lunedì 20 febbraio 2017

IL CAOS DELLE MIGRAZIONI, LE MIGRAZIONI NEL CAOS

IL VERO REALISMO CRISTIANO


L’Ottavo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo dell’ Osservatorio Cardinale Van Thuan (edito da Cantagalli) quest’anno ha per titolo “Il caos delle migrazioni, le migrazioni nel caos”.

Lo studio, appena pubblicato, è molto accurato. Nella presentazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi si trovano enucleati i veri criteri con cui la dottrina sociale della Chiesa ha sempre giudicato il fenomeno migratorio.

Si possono riassumere così: esiste “il diritto di emigrare, ma c’è anche, e forse prima, un diritto a non emigrare” e “il dovere della comunità internazionale è di intervenire sulle cause prima che sulle conseguenze”.

L’emigrazione non è traumatica solo per i paesi europei, ma anche per i paesi d’origine: “molti episcopati africani” ricorda Crepaldi “insistentemente invitano i propri figli a non andarsene, a non farsi attrarre da proposte illusorie, ma a rimanere per contribuire al progresso del loro Paese”.

Crepaldi sottolinea inoltre che “non esiste un diritto assoluto ad immigrare, ossia ad entrare in ogni caso in un altro Paese. I Paesi di destinazione hanno il diritto di governare le immigrazioni e di stabilire delle regole”.

Anche perché hanno “il dovere di salvaguardare la propria identità culturale e garantire una integrazione effettiva e non un multiculturalismo di semplice vicinanza senza integrazione”.

Il “realismo cristiano” spiega Crepaldi insegna a “non chiudersi a chiave davanti a questi fenomeni epocali”, ma anche a “non cedere alla retorica superficiale”.

Anche perché i governi hanno il dovere di proteggere la propria nazione e se “molti migranti sono senz’altro bisognosi, altri possono emigrare con obiettivi meno nobili” e bisogna tener presente che “esistono reti di sfruttamento delle persone e disegni di destabilizzazione internazionale”.

Il “realismo cristiano” – dice il vescovo – non fa di ogni erba un fascio, perché “è evidente che l’immigrazione islamica ha alcune caratteristiche proprie che la rendono particolarmente problematica. Riconoscerlo è indice di realismo e buon senso e non di discriminazione”.

Con ciò “non si tratta di dare colpe all’Islam, ma di prendere atto che ‘nell’Islam’ ci sono elementi che impediscono di accettare alcuni aspetti fondamentali di altre società e specialmente di quelle di lontana tradizione cristiana”.
Perciò, parlando di integrazione, “è prudente non considerare gli immigrati tutti egualmente in modo indistinto, comprese le culture e le religioni di provenienza”.


LE VERE CAUSE NON DETTE

Quanto poi alle vere cause della marea migratoria che è esplosa di botto qualche anno fa, Stefano Fontana ed Ettore Gotti Tedeschi, nel libro, tracciano un quadro che fa riflettere.
Fontana osserva che i profughi che fuggono da guerre e persecuzioni “sono pochi” (perlopiù dalla Siria destabilizzata anzitutto dalla politica di Obama).

La gran parte è una migrazione economica, ma non dovuta alla fame: “i dati mostrano che spesso a partire sono individui abbastanza benestanti desiderosi di migliorare ulteriormente la propria situazione”.

Prendiamo paesi come Senegal o Ghana, senza conflitti e con buona crescita economica: “i motivi economici non spiegano migrazioni di questo tipo” e “il costo dell’accoglienza di un immigrato è superiore al beneficio che egli può dare al Paese che lo accoglie”. Conclusione: “non si tratta di fenomeni spontanei”.

Gotti Tedeschi, l’economista che Benedetto XVI volle a capo dello Ior, dopo aver considerato i vari motivi (economici o climatici) addotti da alcuni per giustificare questa migrazione, conclude: “Credo che quasi nessuna di queste spiegazioni sia realmente sostenibile per spiegare il fenomeno nella sua interezza. Una serie di considerazioni e riflessioni lascia invece immaginare che detto fenomeno, più che spiegabile attraverso analisi tecniche e valutazioni economiche, sia stato previsto e voluto per modificare la struttura sociale e religiosa della nostra civiltà, in pratica per ridimensionare il cattolicesimo, religione assolutista, fondamentalista e dogmatica”, come viene giudicata dalla cultura “politically correct” oggi dominante che “nel mondo globale pretende culture omogenee e, magari, una sola religione universale, una religione molto laica, tipo luteranesimo, o, ancor meglio, una religione molto gnostica, tipo l’ambientalismo”.


LA DEREGULATION ANTROPOLOGICA

In effetti il Nuovo Ordine Mondiale, che ha avuto il suo centro ideologico imperiale nell’amministrazione Obama/Clinton e nell’Onu, ha imposto in questi anni, insieme alla deregulation economica, la deregulation etica e antropologica (abortismo, Gender ec) per spazzar via identità e religioni e ridurre tutto all’individuo consumatore; ha imposto una fanatica “religione ambientalista”, lo sdoganamento dell’Islam (con la proibizione obamiana di parlare di “terrorismo islamico”) e la lettura in chiave positiva delle maree migratoie, come fenomeni da favorire in tutti i modi.

Oggi sono questi  i pilastri ideologici che dominano in Occidente, iniziato appunto nell’epoca Obama.


