annessione del territorio alla Jugoslavia. Da quel momento l’esistenza degli italiani di Fiume risultò appesa a un filo che poteva essere reciso in qualsiasi momento dalle autorità politiche e militari comuniste.

FIUME ITALIANA

L’esodo da Fiume conobbe due fasi. La prima iniziò subito, nella primavera 1945. Il motivo? Le violenze della polizia politica titina, l’Ozna, dirette contro tutti: fascisti, antifascisti, cattolici, liberali, compresi i fiumani che non avevano mai voluto collaborare con i tedeschi. Bastava il sospetto di essere anticomunisti, e quindi antijugoslavi, per subire l’arresto e sparire. All’arrivo dei partigiani di Tito, gli italiani di Fiume erano fra i 30 e i 35. 000, gli slavi poco meno di 10. 000. I nuovi poteri che imperavano in città erano il comando militare dell’Armata popolare, un’autorità senza controlli, e il Tribunale del popolo, affiancato dalle corti penali militari. Dalla fine del 1945 al 1948 vennero emesse duemila condanne ai lavori forzati per attività antipopolari. Molti dei detenuti non ritornarono più a casa. Ma il potere più temuto era quello poliziesco e segreto dell’Ozna, il Distaccamento per la difesa del popolo. A Fiume la sede dell’Ozna stava in via Roma. Un detto croato ammoniva: «Via Roma - nikad doma». Se ti portano in via Roma, non torni più a casa. In due anni e mezzo, sino al 31 dicembre 1947, l’Ozna uccise non meno di cinquecento italiani. Un altro centinaio scomparve per sempre.

GREAT TO SEE YOU....

"Great to see you, my friend", "che piacere vederti amico mio".

Così il Presidente americano Barak Obama ha accolto a Washington il Presidente del Consiglio italiano. Dopo di che Obama lo ha fatto accomodare nelle confortevoli poltrone dello Studio Ovale e qui lo ha trattenuto, contro ogni protocollo, per oltre due ore.
Ed ecco consolidata la nuova amicizia tra il successore di Bush e il Premier italiano, "Il grande amico degli Stati Uniti", come Obama lo ha  definito durante la lunga conferenza stampa.

 "Ringrazio il Presidente del Consiglio per la sua leadership e per tutto ciò che ha fatto. I legami tra i nostri paesi sono stati e sono fortissimi, i nostri accordi bilaterali sono tra i più forti del mondo, continueremo la nostra collaborazione per tutto il tempo che staremo insieme" ha detto infine il Presidente degli Stati Uniti ricambiando la disponibilità a voler collaborare con la nuova amministrazione italiana.

Attenzione: non si tratta dell'incontro con Monti, ma dell'incontro del 15 giugno 2009 fra Obama e il Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi.


sabato 11 febbraio 2012

SE TUTTO E' DRAMMA NULLA E' DRAMMA

L’ideologia della protezione-prevenzione e l'illusione di risolvere ogni problema


 
il ciclo continuo della prevenzione

A fronteggiare la nuova ondata di gelo scende in campo anche il governo che chiede prevenzione e ha dato ampi poteri in tal senso al capo della protezione civile. Si è fatto e si fa prevenzione contro gli incidenti stradali e sul lavoro, contro gli incendi boschivi. Contro la droga e l’alcol. Contro malattie vascolari, obesità, diabete, aviaria, mucca pazza. Contro epidemie e pandemie, contro zanzare tigri. Contro il caldo. Ora contro il freddo.

Forse è tempo di smettere di voler prevenire. Di illuderci che la nostra incerta specie possa davvero essere tenuta al riparo dalla cieca crudeltà della sorte. Eppure quando una nave da crociera di più di centomila tonnellate urta uno scoglio alla velocità di sedici nodi e sulla fiancata si apre uno squarcio di una settantina di metri, quando un paese è inaccessibile per la troppa neve o un treno rimane bloccato a tre chilometri dalla stazione e i passeggeri passano otto ore all’agghiaccio, non troviamo di meglio che ripetere che la situazione è sotto controllo, che stiamo monitorando.
Meglio sarebbe prendere atto della realtà e fidare in un’intelligente arte di arrangiarsi, in una ragionevole solidarietà. Piuttosto che lenire le nevrosi di chi ha paura di andare a scuola o in ufficio, è più umano occuparsi di corpi reali a rischio, per esempio i senzatetto, così da non dover ascoltare, dopo, infami bilanci tipo “una trentina di morti, per lo più clochard”. Si sa, sindaci, governatori, ministri e pubblica amministrazione ci tengono a dare l’impressione di essere sempre pronti, lungimiranti, solerti, amorevolmente attenti agli amministrati. Di parole come prevenzione, monitoraggio, controllo, hanno fatto quasi una formula magica. Che però suona male in tante circostanze e addirittura rafforza l’idea che nelle società complesse molti problemi siano davvero insolubili. Non tranquillizzano dunque, creano ansia.

L’ideologia della protezione-prevenzione, del controllo è potente sul piano simbolico ma destinata a fallire sul piano materiale. Cullarcisi per governanti e governati, significa regredire allo stadio infantile dell’attesa: come per l’appunto credere in uno spazzaneve per ciascuno anziché darsi una mossa, organizzarsi con i vicini, comprare pale e darci dentro. Come avrebbero fatto i nostri padri. E i padri dei padri.

di Lanfranco Pace
da il foglio quotidiano

venerdì 10 febbraio 2012

...... A NOI TOCCA LA FORNERO

«La diversità è un valore, deve essere tra le cose che i bambini imparano da piccoli. I semi si gettano tra i bambini e soprattutto nelle scuole. La collaborazione è già avviata con il Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo».
Così, Elsa Fornero, titolare del Ministero del Lavoro, durante l’audizione dello scorso 31 gennaio davanti alle commissioni Affari costituzionali e Lavoro a Montecitorio, sulle linee programmatiche del suo dicastero in materia di pari opportunità.
«Il mio impegno – ha aggiunto la Fornero – è pieno contro le discriminazioni anche verso gli omosessuali ed i transgender. E’ sotto gli occhi di tutti il grave ritardo culturale, di apertura mentale che il nostro Paese rappresenta in tema di pari opportunità, nell’accesso ai diritti rispetto alle diversità».

Siamo curiosi di conoscere quali saranno i «semi» che i membri di questo Governo vorranno lanciare. Anche ai bambini italiani sarà imposto di dire «Padre/Madre nostro che sei nei cieli», in nome degli «enormi ritardi culturali» del nostro Paese? Sempre in Inghilterra, qualche anno fa, per combattere «le tendenze omofobiche e il bullismo radicate già nelle scuole elementari e per non urtare la sensibilità di chi non appartiene a una famiglia tradizionale», il Ministro della Scuola emanò una direttiva in base alla quale ai bambini, sin dai quattro anni, fu vietato di pronunciare le parole «mamma» e «papà», per comprendere che possono esistere genitori dello stesso sesso.

Al loro posto, fu indicato di usare il termine «genitore». Nella stessa direttiva, si prevedeva che alle scuole medie e a quelle superiori, quando si parla di matrimonio, vigesse l’obbligo di sottolineare l’esistenza delle unioni civili e dei matrimoni fra omosessuali, per invitare gli alunni «alla tolleranza».

E’ fuori discussione il fatto che l’orientamento sessuale debba essere rispettato e non debba essere oggetto di discriminazioni. Il rispetto, però, non si può trasformare nell’intendimento di stravolgere i principi della legge naturale. Dire che esiste il diritto umano a unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso, equivale a mutare l’antropologia umana.

da "Corrispondenza Romana"

giovedì 9 febbraio 2012

GESU' NOSTRO CONTEMPORANEO

Tutte le ragioni di Dio.

