martedì 2 luglio 2013

PORTARE CRISTO ALLE PERIFERIE DELL'ESISTENZA


A 100 giorni dal suo ingresso in Diocesi intervista all’Arcivescovo Mons. Luigi Negri

In questi primi mesi ha già potuto incontrare e conoscere molte realtà, sia dentro la chiesa locale che sul territorio, a livello Amministrativo e Istituzionale. Possiamo fare un primo bilancio?

Vorrei prima di tutto sottolineare il senso profondo di una grande accoglienza di cui sono stato oggetto, e della grande speranza che mi viene testimoniata in tutti gli incontri, sia quelli ecclesiali che quelli civili. Parlo di un’attesa di autorevolezza esplicita, quella che non è possibile senza avere una proposta di vita autentica. Qualsiasi altra autorevolezza o diventa autoritarismo, come forse è stato nel passato, o diventa estraneità.

Oggi l’autorità, purtroppo, anche a livello ecclesiastico, è sentita estranea perché difficilmente si riesce a capire in che cosa consista la sua proposta di vita. Si conoscono le competenze istituzionali, che sono spesso esplicitate e accompagnate da un certo apparato ecclesiastico che durerà ancora decenni, ma non la sua proposta di vita.

Sotto questo aspetto devo dire che cattolici e laici, incontrati sia muovendomi per la città che nelle sedi istituzionali, mi hanno mostrato una fortissima simpatia, anche umana dovuta forse al mio modo di pormi e al mio temperamento, a conferma dell’idea maturata in questi miei ultimi anni di episcopato che il presente e il futuro della Chiesa, e della società, è legato ad un dialogo intenso e serio fra cattolici non clericali e laici non laicisti.

E riguardo al prossimo futuro?

Certamente dentro questa grande accoglienza ho incominciato a intravedere le linee di un lavoro che sarà molto intenso, per certi aspetti anche pesante, soprattutto penalizzato dalla relativa brevità di questo episcopato.

La prima riguarda il cammino propriamente ecclesiale.

Si tratterà di affrontare per la prima volta con decisione il tema della Nuova Evangelizzazione. Non come un tema teorico, omiletico o pastorale in senso ristretto, ma come la grande novità da riportare nel cuore di tutti quelli che, toccati dalla fede, oggi se ne trovano distanti, come ha detto Benedetto XVI nel recente Sinodo. Si tratta di una consapevolezza profonda e di una novità di esperienza che la Chiesa deve vivere in tutte le sue articolazioni.

Ci deve essere una Nuova Evangelizzazione in parrocchia, nelle strutture associative della vita ecclesiale, nella vita delle singole persone e nella loro presenza missionaria e culturale negli ambienti che frequentano. La Nuova evangelizzazione non è una cosa fra le altre ma è la forma stessa, come dicevano una volta i Tomisti, della vita.

Si tratta di una grande sfida ma non possiamo recedere da questa prospettiva aperta da Giovanni Paolo II e approfondita da Benedetto XVI ed ora riproposta, in termini semanticamente nuovi, da Papa Francesco quando dice che bisogna portare Cristo, la novità della vita in Lui, alle periferie dell’esistenza. Le periferie sono dentro la vita dell’uomo del piccolo paese del Bondenese come dentro le grandi città e dentro le strutture culturali, sociali e politiche.

Si tratta di una grossa sfida e mi sembra di avere già intravisto una vasta realtà di preti e di laici disponibili a correre quest’avventura per la loro vita. Come ho già detto negli incontri vicariali e in molte altre occasioni, ho incontrato gente che non vive soltanto una tensione di generosità nei confronti delle strutture ecclesiali ma che vive anche la verità del proprio essere e appartenere alla Chiesa, e la conseguente generosità, verso le realtà più semplici e nei modi più umili. Ho sempre davanti agli occhi l’esempio delle signore che puliscono le chiese, che ho trovato sempre così dignitose, anche quelle solo parzialmente agibili dopo il terremoto. Queste signore, nelle semplici cose che fanno, esprimono una preoccupazione esteticamente piena di fede.

Concretamente con cosa dovrà misurarsi la Nuova Evangelizzazione nella nostra realtà Ferrarese-Comacchiese?

La Nuova Evangelizzazione avrà bisogno di misurarsi a fondo con le due grandi sfide che vengono dalla realtà e dalla storia di questi ultimi mesi.

Per prima la questione del terremoto, che ci sollecita ad una nuova solidarietà a livello ecclesiale e sociale, perché il terremoto rappresenti una sfida positiva e non un disastro. Per cui occorre rinnovare una capacità di andare oltre i guasti del terremoto che non solo soltanto, come diceva il Card. Caffarra, i guasti delle strutture ma i guasti e le rovine delle anime. Quindi rinnovare l’esperienza della fede in modo tale che questa sfida, che è esistenziale, materiale, economica e sociale, possa essere vissuta in modo positivo. Pungolando anche le Istituzioni a fare la loro parte, perché come ho detto, e mi sembra che la formula fosse abbastanza felice, non si può vivere l’emergenza come se fosse normalità. Se questo accade vuol dire che qualcosa non funziona. E qui ciò che non funzione è assolutamente chiaro, ed è anche chiaro che la pazienza dei Vescovi, ed in particolare quella del Vescovo di Ferrara-Comacchio, non sarà senza fine.

