giovedì 21 marzo 2019

ELEZIONI EUROPEE 2019: SI ALL’EUROPA, PER FARLA


ELEZIONI EUROPEE 2019
SI ALL’EUROPA, PER FARLA

Le elezioni europee del maggio 2019 rivestono un’importanza decisiva per il nostro futuro. All’Europa, infatti, sono legate speranze e preoccupazioni: speranze per un progetto che ha garantito oltre 70 anni di pace e di sviluppo; preoccupazioni per un’unità incompiuta e burocratizzata, dimentica delle sue radici.

Come cristiani l’ideale europeo lo sentiamo totalmente consono alla nostra natura e alla nostra storia e non vogliamo rinunciarvi soprattutto per le opportunità di crescita,benessere e libertà che ha promosso e dovrà promuovere: diciamo sì all’Europa, nella consapevolezza che si deve continuare a farla e farla meglio.



La storia recente dell’integrazione europea è iniziata con i padri fondatori, De
Gasperi, Schuman e Adenauer, basata su un’idea popolare e condivisa di unità culturale e politica, da cui far discendere gli aspetti economici e organizzativi; questo modello voleva soprattutto armonizzare la politica estera e di difesa, far crescere la solidarietà e l’integrazione tra le nazioni e le persone con un sistema libero di mercati ed economie differenziate.

Purtroppo l’idea di un’Europa dei popoli è stata presto abbandonata, con l’adozione dei principi del politicamente corretto nella cultura e nel costume, il dettaglio delle regole del “mercato unico” e la conseguente enfasi burocratica nei rapporti tra gli Stati.

Il rifiuto di menzionare le “radici ebraico-cristiane” nel progetto di costituzione europea (trattato di Nizza) ha sancito una rottura con l’idea originaria di Europa; la conseguente spaccatura fra élites divenute tecnocratiche e il sentimento popolare – insieme all’affrettato processo di adesione di molti Stati – hanno acuito lo scetticismo verso Bruxelles e la richiesta di ritornare alle “identità nazionali”. Più di recente la Brexit ha ulteriormente complicato il quadro. La crisi economica del 2008, il deficit demografico, con la prevista conseguente insostenibilità dell’attuale sistema di welfare, stanno peggiorando la situazione; ma è soprattutto la pressione migratoria (prima sottovalutata e poi non adeguatamente affrontata da alcuni fra i maggiori Stati europei e dalla stessa Unione) a provocare una profonda sfiducia verso l’Europa.

Da un punto di vista politico l’alleanza strategica fra popolari e socialisti è oggi in
crisi perché il modello socialista, a cui troppo spesso anche i popolari hanno ceduto, ha dimostrato di deprimere la libertà economica e sociale delle persone e dei gruppi, mortificando talvolta anche le specifiche eredità e tradizioni popolari in nome di un’artificiosa omogeneità culturale. Hanno così preso piede forze conservatrici, più che identitarie, le quali raccolgono il diffuso malcontento dei cittadini, cadendo però in nazionalismi. Vista l’interconnessione degli Stati europei, in particolare l’Italia, da sola, non riuscirebbe a sostenere la competizione globale e si metterebbe fortemente a rischio il suo raggiunto livello di benessere.

Noi continuiamo a guardare con speranza all’Europa, confidando che la sua radice fatta di democrazia, promozione della pace, dello sviluppo e della solidarietà possa essere recuperata e che l’Europa unita possa così rispondere alle giuste esigenze di libertà, identità e sicurezza sociale.

Siamo per un PPE attento alle nuove esigenze di riforma a favore del rispetto delle culture nazionali e popolari e per un’economia sociale di mercato, capace di equilibrare il liberismo e la finanza senza regole; siamo lontani, invece, da proposte che mettono paradossalmente insieme collettivismo ed estremismo identitario, egualitario e giustizialista.