È MORTO MICHAEL NOVAK


Tra la libertà e l’America
di ROCCO BUTTIGLIONE

Era considerato uno dei maggiori pensatori cattolici statunitensi Michael Novak, morto a Washington il 17 febbraio. Nato a Johnstown, in Pennsylvania, il 9 settembre 1933, Novak aveva seguito da Roma per il «National Catholic Reporter» il concilio e da questa esperienza era nato il libro The Open Church (1964). Diplomatico, filosofo e teologo, è stato autore di decine di scritti, tra cui The Spirit of Democratic Capitalismo (1982), che ebbe un notevole impatto sui dibattiti politici degli anni ottanta, e “The Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism” (1993), nel quale riafferma la centralità dell’uomo e il potenziale dell’economia di mercato. Dall’opera di Jacques Maritain, di cui era grande ammiratore, trasse la propria concezione della persona umana. In un lungo articolo pubblicato nel 1990 su «First Things» lo definisce «il vero architetto della tradizione cattolica moderna sia in Europa che in America latina». Al grande pensatore francese Novak riconosceva il grande merito di aver elaborato le fondamenta della democrazia liberale con un linguaggio aristotelico, ancorandolo alla concezione tomista della legge naturale. (solène tadié)

Ha amato la Chiesa e ha amato l’America. Era convinto che questi due amori fossero perfettamente compatibili l’uno con l’altro e anzi che la Chiesa avesse bisogno dell’America e che l’America avesse bisogno della Chiesa.
L’America di Michael Novak era il paese del libero mercato, in cui ognuno con i suoi sforzi era in grado di guadagnarsi da vivere e, magari, anche di fondare un impero industriale.

Era un paese in cui lo Stato faceva poche cose, ma bene, e una grande massa di bisogni sociali trovavano risposta attraverso la libera iniziativa delle associazioni e delle comunità, e in modo particolare delle Chiese. Era convinto che la libera iniziativa fosse il motore dell’economia e della società, diffidava dello Stato e, naturalmente, era contrario al socialismo.

Credeva nella solidarietà ma era contrario ad affidarne la realizzazione allo Stato. È stato uno dei protagonisti intellettuali della rivoluzione reaganiana che ha ridato forza all’economia americana e al primato degli Stati Uniti nel mondo. Era orgoglioso di essere amico di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. È stato forse (insieme con Richard John Neuhaus) il primo cattolico vissuto e sentito come una guida intellettuale non solo dei cattolici ma di tutto il popolo americano.

Poi è venuta l’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Il Pontefice riconosce senza riserve il valore della libertà, e anche della libertà economica. La libertà però esiste per rendere possibile il dono di sé nell’amore, per costruire comunità. E nessun uomo può essere abbandonato al suo destino anche se non riesce a farcela con le sue sole forze. La libertà è legata intrinsecamente con la solidarietà. La libera iniziativa e anche il capitale esistono per rendere possibile il lavoro, il lavoro per tutti. L’economia di mercato ha bisogno di essere sostenuta e limitata da sistemi etici, giuridici e religiosi per impedire che la persona umana sia fatta a pezzi dai meccanismi del mercato.

Michael Novak fu subito entusiasta di questa enciclica, si diede da fare per diffonderla negli Stati Uniti e anche nei paesi dell’Est ai quali era legato a causa della sua origine slovacca. Diceva che il Papa aveva capito sino in fondo il cuore dell’America, ma che proprio per questo le poneva anche una sfida etica a cui essa non si poteva sottrarre: quella di costruire una società più giusta.
Giovanni Paolo II lo volle conoscere e da allora il suo orgoglio più grande fu quello di essere un amico del Papa. Questo incontro lo indusse a sviluppare alcuni temi che non erano del tutto assenti nel suo pensiero precedente ma non avevano certo il rilievo che poi hanno preso.

La parola “capitalismo” non ha lo stesso significato negli Stati Uniti e in America latina. Negli Stati Uniti significa libertà di impresa. In America latina significa il monopolio di élite ristrette che si impadroniscono di tutte le risorse e mantengono grandi masse umane in condizioni di indigenza e di semischiavitù.
 Anche nei paesi più avanzati si va affermando in questi ultimi decenni un altro tipo di capitalismo che vuole fare denaro con il denaro, senza investire e senza creare occupazione, lavoro e benessere per tutti. Ha vinto l’occidente la sfida etica lanciata da Giovanni Paolo II? Sembra proprio di no.


Michael Novak è stato un testimone cristiano nel suo tempo, attento a tutti questi sviluppi. Proprio questo lo ha indotto a entrare in un dialogo simpatetico con il magistero di Papa Francesco che proprio questa crisi dell’occidente denuncia con inesausta energia. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Steubenville, alla Franciscan University dove insegnavamo insieme un corso breve. Abbiamo parlato per una settimana del Papa venuto dall’America latina, delle molte incomprensioni ma anche delle grandi potenzialità di questo pontificato per gli Stati Uniti. Ancora la Chiesa e l’America, i suoi grandi amori, e la fede come anima dell’America. È impossibile ricordare Michael Novak senza dire una parola su Karen, la moglie che tanto lo ha amato e che lui ha tanto amato. Adesso è tornato insieme con lei nel regno dei cieli dove sboccano alla fine tutti gli amori veri. 

FEDE CATTOLICA NEL SACRAMENTO E COMUNIONE CON I PROTESTANTI.