L’altra grande sfida, che la Nuova Evangelizzazione dovrà affrontare, è quella che viene dalla terribile crisi economica che esige modi nuovi di presenza nella vita ecclesiale e sociale.

Una crisi che credo non si sia ancora percepita nella sua reale portata ed ha bisogno di una educazione di tutti a nuove forme di sobrietà e di solidarietà.

Voglio ridirlo, ripeterlo vibratamente e cogliere ancora questa occasione per sottolinearlo: è inutile prendersela con chi non capisce le questioni economiche quando la generazione adulta, e addirittura le istituzioni, consentono a centinaia o migliaia di giovani di bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga. Stanno a vedere e, al massimo, intervengono per ridurre le conseguenze negative sul piano dell’estetica della piazza o della vita della città.

Certamente non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono postribolo a cielo aperto.

Come pensa che la nostra comunità cristiana possa attrezzarsi per queste sfide?

Per rispondere veramente dobbiamo capire anche tutte le difficoltà del passato che diventano limiti per il presente. Non che prima di me ci siano stati solo limiti, assolutamente, è sempre meglio pensare che ogni persona si esprime con il massimo dell’intelligenza che gli è consentita.

Devo però dire che, per quanto riguarda la presenza nella vita culturale, sociale e politica, i cristiani sono assenti come tali.

E’ come se il cammino della fede si fermasse nell’ambito della propria vita personale, al massimo famigliare, nelle vicende di una pratica spirituale e devozionale sufficientemente intensa, anche se in calo in città, ma che non investe le grandi questioni culturali, sociali e politiche su cui si gioca il presente e il futuro della società.

C’è come un “sentiero interrotto”, per usare un’espressione di Heidegger nei confronti della storia della filosofia occidentale, che la Chiesa, nel Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ha vigorosamente aperto ma che qui resta interrotto. Il problema non è la presenza di cattolici che, con una certa spiritualità e una certa pratica di fede e morale personale, si impegnano nella vita politica. Il mio problema è: come si impegnano nella vita politica? Quali sono le istanze profonde alla luce delle quali si compiono analisi di carattere politico? Le scelte possono essere diversificate ma la radice, il corpo della presenza dei cattolici, è unitario sia come esperienza di fede che come unità culturale. I criteri fondamentali della presenza socio-politica dei cristiani, come ricorda la bellissima nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002 sui criteri fondamentali per la presenza dei cattolici in politica firmata dall’allora Card. Ratzinger, si possono sintetizzare nei valori non negoziabili della dottrina sociale della Chiesa. Vorrei che ci chiedessimo seriamente, noi cattolici e in particolare noi ecclesiastici, se nelle scelte politiche di tanti nostri compagni di strada (nel senso di appartenenti all’esperienza ecclesiale) in primo piano ci siano i valori non negoziabili alla luce dei quali si impostano analisi di carattere socio-politico e quindi economico, e a seguire scelte anche di alleanze oppure no.

A me sembra che qui da noi, come nel resto d’Italia, in primo piano ci siano le analisi, le simpatie, le sintonie, che sono tutte legittime ma non possono essere il valore fondamentale. I valori non negoziabili vengono richiamati ogni tanto e in modo sempre più flebile. Penso alla vita, alla famiglia, alla paternità e maternità, alla giustizia sociale in senso cattolico e solidarista, e non scimiottando i discorsi del sindacalismo da una parte o del capitalismo debole dall’altra.

C’è un cammino educativo lungo il quale la Chiesa è chiamata a ritrovare la fede, la cultura, la morale e la politica, come ha detto Papa Francesco al Presidente della Cei e quindi a tutti i Vescovi pertanto anche a me, che ero lì presente. “Sono cose vostre” ha detto il Papa, e quindi non si può interrompere l’azione educativa della Chiesa, ed essa non delega a nessuno le responsabilità che sono sue. Certamente in Italia, e certamente qui, si deve uscire dal silenzio, da una chiesa del silenzio che non è stata l’esito di un totalitarismo pesante ma che si è autosilenziata, o perlomeno ha rischiato di esserlo, a fronte di un totalitarismo duro ma soft: duro come pratica politica ma sufficientemente scaltro e apparentemente benevolo nell’esercizio della vita socio-politica.

Sento ciò che ho detto come una grande sfida alla mia vita di Pastore e di cristiano, e vorrei comunicare a tutti il bruciore di questo disagio perché diventi preghiera al Signore affinché ci cambi il cuore e l’intelligenza ma soprattutto ci renda impetuosi nell’azione.

