martedì 22 agosto 2017

DOPO BARCELLONA RILEGGIAMO RATZINGER


La strage di Barcellona ha scosso la Spagna, dove fino adesso erano stati sventati altri attentati dello Stato islamico, e riportato il Vecchio Continente nella dinamica della guerra interna ad una Europa che non sembra intenzionata ad interrogarsi sull’origine dei mali che la insidiano.
Davanti alla furia di cui è fatta oggetto periodicamente la popolazione degli stati europei, l’establishment politico e mediatico continentale sembra in grado di esprimere soltanto proclami di circostanza e reazioni emotive. Si tratta di esternazioni e manifestazioni che appaiono sempre più una fiera di ipocrisia e una elusione del male che affligge le nostre società, che permane e si diffonde.

Tracce per una riflessione più profonda potrebbero invece ritrovarsi nel simposio tenuto lo scorso 19 aprile a Varsavia per i 90 anni di Benedetto XVI. Promosso dalla Conferenza episcopale e dal Presidente polacco Andrzej Duda, il convegno, intitolato “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del cardinal Joseph Ratzinger - Benedetto XVI”, ha visto anche la lettura di un messaggio inviato dal Papa emerito.
"Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici – sottolinea nel messaggio Joseph Ratzinger – conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno”. E le conseguenze purtroppo le abbiamo viste ancora ultimamente nei fatti che hanno insanguinato la Spagna.
"Questi radicalismi – continua Benedetto XVI – esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle”. Una nuova concezione dello Stato che significa anche, in prospettiva più ampia, un ripensamento dello spazio pubblico europeo. Per il pensatore e teologo bavarese, si tratta infatti di “una questione essenziale per il futuro del nostro Continente”.
La miscela esplosiva fra il vuoto valoriale – ben esemplificato dalle note di Imagine suonate dopo le stragi di Parigi – la penetrazione dell’islamismo in società ormai indifferenti al proprio passato e al proprio futuro, pare destinata a generare episodi tragici anziché la decantata integrazione. 
Dinnanzi alla mancanza di una filosofia civile europea capace di rispondere alle nuove emergenze, forse bisogna far parlare meno i sociologi – con le loro spiegazioni politically correct sulle cause socioeconomiche del terrorismo – e più i discorsi di Benedetto XVI a Ratisbona, Parigi, Westminster e al Bundestag tedesco. Un pensiero fecondo anche per la riflessione “secolare”.


sabato 19 agosto 2017

SE LA CHIESA NON SA NIENTE

Leggo su Avvenire queste parole di mons. Galantino, segretario della Conferenza episcopale italiana: «Alla domanda su cosa dire ai genitori delle vittime in questo momento, Galantino ha risposto: “Non mi sento di dire niente, ma di fare sentire loro la vicinanza silenziosa e partecipe a quello che stanno vivendo. Non penso sia questo il momento di dare spiegazioni, perché di fronte a questo tipo di morte, a questa violenza, non ci sono spiegazioni razionali da dare”».
“Di fronte a questo tipo di morte, a questa violenza, non ci sono spiegazioni razionali da dare”? Le vittime dell'attentato di Barcellona non sono morte perché un fulmine le ha colpite o perché un ponte che stava in piedi da secoli è crollato proprio nel momento in cui passavano loro (come nel bel
romanzo di Thornton Wilder), o per un virus (quando succedono queste cose, ormai ci siamo abituati all'afasia degli ecclesiastici): sono morte perché dei criminali li hanno assassinati.
Come fa il vescovo a dire che di fronte “a questa violenza” non ci sono spiegazioni razionali da dare? Ignora forse che la chiesa ha qualcosa (veramente ha molto) da dire sul male presente nel mondo? O si vergogna di quella dottrina e non la ritiene presentabile agli uomini?
Ma di una chiesa che non sa niente, che se ne fanno gli uomini?

DAL BLOG DI LEONARDO LUGARESI

giovedì 17 agosto 2017

ORSI PERICOLOSI. L'ANIMALISMO LO E' ANCORA DI PIU'


di Robi Ronza 
LA NUOVA BUSSOLA 17-08-2017


Il fiasco della prima delle manifestazioni organizzate dagli animalisti per protestare contro il recente abbattimento in Trentino dell’orsa KJ12, che nel luglio scorso aveva aggredito un escursionista, è un buon segnale. I cronisti presenti riferiscono che l’altro ieri l’autocolonna partita da Brescia, che i promotori si aspettavano diventasse un “serpentone” di centinaia di veicoli, a Riva del Garda contava soltanto sei auto. Lungo la strada verso Trento se ne sono aggiunte altre due. A bordo delle otto auto c’erano complessivamente circa venti persone.

E’ forse il segno che il buon senso comincia di nuovo a prevalere sui furori ideologici degli animalisti, devotamente fatti propri e amplificati dall’ordine costituito di quell’intellighenzija metropolitana laica-progressista che è la vera razza padrona del mondo della stampa nel nostro Paese. Ciononostante il cammino sarà di certo ancora lungo. Basti dire ad esempio che il Tg1 delle 13,30 dello scorso 14 agosto, ha usato per due volte la parola “omicidio” per definire tale abbattimento. Tutti i  giornali e i  telegiornali più diffusi stanno sostanzialmente dalla parte degli animalisti, che non esitano a dare dell’assassino al presidente della Provincia Autonoma di Trento reo di aver dato ordine di abbattere l’animale, la cui pericolosità per l’uomo era ormai evidente. 