Alle forze politiche in vista delle elezioni europee chiediamo di promuovere:

v  una concezione della cosa pubblica sussidiaria, capace di valorizzare il protagonismo della persona e il suo potenziamento attraverso le associazioni e gli altri corpi intermedi;
v  un’attenzione alla famiglia come fondamentale fattore di stabilità personale e sociale;
v  una politica che metta al centro il lavoro e il suo significato, con investimenti speciali per i giovani;
v  una libertà di educare a partire dalle convinzioni e dai valori che sono consegnati da una ricchissima tradizione popolare;
v  il rispetto dell’identità anche religiosa dei popoli, certi che questa è in grado di accogliere ed ospitare, con equilibrio e realismo;
v  una ripresa del ruolo centrale dell’Europa nel mondo, attraverso una politica estera e di difesa comune;
v  il rafforzamento delle competenze del Parlamento europeo.

Apriamo una discussione su questi temi, fino ad individuare
 – nelle liste a noi più vicine – candidati a cui attribuire le nostre preferenze.


                                       


mercoledì 20 marzo 2019

PRIMAVERA D'INTORNO BRILLA NELL'ARIA

PIERRE AUGUST RENOIR  La Senne at Chatou
  il profumo dei fiori e l’ondeggiare  degli arbusti nella brezza
 

CLAUDE MONET Primavera 1886 
 ancora ben vestiti  al richiamo del sole tiepido e dell’aria limpida.

GUSTAV KLIMT Italian Landscape
l'immagine colorata e vitale della primavera  

WALTER CRANE La Primavera 
 richiami e  suggestioni fra i narcisi e le montagne

                                                                   Primavera
Ed ecco che un susino
bianco sbocciò sul verzicar del grano.
Come un sol fiore gli sbocciò vicino
un pesco, e un altro. I peschi del filare
parvero cirri d'umido mattino.
Uscìano le api. Ed or s'udiva un coro
basso, un brusìo degli alberi fioriti,
un gran sussurro, un favellar sonoro.
Dicean del verno, si facean gl'inviti
di primavera. Per le viti sole
era ancor presto, e ne piangean, le viti,
a grandi stille, in cui fioriva il sole.

 Giovanni Pascoli

IL PD GIOCA LA CARTA DEL SIMPATICO PIZZICAGNOLO


ANTONIO SOCCI

A più di un anno dalla batosta elettorale – con la velocità del bradipo – ieri il Pd ha eletto il nuovo segretario. E’ Nicola Zingaretti, colui che ha vinto le primarie.

Il primo motivo per cui è stato scelto lui è psicologico: la sua bonomia,la sua faccia da allegro salumiere. Com’è noto il Pd è da sempre profondamente antipatico. Il sociologo (di area) Luca Ricolfi ci aveva addirittura scritto un libro: “Perché siamo antipatici”.

E’ un problema atavico, dovuto alla spocchia della Sinistra, al suo senso di superiorità e a quel suo sottile disprezzo  per chi ha idee e valori diversi e per il popolo che pensa con la propria testa “populista”.

Sembrò che Renzi – da toscano – potesse traghettare il Pd verso l’affabilità. Era giovane e aperto, non più settario come la vecchia Sinistra. Ma poi Renzi stesso diventò, per il sentimento popolare, simpatico come un riccio di mare nelle mutande.

Ecco dunque Zingaretti che ora ha la missione di tornare a sintonizzarsi con “la gente” e ci prova con la bonomia sorridente e sempliciona del gestore del negozio di alimentari  sotto casa che – quando ti mancano gli spiccioli – ti rassicura: “non c’è problema, ci rifacciamo la prossima volta”.

Andrea Scanzi lo ha dipinto così: “Te lo immagini proprio dietro il banco, col cappellino del Vitiano e le unghie un po’ sporche di migliaccio. Saresti portato a chiedergli al massimo tre etti di finocchiona, va da sé tagliata a mano, e invece da lui esigono l’impossibile. Come fosse un Che Guevara sotto mentite spoglie, in grado financo di ridestare un partito catatonico”.

Infatti lo vedi arrancare in ragionamenti che – in tutta sincerità – rasentano la supercazzola. Tipo questo sentito ieri: “A questo punto dobbiamo muoverci e metterci in cammino, tutto quello che succede intorno a noi ce lo dice… dobbiamo muoverci, insieme: con spirito innovativo, con un partito inclusivo. Dobbiamo rimettere al centro la persona umana”

Un vecchio leader del Pci come Paolo Bufalini diceva: “C’è una cosa peggiore del perdere le elezioni ed è non sapere perché si sono perse”.

