LA LIBERTAS ECCLESIAE

LA LIBERTAS ECCLESIAE

"E' fondamentale che l'intera comunità cattolica negli Stati Uniti riesca a comprendere le gravi minacce alla testimonianza morale pubblica della Chiesa che presenta un secolarismo radicale, che trova sempre più espressione nelle sfere politiche e culturali. La gravità di tali minacce deve essere compresa con
chiarezza a ogni livello della vita ecclesiale. Particolarmente preoccupanti sono certi tentativi fatti per limitare la libertà più apprezzata in America, la libertà di religione.
Molti di voi hanno sottolineato che sono stati compiuti sforzi concertati per negare il diritto di obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni cattolici per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive.
Altri mi hanno parlato di una preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto, senza garanzie per il rispetto della libertà di coscienza"

BENEDETTO XVI : discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita ad limina, Roma 19 gennaio 2012



sabato 27 agosto 2016

SE LA FEDE SI RIDUCE A SENTIMENTO

 “False accuse alla Chiesa. Quando la verità smaschera i pregiudizi

LUTERO E LA DEMOLIZIONE DEL CATTOLICESIMO
MONS. LUIGI NEGRI


«Chiamiamo le cose con il loro nome, Lutero non voleva riformare, ma ha obiettivamente demolito la Chiesa. Ha ridotto la fede a sentimento e soppresso la realtà ecclesiale nella sua sacramentalità. E' inesatto e parziale dire che è stato un riformatore non capito». Sono parole di monsignor Luigi Negri, che domenica sera al cinema Tiberio di Rimini ha presentato in un affollato incontro pubblico il suo ultimo libro, la nuova edizione aggiornata di "False accuse alla Chiesa. Quando la verità smaschera i pregiudizi", editore Gribaudi, con una presentazione di mons. Luigi Giussani.

Fra i dieci capitoli del lavoro, scritto nello stile vigoroso e sintetico che contraddistingue l'autore, uno è dedicato appunto al protestantesimo, un tema attualissimo visto l'ormai prossimo cinquecentenario delle origini. Rispondendo alla domanda del moderatore su cosa fosse accaduto nel 1517 e anni seguenti, ha spiegato l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio:
Lutero affigge le 95 tesi sulla porta della chiesa
del castello di Wittenberg

«Lutero ha iniziato la riduzione della fede a sentimento. Sotto la spinta di tante problematiche, anche personali e morali, ma è indubbio che da Lutero in poi la fede non è una cosa oggettiva, un incontro reale e storico che continua a seguirmi: è un sentimento. Detto nelle sue formulazioni più radicali: se senti di essere salvato sei salvato; se non senti di essere salvato non sei salvato».
Il sentimento si provoca nella lettura della Sacra Scrittura. Per cui la realtà ecclesiale nella sua concretezza, non solo non è più necessaria ma anche è sostanzialmente dannosa. La Chiesa costituisce una forma di mediazione indebita tra Cristo e la persona. Ma il Cristo che il protestante sostiene di incontrare, è un Cristo che finisce molto rapidamente ad essere il contenuto del messaggio scritturistico, interpretato adeguatamente dagli esegeti.

Le cose bisogna chiamarle con il loro nome, Lutero non voleva riformare, non so se in partenza avesse questo desiderio, ma di fatto obiettivamente ha demolito la Chiesa. Quando ha iniziato la sua demolizione, la Chiesa cattolica era fiorente in quasi tutta Europa. Ma se la fede è un problema individuale, soggettivo, non si può neanche vedere la Chiesa, la vera Chiesa che è quella degli eletti è segreta: la vede solo Dio e uno la individua nella sua coscienza. Perciò non c'è una storicità della Chiesa degli eletti, c'è la storicità della Chiesa tedesca, inglese, francese....
Abbinato a questo c'erano enormi possessi economici e fondiari: i grandi ordini cavallereschi tedeschi possedevano due terzi delle campagne. Ecco, una cosa che non c'entra assolutamente con la fede cattolica e che se non verrà mai superata dai luterani impedirà il ritorno, oltre il fatto che le donne sono anche vescovesse, è che è stata creata la Chiesa di Stato. Lutero dice: in tutta questa massa di realtà ecclesiale, io chiedo ai principi della nazione tedesca di proteggerci. Così nasce la Chiesa tedesca.  In Inghilterra c'è la chiesa anglicana, a Praga la chiesa ussita e così via. Così, per la prima volta, la qualificazione ecclesiale non è la fede, ma essere tedeschi, inglesi, francesi eccetera.

Riduzione psicologistica e spiritualistica della fede, e soppressione della realtà ecclesiale nella sua sacramentalità: Lutero non ritiene che la Chiesa sia sacramento, anche perché ha fatto praticamente scomparire quasi tutti i sacramenti, tranne il battesimo.
Noi ci siamo trovati di fronte, in questi tre secoli, a un tentativo di demolizione dall'interno della Chiesa che è di carattere protestantico. Quando alcuni grandi uomini di Chiesa come Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II parlavano di un cripto-protestantesimo presente nella realtà della Chiesa cattolica, dicevano che il nemico protestante non era fuori, il nemico protestante si era saldamente insediato all'interno della Chiesa.

Questo è Lutero. Se si dice un'altra cosa, se si dice che è stato un grande riformatore ma la Chiesa non l'ha capito, eccetera, si dicono cose certamente parziali e inesatte".

UN ROTTAME ALLA DERIVA


Questo è il destino di CL che vogliono i giornaloni e le "intelligenze" radicali e laiciste del paese. Questo è quello che auspica Dario Di Vico nella lapide scolpita nel Corriere di ieri ( qui ). 
Un movimento ininfluente, lontano dalla politica, giovanilista e spiritualista, obbediente e funzionale al potere, lontano dalla baldanza originaria e dalla presenza generata da don Giussani.



Giudicare tutto per essere felici» (a costo di essere definiti «integralisti») è il titolo di una mostra del meeting dedicata a MILANO STUDENTI che dice esattamente com’era GS e come sarà CL

Agosto 26, 2016 Leone Grott
Una mostra al Meeting di Rimini ha raccontato “Milano studenti”, il giornalino nato al liceo Berchet dove insegnava don Luigi Giussani


Costava 50 lire una copia di Milano Studenti, il giornale fatto da alcuni ragazzi di Gioventù Studentesca che frequentavano il liceo classico Berchet. Ogni numero era un’esplosione di vita, incontri, giudizi e non è un caso che senza finanziamenti sia uscito tutti i mesi dal 1957 al 1968 con una tiratura di 2 mila copie, all’inizio, fino a 10 mila. La storia di questo mensile ricalca e riproduce fedelmente quella di Gs, il movimento fondato da don Luigi Giussani che poi prenderà il nome di Comunione e Liberazione.