E’ d’altra parte impressionante quanto il presidente della Provincia di Trento – il quale non ha esitato a dire che le persone  contano più degli animali - sia stato lasciato solo anche dal mondo della politica. Da destra a sinistra i politici sono evidentemente soprattutto preoccupati di piacere a masse urbane che degli orsi (e dei lupi) sanno solo quello  che hanno visto nei cartoni animati. E questo malgrado già da qualche anno a questa parte in Italia le aggressioni e le intrusioni di grandi carnivori si moltiplichino.

Nel Trentino dal 2014 a oggi si sono già registrate quattro aggressioni di orsi a singoli escursionisti o cercatori di funghi. Uno degli aggrediti ha subito ferite invalidanti. Il dilagare facilitato e protetto dei grandi carnivori (e anche di altri grandi animali selvatici) al di fuori dei parchi nazionali e delle riserve naturali, ove in precedenza sussistevano in modo controllato, è ormai un problema di rilevanza nazionale. La loro presenza dilagante è infatti insostenibile in un Paese come il nostro, che ha una densità demografica pari a oltre 231 abitanti per chilometro quadro, e non (tanto per fare un paragone) di soli 34 come gli Stati Uniti.

La questione in effetti è tutt’altro che pittoresca o “di nicchia”. Si tratta di uno dei tanti esiti rilevanti della crisi di civiltà con cui oggi dobbiamo fare i conti. A chi non ne fosse ancora convinto suggeriamo l’attento esame dell’immagine qui sopra, tratta da Il Fatto Quotidiano del 17 maggio scorso. Già è significativo il travestimento di sapore totemico dei manifestanti, mascherati da lupi. Ancor più significativi però sono i testi dei cartelli che i manifestanti espongono. Si vedano in particolare “Non temere il lupo / Temi piuttosto l’uomo” e l’immagine di una testa di lupo di profilo dalla cui bocca escono le parole “Io sono la natura, voi il suo danno”. 

Siamo di fronte a una testimonianza plastica del baratro in cui è precipitata la moderna cultura laica, passata in meno di due secoli dall’esaltazione prometeica dell’uomo al cupio dissolvi. Nell’immediato i primi chiamati a farne le spese sono i pastori, gli allevatori e i contadini di montagna e di collina. Oggi sono loro la vera specie a rischio di estinzione; non i lupi, gli orsi e le linci. A lungo termine siamo però a rischio tutti quanti. E’ a rischio l’uomo in quanto tale che, secondo quel che si legge su uno dei cartelli, è di danno alla natura, mentre invece il lupo ne fa parte a pieno titolo, anzi ne è l’essenza. 


La superstizione totemica dei “verdi” non basterebbe tuttavia da sola a creare questa situazione  se ad essa non si aggiungesse l’ignoranza di massa di popolazioni urbane che  –dicevamo - non hanno più né esperienza né memoria familiare recente della realtà degli spazi aperti; e la cui immagine del lupo e dell’orso deriva tutta quanta dal mondo dei cartoni animati, da Lupo Alberto, dall’Orso Yoghi e dai loro più recenti derivati. E’ un’ignoranza cui è ormai urgente porre rimedio. 

