LA LIBERTAS ECCLESIAE

LA LIBERTAS ECCLESIAE

"E' fondamentale che l'intera comunità cattolica negli Stati Uniti riesca a comprendere le gravi minacce alla testimonianza morale pubblica della Chiesa che presenta un secolarismo radicale, che trova sempre più espressione nelle sfere politiche e culturali. La gravità di tali minacce deve essere compresa con
chiarezza a ogni livello della vita ecclesiale. Particolarmente preoccupanti sono certi tentativi fatti per limitare la libertà più apprezzata in America, la libertà di religione.
Molti di voi hanno sottolineato che sono stati compiuti sforzi concertati per negare il diritto di obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni cattolici per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive.
Altri mi hanno parlato di una preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto, senza garanzie per il rispetto della libertà di coscienza"

BENEDETTO XVI : discorso ai Vescovi degli Stati Uniti in visita ad limina, Roma 19 gennaio 2012



venerdì 2 dicembre 2016

CAVALLI IN PISTA


 
I sondaggi sono off? Nessun problema, ci sono le corse di cavalli.

Seconda corsa clandestina di avvicinamento al Grand Prix de la Constitution. 
Nonostante il fastidioso vento di bora che batte la pista, i vostri due affezionatissimi inviati sono riusciti a entrare nel prestigioso  Ippodromo degli Xilofoni Equestri.
Un impianto da poco rinnovato e che ha saputo trovare ampio spazio sulle colonne di Agorà Galoppo, patinato quotidiano per mattinieri intenditori del settore. Il direttore, fresco di presentazione del suo ultimo libro “L’etica equina e lo spirito dell’ippica”, ci invita ad accomodarci sulle poltroncine riscaldate del nuovo stadio e ad assistere con lui alla sfida tra i due purosangue che ormai da mesi si danno battaglia sui principali circuiti underground della penisola. La partita è doppia e si correrà su due manche separate, che siamo in grado di raccontarvi nel dettaglio.

PRIMA MANCHE
Il primo giro di pista parte subito con Assemblage Hétéroclite in forma smagliante. Il purosangue bastian contrario mette subito le cose in chiaro e fa valere la superiorità numerica delle scuderie che lo sostengono. 
A fare il tifo per lui, infatti, ci sono la nordica Groom de Bootz, la brianzola Varenne
la romana  Frères Tricolòr, 
La milanese Société Genérélle de l’Energie
l’irriducibile Gauche Passé
la genovese Igor Brick 
e gli oppositori interni di Fan Idòle. 

L’avversario Truie Blessée fa fatica già dalla prima curva. Il capo-fantino di origine fiorentina Fan Faròn commette alcuni errori di comunicazione, attardandosi a litigare con il pubblico giunto all’impianto, e si fa superare da un  Assemblage Hétéroclite in stato di grazia. Il tentativo di sgroppata finale non basta e i cronometri fotografano ben cinque secondi di distacco tra i due cavalli.
ORDINE D’ARRIVO – Prima Manche
Assemblage Hétéroclite 52,5″
Truie Blessée 47,5″

SECONDA MANCHE
Cambia decisamente la musica del match di rivincita. Truie Blessée sembra questa volta in discreta forma: il tifo della scuderia Fan Idole, 
i consigli del  centrale Ipson de le Scipiòn su come non farsi fregare il posto 
e i trucchi del mestiere spiegati da Petit Vert 
sembrano sortire qualche effetto positivo. 
La gara è davvero combattuta e Truie Blessée risponde con decisione a tutti gli attacchi di Assemblage Hétéroclite. All’ultima curva i cavalli arrivano appaiati e solo sul rettilineo finale la variopinta alleanza tra scuderie riesce ad avere la meglio sul sostenitore dei progetti di riforma dello Statuto della Federazione Nazionale Equestre fermando il cronometro a 51,8″. 
Il vantaggio è però risicato e dimostra con chiarezza che Fan Faron è ancora in grado di far correre il suo cavallo su tempi più che competitivi. I sostenitori delle due scuderie sono avvisati: quest’anno c’è il rischio di dover ricorrere al foto-finish per decretare il vincitore.
ORDINE D’ARRIVO – Seconda Manche
Assemblage Hétéroclite 51,8″
Truie Blessée 48,2″

DOMENICA 4 DICEMBRE LA TERZA MANCHE

TRUMP CORRE A INDIANAPOLIS.



Attraversiamo l’Atlantico e andiamo nell’epicentro della rivoluzione, il luogo dove sta rombando il motore della storia, gli Stati Uniti. 

Donald Trump ha cominciato un Victory Tour che è la plastica rappresentazione della sua presidenza.

Ha fatto tappa in Ohio, cuore della vittoria repubblicana, l’America della mietitrebbia, delle infinite distese di grano e mais, cuore pulsante di uno sterminato e sempre sorprendente paese.

