venerdì 17 agosto 2018

COSA C’ENTRA DIO COL CROLLO DEL PONTE MORANDI?


Rodolfo Casadei
Tempi, Agosto 16, 2018 

Dio non ha nulla a che fare con l’evento? Eppure nelle nostre orecchie e nel nostro cuore risuona l’urlo di quell’uomo che per quattro volte grida con voce sconvolta “Oh, Dio!”

Ponte Morandi (foto Ansa)

Quando settimana scorsa Matteo Zuppi vescovo di Bologna ha affermato, commentando il disastroso incidente sulla tangenziale di Borgo Panigale che aveva provocato grandi danni materiali, ma soltanto due decessi, che a proteggere la città da danni peggiori era stata la Provvidenza di Dio, molti non hanno gradito. A parte le ironie di agnostici e scettici vari, anche qualche sacerdote ha manifestato disagio. «Come prete mi dichiaro ateo di questo “dio” che a volte c’è, a volte non c’è e a volte, come in questo caso, c’è ma solo a metà!», ha replicato per esempio don Aldo Antonelli, in passato prete antiberlusconiano e oggi prete anti-Salvini. «Quando la smetteranno i nostri vescovi di propagandare questo “deus ex machina” che non è altro che il parto delle nostre ignoranze e delle nostre paure?».
Molto peggio è andata al domenicano padre Giovanni Cavalcoli, che due anni fa definì “castigo di Dio” il terremoto che colpì Norcia, Amatrice e le regioni circostanti, ipotizzando un suo eventuale collegamento con l’approvazione della legge sulle unioni civili. Il sacerdote fu ripudiato dai suoi confratelli domenicani, esecrato da molti vescovi e privato della conduzione di una trasmissione a Radio Maria. Il messaggio è chiaro: Dio non c’entra con le sciagure, non è la spiegazione della sopravvivenza di alcuni e del decesso di altri; tenete Dio alla larga dagli avvenimenti catastrofici.

Con questi precedenti, è prevedibile che nessuno si esporrà in questi giorni per indicare la mano di Dio nella catastrofe del viadotto Morandi a Genova, che sia per spiegare il destino di coloro che hanno incredibilmente scampato la morte o per trovare una ragione alla perdita della vita di tanti.

Ci si limiterà ad affidare all’amore di Dio i morti e a ricordare che la vita è dono grande e fragile, e per questo va vissuta rendendo grazie con le parole e con le opere al suo Autore.
Dio non avrebbe nulla a che fare con l’evento come tale. Eppure nelle nostre orecchie e nel nostro cuore resterà per sempre il documento visivo e sonoro di quell’uomo che per quattro volte grida con voce sconvolta “Oh, Dio!”, e la quinta “Dio santo!” mentre l’autostrada crolla insieme ai veicoli che la percorrevano.

La reazione spontanea di un uomo di fronte alla manifestazione terribile e incontenibile del Mistero. Chiunque fra noi, se si fosse trovato al posto di quell’osservatore, avrebbe quasi certamente profferito lo stesso grido. In momenti come quello, la nostra stessa natura ci spinge a riconoscere la manifestazione dell’Oltre nell’Aldiquà, l’irruzione del Totalmente Altro sulla scena della storia e delle nostre biografie.

giovedì 16 agosto 2018

CHE BELLO! E' TORNATO IL NEMICO



di Claudio Risé, da “La Verità”, 22 luglio 2018

Tira aria nuova. Lo provano le parole: quelle ripetute fino allo sfinimento decadono e tra lo stupore generale ne tornano di antiche. Più secche, irritanti, ma forse anche più vere. Per esempio torna in auge la parola nemico, detta così, senza tante storie. Come ha fatto Donald Trump da Helsinki, prima dell'incontro con Vladimir Putin, quando in un'intervista alla televisione americana Cbs ha detto: "Penso che l'Unione europea sia un nemico. Non lo credereste, ma gli europei sono dei nemici".
L'affermazione non è presentata come una questione personale, anche se il grande pupazzo gonfiato con un Trump-infante con pannolino e cellulare in mano, issato nel cielo per 16 mila sterline davanti al Parlamento di Londra con la benedizione del sindaco Sadiq Khan avrà di sicuro avuto la sua parte nella questione, e altrettanto i cortei anti Donald nelle strade di Helsinki da dove il Presidente ha rilasciato l'intervista. Ma Trump rassicura: i nemici esistono, non è uno scandalo, né una novità. Anzi: "non significa che sono cattivi”, ha continuato il presidente Usa. "Significa che sono in competizione con noi".
TURNER nave nella tempesta

Ecco un'altra volta il bambino con il suo scandaloso grido che sta cambiando il mondo: il Re è nudo. Non siamo tutti amici. Non facciamone però una tragedia. Era la storia che ci raccontavano prima che era una farsa. Subito interviene allora lo spiumacciato establishment europeo con le accorate smentite e ferme condanne, come da copione: il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk assicura che no! "Usa e Ue sono ottimi amici! Chiunque dica che sono nemici diffonde fake news", brandendo il luogo comune più usato e usurato del momento per cercare di sistemare tutto. In realtà la fake new, durata fin troppo tempo, è quella che: "siamo tutti amici". La novità assoluta è il ritorno in grande spolvero della categoria linguistica, affettiva e cognitiva dell'amiconemico, che presiede da sempre alla vita umana, alle relazioni tra le persone, e naturalmente anche tra gli Stati.
Ebbene sì: è vero che non ci vogliamo sempre bene; ma in ciò non c'è niente di male e non è il caso di farne chissà che storia. In genere, come dice il Puer Robustus Donald Trump è semplicemente perché "siamo in competizione": meglio ammetterlo, piuttosto che truccare le carte. Per esempio con Trattati commerciali truffa dove ad alcuni va benissimo, ad altri molto meno, e i produttori che non hanno voce in capitolo rischiano pesantemente, come quelli di certi formaggi di fossa, o il lardo di Colonnata, (frazione di Carrara), che però risulta prodotto anche in ben 12 regioni italiane, ma forse anche in Bulgaria, Romania e Croazia; appunto perché siamo tutti amici. L'espulsione della categoria amico-nemico dalla vita pubblica, da quella politica e dal pensiero del bravo cittadino è questione abbastanza recente, e nasce dal tentativo novecentesco di negare che ogni ordine nasce da un precedente conflitto, che va regolato. Non si tratta solo di buone maniere. Dire che ci vogliamo tutti bene, infatti, non è un fatto di educazione ma un programma culturale e antropologico fondato sulla falsificazione della realtà.. Si tratta di una questione centrale: il politicamente È il contrario del si, si, no, no cristiano, della dichiarazione di Gesù: "non sono venuto a portare la pace ma la spada", simbolo della discriminazione tra bene e male, oltre che principio maschile.

