venerdì 20 agosto 2021

IL CORAGGIO DI DIRE IO

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO,
IN OCCASIONE DEL XLII MEETING PER L'AMICIZIA FRA I POPOLI

[RIMINI, 20-25 AGOSTO 2021]

(…) Il titolo scelto – «Il coraggio di dire io» –, tratto dal Diario del filosofo danese Søren Kierkegaard, è quanto mai significativo nel momento in cui si tratta di ripartire con il piede giusto, per non sprecare l’occasione data dalla crisi della pandemia. “Ripartenza” è la parola d’ordine. Ma essa non si realizza automaticamente, perché in ogni iniziativa umana è implicata la libertà. Lo ricordava Benedetto XVI: «La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo […] sia un nuovo inizio. […] La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene» (Enc. Spe salvi, 24). In questo senso, il coraggio di rischiare è innanzitutto un atto della libertà.


Durante il primo lockdown, Papa Francesco ha richiamato tutti all’esercizio di questa libertà: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla» (Omelia di Pentecoste, 31 maggio 2020).

Mentre ha imposto il distanziamento fisico, la pandemia ha rimesso al centro la persona, l’io di ciascuno, provocando in molti casi un risveglio delle domande fondamentali sul significato dell’esistenza e sull’utilità del vivere che da troppo tempo erano sopite o peggio censurate. E ha suscitato anche il senso di una responsabilità personale. Tanti lo hanno testimoniato in diverse situazioni. Davanti alla malattia e al dolore, di fronte all’emergere di un bisogno, molte persone non si sono tirate indietro e hanno detto: «Eccomi».

La società ha necessità vitale di persone che siano presenze responsabili. Senza persona non c’è società, ma aggregazione casuale di esseri che non sanno perché sono insieme. Come unico collante rimarrebbe solo l’egoismo del calcolo e dell’interesse particolare che rende indifferenti a tutto e a tutti. Del resto, le idolatrie del potere e del denaro preferiscono avere a che fare con individui piuttosto che con persone, cioè con un “io” concentrato sui propri bisogni e i propri diritti soggettivi piuttosto che un “io” aperto agli altri, proteso a formare il “noi” della fraternità e dell’amicizia sociale.

(…) Ma il coraggio non è sempre una dote spontanea e nessuno può darselo da sé (come diceva il don Abbondio manzoniano), soprattutto in un’epoca come la nostra, nella quale la paura – rivelatrice di una profonda insicurezza esistenziale – gioca un ruolo così determinante da bloccare tante energie e slanci verso il futuro, percepito sempre più come incerto soprattutto dai giovani.

In questo senso, il Servo di Dio Luigi Giussani avvertiva di un duplice pericolo: «Il primo pericolo […] è la dubbiezza. Annota Kierkegaard: “Aristotele dice che la filosofia comincia con la meraviglia, e non come ai nostri tempi con il dubbio”. Il dubbio sistematico è, come dire, il simbolo del nostro tempo. […] La seconda obiezione alla decisione dell’io è la meschinità. […] Dubbiezza e comodismo, questi sono i nostri due nemici, i nemici dell’io» (In cammino 1992˗1998, Milano 2014, 48˗49).

Da dove può venire, allora, il coraggio di dire io? Avviene grazie a quel fenomeno che si chiama incontro: «Solo nel fenomeno dell’incontro si dà la possibilità all’io di decidere, di rendersi capace di accogliere, di riconoscere e di accogliere. Il coraggio di dire “io” nasce di fronte alla verità, e la verità è una presenza» (ibid., 49). Dal giorno in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, Dio ha dato all’uomo la possibilità di uscire dalla paura e di trovare l’energia del bene seguendo il suo Figlio, morto e risorto. Sono illuminanti le parole di San Tommaso d’Aquino quando afferma che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la più grande soddisfazione» (Summa Theologiae, II-II, q. 179, a. 1 co.).(…)

La ragione profonda del coraggio del cristiano è Cristo. È il Signore risorto la nostra sicurezza, che ci fa sperimentare una pace profonda anche in mezzo alle tempeste della vita. Il Santo Padre auspica che nella settimana del Meeting organizzatori e ospiti ne diano testimonianza viva, facendo proprio il compito indicato nel documento programmatico del suo pontificato: «Molti […] cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. […] I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 14).