domenica 13 agosto 2017

DIALOGO? NO, GRAZIE. MEGLIO LA DISPUTA


ALDO MARIA VALLI
Oggi «abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole “aprire un dialogo” con ognuno e possibilmente con tutti… Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta».
Questa critica del dialogo ecumenico fine a se stesso, coltivato come un bene in sé, al di là della questione su cui si dialoga, non arriva da qualche rappresentante del conservatorismo cattolico. Anzi, l’autore non è nemmeno cattolico. Si tratta infatti di Jürgen Moltmann (Amburgo, 1926), il teologo evangelico già docente a Tubinga e autore del celebre «Theologie der Hoffnung», «Teologia della speranza», del 1964.
La riflessione sul dialogo è contenuta nel suo articolo «La Riforma incompiuta. Problemi irrisolti, risposte ecumeniche», pubblicato in «Concilium» (n. 2, 2017, pag. 142), ed è resa ancora più interessante dal fatto che Moltmann introduce una distinzione tra «dialogo» e «disputa». Scrive infatti: «Il dialogo dei nostri giorni non è funzionale alla verità», bensì alla «comunione», ed è così che subisce una sorta di edulcorazione. Il tentativo di evitare gli spigoli porta all’appiattimento, e la teologia ne risente.
«In passato – scrive il novantunenne Moltmann dall’alto della sua lunga esperienza – la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (“rabies theologicorum”); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».
Alla ricerca della comunione, le asperità sono limate fin quasi a scomparire. E ciò che resta è spesso una tolleranza priva di contenuti che sacrifica la passione per la verità.
Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni».
Più chiaro di così l’anziano teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, arrivi proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si celebra il mezzo millennio dalla Riforma. «Comunione e verità non procedono più di pari passo?», si chiede  Moltmann.
«C’è anche l’evidenza – commenta Silvio Brachetta su «Vita nuova», il settimanale cattolico di Trieste – della scomparsa della via di mezzo: le discussioni odierne possono essere dialoghi o polemiche. Quasi mai c’è un dibattito costruttivo, per la dimostrazione di un qualcosa. Si assiste ad incontri rilassati, a basso contenuto scientifico; e si oscilla tra qualche considerazione in serenità o all’impeto eristico di chi cerca di avere ragione con foga. In genere si preferisce il monologo, perché ha il pregio di non dover essere dimostrato a tutti i costi: l’interlocutore non deve fare la fatica di controbattere, ma oppone semplicemente un altro suo monologo».
Osservazioni condivisibili, alle quali però il professor Stefano Fontana, sempre su «Vita nuova», aggiunge un’ulteriore riflessione: «Silvio Brachetta ha ragione a dire che il dialogo senza verità è morto e a lodare il teologo protestante Jürgen Moltmann per averlo detto. Però non va dimenticato che l’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante».
«La questione dell’abuso cattolico del dialogo – scrive Fontana – è antica. Già le opere preconciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica “Ecclesiam Suam” di Paolo VI». È vero: «Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare», ma, proprio in omaggio alla verità, non bisognerebbe dimenticare che «questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica».
È d’altra parte significativo che il fastidio per il dialogo fine a se stesso sia manifestato da un protestante come Moltmann. «Vuoi vedere – si chiede Fontana  – che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?».
E qui il professore fa un approfondimento necessario: «La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la “fides qua”, ossia l’atto personale di fede, e la “fides quae”, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. È una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo. Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunto, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso».
«L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale” viene prima della dottrina, ne è indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner –  che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti  –  della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La “fides quae” viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione».
L’argomentazione di Fontana è cristallina e non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma è l’autore stesso ad attualizzare il tutto con un riferimento a una vicenda che ha causato tanto dolore: «Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano “Avvenire” ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità».
Stefano Fontana nel suo articolo accenna all’«Ecclesiam Suam» di Paolo VI (1964), che può essere effettivamente considerata l’origine della «svolta dialogica» in teologia. Tuttavia papa Montini nel documento non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire, e sebbene Romano Amerio, in «Iota Unum», parli di equazione incoerente e impossibile «tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo», bisogna ricordare che Paolo VI  esalta il «dialogo della sincerità» e, a proposito di ecumenismo, precisa:  «Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati» perché «nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità», però «dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità».
Paolo VI non esita nemmeno a mettere in guardia dal relativismo, eppure la sua enciclica è stata abbondantemente utilizzata in senso relativistico.
Eliminati tutti i punti in cui Montini stigmatizza il «compromesso ambiguo» così come l’irenismo e il sincretismo («Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede… Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo»), l’«Ecclesiam Suam» è stata ridotta a manifesto di una superficiale e indistinta amicizia tra la Chiesa e il mondo, e, come giustamente ricorda Brachetta, bisognerà aspettare Joseph Ratzinger, con la «Dominus Iesus» (anno 2000) per una denuncia di quella «ideologia del dialogo»  che, penetrata anche nella Chiesa cattolica, «si sostituisce alla missione e all’urgenza dell’appello alla conversione».
Insomma, a dispetto delle preoccupazioni di Paolo VI, il relativismo è entrato nella Chiesa ed ha usato l’idea di dialogo in modo strumentale. Ecco perché chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse.

Solo che, per disputare, occorre saper ragionare, e proprio questo, oggi, è il problema. Perché la nostra è sì crisi di fede, ma forse, prima ancora, è crisi della ragione.

mercoledì 2 agosto 2017

IL VIZIETTO DEL TRADIMENTO



Anni di disprezzo per i propri elettori non si recuperano con un’acrobazia

Il controesodo «bello e istruttivo» dei transfughi

ALFREDO MANTOVANO da Tempi

Funziona così? Vieni eletto in un partito e grazie a questo vai al governo.
Resti in carica pur quando quel partito, dopo pochi mesi, esce dalla coalizione e sceglie l’opposizione: un’inezia, all’incirca quattro anni.

Nel frattempo fai di tutto: approvi il divorzio facile e il divorzio breve, la legge sul matrimonio same-sex, la droga “leggera” e accessibile a tutti, la fecondazione eterologa a carico del Servizio sanitario nazionale, tagli le risorse necessarie per la salute, ti disinteressi della persecuzione dei medici obiettori, non alzi un dito di fronte alla diffusione del gender nelle scuole, dai il tuo contributo perché in un ramo del Parlamento passi l’eutanasia, hai qualche ripensamento in prossimità del traguardo dello ius soli dopo averlo votato solo perché hai visto qualche sondaggio, col tuo voto favorisci fiscalmente le multinazionali e deprimi la famiglia, rinunci a governare l’emergenza immigrazione e ignori l’anoressia demografica che interessa la nazione di cui saresti una delle guide.

Senza trascurare il sostegno attivo che hai dato a una riforma costituzionale – per fortuna abortita – che affievoliva la sussidiarietà. 