In effetti nella narrazione di Zingaretti non c’è traccia di riflessione autocritica sulle vere ragioni che hanno portato al tracollo del Pd. Che sono due: l’enorme e incontrollato afflusso migratorio degli ultimi anni e il dramma economico e sociale rappresentato – per l’Italia – dall’euro e dalle politiche dell’Unione europea

Zingaretti non ha rivendicato nemmeno quello che di positivo, sull’emigrazione, cominciò a fare Minniti (come resipiscenza tardiva e parziale del Pd). Sono tornati al “migrazionismo” tipico della Sinistra.

D’altronde Il nuovo segretario naviga in mezzo alle contraddizioni. Come primo gesto dopo la vittoria delle primarie ha fatto visita a Chiamparino, a Torino, in appoggio alla battaglia pro Tav. Subito dopo si è messo ad applaudire Greta, addirittura dedicandole la vittoria per mettere il cappello sulla manifestazione ecologista. Come stiano insieme la Tav e l’ecologismo non si sa. Sembra il “ma anche” veltroniano immortalato da Crozza.

Pure sulla “via della seta” – che nell’attuale governo viene caldeggiata soprattutto dal M5S – la contraddizione è stridente. Non solo perché la Cina è pur sempre un regime comunista ed è criticata dagli Stati Uniti, ma anche perché a iniziare il dialogo con Pechino furono altri.
Consideriamo il premier Gentiloni. Titolo del “Sole 24 ore” del 14 maggio 2017: “Gentiloni in Cina: ‘L’Italia può essere protagonista della nuova Via della seta’ ”.

A proposito: Gentiloni ieri è stato eletto presidente del PdAnna Ascani Deborah Serracchiani sono diventate vicepresidenti.  Nel Pd si passa con estrema facilità da Veltroni a Bersani, poi a Renzi e poi a Zingaretti. Sembra che tutto si rivoluzioni e invece non cambia mai niente e anche le persone sono sempre quelle. Cambiano solo di posto. 
Un po’ come la storiella del “facite ammuina” attribuita alla marina borbonica: “All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta…”.
L’obiettivo di Zingaretti è minimo:guadagnare qualche punto percentuale alle europee rispetto alle politiche del 2018 per sopravvivere.  

Del resto nelle sue parole si sono perse le tracce della “vocazione maggioritaria”  del Pd di Veltroni, come pure è naufragata quell’iniziale tentazione attribuita al nuovo segretario che consisteva nel propiziare una crisi di governo per sostituire la Lega in una nuova maggioranza con il M5S. Sembra proprio che il Quirinale non voglia saperne.

Che futuro può avere un Pd che torna ad abbracciare il “rosso antico” ? Beppe Fioroni, che nel Pd non è stato un passante, prima delle primarie aveva messo in guardia dall’elezione di Zingaretti il quale – a suo parere – “mira semplicemente a restaurare la sinistra. Non posso nascondere l’allarme che provoca un’impostazione del tutto incoerente con la genesi ideale del Pd. Anche i cosiddetti moderati, una volta considerati interni alla vicenda di un partito insieme di sinistra e di centro, ora sono individuati come interlocutori esterni, con i quali al più dialogare a distanza. Dunque, siamo a un cambio radicale di motivazioni e prospettive”.

Fioroni concludeva: “Non vorrei che fosse sottovalutato il rischio di una possibile degenerazione, con il ritorno baldanzoso e inconcludente sotto la vecchia tenda della sinistra. Quella di una volta”. 
Se lo dice lui…
.

Da “Libero”,  19 marzo 2019

BASSETTI : LA FAMIGLIA CONTINUA AD ESSERE UN BALUARDO, ANZI, UNA ROCCIA DELLA NOSTRA ESISTENZA.


Estratti da una intervista di Agasso a LA STAMPA 20 maggio 2019

(…)
A 100 anni dall’appello di don Sturzo, che cosa sono chiamati a essere e a fare i cattolici in politica? E che ruolo dovrebbero avere i preti e i vescovi?

«I cattolici in politica sono chiamati a mettere in pratica autenticamente la logica del servizio: non si fa politica per carriera, per soldi o per bramosia di potere, ma come impegno di umanità e santità. La politica è una missione in cui i cattolici possono rendere testimonianza al Vangelo servendo con carità il proprio Paese. I pastori invece hanno un altro grande compito: quello di esortare alla fedeltà del magistero della dottrina sociale della Chiesa Cattolica, alla comunione fraterna e alla solidarietà tra le persone. Non mi stancherò mai di dirlo: il laicato cattolico deve superare, una volta per tutte, questa vecchia e sterile divisione tra chi si occupa solo di bioetica e chi soltanto di povertà. Il messaggio sociale del cristianesimo è unitario e si basa sulla salvaguardia della dignità della persona umana in ogni circostanza: dalla maternità al lavoro, dal rapporto con la scienza alla cura dei migranti».

Uno dei temi cruciali per la Chiesa è la famiglia: qual è lo “stato di salute” della famiglia? Di che cosa ha più bisogno? 
«A me sembra che oggi siamo in presenza di “famiglie sole” che vivono in un mondo liquido ma che, nonostante le moltissime difficoltà, continuano ad essere “la roccia” della nostra società. Fare una famiglia oggi è un atto di eroismo incredibile perché significa andare totalmente controcorrente. Contro un sistema sociale e culturale che privilegia ogni forma di individualismo rispetto alla famiglia e favorisce ogni desiderio al di là di ogni responsabilità. Oggi sembra quasi impossibile parlare al mondo dell’esistenza di un amore per sempre, che non finisce e non si divide. Eppure, nonostante questa lunga serie di ostacoli che rendono difficile la vita delle coppie, la famiglia continua ad essere un baluardo, anzi, una roccia della nostra esistenza. La prima cosa di cui oggi c’è assoluto bisogno consiste nel ribadire, con forza, che l’unione matrimoniale tra un uomo e una donna, aperta ai figli, non è una struttura residuale della storia, ma è la cellula fondamentale ed insostituibile del nostro vivere in comune».

Che cosa dovrebbero fare i governanti in ambito familiare? C’è un modello di politiche familiari di qualche paese straniero a cui Lei farebbe riferimento?
«I paesi stranieri, soprattutto quelli con una democrazia ancora giovane e con un passato autoritario, non li prenderei come esempio: devono ancora maturare, hanno molta strada da fare. Riguardo all’Italia la prima considerazione da fare è un po’ amara. Perché, al di là delle tante parole, siamo ancora indietro sulle politiche familiari. Il presente e il recente passato sono infatti caratterizzati da tante chiacchiere e pochi fatti. Io penso, invece, che ci siano almeno tre campi su cui agire concretamente: in primo luogo, un nuovo welfare più vicino alle famiglie che non si traduca soltanto in piccoli interventi monetari ma che produca un nuovo intervento sociale a sostegno delle coppie giovani, dei precari, delle donne e della natalità; in secondo luogo, un rafforzamento dell’alleanza scuola-famiglia, in cui gli alunni siano al centro del progetto educativo, i docenti siano valorizzati nella loro professionalità, e le famiglie siano salvaguardate da ogni deriva ideologica in campo educativo; in terzo luogo, infine, ciò di cui c’è più bisogno, oggi, è una nuova organizzazione del lavoro che si basi sul cosiddetto fattore famiglia». 

In che senso?
«Occorre ripensare i tempi di lavoro e bilanciarli con quelli di un armonico sviluppo morale e civile, non solo economico, della famiglia. Sono sicuro che se un lavoratore è inserito in un ambiente di lavoro sereno, rispettoso dei tempi familiari, lavori meglio e la società nel suo insieme ne può trarre beneficio».

Che cosa pensa delle tensioni attorno al Congresso della famiglia di Verona?
«La famiglia sta particolarmente a cuore alla Chiesa, proprio per questo ci dispiace che finisca in polemiche strumentali».

Quanto serviva davvero il reddito cittadinanza?
«Tutto ciò che va in soccorso ai poveri è senza dubbio positivo. E quindi, come Chiesa, riceve la nostra attenzione e il nostro riconoscimento. Direi, però, che ci troviamo di fronte soltanto all’inizio di un tentativo di aiuto nei confronti di chi è in difficoltà. Le politiche di lotta alla povertà, probabilmente, dovranno avere un carattere più organico e non potranno ridursi soltanto all’erogazione temporanea di un reddito. Sarebbe opportuno, infatti, fornire un sostegno diretto al lavoro e all’occupazione. E in più bisognerebbe dare un’attenzione particolare, come ho già detto prima, alle donne in maternità». (...) 

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martedì 19 marzo 2019

CLIMA: LA “COSCIENZA” ECOLOGICA DEI GIOVANI E LA PROFEZIA DI PASOLINI


I giovani rapiti dalla battaglia per il clima non hanno una cultura ecologica globale: conoscono solo qualche slogan fatto in casa. O dai media
 CARLO BELLIENI

Ecologista da tempi non sospetti, resto allibito da questo scoppio di “amor naturae” negli adolescenti. A proposito di clima e ambiente, non sono il solo ad aver visto il nulla nella coscienza ecologica giovanile negli ultimi vent’anni, notando invece una generazione tutta dedita ad inquinare, sprecare, ammalarsi di sostanze tossiche; certo non per colpa loro, ma per insipienza della generazione precedente che li ha svuotati di ogni contenuto. Oggi d’improvviso l’esplosione di coscienza. Mah.

Già da quando scrivevo con altri ecologisti il libro Una gravidanza ecologica mettevo in guardia dal disimpegno generale rispetto ai temi dell’ecologia, salvo gli sporadici (e conditi di politica) richiami al surriscaldamento globale. 
Anche qualche anno dopo, quando scrivevo il libro La cultura dello scarto, lamentavo che nelle generazioni che affollano le scuole si moltiplicassero i cellulari (inquinanti), le plastiche (inquinanti), le emissioni di tabacco e di smog (inquinanti); addirittura che reclamassero come diritto l’avere il cellulare acceso a scuola, come se loro e i politici che gli andavano dietro non avessero mai sentito parlare di elettrosmog. 
Quest’esplosione di “coscienza” mi ricorda l’esplosione di “tifo” per le regate di barca a vela che costringevano vent’anni fa un’intera generazione a improvvisarsi esperti di skipper e rande perché lo diceva la tv mentre mai ne avevano sentito parlare fino al giorno prima. Oggi non è la tv a dettare il programma, ma sono i più efficienti social media (veicolati da strumenti altamente inquinanti, ma tant’è…!). Quello che dunque lascia attoniti non è la potenza dei giovani, ma la potenza dei mass media che in 24 ore riescono a far fare alla popolazione quello che vogliono a tavolino, con strategie chiare e rodate.

Quello che sappiamo è che i ragazzi non hanno una reale coscienza ecologica (basta far loro qualche domanda che non richieda solo uno slogan come risposta), anche perché se l’avessero butterebbero via i cellulari, smetterebbero di andare in giro griffati, non butterebbero nella spazzatura metà del loro pranzo che snobbano per principio. Non farebbero viaggi aerei e in auto per solo svago, sapendo quanto inquina un auto o un aereo, e farebbero catene umane per ripulire spiagge e boschi. 
Soprattutto, avrebbero una coscienza ecologica globale, cioè la chiara consapevolezza che inquinamento non significa solo gas serra, e non significa solo plastiche, cadmio, mercurio… significa giustizia sociale, lotta contro le diseguaglianze globali, perché l’inquinamento peggiore è quello dei popoli ricchi che riversano le loro scorie nei paesi poveri, dei paesi occidentali che ripuliscono la loro coscienza limitando le fabbriche inquinanti, semplicemente trasferendole nei paesi poveri.

Io non credo a questi miracolose conversioni; e nemmeno mi piacciono perché dovrebbero essere ben altri i temi di preoccupazione accanto al giusto allarme contro lo smog: una generazione di ragazzi che parla contro l’inquinamento dell’aria di Roma, ma non si preoccupa dello sfruttamento delle donne a Nairobi o della guerra ad Addis Abeba, della predazione delle risorse africane da parte dei popoli europei… o che non si preoccupa della disoccupazione in Italia, Spagna e Grecia non è credibile. 

Come scriveva Pasolini, “generazione sfortunata / Arriverai alla mezza età e alla vecchiaia / ti accorgerai di aver servito il mondo /contro cui con zelo / “portasti avanti” la lotta !!”. 

19.03.2019


L’INTOLLERANZA DEGLI “ILLUMINATI”: LA CAMPAGNA CONTRO IL CONGRESSO MONDIALE DELLE FAMIGLIE DI VERONA



VOGLIONO SOSTITUIRE IL CONFRONTO DELLA IDEE CON LA CENSURA E CON LA DEMONIZZAZIONE DI CHI LA PENSA DIVERSAMENTE.
ROBI RONZA


Secondo l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, benevolmente accolta e intervistata ieri sera da Fabio Fazio in “Che tempo che fa”, i lavori del XIII Congresso  Mondiale delle Famiglie, in programma a Verona nei prossimi 29-31 marzo, ruoteranno attorno a questi due concetti: l’omosessualità è una peste e le donne non devono lavorare fuori casa.


Si trattava in realtà di notizie false, che però Laura Boldrini ha potuto impunemente affermare con poco rischio di venire smentita. Con un’imponente valanga di disinformazione il grosso della stampa e delle Tv sta infatti tentando di sommergere l’evento prima ancora che abbia luogo.  Quello tra il numero delle persone raggiunte dall’ascoltatissima teletrasmissione di Fazio su Rai Uno e il numero di coloro che questa mia nota può raggiungere è un divario senza dubbio abissale. Tuttavia spe contra spem mi permetto di lanciare un mio minuscolo bengala nel buio di questa intolleranza segnalando che i temi dei lavori del Congresso sono in effetti i seguenti:


1.       La bellezza del matrimonio
2.      I diritti dei bambini
3.      Ecologia umana integrale
4.      La donna nella storia
5.      Crescita e crisi demografica
6.      Salute e dignità della donna
7.      Tutela giuridica della vita e della famiglia
8.     Politiche aziendali per la famiglia e la natalità

Così stanno le cose. Uno potrà poi essere o meno d’accordo con quanto nel Congresso verrà affermato e dibattuto; e su come politicamente verrà gestito. Non pretendere di descrivere e di giudicare un fatto prima che avvenga dovrebbe però continuare a essere un principio fondamentale del buon giornalismo. Purtroppo il grosso dei giornali e dei telegiornali si sta invece acriticamente accodando all’intollerante… fuoco di sbarramento contro il congresso di Verona cui partecipano i cannoni mediatici dei più diversi segmenti della cultura “illuminata”.
Ne cito qui due esempi fra i tanti, ciascuno a suo modo molto rappresentativo. Uno riguarda il mondo dell’università, che per natura sua dovrebbe essere la sede privilegiata non della censura bensì del confronto delle idee; l’altro riguarda il mondo del sindacato da cui sarebbe legittimo attendersi la difesa del lavoro e non quella della filosofia della sua alta dirigenza.
Il primo è l’appello sin qui sottoscritto da circa 150 professori e ricercatori dell’università di Verona i quali, brandendo il Codice Etico del loro ateneo che “assieme ai principi della libertà della ricerca e dell’insegnamento, afferma quelli dell’uguaglianza e della solidarietà, rigettando ogni forma di pregiudizio e discriminazione”, si schierano contro le “mistificazioni del Congresso Mondiale delle Famiglie”. A tali mistificazioni, scrivono i firmatari del documento, “contrapponiamo quindi non solo gli esiti della ricerca scientifica, ma anche i valori della comunità di cui facciamo parte”.

Il secondo è una dichiarazione di Susanna Camusso la quale, annunciando che la Cgil parteciperà il 30 marzo a Verona a una manifestazione di protesta contro il Congresso, ha detto che “la protesta è stata organizzata da associazioni e movimenti per contrastare il tentativo delle destre mondiali, a partire da ministri del governo italiano, di affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società, come si legge sul sito del congresso”.

Notiamo per inciso che in effetti nel sito del Congresso della famiglia non si dice affatto così. Se ne parla ragionevolmente in modo assai più articolato come dell’ “istituzione sociale originaria che getta le fondamenta di una società moralmente responsabile” . A parte questo tuttavia tanto nella presa di posizione della Cgil  che in quella dei docenti dell’università di Verona ciò che colpisce è la pretesa di tali presunti “illuminati” di sostituire il confronto della idee con la censura e con la demonizzazione di chi la pensa diversamente.
18 marzo 2019


lunedì 18 marzo 2019

L'UNIONE EUROPEA VISTA DA PRAGA




Václav Klaus, universalmente riconosciuto come il padre degli euroscettici, ha scritto in prima persona la storia dell'Europa contemporanea. Presidente della Repubblica ceca dal 2003 al 2013, ha sancito la fine della Cecoslovacchia ricoprendo il ruolo di Primo Ministro dal 1993 al 1998. Klaus da sempre si batte per una revisione delle politiche dell'Unione europea, prima come politico e ora attraverso un intenso lavoro culturale e intellettuale che si concretizza con il progetto del Václav Klaus Institute a Praga e l'attività giornalistica ed editoriale.

VACLAV KLAUS :” L’UNIONE EUROPEA MI RICORDA L’UNIONE SOVIETICA”

“Per noi cechi l’Unione Europea non è un simbolo di liberazione, di libertà e democrazia. È un simbolo di postdemocrazia, di iper regolamentazione, e di attitudine ostile al mercato. Ci sono molte somiglianze con l’esperienza che noi cechi abbiamo vissuto 30, 40 anni fa dotto il dominio sovietico”

Ad esempio?
“Non voglio fare paragoni grossolani, ma in entrambi i casi, quello dell’Urss e quello dell’UE, i processi decisionali non si svolgono al livello dei singoli stati nazionali. Le regole si stabiliscono da qualche parte lontana: un tempo a Mosca, oggi a Bruxelles”.

Per questo nell’Europa dell’Est soffia questo vento sovranista?
“A parte che la Repubblica Ceca non è un paese dell’Est, ma dell’Europa Centrale, voi ragionate ancora come durante la guerra fredda. Indubbiamente questo è un aspetto in cui i paesi ex sovietici sono particolarmente sensibili. L’istanza cruciale della rivoluzione di velluto, che portò alla dissoluzione del regime comunista cecoslovacco era, come oggi, quella del recupero della sovranità. Non direi che oggi in Europa c’è un vero libero mercato. Noi lo volevamo, invece quello che stiamo ottenendo oggi dall’UE è un ritorno al vecchio sistema. Abbiamo meno libertà di 30 anni fa. Non sono pentito delle liberalizzazioni, ma dell’ingresso nell’UE.”

Nell’UE c’è un deficit di democrazia?
“Si. I politici europei sono lontani dagli elettori. E gli elettori non hanno alcuna possibilità di influenzare le decisioni che vengono prese a Bruxelles”.

Dicono che il ritorno dei nazionalismi metta in pericolo la pace.
“Non sono affatto d’accordo con l’idea che il nazionalismo costituisca un problema, e che l’Ue sia l’istituzione che garantisce la pace. E non confondiamo le idee paragonando il nazionalismo al nazismo. L’amore per la patria non può essere paragonato a questo”.

L'EUROPA HA UNA STORIA E UNA CULTURA, L'UNIONE EUROPEA E' UN ARTIFICIO

Cosa chiedono allora i sovranisti?
“Vogliamo conservare gli stati nazionali. Non vogliamo essere governati da Bruxelles”.
Non crede che il sovranismo possa mettere in pericolo la democrazia, l’indipendenza del potere giudiziari e la libertà di stampa in Polonia e Ungheria?
“Questa è la tesi del compagno Junker e del Compagno Tusk, o di quel belga che mi ricorda tanto i dirigenti sovietici (Verhofstadt). I paesi che sono stati sotto il dominio comunista sono sensibili a queste cose, forse anche troppo. Ogni volta che sentiamo odore di violazioni della libertà e della democrazia, facciamo resistenza”.

Che pensa del progetto di riforma dell’UE di Macron?
“Noi rigettiamo totalmente le idee del signor Macron, perché sono estremamente pericolose. Creerebbero una UE ancora più schiava delle regolamentazioni e della burocrazia, ancora più antidemocratica. Un mostro progressista”.

Questa Europa si può riformare?
“Non è la domanda giusta”.

Raffaello Sanzio "LA SCUOLA DI ATENE"

E qual è la domanda giusta?
“Se l’Unione Europea si possa riformare. Europa e Unione Europea sono due cose diverse, molto diverse. L’Europa ha una storia, una cultura, è fatta di città e nazioni molto antiche. L’UE è un artificio, un’istituzione creata dall’uomo che ha avuto un inizio e vedrà una fine”.