martedì 11 dicembre 2018

CAOS GILET GIALLI/ QUANDO IL POTERE PENSA AI “NUOVI DIRITTI” SI DIMENTICA DELLA GENTE


Preoccupata per il futuro del pianeta e per i “nuovi diritti”, ha dimenticato di prendere nota delle ansie del presente di un’intera parte della sua popolazione, assieme a quella del diritto alla dignità che quest’ultima giustamente rivendica: un errore imperdonabile.
09.12.2018 - Salvatore Abbruzzese ilsussidiarionet

C’è qualcosa di triste e di mesto nella protesta dei “gilets jaunes” ed è costituito da quell’appuntamento mancato tra governo e paese: è una Francia che si sta spaccando, e non si tratta solo di una frattura economica ma anche culturale e civile, in quanto c’è un governo che non sa cogliere quella che, come indica Alain Finkielkraut, è una doppia insicurezza: economica ma anche culturale.

Nel corso degli ultimi trent’anni la periferia si è profondamente trasformata, e non solo materialmente. Ancora nei primi anni ottanta, i comuni della couronne intorno alla capitale erano la sede di un universo operaio e commerciale che intratteneva un rapporto sociale e culturale con il centro della metropoli. Per quanto i divari fossero già vistosi, il potere politico, la rete dei partiti e dei sindacati riuscivano ancora a ricucire una trama unitaria. Uno scenario comune era ancora percepibile e la periferia era parte integrante di uno stesso universo comune.
Ma la crisi era alle porte, l’immigrazione da un lato e la de-industrializzazione dall’altro avrebbero sovvertito lo scenario economico e culturale delle periferie mentre, nel contempo, avrebbero forgiato una nuova élite dominante.

Così, nei quartieri centrali, la borghesia ad alto capitale culturale si è inserita nel processo di globalizzazione, maturando competenze e adottando stili di vita che, mentre la separavano sempre di più dall’universo della provincia, la ponevano sempre più in contatto con le grandi metropoli del mondo globale. È una Francia ecologista, che parla sempre meglio l’inglese e si muove nella metropoli su biciclette messe a disposizione dalle amministrazioni municipali. Una Francia che dialoga volentieri con un universo terzomondiale che comunque non vedrà insediarsi nei costosi quartieri centrali, e che abbandona volentieri la cultura nazionale desueta a favore del multiculturalismo educativo.

Al contrario, nelle stesse periferie operaie si sono sempre di più venute contrapponendo da un lato una giovane società immigrata, unificata da un credo religioso che è anche un modello culturale e comportamentale; fortemente coesa nei legami famigliari e nel capitale sociale e, proprio per questo, parzialmente autonoma dalle dinamiche occupazionali esistenti sul mercato. Dall’altro, una società locale autoctona, meno giovane, disseminata nei nuclei famigliari e dispersa nelle nuove generazioni; interamente dipendente da un terziario privato e industriale manifatturiero esposto alle trasformazioni del mercato globale e, proprio per questo, colpito da una crisi profonda.

Sarà proprio questa società autoctona, che fino a vent’anni fa formava ancora lo zoccolo del ceto medio, ad essere costretta a dirigersi verso l’estrema periferia e nei comuni di provincia, esponendosi involontariamente ai costi crescenti dell’energia e dei trasporti, e conoscendo così una lenta ma crescente erosione del proprio livello di vita. 
Dietro la crisi economica, per questa fascia sociale c’è la sensazione di non essere presente in nessun vagone del treno dello sviluppo. La decisione di aumentare il prezzo del gasolio da parte del governo è molto di più di un aumento di pochi centesimi sul prezzo della benzina, ma costituisce, per questa Francia periferica, la prova provata di quanto la propria inesistenza politica nelle stanze del governo sia un fatto acclarato e, proprio per questo, insopportabile.

Ovviamente le violenze, i saccheggi, le auto incendiate se da un lato sono opera dei soliti professionisti dell’insurrezione sempre e ovunque, dall’altro rivelano anche la tentazione di alimentare la rivolta rifornendosi di un carburante ben più insidioso: quello del riflesso astioso per ciò che non si ha, quello del semplice risentimento egualitario. Se la discesa in piazza sottolinea la ripresa della vita politica e della partecipazione civile, l’abbandonarsi all’istinto implica il lasciarsi andare alla barbarie prendendo di mira la civilizzazione stessa; come se fosse realmente possibile fare a meno di quest’ultima; come se la stessa partecipazione civico-politica potesse essere ancora realizzabile ed una società democratica potesse ancora effettivamente sorgere una volta bruciate le auto o dato l’assalto ai negozi.

Ma al di là delle violenze e del loro clamore mediatico, resta il disagio mesto per una classe dirigente che è riuscita a non vedere, né a percepire il declino dell’intera “Francia periferica”. 

Preoccupata per il futuro del pianeta e per i “nuovi diritti”, ha dimenticato di prendere nota delle ansie del presente di un’intera parte della sua popolazione, assieme a quella del diritto alla dignità che quest’ultima giustamente rivendica: un errore imperdonabile.


foto Lapresse

POPULISMO SENZA QUALITÀ



Il «nuovo» in politica si annuncia spesso vestendo i panni della «barbarie», ma in una democrazia è necessario indossarne al più presto degli altri

Ci sono molti tipi di dittature, molti tipi di monarchie, molti tipi di democrazie. E così ci sono anche molti tipi di populismi. All’Italia di questo inizio secolo ne è capitata una versione particolare: quella di un populismo plebeo e straccione dai toni quasi caricaturali .
Il populismo propriamente detto è una cosa molto seria. E noi italiani dovremmo saperlo meglio di chiunque altro dal momento che le culture politiche del nostro Novecento hanno avuto tutte più o meno un forte contenuto populista.