Chi frequenta la “blogsfera ecclesiastica” avrà notato che negli ultimi giorni si è tornati a parlare del tema dell'intercomunione, cioè della possibilità che anche i protestanti prendano parte alla comunione eucaristica. Nel novembre di due anni fa, papa Francesco durante la sua visita alla comunità luterana di Roma, a una signora luterana sposata con un cattolico che gli chiedeva se poteva fare la comunione insieme con il marito,  rispose con le parole che si possono trovare qui: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/11/16/si-no-non-so-fate-voi-le-linee-guida-del-papa-allintercomunione-con-i-luterani/.
Joos van Wassenhove, 1473, Urbino
Prego i miei meno che venticinque lettori di non formalizzarsi se rinvio ad un sito notoriamente critico nei confronti di papa Francesco: prescindano pure, se vogliono, dai commenti di Magister, ma leggano con attenzione le parole pronunciate dal papa, che sono integralmente riportate dalla trascrizione ufficiale. Per quanto ne so e per quel poco che ne capisco, a me sembrano le più “problematiche” tra tutte quelle che Francesco ha detto finora nel corso del suo pontificato.
Qualche giorno fa, il cardinale Kasper, che oggi conta parecchio nella chiesa, in un'intervista televisiva ha risposto così alla stessa domanda: «Sì, la comunione comune in certi casi penso di sì. Se [due coniugi, uno cattolico e uno protestante] condividono la stessa fede eucaristica – questo è il presupposto – e se sono disposti interiormente, possono decidere nella loro coscienza di fare la comunione. E questa è anche la posizione, penso, del papa attuale, perché c'è un processo di venire insieme; e una coppia, una famiglia, non si può dividere davanti all'altare».
Stupisce che né il papa, né il cardinale Kasper (e nemmeno, a dire il vero, molti di quelli che si sono stracciate le vesti alle loro parole, qui nella blogsfera) abbiano sentito il bisogno di riferirsi innanzitutto al Catechismo della Chiesa Cattolica (ma serve ancora? Anzi: è ancora in vigore?), dove la risposta c'è già. Ed è – questa è la notizia, praticamente uno scoop, visto lo scarso conto che si tiene di quello strumento – affermativa. Ma a certe condizioni. (Dio e il diavolo, come si dice, stanno entrambi nei particolari).
Leggiamolo, allora, questo benedetto catechismo che, per chi ama ancora la chiarezza delle idee e delle parole che le esprimono, è una goduria per quanto è scritto bene.
«1400. Le comunità ecclesiali sorte dalla Riforma, separate dalla Chiesa cattolica, “specialmente per la mancanza del sacramento dell'Ordine, non hanno conservata la genuina ed integra sostanza del Mistero eucaristico” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 22]. Per questo motivo, non è possibile, per la Chiesa cattolica, l'intercomunione eucaristica con queste comunità. Tuttavia, queste comunità ecclesiali “mentre nella santa Cena fanno memoria della morte e della Risurrezione del Signore, professano che nella Comunione di Cristo è significata la vita e aspettano la sua venuta gloriosa” [Conc. Ecum. Vat. II, Unitatis redintegratio, 22]».
«1401. In presenza di una grave necessità, a giudizio dell'Ordinario, i ministri cattolici possono amministrare i sacramenti (Eucaristia, Penitenza, Unzione degli infermi) agli altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, purché li chiedano spontaneamente: è necessario in questi casi che essi manifestino la fede cattolica a riguardo di questi sacramenti e che si trovino nelle disposizioni richieste [Cf Codice di Diritto Canonico, 844, 4]».
Essendo scritto bene, si capisce bene che cosa vuole dire: la chiesa cattolica i sacramenti non li tiene per sé, ma proprio perché non sono di sua proprietà bensì li amministra in nome di Cristo, nel metterli a disposizione di tutti i cristiani non può fare quel che le pare e piace ma è tenuta ad averne la cura che è richiesta quando si custodisce un tesoro che non ci appartiene.
Certo che un protestante può fare la comunione (e può confessarsi! ma di questo, curiosamente, non si parla mai), però a certe condizioni,  molto  chiare e ragionevoli: a) in presenza di una grave necessità; b) non per decisione individuale ed autonoma, ma a giudizio dell'autorità della chiesa; c) professando la fede cattolica riguardo ai sacramenti; d) essendo nelle disposizioni ordinariamente richieste anche ai cattolici per ricevere legittimamente la comunione eucaristica.
Perché quel che dice il catechismo (che è del 1992, mica del medioevo) oggi sembra non andare più bene? Dove sta  il problema? Sta in quel «professare la fede cattolica nei sacramenti». Ma non è un problema dei protestanti.

È un problema dei cattolici.

giovedì 16 febbraio 2017

GRAZIE MONS. LUIGI

Ieri, monsignor Luigi Negri, che aveva compiuto 75 anni lo scorso 26 novembre, ha annunciato alla città che dal 4 giugno il nuovo Arcivescovo di Ferrara sarà mons. Giancarlo Perego, cremonese, direttore della Fondazione “Migrantes”.


Mons. Negri, che ha dato un caldo benvenuto al suo successore,  ha ricordato il senso del cammino di questi quattro anni: amare e confermare la fede del «popolo che mi è stato affidato», nella granitica certezza che «la fede è l’unica vera grande risorsa che rende positiva la vita».
In una intervista di alcuni mesi fa al Foglio, Mons. Negri aveva parlato con crudo realismo della situazione delle chiesa in Italia:  
“  (…) Dove stia, la ragione della debolezza, Negri lo dice subito dopo: “Come dice san Giacomo, la religione pura consiste nel soccorrere i bisognosi ma soprattutto nel non uniformarsi alla mentalità di questo mondo”.  Il problema è che “oggi ci troviamo di fronte una cristianità che ragiona secondo il mondo e che non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità della vita. In tal senso ci troviamo di fronte a una crisi culturale della cristianità italiana”.
Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”.
Un quadro allarmante, una diagnosi che necessiterebbe di una terapia forte: “Credo davvero che occorra, a tutti i livelli e ciascuno nel suo campo, riproporre il cristianesimo nella sua oggettiva radicalità, per renderlo attuale ovvero un’esperienza pienamente corrispondente alle esigenze dell’uomo d’oggi”.
Si potrebbe obiettare a mons. Negri che – considerato il livello di secolarizzazione che ormai ha permeato anche la società italiana – la terapia delineata appare di non così facile applicazione. Soprattutto, non si vede chi potrebbe metterla in pratica: “Devo dire che a questo livello la delusione più cocente – non solo mia ma di molti ecclesiastici veramente preoccupati per la presenza significativa del cristianesimo nella nostra società – è la sostanziale vanificazione del mondo associativo e laicale: è come se non ci fossero più i movimenti e le associazioni a sostenere il necessario e continuo confronto col mondo.
La speciosa giustificazione è che non è più il tempo delle proposte forti che, quando ci sono, vengono additate come crociate. Senza considerare poi il fatto che un minimo di sensibilità storica dovrebbe far vergognare del modo con cui tanto mondo cattolico parla di crociate, fenomeno che non si conosce assolutamente e che viene criminalizzato sulla base di un laicismo insopportabile”.
Non è comunque una Chiesa chiusa o arroccata quella che monsignor Negri affida al suo successore, tutt’altro: è una Chiesa che deve incontrare ed evangelizzare, consapevole di essere immersa in «una società senza Dio e contro Dio», e che proprio per questo mostra il suo «volto diabolico».
Parole queste che a Ferrara continueranno ad essere vive e seguite.  