Non inamidati, come dice il Papa, non silenziosi e quieti per paura di sbagliare. Anch’io come Papa Francesco preferirei una Chiesa di Ferrara-Comacchio che può sbagliare ma perché è viva, anziché una Chiesa che non sbaglia mai. Gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non sono più sulla terra, sono i morti.

a cura di Massimo Manservigi

(da la Voce di Ferrara-Comacchio del 28 giugno 2013)

LA QUESTIONE DI DIO E LE STELLE


Marco Bersanelli ricorda Margherita Hack

Margherita Hack ha rappresentato un unicum nella percezione pubblica della scienza in Italia, una figura di grande impatto mediatico per tanti giovani e per il grande pubblico, spesso presente nei dibattiti non solo sui temi dell’astrofisica e della scienza, ma anche dell’ecologia, della società, della politica. Nel 1964 è stata la prima donna direttore dell’Osservatorio Astronomico di Trieste, e lo ha guidato per oltre 30 anni lasciando molti allievi e colleghi a lei affezionati che oggi piangono la sua scomparsa. Ma se ha avuto tanta popolarità e influenza nell’immaginario collettivo non è tanto per i suoi meriti scientifici, pure significativi nel campo dell’astrofisica stellare, quanto piuttosto per l’incisività dell’immagine che intorno a lei si è costruita e affermata per decenni nei media nazionali. Un’immagine che traeva forza dalla sua toscanissima spregiudicatezza e dalle sue posizioni radicali in materia di politica e di religione. Una vita di impegno politico nel partito radicale e nei comunisti italiani, orgogliosa del suo ateismo («Non ho mai creduto troppo a nulla, poi non ho creduto assolutamente più a nulla», disse in un’intervista nel 2005), è talvolta arrivata a esprimere punti di vista estremi rispetto alla fede in Dio tacciando di infantilismo e superficialità chi vive una posizione religiosa.

Mi ha sempre colpito questa sua ostinazione sulla questione religiosa, quasi si agitasse in lei un tormento, o forse come lei avrebbe detto una fede sui generis: «tanto il credente che il non credente non possono dimostrare scientificamente l’esistenza o la non esistenza di Dio, si tratta in ambedue i casi di fede». Sono parole del suo ultimo libro, “Il mio infinito. Dio, la vita e l’universo nelle riflessioni di una scienziata atea”. In questo libro, nel confermare con fierezza le sue posizioni radicali, in alcuni passaggi Margherita si dimostra più aperta rispetto a certe rigidità del passato. Ad esempio, indica (e forse auspica?) la strada del tutto condivisibile e positiva per un dialogo tra posizioni diverse: «ateo e credente possono anche dialogare, a patto che ambedue siano “laici”, nel senso che rispettano le credenze o le fedi dell’altro senza volere imporre le proprie». Ed esprime il limite intrinseco del metodo scientifico, riconoscendo che la scienza non è in grado di rispondere alle domande di significato: «la scienza sviscera le cause piccole e grandi di quello che c’è, non il perché c’è. Non spiega, né potrà mai spiegare perché c’è l’universo, perché c’è la vita».

Ma nella sua visione quelle domande di significato si trovano abbandonate nel binario morto dell’opinione, del sentimento, della scelta arbitraria, dell’irrazionalità. Le domande a cui non sappiamo rispondere, dice la Hack, si dividono in due grandi categorie: quelle che resteranno sempre senza risposta e quelle che ci appaiono oggi inaccessibili ma che non si può escludere un giorno possano essere affrontate: «alla prima categoria appunto appartiene il perché c’è l’universo e non il nulla». Raramente la moderna divisione tra sapere e credere è stata espressa tanto sinteticamente: da questo punto di vista la Hack ha dato voce alla posizione culturale più diffusa nella nostra mentalità.


A me pare che la religione che Margherita disdegnava era legata a un’idea ridotta di Dio e a un’idea moralistica della fede. Non poteva sopportare che Dio fosse una svendita del bisogno umano di comprendere, la «scappatoia per spiegare quello che la scienza non sa ancora spiegare». Mentre l’uomo è fatto per conoscere, la fede come lei la intendeva e la conosceva era piuttosto una passività, un rifugio, un’auto-consolazione. Ma la Fede è ben altro! Così oggi che Margherita è scomparsa dispiace che non ci siano state più occasioni di dialogo, di confronto, per provare a intendersi meglio. E mi domando quanto noi scienziati credenti abbiamo saputo e desiderato veramente esprimere e testimoniare una Fede viva, capace di dimostrarsi incidente nel nostro lavoro, di rendere più desiderabile la conoscenza e più viva la ricerca. Il ricordo di Margherita, e la sua inedita assistenza dal cielo, possa aiutare tutti noi a essere più autentici nel vivere e condividere ciò in cui crediamo.

 

venerdì 28 giugno 2013

CREPALDI: IL BENE COMUNE E' IL RISPETTO DELL'ORDINE DEL CREATO


«Leggi contro natura, dove sono i laici cattolici?»

di Stefano Fontana28-06-2013

 

Pubblichiamo l'intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che esce oggi sul settimanale diocesano Vita Nuova, in cui offre un giudizio sulla realtà presente del laicato cattolico e il suo impegno nel sociale e nel politico.

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?
Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.

Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?
Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.

Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?
Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.

Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?
Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.

Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.
Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.

Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?
Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.

Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…
Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione.

Cosa l’ha maggiormente colpita nel libro?
Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”.

Può fare un esempio?
Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?
Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.

Cosa significa questo?
Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.

Nel libro di Alici c'è il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.
Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.

Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?
Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.

Da cosa dipende tutto ciò?
Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?
Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo.

L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei?
Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche.

Allora a lei l’Azione Cattolica non va bene?
Io credo nell’Azione Cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici.