Di più, hai ignorato gli allarmi e le richieste di dissociarti da questo o da quel provvedimento provenienti da piazze affollate di famiglie non rappresentate da nessuno; anzi, le hai illuse e le hai prese in giro, salvo optare sempre per l’esatto contrario di quel che ti sollecitavano quei luoghi civili e responsabili di esercizio di democrazia.

Il voto è una sentenza definitiva

 Alla fine, come nel gioco dell’oca, torni al punto di partenza e riprendi posizione esattamente nel recinto dal quale hai preso le mosse nella primavera del 2013, come se nulla fosse stato. Come direbbe Guareschi, è «bello e istruttivo» questo tuo disinteressato ri-passaggio a un’area politica che pare avere oggi le maggiori prospettive di vittoria elettorale. Sul piano oggettivo, è l’equivalente di un sondaggio interno al Palazzo: segnala la percezione che dell’esito delle prossime politiche hanno gli inquilini di quel condominio.

Sul piano soggettivo, è difficile da seguire senza ricorrere a generose dosi di antivomito.

Funziona così? Le esperienze elettorali più recenti, dentro e fuori i confini nazionali, suggeriscono di contenere lo sfruculiamento del cittadino che vota. Perché costui deciderà poco di quel che accade nella sua quotidianità, ma quando decide mostra una maturità mediamente superiore a quella che presume chi ne sollecita il consenso. Lo scorso 4 dicembre media e influencer di vario tipo davano per certa la vittoria del “sì” al referendum costituzionale, e sappiamo come è andata; e anche i risultati delle ultime amministrative, che hanno aperto gli occhi e il cuore alla transumanza in corso, sono andati in controtendenza con le previsioni, soprattutto in luoghi simbolici come Genova o in giro fra Toscana, Emilia e Abruzzo.

Dunque, se c’è qualcosa di sicuro, un po’ più sicuro di quella poltrona alla cui riconferma stai puntando con sprezzo del pericolo e spirito di abnegazione, è che l’urna elettorale è l’equivalente di una sentenza definitiva: quando arriva non la puoi modificare. E se nei fatti hai disprezzato per quattro anni fasce importanti del tuo potenziale elettorato, non puoi pensare che ti riscatti con un’acrobazia all’ultimo (o al penultimo) giorno utile.

Il vizietto del tradimento

 Vale per il transfuga. Vale per chi lo accoglie, e anzi organizza i tour del rientro. Chi l’ha detto che l’algebra non si applica pure in politica? I gitanti che tornano a casa non solo non aggiungono nulla, ma vanno in sottrazione: quanti dei partecipanti alle manifestazioni di piazza San Giovanni e del Circo Massimo sono pronti a sostenere un partito che riprenda nelle proprie fila personaggi col curriculum prima riassunto? Per avere la garanzia del rinnovato rinnegamento dei princìpi cari a quel popolo?

Chi ha tradito così tante volte dà la certezza che alla prima utile continuerà a farlo. Idem se il rientro fosse non nel partito originario ma in una formazione messa su ad hoc per questi reduci non combattenti. Quale attrattiva ha una bad company?

Nei pochi mesi di legislatura che restano ci si opponga veramente alle leggi ostili alla vita e alla famiglia (in primis quella sulle dat) ancora pendenti, e si provi a dare voce all’Italia vera, come è stato fatto con successo in più d’una città alle ultime amministrative. Chi cerca, e magari ottiene, il riciclo dopo una parvenza di “differenziata” non per questo cessa di essere un rifiuto.



martedì 1 agosto 2017

CHARLIE GARD E IL RISVEGLIO DELLE COSCIENZE

Nel Consiglio Comunale di Giovedì 27 a Cesena, i rappresentanti della città si sono interrogati su quello che stava accadendo al piccolo Charlie Gard.

Il confronto non era sulle tecniche o sulla genetica, ma sui poteri dello Stato e sulle sue sempre più violente ingerenze sul diritto alla vita, che in questo caso hanno impedito al babbo e alla mamma di Charlie di fare tutto quello che potevano per curare il loro bambino.

La vita di Charlie non è stata dunque inutile, perché ha saputo risvegliare le coscienze anche in una quieta città di provincia, dove ormai si discute, stancamente, solo di tasse comunali, di piazza della Libertà e di un nuovo ospedale proiettato in un futuro lontanissimo.

La mozione ha diviso il Consiglio Comunale esattamente a metà, nove favorevoli e nove contrari. La città ha avuto la possibilità di schierarsi a fianco del piccolo Charlie, per dire che mai più dovrebbero accadere simili situazioni. 

Purtroppo c’è riuscita solo per metà, ma, come ha scritto acutamente Leonardo Lugaresi nel suo blog, quella che doveva essere nelle intenzioni dei potenti di oggi una asettica procedura amministrativa –nel “best interest” di Charlie- e nella quale bastava seguire i “protocolli” (un po’ di carte e un po’ di firme), ha risvegliato anche a Cesena un movimento delle coscienze che ha osato giudicare quello che stava accadendo, e ha fatto in modo che tutto questo non avvenisse nel silenzio.