SEDAZIONE PROFONDA, EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO

 Bettamin Welby Englaro: un tentativo di disinformazione

Non c’entra l’eutanasia, e men che meno il testamento biologico, e non ha niente a che vedere con Piergiorgio Welby o Eluana Englaro la morte di Dino Bettamin, il malato terminale di SLA che è stato accompagnato nei suoi ultimi giorni di vita da trattamenti palliativi, come previsto dalle nostre leggi e dai protocolli sanitari.
Tutto il chiasso, gli articoli, i proclami che si fanno intorno al povero Bettamin sono pure strumentalizzazioni, per cercare di creare un clima di consenso intorno a un obiettivo, l’eutanasia, che di consenso popolare in realtà ne ha ben poco.
E’ brutta e ambigua l’espressione “sedazione terminale” con cui spesso viene chiamata la sedazione applicata a Bettamin, e anche il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), che se ne è occupato in un parere recente, ha proposto un nome diverso, che rispecchia meglio la realtà dei fatti: “sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte”.
Si tratta di cure palliative che vengono somministrate quando si verificano contemporaneamente alcune condizioni, e cioè: il paziente deve essere vicino alla morte, a causa di una malattia inguaribile arrivata oramai a uno stato avanzato, e in presenza di sintomi cosiddetti “refrattari”, cioè che non si possono controllare in nessun altro modo se non riducendo il livello di coscienza, anche fino ad annullarla (in altre parole, addormentando il malato). Concretamente i sintomi refrattari più frequenti, come ricorda il parere del CNB, sono “la dispnea, il dolore intrattabile, la nausea e il vomito incoercibili, il delirium, lirrequietezza psico-motoria, il distress psicologico o esistenziale”.
Dino Bettamin si trovava esattamente nelle condizioni appena descritte. La sedazione non aveva lo scopo di ucciderlo, ma di sedare la sua sofferenza grave, perché era il solo modo di calmare il suo stato di angoscia incoercibile, che gli operatori non erano riusciti ad alleviare né farmacologicamente né con un approccio psicologico.
Per essere sottoposti a questo tipo di sedazione quindi non è sufficiente chiederlo, ma devono sussistere le condizioni che abbiamo appena descritto, condizioni di appropriatezza clinica. Come avviene per qualsiasi altro trattamento medico: banalmente, per avere un antibiotico non basta chiederlo, ma devono esserci i presupposti giusti dal punto di vista clinico.
Non c’entra l’eutanasia, perché Dino Bettamin non è stato ucciso, ma sedato e accompagnato alla fine, perché era un malato terminale. Non c’entra il testamento biologico, perché Bettamin era in grado di esprimere direttamente il proprio consenso alla sedazione, un consenso attuale, non scritto in precedenza, quando stava bene, per un futuro ipotetico (come invece prevede la legge sul fine vita attualmente in discussione in parlamento).
Non c’entra Welby, che non era in stato terminale e aveva chiesto per sé l’eutanasia, per iscritto e pubblicamente, alla massima autorità dello stato (ricordiamo la lettera al Presidente Napolitano). Non potendo averla perché vietata in Italia, Welby ha voluto continuare la sua battaglia per l’eutanasia, interrompendo la respirazione artificiale –cosa legittima dal punto di vista legale – ma seguendo una procedura il più simile possibile a un atto eutanasico: è stato Welby a indicare con precisione, passo dopo passo, il percorso per morire. E ha voluto che il dottore che si è prestato allo scopo, Mario Riccio, eseguisse le sue indicazioni pedissequamente.
Per capire quanto possa essere diverso l’atteggiamento di un medico, ricordiamo che il palliativista Giuseppe Casale, interpellato da Welby, aveva accettato di staccare il respiratore artificiale ma con modalità non eutanasiche, garantendogli comunque che non avrebbe sofferto. Ma Welby e i suoi amici radicali non solo rifiutarono il protocollo proposto, ma addirittura lo denunciarono per essersi rifiutato di eseguire le volontà stringenti di Welby.

“Gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. [...] Ma lui vuole essere addormentato e subito staccato dal respiratore”, spiegò Casale in un’intervista.
E infine, non c’entra Eluana Englaro, che non era terminale, non aveva avuto colloqui con specialisti di coma e stato vegetativo ma ne aveva parlato con gli amici e con i familiari: insomma, non aveva espresso nessun consenso informato, ed è morta disidratata. Speriamo almeno sufficientemente sedata.
Sul fine vita le differenze sono spesso sottili, ma fondamentali. Speriamo che lo capiscano giornalisti e opinionisti che spesso discettano di eutanasia e testamento biologico senza capire le differenze da caso a caso; e speriamo che lo capisca anche qualche politico (come il sottosegretario Borletti Buitoni) che ancora sostiene che il dj Fabo, reso gravemente disabile da un incidente, sta aspettando la legge sul biotestamento in discussione alla Camera per morire.

Senza rendersi conto che nessuna legge sul testamento biologico, nemmeno la più apertamente eutanasica, potrebbe dargli quello che chiede, cioè il suicidio assistito.

l'Occidentale
15 Febbraio 2017


mercoledì 15 febbraio 2017

LA CACCIA ALLE STREGHE CONTRO STEPHEN BANNON

LA SCONFITTA DELLA CLINTON È LA SCONFITTA DELLE ELITE MEDIATICHE, IL VERO PARTITO DI OPPOSIZIONE A TRUMP

Nell’attacco conformista dei media a Trump c’è un bersaglio polemico speciale: Stephen K. Bannon, lo stratega del nuovo presidente.
I media – che hanno militato per Hillary Clinton – hanno fatto di lui una sorta di “uomonero”, un Rasputin, ricorrendo ai più stantii codici della demonizzazione.

D’altronde i media sono parte dell’establishment e come tali sono trattati da Trump e da Bannon. Il quale Bannon è un tipo che si rivolge al “New York Times” e agli altri fogli liberal affermando che sono “media delle élite” e non hanno “nessuna autorità” per dire ciò che gli americani vogliono dal nuovo presidente.

Bannon afferma che il sistema mediatico è stato letteralmente “umiliato” dal voto degli americani ed è oggi – di fatto – “il partito di opposizione” dell’attuale amministrazione.

Aggiunge che “i media dovrebbero essere imbarazzati e umiliati” per lo smacco subito e dovrebbero “tenere la bocca chiusa per un po’ ” per “imparare ad ascoltare”.

Perché essi “non capiscono questo paese e continuano a non capire il motivo per cui Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti”.

Il risultato delle elezioni – prosegue – dimostra che “i media d’élite hanno sbagliato al 100 per cento, hanno avuto torto marcio” e la vittoria di Trump è stata per loro “una sconfitta umiliante che non potranno mai lavare via, che sarà sempre lì”. Ecco perché – dice Bannon – “non avete più il potere. Siete stati umiliati”.

CHI E’ STEVE BANNON

E’ ovvio che un tipo simile sia detestato dal sistema mediatico. Ma non si capisce perché i giornali italiani lo demonizzano scimmiottando quelli americani e non hanno la minima curiosità di capire il suo pensiero.
Intanto va detto che viene da una famiglia irlandese, di operai, cattolici ed elettori democratici. Dettagli molto importanti per capire il Bannon di oggi.

Il quale ha un curriculum di tutto rispetto: laurea in pianificazione urbana, poi master alla Georgetown University, quindi un MBA con lode alla Harvard Businnes School. Si arruola come ufficiale nella Marina, poi approda alla Goldman Sachs, la potentissima banca d’affari dove capisce come funzionano le élite, quindi va a lavorare a Los Angeles nel mondo della produzione e della distribuzione e nel 2012 diventa executive chairman di “Breitbart” facendone uno dei più importanti network conservatori: è vicino al “Tea party”, contro il “politically correct” dei liberal, contro l’aborto e pure contro l’establishment repubblicano che – come i democratici – non si cura dei “dimenticati” e del massacro sociale provocato dalla globalizzazione e dalla crisi.
Nel 2016 diventa coordinatore della campagna elettorale di Trump e oggi è membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
C’è una sintesi del suo pensiero in una conferenza tenuta nel 2014 all’Istituto “Dignitatis humanae”, vicino al card. Burke.

ORRORE:TRUMP RIPRISTINA I VECCHI GABINETTI

La festa è finita: il genere percepito non vale più, ma conta l’anagrafe

I maschi vanno nel bagno dei maschi, e le femmine in quello delle femmine. Con questa ennesima decisione, una delle primissime prese dal dipartimento della Giustizia, della nuova amministrazione Trump, che sta facendo montare l'ennesima polemica ovviamente internazionale (è un decreto antistorico, razzista e discriminatorio), si capisce ancora meglio come si era ridotta la precedente amministrazione Obama, e perché la Clinton ha perso le elezioni.
Con il Medio Oriente in fiamme, i terroristi alle porte, la migrazione clandestina che cresce e l’occupazione che cala, con la delocalizzazione delle grandi industrie nel continente asiatico, con l’aumento di disordini e delle violenze razziali nelle città, con il flop della riforma sanitaria, l’amministrazione Obama non ha trovato di meglio che occuparsi intensamente dei gabinetti pubblici, inserendo anche in questo campo il criterio del gender.
L'ex presidente ha ritenuto necessario stabilire, tramite direttiva della Casa Bianca, che si può andare nei bagni secondo il "genere percepito”, e non secondo quanto scritto all’anagrafe, cioè, banalmente, se si è maschi o femmine. Con tutte le conseguenze imbarazzanti del caso (chi decide come accertare le infrazioni? Come controllare se uno va nei gabinetti giusti?). Salvo poi sorprendersi del mancato ritorno in termini elettorali. 
 A livello di consenso elettorale, i gabinetti non pagano, si potrebbe dire. Ma c’è dell’altro. 
Fermo restando che se dicessi di sentirmi un’astronauta non per questo mi farebbero, non dico guidare, ma neanche entrare in un’astronave, e forse chiamerebbero i camici bianchi; dubitando fortemente che per i transgender fosse questione di vita o di morte frequentare i gabinetti pubblici secondo il genere percepito al momento, e non secondo la carta d’identità; anche ammesso che i transgender siano tantissimi, e che frequentino in modo massiccio i gabinetti pubblici; ricordando pure il grande traguardo dei matrimoni gay a cui tutta l’America avrebbe dovuto plaudire; ecco, tenendo ben presente tutto questo, suggeriamo sommessamente alla vecchia amministrazione Obama e ai democratici (anche di casa nostra) di fare comunque quattro conti e provare a capire quanto reale consenso portino politiche come queste.

loccidentale 13 Febbraio 2017


martedì 14 febbraio 2017

JOHN HENRY NEWMAN: LA COSCIENZA E LA VERITÀ


È in atto una lotta plurisecolare fra la Chiesa Cattolica e il soggettivismo, che cerca di stabilire il primato del giudizio privato come  norma efficace per tutta la vita cristiana. L'attacco del soggettivismo al Vangelo è radicato non solo nella "interpretazione privata" che la Riforma fa della Scrittura, ma nel successivo individualismo e relativismo che ha caratterizzato l'Occidente moderno e post-moderno. E’ lo stesso errore al quale il cardinale Newman si oppose nel 19° secolo.

Su questo tema ecco un intervento di Hermann Geissler, direttore del Centro internazionale Amici di Newman

La riduzione dell’uomo alla sua soggettività non lo rende libero, ma schiavo dell’opinione pubblica.

Chi parifica la coscienza con la convinzione superficiale la identifica con una sicurezza solo apparentemente razionale, tessuta in realtà di presunzione, conformismo e pigrizia; la degrada non raramente a meccanismo di assoluzione e ignora che essa rappresenta la trasparenza del soggetto al Divino.

La riduzione della coscienza a certezza soggettiva è allo stesso tempo «sottrazione della verità», lasciando la persona sola in mezzo a «un deserto senza strade».

Quasi 150 anni fa, John Henry Newman aveva già denunciato questa interpretazione soggettivistica e immanentistica della coscienza, scrivendo nella sua famosa Lettera al Duca di Norfolk (1874):

«Quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza, non intendono assolutamente i diritti del Creatore, né il dovere che, tanto nel pensiero come nell’azione, la creatura ha verso di Lui. Essi intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio…
La coscienza ha diritti perché ha doveri; ma al giorno d’oggi, per una buona parte della gente, il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell’ignorare il Legislatore e Giudice, nell’essere indipendente da obblighi che non si vedono. Consiste nella libertà di abbracciare o meno una religione…
La coscienza è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una contraffazione, di cui i diciotto secoli passati non avevano mai sentito parlare o dalla quale, se ne avessero sentito, non si sarebbero mai lasciati ingannare: è il diritto ad agire a proprio piacimento».

Queste parole rivestono tuttora un’attualità sorprendente: oggi la coscienza è spesso confusa con l’opinione personale, il sentimento soggettivo, il proprio piacimento.
Per molti non significa più la responsabilità della creatura nei confronti del Creatore, ma la totale indipendenza, l’assoluta autonomia, la pura soggettività.
Il santuario della coscienza è stato “desacralizzato”. La responsabilità nei confronti del Creatore è stata bandita dalla coscienza.

Le conseguenze di questa visione deformata della coscienza ci stanno davanti agli occhi: emancipandosi dalla responsabilità nei confronti del Creatore, infatti, l’uomo tende a segregarsi anche dal prossimo. 
Vive nel piccolo mondo del proprio io, spesso senza prendersi cura dell’altro, senza interessarsi dell’altro, senza sentirsi corresponsabile per l’altro. 

Il puro individualismo e la ricerca illimitata del piacere e del potere oscurano il mondo e rendono sempre più difficile la convivenza pacifica tra gli uomini. Pur vedendo in modo realistico tutte queste sfide, non dobbiamo tuttavia cedere alla tentazione del pessimismo. Le intuizioni di John Henry Newman, infatti, possono aiutarci a trovare delle risposte adeguate. (...) 

(tratto da TEMPI)

Leggi anche Card. Ratzinger 1990
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19900428_ratzinger-newman_it.html

lunedì 13 febbraio 2017

LA CHIESA MEDIATICA



Negli ultimi giorni ho ripensato spesso a queste parole di don Luigi Giussani: «per incontrare la Chiesa io devo incontrare degli uomini, in un ambiente. Non esiste la possibilità di incontrare la Chiesa universale nella sua interezza, è un'immagine astratta: s'incontra la Chiesa nella sua emergenza locale e ambientale. E uno la incontra esattamente come possibilità di serietà critica, così che l'eventuale adesione - adesione grave perché da essa dipende tutto il significato dell'esistenza - possa essere totalmente ragionevole». (L.Giussani, Perché la chiesa. I. La pretesa permane, Milano 1990, p.31)

In effetti, quella descritta da don Giussani era, totalmente, l'esperienza  della chiesa che facevano i cristiani dei primi secoli e, in misura larghissima e preponderante, quella dei cristiani vissuti nei secoli successivi, almeno fino a cinquanta/sessanta anni fa. Per i cristiani, poniamo, di Corinto, di Efeso o di Antiochia nel I o nel II secolo, il cristianesimo era veramente solo «la Chiesa nella sua emergenza locale e ambientale»: certo, sapevano che c'erano altri cristiani “fino ai confini del mondo”, credevano di essere in comunione con loro come membra di un unico corpo di Cristo, ma l'esperienza della chiesa che avevano stava tutta nel rapporto diretto, concreto (e perciò, come nota acutamente don Giussani, anche “criticamente serio”) con uomini e donne che conoscevano personalmente e con cui si incontravano almeno una volta alla settimana. Volti reali, del mondo reale.
Anche nei secoli della cristianità, quando la chiesa cattolica aveva un'organizzazione molto più strutturata e capillare, ai cristiani non sarebbe neanche passato per l'anticamera del cervello che fosse possibile «incontrare la Chiesa universale nella sua interezza». A due semplici fedeli del XVII secolo come Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, tanto per dire, che cosa poteva mai importare che il papa regnante fosse Urbano VIII o qualcun altro? Forse ne sapevano il nome, ma di certo non ne conoscevano il volto e le parole. Persino il loro vescovo, Federigo Borromeo, diventa per loro una presenza concreta solo quando delle circostanze eccezionali glielo fanno incontrare. La chiesa è don Abbondio e la gente della parrocchia (e la ricerca di un carisma che aiuti a rendere quella presenza significativa e autorevole non va oltre Pescarenico: padre Cristoforo!).
Certo, le cose sono cambiate, dapprima lentamente e poi in modo sempre più veloce con l'andare dei tempi: forse  è stato Pio IX il primo papa con cui i fedeli di tutto il mondo hanno avuto un rapporto “mediatico” di devozione, il primo visto in fotografia (e le immagini del “papa prigioniero in Vaticano” entrarono nelle case di tanti buoni cattolici che si commossero per lui9; e il Vaticano I è stato il primo concilio di cui si sono occupati i giornali. Ma la vera svolta c'è stata a partire dal Vaticano II, un concilio in cui - come ha ricordato più volte Benedetto XVI - l'influenza dei mezzi di comunicazione di massa fu così forte ed invasiva, che si può parlare in realtà di due concili, quello reale e quello mediatico (che in molti casi ha finito per prevalere sull'altro). E da allora si è avviato un processo di mediatizzazione della vita della chiesa che non si è più fermato.
Penso che sia assolutamente necessario riflettere in modo approfondito su questo aspetto della presente situazione, in cui, diversamente da tutti i venti secoli precedenti,  per un sempre maggior numero di persone il rapporto con la chiesa è diventato prevalentemente (quando non esclusivamente) mediatico. In che cosa consiste oggi, per la maggioranza delle persone, la visibilità della chiesa? Molto di più nel papa, che si vede dappertutto, che fa notizia, di cui si parla continuamente; oppure in altri personaggi ecclesiastici o in “eventi” di massa che però sono sempre pubblicizzati dai media; oppure nel “discorso pubblico” sulla chiesa dilagante in rete e sui giornali in mille siti. Molto di meno nell'esperienza diretta di un incontro nella vita quotidiana, sul posto di lavoro o lì dove si abita.
L'illusione di poter incontrare «la Chiesa universale nella sua interezza» è perciò molto più diffusa (e pericolosa) oggi di un tempo (anche rispetto a quando don Giussani scriveva quelle parole, ormai trent'anni fa). E le conseguenze teologiche di questo cambiamento di prospettiva credo che non siano state ancora valutate adeguatamente.

Esiste, per esempio, un serio problema con il “papato mediatico”: germinato probabilmente già con Pio XII, aggravatosi con Giovanni XXIII, ingigantitosi con Giovanni Paolo II e oggi deflagrato con Francesco. Quello che bisognerebbe capire, è che non è un problema esterno, dei media: i media ne sono la condizione e la concausa, ma il problema è della chiesa. Non è un problema di comunicazione, è un problema di concezione.

venerdì 10 febbraio 2017

IL PRESIDENTE IMPREVISTO NEMICO DEL POTERE



C'è'imbarazzo della scelta, è sempre il suo turno: la prima occasione di stamattina per l'attacco al presidente americano è il "dietrofront di Trump rispetto alla Cina" ovvero il suo ripensamento in favore politica della Cina unica. Per 'Repubblica' un passo indietro rispetto all'apertura precedente a Taiwan. Ma più che il fatto in sé, comunque una libera critica, ciò che mi ha colpito è l'incongruenza e la pericolosità delle considerazioni.

LE CRITICHE A PRESCINDERE
La prima critica che Federico Rampini fa a Trump (escludendo il corollario di invettive contro il presidente o meglio "il singolare personaggio che alloggia alla Casa Bianca" che sarebbe iracondo, impulsivo, invaghito di se stesso e quant'altro),  è che il suo modo di far politica non esclude ripensamenti o cambiamenti di strategia.
Ora è sconcertante tutto questo, giacchè sappiamo tutti che il programma di Trump era ben definito ma che per l'ostilità delle piazze rosa e degli ex alleati europei, ha spesso dovuto 'annacquare' le prospettive di cambiamento che si era prefissato di iniziare. Le pressioni sono state così forti che è stato costretto a ridimensionare la squadra di governo inserendo persone gradite a certi ambiti repubblicani che aveva promesso di combattere.
I media stanno contribuendo ed hanno contribuito a 'prescindere' a costruire una immagine di Trump negativa; essi si sono schierati apertamente contro, ben prima della critica ai suoi primi provvedimenti di governo. Questa critica nasce soprattutto perché la sua rivale in campagna elettorale non ha vinto le elezioni. E' questo il vero motivo per cui il suo insediamento sarebbe 'illegittimo'.

L’ILARITA’ DEGLI IDIOTI
Tanta ostilità, è in gran parte costruita dai media mentre i più recenti sondaggi dimostrano che la maggior parte degli americani sostengono il presidente Trump. Non c'è giorno che in qualsiasi ambito Trump non venga criticato, anche a San Remo. Ormai come nel caso di Berlusconi, è l'oggetto dell'ilarità degli idioti. La constatazione di questo sostegno sta portando sia in America che in Europa a pensare seriamente di reprimere la diffusione alternativa di notizie e di critiche tramite la rete.

LA PREVEDIBILITA’ E’ UN VALORE?
La seconda osservazione è che l'articolista rimpiange la vecchia politica di Obama, cioè una certa "tradizione diplomatica, non sempre brillante, non sempre coronata da successo, ma almeno prevedibile". La domanda è: la prevedibilità è un valore? E da quando? Non è più importante ciò che muove? Io sono dell'avviso che solo un imprevisto buono può cambiare le cose e scompaginare una situazione deteriorata non per strategie sbagliate ma per mancanza di attaccamento al vero, a saper giudicare e cogliere l'essenziale .
Che valore hanno slogan ripetuti per anni, sempre gli stessi, incuranti e insensibile alla distruzione procurata di intere nazioni? Che valore ha la coerenza e la prevedibilità quando non è altra che  uno slogan, coerente solo con se stesso?

TRUMP COMBATTE GLI INTERESSI PARTICOLARI CONTRARI AL POPOLO AMERICANO
Trump nel discorso di inizio mandato ha promesso battaglia all'establishement e cioè agli interessi particolari che sono contrari al bene del popolo americano. E' questo il punto. Ha promesso che la sovranità con lui sarebbe tornata dalle élite,  al popolo americano. Perché si finge di non sapere? Questo punto non si affronta mai. Il giudizio sulla politica di Obama, sulla sua natura non si giudica mai. Le reazioni isteriche che abbiamo visto  tramite il discredito, in realtà vogliono evitare che questa promessa sia mantenuta.

LA RIBELLIONE DEL POTERE
 Non nascondiamoci dietro ad un dito. Tutto ciò che sta accadendo intorno a Trump è la ribellione del potere. E' da qui che proviene questa ostilità, ed a giudicare dalle dimensioni, dalla potenza, dalla sistematicità di questi attacchi, si sente sotto attacco. Si tratta di un potere che sopravvive ai governi, che fa leggi per perpetuare se stesso, per creare mentalità L'establishement: è pericoloso. Trump fa politiche per gli Stati Uniti, gli rispondono da oltre oceano: è perché mette in dubbio una dottrina che per sopravvivere ha bisogno di menzogna.


Trump può avere  mille pecche ma ha un merito: si è accorto che quel potere si è prefisso il compito di educare e non immagina altre vie. E da qui l'origine e la motivazione vera del discredito e della gogna. Per i media allineati e per le troike ogni voce dissonante merita l' etichetta di xenofoba o populista: questa è la cosa più pericolosa per una democrazia.