La gioia del Vangelo infonde l’audacia di percorrere nuove strade: «Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne, […] particolarmente attraenti per gli altri» (ibid., 167). È il contributo che il Santo Padre si aspetta che il Meeting dia alla ripartenza, nella consapevolezza che «la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti» (Enc. Lumen fidei, 34), nessuno escluso, perché l’orizzonte della fede in Cristo è il mondo intero.

 

KABUL: LA BAMBINA VESTITA DI ROSA

Marina Corradi per Avvenire ragiona sulle scene delle bambine lanciate oltre le barriere dalle madri, perché possano, almeno loro, avere un futuro migliore.

Aeroporto di Kabul 19 agosto 2021

«La bambina vestita di rosa sta in cima a una scala a pioli appoggiata sul muro. Di qui è Afghanistan, di là ci sono i soldati dell'Esercito britannico, all'aeroporto di Kabul. Dietro alla bambina una folla accalcata, in un tremendo vociare di grida, di nomi urlati, di invocazioni. Di qui è Afghanistan, e per molti, coinvolti con gli occidentali, la certezza che i taleban li verranno a cercare. Di là, appena oltre il muro sottile, la salvezza. La bambina in rosa chissà come è riuscita ad arrivare a pochi centimetri dal confine fra i due mondi, spinta da una madre o un padre ostinati nella disperazione: che la figlia, almeno, si salvi. Tende la mano a un soldato, proprio di fronte a lei. Quello la guarda, esita. L'obiettivo del video adesso muove verso un'altra angolazione. C'è un'altra bambina esile esile, con una gonna bianca larga, sembra una farfalla. Lei il muro lo passa subito, afferrata dalle grosse mani di un soldato. C'è un bebè con una tutina verde chiaro che pare galleggiare sulla folla, tenuto in alto sopra le teste, come su un fiume: come un piccolo Mosè che la madre tenta di strappare alla ferocia del nemico.

Sono immagini di poche ore fa e insieme antiche di millenni, quelle dell'aeroporto di Kabul, di padri e madri che a ogni costo cercano la vita per un figlio, per una figlia. Accadeva negli assedi di secoli bui, di cui non abbiamo più memoria. Accade oggi al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, è accaduto sulla rotta balcanica delle migrazioni, accadde in anni recenti lungo il Muro di Berlino e altrove. Bambini afferrati e spinti oltre, o addirittura, come ha testimoniato un ufficiale britannico a Sky News, lanciati oltre la cortina di filo spinato e rimasti per qualche minuto impigliati, come passeri nelle reti dell'uccellagione. Quando delle mani, di là, li prendono, dalle madri un urlo di sollievo: è in salvo - credono. Ma, appena dopo, quale buco si deve aprire nel loro petto, nel percepire le proprie braccia vuote. Come se oltre al muro avessero lanciato il cuore. Ora inebetite, inerti, stanno in piedi, sostenute dalla calca. 

Che ne sarà di loro? Forse, adesso, sembra che non importi più di niente. Ma 'lui', almeno, è dall'altra parte. Forse. Ieri il ministro della Difesa britannico Wallace ha chiarito che il suo Paese «per legge, non può farsi carico di alcun minore non accompagnato». Probabilmente il ministro aveva in mente la legge di Londra, la legge del mondo in pace. Ma, in uno stato di guerra civile e di emergenza, come si può chiudere gli occhi davanti a un bambino solo, scaraventato oltre a un muro? Non è possibile, ti dici, forte del tuo essere nata in Europa, quindici anni dopo la fine del conflitto mondiale, e in un Paese, l'Italia, che ha saputo darsi una legge umanissima per i «minori non accompagnati». 

E ppure sembra che diverse certezze stiano, in questo momento, franando, come se i valori che le tenevano ferme vacillassero.  (…)  l'Europa non mostra in queste ore il più nobile dei volti. Paura del terrorismo, crisi da pandemia, nazionalismi e calcoli elettorali: a chi interessano davvero i profughi afghani, le donne minacciate, e i bambini? Certo, ci fa male assistere a quel tracimare di disperazione, alla folla che preme, le mani tese a protendere carte: inutili documenti, o implorazioni? Poi, distratti, o rassegnati all'impotenza, clicchiamo su altro. 

Nell'ultimo frame di quel video la bambina vestita di rosa viene sollevata da un soldato inglese: è passata. Scompare oltre il muro. Che ne sarà? Sua madre, non la vediamo. Avrà gridato di gioia, vedendola andare. E appena dopo, quale vertigine le si è aperta nel cuore? (Pare impossibile, che il piccolo cuore umano possa contenere abissi tanto grandi).