Per almeno tre ragioni: 1) perché in Italia, non da ultimo per effetto della tradizione cristiana, la presenza del popolo in quanto tale, della sua cultura, dei suoi modi antichissimi nonché delle sua storica miseria, avevano un’incidenza fortissima, spingendo di continuo a immaginarne un radicale riscatto; 2) perché da noi è stata sempre scarsa l’influenza dell’individualismo liberale e della cultura dello Stato di diritto, che sono i veri contrappesi al populismo; 3) e infine perché anche il pensiero democratico, ogni pensiero democratico di qualsiasi tinta, essendo fondato sul principio del potere del popolo, tende inevitabilmente a tingersi in qualche misura di populismo, a esaltare la volontà e i bisogni delle masse come l’alfa e l’omega del processo politico.

In Italia insomma sono stati a loro modo populisti — e in non piccola misura — tanto il socialismo che il fascismo, tanto il popolarismo cattolico che il comunismo gramsciano: tutte culture politiche peculiarmente italiane che, quale più quale meno, non hanno certo avuto una grandissima familiarità con l’individualismo liberale e con lo Stato di diritto. Dov’è allora la differenza rispetto al populismo attuale rappresentato dai 5Stelle? Oltre alla differenza richiamata l’altro giorno proprio su queste colonne da Paolo Franchi — riguardante la definizione stessa di popolo che oggi, dopo i mutamenti intervenuti nell’ultimo mezzo secolo, si presenta assai problematica — ce n’è un’altra egualmente decisiva che emerge immediatamente dal confronto con il passato.

Si tratta del fatto che i movimenti del populismo italiano del Novecento sono stati sempre guidati da autentici gruppi dirigenti, perlopiù di estrazione intellettuale, nei quali cioè erano pochissimi coloro che provenivano realmente dal popolo. Anche per questo si è trattato di gruppi dirigenti — chiamiamole pure élite — in possesso di sufficiente cultura e di sufficiente conoscenza del mondo per essere in grado, al momento necessario, di prendere le opportune distanze dallo stesso popolo, riuscendo a mediare tra l’elemento popolare suddetto e le esigenze, i vincoli e gli interessi, inerenti una visione più generale delle cose e del Paese. In grado insomma di svolgere un ruolo di direzione politica realmente nazionale.

Viceversa ciò che caratterizza il populismo italiano attuale, in particolare quello dei 5Stelle, è la completa assenza di qualunque cosa assomigli a un gruppo dirigente. Nei «grillini» ci sono solo dei «capi» (peraltro non si sa bene scelti come) intorno a un »capintesta» (Di Maio): gli uni e gli altri emanazione di un’ oscura «entità» che risponde al nome di «Casaleggio e Associati» , della quale tutti sono tenuti a conservare la fiducia pena l’ immediata decadenza dai propri incarichi. La stessa cosa vale per i parlamentari, i sindaci, i membri dei consigli elettivi: per tutti la sola cosa che conta è l’investitura dall’ alto e la fedeltà. Non conta niente altro, a cominciare dalle qualità personali: e infatti nessuno è mai stato chiamato a dare qualche prova di sé, a farsi venire qualche idea, a mostrare qualche capacità o competenza.

  Si ha quasi l’impressione, anzi, che tra i 5 Stelle l’eventuale presenza di qualcuna di queste cose sarebbe considerata da chi detiene il potere supremo più un handicap che un punto a favore. In questo senso, insomma, l’intero vertice pentastellato nelle istituzioni si configura davvero come l’espressione dell’ «anti-casta», della massa anonima senza volto e senza qualità, la personificazione assoluta dell’anti-élite: nessuno di loro, infatti, si segnala per la minima conoscenza di qualcosa, per alcuna prova superata di un qualunque tipo, per il minimo sapere o saper fare.

Il risultato si vede. E’ dall’indomani delle elezioni che si sta vedendo. Quando il Paese si è accorto che i 5Stelle, i quali dopo il loro primo grande successo del 2013 avevano avuto ben cinque anni per prepararsi all’appuntamento del governo del Paese, in realtà quei cinque anni li avevano sprecati, e si stavano facendo trovare tragicamente impreparati. Perché è vero che il nuovo in politica si annuncia spesso vestendo i panni della «barbarie»: ma specie in una democrazia è necessario che esso provveda a indossarne al più presto degli altri.

Il guaio è che però nel nostro caso sotto i panni barbari non c’era niente. Non c’era alcuna intelligenza e conoscenza delle cose, alcun progetto fondato, alcuna competenza. Non c’era nulla che assomigliasse a un gruppo dirigente. E da sei mesi va in scena lo spettacolo che sappiamo: ministri e sottosegretari 5Stelle che si fanno trovare impreparati, incapaci di rispondere, che se ne escono con frasi strampalate sparando cifre e informazioni a casaccio; deputati e senatori che dentro e fuori le aule del Parlamento tengono discorsi perlopiù di un livello penoso, una pura chiacchiera politichese in un italiano approssimativo quanto inutilmente gridato; e infine apparizioni televisive che assomigliamo troppo spesso a delle imbarazzanti rappresentazioni del nulla.