Ma prima è sceso in pista a Indianapolis, accompagnato dal vicepresidente Mike Pence, Trump ha convinto i manager della Carrier (condizionatori d’aria) a non trasferire mille posti di lavoro in Messico. Strike. Peggy Noonan  (del WSJ) riconosce a Trump la sua abilità di negoziatore, il polso energico, il risultato, ma con un avvertimento che pesca nella grandiosa storia americana: lo scontro di John Fitzgerald Kennedy con i produttori d’acciaio.
Stati Uniti, primi anni Sessanta, JFK chiede di non aumentare il prezzo dell’acciaio, sembra aver convinto tutti. Ma il boss della U.S. Steel fa di testa sua e aumenta il prezzo, seguito subito dopo dagli altri. Per JFK è un colpo di martello in testa, il prestigio della sua presidenza è intaccato. Che fare? Il giovane democratico è un duro, usa tutte le sue armi, blocca gli acquisti d’acciaio della Difesa, apre dossier fiscali, minaccia i produttori. Alla fine tutti si piegano di fronte al presidential power. Una grande vittoria. E un boomerang. Perché da quel momento i democratici vengono visti come “nemici” della business community e Barry Goldwater fa la sua campagna conservatrice in difesa della libertà del mercato.

Un memento per l’attivismo di Trump. Il Wall Street Journal pensa questo: c’è il presidente e c’è il mercato. Ma il dato di fatto, oggi, è che Trump sta rivoluzionando l’agenda politica americana (e dunque globale), sta dettando tempi, ritmi e contenuti a tal punto da mandare a carte quarantotto le poche certezze che erano rimaste ai democratici.

E’ sempre sul WSJ che troviamo un’intervista a Pence che dispiega l’agenda della nuova Casa Bianca, un piano profondo e da attuare in fretta, il nocciolo è tutto nell’idea di far decollare produzione e lavoro lavorando con il machete su tasse e regolazione. Pence finora è stato trattato dai media come una figura che deve temperare il sulfureo Trump, ma in realtà basta dare un’occhiata ai suoi discorsi per capire che il vicepresidente è un tipo tosto che conosce i meccanismi della politica e ha in testa un’idea di amministrazione con il turbo per sfruttare la maggioranza conquistata nel Congresso.

I democratici sono sotto un rullo compressore. Se Trump è il difensore della working class americana, se salva posti di lavoro, se gli operai durante la sua visita alla fabbrica della Carrier a Indianapolis lo ringraziano (ci sono immagini che parlano da sole), loro che faranno? Un disastro.

Il trionfo di Trump è un cambio del paradigma economico degli ultimi trent’anni. Siete ancora scettici sull’impatto di The Donald?

Dal Taccuino di Mario Sechi

Il foglio

I NUOVI INQUISITORI

di Riccardo Cascioli 
01-12-2016 la nuova bussola

Li hanno dipinti come “vecchi rincoglioniti”, quattro cardinali isolati e fuori dal mondo, rimasuglio di una Chiesa ormai superata che vede solo la rigidità della dottrina e non capisce la Misericordia che entra nelle pieghe della vita. Insomma, uno scarto della Chiesa, un’appendice marginale neanche degna di un “sì” o un “no” alle loro domande.

Eppure devono averne una gran paura se da giorni stiamo assistendo a un crescendo di insulti e accuse pesanti, ormai un vero e proprio linciaggio mediatico, contro i quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmuller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – rei di aver resi pubblici cinque “Dubia” già presentati a papa Francesco riguardo all'esortazone apostolica Amoris Laetitia. Addirittura siamo arrivati a richieste di dimissioni dal collegio cardinalizio o, in alternativa, suggerimenti al Papa di togliere loro la berretta cardinalizia.

I protagonisti sono i più vari: vescovi che hanno da regolare conti personali, ex filosofi che rinnegano il principio di non contraddizione, cardinali amici di papa Francesco che malgrado l’età non hanno abbandonato i sogni rivoluzionari, intellettuali e giornalisti che si considerano “guardiani della rivoluzione”, e l’immancabile padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e vera eminenza grigia di questo pontificato, tanto da essere conosciuto a Roma come il vice-Papa. Quest’ultimo poi, come un adolescente qualsiasi, si è reso protagonista di bravate sui social che lasciano esterrefatti: dapprima con un tweet ha apostrofato il cardinale Burke paragonandolo al “verme idiota” del Signore degli anelli (tweet poi cancellato); quindi si è messo a rilanciare tweet offensivi nei confronti dei quattro cardinali partiti dall’account “Habla Francisco” (Parla Francesco), che si è scoperto ieri riportare all’indirizzo e-mail di padre Spadaro alla Civiltà cattolica. E poi l’immancabile Alberto Melloni, punto di riferimento della Scuola di Bologna che lavora per una riforma della Chiesa fondata sullo “spirito” del Concilio Vaticano II.
È un vero e proprio nuovo tribunale dell’Inquisizione che, colpendo i quattro, intende intimidire chiunque abbia l’intenzione di esprimere anche semplici domande, figurarsi chi volesse esternare delle perplessità.
È un atteggiamento inquietante, una difesa del Papa quanto meno sospetta da parte di chi ha apertamente contestato i predecessori di papa Francesco. E solo per aver posto delle semplici domande di chiarimento a proposito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che, come chiunque può constatare, ha dato origine a interpretazioni opposte e sicuramente non conciliabili. Al proposito bisogna ricordare che i “Dubia” sono uno strumento molto utilizzato nel rapporto tra vescovi e Congregazione per la Dottrina della Fede (e attraverso questa con il Papa). La novità in questo caso è semplicemente nell’aver resi pubblici questi Dubia, ma dopo ben due mesi di vana attesa di una risposta, che i quattro cardinali hanno legittimamente interpretato come un invito a proseguire la discussione.