In che modo?
Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...

OBIEZIONE DI COSCIENZA E ISTITUZIONI


Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân25-06-2013
 

Le enormi pressioni a favore del riconoscimento delle convivenze e del matrimonio omosessuale, che assumono ormai le caratteristiche di una prepotente ondata che adopera ogni mezzo per imporsi, presentano un lato molto problematico su cui pochi riflettono. Quando sono le istituzioni a farsene protagoniste si pone il grave problema dell’obiezione di coscienza nei confronti delle istituzioni. La storia dell’impegno sociale e politico dei cattolici ha alle sue origini, alla fine dell’Ottocento, una tale obiezione di coscienza. Non si vorrebbe tornare a quella situazione, ma le spinte perché questo avvenga sono molto forti.

Card. Van Thuan
Le pressioni per la svolta radicale rappresentata dal matrimonio omosessuale sono molteplici e provengono da vari soggetti: associazioni della società civile, la stampa progressista che sistematicamente induce a confondere tra omofobia, che riguarda le persone, e opposizione al pluralismo familiare, che riguarda le leggi, potenti agenzie internazionali, infiltrazioni ideologiche dentro le agenzie delle Organizzazioni internazionali, ricchi centri di potere lobbistico e così via. Questo lo si sa.

C’è una lotta in campo e si tratta di combatterla. Tutto ciò non presenta un particolare problema, dato che le forze in campo sono riconoscibili e la partita è aperta. Il vero problema nasce quando a promuovere il matrimonio omosessuale, l’ideologia omosessuale e l’ideologia del gender, che ne è il presupposto culturale di fondo, sono le pubbliche istituzioni, nascondendo la loro propaganda dietro la presunta difesa dei diritti umani e la lotta alla discriminazione. In questo caso scatta qualcosa di particolarmente pericoloso che spacca il cosiddetto patto sociale e che può riportare i cattolici ad una opposizione di principio nei confronti delle istituzioni pubbliche. Sarebbe un grave danno per tutti.

Molti enti locali italiani hanno aderito alla RE.A.DY (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere). Gli obiettivi della rete contengono l’ambiguità di fondo tipica della cultura del gender, ossia considerano discriminatoria ogni posizione che faccia riferimento ad una dimensione naturale della famiglia e confondono tutto ciò con la negazione di diritti individuali a gay e lesbiche, ossia con la discriminazione. Sostenere, quindi, che una coppia gay non può avere il riconoscimento di una coppia eterosessuale sposata assume le caratteristiche di un atto di intolleranza. Le attività della rete in questione non si limitano quindi a diffondere un sentimento civile di rispetto, ma una precisa cultura dell’indifferenza sessuale (appunto, la cultura del gender) e quindi di distruzione del plesso procreazione-famiglia-filiazione. Si tratta di un vero e proprio stravolgimento fatto passare per semplice educazione alla tolleranza. Questa attività degli enti locali non si limita alle ricorrenze, come nel caso della giornata annuale contro l’omofobia, ma si struttura come continuativa, in raccordo con istituzioni scolastiche pubbliche, alle quali il comune o la provincia assicurano il patrocinio, i contributi con cui retribuire gli operatori, solitamente espressione delle associazioni gay e lesbiche, e la collaborazione. Spesso vengono anche progettate campagne mirate. In particolare sono oggetto di questa formazione culturale i corsi di educazione sessuale nelle scuole pubbliche. Non va dimenticato che non solo gli enti locali ma anche la scuola è, in una certa misura, una istituzione pubblica.

Fin tanto che a promuovere la cultura del gender è una associazione espressione della società civile si pone un problema di competizione nella società civile e niente altro. Quando però sono le istituzioni pubbliche che si fanno carico di trasmettere questa ideologia significa che un pensiero unico viene promosso con i sistemi della propaganda. Le istituzioni non devono fare propaganda e non devono discriminare, nemmeno quando vorrebbero lottare contro una presunta discriminazione.
L’obiezione di coscienza da parte dei cattolici e di quanti sono interessati alla verità è ormai applicata in vari campi. Quando però le istituzioni si comportano in questo modo, l’obiezione di coscienza rischia di doversi applicare alle istituzioni stesse. Se dalle istituzioni bisogna difendersi, anche con l’obiezione di coscienza e a proprio rischio e pericolo, allora il patto tra cittadini viene mano e le istituzioni non sono più “di tutti”. Studenti cattolici, famiglie cattoliche e cittadini cattolici in genere dovrebbero infatti fare obiezione di coscienza alle attività degli enti locali e della scuola pubblica di cui si parlava sopra.Questo, però, ci rigetterebbe indietro nel tempo e riaprirebbe ferite che si pensavano superate. Dopo la presa di Roma del 1870, i cattolici espressero un motivato rifiuto del nuovo Stato italiano. Si trattava di una obiezione di coscienza nei confronti delle istituzioni pubbliche di allora. In seguito, lungo i decenni e a prezzi anche molto alti, questa frattura fu in qualche modo ricomposta ed oggi il senso di appartenenza dei cattolici alla nazione italiana e la fedeltà alle istituzioni repubblicane è pieno, anche se rimane l’obbligo di obbedire prima di tutto a Dio. Se ora dovesse diffondersi e ulteriormente prendere piede questa deriva delle istituzioni pubbliche verso queste nuove intolleranti ideologie travestire da tolleranza, riemergerebbe per i cattolici l’obbligo morale di distinguersi da tutto ciò, di dividere le responsabilità morali, di dire che questo avviene “non in mio nome”. Sarebbe una grave frattura civile che l’Italia non può permettersi.

PREGIUDIZI E SCHEMATISMI SU PAPA FRANCESCO



FRANCESCO E UN CATTOLICESIMO POST-IDEOLOGICO (?)

martedì 25 giugno 2013

Non sono un professore di storia del cristianesimo in una prestigiosa università americana, né tanto meno teologo o filosofo di professione (e si vede, potrete dire).
Sono un sacerdote che ama la Chiesa: quella storica, concreta, reale; che cerca di vivere quotidianamente la missione, in questo nostro tempo, usando anche i mezzi della comunicazione sociale. Certo, sono mezzi interessanti, ma se sono vissuti e operati senza un soggetto reale diventano strumenti di omologazione e di ripetizione (cioè cinghie di trasmissione di un cieco potere, o del potere dell’ovvio… Direbbe il poeta Giusti “strumenti ciechi di occhiuta rapina”).
Ho letto l’analisi del professor Massimo Faggioli sul “cattolicesimo post-ideologico”, pubblicato su L’Huffington Post del 25 giugno 2013. Interessante, certo, ma analisi anch’essa viziata da quel ideologismo che vorrebbe combattere.
Sembra infatti che l’insegnamento del Papa (ora Francesco, ma prima di lui Benedetto XVI) sia passato al vaglio di una critica che ne analizza il pensiero rispondendo a domande che non sono del pensiero stesso, ma imposte da una osservazione pregiudiziale, quando non da uno schematismo superficiale.
Un metodo non ideologico presuppone che la via adeguata per la conoscenza sia indicata dall’oggetto stesso - in questo caso la natura di “magistero” che le parole (e i gesti) del Papa vogliono realizzare. Allora si troverebbe una continuità con l’insegnamento costante della Chiesa con l’intento dichiarato del Concilio Vaticano II (così come ben espresso dal beato Giovanni XXIII e ripreso continuamente dai papi, Papa Francesco compreso).
E potremmo allora elencare i punti di questa continuità dottrinale:
·         «Noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un’altra fede, che non hanno la stessa fede. Tutti hanno qualcosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andare all’incontro con tutti, senza negoziare la nostra appartenenza.» [Papa Francesco, alla Veglia di Pentecoste 2013]

·         «Che cosa significa “perdere la vita per causa di Gesù”? Questo può avvenire in due modi: esplicitamente confessando la fede o implicitamente difendendo la verità… A voi giovani dico: Non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza, quando ci propongono questi valori che sono avariati;… questi valori ci fanno male. Dobbiamo andare controcorrente! E voi giovani, siate i primi: Andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!... Non portiamo con noi questi valori che sono avariati e che rovinano la vita, e tolgono la speranza.» [Angelus del 23 giugno 2013]

·         «Il vostro compito è certamente tecnico e giuridico, e consiste nel proporre leggi, nell’emendarle o anche nell’abrogarle». [Ai Parlamentari Francesi]

·         «Il fine dell’economia e della politica, è proprio il servizio agli uomini, a cominciare dai più poveri e i più deboli, ovunque essi si trovino, fosse anche il grembo della loro madre» [A Cameron, in occasione del G8]

·         «Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini.» (Al Corpo Diplomatico)


Una lettura non ideologica si rileva allora necessaria; quella stessa lettura che ci farebbe essere realizzatori coerenti del Concilio Vaticano II.
Ci attende un compito entusiasmante.

 


Fonte: CulturaCattolica.it

 

martedì 25 giugno 2013

giovedì 27 giugno 2013

DATECI L'UOMO, L'ACCUSA LA TROVIAMO NOI (ARCIPELAGO GULAG -MILANO)


Non bastava la disoccupazione, la crisi economica devastante, il governo di larghe intese tenuto insieme con il bostik, la Merkel, la Deutsche Bank, lo spread...

Ci volevano anche i giudici di Milano. Anzi, le giudichesse.

Vorrei domandare alle tre parche, che ieri hanno tessuto e tagliato il filo di Berlusconi, come fanno a sapere che il Cavaliere è stato a letto con Ruby, se ambedue gli imputati negano; in particolare (non è cosa di poco conto) lo nega proprio la bella marocchina. Le hanno messo una microspia tra le mutande?

Vorrei sapere come fa il Cavaliere ad essere un concussore, se le persone che dovrebbero essere concusse lo negano. I tre funzionari di polizia coinvolti, Ostuni, Morelli e Iafrate, parti offese del reato di concussione, non si sono costituiti parte civile e in aula hanno detto di aver agito normalmente «nell'interesse della minore», come ha sottolineato il commissario Iafrate.

Vorrei sapere come si fa a ipotizzare la falsa testimonianza per tutti coloro che in tribunale hanno preso le difese di Berlusconi (sono più di 30 persone!), mentre avrebbe valore solo chi sostiene l' accusa.