La verità è che il demagogico programma elettorale che sei mesi fa ha portato il movimento alla vittoria adesso è diventato un cappio che ogni giorno un po’ di più si sta stringendo inesorabilmente intorno al collo dei «grillini». I quali sono destinati a imparare così a loro spese una regola antica come la storia: e cioè che la rivolta contro le élite sono solo altre élite che possono farla. O almeno provarci.

da il corriere della sera

lunedì 10 dicembre 2018

LUIGI GIUSSANI: LA GIOVINEZZA E' UN ATTEGGIAMENTO DEL CUORE


LA GIOVINEZZA È UN ATTEGGIAMENTO DEL CUORE

1.La mirabile Lettera apostolica (“Dilecti amici”, 1985) di Giovanni Paolo II « Ai giovani e alle giovani del mondo » non riguarda solo quelli che oggi sono giovani, ma tutti. « La vostra giovinezza non è solo proprietà vostra, proprietà personale o di una generazione: essa appartiene al complesso di quello spazio, che ogni uomo percorre nell’itinerario della sua vita, ed è al tempo stesso un bene speciale di tutti. È un bene dell’umanità stessa. »  Il Papa non si rivolge soltanto a una quota d’età, ma vuole parlare alla giovinezza che c’è in ogni uomo. Essa è la dimensione della persona in cui si pone la domanda sul senso e sulla verità. Al di là del riferimento tipico a un’età dell’uomo, la giovinezza è infatti un atteggiamento del cuore. Si è giovani quando non ci si accomoda, ma si è tesi verso la realtà con l’avidità di imparare quel che essa suggerisce sul nostro destino, così che la realtà solleciti quelle domande che costituiscono il cuore dell’uomo e quelle domande che sono in noi il riverbero del destino e aspettano «una risposta che riguarda tutta la vita » .


Se la giovinezza è « il graduale accumulo di tutto ciò che è vero, che è buono e che è bello » allora – per chi si ponga nella traiettoria di questa « lettera » – non finisce mai. Essa infatti perdura se si ripete la domanda del Destino, che Dio si manifesti. È la continua ripresa della domanda ( una ripresa cosciente) che mantiene la giovinezza. Uno scopre sempre di più la realtà e va, come dice san Paolo, « di luce in luce » : è una novità continua. È così che la sapienza cristiana insegna che chi più comprende la giovinezza – umanamente, filosoficamente, esteticamente – è l’uomo maturo. Chi, se non l’adulto, può avere maggiore coscienza della novità continua del tempo?

2. « Gesù, fissatolo, lo amò » . Il Papa dice: « Auguro a ciascuno e a ciascuna di voi di scoprire questo sguardo di Cristo e di sperimentarlo fino in fondo » . E poi: « È necessario all’uomo questo sguardo amorevole: è a lui necessaria la consapevolezza di essere amato, di essere amato eternamente e scelto dall’eternità » .  L’esperienza dello sguardo di Cristo corrisponde alla caratteristica dell’autenticità. Sentirsi addosso l’amore di Cristo vuol dire percepire che la figura di Cristo corrisponde a quel che di più autenticamente cordiale, di più naturale e originale costituisce il cuore del proprio io. Un giovane può aver commesso tutti gli errori, ma quell’autenticità l’ha sempre cercata: nello sguardo di Cristo la riconosce, se ne lascia invadere. A meno che sia già corrotto da una adesione interessata a un’ideologia o a un partito: corrotto dal gioco del potere. Questo sguardo di Cristo vive nella figura di Gesù, come emerge dal Vangelo. Ma esso è esistenzialmente vivo e forte quando dà forma allo sguardo, detta i modi dell’affezione di compagni e amici. Essi accostano l’amico: lo guardano, lo accompagnano… Il giovane sente in queste persone una comprensione di sé e un amore assai più grandi – più aperti e comprensivi – di quelli che abbia di se stesso. La sete per l’affermazione della giustizia, il desiderio di rispondere al problema della fame nel mondo, di cambiarlo questo mondo, sono tutti compresi e valorizzati in quello sguardo. Sono emergenze – dice il Papa – di « quella parola di Dio » che « dimora in voi » . Ma perché questo incontro avvenga occorrono luoghi umani interi, luoghi di amicizia. Realtà socialmente identificabili e attive. Nel grande deserto di oggi non si può prescindere da queste preoccupazioni.

Il Papa avverte questa necessità quando nella lettera apostolica parla di ambienti giovanili, gruppi, movimenti e organizzazioni che hanno ciascuno il proprio metodo « di lavoro spirituale e di apostolato » . Sono proprio questi organismi che « con la partecipazione dei Pastori della Chiesa desiderano indicare ai giovani » la via della crescita. I diversi metodi – lascia intendere il Papa – non sono un ostacolo alla comunione; anzi, i movimenti fanno l’unità della Chiesa proprio approfondendo fino in fondo il loro carisma. Nell’obbedienza all’autorità, che per natura deve favorire quei carismi ecclesiali.

3. Tra le minacce che insidiano il periodo della giovinezza ( anche la giovinezza che dura tutta la vita), il Santo Padre cita la « tentazione del criticismo esasperato, che vorrebbe tutto discutere e tutto rivedere; o a quella dello scetticismo […] spregiudicato, quando si tratta di affrontare i problemi del lavoro, della carriera o dello stesso matrimonio » . Questa preoccupazione del Papa non può che far riflettere gli educatori. Una volta per tutte il Papa nega un metodo pedagogico che abbia il suo punto di forza nel dubbio. Il dubbio come strumento di ricerca: ecco un programma di cammino educativo che capita di sentir teorizzato. In realtà se non si parte da un’ipotesi positiva è impossibile costruire alcunché. Se ci si mette alla ricerca partendo dal dubbio, non si troverà più nulla. È questo – credo – lo scetticismo che il Papa condanna. Un fuoco di fila di ma , di se , di forse , per proteggersi la ritirata dall’impegno con la realtà. Per questo, scetticismo equivale sempre a immoralità.