Rileggendo la mozione di Spinelli mi sono tornate alla mente le profetiche parole che G. K. Chesterton scriveva nel 1904 : “… Fuochi verranno attizzati per testimoniare che 2+2 fa 4. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate. (…) S’avvicina il tempo in cui una vita normale richiederà di essere eroi soltanto per esistere, per restare fedeli ad una banale linea di vita, che i nostri antenati seguivano così naturalmente come respiravano.”


Oggi, per molti, questo tempo è già venuto.

lunedì 31 luglio 2017

“DOPO LA VIRTÙ”


Alasdair MacIntyre, 1980. 
ULTIMA PAGINA

Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium.

Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta.

Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso”.
Dalla prefazione alla seconda edizione, 2006.
La grandezza di Benedetto sta nell‘aver reso possibile l’istituzione del monastero centrato sulla preghiera, sullo studio e sul lavoro, nel quale e intorno al quale le comunità potevano non solo sopravvivere, ma svilupparsi in un periodo di oscurità sociale e culturale. Gli effetti della visione fondazionale di Benedetto e la loro ricaduta istituzionale grazie a quanti in modi diversi hanno seguito la sua regola erano in gran parte imprevedibili per quei tempi. 
Quando scrissi quella frase conclusiva nel 1980, era mia intenzione di suggerire che anche la nostra epoca è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo, è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell’ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata. Questa era la situazione ventisei anni fa, e tale ancora oggi rimane.”

L’ONDATA TRANSGENDER


Camille Paglia, autrice di Sexual Personae, intervista a Il Foglio 24 luglio 2017

"Sono molto scettica sull’attuale ondata transgender, che ritengo sia prodotta da fattori psicologici e sociologici molto più complicati che il discorso di genere attualmente consente.

E’ certamente ironico come i liberal, che agiscono come difensori della scienza quando si tratta del riscaldamento globale rifuggano ogni riferimento alla biologia quando si tratta del sesso.

La verità biologica cruda è che i cambiamenti sessuali sono impossibili.

Ogni singola cellula del corpo rimane codificata dal proprio sesso per tutta la vita.

Le ambiguità intersex possono verificarsi, ma sono anomalie che rappresentano una minima percentuale di tutte le nascite umane.

In una democrazia, tutti dovrebbero essere liberi da molestie e abusi. Ma allo stesso tempo, nessuno merita diritti speciali, protezioni o privilegi in base alla propria eccentricità".



domenica 30 luglio 2017

NON E’ STATO INUTILE

LEONARDO LUGARESI
Va bene, alla fine Charlie Gard lo hanno soppresso – nel suo «best interest», naturalmente – come volevano fin dall'inizio, avendo impedito al suo babbo e alla sua mamma di fare tutto quello che potevano (e che non era irragionevole) per cercare una sia pur improbabilissima cura.
Ma le cose non sono andate come volevano loro. Doveva essere una procedura amministrativa asettica e scontata, in cui semplicemente “seguire i protocolli” (ah, i protocolli! ...  Lari e Penati della nostra vera religione, che proteggono la tranquillità del burocrate, e l'ignavia di  ciascuno di noi). Una faccenda da nulla, anzi un non-evento, una cosa che è come se non fosse mai successa (se non perché serve a fare da precedente la prossima volta). Un po' di carte, un po' di firme ... sopprimere un esserino così non dev'essere difficile; certo il dolore dei genitori, si capisce ... ma “abbiamo un ottimo servizio di sostegno psicologico per questo” (magari c'è anche questo nei protocolli) ...
Invece no. Invece c'è stato un movimento della coscienza che ha osato giudicare quello che stava accadendo, anzi che prima di tutto si è reso conto che qualcosa stava accadendo (perché questo è il primo passo) e ha messo in crisi il meccanismo. Ha fatto una krisis, cioè si è messo in discussione e ha messo in discussione ciò che si voleva dare per scontato. E questo movimento spontaneo, dapprima piccolo, è cresciuto, si è allargato in tutto il mondo, ha travalicato le obiezioni dei “beneintenzionati”, di quelli che volevano che si facesse silenzio ... È diventato un problema.
È stato un movimento di persone comuni, di piccole persone che hanno trascinato, ma solo in seconda battuta, vescovi e politici, papi e presidenti. Questi dissidenti non hanno restituito ai genitori di Charlie il diritto di prendersi cura del figlio in tutti i modi ragionevolmente possibili, non hanno liberato Charlie dal sequestro di persona di cui era vittima, non hanno impedito che gli venisse tolta l'aria, però hanno fatto in modo che tutto questo non avvenisse nel silenzio. Non è poco.
Se tanti oggi stanno male (speriamo anzitutto il giudice Francis) è merito di questo movimento della coscienza. Finché c'è krisis c'è speranza.


mercoledì 19 luglio 2017

CARO SPADARO IMPARARE DALLA REALTA’ SERVE ANCHE AI GESUITI


NEGLI USA LA VERA TEOCRAZIA È QUELLA DEI LAICISTI
di Robert Royal*

Percival Lowell faceva parte dell’illustre famiglia Lowell di Boston, laurea ad Harvard, fondatore dell’Osservatorio Lowell, il più importante astronomo americano dicono alcuni prima di Carl Sagan. Sulla base di ciò che riteneva essere accurate osservazioni scientifiche, credeva anche che su Marte ci fossero dei canali e scrisse diversi libri per indagare i motivi che avrebbe potuto spingere i marziani a un’impresa così vasta.
Sfortunatamente, le sue “osservazioni” erano un’illusione ottica (come molti scienziati suoi contemporanei già sapevano) e le recenti esplorazioni di Marte non hanno scoperto alcun segno della civiltà che Lowell riteneva essere un tempo esistita su quel pianeta. 

