mercoledì 20 febbraio 2019

L‘ALLARME DI FINKIELKRAUT: "GLI ISLAMISTI VOGLIONO CONQUISTARE LA FRANCIA"



Il filosofo francese ricostruisce quanto accaduto durante l'aggressione a Parigi e collega la violenza antisemita alla crescita dell'islam radicale nelle periferie della Francia
Alain Finkielkraut è il filosofo francese che è stato aggredito da un gruppetto di gilet gialli durante la manifestazione sdi sabato a Parigi. Gruppetto di cui uno dei partecipanti è già stato identificato. E si tratta di un islamico vicino agli ambienti salafiti. All'inizio, tutti hanno pensato fosse un rigurgito antisemita da parte di alcuni militanti dell'estrema destra francese. Poi la realtà si è rivelata differente.

Finkielkraut ha raccontato a Repubblica gli attimi dell'aggressione: "Alcuni manifestanti si sono avvicinati per propormi di entrare nel corteo e indossare il gilet giallo, non so se fossero sinceri o ironici, comunque non erano ostili". Poi sono arrivati gli insulti: "Erano in tanti, urlavano forte. Ho capito solo che era meglio andarsene perché rischiavo di essere linciato. Se non ci fossero stati i poliziotti mi avrebbero spaccato la testa. Detto questo, non mi sento né vittima né martire".
Il filosofo ricostruisce l'accaduto e racconta quello che gli è stato urlato: "Solo dopo, rivedendo le immagini, ho ricostruito che non si sente 'sporco ebreo' ma 'grossa merda sionista', 'razzista', 'fascista'. Un uomo ha urlato: 'La Francia è nostra'. Qualcuno penserà alla citazione del vecchio slogan nazionalista antisemita 'La Francia ai francesi'. Non credo. L'uomo aveva la barba, la kefiah, il governo l'ha identificato come qualcuno vicino ai salafiti. Il senso era: 'La Francia è la terra dell'Islam'. Questo insulto deve farci riflettere".

E sul pericolo del populismo in Europa, il filosofo francese dice "che bisogna rispettare la libertà e la saggezza dei popoli europei quando rifiutano di aderire a una visione multiculturale della società. Liquidare l'attuale governo italiano con il termine 'lebbra nazionalista' è stato un grave errore di Macron".
Finkielkraut afferma cheil populismo è inquietante, ma è una reazione patologica al fenomeno di trasformazione demografica che i governi non vogliono affrontare. Se non ci fosse stata la Merkel che nel 2015 decise di accogliere un milione di profughi siriani, dicendo “noi ce la faremo” (Wir schaffen das), non avremmo avuto la Brexit”. “Io -continua- sono figlio di immigrati polacchi, e sono stato integrato, ma il sistema scolastico francese che ha permesso la mia integrazione è crollato, e oggi l’ideologia dominante mette tutto sullo stesso piano, la grande letteratura vale quanto il rap”.

E non si pente di aver sostenuto i gilet gialli: "Grazie alla casacca fluorescente è diventata visibile la Francia rurale, delle periferie lontane. Sono i perdenti della globalizzazione e dello Stato sociale. Purtroppo il movimento è stato corrotto dal successo mediatico. Alcuni esponenti si sono montati la testa, diventando arroganti.
Quel che mi allontana oggi dal movimento non è l'antisemitismo, che è marginale, ma un egualitarismo pericoloso, in cui uno vale uno, l'intelligenza e le competenze non vengono più rispettate".


martedì 19 febbraio 2019

CATTOCOMUNISTI, GIÙ LE MANI DA GUARESCHI



Il vescovo Zuppi e Bertinotti insieme per Guareschi in chiave vagamente antisalvini. Il collante? "Don Camillo e Peppone guardavano a quello che li univa e non a ciò che li divideva". Il solito refrain del cattocomunismo, che dopo aver prodotto solo fallimenti viene sulle rive del Po per appropriarsi di un uomo libero che impegnò la vita per non essere schiavo del potere e dei compromessi. E che del cattocomunismo, con i suoi personaggi, era l'esatta antitesi.


Per favore, lasciateci almeno don Camillo e Peppone, lasciateci quel mondo piccolo che è il nostro mondo, non è la teologia del popolo, ma è il popolo teologo cui bastava alzare gli occhi al campanile per scorgervi Dio. In perenne crisi d’astinenza da telecamere, il narcisismo ecclesiastico e quello politico si incontrano nella casa natale di Giovannino Guareschi. 

Matteo Maria Zuppi e Fausto Bertinotti, uno arcivescovo di Santa Romana Chiesa, corrente egemone santegidina, l’altro subcomandante sconfitto da una scia inarrestabile di tracolli politici e ideologici del comunismo. 

Il prelato, che si atteggia a don Camillo con l’arma della pacca sulla spalla e l’ex segretario rifondarolo che gioca ad essere la reincarnazione di Bottazzi senza comandare più neanche un consiglio comunale. Più che ossimori, sposi forzati della più colossale modificazione genetica del ‘900 politico: il cattocomunismo. 