4. Il Papa invita i giovani a recitare il Padre nostro , a pregare. « La preghiera del Padre nostro allontana i cuori umani dall’inimicizia, dall’odio, dalla violenza, dal terrorismo, dalla discriminazione, dalle situazioni in cui la dignità umana e i diritti umani sono calpestati » . Sì, pregare, gridare al Mistero sempre. Anche quando sembrasse così enigmatico da essere confuso con un puro interrogativo. Anche quando sembra esistano solo le tenebre.

LUIGI GIUSSANI
Da Realtà e giovinezza la sfida, INTRODUZIONE

BASSETTI SPINGE : UN GRANDE ATTIVISMO POLITICO PER UN FUTURO SOLIDALE ED EUROPEO



 La Cei e le associazioni cattoliche ufficiali (vedi post precedente) si schierano in difesa di un’Europa laicista che ha rinnegato le “radici cristiane”, mentre Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – a suo tempo – criticarono duramente questa Europa tecnocratica per il suo laicismo e per il dilagare di una mentalità e di politiche nichiliste, e Bassetti condivide.

Intervista su Avvenire
(…)
Qualcuno sostiene che la Cei sia all’opposizione dell’attuale governo gialloverde.
La Chiesa italiana parla e dialoga con tutti. Perché è una comunità di fedeli in Cristo e non certo un partito politico. Quindi non può stare all’opposizione di alcun governo. Oggi come in passato siamo “voce critica” ma al tempo stesso accogliamo le iniziative che riteniamo opportune e che sono a favore del bene comune. Tutto ciò che viene fatto concretamente per l’Italia, per i poveri, per la famiglia, per i giovani e per il lavoro ha sempre il nostro incoraggiamento. Ovviamente non bisogna cercare scorciatoie demagogiche o alimentare aspettative illusorie. Soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco del conflitto sociale e occorre affrontare in positivo le questioni dei migranti e dell’Europa.
L’Italia è in rotta con l’Europa?
Penso e spero di no. Ho letto alcune dichiarazioni apprezzabili del presidente del Consiglio Conte. D’altra parte il rapporto tra il nostro Paese e l’Europa è stato sempre un rapporto intenso. Un legame antico e fecondo, prima di tutto religioso-culturale e più recentemente politico. Rinnegare l’Europa significa rinnegare noi stessi e le nostre radici cristiane (SIC!). Proprio per questo, però, l’Unione Europea non può ridursi a parametri, bilanci, decisioni varate a tavolino. Deve essere accanto alla gente, favorire la condivisione, la fraternità sociale, sostenere chi è in difficoltà. L’ho detto anche pochi giorni fa: auspico un’Europa come famiglia di famiglie, come luogo di solidarietà e carità, come comunità di popoli in pace che supera gli egoismi e i rancori nazionali. Ovvero, un’Europa unita, pacificata e solidale.
(…)
Ha citato La Pira. È possibile rilanciare la presenza dei cattolici sulla scena politica?
È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica. Ma è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella «visione martiriale» della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all’opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del «martirio quotidiano». Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell’umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno. Se fosse stato veramente recepito, avremmo superato quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti “cattolici del sociale” e i “cattolici della morale”. Dobbiamo tornare all’unità del messaggio evangelico e capire fino in fondo che la difesa della vita e della famiglia è collegata inscindibilmente con la cura dei poveri, degli ultimi e degli scarti della società.
Allora come comportarsi?
Ci sono già tantissime esperienze sul territorio a livello associativo o anche singole esperienze. Ricevo continuamente lettere di incontri, anche piccoli, di uomini e donne di buona volontà che hanno a cuore il bene comune della propria città, provincia o regione. Esperienze che forse
Forum di Todi 2012
andrebbero messe in rete in una sorta di Forum civico.
Occorrono giovani laici cattolici, trentenni e quarantenni, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura. E che soprattutto sappiano essere il sale della terra. Sappiano cioè parlare e dialogare con tutti coloro – senza distinzione di fede e cultura – che hanno veramente a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa. Senza creare nuovi ghetti e nuovi muri.
Quali sono le priorità per il nostro Paese?
Il lavoro precario e la disoccupazione; il fortissimo decremento delle nascite, la famiglia attaccata dalle ideologie, la famiglia che si spezza e la famiglia sola nel vortice quotidiano; i giovani abbandonati e i giovani costretti a lasciare l’Italia per lavoro. Per un decennio abbiamo affrontato il tema dell’educazione e della vita buona del Vangelo; ma alla luce del recente Sinodo dei vescovi si aprono nuove prospettive. E poi un pensiero particolare per le popolazioni terremotate – occorre fare di tutto per incentivare la rinascita, finora si è fatto troppo poco – e per il nostro Mezzogiorno dimenticato e devastato dalla cronica mancanza di lavoro e dalla criminalità. In ogni diocesi che ho visitato, ho toccato con mano la speranza rappresentata dai tanti “talenti” diffusi sul territorio: persone serie, oneste e competenti che hanno desiderio di donare se stessi e di mettersi in gioco. Ma ho anche visto la disperazione sui volti di chi vive il deserto morale del mondo contemporaneo: un deserto di relazioni interpersonali, di individualismo, di nichilismo e tanta solitudine. Anche questo necessita di risposte. La nostra prima risposta, come pastori, è Gesù Cristo.
Giacomo Gambassi sabato 8 dicembre 2018



SI SONO DIMENTICATI LA PAROLA CRISTO


I “NUOVI CATTOLICI” IN CERCA DI UN FUTURO
Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita. Senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia, di diventare insignificanti

Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita. Senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia, di diventare insignificanti.
i nuovi europei
I "padri" dell’Europa, dopo aver vissuto la tragedia della guerra, considerarono l’unione una necessità, un destino storico, per uscire dalla maledizione del conflitto che ancora una volta aveva incendiato il mondo. Dal ripudio della guerra nacque il sogno dell’unità. Nazioni diverse per storia, eredità e cultura, impararono a condividere un patrimonio comune, fatto di valori e di interessi condivisi. Tale scelta si impone oggi ancora una volta. Dopo decenni di benessere e stabilità, il futuro appare incerto. Negli inquieti animi degli europei si fa largo una pericolosa tendenza al localismo, alla frammentazione, a rinchiudersi nei confini nazionali. La reazione della maggioranza è di preoccupazione, paura, diffidenza e pessimismo. C’è paura perché ci si sente espropriati in un mondo troppo grande. C’è timore che qualcuno voglia imporci modelli di vita diversi o addirittura sostituirsi a noi. C’è disaffezione nei confronti di istituzioni europee che appaiono lontane e sorde.
Ma non illudiamoci: il nostro mondo locale, non può durare a lungo senza Europa. Navigare nella storia globale disuniti è un pericoloso abbaglio. Se non ci sarà una vera unità europea, non ci saranno Paesi europei nel mondo. Per dominare la globalizzazione che rischia di rendere irrilevanti i nostri valori, il nostro modello sociale e i nostri stessi Paesi, occorre un soprassalto di unità.
Ecco perché è necessario un nuovo slancio che impegni tutti gli italiani di buona volontà in una grande opera collettiva sostenuta dalla visione positiva di ciò che può rappresentare l’Europa nel mondo di oggi e domani. Occorre pensare a un nuovo modo di essere nella storia del mondo con nuove idee e nuova creatività. L’Unione Europea deve cessare di essere soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi, per diventare una comunità di destini, a partire dai temi unificanti della crescita, del lavoro, della centralità della persona, della tutela della famiglia, della solidarietà, della lotta alla povertà e per la riduzione delle diseguaglianze sociali. Come italiani dobbiamo avere il coraggio di scrutare in noi stessi e di uscire dalle nostre paure e rassegnazioni. Siamo ormai più europei di quanto ne abbiamo consapevolezza. Siamo impastati di Europa. Le istituzioni europee contano molto nei vari Paesi. Il tessuto umano e culturale in cui viviamo, è già europeo. I giovani si muovono in modo europeo. Ogni impresa di valore sul continente, si confronta con lo scenario europeo. Occorre averlo chiaro.
Anche le istituzioni europee non possono vivere per sé stesse, preoccupate solo dalla loro sopravvivenza. La prospettiva non può essere solo la vittoria della propria parte contro le altre. Non ci si salva da soli, presi da interessi materiali immediati. Occorre guardare più lontano. A forza di vivere per sé, un uomo e una donna muoiono; a forza di vivere per sé si spegne anche una nazione, deperisce una comunità. L’Europa ha senso solo nel proporre al mondo un modello del vivere insieme e di vivere per gli altri. Malgrado i suoi errori e le sue debolezze, l’Europa ha tanto da dare al mondo: il suo umanesimo, la sua forza ragionevole, la sua capacità di dialogo, le sue risorse, il suo modello sociale, il suo diritto, la sua cultura.
I Cattolici che hannio fatto l'Europa
Nelle sue diversità, che nel tempo si compongono, l’Europa realizza la civiltà del vivere insieme, quella civiltà che manca al mondo ed è la risposta sia alla globalizzazione omogeneizzante sia alle pericolose reazioni identitarie, estremiste o radicalizzate. Il suo modello sociale è un’alternativa a un’economia disumana, basata solo sull’interesse immediato e predatorio. L’Europa può dare risposte all’Africa abbandonata che cerca partner sinceri; può difendere la democrazia ove essa è minacciata; far da argine al terrorismo, al fanatismo e al fondamentalismo. Oggi, a Roma, tutti insieme, vogliamo dare voce a questa pressante esigenza, un appello rivolto a tutti i nostri concittadini.

Roberto Rossini, Presidente nazionale Acli
Matteo Truffelli, Presidente nazionale Azione Cattolica
Marco Impagliazzo, Presidente Comunità Sant’Egidio
Maurizio Gardini, Presidente Confcooperative
Giuseppe Gallo, Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl
Nicola Antonetti, Presidente della Fondazione Luigi Sturzo
Gabriella Serra e Pietro Giorcelli, Presidenti Fuci
30 NQVEMBRE 2018


venerdì 7 dicembre 2018

CHE COSA SUCCEDE NELLA CHIESA?