domenica 27 novembre 2016

FIDEL, IL LÍDER MAXIMO CHE HA PERSEGUITATO I CRISTIANI FINCHÉ HA POTUTO

Dietro gli incontri ufficiali con i Papi e le strette di mano, Fidel Castro è stato uno spietato tiranno anche con i cristiani

26 Novembre 2016

Roma. L’ultima volta che Fidel Castro ha incontrato il Papa risale a poco più di un anno fa. Era settembre e Francesco, prima di mettere piede negli Stati Uniti, aveva deciso di fare tappa a Cuba. Trenta minuti di colloquio a casa del dittatore in pensione, al termine della messa che era stata celebrata nella piazza della Rivoluzione dell’Avana. Il clima, raccontò Padre Federico Lombardi, all’epoca direttore della Sala stampa vaticana, era stato cordiale e informale. Francesco aveva donato a Fidel due libri di Alessandro Pronzato sull’umorismo e la fede, alcuni cd del gesuita Armando Llorente, morto nel 2010 e professore di Castro quando quest’ultimo aveva studiato dai gesuiti, una copia dell’enciclica Laudato Si' e una dell’esortazione Evangelii Gaudium. Da parte sua, l’anziano Líder Maximo in tuta Adidas aveva contraccambiato con il volume “Fidel e la religione”, di Frei Betto. Temi dell’incontro: difesa dell’ambiente e attualità.


Il Papa, nel suo primo discorso in terra cubana aveva espresso i suoi “sentimenti di speciale considerazione e rispetto a Fidel”. Mossa diplomatica e di cortesia e nulla di più, ma che aveva creato malumore tra le file dei dissidenti. Tre anni prima, nel 2012, fu Benedetto XVI a incontrare Fidel: nessuna visita a domicilio, ma un incontro in nunziatura. Castro chiese consiglio a Ratzinger su quali libri leggere per passare il tempo e in seguito al viaggio del Pontefice sull’isola caraibica, fu ripristinato il Venerdì Santo come festa civile.

Di certo, però, l’incontro rimasto nella storia è quello del 1998, quando Castro ancora tiranno incontrastato di Cuba accolse ai piedi della scaletta dell’aereo l’anziano Giovanni Paolo II, che a tutti i costi aveva voluto visitare l’isola della Revolución. La frase simbolo del viaggio fu quella pronunciata da Karol Wojtyla appena atterrato: “Possa Cuba aprirsi con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e possa il mondo aprirsi a Cuba”. Giovanni Paolo II aveva chiesto – oltre alla fine del pluridecennale embargo statunitense – più libertà per il popolo e per la chiesa. Fidel rispose ripristinando il Natale come festa civile e concedendo qualche spazio di manovra e azione alla chiesa, pur sotto il ferreo e mai messo in discussione controllo delle autorità statali. In tutte e tre le tappe, fondamentale è stato il contributo di cucitura e pazienza del cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana e da pochi mesi a riposo per raggiunti limiti d’età. La sua strategia si è basata per oltre trent'anni nel dialogo con il governo, anche a costo di ricevere critiche dalla comunità cristiana in patria e all'estero. Il successo maggiore è stato l'accordo con gli Stati Uniti, propiziato anche dal ruolo silenzioso del cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano.

Ma dietro gli incontri ufficiali, i doni, gli abbracci e i calorosi saluti, la storia racconta di un dittatore spietato con le opposizioni e con i cristiani. Un anno fa, pochi giorni dopo il viaggio di Francesco sull’isola, AsiaNews, portale del Pontificio istituto missioni estere, pubblicò la lettera di un esule che aveva come unico fine quello di “parlare di una realtà diversa da quella che il mondo ha visto in questi giorni. Da essere umano libero, ho voglia di scrivere e dire quello che penso del regime comunista all’Avana e come cattolico, voglio dire quello che mi piacerebbe vedere nella chiesa cubana, come frutti che io spero da questa visita”.

“Perché non chiamare le cose con il loro nome, chiamando ‘dittatura’ il governo dell’Avana e chiedendo pubblicamente che esso garantisca ai cubani libertà e una vita senza persecuzioni e senza paura? Fa male vedere che lo stesso regime che si beffava (e si beffa) di Dio , la chiesa, i religiosi e le religiose, il Papa, abbia ricevuto Francesco fingendo di dare l’immagine di un governo rispettoso degli esseri umani e dei loro diritti. E quello che mi fa più male è sapere che esso non ha alcuna intenzione di cambiare”.