LA BALDANZA. La mostra ha fatto parte di quelle presentate al Meeting di Rimini, anche se rispetto alle altre era un po’ nascosta, arrangiata com’era dietro l’enorme schermo della Hall Sud della Fiera. L’apertura al mondo, la profondità, la capacità di ricercare la verità in tutto e di giudicare tutto di Milano Studenti, dal lavoro all’arte, dalle encicliche al marxismo, dall’islam alla pena di morte, rispecchiano perfettamente quella «baldanza» con cui don Giussani è entrato per la prima volta al Berchet nel 1954 e che ha cambiato la vita dei suoi alunni.

DIALOGO «DA INTEGRALISTI». Da quell’incontro è nato un giornale capace di dialogare con tutti, non per scambiare semplicemente opinioni ma per «proporre e ricercare la verità», atteggiamento allora (ma anche oggi) considerato «da integralisti», come spiega la guida della mostra. Un giornale che si occupava di tutto secondo la ragione, «perché la fede c’entra con tutto». Lo testimoniano gli articoli, incontri o interviste su Pavese, Pasternak, Camus, Congdon, Montale.

LA LETTERA DI CALVINO. Su quelle pagine apparve anche una lettera di Italo Calvino che ringraziava Milano Studenti perché il loro articolo dopo la pubblicazione di La giornata di uno scrutatore, libro molto disprezzato dalla critica al tempo per essere troppo impregnato di senso religioso, «è uno dei più seri che ho avuto e voglio ringraziarvi. Era proprio questo tipo di critica che volevo muovere, mentre invece la grande maggioranza della critica è stata d’una banalità e superficialità scoraggiante». Questo non impedirà a Calvino, anni dopo, di prendere una posizione nettamente diversa ad esempio sull’aborto e a loro, insieme a don Giussani, di opporsi nettamente.

MISSIONE IN BRASILE. Si documentano poi le battaglie per la libertà di educazione e la parità scolastica, l’apertura fino ai confini del mondo che ha portato i primi studenti diventati universitari a partire per il Brasile in missione, i grandi convegni su temi di attualità, l’invasione della Bassa milanese per le prime volte della caritativa con l’obiettivo di «condividere il senso della vita», le esperienze di «testimonianza comunitaria e non solo individuale».

«PER LA FELICITÀ». La mostra ha presentato i numeri che vanno dal 1958 al 1963 del mensile fondato da Claudio Risé e Amelia Bocchini. Milano Studenti interromperà le pubblicazioni nel 1968, ma rileggere quegli articoli è utile per capire le origini e l’anima del movimento fondato da don Giussani. La mostra si chiudeva proprio con le sue parole, pronunciate anni dopo, ricordando il suo primo giorno al Berchet: «Mi rivedo in quel momento, con il cuore tutto gonfio del pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo, è il cuore della vita dell’uomo: questo annuncio quei giovani dovevano iniziare a sentirsi dire e a imparare, per la loro felicità»

Da qui è nato anche il Meeting di Rimini.



Agosto 26, 2016 Leone Grotti

venerdì 26 agosto 2016

CHE COSA DONA ALLA NOSTRA VITA L’ASSUNZIONE DI MARIA?


 Pubblichiamo uno stralcio dell’omelia pronunciata il 15 agosto 2012 da Benedetto XVI in occasione della solennità dell’Assunzione di Maria.

           (...) Che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? 


Tiziano Vecellio
Venezia, Chiesa di Santa Maria dei Frari
Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.

E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.

Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.

Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. 
Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi. Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. 

Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.


SPADARO: FRANCESCO, LA POLITICA DELLA MISERICORDIA

INT.
Antonio Spadaro
giovedì 25 agosto 2016


"Francesco sa bene che la pace 'pura' non esiste, ma sa anche che la Misericordia cambia il mondo", dice padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, a ilsussidiario.net, alla vigilia del suo incontro al Meeting di Rimini su "La diplomazia di Francesco". Ma per papa Bergoglio la misericordia non è solo "il nome di Dio", è anche — e forse proprio per questo — una categoria politica.

Un accostamento, quello di misericordia e politica, che certo non viene spontaneo.
Incontrando il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, l'11 gennaio scorso Papa Francesco ha evocato la misericordia otto volte. Dio agisce nella vita delle persone, ma anche dentro i processi storici dei popoli e delle nazioni, pure i più complessi e intricati. Così la misericordia di Dio si inserisce all'interno delle vicende di questo mondo, anche delle società e dei gruppi umani. Francesco esprime uno spirito profetico che incide sulla politica alta.

Ma in che modo questo principio si traduce in politica?
Concretamente la misericordia come categoria politica in estrema sintesi significa: non considerare mai niente e nessuno come definitivamente "perduto" nei rapporti tra nazioni, popoli e Stati. Questo è il nucleo del suo significato politico.

Eppure, un magistero ispirato alla misericordia sembrerebbe andare in direzione contraria rispetto a relazioni basate su strategie e rapporti di forza. Perché non è così?
Perché la presenza misericordiosa di Dio può mutare un tempo di miseria geopolitica nella "pienezza del tempo" cristiana. Questa dunque è la potenza della misericordia: mutare il significato dei processi storici, sciogliendone le fangosità e travolgendone i detriti.

Un'utopia?
No. Francesco sa bene che la pace "pura" non esiste e che l'uomo deve sempre affrontare i conflitti; magari "accarezzandoli", come egli ha più volte affermato. Il conflitto è ineliminabile nella dinamica dei rapporti umani, e dunque anche in quelli internazionali. Ma sa anche che la Misericordia cambia il mondo.

Che cos'è la "paziente empatia" di cui si parla nella Evangelii Gaudium e qual è il suo ruolo nell'azione pubblica, e dunque anche politica, di papa Francesco?
La posizione voluta dal Papa consiste nel non dare torti e ragioni, perché alla radice comunque c'è una lotta di potere per la supremazia regionale, definita dal Papa "vana pretesa". Non c'è dunque da immaginare uno schieramento per ragioni morali, ma si impone la necessità di vedere il quadro da un'ottica differente.