Ce lo spiega il libro di un gesuita spagnolo, padre José-Ramon Busto Saiz sj, Rettore (alla data della pubblicazione) dell’Università Pontificia (Comillas) di Madrid, docente di esegesi e teologia.
30 novembre 2018 
Lettera di Ettore Gotti Tedeschi 
a Marco Tosatti, giornalista
Università Comillas di Madrid
“Caro Tosatti, vorrei contribuire a comprendere il mistero, che sempre più si infittisce, su cosa sta accadendo nella Chiesa, ma lo vorrei fare citando come base e punto di partenza il pensiero di un illustre teologo della Chiesa, che ha scritto un libro su questo argomento, la cristologia. Detto libro “illuminante”, che ha ottenuto l’ “approvazione ecclesiastica” ha come titolo: “Cristologia per iniziare” – Ed.AdP, 2006. L’autore è un notissimo gesuita spagnolo: padre José-Ramon Busto Saiz sj, Rettore (alla data della pubblicazione) dell’Università Pontificia (Comillas) di Madrid, docente di esegesi e teologia. Leggendolo mi è venuto naturale dire a me stesso: “Ah! ecco! Ora si capisce…”. Vediamo se capita anche a lei, Tosatti. Nella presentazione si annuncia che il libro è una ; poi si spiega che il testo serve a iniziarsi al mistero di Gesù Cristo dopo l’esegesi storico-critica e la riscoperta della sua umanità da parte della teologia nella seconda metà del XX secolo.
Quindi si introduce Walter Kasper e la sua opera , che è (definita) chiave di tutta la teologia. L’autore prosegue spiegando che cosa è cambiato nella cristologia con il Vaticano II, che ci ha resi un po’ più “adulti“. E per farlo riporta i suggerimenti di Karl Rahner riferiti al rischio passato di inconsapevole eresia; che consisteva nel fatto che per considerare Gesù vero Dio, si lasciava troppo in secondo piano il fatto che egli è vero uomo ed ha avuto una storia umana che deve esser investigata storicamente. Dagli anni sessanta finalmente si comprende che per credere in Dio è necessario che Dio sia credibile. (Perbacco! mi son detto, vuoi vedere che Padre Sosa ha regione?). Perciò non come i Vangeli ce lo hanno trasmesso, Gesù Cristo, perché i Vangeli non sono opere storiche, danno testimonianze sospette, gli autori presunti (a parte forse uno) non sono testimoni oculari di quanto riferiscono, si contraddicono, non citano le fonti, probabilmente erano influenzati dai destinatari del loro lavoro che così volevano fosse interpretata la storia di Gesù, per aiutare la fede. I Vangeli vanno perciò letti criticamente.
Il libro cita una sola volta Maria riferendo che la concezione e la nascita verginale di Gesù appartengono alla fede della Chiesa. Noi confessiamo nel Credo che Gesù nacque da Maria Vergine, ma questo mistero non si deduce dalla ricerca storica; infatti non è accessibile che alla fede. Gesù predicò il Regno di Dio, senza mai descriverlo, e spiegò che questo regno giunge gratuitamente per tutti, indipendentemente dalle nostre azioni. Ciò significa che il regno di Dio è offerto gratuitamente a tutti senza bisogno di meritarlo perché Dio ci ama indipendentemente da ciò che facciamo. Se dovessimo meritare l’amore di Dio, allora Gesù sarebbe probabilmente un falso profeta? (si chiede l’autore).
Comunque i primi destinatari dell’amor di Dio sono i poveri (materiali) poiché, lascia intendere l’autore, si intuisce che l’inequità nella distribuzione dei beni è l’origine di tutti i mali (non il peccato originale, ignorato completamente). Perciò tutti sono figli di Dio (poveri, emarginati, peccatori),ma gli eletti sono i poveri materiali visto che il maggior peccato (inequità) è stato compiuto contro di loro.
La preghiera del Padre Nostro poi non è uscita dalle labbra di Gesù esattamente così come la recitiamo, diciamo che è stata adattata dalle comunità primitive per esprimere la concezione di Gesù e dei suoi seguaci. Il nostro autore ispirato sottolinea che in questa preghiera Gesù auspica una vita dedicata alla produzione e alla ripartizione equa dei beni di questo mondo, naturalmente in relazione con la Creazione, profumata di ambientalismo. La relazione con Dio avviene infatti attraverso l’ambiente che ci circonda, cose, animali, persone, perché la Creazione è il corpo di Cristo e pertanto ogni volta che si violenta la Creazione si violenta il Corpo di Cristo, pertanto si fa del male a Dio. E qui l’autore insegna a trasformare gli stessi Vangeli (nonostante ne abbia messo in dubbio la veridicità) per affermare ciò che vuole. Dice che la frase “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” non è presente in nessun evangelista. Secondo lui Matteo dice “dacci oggi il nostro pane di domani “ e Luca dice “il pane di domani daccelo ogni giorno”. Forse io ho un Vangelo errato, ma Matteo 6,9-13 e Luca 11,3 dicono invece quello che io recito nel Padre Nostro.
Parlando dell’Eucarestia spiega che per i cristiani è la ripetizione dell’ultima cena di Gesù. Molto intrigante la spiegazione che vien data sul perché i Giudei decidono di uccidere Gesù: perché ha cacciato i mercanti dal tempio mettendo così in discussione il sistema sociale giudaico. Di fatto perciò Caifa fece il suo dovere a farlo condannare. Gesù la morte se l’è cercata proprio. Magari in complicità con Giuda stesso? Che pertanto va riabilitato…
Il fatto più importante della nostra fede, la Resurrezione, in sintesi, viene trattata come professione di fede legata ad esperienze mistiche. Chi fa risorgere l’uomo è Dio e dicendo che Gesù è risorto, stiamo dicendo che Dio è risuscitatore di morti. Sulla Resurrezione non ci sono prove e i testimoni sono inattendibili, persino probabili mentitori, nulla concorda di quel che asseriscono. Gesù è riconosciuto dopo la morte con gli occhi della fede. Ma se la Resurrezione non è provata i Sacramenti non sono divini, sono stati stabiliti da un uomo, perfetto magari, peccatore magari (in quanto uomo, potrebbe non esserlo? si domanda l’autore).
padre José-Ramon Busto Saiz sj
Alla fine quale è stata l’opera di Gesù? Amare incondizionatamente, come Dio Padre. E la storia è fatta della corrispondenza di questo amore. Ma, ricorda il nostro autore, la famosa spiegazione di Sant’Anselmo sulla necessità della incarnazione di Dio per la logica della Redenzione non sta più tanto in piedi, perché è inaccettabile che Dio esiga la morte di un innocente. Questa spiegazione va perciò cambiata spiegando che la salvezza è già ottenuta, non dobbiamo meritare proprio nulla. Dio non è meritocratico! Perbacco. Ma allora, ci si domanda, Gesù è Salvatore di chi? E ci ha salvati da che? Ma perché dovevamo esser salvati?
Caro Tosatti, si direbbe che prima del Vaticano II Dio si era incarnato, era stato crocefisso per prendersi le colpe del peccato originale, era risorto e ci insegnava che per risorgere anche noi dobbiamo volerlo e meritarlo.
Dopo il Vaticano II la nostra salvezza sembra potersi ottenere solo riproducendo Gesù in noi, Gesù che ha già salvato tutto e tutti, ci ha già riconciliato, ci ha già fatto perdonare. Dio ci ha già donato la salvezza, non dobbiamo più meritare nulla. Per i cristiani non ci sono i 10 comandamenti che appartengono all’Antico Testamento.
Ho voluto sintetizzare, male certamente, perché non sono un teologo. Tutto ciò serviva a spiegare che cosa può esser insegnato in un seminario o in un’Università Pontificia. Nel libro mai si parla di peccato originale, di satana, del male, dell’inferno, della gnosi, mai in tutto il libro. Forse perché non devono più esistere?
ETTORE GOTTI TEDESCHI