Padre Antonio Spadaro S.J., direttore de La Civiltà Cattolica, e Marcelo Figueroa, un presbiteriano scelto personalmente da Papa Francesco per dirigere l’edizione argentina de L’Osservatore Romano, hanno recentemente pubblicato osservazioni assai controverse su Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo.

Ebbene, sono destinati, per buone ragioni, a subire il medesimo destino toccato al povero Percival Lowell. Non è che non forniscano alcuni dati veri. Ma, come molti osservatori che sanno poco della realtà concreta che descrivono, fraintendono la portata e il significato relativi di quasi tutto.

Per esempio, considerano Rousas John Rushdoony una figura marginale oggi sconosciuta alla maggioranza degli evangelicali e assai criticata da quanti invece lo conoscono, uno dei punti di riferimento maggiori solo perché la sua visione teocratica calza a pennello con la loro tesi sul rapporto che negli Stati Uniti esiste fra religiosità e politica conservatrici.

In molti altri casi, collegano invece fatti più che disparati con ancor meno giustificazioni di quante ne avesse chi un tempo credeva nei canali di Marte.
Ciò che temono maggiormente è che la collaborazione fra cattolici ed evangelicali nel combattere la guerra culturale negli Stati Uniti nasconda in realtà il tentativo d’instaurare una teocrazia. Di solito però accuse di questo genere le si sente rivolgere da ambienti come la Planned Parenthood, i gruppi dell’attivismo omosessualista o gli accademici di frangia. Non dal Vaticano.
Per di più, opinano i due autori, i protagonisti di questo «sorprendente ecumenismo» indulgono in una visione manichea del Bene contrapposto al Male che considera gli Stati Uniti come la Terra Promessa e i nemici degli Stati Uniti come qui nemici di Dio che è semplicemente giusto distruggere, letteralmente, con le nostre forze armate.
Ora, considerare questo il cuore dell’alleanza fra evangelicali e cattolici è così delirante che un cattolico non può che provare imbarazzo davanti al fatto che un periodico che si presuppone revisionato e autorizzato dal Vaticano pubblichi una sciocchezza tanto calunniosa. I due autori avrebbero fatto meglio a uscire di casa e a guardare un po’ di Stati Uniti piuttosto che, a quanto sembra, passare così tanto tempo con i sociologi di sinistra della religione.

Sì, negli Stati Uniti esiste qualcosa che assomiglia al sorgere di una teocrazia fondata su una visione manichea. Ma è la teocrazia dell’assolutismo sessuale che non è capace di tollerare il pluralismo o il dissenso. Le Piccole sorelle dei poveri, Hobby Lobby, i fornai evangelici e chiunque si opponga allo tsunami contraccettivo-abortista-omosessualista-(e oggi)-transgender rischia di essere trascinato in tribunale come uno “hate group”. (Spadaro e Figueroa riecheggiano questa pretesa là dove affermano che l’alleanza fra evangelicali e cattolici incarna una visione purista xenofoba e islamofoba che di fatto configura un «ecumenismo dell’odio».)

Combattere la teocrazia sessuale è un imperativo per tutti coloro che, credenti o non credenti, abbiano a cuore la libertà e il bene comune di una società pluralista. Fino a questo momento, i difensori della libertà religiosa che i tribunali si sono trovati davanti sono stati soprattutto cattolici ed evangelicali. Ma lo stesso fatto che certe questioni debbano essere portate davanti alle corti di giustizia rivela chi è che sta davvero cercando d’imporre una sorte di totalitarismo agli Stati Uniti. La maggior parte di quanti, cattolici, evangelicali, ebrei, musulmani e fedeli di altre confessioni, restano fedeli alla propria tradizione religiosa sarebbe infatti felice, a  questo punto, di essere semplicemente lasciata in pace.

Ma tutto questo è invisibile agli occhi di Spadaro e di Figueroa, oppure viene da loro rigettato perché giudicato mera copertura di qualcosa di sinistro. Spadaro e Figueroa non conoscono infatti il cuore dell’evangelicalismo statunitense, in genere più prossimo all’assennatezza di un Russell Moore che alla cecità del fondamentalismo (motivo per cui usiamo termini diversi per indicare i due gruppi). Il termine “integralisti” con cui etichettano i conservatori cattolici degli Stati Uniti è del resto un’altra calunnia, oltre che essere l’applicazione scorretta e superficiale di un termine relativo a un determinato periodo della storia europea a una realtà completamente diversa. Lo avrebbero potuto imparare facilmente.
I due autori sostengono quindi che Papa Francesco delinei un’alternativa al cristianesimo “militante”. Ma la loro ossessione per il “dialogo” su queste materie è una strategia plausibile solo per gente che non ha mai dovuto affrontare la lama affilata della guerra culturale. E che crede di poterla evitare all’infinito. Ma che in realtà non può farlo.
A questa controversia di tenore internazionale la settimana scorsa ha aggiunto poi del suo anche Papa Francesco. Se dobbiamo credere al suo frequente interlocutore Eugenio Scalfari patron del socialista la Repubblica (personalmente trovo vagamente credibile solo il 25% circa di ciò che egli “riporta”), appena prima della riunione del G20 ad Amburgo il Pontefice ha parlato della «[...] visione distorta del mondo» che hanno gli Stati Uniti e la Russia, la Cina e la Corea del Nord, specialmente sull’immigrazione.