E a corroborare la tesi, si elencavano le schedature dei semplici fedeli che volevano partecipare agli incontri con il Pontefice (messa compresa), molti dei quali messi in stato di fermo (donne comprese) solo perché sospettati di essere contro il regime. Il timore era che si replicasse quanto avvenuto nel 1998, quando Giovanni Paolo II durante l’omelia pronunciata durante la messa all’Avana pronunciò tredici volte la parola “libertà”, con i fedeli che iniziarono a scandire – in forma ritmata – “Libertad! Libertad”.

QUARERE DEUM

"In base alla storia degli effetti del monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova cultura.
Benedetto XVI al College des Bernrdins

Ma come avveniva questo? Quale era la motivazione delle persone che in questi luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto?

 Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato.

La loro motivazione era molto più elementare.
Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio.

Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio.

Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice che erano orientati in modo “escatologico”.


BENEDETTO XVI: College des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008

I DISSENSI NELLA CHIESA


 (De la musique avant toute chose)



Tira una brutta aria. Tempo di divisioni, il nostro, e non solo nella società civile, ma - quel che è assai più grave - anche nella chiesa. Fratture profonde, contrasti che si incattiviscono. Sbaglieremmo se pensassimo che quel che serve è uno sforzo di buona volontà per comporre i dissidi, trovare un compromesso e “andare d'accordo”. Non è questione di diplomazia ma di armonia, cioè di “musica”.
CHICAGO SIMPHONY ORCHESTRA
Lo dice chiaramente il nostro Origene: «Dobbiamo apprendere col massimo impegno la scienza dell'armonia (consonantiae disciplina), perché come in musica, se l'armonia delle corde sarà stata aggiustata in modo da suonare insieme (consonanter aptata) essa produrrà il dolce suono di un canto ben modulato; ma se c'è una qualche dissonanza nella lira, essa emette un suono sgradevolissimo e la dolcezza della melodia si corrompe: così, anche quelli che combattono per Dio, se hanno tra di loro dissensi e discordie, saranno in tutto sgraditi  e nulla di loro piacerà a Dio, anche se portano a termine molte guerre, e ammassano un grande bottino e gli offrono molti doni. [...] Dico anche qualcosa di più: se non sarai diventato capace di eliminare qualsiasi dissenso rispetto ai comandi di Dio e qualsiasi discrepanza dai precetti evangelici, tu non potrai vincere il nemico e non potrai superare l'avversario». [Origene, Omelie sui Numeri, 26,2]
Nella chiesa, il problema non è la molteplicità di voci, né la diversità dei ritmi, né l'ampiezza degli intervalli, né la varietà dei timbri. Il problema è l'accordatura di tutti e di ciascuno all'unica nota fondamentale, che è quella del Logos. Ciascuno dunque pensi alla propria, di intonazione: ascolti la nota del “canto del Logos”, la senta vibrare dentro di sé, registri se è in consonanza ... e solo allora canti.
Ripeto: il problema della chiesa è innanzitutto “musicale” (nel senso in cui i Padri intendono la musica). La cattiva musica che si fa tanto spesso nelle chiese durante la liturgia è soltanto l'epifenomeno di una sordità ben più profonda, di una mancanza di “armonia ecclesiale” che fa sentire i suoi effetti in tutta la vita della chiesa.

 leonardolugaresi.wordpress.com

NON C'È PACE SU AMORIS LAETITIA

Il Papa tace ma il neocardinale suo amico parla e accusa.
L’ARCIVESCOVO COLIN FARREL, prefetto del nuovo dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, appena promosso Cardinale, ha tirato una bordata violentissima contro uno dei suoi colleghi americani più rappresentativi, Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia e presidente, negli States, della commissione episcopale per l'applicazione di "Amoris laetitia.
E la bordata ha riguardato proprio questa controversa esortazione postsinodale, oggetto nei giorni scorsi di un clamoroso appello, fin qui inascoltato, di quattro cardinali al papa, perché sia fatta chiarezza sui suoi passaggi più ambigui e generatori di conflitti. "Io non condivido il senso di ciò che l'arcivescovo Chaput ha fatto", ha detto  il nuovo "capo” vaticano della pastorale della famiglia. "La Chiesa non può reagire chiudendo le porte ancor prima di ascoltare le circostanze e la gente. Non è così che si fa".

La principale "colpa" di Chaput, secondo Farrell, è di aver pubblicato all'inizio dell'estate per la sua diocesi di Philadelphia delle linee guida che tradirebbero le aperture di "Amoris laetitia", poiché non ammettono alla comunione i divorziati risposati tranne nel caso che vivano come fratello e sorella.
Quando invece secondo Farrell "dobbiamo cercare di trovare le vie per portarli alla piena comunione", seguendo gli insegnamenti di papa Francesco.