Al teatro Verdi di Busseto va in scena un evento organizzato dall’Arcidiocesi di Bologna in trasferta: una lettura dei testi di Guareschi. Dalla cronaca che ne fa Repubblica il senso è stato questo: “Dalla contrapposizione tra un uomo di cultura marxista e uno di Chiesa, risalta invece una sostanziale convergenza di sapore dossettiano proiettando un’aura di amara nostalgia per la politica che fu innervata di grandi passioni ideali”. 

Convergenza? Non stentiamo a crederlo dato che sia Zuppi che Bertinotti sono figli di quella stagione di cui oggi vediamo i frutti rovinosi: “Guardiamo più a quello che ci unisce, che a quello che ci divide”. Frase che Guareschi non si sarebbe mai sognato di pronunciare. Per anni ce la siamo sentita ripetere come mantra. Un compitino, condito dalla solita accusa strisciante al populismo attuale. 

Però, almeno adesso non toccateci Guareschi, non cercate di mettere il vostro cappello su un uomo che non aveva nulla a che fare con la vostra pretesa così accomodante. Perché Guareschi e il suo don Camillo non hanno nulla a che fare con il cattocomunismo, ne sono l’esatta antitesi, l’anticorpo perfetto. L’errore che tanto Zuppi quanto Bertinotti fanno, e con loro tutti quelli che equiparano don Camillo a Peppone a anticipatori del compromesso storico è quello di spacciare l’affetto di don Camillo per Peppone, ricambiato, come un preludio dell’abbraccio mortale tra cattolici e marxisti. 

Usare Guareschi in chiave anti salviniana. Un furbesco errore e una falsificazione. 

No, cari Zuppi e Bertinotti, non vi sarà facile appropriarvi di un uomo che all’epoca avreste demolito e umiliato quando pagò con il carcere la sua libertà controcorrente nei confronti del Presidente della Repubblica. Allora, quando Giovannino era vivo e vegeto e dalle colonne del Candido sbeffeggiava quel potere di cui ora voi siete comunque gli eredi, lo avreste bollato come nemico del popolo. E non avreste potuto comprenderlo perché per comprendere don Camillo e Peppone bisogna anzitutto essere emiliani o figli di una terra rossa come la Toscana o l’Umbria. Terre in cui i vincitori sono sempre stati i comunisti, ma i vincenti, cioè quelli della parte giusta, sono sempre stati i cattolici. Questo lo sapevano Guareschi, don Camillo, Peppone e persino lo Smilzo. Ma anche la maestra monarchica, perché a tenerli uniti e prossimi non era la pretesa di un’ideologia comune e geneticamente modificata, ma un sentimento di affetto cresciuto nel tempo, nelle frequentazioni comuni, nelle famiglie fianco a fianco.

Nessuno si è mai sognato - men che meno don Camillo e Peppone - di pensare di andare d’accordo rinunciando ad un pezzo della propria identità. Che era forte, ma solo una, e anche Peppone, che battezzava suo figlio di nascosto lo sapeva, era quella vincente: era quella di chi cantava Noi vogliamo Dio, nonostante per Bandiera rossa provasse un affetto tra il patetico e il compassionevole. Lo sa chi ha percorso i “fossi per la lunga”, come si dice qui. Non lo sa chi è nato a Milano e Roma e - dopo aver vagato alla ricerca dell’ideologia migliore sempre sconfitta -, è venuto qui, sulle rive del Grande Fiume ad appropriarsi un mondo piccolo che non potrà mai essere il suo. 

ANDREA ZAMBRANO
lanuovabussola

RICONOSCERE LA PRESENZA


La Cristianità oggi sembra tutta assorbita dai problemi del mondo, come se questo fosse il compito fondamentale della Chiesa. E Cristo diventa la premessa per le nostre attività. C'è bisogno invece che si ricordi che la fede è anzitutto riconoscere, seguire e amare la Sua presenza.


La situazione attuale della Cristianità - preferisco usare la parola Cristianità rispetto a quellapiù oggettiva e istituzionale di Chiesa - solleva qualche preoccupazione. Sembra infatti che questa Cristianità si muova nel mondo cercando di accettare tutte le provocazioni che il contesto culturale, politico e sociale presenta, tentando di affrontare e risolvere questi problemi uno dopo l’altro. Come se questo fosse il compito precipuo e fondamentale della Chiesa.

In questo modo il grande interlocutore, o “il grande protagonista” come amava dire l’indimenticato cardinale Giacomo Biffi, non solo rimane sullo sfondo ma rischia di essere dimenticato.