Bisogna avere un odio viscerale per l’imputato, per condannare in queste condizioni. Perfino l’antico diritto romano esigeva l’assoluzione nei casi dubbi: in dubio pro reo.

Ma le tre parche non hanno avuto dubbi: l’imputato era certamente Silvio Berlusconi; ergo, il massimo della pena, perfino oltre le richieste dell’accusa: un anno in più.

Non ho simpatie politiche per Berlusconi, e per la verità non ho simpatie politiche; la politica è sempre più una cloaca maxima. E la gente l’ha capito.

Ma voler eliminare una persona per vie giudiziarie, dal momento che non si riesce a farla fuori con il voto democratico, questo fa pensare ai tribunali speciali dei regimi rossi e neri.

I tribunali sovietici al tempo di Solgenitzin dicevano: “Dateci l’uomo, l’accusa la troviamo noi” (Arcipelago Gulag).

Sono vent’anni che processano l’uomo di Arcore, da quando “scese in campo” contro Occhetto e la sua “gioiosa macchina da guerra”, che finì tristemente.

Altrove i processi languiscono o non si fanno. Solo il tribunale speciale di Milano è a pieni regimi.

Anzi, a pieno “regime”.

DA

ANDARE CONTROCORRENTE


 Papa Francesco – ancora una volta – ha toccato le corde del nostro cuore, e ci ha appassionato a una fede lieta e coraggiosa. All’Angelus così ha detto:

Che cosa significa “perdere la vita per causa di Gesù”? Questo può avvenire in due modi: esplicitamente confessando la fede o implicitamente difendendo la verità… A voi giovani dico: Non abbiate paura di andare controcorrente, quando ci vogliono rubare la speranza, quando ci propongono questi valori che sono avariati;… questi valori ci fanno male. Dobbiamo andare controcorrente! E voi giovani, siate i primi: Andate controcorrente e abbiate questa fierezza di andare proprio controcorrente. Avanti, siate coraggiosi e andate controcorrente! E siate fieri di farlo!... Non portiamo con noi questi valori che sono avariati e che rovinano la vita, e tolgono la speranza.


C’è un fascino in queste parole di Papa Francesco che non possiamo edulcorare, annacquare. Toccano le corde più profonde del cuore, e segnano un cammino di vera speranza, di protagonismo, che solo la fede vera può suscitare.
Siamo stanchi di mezze verità, di slogan triti e ritriti, di coloro che sanno solo distruggere ogni barlume di speranza, ogni anelito del cuore dell’uomo. Siamo stanchi di tutti quei mezzi di comunicazione che hanno come unico scopo quello di demolire la Chiesa nel cuore degli uomini, impedendo al cuore di “volare alto”, come è nella sua natura (e vale per il cuore dei giovani e per il cuore giovane degli uomini autentici).
Bisogna fare piazza pulita di coloro che ci trascinano nei loro gorghi di insensatezza, che «ci rubano la speranza». Lasciamoli macinare i loro riti vecchi e le loro saccenti elucubrazioni. Basta con chi vuole «sussurrare» la verità: vogliamo chi ce la grida colla vita! Basta con le vuote analisi: cerchiamo testimoni che ci commuovano e che ci sappiano parlare (come don Pablo, il sacerdote dell’«Ultima Cima», che ha conquistato migliaia di cuori). E basta con chi decide per noi che cosa ci deve interessare, che fa del mestiere della comunicazione un filtro alla vita. Basta con
Repubblica, Fatto quotidiano et similia. Con gli atei agnostici e tutti coloro che godono nel distruggere la speranza, che sanno solo lamentarsi. Ma anche basta con quei tanti “cattolici” che svendono l’identità cristiana, che ci dicono che il peccato originale non è mai esistito come avvenimento reale, che riducono la Resurrezione di Gesù a qualcosa di immaginario o sentimentale. Basta con quei “cattolici” che ci fanno sentire in colpa, col complesso di inferiorità di fronte alla nostra storia.

Siamo con Papa Francesco: sappiamo andare controcorrente senza vergognarci, abbiamo il coraggio di essere noi stessi, diamo la vita per la verità. E soprattutto siamo invidiosi dei martiri che ci fanno capire che la vita per Cristo è la più bella delle avventure.


Fonte: CulturaCattolica.it

mercoledì 26 giugno 2013

LA MEDICINA TRADITA


La nuova Sparta ha ucciso i suoi musici, i suoi poeti, i suoi filosofi
 

Trisomia 21.
 
E’ il nome che indica la più comune anomalia cromosomica nell’uomo, quella che dà origine alla sindrome di Down. Tutti i bambini che ne sono affetti hanno un cromosoma in più, il 21, nel loro genoma.
E' stato il genetista francese Jerome Lejeune che ha scoperto quella minuscola fantasia del DNA e che ha dedicato tutta la propria vita a trovare la cura della malattia. “Troveremo – diceva – è impossibile non trovare. E’ uno sforzo intellettuale molto meno difficile che mandare un uomo sulla luna”.
 