È in questo che noi della Fortezza Europa dovremmo saperci immedesimare, almeno - per potere ancora guardare i nostri figli, questa sera.

domenica 15 agosto 2021

SUICIDIO ASSISTITO: QUALE SPERANZA?

 Anziché spingere le Asl a commettere un reato, Speranza garantisca le cure palliative

CENTRO STUDI LIVATINO

“Quando la Corte costituzionale, con la sentenza n. 242/2019, è intervenuta sull’art. 580 del codice penale, ha stabilito delle condizioni di non punibilità per condotte di aiuto al suicidio: queste comunque integrano un reato, pur se poi l’autore va esente da responsabilità se il giudice valuta sussistenti le opinabili circostanze indicate dalla Consulta.

Con la lettera a La Stampa il ministro Speranza sollecita le ASL alla consumazione di quello che resta pur sempre un delitto, pur sottolineando l’assenza di norme che abbiano finora fatto seguito alla sentenza della Corte. Non chiarisce come, mancando una legge del Parlamento, dipendenti di una ASL possano aiutare al suicidio e non essere sottoposti a un procedimento penale.

Al tempo stesso egli non menziona un passaggio pregiudiziale prescritto dalla Consulta per ogni procedura ‘legale’ di fine vita: l’avvenuto ricorso alle cure palliative. Se una delle condizioni di non punibilità è che il paziente “sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili”, prima di farlo morire è doveroso provare a lenire quelle sofferenze. Peccato che la legge sulle cure palliative, pur approvata dal Parlamento all’unanimità nel 2010, trovi limitatissima attuazione per carenza di investimenti.

Quindi il ministro della Salute non fa quello che a lui compete, cioè rendere operativa una legge che ha l’obiettivo di alleviare il dolore; e fa quel che a lui non compete, cioè scavalcare il Parlamento a proposito di aiuto al suicidio ed eutanasia, scaricando sulle ASL responsabilità che vanno rigorosamente disciplinate.

Centro Studi Rosario Livatino
Roma, 12 agosto 2021

venerdì 13 agosto 2021

SU CHI POSSIAMO CONTARE?

Jim McDermott, S.J., è il corrispondente da Los Angeles della rivista AMERICA, The Jesuit Review, dalla quale è tratto l’articolo

Nei mesi peggiori della pandemia in California, mentre siamo rimasti tutti chiusi nelle nostre case ascoltando le ambulanze e pregando che le cose migliorassero, ho scoperto che l'unica cosa su cui potevo contare era il governatore di New York Andrew Cuomo. 

Mentre il

CUOMO E BIDEN in campagna elettorale
 governatore della California Gavin Newsom è praticamente scomparso dalla scena dopo essere stato sorpreso a partecipare a una festa per un lobbista in un ristorante di lusso mentre gran parte dello stato era in isolamento, ogni giorno Cuomo era in televisione a incoraggiare le persone, a prendere decisioni sensate, e di per sé è stato un bene prezioso negli ultimi due anni fornendo conforto semplicemente con la sua disponibilità ad essere presente ogni giorno. Dall'esterno sembrava il papà di New York, e penso che molti di noi avrebbero voluto avere qualcuno come lui alla guida del nostro stato.

Scoprire che mentre stava facendo i suoi interventi davanti al caminetto,  stava anche cercando di eliminare i rapporti sulle sue molestie sessuali, e stava lavorando per oscurare il numero di morti legate alla pandemia tra gli anziani newyorkesi nelle case di cura, mi ha lasciato disgustato e sbalordito . (Il signor Cuomo ha negato le accuse di molestie sessuali, ma si è scusato con tutte le donne che ha "veramente offeso".)

La nostra storia recente è piena di storie di uomini celebri che hanno segretamente perpetrato atti orribili di una forma o dell'altra, spesso con l'assistenza o la tacita accettazione di molti altri. Come chiunque cerco di smentire i teorici della cospirazione, ma mi chiedo chi sia lo sciocco più grande: la persona che vede le cospirazioni dove non sono o quella che continua a essere sorpresa di scoprire che le persone ricche e potenti di cui ci fidiamo sono segretamente impegnato in atti riprovevoli? Mi sono disgustato anche di me stesso, e mi sono chiesto se c'è qualcuno nella leadership su cui possiamo contare, o se ognuno di loro è solo un imbroglione ancora lontano dall'essere scoperto, come un altro Andrew Cuomo.