Si tirano tutte le conseguenze come se Cristo fosse presente, ma appunto rischia di essere un “come se”. Perché il Signore Gesù Cristo non può essere la premessa per le nostre attività o per quelle che Benedetto XVI chiamava “le conseguenze spirituali ed etiche della fede”. La fede è la Sua presenza da riconoscere, da seguire e da amare nel mistero della Chiesa. Perciò la Chiesa si deve sempre di nuovo presentare ai suoi figli - e aldilà di essi - a tutto il mondo, come il luogo dove l’incontro con Cristo è oggettivo, il luogo nel quale la conversione a Lui è resa possibile e dove inizia quel cammino verso l’esperienza di vita nuova che costituirà la prova che il Signore mantiene tutte le sue promesse.

Penso che occorra che ogni tanto qualche voce nella Cristianità richiami questi valori o questa Presenza. Senza questa Presenza, senza la coscienza di questa Presenza, tutto il resto non è soltanto secondario ma rischia di essere inutile.

LUIGI NEGRI
* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio
19/2/2019



giovedì 14 febbraio 2019

LA RIEDUCAZIONE LAICISTA E L'OMOTRANSNEGATIVITA'


LA LEGGE SCALFAROTTO REGIONALE

La regione Emilia-Romagna pare volersi accodare presto ad altre amministrazioni regionali in materia di omofobia e transfobia, approvando ciò che non è stato ottenuto per via parlamentare.

Stiamo parlando della cosiddetta legge contro “l'omotransnegatività e le violenze determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere”, presentata in commissione Parità dell’Assemblea legislativa regionale e che ricalca la già bocciata legge Scalfarotto, contro la quale numerose contestazioni si erano sollevate nelle stanze della politica e nelle piazze di tutta Italia. Tale progetto di legge (pdl), la cui discussione in commissione è iniziata mercoledì 13 febbraio, è stato presentato dai consigli comunali di Bologna, Parma, San Pietro in Casale e Reggio Emilia e si trova ora abbinato ad un altro pdl denominato “norme per il diritto all'autodeterminazione, contro le discriminazioni e le violenze determinate dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere”, che vede tra i firmatari i consiglieri del Movimento Cinque Stelle Silvia Piccinini (prima firmataria), Raffaella Sensoli e Andrea Bertani.

Eppure come per la legge nazionale rimasta poi bloccata dopo la sua approvazione alla Camera, il copione sembra essere lo stesso: cavalcare la giusta lotta contro le discriminazioni, per colpire le opinioni e la libertà di espressione.
Nel testo presentato dai comuni emiliani, dalla giunta bolognese targata PD del sindaco Merola, molto attenta alle istanze Lgbt, a quella civica di Pizzarotti a Parma, schieratasi di recente a favore delle trascrizioni di bambini come “figli” di coppie omogenitoriali, sono molti i punti che destano preoccupazione.

Si parla dell’intenzione diprevenire e superare le situazioni, anche potenziali, di discriminazione e omotransnegatività, quali comportamenti di avversione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica”. Un’accezione a maglie molto larghe dentro la quale potrebbe finire qualsiasi tipo di affermazione a sostegno della famiglia naturale, così come riconosciuta dall’articolo 29 della Costituzione. Una dichiarazione che si andrebbe ad unire alla volontà della Regione di promuovere e valorizzare “l’integrazione tra le politiche educative, scolastiche e formative, sociali e sanitarie, del lavoro”, coadiuvata dall’adesione alla rete RE.A.DY (Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere).

Insomma parrebbero esserci tutti i requisiti per una rieducazione a tuttotondo: dalla sanità, al mondo del lavoro, fino a giungere nelle scuole, un settore della vita pubblica delicatissimo se si pensa alle numerose iniziative di comitati dei genitori dispiegatesi in Emilia-Romagna e non solo, per far prevalere la priorità educativa delle famiglie sui propri figli rispetto alle iniziative scolastiche.

Non manca inoltre l’ormai inflazionato “contrasto degli stereotipi di genere anche in relazione ad “attività e iniziative a sostegno dell’associazionismo sportivo”, con buona pace di chi potrebbe affermare che le differenze nelle discipline sportive, non nascano dalla società, bensì dalla biologia umana. Infine a garantire la corretta vigilanza sull’attuazione del pdl e sui suoi risultati sarebbe, oltre all’osservatorio regionale, il Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni), con il compito di effettuare “la rilevazione sui contenuti della programmazione televisiva e radiofonica regionale e locale, nonché dei messaggi commerciali e pubblicitari, eventualmente discriminatori”. Una funzione che però potrebbe travalicare le stesse prerogative del comitato, come sottolineato dal consigliere del Gruppo misto Michele Facci, assegnando dunque al Corecom compiti maggiori rispetto a quelli previsti dalla legge quadro sulle parità.
Enrico Castagnoli
Dal Corriere Cesenate 14 febbraio 2019

lunedì 11 febbraio 2019

NON SIA TURBATO IL VOSTRO CUORE


Manifesto della Fede
del Card. Gerhard Muller 

«Non sia turbato il vostro cuore!» (Gv 14,1)