Inoltre, Farrell ha detto che invece di lasciare che ogni vescovo faccia nella sua diocesi ciò che ha fatto Chaput, si dovrebbe prima aspettare che l'intera conferenza episcopale di ciascuna nazione si riunisca a decidere una linea comune, senza più divisioni tra un vescovo e l'altro.
Vista l'asprezza dell'attacco, per di più "ad personam", il Catholic News Service ha chiesto a Chaput se voleva replicare. E gli ha inviato quattro domande scritte.
Prima però va aggiunto che in una parallela intervista al progressista "National Catholic Reporter" Farrel ha anche detto di non capire perché mai dei vescovi e dei cardinali pretendano dal papa chissà quali chiarimenti alle presunte oscurità di "Amoris laetitia".
"Io penso che il papa abbia già parlato", ha detto, riferendosi alla nota lettera nella quale Francesco ha approvato come unica giusta l'esegesi fatta dai vescovi argentini della regione di Buenos Aires, favorevole alla comunione ai divorziati risposati che vivono "more uxorio".

REPLICA ALL'INTERVISTA DEL CARDINALE FARRELL
di Charles J. Chaput, Arcivescovo di Philadelphia
D. – La commissione ad hoc di cui lei fa parte ha in programma una consultazione con l'intera conferenza episcopale degli Stati Uniti su come applicare "Amoris laetitia"?
Cattedrale di San Pietro e Paolo, Philadelphia
R. – L'ha già fatto. La commissione ha sollecitato riflessioni ed esperienze da parte dei vescovi di tutto il paese. Questo lavoro è stato completato qualche settimana fa. Il rapporto della commissione è stato presentato all'allora presidente della conferenza, l'arcivescovo Kurtz. Il cardinale DiNardo, come nuovo presidente, presumibilmente ne farà l'uso che lui e la dirigenza della conferenza troveranno appropriato.
D. – Perché ha ritenuto importante pubblicare nella sua arcidiocesi le linee guida pastorali che sono entrate in vigore il 1 luglio?
R. – Perché sia il documento finale del sinodo sia papa Francesco in "Amoris laetitia" hanno incoraggiato i vescovi di ciascun luogo a fare così. In realtà la domanda è un po' strana. Sarebbe molto più pertinente chiedere perché mai un vescovo dovrebbe ritardare l'interpretazione e l'applicazione di "Amoris laetitia" a beneficio del suo popolo. Su una materia così vitale come il matrimonio sacramentale, esitazioni e ambiguità non sono né sagge né caritatevoli.
Come si sa, sono stato delegato al sinodo del 2015 e poi eletto e confermato nel consiglio sinodale permanente. Ho quindi una familiarità con la materia e il suo contesto che il cardinale designato Farrell forse non ha.
"Amoris laetitia"  è stata pubblicata l'8 aprile. Le nostre linee guida erano già pronte il 1 giugno, dopo aver consultato il nostro consiglio presbiterale, il consiglio pastorale arcidiocesano, i vescovi ausiliari, la facoltà teologica del seminario e una varietà di liturgisti, canonisti e teologi, sia del laicato che del clero, i quali tutti hanno prodotto eccellenti riflessioni. Abbiamo aspettato fino al 1 luglio per completare una messa a punto finale. Altri vescovi hanno emesso le rispettive linee guida e le risposte adatte alle circostanze delle loro diocesi, che solo loro, in quanto vescovi del luogo, conoscono in reale profondità.
D. – Il cardinale designato Farrell ha detto a CNS che, a suo giudizio, sotto la guida del capitolo ottavo di "Amoris laetitia" un pastore non può dire a tutti i divorziati e civilmente risposati: sì, fai la comunione. Ma nemmeno può dire a tutti: no, la comunione non è possibile a meno che viviate come fratello e sorella. Come risponde a questa osservazione?
R. – Mi chiedo se il cardinale designato Farrell abbia davvero letto e compreso le linee guida di Philadelphia che sembra mettere in questione. Le linee guida mettono un chiaro accento sulla misericordia e la compassione. Ciò ha senso in quanto le circostanze individuali sono spesso complesse. La vita è complicata.  Ma misericordia e compassione non possono essere separate dalla verità e rimanere virtù autentiche.La Chiesa non può contraddire o aggirare la Scrittura e il suo stesso magistero senza invalidare la sua missione. Questo dovrebbe essere ovvio. Le parole di Gesù stesso sono molto dirette e radicali, in materia di divorzio.
D. – Ha qualche altro commento che desidererebbe fare?
R. – Penso che ciascun vescovo negli Stati Uniti provi una speciale fedeltà a papa Francesco come Santo Padre. Noi viviamo questa fedeltà facendo il lavoro al quale siamo stati ordinati come vescovi. Secondo il diritto canonico – per non dire secondo il senso comune – il governo di una diocesi appartiene al vescovo del luogo come successore degli apostoli, non a una conferenza, sebbene una conferenza di vescovi possa spesso offrire un valido spazio per la discussione. In quanto ex vescovo residenziale, il cardinale designato Farrell sicuramente lo sa. E questo rende i suoi commenti ancora più strani, alla luce del nostro impegno per una collegialità fraterna.

dal blog di Sandro Magister

mercoledì 23 novembre 2016

L'AFFETTO CHE CI STRAPPA DAL NULLA


TEMPI Novembre 22, 2016 Pietro Piccinini
GIANCARLO CESANA (foto Ansa)
Nell’epoca delle fragilità e dei desideri impazziti, ecco una proposta piena di ragione, verità e amicizia. La testimonianza di Giancarlo Cesana tra don Giussani e Freud