Dove ci rivolgiamo per trovare speranza o qualsiasi tipo di fiducia andando avanti? Come possiamo andare oltre l'imbarazzo e la disperazione di essere stati ingannati di nuovo?

In momenti come questo, mi conforto nei Salmi.  Alcuni sono vivacemente ottimisti e celebrativi: «I cieli narrano la gloria di Dio» (Sal 19). Altre sono rassicuranti dichiarazioni di fede: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» (Sal 23). Ma ancora altri salmi offrono grida di oltraggio, supplica o lamento. “Svegliati, Signore! Perché dormi? Svegliati!» grida lo scrittore del Salmo 44 dopo aver descritto le difficoltà che il popolo d'Israele ha attraversato senza una ragione apparente. "Perché nascondi la tua faccia e dimentichi la nostra miseria e oppressione?" (Sal 44,23-24). “Dal profondo grido a te, Signore”, inizia il Salmo 130. “Signore, ascolta la mia voce. I vostri orecchi siano attenti al mio grido di misericordia» (Sal 130,1-2).

Michelangelo, Il giudizio dei dannati
Roma, Cappella Sistina
C'è qualcosa di confortante nel leggere un salmo che esprime le mie esperienze. 

È come scoprire la prova che non sono solo nel mio dolore o nella mia lotta. Altri hanno percorso questa strada prima di me. 

Offerte come preghiera, spesso messa in musica, le mie preoccupazioni sembrano meno uno sproloquio che un grido di aiuto.

Nella nostra situazione, trovo particolarmente utile il Salmo 10. Laddove molti salmi si concentrano sull'implorare l'azione o la misericordia di Dio, il Salmo 10 descrive i crimini dei malvagi.

Perché, o Signore, stai lontano?
Perché ti nascondi nei momenti di difficoltà?
Con arroganza gli empi perseguitano i poveri —
Lascia che siano presi nelle insidie
​​che hanno escogitato....

Le loro bocche sono piene di maledizione, inganno e oppressione;
Sotto la loro lingua ci sono malizia e iniquità.
Siedono in agguato nei villaggi;
Nei nascondigli uccidono gli innocenti.

I loro occhi guardano furtivamente gli indifesi;
Si nascondono in segreto come un leone nel suo rifugio;
Si nascondono per catturare i poveri;
Prendono i poveri e li trascinano nella loro rete.

Si chinano, si accucciano,
E gli indifesi cadono con la loro forza...


Alzati, o Signore; O Dio, alza la tua mano;
Non dimenticare gli oppressi. [Ps. 10:1-2, 7-10, 12]

Sì, è così che è adesso. Questo è ciò che stiamo vedendo. 

Un altro salmo, 146, esprime succintamente questa frustrazione sotto forma di consiglio. “Non confidate nei principi, né nei figli degli uomini”, dice il salmista; siamo intelligenti per liberarci dalle finzioni dei leader mondani.

Dirlo non migliora la situazione. Ma riconosce la realtà del momento. Forse, come il salmista, possiamo sfogare la nostra frustrazione e disperazione in grida di preghiera a qualcuno in cui possiamo confidare.

 

mercoledì 11 agosto 2021

MIKEL AZURMENDI (1942-2021): STORIA DI UN INCONTRO E DI UNA VITA CAMBIATA

Robi Ronza

(In calce una lettera di Azurmendi agli amici del movimento)

Anche se ci eravamo incontrati e conosciuti soltanto via Zoom, la notizia diffusasi ieri sera dell’improvvisa morte di Mikel Azurmendi – noto in Italia anche per un suo intervento al Meeting di Rimini 2020 — mi ha colpito come quella di un vecchio amico.

Come tanti avevo letto con grandissimo piacere L’abbraccio. Verso una cultura dell’incontro, BUR/Rizzoli, 2020, il volume in cui egli, intellettuale di sinistra con un passato di militante dell’ETA, racconta la storia della sua riscoperta, anzi della sua scoperta di Cristo e della Chiesa grazie all’incontro con la gente e con l’esperienza di CL in Spagna.

 


Era una testimonianza, la sua, tanto più di grande interesse per me che proprio allora stavo scrivendo Luigi Giussani, Comunione e Liberazione & oltre, un libro, pubblicato poi quest’anno dalle Edizioni Ares, in cui cerco di spiegare (col vantaggio che mi viene dal non esserne un rappresentante ufficiale) che cosa CL è veramente al di là del muro di pregiudizi e di fraintendimenti entro cui si trova oggi racchiusa in Italia.

Nel libro gli ho poi dedicato due pagine in cui suggerisco vivamente la lettura de L’abbraccio. Verso una cultura dell’incontro come una via maestra per farsi un’idea autentica della realtà di popolo germogliata dalla fede che Comunione e Liberazione è al di là dei suoi limiti e nel medesimo tempo dei preconcetti di cui si diceva.

Desiderando conoscerlo di persona ero riuscito di raggiungerlo tramite amicizie comuni scoprendo fra l’altro che, avendo egli letto un mio libro, non gli ero ignoto Per lui provai immediatamente una grande simpatia, forse anche ricambiata.

Lo scorso 2 luglio (cfr.qui Mikel Azurmendi, Mireille Yoga e altri: «Storie di un incontro e di vite cambiate»), su invito dell’Associazione Rosmini di Padova, partecipammo insieme alla presentazione via Zoom del libro Storie di un incontro e di vite cambiate a cura di Micol Mulè, Circolo delle Imprese/Amazon, Milano 2021, in cui vari fondatori e iniziatori di opere di rilievo (tra cui Arturo Alberti, Mario Dupuis, padre Pigi Bernareggi, padre Aldo Trento, Alda Vanoni, don Antonio Villa, Peppino Zola) spiegano come l’incontro con don Giussani sia stato all’origine di quanto hanno fondato e iniziato.

Nel corso dell’incontro — tuttora accessibile all’indirizzo Youtube dell’Associazione,  https://www.youtube.com/user/rosminipadova — i suoi curatori avevano avuto la piacevole sorpresa di sentirlo dire che la lettura di Storie di un incontro e di vite cambiate, era ciò che lo aveva infine deciso a presentare la sua domanda di iscrizione alla Fraternità di CL.

A parte questo, con ciò che aveva detto aveva ancora una volta dimostrato quanto egli fosse una conferma vivente di come nell’esperienza di fede gli ultimi sono i primi.

Una volta mi aveva confidato di  dispiacersi di non aver trovato prima la fede. Gli avevo risposto che c’era a mio avviso qualcosa di provvidenziale in quel suo incontro tardivo che faceva appunto di lui un testimone così limpido e importante del «gli ultimi saranno i primi». Avrei voluto ridirglielo di persona su questa terra, ma non ho fatto in tempo. Glielo dirò quando ci rivedremo.

ROBI RONZA

7 agosto 2021

https://robironza.wordpress.com/2021/08/07/mikel-azurmendi-1942-2021-storia-di-un-incontro-e-di-una-vita-cambiata/

 

 Ecco la lettera che Azurmendi ha inviato agli amici del movimento pochi giorni fa

Caro Nacho,
sto maturando da tempo la mia adesione a CL e credo sia giunto il momento di farvene richiesta. 

Da quando ho finito di scrivere L’Abbraccio, sto facendo un cammino in cui confido sempre di più nel fatto che la mia rinascita come cristiano sia definitiva, perché si basa sulla mia assoluta accettazione e dedizione a Gesù.

Da una parte, ho preso coscienza di essere molto amato da Dio, per non dire troppo amato, visto l’eccesso di perdono che ho ricevuto. E di questo posso solo esserGliene grato con una maggiore dedizione personale.

Dall’altra, la lettura meditata di Generare tracce nella storia del mondo - libro che stiamo leggendo anche alla SdC (Scuola di Comunità) - mi spinge a rompere un ultimo e vecchissimo pregiudizio anarchico sul non permettermi di «appartenere» completamente, di restare come un perpetuo gabbiere senza consegnare a nessuno la cabina di vedetta della mia propria navigazione.

Ho compreso che il «sì» di Pietro ha generato la nascita di un Popolo, un’unità di gente-in-incontro, una certa «entità etnica», come disse un Papa. Ho capito il significato di «obbedire» come l’unico modo per trascendere il mio io verso l’Altro, così come un calciatore “obbedisce” al suo allenatore. Cioè, che devo “dare retta” a voi pastori che state guidando questa tribù il cui stile di vita mi ha tanto commosso.

È passato il tempo di «essere come voi», ora mi propongo di «essere con voi». Devo andare oltre l’essere un vostro compagno di cammino per diventare compagno del vostro cammino.

Spero che, con questa consegna del mio orgoglio, una certa povertà di cuore mi incammini di più verso la speranza e a realizzarla nel mio Destino già così prossimo.

Ecco, rimango a vostra disposizione con un grato abbraccio.
Mikel

giovedì 29 luglio 2021

UN MINUTO DI SILENZIO

WISŁAWA SZWISŁAWA SZYMBORSKAYMBORSKA_

Wisława Szymborska

In memoria di Ludwika Antonina Wawrzyńska


Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.


Una sera a Moustier St. Marie

________________________________

E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
– Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso-

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto
.

Wisława Szymborska, Un minuto di silenzio [da “Appello allo Yeti” 1957]


Ludwika Antonina Wawrzyńska (Varsavia, 22 aprile 1908 – Varsavia, 18 febbraio 1955) è stata una maestra polacca. L'8 febbraio 1955 salvò quattro bambini da un edificio in fiamme. Morì il 18 febbraio dello stesso anno a causa delle gravi ustioni riportate.

 

 

mercoledì 28 luglio 2021

LETTERA DI DON JULIÁN CARRÓN AGLI ISCRITTI DELLA FRATERNITÀ


Dopo un mese di attesa e di riflessione, con una lettera preoccupata ma determinata a dare concreta attuazione al Decreto del Dicastero del Cardinale Farrel, Julian Carron informa tutti gli iscritti della Fraternità dei passi finora intrapresi.

In calce la lettera del del Superiore Generale della Fraternità San Carlo, don Paolo Sottopietra, resa nota il giorno dopo la pubblicazione del Decreto del Card. Farrel

 

Giotto: Allegoria dell'obbedienza
Basilica Inferiore di Assisi

Carissimi amici,

come sapete, in seguito alla pubblicazione del Decreto generale emesso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, riguardante l’esercizio del governo all’interno delle associazioni internazionali di fedeli, ho immediatamente comunicato al Prefetto del Dicastero, Cardinale Farrell, la nostra piena disponibilità a dare seguito a quanto richiesto.

Desidero quindi informarvi dei passi sinora intrapresi e di quelli che intenderemmo intraprendere in tale direzione. In queste settimane l’Esecutivo della Fraternità, insieme ad alcuni esperti giuristi, ha avviato un’intensa riflessione riguardante gli adempimenti normativi necessari per regolare la durata dei mandati nell’organo centrale di governo della Fraternità e le modalità di partecipazione alla nomina dei membri della Diaconia centrale e del Presidente.

Da subito abbiamo desiderato condividere con il Dicastero i passi del lavoro e per questo, nei giorni scorsi, Roberto Fontolan, direttore del Centro Internazionale di CL, nonché membro del medesimo Dicastero, ha incontrato il Cardinale Farrell.

Nel corso del dialogo, molto cordiale, sono stati approfonditi alcuni aspetti delle nuove norme, si è chiarita la tempistica di un percorso che riguarda tutte le realtà associative del laicato ed è stata sottolineata la grande importanza dell’Assemblea che il Dicastero ha convocato il 16 settembre prossimo, invitando i rappresentanti di tutti i movimenti, le associazioni e le nuove comunità.

Prevediamo ora, per dare concreta attuazione al Decreto, di condividere le modalità operative nella prima riunione utile della Diaconia centrale, fissata a fine agosto. L’occasione dell’Assemblea del 16 settembre ci consentirà poi di verificare e di approfondire la nostra ipotesi di lavoro, che intendiamo comunque sviluppare in dialogo con il Dicastero. Alla luce delle indicazioni che ne emergeranno, si darà avvio al processo che condurrà al rinnovo dei membri della Diaconia centrale e del Presidente e che, in modo diretto o indiretto, coinvolgerà ciascuno di noi.

Per affrontare questa circostanza a cui la Chiesa ci chiama, niente è più importante che prendere consapevolezza della natura del nostro vero bisogno. Questa coscienza chiara di noi stessi ci faciliterà nel riconoscere che cosa ci serve per vivere e quindi nell’identificare in chi noi vediamo risplendere oggi la grazia del carisma, quella attrattiva che ci ha conquistato nell’incontro e che ha cambiato alla radice la nostra vita. Quanto più asseconderemo l’attrattiva attraverso cui lo Spirito del Signore ci trascina ora ˗ riempiendoci delle ragioni adeguate e dell’entusiasmo necessario per continuare a vivere l’appartenenza al movimento, così decisiva per la nostra appartenenza a Cristo nella Chiesa˗, tanto più sarà facile riconoscere chi ci potrà guidare nella nuova fase che si apre davanti a noi.

Aiutiamoci a non eludere la profondità della questione, anzitutto sostenendoci nella preghiera e nella fedeltà al lavoro di Scuola di comunità che stiamo facendo, personalmente e nei nostri gruppi. Suggerisco anche di riprendere il testo Generare tracce nella storia del mondo che abbiamo iniziato a studiare l’anno passato, dove viene dispiegato il metodo usato da Dio per farsi riconoscere nella storia ˗ come è documentato da Giovanni e Andrea fino al carisma ˗, cruciale per stare fino in fondo davanti a questa nuova circostanza.

Con tutto l’affetto di cui sono capace,

vostro don Julián Carrón

Milano 27 luglio 2021


ecco la bellissima lettera di Don Paolo Sottopietra, Superiore Generale della Fraternità San Carlo






martedì 27 luglio 2021

COSÌ SI COSTRUISCE UNA NUOVA CIVILTÀ

Luigi Giussani

“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”

Giotto: La Resurrezione e Noli Me Tangere
Padova, Cappella degli Scrovegni

"(…) Per questo è importante, per il cristiano, l’impostazione culturale.

Essa è originariamente una nuova mentalità che l’amicizia, in una compagnia come la nostra, più o meno lentamente genera. È qui che sorge una nuova struttura di pensiero, di sensibilità, di affezione. Infatti, quanto più approfondisco la coscienza di me stesso, tanto più riesco a giudicare tutto con questa esperienza.

La più bella definizione di critica io l’ho trovata nella Lettera ai Tessalonicesi, quando san Paolo scriveva proprio ai più ignoranti, a quelli di Salonicco: «Vagliate ogni cosa e trattenete il valore». «Vagliate ogni cosa», perciò niente è censurabile, niente è escluso, «e trattenete», lui letteralmente dice, «il bello»; ma il bello, come diceva san Tommaso, «è lo splendore del vero», perciò «trattenete quello che è vero»; ma il vero in quanto ti muove si chiama «valore»: «trattenete il valore».

«Il poco gusto e il poco amore» prosegue la nota «a curare la nostra mentalità e perciò a sviluppare in noi quello che si chiama “cultura”» - vale a dire un modo di vedere tutta la realtà, d’affrontarla, di giudicarla, costruendo dentro l’orizzonte grande il nostro contributo creativo, partendo da dove siamo, nell’ora che viviamo - «sarebbe segno di superficialità nell’appartenenza. Questa posizione, questa mentalità, o cultura, si esprime nel giudizio, e il giudizio è la consapevolezza della esperienza che si sviluppa nei problemi e nelle difficoltà dell’esistenza.

Occorre dunque che in noi avvenga una coscienza viva e critica, sempre più chiara, sempre più capace di capire le implicazioni dell’esperienza che viviamo, così che ne nasca una forma, la forma di un nuovo modo di vivere e di sentire.»

Da: LA VERITA’ NASCE DALLA CARNE,  pag. 80-81, Esercizi Spirituali della Fraternità di Comunione e Libeazione 1989

Rizzoli, BUR 2019

lunedì 12 luglio 2021

L’IDENTITÀ, IL NUOVO VITELLO D’ORO.


Cultura, politica e antropologia nel dibattito sul Ddl Zan


 Sul DdL Zan anche il CROCEVIA ha un’opinione, opinabile come tutte le opinioni.

Per riassumerla in breve: serve una sanzione penale dei crimini commessi contro omo-transessuali. Si deve intendere come ulteriore e integrativa rispetto a quelle già previste dalla Legge Mancino n. 205 del 25 giugno 1993, la quale punisce frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali? Serve una legge? Se è vero che le leggi non creano una nuova etica pubblica, però aiutano parecchio a creare un costume. La repressione introiettata genera un ethos.

D’altronde, ricerche e sondaggi documentano da anni che nella società civile esiste tuttora una forte minoranza, che non riconosce come reati i comportamenti anti-omo/transfobici. E, dunque, esiste nello schieramento politico una minoranza che rappresenta direttamente in Parlamento questa mentalità e che la dilata, le offre voce, per l’appunto, la alimenta per ricavarne consenso elettorale da spendere in ben altre sfere della vita civile del Paese. La società è questa, la democrazia reale è questa. Occorre però che questa legge non generi nuove minoranze e nuove oppressioni.

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Si è comunque creata nel paese una maggioranza trasversale che converge sull’obbiettivo minimo/massimo: quello di sanzionare i comportamenti  omo-transfobici.

Sanzionare anche le idee? Qui i giuristi discutono, la Commissione Affari costituzionali della Camera ha fornito saggi consigli e raccomandazioni al riguardo. Se non si precisano i confini penali tra opinioni, propaganda, istigazione, il rischio è di consegnare a ogni singolo giudice la determinazione di quei confini, fino a pregiudicare la libertà di opinione. Fin qui tutto ragionevole?

No! Perché Enrico Letta ha deciso che il progetto di Legge si deve approvare così com’è. 

LE RAGIONI DI UNA POSIZIONE POLITICA OSTINATA

Restano da comprendere le ragioni di tanta ostinazione, considerato che al Senato una maggioranza non ci sia, e che anche all’interno del PD le obiezioni siano rilevanti e crescenti.

Le ragioni sono due. 

Una è di pura e semplice manovra politica. Non avendo voluto appoggiare fino in fondo e fin dall’inizio il Governo Draghi e avendo perseguito fino all’ultimo il disegno di un’alleanza con Giuseppe Conte, che si accingeva, all’ombra del semestre bianco, alla guerriglia e agli agguati contro il Governo, Letta si trova ora in una scomoda posizione. Come disincagliarsi?

 Innalzando la bandiera identitaria della sinistra contro la destra. Mentre Mattarella ha proposto e Draghi ha praticato un governo politico di unità nazionale, dentro il quale ciascuno smussa qualche spigolo, Letta cerca lo scontro, nell’illusione di “farsi vedere”. Ha un bell’accusare la destra di fare manovra politica, utilizzando il DdL Zan.

Sta assumendo simmetricamente la stessa postura. Si tratta di una mossa cinica, perché porta all’omicidio del Disegno di legge, a tutto svantaggio di una categoria di cittadini che pure si proclama con tutta intransigenza di voler proteggere. Fin qui, si potrebbe riconoscere sconsolatamente, nulla di nuovo: “così fan tutte”… le forze politiche. 

La crisi d’identità del Partito democratico

Ma c’è una ragione più profonda, che attiene al contenuto dell’identità che si vuole affermare. Già, quale identità? E qui la seconda ragione si spacca in due sotto-ragioni, reciprocamente intrecciate, l’una peggiore dell’altra.

La prima è il mood identitario di origine “democrats” all’americana.

La seconda è il contenuto dell’identità come metodo.

Il Partito democratico americano ha cessato di essere il partito dei lavoratori-classe media per trasformarsi in un amalgama di identità: etnie, gruppi di interesse, culture, tra cui, crescenti, quella del “gender” e del “cancel culture”, il tutto convogliato dentro la cloaca maxima dei social e dei like. Biden ha vinto, perché è riuscito a tornare, almeno provvisoriamente, al “vecchio” Partito democratico rooseveltiano-kennediano e perché Trump ha fallito di fronte alla sfida interna del Covid e a quella del disordine mondiale, che ha preteso di affrontare senza alleati. 

Il Partito democratico italiano si trova nella stessa condizione. Se la sinistra storica italiana, PCI e PSI, aveva quale asse sociale principale la produzione, vista principalmente dal lato del lavoro, il PD ha smarrito questa eredità. Si dirà: e il sindacato non è forse legato al PD? I dirigenti sindacali sì, i sindacalizzati no: tessera del sindacato, ma voto politico ballerino tra destra e sinistra. Cos’è allora il PD oggi? Un puzzle disordinato di sotto-identità. Ne ha troppe, non ne ha nessuna.

Se difendere le persone LBGTQUIA è un dovere etico-politico – è una questione di fedeltà al principio-persona –  assumere le visioni antropologiche del loro movimento no! Così, più l’identità è debole e più viene gridata. E più viene buttata in manovra politica. Così il PD si trova al traino di Fedez-Ferragni. Ecco perché il DdL Zan rischia di schiantarsi sugli scogli. In attesa che incominci il penoso rimpallo delle responsabilità del suo annegamento.

In conclusione: chi ha una posizione dogmatica intransigente sul testo (finta o sincera che sia) in realtà pensa già di trarre vantaggio da qualunque risultato: se il DDL verrà bocciato, griderà alla scandalo, emetterà scomuniche, stilerà la lista dei cattivi ed avrà titoli e argomenti per molto tempo (forse preferisce sotto sotto proprio questa soluzione); se vincerà, idem.

Ma c’è forse in giro un'Italia migliore, più umana, più "open", che proprio ora comincia ad apparire? I segnali non sono molti, ma un nuovo inizio è possibile.

 

Nota: il testo riprende in parte un articolo di Giovanni Cominelli apparso sul Web Magazine della Diocesi di Bergamo