Papa Francesco si è rivelato decisivo in varie questioni dello scenario internazionale. In che modo papa Bergoglio fa le sue scelte?
La misericordia si delinea politicamente in libertà fluida di movimento, in non accettazione di schieramenti rigidi. Tutto questo mette in moto logiche imprevedibili, proprie di una visione poliedrica. La logica qui è flessibile, elastica, in fondo espressione di un pragmatismo positivo. La sua è una geopolitica non deterministica, che scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli.

Per intenderli e sovvertirli. In che modo entra qui in gioco la scelta delle periferie? Essa dopotutto riguarda lui stesso, un papa venuto dalla "periferia sud del mondo"…
In una intervista a La Cárcova News, un giornalino di quartiere legato a una villa miseria, Francesco ha chiarito che cosa egli intenda per "periferia". Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. E ha fatto un esempio: "l'Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all'Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un'altra cosa". Lo sguardo di Bergoglio è, dunque, quello di Magellano e vuole continuare ad esserlo.

Che cos'è la pace per papa Francesco?
Costruire la pace, per Bergoglio, significa agire sui quadranti più delicati della politica internazionale in nome degli "scarti", dei più deboli. Le iniziative di pace, in un mondo che vive una drammatica "terza guerra mondiale a pezzi" — oltre 30 pezzi nel globo —, devono essere sempre collegate ai due grandi temi sociali che preoccupano maggiormente il Papa: la pace sociale e l'inclusione sociale dei poveri. Riprendendo la Populorum progressio del beato Paolo VI, egli esprime la convinzione che "una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza" (Evangelii Gaudium 219).

Papa Francesco è certamente molto preoccupato per il Medio oriente, come di altri fronti caldi. A chi si appoggia?
La Santa Sede ha stabilito o vuole stabilire rapporti diretti e fluidi con le superpotenze, senza voler entrare in reti precostituite di allean­ze e influenze. E questo in un quadro internazionale molto diverso da quello vissuto fino a pochi anni fa e che richiede — in particolare per il Medio Oriente — soluzioni ben diverse da quelle già sperimentate in passato. Francesco lo ha capito, tra l'altro, decidendo il viaggio a Sarajevo e verificando la precarietà degli accordi di Dayton.

Francesco e la Cina.
Con la Cina il ponte è aperto e il dialogo prosegue.

Francesco e l'Europa.

Se l'Europa considera se stessa solo come uno spazio, allora prima o poi verrà — ed è già venuto — il momento della paura, del timore che lo spazio sia invaso, perché lo spazio va innanzitutto difeso. Se invece l'Europa è da considerarsi come un processo in fieri allora si comprende come esso metta in movimento energie, accettando le sfide della storia.

Ancor prima di essere in guerra-a-pezzi, il mondo non comprende più se stesso:  sembra mancare una chiave di lettura unitaria di quanto sta accadendo. Cosa vede il papa?
Papa Francesco soprattutto è consapevole del fatto che la prima e la seconda guerra mondiale vertevano sulla redistribuzione della potenza fra i principali attori mondiali. La "terza guerra mondiale a pezzi" invece minaccia di scaturire dalla loro relativa impotenza, mentre osserviamo il diffondersi a macchia d'olio di territori non governati o a bassissima pressione istituzionale.

Cosa le suggerisce in proposito il titolo del Meeting, "Tu sei un bene per me"?
"Mai senza l'altro" era il titolo di un libro di Michel de Certeau. La mia vita non è mai concepibile senza l'altro, senza il tu. La vera tragedia non è il conflitto, ma la separazione. La tragedia accade soltanto quando si rinuncia all'altro e ci si separa. In questo senso, ad esempio, Francesco insiste sull'inserimento delle differenze (di epoche, di nazioni, di stili, di visioni…) nel processo di costruzione dell'Europa che, nata dall'incontro di civiltà e popoli, nasce per includere, non per contrapporre o escludere.

(Federico Ferraù)

IL CARDINALE JOSEPH RATZINGER SULLA PREGHIERA (NON SULLA MESSA) INTERRELIGIOSA.


Domenica 31 luglio scorso, all’indomani dell’uccisione di Padre Harmel mentre celebrava la Santa Messa in una Chiesa della Normandia, in tutta Italia circa 20 mila musulmani hanno partecipato alla Santa Messa nelle Chiese cattoliche.  
Sull’argomento della preghiera in comune tra religioni diverse – argomento diverso e meno impegnativo della Santa Messa in comune – pubblichiamo quanto sosteneva il cardinale Ratzinger dopo le perplessità che in molti aveva suscitato la preghiera interreligiosa per la pace di Assisi nel 1986 per volontà di Giovanni Paolo II.
*****

“Mentre nel caso della preghiera multireligiosa si prega nello stesso contesto, ma separatamente, la preghiera interreligiosa  significa un pregare insieme di persone e gruppi di diversa appartenenza religiosa. E’ possibile fare questo in tutta verità e onestà?: ne dubito. Comunque devono essere garantite tre condizioni elementari, senza le quali tale pregare diverrebbe la negazione della fede:

1-    Si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o cosa sia Dio e perciò se c’è unanimità di principio su che cosa sia il pregare: un processo dialogico in cui io parlo ad un Dio che è in grado di udire ed esaudire. In altre parole: la preghiera comune presuppone che il destinatario, e dunque anche l’atto interiore rivolto a Lui, vengano concepiti, in linea di principio, allo stesso modo. Come nel caso di Abramo e Melchisedek, di Giobbe e di Giona, deve essere chiaro che si parla col Dio unico che sta al di sopra degli dèi, col Creatore del cielo e della terra, col mio Creatore. Deve essere chiaro dunque che Dio è “persona”, vale a dire che può conoscere e amare; che può ascoltarmi e riprendermi; che Egli è buono ed è il criterio del bene, e che il male non fa parte di Lui. A partire da Melchisedek, possiamo dire, dev’essere chiaro che Egli è il dio della pace e della giustizia. Qualsiasi commistione tra la concezione personale e quella impersonale di Dio, tra Dio e gli dèi, dev’essere esclusa. Il primo comandamento vale anche nell’eventuale preghiera interreligiosa.