Non c’è bisogno di andare fino in America dove le università (sì, le università) stanno organizzando lezioni, incontri e “spazi sicuri” per dare sostegno psicologico agli studenti scioccati (sì, scioccati) dalla vittoria di Trump. Anche qui da noi, e da tempo, l’educazione mostra gravi segni della tendenza a ridursi a una sorta di guscio mentale protettivo contro l’impatto con la realtà. Basta osservare il moltiplicarsi nelle scuole italiane di corsi antibullismo, antistereotipi, antitutto, che spesso, non a caso, sono guidati da psicologi o esperti vari: più che una “guerra ai pregiudizi” ormai è una vera e propria guerra al giudizio. Cioè alla realtà. Ma è di questo che hanno bisogno i giovani? È di questo che abbiamo bisogno noi?

Ecco, in un contesto simile il libro di Giancarlo Cesana andrebbe tenuto fisso sul comodino. Insegnanti, genitori, educatori in genere, anche studenti, tutti dovrebbero averlo sempre a portata di mano. Perché Ed io che sono? (La Fontana di Siloe, 127 pagine, 10 euro) parla proprio di psicologia e di educazione, ma senza dare istruzioni per l’uso o suggerire formule magiche antiqualcosa, semplicemente restituendo entrambe le cose al loro ambito. E a entrambe il loro fascino. Cesana ha passato una vita su questi temi, sia per professione (è medico e psicologo) sia per passione (ha affiancato per oltre trent’anni don Luigi Giussani nella conduzione di Cl). Il libro perciò è anche una testimonianza. Soprattutto, è un libro strano perché si muove appunto “tra psicologia ed educazione”, come recita il sottotitolo, ma tutto ruota attorno al problema dell’affezione, l’affetto, l’energia che principalmente sostiene la vita dell’uomo, direbbe san Tommaso.

Un giudizio dell’intelligenza
È strano perché la preoccupazione di Cesana è spiegare la differenza tra psicologia ed educazione, una differenza che non conoscono più nemmeno gli insegnanti, eppure per farlo l’autore non smette mai di parlare di affezione. Forse perché è così grande la confusione affettiva sotto il cielo, che perfino una cosa naturale come educare ormai ci sembra essere un esercizio da psicologi.
E invece Cesana dice: sbagliato appaltare l’educazione agli esperti. Perché è sbagliato pensare che l’affetto, la vita, sia un problema psicologico.
L’affetto per Cesana – e qui arriva una delle definizioni spiazzanti che caratterizzano il suo approccio – «è un giudizio dell’intelligenza». L’amore non è un sentimento, non è una pulsione. È un giudizio. Un giudizio «carico di attaccamento all’altro, in quanto segno di un positivo per me». Ed è proprio «la divisione tra affezione e giudizio» l’origine della fragilità psicologica in cui siamo immersi. Infatti «tutte le patologie mentali», scrive Cesana, ultimamente «sono disturbi dell’affetto, ossia della capacità di attaccarsi e godere della realtà». E non a caso «il primo e reale rimedio al disagio psichico» è sempre un rapporto: «Senza transfert, senza affezione, non ci può essere una valida psicoterapia». E ancora: «Senza rapporto, senza essere voluto da un altro e volere un altro, l’Io non sussiste, non capisce il proprio significato».

lunedì 21 novembre 2016

IL PAPA E' VERAMENTE INFALLIBILE?

Da una conversazione di Benedetto XVI con Peter Seewald in Luce del mondo (pp. 22-26)


Per la Chiesa Cattolica il Papa è il Vicarius Christi, il rappresentante di Cristo in terra. Ma lei veramente può parlare a nome di Cristo?

Nell’annuncio della fede e nell’amministrazione dei sacramenti, ogni sacerdote parla e agisce su mandato di Gesù Cristo, per Gesù Cristo. Cristo ha affidato la sua Parola alla Chiesa. Questa Parola vive nella Chiesa. E se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui parlo per Lui, anche se nel dettaglio possono esserci delle insufficienze, delle debolezze. Quel che conta è che io non esponga le mie idee ma cerchi di pensare e vivere la fede della Chiesa, di agire su Suo mandato in modo obbediente.

Il Papa è veramente “infallibile”, nel senso in cui a volte lo presentano i mass media? E cioè un sovrano assoluto il cui pensiero e la cui volontà sono legge?

Questo è sbagliato. Il concetto dell’infallibilità è andato sviluppandosi nel corso dei secoli. Esso è nato di fronte alla questione se esistesse da qualche parte un ultimo organo, un ultimo grado che potesse decidere. Il Vaticano I – rifacendosi ad una lunga tradizione che risaliva alla cristianità primitiva –alla fine ha stabilito che quell’ultimo grado esiste. Non rimane tutto sospeso! In determinate circostanze e a determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni in ultimo vincolanti grazie alle quali diviene chiaro che cosa è la fede della Chiesa. E cosa non è
Il che non significa che il Papa possa di continuo produrre “infallibilità”. Normalmente il Vescovo di Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa. Solo in determinate condizioni, quando la tradizione è chiara ed egli sa che in quel momento non agisce arbitrariamente, allora il papa può dire: “Questa determinata cosa è fede della Chiesa”. In questo senso il Concilio Vaticano II ha definito la facoltà della decisione ultima: affinché la fede potesse conservare il suo carattere vincolante.