Si tratta di una questione centrale: il politicamente corretto non è solo la "semantica dell'eufemismo" presentata (molto meglio) nel libro di Nora Galli de Paratesi, ma il nuovo codice linguistico e dei rapporti umani sul quale fondare nuove leggi e regolamenti di convivenza, lontani dalla natura umana di cui ormai è perfino di cattivo gusto parlare. È lo strumento indispensabile a quell'indebolimento del soggetto umano e della sua personalità prodotto dal passaggio tardomoderno dalla decisione alla discussione, dall'azione al "discorso", dall'amore per l'amico e l'ostilità per il nemico all' indifferenza per entrambi e al ripiegamento su di sé e sui propri esclusivi interessi. È la politica e la morale del compromesso.
Sono anche i parlamenti democratici come li ha descritti già un secolo fa il filosofo della scuola di Francoforte Walter Benjamin, notando che l'indecisione e il compromesso uccidevano ogni autentica speranza e contemporaneamente alimentavano una sotterranea e pericolosa rabbia e violenza. Queste riflessioni furono scritte negli anni in cui si preparavano i grandi totalitarismi che trasformarono poi l'indecisione permanente dei parlamenti democratici nelle dittature dello "Stato d’eccezione". Servendosi di "purezze" ideali, generosità, diritto, solidarietà, eguaglianza, i dirigenti politici delle ultime versioni di mondialismo e globalizzazione, come già mostrava Carl Schmitt, hanno svuotato le categorie amico e nemico per imbrigliare i cittadini con i buoni sentimenti e così neutralizzarli, togliendo loro la capacità di decidere.

I risultati ottenuti non invogliano a continuare. Da tutta questa gentilezza e amicizia sono infatti usciti i totalitarismi, due guerre mondiali, disordine e smarrimento diffuso, e un generale indebolimento del mondo occidentale. Come evitare che la storia si ripeta? Uscire dalla falsificazione del "siamo ottimi amici", dichiarando le diversità e anche i conflitti e ripristinando l'eterna categoria dell'amico-nemico forse non basterà, ma è un passo necessario per rimettere l'uomo naturale in contatto con l'uomo autenticamente sociale. Che non è il suddito ubbidiente e politicamente corretto ma colui che crede in ciò che fa, si appassiona, si mette in gioco nella realtà, anche arrabbiandosi. E dopo è contento o magari furibondo, comunque non nascosto dietro all'ambiguità, che fa perdere forza a lui, all'altro e alla società intera. Una posizione più franca nella relazione con gli altri non ha effetti solo sulla politica, ma su ogni aspetto dell'esperienza, a cominciare dalla vita affettiva e dalla sessualità.

È il mistero, il fascino e anche l'inquietudine della differenza che suscita la passione per l'altro e quindi la generazione del nuovo (i bambini), che altrimenti terrorizza. L'energia della scoperta e della conquista che muove l'uomo verso la donna è strettamente imparentata con la dialettica amiconemico. La spinta che ci spinge verso l'altro è infatti la stessa nell'amore e nella guerra (come recita - tra gli altri un detto francese: " à l'amour comme à la guerre"). In entrambi i casi la forza protagonista è Eros, un dio armato di arco e frecce, come ha ricordato anche Franco Fornari nei suoi studi sulla guerra, condotti spesso con pacifisti di livello internazionale. Se lo si dimentica si cade in quel "romanticismo meschino" (come lo chiamava Pierre Drieu de La Rochelle) cui si ispira non solo la cattiva letteratura ma anche la cattiva politica della modernità, che cerca di nascondere i propri conflitti di interesse dietro i buoni sentimenti. Una falsificazione che rende "debole" l'uomo e la donna di oggi (accontentando il "pensiero debole" teorizzato da Gianni Vattimo ), e finisce con lo spegnere l'Eros teso a generare bambini e mondi nuovi, per ripiegare sulla sessualità tecnicizzata, egoista e impaurita da ogni cambiamento, rinnovamento e dono di sé, come quella delle coppie "free child", "libere da figli", magistralmente raccontate da Borgonovo qualche giorno fa su “La Verità”.

L'irruente Trump, che al mattino restaura le categorie amico e nemico, piazzando l'ipocrita e educata Europa tra i nemici, e al pomeriggio chiude una guerra fredda (in atto dagli anni 50 del 900), cui neppure la fine dell'Unione sovietica era riuscita a porre termine, irrita e scandalizza le élites di potere. Ma (come notavano sia il profondo e delicato Walter Benjamin che il duro Carl Schmitt), di frivola superficialità e pesanti e ben celati interessi si può morire.

lunedì 23 luglio 2018

LA NOTTE DELLE ÉLITE E L’ALBA POPULISTA



20 luglio 2018 ilsole24ore

Fuori dai giochi, dai loro tackle quotidiani, che dire delle élite politiche italiane vecchie e nuove? La formazione del governo populista scandisce il tramonto della democrazia dei partiti, collettori di credenze e di larghi interessi sociali e civili. Apre la possibilità di forgiare un cambio di regime (democratico), se la legislatura si protrarrà, a dispetto dei non pochi dubbi sulla solidità della coalizione di governo (“i piedi in due staffe” di Salvini).
Turner : navi nella tempesta
Sul declino dell’egemonia dei partiti sappiamo: la sua decadenza accompagnata dall’eclissi delle grandi credenze e motivazioni d’appartenenza ideologica; la sua metamorfosi post-ideologica, mediatica, personalizzata, finanziarizzata, a cui non ha resistito. Ha smarrito il senso profondo del gioco destra-sinistra, è quasi evaporata nella politica senza profondità che si forgia su semplificazioni e slogan che si irradiano in superficie.
La democrazia dei partiti ha sfornato un’élite politica che è apparsa ai cittadini incapace di garantire crescita e protezione dalle turbolenze di mercato, sempre più autoreferenziale, senza visione per migliorare, senza coraggio di cambiare, mentre negli ultimi trent’anni tutto intorno è cambiato. È apparsa distante, svuotata di contenuti progressivi, inadatta a brillare di luce propria se non attraverso il capo, smontata dall’astensionismo, sbaragliata dai populismi.