E' inaccettabile come in questi giorni si rimpianga Obama che ha distrutto la Libia, la Siria ed armato i terroristi: meglio essere narcisisti, farabutti e delinquenti  e sapere però due o tre cose importanti nella vita che essere un servo, convinto che siccome la vita non vale niente , l'unica cosa che salva è il servire progetti ed interessi 'superiori'.

L’ALTERNANZA E’ LEGITTIMA SOLO SE VINCONO LORO
La morale della favola è che in realtà l'alternanza è legittima solo quando non sconfessa la politica generale da mantenere e non presuppone un cambiamento di mentalità, altrimenti l'alternanza è illegittima. In sostanza i governi dovrebbero cambiare solo apparentemente senza cambiare nulla, nonostante le richieste dei cittadini vadano in un senso diametralmente opposto.

Questo è il giudizio di fondo. Poi, è legittima ogni critica.

tratto dal Blog "vietato parlare"

MONS. LUIGI NEGRI: UN CRISTIANESIMO FUORI DAL TEMPO E DALLO SPAZIO E DALLA STORIA SEMPLICEMENTE NON ESISTE!

Lettera aperta di Mons. Luigi Negri a don Federico Picchetto

Caro don Federico,

mi sono deciso a scriverti alcune righe dopo aver letto il solito pezzo pubblicato in questi giorni sul “Sussidiario’’, «La sfida della post-verità alla bellezza del vangelo». (leggi in fondo al post)
Dico ‘‘il solito pezzo’’ perché credo di averlo letto più o meno con le stesse frasi, la stessa modulazione di forma almeno 7/8 volte. Sembra che tu abbia soltanto questo da dire e mi pare, decisamente, amico mio, un po’ poco.

Sembra incredibile che una persona intelligente come tu sei possa riproporre questa revisione della storia della Chiesa immessa nella storia dell’umanità come una cosa nuova ed approfondita

Dunque, c’è il pericolo terribile (per quel che capisco) che il Cristianesimo possa legarsi strutturalmente a forme di vita, di cultura, di iniziative, di strutture, di opere, perdendo la sua originaria purezza. Il Cristianesimo, per sua natura, dici tu, deve essere puro, cioè non deve confondersi, non deve contattare quella realtà di facce, di uomini, di vita, che tu proclami essere il contesto vero della Chiesa.
La Chiesa, dunque, «ai tempi di Costantino», (ma ti ho visto una volta in un tuo articolo retrodatare l’inizio dell’errore forse già all’epoca degli Apostoli) quando si stringe con l’ellenismo rinunzia alla sua purità originaria, per collegarsi ad una forma culturale contingente, storica, e perciò sostanzialmente negativa.

Racconti una storia di tradimenti - che non sono mai documentati - dall’ellenizzazione del cristianesimo in poi. Come se il Cristianesimo, quando si collega ad una forma di vita (per carità, non si può dire che formi una forma di vita, ma si collega) tradisse la sua originaria purezza.
E poi troviamo questa incredibile storia della Chiesa moderna, dove hanno sbagliato tutti; abbiamo sbagliato ai tempi dell’800, abbiamo sbagliato con la Prima Repubblica, con la Seconda Repubblica. Abbiamo sbagliato sempre e comunque perché abbiamo compromesso l’originaria purezza.

Amico mio, ma non ti rendi conto che «l’originaria purezza» è un’espressione assolutamente ideologica che non ha nessuna consistenza?! La Chiesa è nel mondo! Il problema della Chiesa non è che si possa tirar fuori dal mondo, condannandosi così all’aridità e all’estinzione; il problema unico dello stare nel mondo è quello che ci ha insegnato Giussani: è il metodo con cui si è presenti.

LA BATTAGLIA VERA E’ ALTROVE.


A proposito delle nozze gay a Cesena e degli indignati di professione

Non ci interessano le battaglie contro, non ci piacciono le manifestazioni rabbiose, e tutti, anche quelli che a mio parere sbagliano gravemente, li riconosco e li rispetto  come miei fratelli.

Bernini, La Verità svelata dal tempo
Roma, Galleria Borghese
Ma non posso lasciare perdere la verità. La verità di cui parlo non è negare le nozze gay, o l’eutanasia, o l’aborto. Quelli sono particolari, sono effetti. Se domani mi svegliassi in un paese che ha approvato come legge tutte quelle cose sarebbe un giorno nero per tutti, ma non toglierebbe un briciolo alla verità. Se domani si instaurasse un regime ateo e omicida come in Corea del Nord, in Cina o nella vecchia Unione sovietica io non cesserei di essere quello che sono. Le leggi degli uomini mi possono rendere la vita migliore o peggiore, ma la verità sta altrove.
Il problema non è resistere, o protestare. In questo caso  “loro” ci portano a giocare sul loro terreno e, come ogni generale sa, questo è un terribile vantaggio. Le battaglie di retroguardia sono solo il difendere la fuga di chi si vede già sconfitto. Se diamo tutto il nostro vigore solo alla resistenza a menzogne vuote, sia di chi marcia per l’aborto a Washington, sia di chi inscena macabre messe in scena contro le nozze gay a Cesena,  abbiamo già perduto. Il combattimento vero è altrove.

È nel far vedere la menzogna che c’è dietro chi nega la realtà delle cose, dietro chi nega che esista una verità sull’uomo, dietro i servitori della morte, gli adoratori del nulla. Non è indignarci che ci fa vivere una vita migliore, non è protestare che raddrizzerà l’ingiustizia, non sono le petizioni o le leggi, giuste e ingiuste, che faranno rivivere i morti.

E’ nel fare vedere in che maniera il realismo della fede in Cristo può cambiare il mondo. E’ mostrare come il cristianesimo possa innalzare l’essere umano, farlo vivere meglio, indicandogli l’unica cosa in grado di portare alla vera vittoria e alla verità. Perché è la verità che vince, non io e i miei progetti anche buoni. Ed è a questa che bisogna aderire, io per primo