"Non  un qualsiasi dio, ma  quel Dio che ha parlato sul Sinai;  quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto".

 
di Camillo Ruini

L’evento "Gesù nostro contemporaneo", che si svolge a Roma dal 9 all’11 febbraio, si tiene a poco più di due anni di distanza dall’altro: "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto".

I temi delle due iniziative, promosse dal comitato per il progetto culturale della conferenza episcopale italiana, sono strettamente collegati perché il Dio in cui crediamo o non crediamo, di cui discutiamo in Italia, in Occidente e in gran parte del mondo (ad esempio, in Russia o America Latina) è il Dio propostoci da Gesù Cristo. Reciprocamente, Gesù di Nazaret è importante per tanti uomini e donne perché sono convinti che abbia un rapporto unico con Dio.

Su di lui da due secoli e mezzo si conduce una gigantesca ricerca storico-critica e si sviluppa un dibattito storico, filosofico e teologico – culturale nel senso forte del termine – che in ultima analisi ruota intorno alla questione se egli abbia o non abbia questa relazione unica con Dio.

Le questioni di Dio e di Gesù Cristo sono dunque, di fatto, inseparabili. Ci troviamo pertanto, ora come due anni fa, al cuore del rapporto tra la fede e la cultura di oggi, quindi del compito del progetto culturale e molto più ampiamente della missione della Chiesa.



Per quale motivo, per parlare di Gesù, è stato scelto questo titolo? Non soltanto per sottolineare l’attualità dell’argomento e rivendicarla di fronte a chi ritiene Gesù ormai confinato nel passato, ma per una ragione più sostanziale.

Parliamo infatti di Gesù nostro contemporaneo – e potremmo aggiungere contemporaneo di ogni uomo e donna del futuro come del passato – intendendo che è contemporaneo proprio il Gesù vissuto duemila anni fa in Palestina: lo è nella sua vicenda umana unica e irripetibile, e non semplicemente in quanto reso attuale dal nostro ricordo, o anche dal nostro tentativo di essergli fedeli, di ispirarci a lui nel nostro modo di vivere.

mercoledì 8 febbraio 2012

L'AL DI LA' E' PER IL "QUI E ORA"

Fabrice Hadjadj, filosofo, drammaturgo, scrittore, da molti considerato l’astro nascente (in realtà già molto affermato…) del pensiero cattolico di Francia, conosce bene il nichilismo. Si professava tale da giovane, brillante studente alla Sorbona (20/20 il suo voto al difficilissimo esame statale di agrégation), prima di un incontro, sconvolgente, con il cristianesimo, avvenuto nella bellissima chiesa di Saint Severin, in pieno centro a Parigi. Questo ex marxista ed ex nicciano oggi guarda alla crisi economica, alla difficoltà sociale e all’impasse culturale del Vecchio Continente con il desiderio ardente di rilanciare la dimensione dell’al di là cristiano, vero motore della storia, la sua personale e pure comunitaria.


Marx, e il marxismo, hanno accusato il cristianesimo di aver alienato l’uomo con la sua speranza nell’Aldilà. Ma oggi vediamo che sono i cristiani, e i credenti in generale, i più coinvolti negli sforzi per uscire, insieme, dalla crisi che attanaglia l’Occidente. Dunque, sembra proprio che la fede sia buona anche per "questo" mondo…

L’accusa di Marx (e la cosa è decisamente divertente) in realtà si rivolta contro la Rivoluzione comunista e contro ogni pratica elettoralistica della politica. La Rivoluzione, è noto, diceva all’uomo: «Tu devi soffrire per la costruzione della società futura». Essa parlava del «sol dell’avvenire» e dunque, visto che pretendeva di far scendere la giustizia sulla terra, alimentava anche una certa speranza dell’Aldilà, dal momento che questa giustizia non era per oggi, ma per il domani. Anche la politica vissuta solo in chiave elettorale non cessa di far balenare davanti agli occhi belle promesse, perché i politici devono farsi rieleggere e quindi attingono a categorie religiose: la promessa, l’elezione, l’al di là temporale… Un «Aldilà» che non è veramente «là». Dunque, l’al di là cristiano, in realtà, è qualcosa di ben diverso.

In cosa consiste la sua specificità?

Gesù lo dichiara: l’Aldilà non è né per il domani né altrove, ma per il qui e ora: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Questo significa che il vero Aldilà non è in un’altra epoca o in un altro luogo. Esso è al di là dello spazio e del tempo: riguarda l’eterno, l’immenso, la sorgente zampillante che tocca ogni luogo e ogni istante. Ecco perché il cristiano è presente nel mondo in modo così potente. Egli vuole scegliere il mondo alla sua sorgente. Desidera intensificare la sua presenza respingendo il male che ci rende assenti gli uni agli altri. Il cristiano si sforza, a partire da Colui che dona l’esistenza, di preservare, custodire ed elevare tutto ciò che esiste.

Da più parti si percepisce che la crisi non è solo economica ma primariamente morale. A suo avviso, dove s’annida la radice di questa emergenza?

Non è corretto separare crisi morale ed economica dal momento che l’economia, ovvero la produzione e la ripartizione della ricchezza, è un’attività dell’uomo e tocca direttamente il suo giudizio etico: essa interroga la persona sull’importanza delle ricchezze materiali nella sua vita sociale. Oggi in Francia va molto di moda la parola «valori». Essa rimanda a ciò che vale economicamente e moralmente. Perciò, parlare di crisi economico-finanziaria, senza affrontare quella antropologica in sottofondo, è come cercare di risolvere un problema di salute eliminando il malato ma lasciando che la sua piaga si incancrenisca. Secondo il mio umile parere, la crisi attuale riguarda la fede nel consumo. Sembra che oggi nessuno sia più credente. Ma se la fede viene rifiutata come virtù teologale, essa viene intesa come fiducia nel credito a livello economico. Così noi non viviamo più nella fede ma a credito. Il creditore presta dei soldi perché crede alla crescita che permetterà al debitore di rimborsarlo, e il debitore promette questa crescita perché crede nel consumo: si comprerà sempre di più e si venderà sempre di più, quindi si produrrà sempre di più.

Cosa comporta questa dinamica?

Per alimentare questa ossessione produttivistica bisogna sviare le energie più profonde dell’uomo, quelle cioè che riguardano il desiderio di felicità e l’angoscia verso la morte. Dal momento che non ha più una speranza nel Cielo, l’uomo mette la propria speranza nel Mercato: tocca a quest’ultimo offrire tutto quello che potrà di-vertirlo dalla sua angoscia attraverso quei prodotti che si presentano come benefici. Il Mercato è a garanzia di un nuovo al di là: esso non cessa di promettere per domani i prodotti che vi renderanno felici. Voilà: l’i-phone 4, poi 5, poi 6; alè, nuove stagioni di fiction televisive; ancora: l’ultima crema anti-rughe. Gli uomini, pagando, vogliono dimenticare che la vita non ha un senso. E si comportano come se giocassero a un casinò con la speranza di far saltare il banco.

La difficile situazione economica sta peggiorando le condizioni di un continente che per 60 anni ha vissuto nel progresso e nel benessere. Molti europei, soprattutto i giovani, guardano al domani come una concreta eventualità di infelicità e peggioramento del proprio status. Perché dunque il domani suscita così tanti timori?

Tintoretto Peccato Originale

Se ci si stupisce della crisi significa che, in fin dei conti, si crede ancora al «progressismo». Io, personalmente, ritengo che il mondo sia in crisi dall’inizio. È quanto ci trasmette la dottrina del peccato originale. Pensiamo poi alla parabola evangelica del buon grano e della zizzania: essa ci insegna a non essere nostalgici, perché non possiamo tornare indietro, e che andiamo verso il meglio e il peggio allo stesso tempo. Dunque esiste un miglioramento possibile dietro ogni peggioramento. D’altra parte, non concordo molto sulla sua affermazione di partenza…

Ovvero? Che non siamo vissuti nel benessere?

Quelli che noi definiamo 60 anni di progresso sono stati anche decenni di consumismo sfrenato, di massacro sistematico delle anime, di abbrutimento incredibile dell’uomo ridotto a un maiale accarezzato e nutrito mentre gli viene nascosto il perché gli vien fatto questo: per poi macellarlo! Crescita materiale? Certo, ma l’uomo non cresce umanamente se non spiritualmente. La piena occupazione? Cosa giusta, ma il vero trionfo sulla disoccupazione è lo shabbat! La verità è che se la nostra vita non ha un senso, noi finiamo per lavorare come bruti e consumiamo all’inverosimile per dimenticare di tirarci una pallottola in testa. La speranza di diventare un docile schiavo del sistema non è una speranza: questo ottimismo di bassa lega corrisponde alla disperazione più profonda. In verità, ormai da mezzo secolo ci troviamo in una disperazione alla quale non osiamo dare un nome. Ora che questo castello di carte è caduto, ce ne dobbiamo lamentare? L’illusione è finita. Ma per noi ora si apre la possibilità di costruire qualcosa sulla vera roccia.

CHI È

È considerato l’intellettuale cristiano francese d’avanguardia. Conteso da diversi editori (sia in patria che all’estero), Fabrice Hadjadj, nonostante la giovane età (è nato nel 1971: sposato, in attesa del sesto figlio), ha scelto il "basso profilo" di Toulon, e non la notorietà di Parigi, per la sua carriera di filosofo: qui insegna filosofia in un liceo e nel seminario diocesano. La sua vera aspirazione era diventare romanziere (all’attivo ha alcuni lavori con lo scrittore nichilista Michel Houellebecq); in seguito si è scoperto filosofo, autore teatrale (a Milano è in corso di rappresentazione il suo Giobbe) ed esperto d’arte. Convertito al cristianesimo in età adulta (provene da una famiglia atea di sinistra, di origine ebraica), Hadjadj ha pubblicato diversi saggi decisamente controcorrente in cui coniuga la sua profonda conoscenza filosofica con l’esperienza e la riflessione cristiana. Vanno ricordati Farcela con la morte (Cittadella), La fede dei demoni (Marietti), La mistica della carne (Medusa), La terra strada del cielo (Lindau). Nel 2010 ha conseguito il prestigioso "Grand Prix de la littérature religiouse" di Francia per il suo testo sull’ateismo, mentre nel 2006 era stata la volta del "Grand Prix catholique de littérature" per quello dedicato alla morte.

di Lorenzo Fazzini
http://www.avvenire.it/Dossier/nuovoinizio/Pagine/hadjadj.aspx

martedì 7 febbraio 2012

LA NEVE CI INTERROGA


Cesena 5 febbraio

di Luigi Negri*
Con il popolo cristiano della mia diocesi siamo stati travolti da questo eccezionale evento atmosferico tale che viviamo sotto una spessa coltre di oltre due metri di neve. Ma dentro questa situazione si fanno strada nel mio cuore e nella mia coscienza suggestioni che non posso evitare di esplicitare a me stesso e a coloro nei confronti dei quali ho una responsabilità educativa.
I pastori che ci hanno preceduto e nei confronti dei quali almeno io mi sento – per dirla con Bernardo di Chartres – un nano sulle spalle di giganti, si sarebbero preoccupati subito di illuminare il cuore e la coscienza del popolo cristiano per una comprensione più adeguata di ciò che accadeva, di ciò che li aveva travolti.

Tento di farlo anch’io per l’inderogabile dovere di coscienza che ho verso la verità e per l’amore che ho verso il popolo che mi è stato affidato, per la sua educazione cristiana e umana.
Mi sembra che avesse profondamente ragione Amleto quando nell’omonima tragedia shakespeariana, dice a un certo punto: “Ci sono molte più cose fra cielo e terra, mio buon Orazio, che nella tua filosofia”.

Questa società piena di volontà di benessere, piena di volontà di possesso - con l’inevitabile conseguenza di tanta, di troppa violenza - questa società in cui tutto è così prevedibile e previsto, ricondotto a criteri di carattere scientifico e a manipolazioni di carattere tecnologico, questa società è stata schiaffeggiata da un evento che non sa dominare, che non può dominare. Che l’ha messa in ginocchio, come dice la stampa. L’Italia è stata messa in ginocchio.

C’è uno spazio di imponderabilità, di impossibilità di ridurre gli eventi che accadono alla propria capacità di comprensione e alla capacità di manipolazione. E questo è un primo dato su cui occorre riflettere.
Ma su questo primo dato, mi chiedo: è così irragionevole pensare che aldilà di questi eventi venga fatto a ciascuno di noi un singolare appello? Cioè, è così irragionevole che questa - nella sua terribilità – sia la voce di un dialogo che il Mistero di Dio intende riaprire con il cuore di ciascuno di noi? Perché aldilà di questo evento c’è evidentemente la presenza di un soggetto, di una realtà che è irriducibile a noi, ed è non manipolabile da noi. La vita, la storia, la società, il cosmo non sono assolutamente e totalmente a disposizione dell’uomo. Dentro gli eventi che dominano, noi possiamo sentire come una Presenza, una Presenza grazie alla quale è disponibile la vita la storia, la natura, il cosmo. E’ come se il Mistero di Dio – perché bisogna chiamare le cose con il loro nome – ci chiedesse di misurarci con questa sua presenza misteriosa, eccedente le nostre misure ma inesorabile.

E’ necessario che di fronte a questi eventi ci chiediamo con tanta umiltà ma con tanto realismo: chi siamo? Qual è il senso della nostra vita? Qual è l’origine, il fine del nostro cammino? Qual è il senso di tanta fatica e di tante difficoltà che investono la nostra esistenza e la segnano profondamente come la stanno segnando per migliaia e migliaia di persone in questi tempi?
Occorre riprendere la coscienza del proprio essere, strutturalmente in dialogo con l’Altro. Riprendere coscienza che tutto non si chiude nel breve spazio del nostro cuore, o della nostra intelligenza o della nostra volontà. Ma che il nostro io è aperto verso un Mistero che qualche volta si fa presente in modo così radicalmente imprevedibile.
Che Provvidenza sarebbe se l’Italia si mettesse veramente in ginocchio, ma non confessando o recriminando sulla propria incapacità o sulla incapacità delle istituzioni e quant’altro. Ma che si mettesse in ginocchio nei confronti di Colui che guida la storia della nostra persona, la storia, la società e il cosmo.

Io spero questo e prego per questo, così come sono lietamente grato per tutte le grandi testimonianze di carità cristiana, di solidarietà umana che punteggiano la vita delle nostre popolazioni in questi momenti.
Prego per questo, così come prego – ed è un punto di radicale dolore per me – per quel povero bambino di 16 mesi gettato dal padre - ma si può ancora chiamare padre? - nelle gelide acque del Tevere perché non potendo essere di colui che voleva possederlo non poteva e non doveva essere di nessuno. Terribile tragedia nella tragedia, e anche qui ci dobbiamo chiedere: che cosa ci viene chiesto per queste orrende realtà di cui è piena la nostra vita sociale?

* Vescovo di San Marino-Montefeltro
tratto da Labussola quotidiana 6/2/2012

lunedì 6 febbraio 2012

A QUANTO PARE I POETI AVRANNO SEMPRE MOLTO DA FARE

SZYMBORSKA
Nel labirinto della vita non siamo noi a cercare l'uscita
Andrea Ceccherelli
Il sussidiario net venerdì 3 febbraio 2012

Nel labirinto della vita non siamo noi a cercare l’uscita. È l’uscita che cerca noi. E questo labirinto “altro non è se non la tua, finché è possibile, la tua, finché è tua, fuga, fuga-”, scriveva in Labirinto Wislawa Szymborska, poetessa polacca, Nobel 1996, spentasi l’altroieri a Cracovia all’età di 88 anni.

Nel 1996 la Szymborska era da noi un’illustre sconosciuta. Oggi è un sorprendente fenomeno editoriale. Di recente il Corriere della Sera ha aperto la sua collana di poesia proprio con una sua raccolta; e il 27 marzo del 2009, nell’Aula Magna dell’Università di Bologna, c’erano 1500 persone a sentirla leggere le sue poesie. Chi non c’era guardi le immagini dell’evento in rete, su Tv book. Mai, neppure in Polonia, una sua lettura poetica si era svolta dinanzi a un pubblico così numeroso.

Il Nobel è stato la leva iniziale, ma, si sa, il suo effetto spesso dura poco e ne resta traccia solo nelle enciclopedie. Per spiegare le ragioni della sua popolarità potremmo far ricorso alle Lezioni americane di Calvino, e dire che la sua opera incarna idealmente le qualità che lo scrittore italiano preveggeva per la letteratura del nuovo millennio: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Ma lo si può dire anche in maniera diversa. Czeslaw Milosz, anche lui polacco, anche lui premio Nobel nel 1980, nelle sue “lezioni americane” affermava che, da un certo momento in poi, si era creato un abisso tra il poeta e la “grande famiglia umana”, e la poesia del Novecento, elitaria, alienata dalla società, scontava le conseguenze di quella frattura. La poesia della Szymborska è una poesia che riesce a parlare al pubblico: si diffonde con il passaparola, con il libro regalato per il compleanno, con la citazione illuminante. Parla di cose che interessano, o meglio, riguardano da vicino un’ampia fascia di persone, potenzialmente tutti – una poesia cioè a carattere universale. Ma non basta. Non basta parlare della morte – argomento che più universale non ve n’è, giacché il nascere e il morire sono le uniche cose che tutti, polacchi e italiani, poeti e ingegneri, abbiamo in comune – perché ciò che si dice venga capito. Una poesia a carattere universale non sempre è universalmente comprensibile. Ebbene, il segreto della poesia della Szymborska potrebbe essere proprio questo: parla di cose universali in modo universalmente comprensibile. Una poesia semplice? Non necessariamente. Può essere letta a più livelli, come ogni grande poesia.

Ogni poesia dovrebbe contenere molti punti interrogativi e chiudersi sulla soglia della risposta, coi due punti, scrive la Szymborska nella poesia che dà il nome alla sua penultima raccolta del 2005. Non un punto fermo, non una risposta netta e definitiva, ma due punti: una risposta aperta, che ciascuno può dare. Non è mai didascalica, la Szymborska; non dice come vivere, ma mostra piuttosto com’è la vita, con incanto e stupore. Una vita, la sua come quella di ciascuno di noi, che è “un caso inconcepibile”, una “pausa nell’infinito”, preceduta e seguita da ere ed ere di assenza. Quanto nulla prima del nostro nascere, quanto nulla dopo il nostro morire. La vita, ogni singola vita, ogni singolo istante di questa vita, acquista così un valore inestimabile. Sotto la penna della Szymborska il vecchio topos del theatrum mundi assume i tratti di una recita a soggetto: l’esistenza è uno spettacolo senza prove, un’incessante improvvisazione, “una vita all’istante”:

poter provare prima almeno un mercoledì,
o replicare ancora una volta almeno un giovedì!
Ma qui già sopraggiunge il venerdì
con un copione che non conosco.

Ogni giorno che viviamo su questa terra è una prima, senza prove e senza repliche, e

qualunque cosa io faccia,
si muterà per sempre in ciò che ho fatto.


Come vivere la vita allora? La Szymborska non dà ricette: “Come vivere? Mi ha scritto qualcuno a cui io intendevo fare la stessa domanda”. Non dà risposte, ma insegna a porsi domande. Le sue poesie sono spesso piccoli trattati in versi; discorso, più che effusione lirica. Chiarezza, esercizio del pensiero, ironia sono le costanti della sua opera. “Non avermene lingua se prendo in prestito parole patetiche e poi fatico per farle sembrare leggere” scrive: due versi che potrebbero essere posti a epigrafe di tutta la sua opera.

Nulla è in regalo

Chagall Danceuse
 Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.


È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.


Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.


Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.


L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.


La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
Ed è l’unica voce
che manca nell’inventario.
(traduzione di Pietro Marchesani)
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"A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare".
è la frase di chisura del discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel 1966



venerdì 3 febbraio 2012

L'EROICO QUOTIDIANO

Attualità della vita consacrata




In una società che si va sempre più secolarizzando, dedicare una giornata mondiale alla vita consacrata può apparire un anacronismo; ma proprio per questo si rivela tanto più necessario. Anzitutto per richiamare l’attenzione dei cristiani e degli stessi consacrati sul valore, il significato e il fine della loro esclusiva consacrazione a Dio.

In concomitanza con il decennio che la Chiesa propone per educare alla vita buona del Vangelo, questa giornata assume un’importanza capitale. I consacrati – uomini e donne – saranno, ovviamente, nella Chiesa quelli più direttamente impegnati nell’opera educativa. Perché il loro insegnamento abbia efficacia dovrà consistere soprattutto in una coerente testimonianza di vita. L’educazione alla vita buona del Vangelo richiede perciò che il libro di testo sia ampiamente illustrato. Le immagini vive dovrebbero proprio essere quelle delle persone consacrate che i ragazzi, i giovani e i cristiani di ogni età hanno davanti agli occhi nella vita quotidiana. Questo comporta che le immagini corrispondano al testo del Vangelo, ossia alla vita di Gesù. In coloro che per una vocazione speciale sono stati chiamati a seguirlo «più da vicino», come gli apostoli, si devono vedere i tratti essenziali del Cristo, della sua santità, della sua divina bellezza. Nel messaggio della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata vengono opportunamente richiamate le quattro note fondamentali costitutive della vita cristiana di cui i consacrati devono essere modello: il primato di Dio, la fraternità, lo zelo divino, lo stile di vita.

Dal primo posto dato a Dio nell’esistenza cristiana scaturisce l’accoglienza di tutti gli uomini come fratelli e l’impegno assiduo nel «presentare all’umanità di oggi così dispersa e divisa» il volto della Chiesa, quale famiglia di Dio, comunione d’amore. I consacrati che vivono in autentiche comunità fraterne possono essere segno di speranza per tutta l’umanità che soffre di interminabili e devastanti conflitti. Ma per realizzare questa credibile e consolante testimonianza è necessario il buon zelo, l’amore divino, ossia il fuoco dello Spirito acceso nei cuori dei credenti. Soltanto con un ardente amore per Dio e per il prossimo si può cambiare la società vincendo il male con il bene, mettendo pace dove c’è guerra, amore dove c’è odio. Ne consegue uno stile di vita diversa da quella che domina la scena del mondo in cui prevalgono l’egoismo, l’orgoglio, la concupiscenza e tutto il corredo delle passioni che rendono schiavo l’uomo assetato, per assurdo, di libertà. Nei consacrati, deve potersi vedere Gesù povero, umile, obbediente, gratuito, accogliente.

In una parola: santo, irradiante lo splendore della gloria del Padre fin sulla croce. Lì, infatti, si è manifestato il più grande, misericordioso, gratuito amore. Amore per il Padre e amore per i fratelli. Non è ammissibile, oggi, una vita cristiana, ancor più se consacrata, che sia mediocre e facile al compromesso con la mentalità del mondo. È Gesù stesso che spinge fortemente all’eroico quotidiano per poter vivere nel mondo senza essere del mondo. E questo perché il mondo stesso sia conquistato a Dio, si lasci trasformare e consacrare dalla presenza del Cristo consacratore del cosmo. La giornata mondiale della vita consacrata avrà efficacia soltanto se dilatata nel cuore di tutta la Chiesa – in particolare dei consacrati – come preghiera incessante, come ardente anelito al compimento del Regno di Dio nel pieno splendore della Sua bellezza. Questo non è un sogno o un’utopia. In realtà gli uomini del nostro tempo, pur avendo emarginato Dio, sentono una grande, insopprimibile nostalgia di Lui e quando scoprono persone e comunità che lo rendono visibile nella bellezza del loro stile di vita, ne restano affascinati e si lasciano attrarre a Lui.

DI ANNA MARIA CANOPI
tratto da Avvenire

NON VOGLIONO PAGARE, GLI INTOCCABILI

Passa alla Camera un emendamento sulla responsabilità civile dei giudici. Antonio Polito e Luciano Violante a proposito di quei tanti processi mediatici basati su «prove schiaccianti».



Tratto da Tempi del 2 febbraio 2012

Con 264 voti a favore, 211 contrari e un astenuto stamattina alla Camera è passato un emendamento per la responsabilità civile dei giudici. Chi ha subito un danno per effetto del comportamento, di un atto o di un provvedimento di un magistrato, potrà chiedere i danni allo Stato e alla toga, che dovrà pagare il risarcimento. È il banale principio del chi sbaglia paga: eppure, anche dopo un referendum a favore di questa misura, in Italia ciò crea sempre reazioni violente, e non solo tra i magistrati (che sostengono che la responsabilità diretta metterebbe a rischio l'autonomia e l'indipendenza del giudizio). Le toghe sono, infatti, sostenute anche da un vasto schieramento politico. Stamane prima del voto, si sono dichiarati contrarissimi, ad esempio, tanto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che Giulia Bongiorno di Fli.

Proprio stamattina, sul Corriere della Sera, Antonio Polito partendo dalla vicenda giudiziaria di Ottaviano Del Turco, ricorda cosa implica oggi la responsabilità dei magistrati. Ottaviano Del Turco, tra i fondatori del Pd ed ex Governatore della Regione Abruzzo, nel 2008 è stato arrestato per associazione per delinquere, truffa, corruzione e concussione. Il giorno stesso dell'arresto, il procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, aveva convocato una conferenza stampa in cui sostenne di avere «una montagna di prove schiaccianti che non lasciano spazio a difese». A processo in corso, la situazione è però ribaltata: scrive Polito che oggi non si tratta appena «di accorgersi, tre anni e mezzo dopo, che il castello di accuse contro l'ex Governatore dell'Abruzzo era fragile fin dall'inizio, perché mancava il corpo del reato: nel senso che i pm non hanno mai trovato i tanti soldi che l'imputato avrebbe incassato. Né si tratta solo di riparare al grave torto subìto da un uomo la cui storia di sindacalista e di politico era più che specchiata: un uomo che è stato al fianco di Lama e al capezzale del Psi morente, e che forse ha pagato un prezzo proprio alla sua provenienza socialista».

Polito punta l'attenzione su un altro intervento, arrivato ieri sulle pagine dell'Unità, attraverso un'intervista a Luciano Violante. «Violante ha aggiunto una cosa in più – scrive Polito – e cioè che se “il magistrato inquirente ha sbagliato, alla fine del processo dovrà risponderne personalmente"». Secondo Polito, la vicenda Del Turco dà una significativa lezione a livello politico e in particolare alla sinistra. L'ex governatore, ricorda Polito, fu costretto a dimettersi all'alba dell'inchiesta e immediatamente furono convocate le elezioni regionali, vinte dal centrodestra. In Abruzzo veniva così spodestato un governo di centrosinistra voluto dal popolo, a suon di inchieste: «Proprio come il centrosinistra avrebbe voluto fare con Berlusconi, approfittando di una delle tante inchieste giudiziarie sull'allora premier. Oltre ad una carriera politica distrutta e a un uomo fatto a pezzi, se il pm ha sbagliato c'è anche un sovvertimento per via giudiziaria della sovranità popolare».

È questa secondo Polito la lezione principale da tenere a mente, soprattutto nel Pd, nel riflettere sulla responsabilità dei magistrati e sul fenomeno che lo stesso Luciano Violante chiama giuristocrazia: e a sinistra lo si dovrebbe fare riflettendo anche sui casi avvenuti in campo avversario, come quello di Calogero Mannino. «Soprattutto sarebbe bello che nel Pd si aprisse una riflessione autocritica sugli effetti istituzionali che un uso leggero o spettacolare delle inchieste può provocare, prima ancora del processo e indipendentemente dalla sentenza, perché questo è stato il cuore dello scontro tra politica e giustizia nelle tante inchiesta contro Berlusconi, spesso considerate dal Pd di per sé sufficienti».

L'invito di Polito è chiaro: «Se nella cultura italiana rientra il concetto che il pm non ha né il compito né il potere di tagliare le teste dei politici, perché lui muove solo le accuse ma è il giudice che emette le sentenze, e che dunque di fronte a un uomo che si proclama innocente bisogna considerarlo tale fino a prova contraria, perfino se è un politico, allora la fine del berlusconismo e dell'antiberlusconismo ci avrebbe regalato un grande progresso».

IL PARTITO DEI MAGISTRATI

Giubila il Partito dei Magistrati per la caduto del Governo Berlusconi. Tra tutti gli avversari del Cavaliere, il Partito dei Magistrati è l’unico a non essere debitore ad altri del successo ottenuto. Questo giubilare se lo sono guadagnato.



Caselli, malgrado l’“amarezza” dello “schiaffo” dato ai magistrati di Napoli dalla Camera che ha negato l’autorizzazione all’arresto di Cosentino, giubila per l’“Assalto alla Giustizia” (titolo di un suo libro, prefazione di Camilleri) respinto con la disfatta degli assalitori. Il Procuratore Generale di Lecce giubila in toga rossa ed ermellino per la salvezza della giustizia messa in pericolo etc. etc.

I magistrati di Milano si preparano a sfruttare la vittoria (canone essenziale della dottrina di Von Clausewitz) ed a festeggiarla giubilando con una bella condanna di Berlusconi, per la quale pare abbiano voluto bruciare le tappe evitando “lungaggini probatorie” per battere sul filo di lana la prescrizione.
Giubilo e corollarii. Ma anche un certo smarrimento.
Per anni i magistrati (Il Partito dei) sono stati alla testa della grande coalizione antiberlusconiana. Alla testa e sugli scudi di un movimento che sembrava aver imposto una sorta di “pensiero unico” anticavaliere. Unico davvero: in tutti i regimi totalitari il pensiero unico è quello dello Stato, del Governo. Da noi abbiamo avuto il pensiero unico di opposizione.

Dagli attori comici, agli economisti, agli Eugenii Scalfari, alle sentenze dei magistrati, l’antiberlusconismo era la dottrina ufficiale della Repubblica. Ed ora?
Ora la soddisfazione per “l’assalto respinto”, per l’“indipendenza inviolata”, per la “carriera non separata e smembrata” etc. etc. E per il “disastro giustizia” finalmente liberato dall’incubo di riforme imposte nientemeno che dal Parlamento.
Già, perché neanche Caselli, né il Procuratore Generale di Lecce, possono sostenere che la giustizia, oltre ad evitare l’onta di essere oggetto di leggi, riforme, disegni non approvati dal Partito dei Magistrati, sia anche una giustizia decente.

Il Governo Monti certamente dà al P. d. M. (partito dei magistrati) le più ampie garanzie di non fare nulla che ad esso dispiaccia. Non sarebbe “tecnico”.
Impone agli avvocati di fare ai clienti preventivi di spesa di cause imprevedibili e tendenzialmente inconcludenti, ma non si sogna di adeguare a parametri europei la responsabilità dei magistrati, la separazione dei poteri (giudiziario, legislativo, esecutivo, non parliamo di quella delle carriere), di porre fine al delirio intercettatorio, ai divertimenti dei pentiti etc. etc.

E, tuttavia c’è in giro aria di resa dei conti per le arretratezze del nostro Paese, per le cose che la classe politica per decenni si è gettata dietro le spalle, delegando ai magistrati poteri inconcepibili. Ed è sconcerto e smarrimento anche tra i vincitori.

Vincitori contro un Governo che avrà avuto molte velleità di reagire all’indomani di ciascuna delle stilettate infertegli da magistrati di mezza Italia, ma che, in fondo, offriva ogni garanzia di mantenere il tutto sul piano delle velleità e di essere pronto alla ritirata a fronte di ogni batter di ciglia di un Sostituto Procuratore un po’ fantasioso.

Sta forse accadendo quel che nella storia ha molti precedenti.

I problemi, per i vincitori, incominciano il giorno della vittoria. Per i vincitori, per il Partito dei Magistrati.

Per noi, per la gente, per la giustizia, sono cominciati tanto tempo fa che se ne è persa la memoria.

di Mauro Mellini



Tratto da Giustizia Giusta il 2 febbraio 2012

giovedì 2 febbraio 2012

IL VESCOVO DI TUTTI I MILANESI

Il cardinale: non c' entro niente con cosa fa Formigoni Non partecipo da vent' anni a incontri del movimento, ma questo non serve a niente La falsa oggettività spinge a dire: il vescovo ha militato in Cl, possibile che non sia coinvolto?


«È come avere due peccati originali di cui doversi liberare ogni volta...». Così il cardinale Angelo Scola a proposito del rapporto tra lui e Cl: una relazione di appartenenza mai rinnegata da e per decenni, ma dalla quale l' arcivescovo ha preso le distanze per la prima volta ieri lamentando la «consuetudine giornalistica» di tirarlo sempre in ballo quando si parla del movimento di don Giussani e rivendicando invece l' impegno a essere semplicemente «un vescovo che deve occuparsi dei suoi fedeli».

Stessa precisazione circa il suo rapporto col governatore lombardo con cui «certo siamo amici», ha detto: ma «non c' entro niente - ha scandito - con quel che fa Formigoni».

Tutto questo nel giorno del patrono dei giornalisti San Francesco di Sales, in un incontro-dibattito sull' etica dell' informazione ospitato dall' Istituto dei ciechi. Tra i «nemici» più subdoli della buona informazione Scola ha inserito la «falsa oggettività» e l' attitudine a «scambiare il vero col verosimile». Non cita mai esplicitamente alcun fatto recente di cronaca, men che mai giudiziaria, ma sceglie subito un esempio per far capire in cosa consiste a suo avviso un approccio giornalistico sbagliato: «È quando si dice "questo qui ha militato in Comunione e liberazione, quindi tutto quel che fa Cl, comprese le marachelle, non può non vederlo in qualche modo coinvolto". Ecco».

Eppure è lo stesso ragionamento, lamenta il cardinale, che i giornalisti applicano a lui: «Siccome il vescovo ha militato in Comunione e liberazione, possibile che non sia coinvolto in quel che fanno? Siccome con Formigoni sono amici, vengono tutti e due da Lecco, tutti e due da Cl, eccetera, possibile che il vescovo non c' entri con quello che Formigoni fa? Rispondo: certo che è possibile, perché con Formigoni negli ultimi vent' anni ci siamo visti una volta all' anno se va bene». L' ultima, peraltro, proprio ieri mattina a Palazzo di Giustizia per l' inaugurazione dell' anno giudiziario dove i due erano vicini di poltrona. «Quanto a Cl - ha proseguito il cardinale - non ho più partecipato ad alcun incontro da vent' anni e non conosco più nessuno che ne abbia meno di sessanta, ma per molti di voi giornalisti questo non serve a niente...».

La conclusione è comunque col sorriso di chi, indovinando quelli che probabilmente sarebbero stati i titoli dei giornali oggi, i meccanismi della comunicazione sembra comunque conoscerli bene: «So di tirarmi la zappa sui piedi. Ma sono comunque contento perché a Milano ho avuto una accoglienza bellissima: siamo ancora alla luna di miele». «Io e Scola - ha detto dal canto suo Formigoni - siamo amici da tantissimi anni ma è vero che negli ultimi venti ci siamo visti, ben che vada, per gli auguri di Natale. E per di più - ha concluso - agiamo in due campi completamente diversi».

Paolo Foschini
da Ilcorrieredellasera

ATTACCO AL CELESTE

Serio l’attacco a Formigoni.
Serio che L’Espresso parli di gente con nome e cognome come “Cl”,
così come negli anni ’70 Cl era «pagata dalla Cia». .


Di Luigi Amicone  DA TEMPI 01 Feb 2012


Chissà perché quelli di Cl non sono ancora rappresentati con la croce gialla cucita sul petto. Franco Monaco, che è un deputato bindiano intimo del cardinal Martini, sembra augurarselo dalle colonne di Repubblica. L’occasione è ghiotta: il nuovo cardinale e arcivescovo di Milano, Angelo Scola, che, consapevole di «darmi la zappa sui piedi», in un incontro con i giornalisti milanesi si è sentito in dovere di precisare che, pur essendo stato allievo di don Giussani, egli adesso non ha più nulla a che fare con quel movimento. Tanto meno con le eventuali “marachelle” di qualche suo aderente. Questa “presa di distanza” è spiegabile anche per i “segnali” che vengono da compitini sbagliati e ricicciati di cui abbiamo già scritto la settimana scorsa. Compitini, come quello di Sette, la cui attendibilità è già nella black list dei vescovi messi in quota Cl (uno è morto nel 1995) e nei titoli: “Comunione e Liberazione vanta una rete di 36 mila aziende per un giro d’affari di 70 miliardi” (l’articolo poi si corregge – in peggio – addebitando giro e affari alla Compagnia delle Opere, la quale però è un’associazione di imprese: è come scrivere che “Confindustria è una multinazionale”).

Per saperne di più

http://www.tempi.it/formigoni-tempi-questa-la-nota-lobby-che-mi-vuole-massacrare
http://www.tempi.it/il-prevedibile-attacco-formigoni-artefice-della-regione-pi-tedesca-d-italia
http://www.tempi.it/perch-vogliono-far-fuori-formigoni-0

Detto ciò, è tutto serio. Serio l’attacco politico a Roberto Formigoni. Serio che L’Espresso legga carte d’inchiesta riguardanti persone con nomi e cognomi come “Cl”, così come negli anni Settenta scriveva che «Cl è pagata dalla Cia». Serio che non si arrivi nemmeno più a ricordare, come rispose don Carrón al Cazzullo inquisitorio, che la responsabilità dei propri atti è personale, e nessuno, neanche la buona stampa pisapiana, dovrebbe permettersi di criminalizzare un intero movimento. E poi, che strane cose accadono: chi sfascia tutto ha diritto a giudizi e giudici comprensivi. Chi costruisce quel poco di buono che resta in Italia, è un paria.

martedì 31 gennaio 2012

ROSE L'ULTIMO FIORE DI DON GIUSSANI

«Il progetto della Luigi Giussani High School nasce perché desideravamo che anche i bambini, come gli adulti, capissero il valore reale che hanno. La nostra intenzione era quindi quella di vedere se la nostra esperienza poteva educare; così abbiamo voluto che dalle loro mamme, che hanno scoperto il valore della loro vita, continuasse anche nei ragazzi». Rose Busingye, fondatrice del Meeting Point International di Kampala, Uganda, ci parla della Luigi Giussani High School, la scuola secondaria costruita proprio nella capitale ugandese, nel quartiere di Kireka, che verrà inaugurata il prossimo 3 febbraio. «Le mamme hanno partecipato e lo stanno facendo ancora adesso attivamente, aiutandoci anche in faticosi lavori manuali. La nostra intenzione era proprio quella di creare questo luogo meraviglioso di compagnia e appartenenza affinché questi ragazzi possano scoprire loro stessi», spiega Rose.




E tutto questo è stato possibile anche grazie alle tante collane di carta riciclata realizzate dalle donne del Meeting Point…
Quando una persona scopre se stessa, quando capisce il proprio valore, allora ogni cosa che tocca acquisisce un valore e diventa presente. La cosa più importante è la scoperta di non essere definiti dalla povertà e dalla malattia, e quando si scopre il valore infinito di se stessi, allora a quel punto si può fare tutto, anche le collane. C’è un momento in cui ti senti lanciato dentro la realtà come un combattente, e non spaventa più niente, perché sai a chi appartieni. Dopo diventa tutto più facile, proprio attraverso il fiorire di questa appartenenza.

E così il 21 maggio 2010 avete posato la prima pietra.
Sì, ma le nostre pietre hanno la straordinaria capacità di mettere radici, di crescere e di fare anche fiori! La scuola può ospitare 400 ragazzi, dai dodici ai diciotto anni, che nei prossimi anni diventeranno 600, e l’edificio ospita dodici classi su tre piani, alcune adibite a uffici e laboratori. I bambini diventano così protagonisti, in un luogo dove possono vivere un’esperienza educativa e di crescita umana.

Anche grazie all’aiuto delle madri, che hanno fatto di tutto per assicurare un futuro ai loro figli.
L’educazione comincia dalla famiglia, la cosa più importante, e proprio per questo il Meeting Point ha creato queste piccole comunità dove le donne accolgono i ragazzi come veri e propri figli, anche se spesso non sono figli loro, per creare un rapporto costitutivo e fondamentale. Non sappiamo come andrà in futuro, ma il fatto che anche solo un ragazzo riesca a scoprire il valore che ha, per noi è un grande successo.

Cosa può dirci della grande solidarietà che si è creata per questo progetto?
Il progetto della scuola è stato portato avanti grazie a tanti amici, che ci hanno sostenuto non solo economicamente, ma anche psicologicamente. Ci hanno dato la forza di continuare e ci hanno aiutato nella costruzione di questa fantastica scuola. Hanno poi contribuito con importanti finanziamenti, ma credo che dove c’è cuore, ci siano anche i fondi. Il 3 febbraio inaugureremo la scuola, e tutte le donne stanno preparando tantissime cose per il grande evento. Verranno anche tanti amici dall’Italia e dalla Spagna, insieme al Nunzio apostolico che verrà a battezzare i bambini e a dare la benedizione, come ha fatto anche in occasione della posa della prima pietra.

Cosa significa per lei vedere intitolata la scuola a Luigi Giussani?
Il merito non è solo nostro, perché il lavoro di don Gius (come Rose chiama don Giussani, ndr) continua ed è sempre presente. La sua prima missione è stata proprio nelle scuole e noi, continuando e cercando di portare avanti i suoi intenti, abbiamo presto visto che il suo carisma continuava a influenzarci e a cambiarci. In fondo, credo che sia possibile vivere felicemente solo assaporando il carisma di don Gius, perché è fatto apposta per l’uomo, ma purtroppo è l’uomo che spesso va in una direzione opposta.



 INTERVISTA a ROSE BUSINGYE
di Claudio Perlini
da ilsussidiario.net

leggi anche
http://www.30giorni.it/articoli_id_20405_l1.htm

UN COMUNISTA NON PENTITO

Il capo dello Stato che bocciò i decreti di Berlusconi ha firmato senza battere ciglio quelli di Monti.



di Fabrizio Rondolino
Tratto da Il Giornale del 29 gennaio 2012

Questa volta, bisogna riconoscerlo, Roberto Calderoli qualche ragione ce l’ha. All’ex ministro leghista della Semplificazione il decreto sulle semplificazioni appena varato dal governo tecnico ha fatto venire la mosca al naso: e non (soltanto) perché a Monti è riuscito di fare quello che Calderoli e i suoi colleghi avevano soltanto, e parzialmente, impostato. Ma anche, e soprattutto, perché «buona parte dei contenuti del decreto sono gli stessi, o quanto meno una loro variante, del decreto per la crescita predisposto dal sottoscritto con Castelli, Romani e Brunetta, che mai ha visto la luce a causa dell’indisponibilità del presidente Napolitano a firmarlo». La conclusione di Calderoli è apertamente polemica: «Due pesi e due misure, caro presidente Napolitano, che mi amareggiano e che fanno vacillare la stima che avevo per lei».

A sostegno della ricostruzione del ministro leghista interviene Brunetta: «È vero, fummo impossibilitati a fare un maxiemendamento al decreto perché ci furono le perplessità del Colle». Del resto, non è un mistero che il Quirinale, per tradizione e per cultura politica, sia da sempre restìo alla decretazione d’urgenza, preferendo invece l’iter parlamentare classico e privilegiando dunque il confronto con le opposizioni rispetto all’efficacia e alla rapidità della decisione.

Nei confronti del governo Berlusconi più volte Napolitano è intervenuto, dietro le quinte o apertamente, per bloccare questo o quel decreto. Nel febbraio dell’anno scorso inviò una lettera ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio per «richiamare l’attenzione sull’ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”». In quel testo, in effetti, c’era di tutto, secondo una tradizione antica che risale alla Prima Repubblica: nella grande palude del bicameralismo perfetto spesso l’unico modo per approvare un provvedimento è infilarlo di straforo in un decreto. Non sarà costituzionalmente irreprensibile, ma può essere di grande utilità.

Lo scorso novembre, nel pieno della crisi finanziaria e con il governo Berlusconi oramai agli sgoccioli, il Quirinale intervenne di nuovo per bloccare il decreto che avrebbe reso immediate le misure che il governo stava per approvare in risposta alla famosa lettera di Bruxelles. Secondo Napolitano alcuni dei provvedimenti ipotizzati - per esempio quelli sul Welfare, il diritto del lavoro e i licenziamenti - non potevano essere affrontati con uno strumento d’urgenza, ma andavano inseriti nel maxiemendamento alla legge di stabilità che in quei giorni era al vaglio del Parlamento.