Dinanzi a una sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede, molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici della Chiesa cattolica mi hanno invitato a dare pubblica testimonianza verso la Verità della rivelazione. È compito proprio dei pastori guidare gli uomini loro affidati sulla via della salvezza, e ciò può avvenire solamente se tale via è conosciuta e se loro per primi la percorrono. A proposito ammoniva l’Apostolo: «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto» (1Cor 15,3). Oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede, con un pericolo crescente di non trovare più il cammino che porta alla vita eterna. Tuttavia, compito proprio della Chiesa rimane quello di condurre gli uomini verso Gesù Cristo, luce delle genti (vedi LG 1). In questa situazione, ci si chiede come trovare il giusto orientamento. Secondo Giovanni Paolo II, il Catechismo della Chiesa Cattolica rappresenta una «norma sicura per l’insegnamento della fede» (Fidei Depositum IV). Esso è stato scritto allo scopo di rafforzare i fratelli e le sorelle nella fede, una fede messa duramente alla prova dalla «dittatura del relativismo».

1. Dio uno e trino, rivelato in Gesù Cristo
L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663). È con chiara determinazione che occorre affrontare la ricomparsa di antiche eresie che in Gesù Cristo vedevano solo una brava persona, un fratello e un amico, un profeta e un esempio di vita morale. Egli è prima di tutto la Parola che era con Dio ed è Dio, il Figlio del Padre, che ha preso la nostra natura umana per redimerci e che verrà a giudicare i vivi e i morti. Lui solo adoriamo in unità con il Padre e lo Spirito Santo come unico e vero Dio (691).

2. La Chiesa
Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come segno visibile e strumento di salvezza, che sussiste nella Chiesa cattolica (816). Diede alla sua Chiesa, che «è nata dal cuore trafitto di Cristo morto sulla croce» (766), una struttura sacramentale che rimarrà fino al pieno compimento del Regno (765). Cristo, capo, e i credenti come membra del corpo sono una mistica persona (795), per questo motivo la chiesa è santa, poiché Cristo, unico mediatore, l’ha costituita sulla terra come organismo visibile e continuamente la sostiene (771). Attraverso di essa l’opera redentrice di Cristo diventa presente nel tempo e nello spazio con la celebrazione dei SS. Sacramenti, soprattutto nel Sacrificio eucaristico, la S. Messa (1330). La Chiesa trasmette con l’autorità di Cristo la divina rivelazione, «che si estende a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» (2035).

venerdì 8 febbraio 2019

CARITÀ. L’INIZIO DI UN MONDO NUOVO


Nella crisi di oggi, i gesti di carità pongono un giudizio culturale e politico. E ci rimettono davanti a una questione decisiva: proporre un ideale concreto, che risponda ai bisogni e intacchi il cuore.

DAVIDE PROSPERI
Davide Drospe
Da qualche anno, ormai, si sente ripetere sempre più spesso, e più noiosamente, lo stesso ritornello: c’è una crisi della politica, in Italia e non solo. Anche le ultime elezioni, che avrebbero dovuto sancire un cambio di rotta atteso e conclamato (almeno stando al plebiscito di voti che l’attuale maggioranza ha raccolto), in realtà hanno contribuito solo a rafforzare la malinconica persuasione che la politica ha perso una volta per tutte il suo ruolo di rappresentanza; se non ancora in termini istituzionali, per lo meno come rappresentanza delle istanze del popolo. 

Questo sentimento è alimentato dai social network e cavalcato da tanti mass media, che fanno il gioco di quei soggetti politici e culturali che si identificano con l’antipolitica e la destrutturazione della società. Poi cosa importa che a fronte di questo non vi sia alcuna proposta concreta di costruire qualcosa? È una questione che ai più appare irrilevante; ora è il momento di demolire, perché tutto è marcio e non merita di stare in piedi...

Ora, che la politica sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Ma per come la vedo io, tale crisi rovinosa non deriva dall’assenza di una classe dirigente, e nemmeno dal venire meno di una rete associativa, dei famosi “corpi intermedi” – associazioni, sindacati e via dicendo –, che pure sono fattori sempre più evidenti. Il carattere profondo di questa crisi è un altro: la rinuncia a pensare che la politica sia innanzitutto un tentativo di espressione di un ideale.

L’aspetto più drammatico dell’epoca che stiamo vivendo è proprio l’assenza di ideali proposti. Fossero anche ideali particolari o limitati, come è stato in tante epoche della nostra storia (vedi il Sessantotto, per esempio), in cui comunque certi impeti erano espressione di un tentativo di dare risposta alle domande profonde dell’uomo. Poi molto spesso hanno tradito quella mossa iniziale, diventando ideologia nella misura in cui non hanno fatto i conti con la realtà in tutti i suoi aspetti. Ma adesso constatiamo amaramente che non c’è più neanche questo tentativo.