Il ministero petrino – così Lei spiegava – garantisce la concordanza con la verità e la tradizione autentica. La comunione con il Papa è presupposto per una fede retta e per la libertà. Sant’Agostino aveva espresso questa idea così: dove c’è Pietro, c’è la Chiesa, e lì c’è anche Dio. Ma è un’espressione che viene da altri tempi, oggi non è più valida…

In realtà l’espressione non è formulata in questi termini e non è di Agostino, ma ora non è questo il punto. In ogni caso si tratta di un assioma anche della Chiesa Cattolica: dove c’è Pietro, c’è la Chiesa. Ovviamente il Papa può avere opinioni personali sbagliate. Ma come detto: quando parla come Pastore Supremo della Chiesa, nella consapevolezza della sua responsabilità, allora non esprime più la sua opinione, quello che gli passa per la mente in quel momento. In quel momento egli è consapevole della sua grande responsabilità e, al tempo stesso, della protezione del Signore; per cui egli non condurrà, con una siffatta decisione, la Chiesa nell’errore ma al contrario, garantirà la sua unione con il passato, il presente ed il futuro e soprattutto con il Signore. Questo è il nocciolo della faccenda e questo è quello che percepiscono anche altre comunità cristiane.

LA WATERLOO DEL GIORNALISMO


Al vertice della disinformazione Giovanna Botteri, Rai

 di Cesare Maffi  italia oggi


Lungo, lunghissimo è l'elenco di coloro che si mangiano le mani. La vittoria di Donald Trump lascia uno strascico di lacrimosi, di delusi, di frustrati, perfino d'increduli (fino alla certezza matematica della sconfitta di Hillary Clinton) che Belzebù potesse prevalere.
Bisognerebbe aprire la lista con i commentatori, titolati o improvvisati, di casa nostra, i quali per mesi hanno dipinto Trump come la quintessenza del male, dell'imbecillità, della sprovvedutezza, garantendo che avrebbe trionfato la dolce, brava, esperta futura prima presidente donna degli Stati Uniti.

Possiamo additare, come modello di questa enorme disinformazione partigiana e prevenuta, la corrispondente della Rai Giovanna Botteri. Ha in continuazione ritratto come uomo della vergogna il «miliardario», il «magnate», sfrontato e offensivo, cupo e torvo di fronte alla trionfante Hillary, per la quale sprecava encomi, con toni assurdamente enfatici esaltandola come nume tutelare di tutte le minoranze oppresse dai cattivi alla Trump. La sua propaganda, condotta a spese di chi paga il canone, le avrà prodotto un mal di fegato, come del resto a tutti gli analisti, i corrispondenti, gli esperti, gli americanisti, compatti nell'auspicare e nel prevedere (difficile distinguere i pronostici dagli auspici) il trionfo della Clinton.

Sovente tali annunci evitavano di approfondire l'analisi stato per stato, pur essendo i risultati determinati esclusivamente dal conto dei delegati. Il ruolo dei grandi elettori è stato finalmente esaminato soltanto negli ultimi giorni, anzi, da alcuni sprovveduti nelle ultime ore. Ovviamente fra i vinti figurano i sondaggisti, che hanno fornito sia dati con alternanze impossibili, sia travolgenti vittorie della Clinton, tanto complessive quanto in un sovrabbondante numero di stati.

Hanno così trionfato i silenti, quelli che ai sondaggi non rispondono ma poi votano: la vecchia maggioranza silenziosa. Se ne dolgono, adesso, i difensori di quelle tante minoranze che da noi ritengono debbano sempre essere tutelate a prescindere. Piangono perché si è affermata una minoranza che loro detestano: i bianchi incazzati (e poveri, va aggiunto). Infatti le lacrime più amare le versano i radical chic, i progressisti ricchi, sdegnati perché quelli che un tempo erano definiti proletari non votano democratico né negli Stati Uniti né in Italia. L'alta finanza ha votato per la Clinton e adesso si lamenta, come si vede dalle borse. Gli operai, invece, hanno votato per Trump: coloro che restano a bocca aperta di fronte a tale fenomeno sono gli stessi che non hanno mai capito come nell'Italia settentrionale il partito di maggioranza nelle fabbriche sia la Lega.