In un paio di mesi, tutto è cambiato. Di licenziamenti e riforma dell’articolo 18 si è già cominciato diffusamente a parlare, e la più grande riforma delle pensioni che l’Italia abbia mai avuto è già stata fatta: per decreto. Il «salva-Italia» e il «cresci-Italia» sono due decreti-omnibus che contengono l’equivalente di una ventina di leggi e forse più: se fossero mai venuti in mente a Berlusconi (o a chiunque dei suoi predecessori), l’opposizione sarebbe insorta e il Quirinale avrebbe mandato i corazzieri. Ha dunque ragione Brunetta quando osserva, con una punta di sconsolato rammarico, che «avevamo ragione noi. Se si vuole avere un impatto immediato sul Paese, sull’economia e sui mercati occorre lavorare per decreto. Lo dicevamo noi, adesso Monti lo fa». Merito (o colpa) della Grande Crisi, naturalmente, che impone scelte rapide e decisioni immediate. E su questo nessuno discute: altrimenti perché mai avremmo mandato al governo una squadra di tecnici? E siccome sono tutti dei simpatici secchioni, c’è da giurare che i loro decreti siano inappuntabili, e che giustamente il Quirinale s’affretti a firmarli quasi senza leggerli.

Però il problema rimane, e prima o poi meriterà una riflessione più approfondita. È vero che la democrazia in Italia non è sospesa, visto che il governo dispone della (larga) maggioranza del Parlamento. Ma è anche vero che il Parlamento mostra ogni giorno di più la sua inutilità: non esprime ministri né sottosegretari, non scrive le leggi, non disegna le riforme. Ai parlamentari non è rimasto altro che qualche comparsata in tv e un voto di fiducia settimanale. Dalla centralità del Parlamento siamo rapidamente passati alla sua eclissi totale: per decreto, e senza neppure accorgercene.



MORALE PRIVATA E PUBBLICI COMPROMESSI

 Un presidente per disgrazia ricevuta

Nessun revisionismo, nessun insincero onore delle armi, nessun omaggio ipocrita, nessuna dichiarazione sul filo dell'acrobazia verbale. Il Pdl decide di evitare i funerali di Oscar Luigi Scalfaro. E sceglie un eloquente silenzio rispetto al giudizio su una delle figure più controverse della nostra storia repubblicana.


di Vittorio Feltri
Tratto da Il Giornale del 30 gennaio 2012

L’antiquariato della Repubblica italiana perde un altro pezzo e va estinguendosi: è morto Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del ribaltone. Fu lui, infatti, con la collaborazione malandrina di Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, a convincere Umberto Bossi ad abbandonare la maggioranza di centrodestra, provocando così la caduta del primo governo Berlusconi. Tutto accadde tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995. Ci si aspettava che il capo dello Stato, uscito momentaneamente di scena il Cavaliere, sciogliesse le Camere e indicesse elezioni anticipate. Neanche per sogno.

Il Quirinale, non contento di aver sottratto la Lega alla coalizione che appoggiava l’esecutivo, si adoperò, con i citati complici (D’Alema e Buttiglione), a far traslocare i padani nel centrosinistra allo scopo di dar vita a un nuovo governo presieduto da Lamberto Dini, anche questi proveniente dalle file berlusconiane. Un capolavoro di scorrettezza, un tipico imbroglio italiano perché formalmente legittimo anche se, nella sostanza, irrispettoso della sovranità popolare. Paradossalmente chi aveva vinto le elezioni fu cacciato all’opposizione, e chi le aveva perse fu promosso alla guida del Paese. Ecco. Basterebbe l’episodio narrato a fotografare l’uomo, abile e spregiudicato, pronto a tutto per imporre la propria volontà ispirata dal cielo. Ma la sua storia è talmente piena di aneddoti che non può esaurirsi nel racconto del ribaltone. Anche perché, sotto la sua presidenza (e regia) se ne registrò un altro, altrettanto clamoroso, alcuni anni appresso. A Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, gongolante per aver ottenuto l’ingresso dell’Italia nella moneta unica. Ma la sua felicità durò poco, perché Fausto Bertinotti, a un certo punto, gli votò contro e, euro o non euro, il Professore dovette andarsene a casa. Ancora una volta sarebbe stato opportuno mobilitare le urne, visto che Rifondazione comunista aveva ritirato il suo sostegno alla maggioranza. Ma Scalfaro diede l’incarico di formare un nuovo ministero a D’Alema. Il quale però non aveva i numeri, e se li procurò cooptando Clemente Mastella con un pezzo dell’Udc (allora Ccd) prelevato dal centrodestra. La mossa fu denominata ribaltino. D’Alema stette in sella un annetto. Sloggiò dopo la sconfitta alle regionali. E il capo dello Stato lo sostituì con Giuliano Amato, che concluse la tribolata legislatura nel 2001.

lunedì 30 gennaio 2012

IL "GIORNALONE" E' PERPLESSO

 Rep. delusa da Monti

Tratto da Il Foglio del 27 gennaio 2012



“Non si può costituire il Cln assieme a Mussolini”, dicono nei corridoi di Largo Fochetti, sede del giornalone del centrosinistra: Repubblica.

Niente pacificazione nazionale, niente grande coalizione, nessuna legittimazione per il patto tripartito fra Pdl, Pd e Udc visto che Mario Monti (con Giorgio Napolitano) dà l’impressione di tendere una troppo generosa mano a Silvio Berlusconi, belzebù. Da qui il pressing insistito su Corrado Passera (e il tremendo sospetto che la sua presenza su una recente copertina di Panorama sia il segnacolo di un corteggiamento serio da parte del Cav.): e la faccia questa benedetta asta per le frequenze televisive! E che dolori, ieri, quando Berlusconi in persona – cioè quello che secondo loro agita i peggiori incubi di Monti: “Il professore inizia a temere il Pdl”, scrive Rep. “Non so se riesce a tenere fino alla fine”, rilancia Rep. – ha candidamente confessato che a lui, invece, il governo tecnico va benone (“non ci tiriamo indietro”) e ha persino provocato il solito rigurgito bossiano di male parole: “Berlusconi? E’ una mezza cartuccia”.

Se è vero che una parte minoritaria del Pdl, della corte del Cavaliere (soprattutto gli ex di An), soffia con scarsi risultati nelle orecchie di Berlusconi le parole “elezioni” e “anticipate”, si conferma ogni giorno di più – come sanno i bene informati – che il partito della zizzania ha il suo vero quartier generale nella redazione di Repubblica. Guai a parlare di grande coalizione, da quelle parti: ne sa qualcosa il povero Enrico Letta, che quella formula l’ha usata sul serio, e per questo è scarsamente amato.


“Il problema è che Monti, loro, non riescono a eterodirigerlo com’erano abituati a fare con tutti gli altri. Sono stati sempre loro a incoronare gli antiberlusconi di turno, a partire da Rutelli. E invece Monti fa parte di un’altra corazzata, è imbarcato sull’incrociatore Corriere della Sera. Insomma è un’altra scuola, un’altra genìa e non fa nulla per ingraziarsi Repubblica”, sostiene Maurizio Gasparri. Basta seguire le mosse dell’editore Carlo De Benedetti (CDB), decrittare l’arzigogolio del Fondatore (Eugenio Scalfari), osservare la freddezza dimostrata da Rep. nei confronti del professor Monti dal momento in cui si è seduto sulle poltrone bianche e orridamente criptoberlusconiane di Bruno Vespa: che delusione, “una favola interrotta” ha sospirato Curzio Maltese. E pensare che Ezio Mauro, il direttore, era pronto a esaltarne la dote più forte (ai suoi occhi): la discontinuità con “l’egoarca”. E invece niente. Un alieno, questo Mario Monti, uno che, con Elsa Fornero, vorrebbe abolire l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, uno che fa preoccupare la tosta Mariastella Gelmini (“ma non è che ci sorpassa a destra?”).