UNO CHE RESISTE


“Immaginate, al contrario, uno che resiste… Questo è il cristiano, nella storia questo è il cristiano, e se non è così non è cristiano…. Resistenti bisogna essere. Come resistenti? Resistenti, resistenza…rivoluzione: è un rivoluzionario, e un rivoluzionario deve essere combattivo.

Qual è l’unica risposta all’omologazione? Fare la rivoluzione. Non è un concetto mio, è un concetto di Gesù, è la prima parola detta da Gesù: “Cambiate mentalità”, cambiate modo di giudicare, di vedere, di sentire, di gustare, di amare, di fare le cose.

(…) Cosa vuol dire, dunque, essere contrari alla omologazione generale? Se sei contrario alla omologazione generale non potrai essere riconosciuto, non potranno lodarti, i giornali non parleranno di te, a meno di far scandalo contro di te, le televisioni non riprenderanno la tua faccia (…).

Se sei così, tutto il mondo sarà contro di te, eppure capirai che lo scopo della vita e il gusto della vita starà proprio nel continuamente gridare al mondo, incominciando da chi ti è vicino di banco, quello che il tuo cuore e i cuori di tutti desiderano dalla loro origine (…).

Non puoi non essere perseguitata, amica mia, non puoi non essere odiata. Ma è nel dolore di questa persecuzione che tu coverai il seme luminoso e caldo della messe finale, del significato ultimo del mondo, che un giorno tutti – tutti! – riconosceranno, tutti dovranno riconoscere e diranno: ‘Aveva ragione, aveva ragione!’. Al di fuori di questo scopo non c’è più né affezione, né amicizia”.

DON LUIGI GIUSSANI
da Realtà e giovinezza. La sfida, (Ed. Sei del  1995, p. 85-86)

martedì 4 dicembre 2018

THE RIGHT NATION






Donald Trump e Melania rendono omaggio a George H.W. Bush e questo frammento di umanità e storia ci riporta ai fondamenti di una nazione, alla solidità della sua meravigliosa Costituzione, alla bandiera, ai Presidenti (il quarantunesimo), alle storie di questi uomini e donne che, come tutti, sbagliano, cadono, si rialzano ma contribuiscono a scrivere questa storia collettiva. 

È quello che manca all'Italia, divisa in guelfi e ghibellini 2.0.
E anche la cara vecchia Europa ha un problema serio, si è smarrita.  

sabato 1 dicembre 2018

RADIOGRAFIA DELLA "NEW CLASS" DOMINANTE


Questo intervento, tratto da www.list, è chiarificatore per comprendere cosa sta avvenendo oggi.  L'articolo è lungo ma l'invito a leggerlo è pressante.
Marco Gervasoni
È ricominciata la lotta di classe, ma le parti non sono più quelle di un tempo. 
Marco Gervasoni esplora la "nuova classe" del 10 per cento.
Ricca, cosmopolita, sempre in jet, si contrappone alla "classe nazionale" o "periferica".
La collisione tra la "gauche kérosène" e i gilet gialli in diesel. Storia, libri, immaginario e conflitto.
WEBLIST - 28 NOVEMBRe

La lotta di classe è ricominciata e non so come abbigliarmi. Anche perché le parti in commedia non sono le più le stesse di un tempo. A rappresentare gli operai è infatti ormai più la destra nazional-populista che la sinistra, il cui cuore batte ora per i «padroni», soprattutto finanzieri e grandi banchieri. Però non è così semplice. Padroni, operai e via dicendo non rimandano più da tempo a quello che tali parole significavano nel Novecento.
 Il declino o (per i più pessimisti) il crollo delle classe media, cominciato dopo il 1989 e acceleratosi dopo il 2008, ha infatti lasciato sul terreno due campi. 
Il primo è quello che chiameremo, con Angelo Codevilla (The ruling class, Beaufort Books, 2010) la country class (classe nazionale) o, con Christophe Guilluy (La France périphérique, Flammarion, 2014) la classe periferica, cioè operai, impiegati, precari, piccoli imprenditori: periferica rispetto ai circuiti della globalizzazione, di cui subisce solo gli svantaggi, ai centri decisionali urbani e alla ideologia mainstream. 