Eppure l’uomo sulla luna c’è arrivato. La ricerca sulla sindrome di Down ancora continua con difficoltà e con pochi finanziamenti.
Ma un motivo c’è. Purtroppo la nostra società ha deciso che questa sindrome ha già la sua “cura”. Cito da Wikipedia, che esprime freddamente ciò che avviene: “la sindrome di Down può essere identificata in un bambino anche prima della nascita con lo screening prenatale. Le gravidanze con questa diagnosi sono spesso terminate”. E corrobora l’affermazione con fior fiore di studi e ricerche internazionali.

Il 90% delle diagnosi prenatali sfocia in un aborto che la legge chiama “terapeutico” ma che in realtà non cura proprio niente e sopprime il bambino con la sua particolarità. Dovrebbe chiamarsi aborto selettivo, perché con esso noi scegliamo di impedire la nascita di bambini affetti da una certa malattia. Ma si sa, ormai anche il linguaggio è diventato un’opinione e non rispecchia più la realtà delle cose. Si pensi quale ipocrisia nel chiamare i bambini affetti da un handicap come “diversamente abili”, per poi proporre l’aborto come “cura” per non avere figli diversamente abili.

E’ quella stessa ipocrisia che ha messo in luce recentemente James Parker, coordinatore della XIV edizione delle Paraolimpiadi di Londra 2012. “In Gran Bretagna – dice – ciò che è sbalorditivo è l’aver potuto aprire al mondo gli occhi sulle doti e sul potenziale delle persone con disabilità. Comunque, le leggi nazionali discriminano in modo veemente e scioccante ogni nuova vita nascente che possa essere affetta, anche solo eventualmente, da handicap fisici, problemi genetici o tare mentali”, ossia “quella che attualmente viene etichettata come qualità della vita inaccettabile”.
Un bel coraggio, questo cattolico inglese, a parlare di “leggi anacronistiche e discriminatorie sull’aborto”!

Ancora oggi continuiamo a scarificare al mito dell’autodeterminazione assoluta della donna, il paragone della nostra società con l’antica Sparta, dove il figlio “se era deforme e poco prestante” veniva gettato dal baratro presso Taigeto, “poiché né per se stesso né per la città era meglio che vivesse uno che sin dall’inizio non era giustamente disposto alla salute e alla forza” (come ci ricorda Plutarco). Ed è sempre Lejeune ad osservare: “di tutte le città della Grecia, Sparta è l’unica a non aver lasciato all’umanità né uno scienziato, né un artista e nemmeno un segno della sua grande potenza. Forse gli spartani, senza saperlo, eliminando i loro neonati malati o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro poeti, i loro filosofi”.
Ecco, anche noi ci stiamo privando di nuova umanità, anzi stiamo tradendo la nostra umanità nell’attribuirci il diritto di stabilire cosa è normale e cosa no, cosa è degno di vivere e cosa no, se un “mosaico”, ossia un bambino che ha solo un po’ di cellule trisomiche, rientri nei canoni oppure no, ma i canoni di chi?

“Stiamo tradendo lo scopo della medicina che è quello di curare e non di diagnosticare e selezionare”. Con queste parole Lejeune si è giocato il Nobel. L’illuminata società scientifica l’ha emarginato.
Credo che meritasse (e meriti) ben più di un Nobel!




Fonte: CulturaCattolica.it

 24 GIUGNO 2013

ESERCIZIO IRRINUNCIABILE DELLA LIBERTÀ


 
“I più piccoli atti religiosi, eseguiti da ogni soggetto, saranno puniti”.

Era una delle sadiche regole del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini. Il fotogramma estrapolato dalla pellicola mostra infatti una ragazza sorpresa a pregare la Madonna, sgozzata e lasciata sul pavimento. Una scena che rischia di passare quasi inosservata, confusa nel mare di amarezza e di fatalismo del sublime capolavoro pasoliniano. Perché il regista volle (stranamente oltretutto, trattandosi di Pasolini) porre l’accento sull’intollerabilità della religione da parte del potere?

Dopo quello che è successo in Francia la settimana scorsa, mi è più chiaro, e Pasolini oggi più che mai mi appare profetico.

Mercoledì 19 giugno, Nicolas B. - un ragazzo francese di ventitré anni, cattolico - è stato condannato a due mesi di prigione ferme (termine che vuol dire che te li fai per forza dentro) per ribellione, con comparsa immediata e mandat de depot (ovvero aspetti in prigione l’appello).

Studente di ingegneria all’università Cattolica di Parigi, Nicolas è uno dei fondatori dei Guardiani (i Veilleurs), movimento che unisce giovani, adulti, anziani che si ritrovano regolarmente sulla Place des Invalides a Parigi, la sera, per leggere testi religiosi e poesie. È il loro modo di protestare contro la legge Taubira. Protestano proponendo alla Francia ciò ciò di cui la Francia ha bisogno: poesia, bellezza, Dio.

Domenica 9 giugno, mentre Hollande era ospite di una trasmissione sul canale M6, Nicolas, insieme a un paio di migliaia di ragazzi, ha deciso di manifestare il proprio dissenso contro il Presidente davanti agli studi televisivi, à Neuilly sur Seyne.
Insieme ad altri mille e cinquecento.
Indossavano tutti la maglietta della Manif, l’indumento più temuto dal governo francese, perché mostra nel logo il profilo di un padre e una madre, con i loro due figli. Una famiglia, cioè il nemico numero uno per il potere. Il potere teme - da sempre - sostanzialmente due cose: la Chiesa e la famiglia.