Ovviamente i quattro quinti della classe politica nostrana sono in lutto, partendo da Matteo Renzi, il quale più volte si è speso in ammirazioni per la Clinton, non si sa quanto produttivamente per il nostro Paese: se Trump avesse notato l'appoggio renziano, potrebbe perfino esserselo legato al dito. Piangono, come quelle signore che, intervistate da una Rai clintoniana di ferro, spiegavano che avrebbero votato per la Clinton «perché è donna». 
(...) Questa America ha confermato di non essere socialista, di non volere la politica sociale propagandata da Obama, di non apprezzare il buonismo così in voga presso i democratici americani (e italiani).

giovedì 17 novembre 2016

BURKE SPIEGA I DUBIA: "IN ATTO UNA DIVISIONE TREMENDA"

di Benedetta Frigerio

LA NUOVA BUSSOLA 17-11-2016



Dopo la pubblicazione dei cinque “dubia” (dubbi) avanzati da quattro cardinali al papa e relativi all’esortazione apostolica Amoris Laetita, uno di loro è intervenuto per sottolineare come la decisione grave, ma comunque ammessa dal diritto canonico, presa con sincero spirito filiale e amore alla Chiesa, deve essere vista come “un atto di carità, unità e preoccupazione pastorale, invece che come un’azione politica”. 

Sono le parole del National Chatolic Register che ieri ha intervistato il cardinale Raymond Burke, patrono del Sovrano militare ordine di Malta. “Sua Eminenza, cosa pensa di ottenere con questa iniziativa?”, gli ha domandato il giornalista Edward Pentin. “Solo una cosa – ha replicato il cardinale – ossia il bene della Chiesa. Ce ne sono molti altri certamente, ma questi cinque punti critici hanno a che fare con i princìpi morali immutabili. Perciò noi, come cardinali, abbiamo giudicato nostra responsabilità a richiedere un chiarimento relativo a tali questioni, in modo da porre fine a questa confusione dilagante che sta di fatto guidando le persone nell’errore”.

La mancanza di verità, infatti, sta producendo lacerazioni enormi. Basti pensare, ha proseguito Burke, che “i preti sono divisi fra loro, i preti dai vescovi, i vescovi fra loro. E’ in atto una divisione tremenda”.
L’ambiguità di fondo è contenuta nel capitolo ottavo dell’A.L., per cui ci sono direttive di alcune diocesi secondo cui i preti in confessionale possono, “se lo ritengono necessario, permettere a una persona che vive un’unione adultera, e che continua a viverla, di accedere ai sacramenti, mentre in altre diocesi, in accordo a quella che è sempre stata la pratica della Chiesa, un prete può dare questo permesso solo a chi prende il fermo proposito di pentimento e di vivere castamente”. Poi ha ricordato cosa dice il Vangelo sull’adulterio, per cui il matrimonio sarebbe messo in pericolo dalla prima prassi, la quale, se ammessa, nega o l’indissolubilità o il fatto che la Comunione è davvero il corpo di Cristo. Inoltre il punto non concerne solo la comunione ai divorziati, bensì l'esistenza di norme morali immutabili e di un male intrinseco e oggettivo di una determinata azione.

Brandmuller, Burke, Caffarra, Meisner
Perciò, a chi giudica politica l’azione dei cardinali, Burke ha ribadito rincarando che la risposta a questi dubbi deve essere pubblica perché molte persone dicono: “Siamo confuse e non capiamo perché i cardinali o qualche autorità non interviene per aiutarci”. E ancora: “Posso assicurare che conosco tutti i cardinali coinvolti e che questa decisione è stato intrapresa con il più grande senso di responsabilità come vescovi e cardinali. Ma è anche stata intrapresa con il massimo rispetto per il ministero petrino”. Infatti, riguardo all’idea del papa come un rivoluzionario che deve cambiare la Chiesa il cardinale ha chiarito che non è questa la funzione di Pietro, ma quella di difendere la dottrina servendo le verità di fede, così come sono state tramandate dalla Chiesa fin dai primi tempi.

A questo punto Pentin si è chiesto cosa possono fare da soli quattro cardinali e la risposta è stata: “La questione è la verità. Nel processo di san Tommaso Moro qualcuno gli ha detto che molti dei vescovi inglesi avevano accettato l’ordine del re e lui ha replicato che poteva anche essere vero, però il santo in cielo non accettò (…) anche fossimo stati uno, due o tre, se si tratta di una questione di verità essenziale alla salvezza delle anime, allora dove essere detta”. Il giornalista ha incalzato domandando a Burke chi bisogna seguire in caso di conflitto sulla verità della tradizione: la tradizione o l’autorità? Il cardinale ha risposto che “ciò che vincola è la tradizione. L’autorità della Chiesa esiste solo per servire la tradizione. Penso al passo di san Paolo nella lettera Galati (1, 8): “Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema”. Perciò, nel caso in cui un papa dicesse un’eresia, sarebbe "un dovere, come già accaduto storicamente, dei cardinali e dei vescovi chiarire che il papa sta insegnando una cosa errata e chiedergli di correggerla”.


Insiste Pentn: e se il Papa non rispondesse ai dubbi esposti? "Esiste, nella tradizione della Chiesa, la pratica della correzione del pontefice romano. Si tratta di qualcosa di molto raro ovviamente. Ma se non ci ricevessimo risposta ai dubbi, allora direi che dovremmo correggere con un atto formale un errore grave", ha concluso il porporato.