Perché oggi sempre di più nei giudizi, e conseguentemente nelle decisioni, prevale “la pancia”? Perché vale solo il mio immediato bisogno o tornaconto, nel senso che non c’è più un ideale affermato, riconosciuto per cui spendersi e quindi si pensa che in questo modo ci si possa sentire più liberi. L’unico risultato, invece, è una schiavitù dalla mentalità dominante, quella mentalità che senza accorgerci ci plasma nella concezione e che per questo don Giussani identificava con la parola “potere”. Perché inevitabilmente c’è sempre un potere che tiene le fila, che ti sollecita a fare quello che vuole; e sarà sempre più così quanto più ci indirizzeremo verso una concezione della persona autonoma e slegata da rapporti, affetti e realtà educative autentiche che possano sostenere la costruzione di un soggetto umano maturo.

Dobbiamo prendere consapevolezza che questa è la strada che, volontariamente o involontariamente, abbiamo imboccato. E occorre cambiare rotta.

È per questo che, negli ultimi anni, CL ha proposto un’altra modalità di vivere il rapporto con la politica. Non è stata una rinuncia, ma l’affermazione della necessità di prendere coscienza di questa svolta storica che non riguarda solo i cattolici, ma la radice del disagio che mina profondamente le fondamenta della nostra società.

In che cosa è consistita la preoccupazione educativa di questa proposta? Nell’affermazione decisa che il primo argine a questo potere è la costruzione di un soggetto umano solido. Anche l’idea recente di vedere la rinascita di un partito cattolico nel nostro Paese, quando non c’è più un tessuto sociale che lo identifichi, rischia di avere un respiro molto corto. Torniamo inevitabilmente allo stesso punto: oggi più che mai, non sarà possibile fare un partito se manca il soggetto che vive una certa esperienza ideale. Questo è il vero problema. La sfida attuale è riproporre come l’ideale vissuto sia qualcosa di molto concreto.

In questo senso io credo che certi gesti di carità che CL sta realizzando da anni abbiano un significato che va ben al di là della raccolta di beni o fondi per i più bisognosi. La verità è che pongono pubblicamente un giudizio culturale, ma anche politico, in quanto rappresentano una forma concreta di riproporre un ideale, che diventa anche un’ipotesi di risposta a certi bisogni.

giovedì 7 febbraio 2019

L'IO, IL POTERE, LE OPERE : SINTESI DEI CONTENUTI 2


LE OPERE
LA POLITICA
Le opere
I. La libertà alla radice dell’opera
La libertà è esigenza, desiderio, tensione all’infinito; ma questo destino infinito si realizza attraverso i bisogni quotidiani in cui la propria sete si articola e concreta. L’origine dell’opera è il tentativo di rispondere sistematicamente a un bisogno che urge la propria vita nell’ora. Per far questo gli uomini si mettono insieme in una compagnia. La carne che Dio ha scelto per non abbandonarci è la compagnia umana che Lo riconosce e investe tutta se stessa nella realtà che quotidianamente deve vivere, perché il disegno del Mistero si svela attraverso la realtà che quotidianamente sollecita.
II. Dacci un cuore grande per amare
Il dolore e il bisogno mettono in azione l’uomo, generando un moto di solidarietà. Ma i suoi tentativi rischiano un’ultima ombra di tristezza, perché l’uomo capisce che le sue energie sono impotenti davanti al male.
Questa tristezza ultima deve essere superata dalla coscienza di un’appartenenza (ideologica o religiosa) che elimina l’impressione della vanità degli sforzi, conferendo ad ogni singolo contributo un significato buono.
La carità aggiunge alla solidarietà la consapevolezza di una imitazione del Mistero dell’essere che è legge per l’uomo e in questo modo genera un soggetto creatore, capace di opere.
III. Di fronte al bisogno, un’ipotesi positiva
La fede cristiana non è concepibile come separata dallo sforzo che l’uomo fa per vivere dignitosamente, cioè per vivere con il suo lavoro. L’avvenimento di Cristo è un modo per cambiare efficacemente l’adesso, più efficacemente di tutte le risorse sociali che si possano immaginare. La fede mostra la sua preminenza su tutte le filosofie umane di fronte al bisogno: rende così commossi di fronte al bisogno dell’altro che esso diventa come un bisogno mio. Nel cercare di rispondere al bisogno la fede ci sospinge, ci «costringe» a metterci insieme in modo libero, cioè coscienti dello scopo e delle condizioni di sacrificio inevitabile.
IV. La compagnia si dilata in libertà
L’opera è il tentativo di dare risposta ai bisogni di cui è tramata l’esistenza umana. La nostra responsabilità è far passare l’esperienza cristiana dentro quell’energia piena di generosità costante con cui l’uomo cerca di rispondere ai bisogni suoi, dei singoli o della società.
Nella misura in cui uno è cosciente di questo dinamismo che l’esperienza cristiana gli comunica, avverte l’esigenza di mettersi insieme ad altri. Nasce, così, una compagnia che è un avvenimento socialmente incidente, esempio per tutti di una dimensione nuova: la gratuità. L’obiettivo primario di questa compagnia è la nascita di opere che rispondono ai gravi problemi della società.
La politica
I. Assago 1987. Senso religioso, opere, politica
L’uomo è «uno» nella realtà del suo io. Questa unità prende forma ed è guidata nella sua espressione personale e sociale dal senso religioso da cui prendono forma i valori.
Nella responsabilità di fronte ai valori l’uomo ha a che fare con il potere, che cerca di governare i suoi desideri sottolineandone alcuni ed estromettendone altri attraverso mass media e scolarizzazione. Il panorama della vita sociale diventa grigio e si procede verso l’omologazione. 
Una cultura della responsabilità non può che partire dal senso religioso, da cui scaturiscono tutti i desideri e i valori. Tale partenza porta gli uomini a mettersi insieme, generando movimenti che rendono dinamico tutto l’assetto sociale. I movimenti mostrano la loro verità nell’affronto dei bisogni in cui si incarnano i desideri: per far questo creano strutture operative e capillari, le opere.
Solo nel primato della società di fronte allo Stato si salva la cultura della responsabilità. Un partito che non favorisse o difendesse questa creatività sociale contribuirebbe a creare o a mantenere uno stato prepotente sulla società.
II. Il desiderio e la politica
Che l’assetto politico sia tutto teso a favorire l’urgenza della creatività dal basso è una questione di vita o di morte per la vita di un popolo. Tutte le mosse umane nascono da quel dinamismo costitutivo che è il desiderio. O si costruisce sul desiderio presente o si segue un’ideologia al potere che violenta la realtà.
Solo il desiderio spalanca l’uomo sulla realtà e quanto più si lascia libertà al crearsi delle comunità intermedie tanto più esiste un’umanità felice.
III. Affermare l’altro in quanto è
La democrazia nasce dall’esigenza naturale che la convivenza aiuti l’affermazione della persona e non la ostacoli. Lo spirito di una vera democrazia mobilita ognuno in un rispetto attivo verso l’altro, affermazione di lui nei suoi valori e nella sua libertà.
Solo nella carità cristiana questa affermazione trova la sua sicurezza, perché solo nella carità cristiana diventa noto il motivo ultimo del rispetto attivo verso gli uomini: l’altro, così come è, appartiene al mistero del Regno di Dio.
Articoli e interviste
Potere
Senza l’apertura originale al Mistero, l’uomo diviene preda della posizione prevalente, cioè del potere, e da questo è trascinato a perdere il senso di se stesso. Il progetto del potere che determina il mondo di oggi ostenta le parole «pace», «irenismo», «aperturismo», «apertura verso tutti» come slogan. Ma le usa come parole d’ordine in quanto distruggono l’identità, distruggono il popolo.
Opere
La responsabilità di un io libero rimette in moto la creatività, unica alternativa al dominio dell’ideologia eretta a sistema di vita, fino alla generazione di «opere» che rendono più umano il tempo della storia, cioè fanno vivere meglio la persona.
Politica
Uno Stato è l’ambito in cui un potere cerca di servire la realtà viva di un popolo. Ma il popolo, la gente, rispondendo alle esigenze originarie della propria natura e ai bisogni profondi della propria vita, normalmente tende a creare un fenomeno associativo in cui si attua immediatamente la solidarietà. Tale solidarietà cerca di darsi strumenti di risposta e questi il potere deve garantire.


L'IO, IL POTERE, LE OPERE : SINTESI DEI CONTENUTI 1

IL POTERE
IL LAVORO
Il potere
I. Passione per l’uomo
Il potere implica un’energia capace di modificare la realtà e una coscienza consapevole che stabilisca delle mete. Per questo il potere attiene alla somiglianza tra l’uomo e Dio. Nella vicenda moderna del pensiero il potere si è voluto affermare come autonomo. Ma senza un riferimento alla «Trascendenza» l’uomo perde la sua dignità e il potere degenera in violenza. Lo Stato moderno è l’incarnazione del potere autoreferenziale: una realtà che si presenta come assoluta e che conferisce, essa, dignità all’uomo. 
Il cristianesimo è l’annuncio che il «Trascendente» è diventato un uomo: non si può salvare l’uomo, difendere la sua dignità, se non riconoscendo in lui il rapporto con il Trascendente.
II. Un imprevisto è la sola speranza
La mentalità comune è qualificabile con il termine «ateismo pratico» o «laicismo»: «Dio, se c’è, non c’entra» (Cornelio Farbo). Si tratta di una «divisione tra la fede e i problemi della vita». Il laicismo propone un nuovo umanesimo, vuole elidere il cristianesimo richiamando la parola «valori». Il potere, attraverso la sottolineatura di valori da lui stabiliti, pretende dalla gente ubbidienza secondo il suo disegno. Ma senza il senso del mistero l’affermazione di un valore come criterio unico genera «violenza», «omologazione» e «moralismo».
Un imprevisto è la sola speranza e il grande imprevisto è Cristo. Il senso della nostra vita è portare ovunque nel mondo il messaggio che «questo imprevisto è accaduto».
III. Tra Barabba e lo schiavo frigio
Il programma del potere è la riduzione del cuore, che è il contenuto della conoscenza che la persona ha di se stessa, ciò che la rende critica.
La persona si ritrova solo in un «incontro vivo con una presenza» che sprigioni un’attrattiva e che affermi: «Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore». L’unico problema, il problema morale, è «non sottrarsi all’attrattiva offerta dall’ideale».
IV. Più società meno Stato
Il cristianesimo non è sorto come una religione ma come una «passione per l’umano» e quindi passione per la libertà. La libertà è possibile solo se nell’individuo è rintracciabile un nucleo non riconducibile ai suoi antecedenti bio-storici. Questo nucleo si documenta in esigenze fondamentali, desideri essenziali che hanno come caratteristica una insoddisfacibilità strutturale, che indicano che l’io è rapporto con l’Infinito e quindi adorabile e intangibile. La struttura sociale dovrebbe servire questa struttura umana.
Il lavoro
I. «Sempre più in là»
Il lavoro è un «bisogno dell’uomo». Qualsiasi risposta particolare a un bisogno lascia nell’uomo un fondo di insoddisfazione, se egli non vi percepisce una corrispondenza con la totalità della sua persona.
Il senso religioso, cioè l’apertura all’infinito, sottende e spiega ogni bisogno dell’uomo. Per questo gli uomini si mettono insieme creando delle opere. La prima opera è quella che ciascuno realizza nel suo ambiente di lavoro, usando la propria intelligenza e le proprie energie per aiutare la realtà dell’ambiente umano in cui è. Il lavoro è l’espressione dell’uomo che abbraccia tutte le cose che si trova davanti per trascinarle verso il suo ideale.
II. Amore a Cristo, radice del lavoro
Il lavoro per un cristiano è l’aspetto più arido e concreto del proprio amore a Cristo. Il lavoro è l’espressione dell’uomo che manipola tutto ciò che gli sta attorno. Se questa espressione dell’io è vissuta nella memoria di Lui, allora tutto è destinato a diventare diverso.
Il lavoro, in tutta la sua gamma, è proporzionale all’amore a Cristo. Ma è vero anche l’inverso: che l’amore a Cristo rigenera tutto il nostro lavorare. È l’amore a Cristo che spiega tutto e che rende amoroso il rapporto che abbiamo con tutti gli uomini e con tutte le cose. Allora prendiamo qualsiasi cosa perché il rapporto con essa diventi parte della veste di Cristo, che è il suo corpo che si dilata in tutta la storia.
III. Dove Dio mi ha posto
Il lavoro, su imitazione di Dio Padre, è un’energia che cambia le cose secondo un disegno. L’uomo collabora al disegno del Padre con tutto ciò che è e nel luogo in cui è. La fede provoca a un atteggiamento diverso e, secondo il disegno di Dio, fa produrre all’uomo una realtà sociale diversa.
Tutte le ideologie prendono in considerazione solo alcuni aspetti dell’uomo e la conseguenza di questa parzialità è che nell’io resta sempre un disagio. Solo la fede promette all’uomo la vera liberazione, nella coscienza di non eludere neanche il più banale bisogno della vita quotidiana.

IV. Dal cuore il lavoro, dal lavoro l’opera
Il lavoro è espressione del nostro essere che è sete di verità e felicità. È questo cuore che mobilita chiunque, qualunque impresa realizzi. Perché il lavoro sia in funzione della verità e della felicità cui ciascuno «personalmente» aspira, l’uomo stabilisce un’amicizia operativa.
Per permettere che l’umana iniziativa sorga dalla sua vera origine, Cristo ha stabilito la Chiesa con la suprema preoccupazione del destino. Un cristianesimo vissuto genera un fermento operativo senza limiti, che tende ad investire tutto l’orizzonte dell’attesa umana.

I LIBRI IMPERDIBILI : L'IO, IL POTERE, LE OPERE



DON LUIGI GIUSSANI


IL CROCEVIA
primo incontro 2019 della serie

Libri imperdibili 


Il Prof Leonardo Lugaresi
presenterà il libro "L'io il potere e le opere"
di don Luigi Giussani.

sede di Assiprov in via Serraglio 18  CESENA
Giovedì 21 FEBBRAIO alle ore 21 

Per chi fosse interessato il libro è in vendita presso la Libreria di Palazzo Ghini
Nei prossimi post la sintesi dei contenuti

I CATTOLICI IN POLITICA PER COSTRUIRE IL FUTURO



 Mauro Magatti

Nelle ultime settimane, in occasione dei cento anni dell’appello ai liberi e forti di Sturzo, si è riacceso il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica (Galli della Loggia e Panebianco sul Corriere ). Comunque la si pensi, il tema è oggi rilevante per almeno due ragioni.
In primo luogo perché nell’Italia a pezzi di oggi il variegato mondo cattolico, nonostante la secolarizzazione incalzante, continua a essere — seppur tra mille difficoltà — una delle
poche presenze rilevanti.
E in secondo luogo perché, nel cambio d’epoca che stiamo attraversando, il rapporto
tra politica e religione è tornato centrale.

Nel post-2008, in un mondo diventato multipolare, la ricerca di un nuovo equilibrio tra identità cultuali e sviluppo tecno-economico spinge le diverse aree del pianeta a posizionarsi secondo una logica che ricorda da vicino le tesi dello Scontro delle civiltà di Samuel Huntington. Dove la dimensione religiosa è necessariamente tirata in ballo.

Non a caso, in Occidente, le varie forme della nuova destra (da Trump a Orbán a Bolsonaro) sono sostenute dall’ala più conservatrice del mondo cristiano. Un’alleanza teorizzata da Bannon e costruita contro due «nemici»: la cultura progressista (che ha il torto di combinare la fede nella innovazione tecnoscientifica con i diritti individuali); e il mondo islamico, storico avversario oggi accusato di minacciare la cristianità attraverso l’immigrazione e il terrorismo.
La «democrazia illiberale» di cui parla Orbán è il prodotto di una nuova «santa
alleanza» tra politica e religione — da realizzare su base nazionale — per sconfiggere i due avversari sopra richiamati. La capacità di mobilitare i fermenti identitari di parte del mondo religioso costituisce un elemento importante nella spiegazione dell’avanzata dei nuovi partiti sovranisti.

In Italia la presenza di papa Francesco — con i conseguenti orientamenti della Cei — ha finora limitato l’uso da  parte di Salvini dei simboli religiosi. Ma sotto la cenere, la brace brucia.
Cento anni fa, col suo appello, Sturzo tentò di radunare le forze cattoliche per evitare la dissoluzione della democrazia, stretta tra le destre emergenti e le sterili convulsioni della sinistra. Oggi in Italia, in Europa, in Occidente, quel bisogno si ripropone: come allora, il disordine mondiale sta risucchiando gli strati popolari su posizioni estremiste. Col consenso di quella parte del mondo religioso che spera in una rivincita nei confronti della secolarizzazione.

Rispetto a 100 anni fa, si possono notare una somiglianza e una differenza.

Sturzo fu il prodotto più maturo della lettura che l’Enciclica Rerum Novarum aveva offerto dei grandi cambiamenti prodotti dall’industrializzazione. Come allora, anche oggi il mondo cattolico ha a disposizione un testo (Laudato si’) che per ampiezza e ricchezza è in grado di fornire la cornice di riferimento per l’azione negli ambiti economico, sociale e politico. 
La differenza è che l’Appello a i liberi e forti arrivò dopo più di 20 anni spesi ad animare la presenza civile dei cattolici. Vero e proprio tirocinio nella carne delle società, che permise a Sturzo di maturare una concezione politica realista e vicina ai problemi reali delle persone.

Per quanto nel Paese ci sia molto di più di quello che emerge nella comunicazione pubblica, e per quanto molto di questo nuovo venga proprio dalla radice cattolica, c’è da domandarsi se sia già il tempo di serrare le fila o se non sia invece il momento di lavorare con più determinazione a innovare i processi dell’economia, della società, dei territori in modo da maturare i termini di una proposta adeguata ai tempi che viviamo.

Inutile cercare si rispondere in astratto a questa domanda. Quello che occorre fare è partire subito e comunque dalla società: ascoltando i bisogni e i sogni del «popolo» (termine caro a papa Francesco) e orientandoli nella direzione indicata dalla Laudato si’. E cercando poi di capire, strada facendo, quale siano i modi e le forme più adatte per contribuire al rilancio del Paese.

Quel che deve essere chiaro è che un impegno dei cattolici in politica, oggi come 100 anni fa, non riguarda la difesa di un’identità o di interessi di parte. Riguarda invece la capacità di questo sguardo sul mondo di immaginare una via d’uscita dalla crisi nella quale le società avanzate si trovano oggi. Nella convinzione che la radice cristiana abbia qualcosa da dire sul futuro e non solo sul passato.

Fu questa la grande sfida di Sturzo, che, nonostante le sue personali traversie politiche, alla fine portò frutti importanti. Il suo lavoro sul campo e la sua ispirazione politica furono infatti decisivi per la nascita dei partiti di ispirazione cristiana che, nel dopoguerra, ebbero un ruolo importante a livello internazionale.

Circa un eventuale ritorno dell’impegno dei cattolici in politica, sarà dunque di questo che si dovrà parlare: lo sguardo cristiano è capace di dire una parola nuova sulla crisi del mondo contemporaneo? Di costruire un consenso, ben al di là dei propri confini identitari, attorno alle linee tracciate dalla Laudato si’? Di essere voce di quei radicamenti concreti (nel mondo dell’impresa, della ricerca, delle professioni, del sociale e così via) da cui trarre anche quella classe dirigente di cui tutti sentono la mancanza?

Corriere della Sera - Mercoledì 6 Febbraio 2019