Perché l’alternanza destra-sinistra si era ormai persa nell’urto collusivo della grande coalizione. Non era più in grado di mediare l’aporia della nostra democrazia, tra una maggioranza di rappresentati e una minoranza di rappresentanti, già evidenziata da studiosi del calibro di Robert Dahl e Norberto Bobbio. In assenza di contenuti di destra e di sinistra sui quali contendere e con una politica sfiduciata dai cittadini, è salito in superficie il vuoto pneumatico tra “popolo” e un’élite democratica senza autorevolezza, un ossimoro in implosione. La cometa Renzi ne ha ritardato il collasso, perché finalmente era emerso un giovane a capo di un Paese invecchiato e di una classe dirigente quasi inamovibile. Finalmente un rottamatore delle inconcludenze del passato. Il primo Renzi era perciò in profonda sintonia con il mood sociale. Non l’ha saputa mantenere: le sue scelte per promuovere nuove élite traenti, il cerchio magico, si è risolto in un déjà-vu in molti “passati” del Paese. Ha cercato di comandare la linea “tutti dietro il capo”, ma dietro c’era ormai un’élite politica inconsistente, in preda alla sua litigiosità interna. Nel vuoto dell’illuminazione del leader, è riapparsa la querula implosione di un’élite ripiegata su interessi di bottega, testimonianza dell’incapacità dei partiti – ridotti a etichette – di selezionare una classe dirigente in grado di tessere il suo destino personale sul telaio dello sviluppo del Paese.
Della democrazia populista sappiamo poco. Conosciamo i contenuti destabilizzanti della protesta populista. Ora però la musica cambia. Si fa governo di un grande Paese europeo, già considerato dai “nord-continentali” the sick man of Europe, l’ultima ruota del carro, per il suo debito pubblico e, oggi, per il suo governo populista. Sappiamo che il populismo colma il collasso dell’onda, la risacca, delle élite democratiche in crisi, proponendo leader, come Salvini e Di Maio, capaci di mirare direttamente la pancia del popolo. Gaetano Mosca sosterrebbe che è un abbaglio considerare la vittoria populista come fosse del popolo sulle élite: è una pia illusione pensare che i populisti potranno realizzare gran parte delle promesse, perché, al governo, essi stessi, per colmare l’inesperienza, copiano prassi inveterate e le vecchie élite, che avevano finora criticato. Ripropongono quell’aporia che è nella democrazia rappresentativa, per cui è sempre la minoranza a governare la maggioranza. Nel prossimo futuro, assisteremo non più al pericoloso teatrino del conflitto tra élite e popolo, ma a un probabile braccio di ferro tra i leader populisti e poi, forse, con le nuove élite democratiche, se sapranno rigenerarsi a sinistra e a destra.
Per ora, dal 4 marzo è uscita una nuova classe politica che, a dispetto della sua inesperienza, si è assunta una responsabilità di governo. Deve ancora dimostrare tutto. L’avvio non felice (l’ossessione dei migranti e un decreto dignità imbarazzante) è lo scotto dell’inesperienza dei nuovi eletti al governo centrale. Per la Lega, il discorso è diverso, avvezza com’è almeno all’amministrazione delle autonomie locali. Tuttavia, anche la nuova Lega conferma che il populismo non si cura delle proprie élite, ma del proprio leader. La Lega che ha messo nel mirino Bruxelles, anziché Roma, è del “decisore” Salvini. Anche il M5S è tutto schierato dietro al “negoziatore” Di Maio.

C’È UN VESCOVO A VENTIMIGLIA



 Il Vescovo di Ventimiglia, Mons. Antonio Suetta,            a partire dall'esperienza della sua diocesi, ha risposto ai 600 firmatari della Lettera ai Vescovi Italiani del corrente mese di luglio (avente a tema l'immigrazione),  e ha inviato la lettera anche al Cardinale Bassetti, Presidente della Cei, e alla Segreteria Generale della conferenza Episcopale italiana.

Riportiamo innanzitutto le considerazioni finali, e il testo della lettera può essere letto integralmente in calce.
Il Vescovo Suetta sugli scogli fra i migranti respinti dalla Francia

“….. In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d’origine, costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, soprattutto quando scoprono che non ci sono le condizioni di fortuna sperate, sono vittime insieme alle popolazioni occidentali di “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”, come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider. 
Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti annullare le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà. Se da una parte possiamo concordare che oggi non vi sia una vera e propria guerra tra le religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo. Spesso, giunti in Europa, i migranti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appartenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa.
Come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affidato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa nel nostro problematico contesto sociale, presidio e baluardo di autentica promozione umana. Personalmente, sono convinto che il futuro dell’Europa non possa e non debba rischiare verso una sostituzione etnica, involontaria o meno che sia.
Tutte queste ragioni, che in breve ho cercato di enucleare, danno ragione di quanto è affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2241, compendia la saggezza, la prudenza e la lungimiranza della Chiesa: “Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”
A questi principi di buon senso e sapienza cristiana suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi.
Consegno questo messaggio con la più ampia libertà del cuore, non avendo da difendere posizioni di privilegio, strutture o posizioni politiche, ma guardando alla complessità del fenomeno in gioco, e alla varietà degli elementi di cui occorre tener conto affinché in questa impegnativa congiuntura, come sempre, il Vangelo di Gesù Cristo sia la bussola che orienta il cammino della Chiesa e degli uomini di buona volontà per il bene integrale del singolo e dell’umanità intera.
+ Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

 segue testo integrale della lettera

domenica 22 luglio 2018

PERCHÉ LA NAZIONE HA ANCORA UN SENSO



Il tema della patria è stato regalato a chi manipolandolo lo ha utilizzato per i propri scopi: è un inganno al quale non basta opporre il progetto europeista


L’Unione europea è visibilmente in crisi, non riesce a fare alcun passo avanti in quanto soggetto politico (anzi negli ultimi tempi ne ha fatto parecchi indietro), ma l’ideologia europeista almeno un successo importante può continuare comunque a vantarlo. Essere riuscita a delegittimare alla radice la dimensione della nazione in generale. Essere riuscita a farla passare come responsabile di tutte le sciagure novecentesche e come il ricettacolo delle più inquietanti ambiguità ideologiche, tipo quelle messe in circolazione da Matteo Salvini con il suo sciovinismo xenofobo a base di «prima gli
italiani» e «padroni in casa nostra». Il risultato è che in pochi Paesi come l’Italia ogni riferimento alla nazione appare, ormai, come il potenziale preludio di una deriva sovranista, di una dichiarazione di guerra antieuropea, come sinonimo di sopraffazione nazionalistica. Non abbiamo forse sentito ripetere fino alla nausea, ad esempio, e dalle cattedre più alte, che gli Stati nazionali significano inevitabilmente la guerra? Come se gli esseri umani avessero dovuto aspettare la Marsigliese, il Kaiser o Mussolini per trovare il motivo di scannarsi. Come se prima dell’esistenza dei suddetti Stati nazionali di guerre non ce ne fossero mai state, e come se i Romani, l’impero turco, gli Aztechi, gli Arabi dell’epoca di Maometto o mille altri non avessero tutti coperto di stragi e di morti ammazzati il proprio cammino nella storia.

Naturalmente l’ostracismo comminato alla nazione ha avuto effetto non tanto sulla gente qualunque, sulla maggioranza dell’opinione pubblica quanto nei confronti delle élites, della classe dirigente. Anche perché l’Italia, si sa, non è la Francia. Da noi la cultura della nazione era già stata messa abbastanza nell’angolo dalla storia: non per nulla la Repubblica, nata e vissuta con l’obbligo di differenziarsi dal fascismo specialmente su questo punto, ha intrattenuto a lungo un rapporto per così dire minimalista con la nazione. Come del resto le sue maggiori culture politiche fondatrici (quella cattolica e quella comunista), il cui sfondo ideologico non aveva certo molto a che fare con la nazione.

Cresciuto per decenni in questa atmosfera, l’establishment italiano — in prima fila l’establishment culturale — si è dunque trovato prontissimo, dopo la fine della Dc e del Pci, a gettarsi nell’infatuazione europeistica più acritica. Trovandovi nuovo alimento non solo alla propria antica indifferenza, al suo disinteresse nei confronti di una dimensione nazionale giudicata ormai una sorta di inutile ectoplasma, ma per spingersi addirittura fino alla rinuncia della sovranità in ambiti delicatissimi come la formazione delle leggi. Mi domando ad esempio quante altre Costituzioni europee siano state modificate come lo è stata quella italiana nel 2001 con la nuova versione dell’articolo 117, che sottomette la potestà legislativa al rispetto, oltre che come ovvio della Costituzione stessa, anche «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario». (Sulla stessa linea, pur nella sua evidente vacuità prescrittiva, anche il primo comma aggiunto nel 2012 all’art. 97, secondo il quale «le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione Europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico»).

È accaduto così, attraverso queste vie e mille altre, che il tema della nazione sia stato pian piano regalato a chi, manipolandolo ed estremizzandolo, combinandolo con i cascami del populismo, se ne è sempre più servito per i propri scopi agitatori. Espulsa dalla cultura ufficiale del Paese, tenuta in non cale dal circuito della formazione scolastica, non più elemento vivo costitutivo del modo d’essere e di pensare della classe dirigente, la nazione (o meglio la sua caricatura) è fatalmente divenuta patrimonio e strumento di una parte. La quale non ci ha messo molto ad accorgersi della sua capacità di aggregare, di commuovere, e anche di illudere, d’ingannare, se del caso di trascinare alla più vile prepotenza.

Cioè di trasformarsi in nazionalismo, appunto. Ma di chi la colpa principale mi chiedo, se non di coloro che, pur potendo e sapendo, per cecità ideologica hanno omesso di ricordare che cosa ha veramente rappresentato l’idea di nazione? Di illustrare e di far valere nella discussione pubblica la reale portata storica, le innumerevoli conseguenze positive di quell’idea?

Senza la quale, tanto per dirne qualcuna, non ci sarebbero stati il liberalismo e la democrazia moderna, la libertà religiosa, le folle di esclusi e di miserabili trasformate in cittadini, le elezioni a suffragio universale. Senza la quale non ci sarebbe stata la scuola obbligatoria e l’alfabetizzazione di massa, il Welfare e la sanità pubblica, e poi la rottura di mille gerarchie pietrificate, di tante esclusioni corporative. Senza la quale infine — scusate se è poco — non ci sarebbe stata neppure l’Italia. Cioè questo Stato scalcagnato e pieno di magagne grazie al quale, bene o male, però, nel giro di tre o quattro generazioni (una goccia nel mare della storia) un popolo di decine di milioni di persone ha visto la propria vita migliorare, cambiare come dalla notte al giorno, in una misura che non avrebbe mai osato sperare prima.

All’inganno nazionalistico che incalza e che cresce non vale opporre la speranza sbiadita e senza voce, il disegno dai contorni tuttora imprecisi e imprecisabili, del progetto europeistico. Va opposta prima di ogni altra cosa, in tutta la sua forza storica, la cultura della nazione democratica. Che più volte — ricordiamo anche questo — ha dimostrato anche di sapere aprirsi al mondo superando i confini della propria patria con la sua carica emancipatrice volta all’umanità.

CORRIERE DELLA SERA 19 luglio 2018 


VIVERE NELLA MENZOGNA PUO’ ESSERE ANCHE CONFORTEVOLE, ANCHE SE CI DISUMANIZZA


JOHN WATERS
A volte, digerire le ultime notizie dello scardinamento del mondo, si è tentati di cadere nella disperazione. Ho provato questa sensazione molto di recente, leggendo una notizia di un commentatore conservatore che era stato interrogato dall’FBI perché aveva postato una battuta spiritosa su Twitter prendendo in giro la Campagna per i Diritti Umani per aver cercato di convincere le imprese a mettere gli arcobaleni in qualche luogo visibile sui loro locali, presumibilmente come un indicatore di consenso all’agenda LGBT.

“Questo è un bell’affare. Peccato che sia successo qualcosa”, ha commentato Austin Ruse, presidente del Centro per la Famiglia e i Diritti Umani. E’ stato una evidente improvvisazione sulle metodologie di protezione in stile mafioso, ma si può contare su tipi di guerrieri della giustizia sociale per non fare barzellette. Ruse è stato segnalato dalla Campagna per i Diritti Umani e di conseguenza ha ricevuto una visita e successivamente una telefonata da un funzionario dell’FBI. Per fortuna, l’ufficiale sapeva distinguere uno scherzo da un ricatto e così è finita lì.

Ruse ha successivamente osservato che la Campagna per i Diritti Umani ha preso l’abitudine di attaccare i cristiani che difendono la morale sessuale tradizionale. Egli ha approfondito (l’accaduto):

Funziona così: Un locale di un ristorante è di proprietà di un fedele cattolico che si oppone all’agenda gay.  I gay notano che non ha l’arcobaleno gay apposto alla sua finestra. “Perché non hai l’arcobaleno sulla tua finestra”, chiedono. “Sei omofobo? Vuoi davvero che la comunità locale lo venga a sapere?” Lo puoi vedere svilupparsi da quel momento. Viene preso di mira dai ragazzi bulli locali che procedono a rendere la sua vita miserabile, forse danneggiando e anche facendo chiudere la sua attività.
Questo tipo di cose stanno crescendo ad un ritmo che comincia ad essere davvero molto inquietante. Non solo queste persone non tollerano alcun dissenso dai loro programmi, ma non si fermano fino a quando chi non condivide la loro agenda non finisce male. E la burocrazia ovunque gioca e li tratta come burloni allegri.

Il lunedì dopo la Marcia del Pride a Dublino, i giornali irlandesi hanno riportato immagini di membri dell’An Garda Siochána (la polizia) che posavano e saltavano con omosessuali vestiti con abiti completi da schiavi nazisti. L’anno scorso ho avuto occasione di riferire di un incidente in cui diversi tweeter (da parte di persone appartenenti a) LGBT mi avevano minacciato di violenza. I poliziotti sono stati gentili, ma hanno spiegato che la legge deve ancora recuperare il ritardo su questo tipo di molestie. Al momento li ho presi in parola, ma ora non sono così sicuro. Questo non è sano.

L’esperienza di Ruse mi ha portato alla mente la storia di 
Vaclav Havel (politico, drammaturgo, saggista e poeta cecoslovacco, dissidente sotto il regime marxista, subì 5 anni di prigione, ma poi, alla caduta del regime dittatoriale, divenne l’ultimo presidente della repubblica Cecoslovacca ed il primo della repubblica Ceca, ndr), nel suo saggio “Il potere dei senza potere“, a proposito del fruttivendolo che mette il manifesto alla finestra con lo slogan “Lavoratori del mondo unitevi“. Havel ci porta nella mente del fruttivendolo, che espone il manifesto essenzialmente come gesto di obbedienza. Il segno potrebbe leggersi facilmente come: “Ho paura e quindi sono senza dubbio obbediente” – ma questo farebbe perdere al fruttivendolo la faccia. Il manifesto “Lavoratori del mondo” serve sia le esigenze del fruttivendolo che quelle del regime. Allo stesso modo avviene con le etichette adesive con l’arcobaleno. Il manifesto o l’adesivo diventa così un altro tipo di segno: dell’operazione all’interno di una cultura di una ideologia. Questa è la sua vera funzione.

L’ideologia, spiega Havel, è il “collante” quasi metafisico che tiene insieme un sistema di potere totalitario, rendendo complici tutti coloro che in verità ne sono le vittime. Lo scopo dell’ideologia è quello di disumanizzare, di persuadere le persone a rinunciare alla propria identità umana a favore di un’identità corporativa. L’ideologia fornisce i “guanti” con cui il sistema raggiunge il suo obiettivo in modi che appaiono esteriormente privi di coercizione. Consente di armonizzare l’essere umano con il sistema, ma questa schiavitù diventa invisibile, nascosta dietro alti motivi e ideali. L’ideologia pretende che le esigenze del sistema derivino da quelle della vita.

L’ideologia offre agli esseri umani anche l’illusione dell’identità, della dignità e della moralità, “rendendo loro più facile partecipare” a tutte queste cose.  L’autoconservazione del fruttivendolo è quindi subordinata ad “un automatismo cieco che fa avanzare il sistema“. Esponendo il manifesto, il fruttivendolo collude con il proprio schiavismo. Havel parla del “panorama” di slogan che disseminano il paesaggio del rituale della dittatura di stampo sovietico.

sabato 7 luglio 2018

IL DOGMA VIVE IN TE


 LEONARDO LUGARESI
The dogma lives loudly within you, and that's of concern. Con queste parole la senatrice democratica Dianne Feinstein, nel settembre scorso durante un'udienza pubblica di una commissione del Senato degli Stati Uniti ha espresso la sua opposizione alla nomina di Amy Coney Barrett a giudice della corte di appello in quanto cattolica. Bisogna essere grati alla senatrice Feinstein per la limpida chiarezza con cui ha espresso la sua posizione: era dai tempi dell'impero romano che non si udiva, da parte di un'autorità pubblica, una così esplicita dichiarazione di ostilità alla fede cristiana.

Il Nemico conosce profondamente il cristianesimo, sa bene ciò che odia, ed è in grado di ispirare frasi di assoluta perfezione e di sinistra bellezza, come quella citata. Se volete ascoltarla in originale, dalle labbra della senatrice, la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=PFewYEyoIa0.
Ora pare che il presidente Trump stia pensando di nominare la signora Barrett giudice della corte supremo: http://www.lanuovabq.it/it/cattolica-e-dogmatica-la-barrett-alla-corte-suprema. Speriamo che sia vero e che ce la faccia.
In ogni caso, la signora Barrett ai miei occhi ha già il merito di aver provocato l'enunciazione pubblica di quel bellissimo pensiero, una specie di medaglia al valor militare di cui tutti noi dovremmo desiderare di poterci un giorno fregiare: «Il dogma vive con forza dentro di te, e questo è un problema».
leggi anche

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2018/7/5/Bilanciamenti-del-destino/828889/


venerdì 29 giugno 2018

L’INCOMPIUTA DI VENOSA


GIANFRANCO AMATO SI DIMETTE DA SEGRETARIO DEL PDF. 
La storia di questi duemila anni - e anche la storia recente del nostro paese - insegna che il segreto del cambiamento della persona come della società è il Quaerere Deum,
Il cristiano, per sua stessa natura, è chiamato ad essere un ostinato realista.
La peggiore nemica della fede è l’ideologia, e l’ideologia più velenosa è quella utopistica, perché ti immerge nell’illusione di un mondo virtuale nel quale prevalgono i sogni, i progetti, i desideri e gli schemi mentali, a discapito della nuda e cruda realtà. Ciò che un cristiano, quindi, deve sempre evitare è il rischio di scivolare verso quel processo mentale che gli anglosassoni definiscono wishful thinking, ossia una sorta di pensiero illusorio per cui uno tende a crearsi convincimenti e prendere decisioni facendosi dirigere da ciò che gli appare essere più piacevole, gradito o appagante sotto il profilo personale, arrivando al limite in cui è il desiderio a prevalere sulla stessa realtà.
Da questo punto di vista io sono un irriducibile tomista.
Per me la verità resta sempre «adequatio rei et intellectus», ossia l’adeguamento del pensiero alla realtà. Lo ricordo sempre in tutte le mie conferenze quando parlo della ideologia gender. Una mela è una mela – ricordava San Tommaso ai suoi allievi della Sorbona – come un uomo è uomo e una donna è una donna. Non sono le nostre opinioni, i nostri sentimenti, i nostri desideri a determinare la realtà, ma la realtà a condizionare le nostre opinioni, i nostri sentimenti e i nostri desideri. Ricordava, infatti, San Tommaso nella sua Summa che «appartiene alla natura stessa dell’intelletto conformarsi alla realtà delle cose».
Questo non vale, ovviamente, solo per l’ideologia gender, ma resta vero per tutti gli ambiti d’azione dell’uomo. Compreso quello politico.
Ho fatto questa lunga premessa per spiegare che oggi è impossibile qualunque analisi della situazione politica italiana che prescinda da un’oggettiva presa d’atto di una realtà mutata.
Chi si ostinasse a ragionare come se fossimo ancora al 3 marzo 2018, commetterebbe un grave errore di prospettiva e, se cristiano, un tradimento del dovere morale di non privilegiare uno schema mentale rispetto all’osservazione intera, appassionata, insistente dei fatti, della realtà. Come insegnava anche il mio maestro don Luigi Giussani.
L’esito elettorale del 4 marzo 2018, infatti, ha determinato nel panorama politico italiano un vero e proprio tzunami. Un cataclisma che ha spazzato via certezze, progetti, accordi e sogni.

mercoledì 27 giugno 2018

IL PARTITO RADICALE DI MASSA



PD: stupefacente è quanti lo votano ancora
Non il partito della rivoluzione (e del popolo) ma il partito della borghesia, attento alle aspirazioni individualiste e libertarie dei ceti medi.
LUCA RICOLFI
Per molti versi i risultati dei ballottaggi non fanno che confermare quelli del primo turno. L’elettorato si è spostato decisamente a destra, il movimento Cinque Stelle non riesce a replicare il successo delle politiche, la sinistra arranca. Se però si osservano le cose più da vicino, si possono notare anche altri elementi.
Il primo è che in diversi comuni i risultati hanno ribaltato le previsioni della vigilia, o hanno contraddetto i trend nazionali. In Sicilia, il Movimento di Grillo ha perso Ragusa, che governava da cinque anni; ma in Puglia il centro-sinistra, sconfitto alle Politiche del 4 marzo, ha vinto 10 ballottaggi su 11. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Si potrebbe osservare che la mobilità dell’elettorato italiano non è una novità, perché risale almeno ai primi anni ’90. Ma l’impressione è che ora si sia davanti a un salto di qualità. Con l’affermazione del tripolarismo, e la formazione di un’alleanza di governo del tutto inedita, gli elettori sono diventati pronti a capovolgere le proprie scelte ad ogni appuntamento elettorale, non di rado in una logica essenzialmente punitiva. Al modello della “fedeltà leggera” (cambiamenti di partito all’interno del medesimo schieramento), descritto da Paolo Natale ormai molti anni fa, sembra essere subentrato un modello che si potrebbe chiamare di “infedeltà repentina”, per cui l’elettore non si sente minimamente vincolato ad alcuna appartenenza, sia pur definita in senso lato.
E qui incontriamo il secondo elemento saliente di queste ultime tornate elettorali: la perdita, da parte del principale partito della sinistra, di molte sue roccaforti delle regioni rosse, in particolare in Toscana (emblematico il caso di Siena).
Ora il gruppo dirigente del Pd si interroga sul perché dell’ennesima sconfitta, tanto più sorprendente se si pensa che, dopo l’alleanza dei Cinque Stelle con la Lega, per i delusi di sinistra è diventato molto più difficile di prima punire il partito di Renzi votando quello di Grillo. Quel che stupisce, tuttavia, non è la sconfitta della sinistra, ma che essa sia arrivata così tardi. Personalmente trovo miracoloso che, nonostante il carattere elitario della cultura di sinistra, i ceti popolari abbiano pazientato così a lungo prima di abbandonare il partitone in cui quella cultura si incarnava. Anzi, in un certo senso, trovo che – per quel che è diventato – il Pd abbia ancora troppi voti.
Provo a spiegare queste due affermazioni, volutamente provocatorie (ho ancora un lumicino di speranza che qualcuno le provocazioni le raccolga).
La ragione per cui trovo stupefacente che la sinistra abbia mantenuto i suoi consensi fino a poco fa ha un nome e un cognome: Giorgio Guazzaloca. Ve lo ricordate? Il 27 giugno 1999 (esattamente 19 anni fa) veniva eletto sindaco di Bologna, primo sindaco non comunista della città rossa. Nella vittoria di Guazzaloca un posto centrale occupava il tema della sicurezza, che giusto in quegli anni emergeva anche in altre città del Nord (ad esempio a Torino, a Padova), e nel 2001 avrebbe contribuito non poco al trionfo elettorale del centro destra (2° punto del “Contratto con gli italiani”). Ebbene quella vittoria, avvenuta nel cuore dell’Emilia rossa, era un campanello d’allarme chiarissimo, e perciò difficilissimo da ignorare. E invece la classe dirigente del maggior partito di sinistra, con pochissime eccezioni, ci riuscì benissimo. Allora come oggi, di fronte ai timori della gente, la parola d’ordine della cultura di sinistra è sempre rimasta la stessa: dimostrare alla gente che le sue paure sono infondate. L’ho sentito ripetere ancora pochi giorni fa, in una trasmissione radiofonica, da uno dei più autorevoli giornalisti progressisti: il dovere della sinistra è “smontarle”, le paure della gente. Perciò la mia domanda non è: perché il Pd perde? Ma semmai: perché i suoi elettori hanno resistito così a lungo?
La ragione per cui trovo che il Pd abbia ancora troppi voti ha anch’essa un nome e un cognome: Emma Bonino. Così come Berlusconi non è mai riuscito a costruire un partito liberale di massa (Forza Italia è stato di massa, ma non è mai stato liberale), così Emma Bonino (con e senza Marco Pannella) non è mai riuscita a costruire un partito radicale di massa (le liste Bonino-Pannella sono state radicali, ma non di massa). Quel che non è riuscito ai radicali, tuttavia, è riuscito perfettamente al Pd: oggi il Pd è un perfetto partito radicale di massa. Se pensate ai temi su cui, specie in questa legislatura, il Pd ha puntato per definire la sua identità, trovate: unioni civili, testamento biologico, riforma carceraria, reato di tortura, ius soli, accoglienza dei migranti, Europa (ricordate lo slogan? ci vuole “più Europa”). E che cosa sono questi temi? Sono i temi tipici di un partito radicale di massa, assai più attento ai diritti civili che a quelli sociali. Ecco perché dico che il bicchiere del Pd può essere visto come mezzo vuoto ma anche come mezzo pieno. Il Pd è un partito ormai piccolo, se continuiamo a pensarlo come l’erede unico del Pci, ma è un grande partito se lo pensiamo come la realizzazione del sogno radicale.
Che queste, al di là della provocazione, possano essere in realtà due facce della medesima medaglia lo aveva perfettamente capito il grande filosofo Augusto del Noce, che nel 1978, giusto 40 anni fa, in un libro significativamente intitolato “Il suicidio della rivoluzione“, aveva coniato quella definizione, intuendo quel che il Pci sarebbe diventato: non il partito della rivoluzione (e del popolo) ma il partito della borghesia, attento alle aspirazioni individualiste e libertarie dei ceti medi.
Non c’è niente di male nell’essere un partito radicale (quasi) di massa, paladino dei diritti individuali, aperto alla globalizzazione e ai flussi migratori. Quel che stride è credersi quel che più non si è, ovvero un partito popolare, paladino dell’eguaglianza, attento ai poveri e ai diritti sociali (nel marxismo si chiama falsa coscienza, in filosofia autoinganno). Perché gli elettori possono metterci più tempo dei filosofi a cogliere i grandi cambiamenti, ma prima o poi li riconoscono.


mercoledì 20 giugno 2018

«CARI ILLUMINATI DI SINISTRA, VI SIETE MAI CHIESTI PERCHÉ GLI ITALIANI NON LA PENSANO COME VOI?»


Intervista al sociologo Luca Ricolfi

Giugno 19, 2018 Caterina Giojelli
La maggioranza dei cittadini (un terzo del Pd) «non riesce proprio a vedere il parallelismo fra disumanità nazista e disumanità salviniana».


Ieri non ha letto su Repubblica l’appello dei dodici finalisti del Premio Strega che chiedono venga revocato immediatamente l’ordine di chiusura dei porti, «ma è come se l’avessi fatto, questo genere di appelli sono tutti eguali ed estremamente prevedibili».  Solo il giorno prima Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, sulla scorta del sondaggio Ipsos che dava il 71 per cento degli italiani a favore della linea dura di Salvini – «non solo gli elettori che votano destra o Cinque Stelle, ma anche un terzo degli elettori del Pd» –, aveva firmato una lettera agli illuminati sul Messaggero: 

«Cari politici progressisti, cari intellettuali impegnati, cari manager illuminati, cari prelati, scrittori, cantanti, professori, conduttori televisivi, giornalisti che ogni giorno vi esercitate in accorati appelli a coltivare il senso di umanità, vi siete mai chiesti perché tanti italiani non la pensano come voi?».