2-    Sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera. Io considero le richieste del Padre Nostro  il criterio di ciò che ci è consentito implorare da Dio, per pregare in modo degno di Lui. In esse si vede chi e come è Dio e chi siamo noi. Esse purificano la nostra volontà e fanno vedere con che tipo di volontà stiamo camminando verso Dio, e che genere di desideri ci allontana da Lui, ci metterebbe contro di Lui. Richieste che fossero in direzione opposte alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, di nessun tipo di preghiera.

3-    L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. Questo criterio non riguarda solo chi è cristiano, che non dovrebbe essere indotto in errore, ma, alla stessa stregua, anche chi non è cristiano, il quale non deve avere l’impressione dell’interscambiabilità delle “religioni” e che la professione fondamentale della fede cristiana sia di importanza secondaria e sia dunque surrogabile. Per evitare tale errore bisogna pure che la fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano. Il documento di Bose citato, al riguardo, dice, a ragione, che la partecipazione alla preghiera interreligiosa non può mettere in discussione il nostro impegno per l’annuncio di Cristo a tutti gli uomini. Se chi non è cristiano potesse o dovesse trarre, dalla partecipazione di un cristiano, una relativizzazione della fede in Gesù Cristo, l’unico Redentore di tutti, allora tale partecipazione non dovrebbe vere luogo- Infatti essa, in qualche caso, indicherebbe la direzione errata, orienterebbe all’indietro invece che in avanti nella storia delle vie di Dio”.

Joseph card. Ratzinger

(da “Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo”, Cantagalli, Siena 2003, pp. 112-114).

INTERVISTA A CARRON: I SEGNALI DELLA SVOLTA

«A Cl non serve un nemico né vive per le briciole del potere»

Il successore di don Giussani: non c’è una centralità della questione islamica. Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita
DI DARIO DE VICO
tratto dal corriere della sera

Don Julián Carrón (Agf)Don
Sono passati quattro anni dal primo articolo nel quale don Julián Carrón, il successore di don Giussani, invitava Comunione e liberazione a liberarsi del peso della ricerca dell’egemonia e a riscoprire l’autentico valore della testimonianza. Correva l’anno di grazia 2012 e il movimento viveva giorni assai difficili. L’impegno (e il successo) politico si stava rivelando una trappola e i media abbinavano a Cl termini come «lobby» e «corruzione». A molti osservatori quello scritto apparve persino ingenuo e pochi avrebbero scommesso sui risultati

A 50 mesi di distanza le posso chiedere un bilancio?
«Non ho condotto una campagna contro l’egemonia, mi sono limitato a riproporre la bellezza dell’esperienza del nostro fondatore, don Giussani, sostenendo che non ci fosse bisogno di validarla con nessun potere aggiuntivo. L’unica modalità di rapporto con la verità è la libertà e per questo la ricerca dell’egemonia è in contraddizione con la verità».

Però così è stata smantellata una straordinaria macchina politica qual era la Cl degli anni d’oro.
«Il nostro obiettivo è contribuire al bene comune; non voglio perdere il valore della passione politica, ma ho ricordato che avevamo come motivazione qualcosa di più affascinante del raccogliere le briciole del potere».

In questo modo però vi siete disarmati?
«Sì. Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita. Preferisco la testimonianza alla militanza. E del resto Dio ha bussato sommessamente alla porta dei nostri cuori, non ha fatto uso della sua potenza esteriore, ma ha suscitato amore».

Non teme che in questa operazione Cl subisca una secca perdita di identità?
«Spogliarsi del potere non vuol dire perdere identità. Dio l’ha fatto ed è diventato carne, potevamo fare anche noi qualcosa di simile, benché infinitamente più piccolo».

Nel frattempo però la Storia non è rimasta ferma (anzi!) e si genera un paradosso. Avete militato contro la secolarizzazione e il Sessantotto e oggi di fronte alla minaccia dell’islamismo radicale vi professate disarmati.
«Le rispondo innanzitutto sugli anni ‘70. Don Giussani spiegò ex post che ci eravamo mossi animati da una “insicurezza esistenziale”, avevamo accettato lo stesso campo di gioco di coloro che criticavamo. Alla fine siamo stati una presenza reattiva quando avremmo dovuto essere una presenza originale. Cl per vivere non aveva e non ha bisogno di un nemico. E vale anche per l’Islam».

Sono pesi diversi. Lo scrittore francese Houellebecq parla dei rischi di sottomissione dell’Occidente alla cultura dell’Islam.
«Il rischio esiste perché tutto passa attraverso la libertà e niente è scontato. Goethe diceva: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Ma le migrazioni e persino gli attentati possono rappresentare uno stimolo per riproporre la nostra originalità di cristiani. È una sfida a noi stessi, prima che agli altri. Domandiamoci cosa trovano i migranti che arrivano da noi».

Trovano l’Occidente con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma questi ultimi non possono diventare l’alibi per chi vuole distruggerlo e per chi non vuole difenderlo.
«Io voglio difendere la possibilità di vivere il cristianesimo in uno spazio di libertà per tutti».

... e l’Occidente è l’ambiente migliore per farlo. Se anche i cristiani usano gli errori della nostra civiltà per delegittimarla e per equiparare il «turbo capitalismo» all’Isis siamo alla fine.
«Non voglio delegittimarla, si figuri se non difendo i valori della libertà, della persona, del lavoro e del progresso. Il problema sta nel come. Papa Benedetto XVI ricordava che l’illuminismo ha cercato di salvare i valori fondamentali dell’Occidente sottraendoli alla discussione religiosa, ma ha commesso un errore e non sa come uscirne».

Possiamo dire allora che la crisi dell’Occidente è una crisi di soluzioni e non di legittimità?
«Concordo. E come cristiani quando organizziamo un doposcuola o aiutiamo un migrante diamo un contributo alle soluzioni. I valori degli illuministi sono crollati quasi per inerzia. A questo punto, è urgente “porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate”, come ha detto papa Francesco, e noi siamo su questa strada. Perciò quando incontriamo un bisogno non ci limitiamo al soccorso materiale, rispondiamo anche a una domanda di senso. Il nemico è il nulla. Quindi siamo tutt’altro che equidistanti. Diamo una chance alla speranza».

Ma lei non crede che ci sia in Europa una centralità della questione islamica?
«No. Penso che il centro della questione in Europa sia trasmettere alle persone una concezione e dei valori che li aiutino a vivere nella confusione di questa fase della modernità».

Con l’esecuzione di padre Hamel a Rouen si è riproposto addirittura il tema del martirio. Non le pare una prova sufficiente?
«Il martirio fa parte dei rischi della fede cristiana. Siamo perseguitati già dai tempi dell’Impero Romano, non ha iniziato l’Islam».


Anche i liberali, le cito l’Economist, sono arrivati alla critica della globalizzazione. E a chiedere un ripensamento. Qual è la sua opinione?
«Credo realisticamente che la globalizzazione non si possa fermare. È anche occasione di incontro perché i muri cadono e tocca alle persone di buona volontà farsi avanti per servire il bene dell’uomo. Se è stato possibile ricostruire dopo la Seconda Guerra Mondiale, perché non dovrebbe essere possibile anche oggi? Perché non è possibile replicare quello che fecero i De Gasperi, gli Adenauer e anche i Togliatti di allora e rifondare le istituzioni?».

domenica 7 agosto 2016

“L’OCCIDENTE CRISTIANO SOTTO ATTACCO”


Intervista a Rémi Brague

Dal massacro di Rouen alla guerra civile. 

di Giulio Meotti | 02 Agosto 2016  ILFOGLIO)

Roma. Rémi Brague non è rimasto abbagliato dal tripudio di ecumenismo non soltanto da parte della comunità islamica francese, l’abbraccio multiculturale nelle chiese, il rifiuto della sepoltura islamica al terrorista che ha sgozzato padre Hamel, il concordato stato-moschea voluto da Manuel Valls.
Brague non crede neppure alla ritrovata unità fra il cattolicesimo e la République. “La prima reazione, subito dopo Saint-Etienne-du-Rouvray, è stata ovviamente emotiva: il dolore, la compassione, la rabbia”, dice Brague al Foglio. Cattedra di Filosofia alla Sorbona, un’altra di Storia delle religioni alla Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco, fra i massimi studiosi di Maimonide, autore di quella “Europe la voie romaine” tradotto in quattordici lingue, Brague ha ricevuto il premio Ratzinger dalle mani di Benedetto XVI.


Il suo ultimo saggio è “Le Règne de l’homme” (Gallimard). “Una volta che la polvere si è depositata, un fatto nuovo e molto interessante è venuto alla luce: questa è la prima volta in Europa, fatta eccezione per il fallito attentato a Villejuif, nel mese di aprile 2015, che il terrorismo islamico attacca frontalmente il cristianesimo. Questa non è la prima volta che chiese o cimiteri vengono profanati. Ma questa è la prima volta che un prete viene ucciso nella sua chiesa, alla fine della messa. Vedo un’ammissione di ciò che le nostre politiche vorrebbero nascondere, vale a dire l’identità cristiana profonda, consapevole o no, della nostra civiltà occidentale. Coloro che vogliono farla finita con essa avvertono che il cristianesimo è al centro del bersaglio”.

Secondo Brague, la classe dirigente francese ha capitolato quando nel mirino c’erano i cristiani orientali. “I cittadini francesi non sono rimasti a braccia conserte e hanno aiutato i loro fratelli d’oriente inviando denaro. Ma è un dato di fatto che le autorità dello stato francese hanno mostrato una certa strana riluttanza a chiamare le cose con il loro nome. Così, quando lo Stato Islamico ha rapito i lavoratori egiziani in Libia, separandoli dai mussulmani e macellando ventuno copti, il presidente Hollande ha parlato della strage di ‘cittadini egiziani’. I media ufficiali preferiscono utilizzare l’acronimo Daesh invece di parlare di ‘Stato islamico di Iraq e Siria’, anche se questo è il suo nome sedicente. Dobbiamo a tutti i costi evitare l’uso dell’aggettivo ‘islamico’ per suggerire che questi crimini non hanno alcuna relazione con l’islam”.

Un’arrendevolezza, secondo Brague, che cela un sentimento profondo. “Ci sono alcuni francesi, politici e mezzi di comunicazione, che hanno un desiderio più o meno consapevole e più o meno dichiarato di porre fine al cristianesimo. E’ una vecchia storia che risale al XVIII secolo, a prima della Rivoluzione, e che è stato in larga misura un tentativo di scristianizzazione. Oggi, i media conducono la lotta sul campo culturale, quello della vita di tutti i giorni. Un esempio: oggi dicono ‘questo è il santo X’ e ‘questo è il festival di X’. Il riferimento cristiano viene rimosso in anticipo, con il pretesto che ‘potrebbe offendere i musulmani’. Mascherano la loro inazione o semplicemente il loro silenzio con argomenti quali: ‘Dopo tutto, i crociati non erano molto gentili con i Saraceni; nessuna meraviglia, è il loro turno adesso…’. Si dimentica però una grande differenza tra i due: le crociate sono del passato, mentre è oggi che lo Stato islamico uccide e si potrebbe cercare di fermarlo”.

Che cosa temete di più per il futuro della Francia? “Sono in campagna e ho dimenticato a Parigi la mia sfera di cristallo”, conclude Brague l’intervista al Foglio. “Non so predire il futuro. Al massimo, posso dire quello di cui ho paura. Diversi scenari sono possibili, compreso il peggiore. Tra i peggiori, c’è una guerra civile di cui si comincia a parlare. Sarebbe esattamente quello che vuole lo Stato islamico. La loro strategia è la stessa dei gruppi di estrema sinistra degli anni Settanta, come da voi le Brigate Rosse: provocare l’autorità e scatenare una repressione cieca in modo che l’intera popolazione solidarizzi con la minoranza rivoluzionaria. Eppure, mi chiedo se non ci sia qualcosa di peggio. Mi permetta il paradosso: il peggio è che non succede nulla, che continui così. L’obiettivo è più importante dei mezzi. E lo Stato islamico ha lo stesso obiettivo dell’‘islam moderato’: il dominio del mondo sotto la sharia. I mezzi violenti non sono gli unici, e sono forse controproducenti nella misura in cui potrebbero risvegliare le nazioni che attaccano. I mezzi morbidi, discreti, pazienti come la pressione sociale, la propaganda, sono forse più pericolosi, perché più efficaci”.


LA FIRMA SEGRETA

FRANCO CASADEI: POESIE IN DIALOGO CON MARINA CORRADI

EPPURE PERSINO UN PEZZO DI GIORNALE
PUÒ DIVENTARE POESIA

Certo, si può fare poesia su qualsiasi cosa. La Szymborska, per esempio, ha fatto una poesia sulla cipolla, e ha preso il Nobel nel 1996.
E Francis Ponge (che il Nobel non l’ha preso, ma poteva meritarlo) nella raccolta Il partito preso delle cose, ha cantato la cassetta della frutta, un pezzo di carne, l’arancia.

Non avevo trovato, finora, un poeta che prendesse ispirazione dagli articoli di cronaca. Invece Franco Casadei, con La firma segreta( Itaca, pp. 80, euro 12), ha scritto «poesie in dialogo con Marina Corradi», cioè ha preso ispirazione, per i suoi versi, da scritti di Marina Corradi pubblicati su Avvenire o su Tempi.

Egli stesso spiega il raccordo con una citazione di Paul Valéry: «La poesia è una esitazione prolungata fra il senso e il suono». Ebbene, nella prosa di Marina Corradi, Casadei ha trovato una perfetta corrispondenza di senso e suono: senso perché la giornalista sa «scandagliare il mistero di ciò che accade »; suono perché «l’armonia fonica» di quella prosa tende a tradursi in prosa poetica, come ben sanno i lettori di questo giornale.

Naturalmente gli articoli che hanno dato spunto non sono citati, e dunque abbiamo in mano un libro di poesia, non di cronaca poesizzata, e come tale va letto. Comunque il riscontro c’è, e nella postfazione Corradi afferma che «l’anima delle mie cronache non è stata tradita», dunque si è sentita riconosciuta in quei versi. Una collazione fra articoli e versi sarebbe un bel lavoro per una tesi di laurea non banale.

Nelle poesie troviamo molti paesaggi: Milano, innanzitutto, ma anche l’Uganda e la Moldavia; molta natura: girasoli, il mare «nero e immenso », rose nel monastero. E soprattutto ci sono incontri, come con i clochard che «montano di guardia» nel cuore di Milano quando le vetrine del lusso si spengono; o come un toccante addio fra vecchi sposi, quando il marito non si rassegna che la moglie portata a casa dai barellieri ammutoliti sia veramente morta, e le parla ancora. 
C’è anche una poesia ispirata al quadro di Edward Hopper Nighthawks («Nottambuli»), con «gli ultimi tre avventori inchiodati/ al banco come insetti di una collezione» e «di lì a poco sul marciapiede/ lo schianto della saracinesca,/ i tre se ne andranno come ombre/ per opposte strade». Sarebbe interessante conoscere la mediazione di Marina Corradi in questa interpretazione che rende bene il segreto di Hopper, pittore che prediligo.

In una Lettera all’autore, Leonardo Lugaresi inquadra il tema della poesia come conoscenza sperimentale, e scrive: «Prima di tutto ci sono le cose. Le cose della vita, le cose degli uomini, con tutto il loro carico di bene e di male, la loro pesantezza (ma anche la loro grazia). Cose da cui dovremmo lasciarci toccare, cose da prendere sul serio, da non sprecare o trascurare, da non liquidare con formule che non vogliono dire nulla ». 
Ebbene, il nostro rapporto con le cose, con il mondo, avviene ormai tramite i media, e questo spiega perché la cronaca giornalistica di Marina Corradi può diventare poesia in Franco Casadei.
Una mediazione di secondo grado, a cui accenna la poesia che dà il titolo alla raccolta. La trascriviamo: 
«Chi cuce/ la trama del destino,/ segretamente imbastendone/ il disegno?// Il caso?// O una mano misteriosa/ che tesse,/ costantemente tesse/ il tuo cammino?// L’enigma irrisolto,/ la mancanza sento, una mancanza,/ la firma segreta/ che sta dentro le cose».

Attraverso la firma di Marina Corradi, Casadei ha intuito una firma segreta, e noi con lui.


di Cesare Cavalleri
tratto da Avvenire


venerdì 5 agosto 2016

CHI SEI TU CHE MI SGOZZI?


Vincent Nagle
sabato 30 luglio 2016


Sono un pochino vergognoso della mia reazione davanti alla morte di Padre Jacques Hamel, l’anziano prete francese che è stato sgozzato durante la messa da due uomini al grido “Allahu Akbar!”.  Il suo martirio mi ha colpito profondamente e dolorosamente. Allora perché mi vergogno? Perché nonostante io cerchi di seguire bene le notizie riguardo i movimenti islamisti in tutto il mondo e sappia dei massacri di congregazioni intere in Nigeria, delle moltitudini di persone musulmane e non sterminate nel Medio Oriente, dei tanti miei connazionali americani e delle centinaia di innocenti europei stroncati in bagni di sangue e fuoco, non sono mai entrato del tutto dentro l'esperienza di terrore e dolore delle vittime. 


Non è che tutte queste notizie non mi abbiano lasciato pieno di sgomento, paura, rabbia, sdegno e tristezza. È che, comunque, le vittime stesse rimanevano per me tutto sommato anonime, senza volti precisi con i quali identificarmi. Ci voleva proprio la morte di questo prete, invece, per mettermi nei panni delle vittime, guardando insieme a Padre Jacques dritto nei volti dei suoi assassini. E adesso, con questa nuova scossa al mio animo, mi sorge il bisogno di offrire un tentativo di risposta alla domanda che, con quell’immagine in testa, mi assale: “Chi siete voi che piantate un coltello nella mia gola per bagnare l’altare di Cristo col mio sangue? Perché mi fate questo?”.

Per rispondere a questa domanda che mi brucia dentro, mi rifaccio alla mia esperienza con l’Islam cominciata quando avevo 23 anni, passandone quattro in Medio Oriente da solo, i primi due anni in una comunità dei Fratelli Musulmani in Marocco. Durante gli anni di seminario ho preso una laurea in islamistica, studiando sotto grandi docenti come Padre Samir Khalil Samir e Padre Maurice Borrmans. Ho poi vissuto sei anni in Cisgiordania.
Il primo ricordo che mi aiuta a rispondere alla domanda risale all’anno 1990. Passavo l’estate in Egitto e un giorno al Cairo, un venerdì, ho assistito a una grande manifestazione di Fratelli Musulmani e di tanti altri che urlavano con una passione tremenda la loro richiesta che l’Egitto fosse completamente sottomesso al diritto coranico, la Sharia. Vedendo la violenza di quei volti, la loro furia praticamente incontenibile, mi sono chiesto: “Perché così tanta veemenza e violenza?”. 
Non dovevo cercare molto, perché la risposta stava in qualcosa che, in un’altra forma, avevo sperimentato anche io. 
L’Islam non crede nel peccato originale. La persona umana nasce perfetta, per natura è perfettamente musulmana. Cosa le succede allora? Una società corrotta la corrompe, producendo diseguaglianza, ingiustizia, rabbia, odio e invidia.
Ma Allah ci ha dato una legge perfetta per governare perfettamente tutta la società umana. Se tutta la società umana fosse sottomessa a questa legge perfetta, non ci sarebbe più infelicità sulla faccia della terra. Vivremmo già qui in un paradiso terrestre. Ho in mente i tanti combattenti talebani provenienti da tutto il mondo che, di fronte alla domanda “Perché sei venuto fin qua da casa tua?” rispondevano, “Sono venuto per vivere un paradiso terrestre”.

Anche io sono cresciuto con un’istruzione analoga. Il mondo sarebbe perfetto se solo potessimo eliminare i malvagi mentitori che impediscono l’applicazione della giustizia. Che violenza genera nel cuore questo modo di concepire il mondo! Si finisce per dire: “Sono infelice a causa vostra! I cattivi potenti stanno rovinando tutto! Facciamo qualunque cosa per cancellarli. E sarà pace”.
Dicono che Islam è una religione della pace. Certo, la parola “islam”, che vuole dire “sottomissione”, deriva dalla radice “salam”, che, appunto, vuole dire "pace". 

Ma cosa intende l’Islam con la parola “pace”?  
È semplice. Quando la società umana intera sarà sottomessa a un governo che applica senza modifiche la legge sociale divina e perfetta rivelata attraverso Maometto, cioè la Sharia, ci sarà grande pace. Ci offre la pace attraverso la sottomissione: in questo, sì, l’Islam è una religione di pace.
C’è chi dice che tutti questi che compiono gesti terroristici sono dei pazzi. Non mi sembra. Anche io ero tentato da una ideologia così. Non è pazzia. Se con la mia forza (aiutato da Allah) potessi eliminare ogni male umano, farei qualunque cosa per raggiungere questo scopo. 
Il calendario islamico comincia con la Egira, cioè dal momento in cui Maometto lasciò la Mecca per recarsi nella città che oggi si chiama Medina, dove fu accolto, per pre-accordi, come un legislatore. E lì fu la prima volta che una società umana - compresi anche i tanti ebrei e pagani - fu sottomessa alla legge di Dio, e, così dicono i musulmani, (dopo l'eliminazione degli ebrei perché non si sottomettevano) ci fu davvero pace. 

Allora, “Chi sei tu che mi sgozzi? Perché lo fai?”. Perché speri che con questo sacrificio, con questa violenza tu possa portare il mondo a sottomettersi, e perciò a ottenere la pace. Fratello, la pace non viene da lì, viene da un’altra parte. La pace è un dono che Dio vuole darci, uno per uno, non come imposizione, ma come frutto di un rapporto con Lui. Vieni con me, fratello, alla croce di Cristo dove il peccato e la morte sono stati sconfitti! Vieni con me a vedere la vera pace che ti porto, col mio sangue mischiato con quello di Cristo.


martedì 2 agosto 2016

I "GIOCHI PERICOLOSI" DEGLI USA CONTRO LA RUSSIA

È l'ora di scegliere da che parte stare.
Mauro Bottarelli
martedì 2 agosto 2016


Dunque, per il Papa non si può parlare di islam terrorista, perché l'islam è una religione che tende unicamente alla pace. La stessa pace, probabilmente, che ha portato un gruppo di talebani ad attaccare domenica con un camion bomba il Northgate Hotel di Kabul, un compound con sorveglianza armata dove risiedono civili e militari stranieri, situato alla periferia della capitale afghana sulla strada per l'aeroporto. I talebani hanno rivendicato l'attacco, affermando che si tratta «di un posto di lusso per stranieri e l'albergo si trovava lontano dalle case dei civili» , sostenendo infine di aver fatto decine di vittime, notizia che però, fortunatamente, è stata smentita dalle fonti della sicurezza afghana. Perché lo fanno i talebani: perché sono interisti e vogliono combattere milanisti e juventini? Perché amano Ligabue e combattono Vasco Rossi? Oppure lo fanno in nome di un'interpretazione estremistica dell'islam? 

Sempre il Papa, parlando al rientro dalla Polonia, ha detto che il problema del terrorismo è legato a piccoli gruppi radicalizzati, ragazzi a cui abbiamo negato ogni ideale e che quindi si perdono nella droga, nell'alcool o nell'estremismo. Sarà, ma il commando che ha compiuto l'attacco contro gli italiani in Bangladesh era composto da giovani istruiti, ricchi e di ottima famiglia: come lo spieghiamo questo ricorso al determinismo biologico che non quadra?


E in nome di chi hanno abbattuto l'elicottero russo in Siria, ieri, i ribelli sunniti fiancheggiati e armati da Usa e Arabia Saudita? Sono tutti morti i passeggeri e l'equipaggio dell'elicottero militare Mi-8 abbattuto nella provincia di Idlib, nella Siria nordoccidentale. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, affermando che i cinque sono deceduti «in modo eroico nel tentativo di limitare le vittime civili sul campo». In precedenza, il ministero della Difesa russo aveva annunciato che l'elicottero era stato abbattuto, mentre stava rientrando nella base aerea russa di Khmeimim, dopo una missione di consegna di aiuti umanitari nella città di Aleppo. Il portavoce del Cremlino ha poi espresso profondo cordoglio per le vittime: sono così 18 le vittime russe in Siria dall'inizio dell'intervento militare di Mosca a fianco del regime del presidente siriano Bashar al-Assad. 
Su Internet, a tempo di record, è stato diffuso un video che mostra il relitto dell'elicottero: nel filmato si vedono persone riunite attorno a quel che resta del velivolo, ma anche molto peggio. Le bestie, perché tali sono, hanno fatto strazio dei cadaveri e dei resti, profanandoli in maniera atroce. Bene, questa gente che tanto piace a Hillary Clinton e al Pentagono, perché sono "ribelli moderati" che combattono contro il mostro Assad, in nome di chi ha compiuto quegli atti infami, oltretutto anche sul cadavere di una donna?
Chissà il Papa cosa avrà da dire al riguardo, sempre che non sia troppo occupato a organizzare qualche altra iniziativa di fratellanza in favore di telecamera e con la Cei in prima fila ad applaudire? 