L’altro campo è quello della classe dominante nel senso di ruling class, mentre Guilluy la definisce d’en haute.  (Cfr. il suo Le crépuscule de la France d’en haute, Flammarion, 2016). Quantitativamente è costituita da un 10 per cento della popolazione ma la sua collocazione centrale, nel mondo della globalizzazione, della finanza, dell’industria hi tech, della grande impresa, della comunicazione, dei media ne fa un blocco molto solido, assai più omogeneo in termini ideologici rispetto alla classe periferica. 
Nelle ultime settimane entrambe sono scese in piazza. Una, per la precisione, in strada, in Francia: i gilet jaunes non sono infatti che il movimento di avanguardia della classe periferica o country class. Mentre qualche giorno prima a Torino abbiamo visto sfilare, per la Tav (progetto peraltro da sostenere) l’avanguardia della classe d’en haute. Niente di più limitato che vedervi una nuova marcia dei 40 mila. E niente di più sbagliato che interpretarla come una riscossa della borghesia.
  
Ma di quale borghesia si va parlando? La borghesia è finita dopo la Prima guerra mondiale a Davos, non nel centro congressi dei festival della globalizzazione ma nel sanatorio Berghof: dove si svolge la storia della Montagna incantata di Thomas Mann. E a teorizzarne la scomparsa nel romanzo è il gesuita Naphta, che nella vita reale altri non era che il filosofo marxista Gyorgy Lukacs, negli scritti di critica letteraria tutto impegnato a descrivere ascesa e declino della borghesia. Dopo la borghesia e dopo la Seconda guerra mondiale nacque quindi la classe media che progressivamente ma con successo attirò una parte sempre più larga della società. Ma anch’essa, c’est fini. 

Dallo spappolamento della classe media ne sono uscite la classe periferica e quella d’en haute. Di quest'ultima parleremo ora: e la chiameremo  «nuova classe».

RAZZISTI ( O FASCISTI) ROSSI?


Il caravanserragglio dei giornali di sinistra contro il professor Blangiardo
Emanuele Boffi 30  Tempi novembre 2018

La nomina alla presidenza dell’Istat del bravo professore è contestata perché è «cattolico, pro life, leghista e vicino a Cl». Mavaffanbagno, dai

Gian Carlo Blangiardo è colpevole di avere delle idee. Delle idee “sbagliate”, par di capire. Repubblica e tutto il caravanserraglio dei giornali di sinistra sta montando la panna sulla sua nomina a presidente dell’Istat, fortemente contestata dalla Cgil: «È a rischio l’indipendenza e l’imparzialità della statistica ufficiale». Addirittura, e perché mai?

LA COLPA DI BLANGIARDO

Attenzione, la “colpa” di Blangiardo non è di non avere un curriculum adatto a ricoprire quel ruolo. Da questo punto di vista, il nostro professore ordinario di demografia dell’Università di Milano Bicocca ha tutti i titoli per sedere sulla poltrona più importante dell’ente. No, la colpa di Blangiardo è di essere «cattolico, leghista, vicino a Comunione e liberazione» (che poi, che diavolo vorrà mai dire questa frase lo sa Dio), addirittura di «scrivere editoriali su Avvenire». Su Avvenire, capito? Manco fosse un black bloc sfasciavetrine, un affiliato di Al Qaeda, un brigatista rosso. È intervenuto spesso anche su Tempi, sapete? Arrestatelo subito, mettetelo ai ceppi!
Questo è razzismo. Razzismo cristallino di chi crede che lo Stato sia roba sua e, dunque, fuori i barbari da casa nostra. Mavaffanbagno, dai. Non è casa vostra, amici di Repubblica e della Cgil.

MICA È BOERI
A leggere i comunicati del sindacato rosso e le parole dei giornali c’è da trasecolare. Blangiardo non va bene perché è denigratoriamente definito un pro life. È contro l’aborto, fa parte di Scienza e vita, partecipa a convegni e iniziative politiche e culturali a cui lo invitano. Tutto questo è una “colpa”, secondo loro. Invece se Tito Boeri – che è dei “loro” – usa la sua carica di presidente dell’Inps per prepararsi un futuro politico, allora no, tutto ok, tutto legittimo, lui lo può fare. Mavaffanbagno, dai.

LUI È IL MALE, LORO IL BENE
Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale, chiunque abbia partecipato mai a un convegno in cui parlava come relatore, sa che Blangiardo è uomo di una pacatezza e preparazione straordinaria. È uno studioso, parte dai numeri e ne offre delle interpretazioni. Quando spiega perché non ama provvedimenti come lo Ius soli, si preoccupa anche di fornire dei dati e un’interpretazione. Ha delle convinzioni e non le nasconde? Ma vivaiddio che lo faccia, non è mica un ruffiano. La cosa importante, però, è che le suffraga con delle motivazioni. Perché sulle motivazioni i suoi avversari tacciono? Perché sulla sua preparazione non hanno niente da dire? Perché il loro è razzismo, appunto. La colpa di Blangiardo è di essere Blangiardo. Non ha fatto niente di male, lui è il male perché loro sono “il bene”. Mavaffanbagno, dai.

FASCISTI ROSSI
Ci rompono le balle un giorno sì e l’altro pure col “pericolo fascismo”, il “ritorno dei rigurgiti populisti”, i “movimenti medioevali al potere” e poi perdono la trebisonda davanti a una semplice nomina di un professore con tutte le stellette a posto per ricoprire quel ruolo. I fascisti sono loro, fascisti rossi, la peggior specie di fascismo che esista su questa terra. Mavaffanbagno, dai.

Foto Ansa