In compenso, racconta a tempi.it, «ho ascoltato (sta su youtube) il pensiero di uno di questi premi-Strega, che pochi giorni fa, quando la Aquarius non era ancora arrivata a Valencia, ha confessato: “Io stesso, devo dire, con realpolitik, di cui mi sono anche vergognato, ieri ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: e adesso, se muore un bambino, io voglio vedere che cosa succede del nostro governo”. Non è nemmeno il caso di specificare chi, in particolare, abbia fatto un simile miserabile ragionamento perché, a giudicare dalle non-reazioni del mondo progressista (e anzi dalle difese d’ufficio delle sue parole, che sarebbero state “estrapolate dal contesto”) viene da pensare che quel che è scappato a un singolo intellettuale sia il retro-pensiero di molti.
Un retro-pensiero che non è solo segno di mancanza di umanità ma anche di scarso interesse per il bene comune. Io trovo profondamente barbaro l’atteggiamento di chi cova in sé un odio e un disprezzo per l’avversario politico così grandi da augurarsi qualsiasi cosa possa nuocere al nemico: oggi che muoia un bambino, domani che salga lo spread e l’Italia vada a picco. E guardi che io non amo per niente questo governo, e l’unica posizione pubblica esplicita che ho preso prima del voto è stata contro Lega e Movimento Cinque Stelle, perché li ritenevo (e li ritengo) un pericolo per l’economia italiana. Ma questo non mi induce a sperare che mandino a picco il paese, tutto al contrario spero siano in grado di dimostrarmi che mi sbagliavo».

Repubblica ripropone la copertina dell’Espresso “Uomini e No”: questo schema manicheo volto a sintetizzare il problema in categorie così assolute non sembra una forma uguale e contraria agli slogan cosiddetti populisti?

No, non mi sembra uguale e contrario: mi sembra peggiore. Perché c’è una profonda differenza fra sinistra e non-sinistra. La sinistra, o meglio una componente ancora importante della sinistra, è convinta della sua superiorità etica rispetto alla destra, mentre il contrario non succede. La destra e i populisti possono detestare l’establishment di sinistra, ma raramente si sentono portatori di una superiore moralità. Quando scrissi Perché siamo antipatici? (quasi quindici anni fa) pensavo che nel giro di qualche anno la sinistra sarebbe guarita dal suo complesso di superiorità morale, ma mi sbagliavo: è migliorata molto con Veltroni e il Renzi di governo, ma è bastata la sconfitta del 4 marzo a farla tornare ai peggiori anni dell’antiberlusconismo. Forse la classe dirigente che guida la sinistra, non avendo vere soluzioni per i problemi del paese, ha bisogno di un nemico da demonizzare, disprezzare, odiare: ieri era Berlusconi, oggi è Salvini.

Ha senso dare del non-uomo a Salvini come se le sue idee circolassero in una setta marginale di fanatici? Applicare lo schema di solito utilizzato per i partiti dello zero virgola (penso a Casapound o Forza nuova)?

È vero che il fatto che le idee di Salvini piacciano a tanti, anche a sinistra, dovrebbe fare riflettere. Ma questo non preoccupa troppo la cultura di sinistra, perché quella cultura prevede (non senza motivo, a giudicare dalla storia) l’eventualità che sia la maggioranza a sbagliarsi, e sia la minoranza ad avere ragione.
Dico “non senza ragione” perché l’esperienza nazista ha dimostrato una volta per tutte che la maggioranza può benissimo avere torto. Ma il punto vero è un altro: ha senso trattare l’ondata populista come se fosse l’invasione degli Hyksos o l’ascesa del Führer? Quel che l’establishment di sinistra si ostina a non capire è che, mentre il linguaggio di Salvini e alcune sue prese di posizione sono indifendibili, la sostanza della politica migratoria di questo governo è discutibile ma non irragionevole, e per questo è appoggiata dalla maggioranza dei cittadini.
La gente pensa che Salvini voglia solo mettere un po’ di ordine (e di equità europea) nei flussi migratori. E, per quanto sia continuamente sollecitata a farlo, non riesce proprio a vedere il parallelismo fra disumanità nazista e disumanità salviniana. Anzi, si potrebbe congetturare che siano proprio l’antifascismo e l’antinazismo che legittimano Salvini: la cultura progressista, e la retorica della Resistenza, hanno tenuta viva per oltre mezzo secolo un’idea così estrema del male incarnato dal nazi-fascismo, che alla gente vien da sorridere quando personaggi come Giorgia Meloni o Matteo Salvini vengono accostati al male assoluto.

Lei ha ricordato, dati Ipsos, che il 71 per cento degli italiani è a favore della linea dura di Salvini basata sulla chiusura dei porti, tra questi un terzo degli elettori del Pd: cosa è successo? Quando e per quale ragione il dubbio sulle politiche di accoglienza ha iniziato a serpeggiare in quello che lei ha definito «l’elettorato malconcio del Pd»?

Il dubbio c’è sempre stato, negli ultimi 20 anni, ma la moltiplicazione degli sbarchi dopo le cosiddette primavere arabe e la crisi libica ha determinato un salto di qualità. Però, più ancora degli sbarchi, ha contato l’atteggiamento negazionista (“l’immigrazione non è un problema, è una risorsa”) di tutto l’establishment politico della sinistra, con l’unica tardiva eccezione di Marco Minniti.

Qual è il nocciolo del problema migratorio e chi è oggi il vero nemico dei migranti?
Il nocciolo del problema, come ha spiegato lo storico britannico Niall Ferguson su The Times, è che l’Europa non può accogliere che una piccola parte degli africani che vorrebbero trasferirvisi, nel 90 per cento dei casi non in quanto rifugiati ma in quanto portatori di legittime aspirazioni a cambiare la propria vita.
Chi è il nemico dei migranti? I migranti hanno molti nemici, a partire dai trafficanti d’uomini, ma il nemico più grande sono le classi dirigenti dei loro paesi, che hanno lasciato quei paesi in balia della povertà, del disordine, dell’arbitrio e della corruzione. Una condizione che potrà cambiare sul serio, se mai cambierà, quando i cittadini di quei paesi si convinceranno che la soluzione è sostituire i propri governanti, non fuggire verso i paesi che hanno governanti migliori.

 TRATTO DA TEMPI