I giovani si sono poi spostati (sempre con la massima tranquillità e senza turbare minimamente l’ordine pubblico) sugli Champs-Élysées, dove hanno trovato numerosi poliziotti ad attenderli; e a rincorrerli al grido “siete in arresto”:

«Sugli Champs siamo stati inseguiti, neanche stessimo cercando di svaligiare una banca», racconta un ragazzo di nome Albert, che ha filmato l’accaduto con il suo smartphone.

A quel punto, il nostro Nicolas si è rifugiato in una pizzeria, dove è stato però subito braccato, arrestato e caricato in un cellulare dagli agenti.
Per aver rifiutato di sottoporsi al rilevamento delle impronte e al test del DNA, è stato portato in commissariato.
Da allora non ha più rivisto la luce del giorno.

Nicolas è uno studente cattolico di 23 anni che passerà i prossimi due mesi in carcere.

La sua colpa?
Esercizio di libertà non gradito al potere. L’aver osato affermare che un uomo può aspirare ad altro, può desiderare altro, rispetto a ciò che il potere vuole e pretende di imporre. Nicolas si è concesso la libertà di esprimere un giudizio sulla realtà.
Il “dissenso”, come lo definiva Vaclav Havel, quella facoltà irrinunciabile di ogni individuo che da il diritto di alzare la mano e domandare ai governanti: “ma vi rendete conto di ciò che state facendo? Io non sono d’accordo”.
Fra le intenzioni del potere e le intenzioni della vita si spalanca un abisso sempre più profondo (sempre citando Havel). Ma il potere esige sempre più uniformità e disciplina, e la sua repressione assume metodi sempre più sottili e penetranti. Sono pochi i momenti in cui anche esso perde il controllo, e ci rivela il suo vero volto.

Quello Stato che in Francia è incarnato oggi da Hollande e i suoi ministri, autori della mostruosa legge Taubira, la legge sul matrimonio gay. Quei socialisti che si spacciano per interpreti di un principio di libertà, che invece - proprio tramite fatti come quello della condanna di Nicolas - si stanno rivelando per quello che realmente sono: la quintessenza del potere, puro e spietato. Incurante di calpestare i diritti e l’avvenire di un ragazzo poco più che ventenne.

L’incredibile vicenda di Nicolas è la prova lampante che il potere ha assunto una forma e una forza che quarant’anni fa non immaginavamo, ma che Pasolini aveva già pienamente intuito nel suo divenire inesorabile.


Il 19 giugno, la condanna: quattro mesi di prigione, di cui due, come abbiamo detto, ferme; con obbligo di restare in carcere in attesa del l’appello; il tutto sommato ad una multa di 1000 €.

Il reato? Ribellione e rifiuto di prelievo da parte delle forze dell’ordine. Assurdo.

Pochi giorni dopo i fatti di Parigi, a Lille un simpatizzante per il matrimonio gay ha aggredito una madre - una Veilleuse - con un coltello da cucina, tuttavia - una volta arrestato - è stato tranquillamente rilasciato dopo poche ore. (Égalité?)

Ludovine de la Rochère, presidente della Manif pour Tous, ha immediatamente alzato la voce nei confronti del governo francese. I socialisti, però, fanno orecchie da mercante e non commentano l’accaduto. Blindati dietro il più disgustoso e omertoso silenzio.

I cattolici sono un pericolo per il governo Hollande. Non è una novità questa.
Basta leggere le parole pronunciate nel 2008 da quello che è oggi il ministro della pubblica istruzione di Francia, Vincent Peillon. Lo stesso Peillon che ha preteso l’introduzione nelle scuole dell’insegnamento obbligatorio della “morale laica”.
Per lui ragazzi come Nicolas sono evidentemente una minaccia:

“Non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. La Francia ha fatto una rivoluzione essenzialmente politica, ma non ancora quella morale e spirituale. Abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla Chiesa Cattolica. Dobbiamo sostituirla. Non si potrà mai costruire una paese libero con la religione cattolica. Visto che non si può nemmeno più adattare (lett. acclimater) il protestantesimo in Francia, come han fatto nelle altre democrazie, è oggi necessario inventare una nuova religione repubblicana. Questa nuova religione deve essere quella laicità che deve accompagnare la rivoluzione materiale, ma che è (in realtà) una rivoluzione spirituale”.

Il soggetto che non si adegua a questa morale laicista, al potere, allo Stato va abolito, piegato, punito.
Va rinchiuso, condannato. Il dissenso non è ammesso. Chi mostra dissenso nei confronti della rivoluzione culturale della république non è un buon cittadino. Se potessero, Hollande e soci non esiterebbero ad eliminarlo, a vaporizzarlo, come diceva Orwell nel suo indimenticabile “1984”, dal quale estraggo un breve passaggio:
“Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere...
...Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano... per sempre.” Per ora basta l’immagine di Nicolas. B. Francese, studente, cattolico.
 
Autore: Costa, Luca Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it