Molti americani si sono alterati per il fatto che il Papa abbia incluso anche noi fra certi malfattori. Se intendeva dire di non essere d’accordo con il presidente Donald J. Trump, forse avrebbe dovuto dire esattamente quello.
Il Pontefice ha così proseguito affermando, nel racconto forse confuso di Scalfari, che un’«Europa federata» è necessaria affinché il Vecchio Continente smetta di contare nulla nel mondo. Il che è curioso per diverse ragioni. In altri contesti, il Papa è sembrato avere rinunciato all’Europa, attendendosi piuttosto il rinnovamento dalle “periferie”. Inoltre, l’Unione Europea è già «federata», forse persino troppo.
Due settimane fa ero a un convegno in Portogallo dove le ripetute richieste tedesche di «legami ancora più stretti» fra i Paesi europei hanno preoccupato tutti tranne appunto i tedeschi. In convegni di quel tipo è un classico lamentarsi dell’inaffidabilità politica e dell’arroganza della UE, così come dell’incombere del potere finanziario della Germania.
In un’ultima analisi, l’Europa conta poco perché è al collasso demografico, è spiritualmente e culturalmente alla deriva, non ha i mezzi per difendersi da sé e sembra pensare che la propria unica ragione di esistere sia “aprirsi” alle altre culture.
Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno moltissimi problemi gravi, ma godono ancora di un attivo impegno religioso sulla scena pubblica; stanno avanzando seppur a tentoni verso il rinnovamento politico e culturale; e per inciso continuano ad accogliere oltre un milione d’immigrati legali all’anno.
Forse queste cose sarebbe meglio notarle, ogni tanto, a Roma.
19-07-2017
Traduzione di Marco Respinti
* Robert Royal è il direttore del portale The Catholic Thing e il presidente del Faith and Reason Institute di Washington. La versione originale di questo articolo, che qui si riproduce in traduzione italiana con il permesso dell’editore e del direttore, è stata pubblicata il 17 luglio 2017 su The Catholic Thing con il titolo Are Americans from Mar