Ma non disperate, cari lettori, per due motivi. Primo, Vladimir Putin è un ex militare e l'oltraggio sul cadavere del nemico è qualcosa che non può tollerare: la sua vendetta, temo, farà tremare il cielo siriano. Secondo, in un video diramato sul web, l'Isis ha minacciato la Russia e proprio il presidente Vladimir Putin. Lo rende noto l'agenzia stampa russa Katehon: «Dopo l'ultima serie di attacchi terroristici in Europa, la dichiarazione di jihad in Russia suona molto minacciosa», scrive Katehon, aggiungendo però un'interpretazione geopolitica molto interessante. «Non importa chi saranno i responsabili diretti, sappiamo bene che un'ondata di attacchi terroristici in Russia si inserisce perfettamente nella logica della "guerra ibrida" messa in atto dagli Stati Uniti contro Mosca. Le azioni anti-russe di qualsiasi tipo di terrorismo avvantaggiano le mire destabilizzanti atlantiste», conclude. 

Ecco qui la superiorità della weltanschauung eurasiatica rispetto al cervello sviluppato in batteria, come i polli, di chi risiede al di là dell'Atlantico ed è cresciuto in un contesto di melting pot forzato e artificiale, senza radici e senza cultura: saper leggere gli avvenimenti per ciò che sono, al di là delle facciate di comodo.

L'Isis e i gruppuscoli satellite come al-Nusra sono emanazioni della strategia destabilizzante americana, la stessa cominciata nel settembre 2000, quando il Project for the New American Century (Pnac), il centro studi di Washington che diede vita ai neo-con, pubblicò infatti un rapporto di 90 pagine intitolato Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo, nel quale si esprimeva «la convinzione che l'America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate Usa». Esattamente un anno dopo, l'11 settembre fornì l'alibi per cominciare a mettere in pratica quell'agenda sciagurata e criminale con la scusa dell'esportazioni di democrazia. E attenzione, perché Hillary Clinton è democratica solo formalmente, ma, in realtà, è più neo-con di Edward Luttwak. 

Stando ai geopolitici russi,«i terroristi direttamente o indirettamente agiscono come uno strumento della geopolitica a livello globale, proprio come fanno le truppe ucraine in Donbass, i nazionalisti filo-americani a Erevan (in Armenia, dove solo ieri si è conclusa la presa d'ostaggio in una caserma della polizia), la rete di Gulen in Turchia, lo "scandalo doping" nello sport e la guerra dell'informazione portata avanti dai mass-media liberisti e mondialisti». Perchè l'Isis dichiara guerra alla Russia? »Perché la Russia sta intensificando la sua azione militare in Siria, ottenendo grandi successi. Con il supporto di forze aeree russe, le truppe siriane sono state in grado di far fuori completamente i terroristi islamisti ad Aleppo, riconquistata dalla truppe del presidente Assad. E ora tutta la potenza militare russa si scatenerà contro l'Isis che opera ancora nel resto della regione», conclude Katehon

Ora mi chiedo e vi chiedo: in un contesto simile, può la Chiesa cattolica permettersi una guida che parla come ha parlato papa Francesco tornando dalla Polonia? Qui nessuno sta invocando le crociate e quant'altro, ma negare la realtà è quanto di più grave si possa compiere in un momento storico come questo: lo spirito di Ratisbona ha forse abbandonato la Chiesa per sempre?

Attenzione, perché il gioco che stanno conducendo gli Usa contro la Russia attraverso i loro proxy sunniti è terribilmente pericoloso: se per caso davvero un attentato in grande stile dovesse colpire Mosca o un'altra città della Federazione, la risposta di Putin sarà di quelle in stile ceceno. Ovvero, tramutare i territori in cui ancora l'Isis sta operando in un posacenere. Senza pietà. 

A quel punto potrebbero però saltare fuori verità scomode, come quella scoperta non più tardi di due settimane fa, quando proprio jet russi colpirono un covo di ribelli moderati che si scoprì in realtà essere una base di ascolto e logistica della CIA. Non voglia il Signore che Putin si trovi di fronte evidenze nette del coinvolgimento Usa nell'abbattimento dell'elicottero occorso ieri in Siria, perché allora potrebbe davvero esserci il rischio di un'escalation che nessuno potrebbe depotenziare. L'accerchiamento Nato ai confini russi, con la dislocazione di migliaia di nuovi militari in Polonia e nel Baltico è già stato visto da Mosca come un'evidente provocazione, ma se si arrivasse a un irrigidimento delle relazioni come risposta a un atto ostile (diciamolo chiaro, un atto di guerra, perché tale è l'abbattimento di un velivolo militare), allora potremmo vedere truppe russe muoversi in massa verso quegli stessi confini.

Il premio Nobel per la pace, Barack Obama, verrà ricordato come l'uomo che ha reso la prospettiva di una guerra di nuovo possibile e la sua degna spalla, Hillary Clinton, potrebbe esserne l'esecutrice testamentaria. 

È giunta l'ora di schierarsi, perché il tempo delle tiepidezza ha generato mostri, proprio come quelli che ieri hanno fatto strazio dei resti di cinque militari russi in missione umanitaria: portavano viveri ai civili siriani sotto assedio. E le armi che Washington ha fornito ai "ribelli moderati" hanno stroncato le loro vite e il loro impegno. Se nella testa di qualcuno di voi c'è ancora il blocco mentale verso Mosca dettato dalla categoria novecentesca del "pericolo rosso e ateista", se lo faccia passare in fretta: Vladimir Putin è più religioso e timorato di Dio dell'intera amministrazione Obama, metà della quale gioca con i grembiulini nelle varie sette massoniche legate alle università della Ivy League che formano la classe dirigente statunitense. 

È l'ora di scegliere da che parte stare. Io sto con Mosca. Senza se e senza ma. Ricordate Matteo: «Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; o no, no: quel che vi è di più, proviene dal male». E il male, oggi, ha un nome e un indirizzo precisi. 


TRATTO DA ILSUSSIDIARIO.NET