I BAMBINI DI RATISBONA

Non si può spiegare sempre tutto con l'odio per la Chiesa
Scandalo pedofilia nella chiesa: il rapporto dell'avvocato Ulrich Weber parla di violenze e abusi commessi nel coro di Ratisbona. Quello diretto da Georg Ratzinger.
19 LUGLIO 2017 FEDERICO PICHETTO
547 casi di abusi sui minori, di cui 67 a sfondo sessuale, scuotono la chiesa di Ratisbona e di tutto l'Occidente. Si parla di violenze avvenute tra il 1945 e il 1992, le agenzie di stampa tedesche raccontano che i casi di molestie e di pedofilia sarebbero stati compiuti tra il 1960 e il 1972. Il tutto nel più prestigioso coro di voci bianche del mondo, quel "Regensburger Domspatzen" diretto da Georg Ratzinger, fratello del pontefice emerito, tra il 1964 e il 1994. Nei prossimi giorni ci sarà tempo e modo di approfondire le informazioni, capire meglio le vicende, ma già oggi, con l'eco suscitata dalla notizia in Italia, si possono comunque prendere in considerazioni alcuni semplici elementi di riflessione.
1) Il colpo della notizia è soprattutto mediatico. Infatti a diffonderla è stata la Chiesa stessa, per mezzo dell'avvocato Ulrich Weber, incaricato dai vertici ecclesiastici di indagare su quanto fosse avvenuto a Ratisbona e — quindi — di diffondere la verità. L'elemento di novità è sotto gli occhi di tutti: la Chiesa che in prima persona ha il coraggio di guardare il proprio male, male che si annida nel cuore di noi uomini che ne facciamo parte, e denunciarlo. Non è poca cosa, considerando che già diversi dei responsabili di questi atroci crimini sono morti e che tutto poteva essere ancora una volta insabbiato. C'è molta divisione poi tra le "vittime": alcune arrivano perfino a giustificare le maniere violente come uno spirito del tempo che attraversava tutta l'educazione tedesca del dopoguerra.
2) Questo ci introduce ad un'altra riflessione: la notizia porta con sé qualcosa di perverso. La perversione di uomini di fede, votati alla causa dei piccoli e degli umili per cui Cristo è morto, che tradiscono quella stessa causa pugnalando a morte la stessa fede che li ha generati; la perversione di chi vorrebbe approfittare di un coinvolgimento più o meno diretto del fratello di Benedetto XVI per delimitare per l'ennesima volta il confine fra le due chiese, quella di Francesco pulita e trasparente e quella di Ratzinger opaca e sporca, dimenticando che fu Ratzinger stesso a volere tutte queste inchieste e che oggi, senza di lui, nessuno qui potrebbe commentare niente (come scrive soddisfatto il Melloni di Repubblica nda); infine la perversione di un metodo educativo che alberga nelle tenebre dei cuori di mezza Europa. La violenza, in misura minore o maggiore, è stata ritenuta quasi fino ad ieri una delle modalità più idonee all'educazione. E' il fantasma che si agita in tutta quella generazione sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, ma profondamente segnata da un'impronta autoritaria e folle. Su queste tre perversioni molto ci sarà ancora da dire e da scrivere.
3) L'osservazione che tuttavia più interessa è l'ultima. L'amplificazione mediatica di tutti questi casi, ma anche uno solo di essi sarebbe giustamente da amplificare, nasconde un non-detto, sottende una considerazione terribile. Ogni volta che una notizia del genere appare sui media sembra che tutto l'Occidente voglia dire alla Chiesa: "Ecco, avete visto? Questo voi siete, questo ci avete fatto, per questo facciamo bene ad odiarvi e a volervi distruggere, sporchi pedofili che non siete altro". Tutto questo fa male, Ratzinger in persona una volta ne pianse pubblicamente, ma — a bene vedere — racconta due verità che non si possono bypassare: c'è un odio nei confronti della Chiesa, un risentimento radicato, che non è soltanto ideologia o propaganda. La Chiesa ha abbandonato l'umanità e l'umanità, il nostro essere umani, ha spesso abbandonato la Chiesa. Di conseguenza, la seconda verità è che molte delle testimonianze date agli uomini del nostro tempo sono come dei vaccini: trasmettono quel tanto di cristianesimo da poter immunizzare intere aree sociali, intere regioni, interi popoli. Il nostro comportamento ha vaccinato l'Occidente dal fatto cristiano e ha lasciato nel cuore di molti un risentimento su cui l'ideologia ha trovato terreno fertile.
Non dobbiamo pensare che dietro tutto questo ci sia solo un accanimento massonico anti-cristiano. C'è anche una parte della nostra storia e del nostro male che solo la forza dei Papi ci sta dando il coraggio di guardare in faccia. L'unico modo per battere un vaccino è che la malattia arrivi così forte da ribaltare tutto. L'unica speranza per il nostro tempo è che il cristianesimo sia vissuto con una tale serietà e radicalità da sopraffare ogni vaccino, da riportare gli uomini di fronte a quel Mistero di Dio che, dinnanzi a quei bambini violati dalle nostre mani, piange e continua a chiedere semplicemente un nuovo inizio, la conversione del nostro cuore.


LA BONINO PARLERA’ IN UNA CHIESA IL 26 LUGLIO

MARCO TOSATTI
Emma Bonino il 26 luglio entrerà in Chiesa, in una chiesa, in provincia di Biella. Ma non credo che lo farà per compiere quello che potrebbe essere il motivo principale e meraviglioso di una visita in un luogo sacro: chiedere perdono a Dio e agli uomini per la sua partecipazione, attiva, personale, diretta e indiretta alla soppressione di un numero straordinario di esseri umani. Dal 1968 ad oggi, in Italia, circa sei milioni di bambini abortiti (legali).
Come racconta Danilo Quinto nel suo blog, l’esponente più in vista del diritto all’aborto (famosa la sua foto pubblicata su un settimanale mentre praticava un aborto con una pompa da bicicletta) parlerà nella chiesa dedicata a San Defendente, a Ronco di Cossato, vicino a Biella, il prossimo 26 luglio, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2017, per presentare la campagna “ERO STRANIERO – L’umanità che fa bene”. Una campagna alla quale ha dato la sua adesione anche papa Bergoglio. Parteciperà Walter Massa, coordinatore nazionale della commissione immigrazione dell’ARCI e modererà il parroco, don Marco Marchiori.

D’altronde, perché no? Un Pontefice che preferiamo sperare poco informato nello specifico, o informato male, ha definito Emma Bonino una “grande italiana”. E si presume che adesso, dopo aver contribuito fattivamente a privare questo Paese di una enorme quantità di esseri umani, potrà – in chiesa – propagandare il simpatico programma di sostituzione etnica in corso in Italia.
Spero che fra le persone che saranno in chiesa il 26 luglio ci sia qualcuno che si alzi in piedi, e cortesemente e con molta chiarezza chieda conto di tutto ciò.
Mentre leggevo questo post del coraggioso Danilo Quinto, mi venivano in mente le parole di Benedetto XVI in occasione delle esequie del card. Joachim Meisner.
“Ciò che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il defunto cardinale sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva raggiunto. Sappiamo che per lui, appassionato curatore di anime, risultava difficile lasciare il suo ufficio e proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e vivere e pensare con decisione in conformità con la fede.
Ma mi ha commosso ancora di più il fatto che in quest’ultimo periodo della sua vita abbia imparato a prendere le cose più serenamente e che vivesse sempre più nella profonda consapevolezza che il Signore non abbandona mai la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita [d’acqua] fino quasi a capovolgersi”.

Pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo…