domenica 19 marzo 2017

APPUNTI SUL POPULISMO 5 I TRE SIGNIFICATI DELLA PAROLA POPOLO DEMOS ETNOS PLEBS

Continua l’intervista ad Alain de Benoist dal post precedente

IL DISPREZZO DELLE CLASSI AL POTERE

Secondo De Benoist, la critica del populismo si è sviluppata attraverso tre stadi. «In un primo momento sono stati definiti “populisti” dei movimenti che venivano principalmente dall’estrema destra o dall’estrema sinistra, ma che avevano alcune caratteristiche nuove: accettavano il gioco della democrazia, per esempio.
In un secondo momento, la qualifica di populismo si è estesa a tutti i movimenti che avevano come caratteristica comune quella di far leva sul popolo per accusare le élite.
In un terzo momento, la critica del populismo si è rivelata una critica del popolo. 
Ciò si vede molto bene con il disprezzo, che è un disprezzo di classe, delle élite contro i popoli che hanno votato Trump, il Front National, e a favore della Brexit. Quando ha vinto la Brexit, ci hanno detto che ha votato il popolo degli idioti, degli imbecilli, dei vecchi, dei provinciali».

E ancora: «Questo disprezzo di classe è estremamente rivelatore perché poggia sulla confusione esistente intorno al significato di competenza. La competenza in politica non è una competenza tecnica, non è la competenza degli esperti. La competenza politica si riassume nell’attitudine a prendere decisioni e alla capacità di giudicare ciò che nel quotidiano è buono o cattivo per il popolo. 

GLI ESPERTI NON SANNO QUELLO CHE BISOGNA FARE, SANNO COME FARE QUELLO CHE LA POLITICA HA DECISO DI FARE

Quando si oppone al popolo “coloro che sanno”, si fa un errore drammatico perché “quelli che sanno”, gli “esperti”, non sanno quello che bisogna fare: sanno come fare quello che si è deciso di fare. Sta ai politici dire quello che bisogna fare, e agli esperti in un secondo momento dire come raggiungere questo obiettivo. 

Quando si dà agli esperti il monopolio della decisione, questi uccidono la politica, perché considerano che ci sia una sola soluzione razionale al problema politico: trasformano il problema politico in un problema tecnico. È lì che vediamo la vecchia formula: “L’amministrazione delle cose si sostituisce al governo degli uomini”».

Questa critica del popolo, per l’intellettuale francese, «disconosce ciò che bisogna intendere per popolo». 

Secondo De Benoist «ci sono tre grandi significati di popolo: 
il popolo come “demos”, ossia il popolo politico, il popolo in quanto potere costituente; 
il popolo come “etnos”, ossia il popolo come risultato di una storia culturale, nozione prepolitica; 
il popolo come “plebs”, ossia il popolo considerato come classe sociale, come classe proletaria e popolare. 
La grande caratteristica del populismo è quella di riunire queste tre accezioni del termine “popolo”».

In merito a quello che è successo negli ultimi trent’anni, conclude l’autore de Le Moment populiste, «ci sono tre grandi fenomeni sui quali il popolo non è mai stato consultato: l’immigrazione, la mondializzazione e la costruzione europea con il potere delle commissioni di Bruxelles. 

Ci hanno detto che l’immigrazione era un’opportunità per l’Europa, che la mondializzazione era felice e avrebbe prodotto vantaggi per tutti, e ci hanno detto che l’Europa avrebbe risolto tutti i problemi. 
Oggi le persone si rendono invece conto che l’immigrazione provoca molti problemi, patologie sociali, scontri culturali e religiosi di grandi dimensioni, che la mondializzazione si sviluppa a loro detrimento in ragione delle delocalizzazioni, della messa in concorrenza dei lavoratori europei con i lavoratori del Terzo mondo che ricevono salari irrisori, e si accorgono che l’Europa non è divenuta la soluzione a tutti i problemi, bensì un problema che si aggiunge agli altri. 
Il tutto in un contesto di crisi generalizzata, crisi dei valori, sparizione dei punti di riferimento, crisi di civiltà, crisi finanziaria, indebitamento pubblico di cui non si vede la fine, aumento della disoccupazione strutturale e non più congiunturale. Questo è il terreno fertile sul quale il populismo ha prosperato».



Leggi di Più:
 Trump? De Benoist: Antipolitici sarete voi | Tempi.it 

APPUNTI SUL POPULISMO 4 : VISTO DA DESTRA

Per il filosofo “infrequentabile” Alain de Benoist l’ascesa dei Trump, dei Le Pen e degli euroscettici è tutto il contrario di un fenomeno illiberale. INTERVISTA tratta da Tempi 


POPULISMO:  una parola strattonata in tutti i sensi, utilizzata abusivamente, con il solo obiettivo di delegittimare certe organizzazioni politiche.


«Osservo che il termine populismo è utilizzato sistematicamente in maniera negativa, peggiorativa, per designare movimenti o correnti di pensiero completamente differenti tra loro. I cantori del pensiero dominante dicono che questi movimenti sono principalmente demagogici, per nulla seri, e che costituiscono una minaccia per la democrazia. Ma sono analisi a dir poco superficiali, che passano completamente a lato della questione. Per la stesura di questo libro ho voluto adottare un approccio che parte dalla scienza politica, cercando di capire cos’è il populismo e qual è la sua storia», dice a Tempi De Benoist. «Dall’altro lato – spiega l’intellettuale francese – mi sono interessato ai continui tentativi di denigrazione del populismo, al perché questa parola è diventata una “parola-caucciù”, ossia una parola strattonata in tutti i sensi, utilizzata
Francia contro il governo
abusivamente, con il solo obiettivo di delegittimare certe organizzazioni politiche
.
Il 2016 è stato l’anno dell’ascesa del Front National, della Brexit in Inghilterra, dell’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, della crescita di Podemos in Spagna, e dell’espansione dei Cinque Stelle in Italia, senza dimenticare il grande risultato ottenuto dall’Fpö alle ultime elezioni austriache. Stiamo assistendo a un fenomeno generalizzato che va studiato nella sua complessità».
Per De Benoist, animatore della rivista antimoderna Eléments, fucina di idee della destra intellettuale francese, «bisogna partire dalla base per capire cos’è il populismo e quali sono le ragioni del suo successo».
La prima ragione, spiega, è «l’enorme diffidenza della stragrande maggioranza delle popolazioni nei confronti della classe politica al potere e delle élite economiche, finanziarie e mediatiche. A questo, si aggiunge una profonda crisi della rappresentanza. Le persone sentono di non essere più rappresentate e che i partiti di governo costituiscono una casta che utilizza il potere soltanto per difendere i propri interessi: c’è una spaccatura tra i rappresentanti e i rappresentati».
Oltre a questo fattore, analizza De Benoist, «c’è il divario che si è aperto da trent’anni a questa parte tra il popolo e la sinistra. Sinistra che storicamente aveva professato di voler difendere le classi popolari più dei leader dei movimenti di destra. Infine, il successo dei movimenti populisti è legato al recentrage dei programmi dei partiti di destra e sinistra. In altre parole: i partiti di destra e sinistra si succedono ma hanno praticamente la stessa politica, si distinguono nella scelta dei mezzi, ma gli obiettivi sono i medesimi. Le nozioni di destra e sinistra perdono la loro specificità, e lo testimoniano anche i sondaggi: la gente non vede più quale sia la differenza tra queste due categorie politiche».

IL POPULISMO NON E’ UNA IDEOLOGIA, NON E’ ANTIPOLITICO, NON E’ ANTIDEMOCRATICO

Sugli errori di analisi dei molti editorialisti ed “esperti” che affollano giornali e televisioni bollando tutto ciò che non è di loro gradimento come “populista”, De Benoist tiene a soffermarsi. «Il primo errore è quello di credere che il populismo sia un’ideologia, quando invece è una forma politica, uno stile politico, un nuovo modo di articolare le richieste sociali e politiche che può combinarsi con qualsiasi ideologia. È la ragione per cui ci sono dei populismi liberali, dei populismi antiliberali, dei nazional-populismi, dei populismi di sinistra e dei populismi di destra», dice l’autore di Vu de droite.
Londra, Trafalgar Square
«Il secondo errore è quello di pensare che il populismo sia un fenomeno intrinsecamente antipolitico, perché è vero il contrario. Il populismo è una reazione contro una politica che oggi è dominata dalla gestione, dall’economia, dall’espertocrazia, dalla morale dei diritti dell’uomo, da tutta una serie di cose che tendono a far sparire l’autonomia della politica. Il populismo è una “demande de politique”, una richiesta indirizzata alle classi dirigenti affinché facciano politica, invece di limitarsi alla gestione e all’amministrazione».

Il terzo errore individuato da De Benoist è credere che il populismo sia un movimento antidemocratico. «Anche qui, è l’esatto contrario di quanto proclamato dalla doxa mediatica. Ciò che il populismo contesta è la democrazia liberale, parlamentare e rappresentativa, che oggi non rappresenta più nulla. I movimenti populisti chiedono più democrazia, una democrazia partecipativa, diretta, nel senso che la gente deve essere maggiormente protagonista, che il loro potere non si deve ridurre all’andare a votare ogni quattro o cinque anni per delle persone che una volta elette difendono soltanto i loro interessi. I movimenti populisti combattono per una democrazia dove le persone possono decidere il più possibile autonomamente e per loro stesse».


APPUNTI SUL POPULISMO 3 ALFREDO MANTOVANO

TEMPI  Marzo 3, 2017 Alfredo Mantovano

Quella etichetta È usata oggi come quarant’anni fa il Pci adoperava l’etichetta “fascista” per chiunque non fosse in linea col “Progresso”


 Un fantasma si aggira sull’Europa… Questa volta si chiama populismo

A che serve demonizzarlo? Ciò che cade sotto questo nome è un insieme di reazioni, talora sbagliate nel merito, quasi sempre inadeguate, all’assenza di scelte politiche di fronte a problemi quotidiani veri. 

L’Europa a 28 non decide le questioni importanti e si impegna in regolamentazioni tanto dettagliate quanto distanti dalla realtà, per una serie di ragioni: non ultima la circostanza che è a 28. Nei consigli dei ministri dell’Unione un tavolo a 28 è ingestibile: ciascuno ha a disposizione un paio di minuti per l’intervento principale e, quando va bene, un tempo analogo per la replica. Come è possibile affrontare un negoziato con tanti interlocutori e così poco tempo a disposizione?

Se mancano le occasioni e i tempi per un confronto vero fra i 28, che con la Brexit scendono a 27, ma potranno crescere con i cinque nuovi Stati candidati all’ingresso e due potenziali, può accadere che ci si acquieti su documenti generici preparati dai tecnici, così generici che non forniscono nessuna soluzione alle questioni di volta in volta all’esame. Quanti vertici, per fare l’esempio più clamoroso, hanno avuto per oggetto l’immigrazione? Quali risultati hanno prodotto?

sabato 18 marzo 2017

APPUNTI SUL POPULISMO 2

LE OSSA ROTTE DEI PROGRESSISTI EUROPEI
In questi ultimi vent'anni la sinistra europei non proposto delle soluzioni diverse da quelle della destra ma ha semplicemente ignorato il problema e trattato come deficienti chi vedeva nell'immigrazione un'emergenza.
INTERVISTA A LUCA RICOLFI
Roma - Il risultato delle elezioni olandesi ha fatto tirare un sospiro di sollievo nelle cancellerie di molti Paesi europei. Lo spettro di una vittoria del partito populista e anti Ue di Geert Wilders si è dissolto, anche se l'estrema destra è in continua crescita.
Molti analisti, però, si attendevano un simile risultato, come il professor Luca Ricolfi, sociologo ed editorialista del Sole 24Ore. «Non sono sorpreso, il rischio che Wilders andasse al governo era già molto limitato. Bisogna sempre tener presente che quando si demonizza un pericolo, esiste una reazione. E proprio l'aspettativa di una vittoria di Wilders ha determinato questa reazione. Come accade in Francia, quando i Le Pen si avvicinano al potere, c'è una reazione delle persone assennate che votano un altro per fermare questa eventualità».
Il premier olandese Rutte è stato riconfermato, anche se il suo partito è in calo. Tutto come prima o il voto cambierà comunque volto all'Olanda?
«Secondo me cambierà, ma non sarà il voto a modificare le cose ma la situazione. La dirigenza europea si sta rendendo conto che ha dormito per 20 anni. Penso che nei prossimi anni ci sarà una sorta di riscossa degli europeisti. Il timore di un'altra Brexit, dell'instabilità, dei rapporti con Trump farà sì che le forze europeiste avranno un sussulto.
Mi sembra un momento molto favorevole per una riorganizzazione e ristrutturazione anche mentale. Tutti si stanno rendendo conto che l'Europa è stata governata con i piedi, la classe dirigente non è stata all'altezza, dal problema dell'immigrazione alla crescita, dalle banche alla stabilità finanziaria. Ora è possibile, e auspicabile, che si sveglino».
In Olanda ha vinto il centrodestra moderato, ma in campagna elettorale il premier ha avuto una linea dura, come lo stop ai comizi dei ministri turchi o la lettera aperta agli immigrati. È questo che lo ha premiato?
«Me lo sono chiesto anch'io, in verità non ho una risposta. Ma penso che in futuro qualche stilla contro l'immigrazione entrerà anche nel vocabolario dei partiti progressisti. Ormai in Europa pure loro si rendono conto di aver sottovalutato, snobbato il problema dell'immigrazione. Quello che ha fatto il Pd in Italia con la scelta di Minniti al ministero dell'Interno, per esempio, è una salto di qualità, impensabile fino a due anni fa. Minniti è uno che ha ben presente il problema immigrazione. Questo tipo di aggiustamento è in atto un po' in tutt'Europa. I partiti progressisti avranno più buon senso».
Facendo un parallelo con l'Italia, pensa questo nuovo corso influenzerà anche il voto nel nostro Paese?
«Penso che il tema immigrazione influenzerà abbastanza le elezioni, anche se non è detto che questo vento soffierà a favore della Lega o di Fratelli d'Italia. Potrebbe spingere i 5Stelle o Forza Italia, più sensibili della sinistra al problema. Per prima cosa un elettore esclude i partiti che non vedono il problema e in Italia sono solo due: il Partito Democratico e l'estrema sinistra, tutti gli altri lo vedono. Non mi sento di dire che il voto non premierà Salvini, ma di sicuro toglierà voti alla sinistra. Comunque, guardando le tendenze, Forza Italia dovrebbe sorpassare la Lega. E lo interpreto come un voto di governo. Se fossi un elettore di destra, mi chiederei se ha più probabilità di governare Berlusconi o Salvini e quindi voterei Berlusconi».
La sinistra italiana ha tirato un sospiro di sollievo e ha plaudito la non vittoria populista. Ma i progressisti olandesi sono usciti dal voto con le ossa rotte. Un segnale da cogliere?
«L'apertura all'immigrazione non si sa dove porti, ma di sicuro porta lontano dai partiti di sinistra. La cecità di questi ultimi 20 anni è stata troppo grave per non avere un costo politico ed è giunto il momento in cui questa cambiale viene pagata. Non possono riciclarsi in pochi mesi e la gente ha capito che con la sinistra al governo il problema dell'immigrazione non si risolverà mai. Come ho scritto nel libro Sinistra e popolo, in questi vent'anni non hanno proposto delle soluzioni diversi da quelle della destra ma hanno semplicemente ignorato il problema e trattato come deficienti chi vedeva nell'immigrazione un'emergenza. La gente si è sentita disprezzata da questo atteggiamento. Provi a vivere in un quartiere ad alta densità di immigrati... A farne le spese è spesso la povera gente, che la sinistra guarda dall'alto in basso. Ora cercano di correre ai ripari, ma non è una revisione genuina, hanno solo preso paura perché si vota».
Il giornale Riccardo Pelliccetti - Ven, 17/03/2017 - 08:35


APPUNTI SUL POPULISMO 1

LO SCONTRO E’ FRA ELITISMO E POPOLARISMO
«Trump? Vedo che qui si parla di extreme right, destra estrema. Ma la distinzione destra e sinistra non coglie più la realtà.E la grande vittoria del nuovo presidente americano è tutta su un'altra dimensione: il suo merito fondamentale è quello di aver scardinato alle radici il politicamente corretto».

Guido «George» Lombardi vive negli Stati Uniti dai primi anni Settanta. Di Donald Trump è vicino di casa: lui abita al 63esimo piano della Trump Tower, il presidente Usa al 66esimo. Per la stampa di mezzo mondo è «l'amico italiano» del neo-presidente, l'immobiliarista che, senza alcun incarico ufficiale, e con la sua attività sui social network, ha contribuito al successo del nuovo inquilino della Casa Bianca. In questi giorni è a Milano, invitato da una neonata associazione, «Un ponte per Trump», creata da un giornalista, Massimo Lucidi e da un imprenditore, Marco Arturi, per dare vita a un network tra i simpatizzanti «trumpiani» in Italia. Ieri Lombardi ha presentato in un convegno l'ultimo libro di Maria Giovanna Maglie: «@realDonaldTrump» e diffuso a piene mani il verbo dell'amico Donald.
«Vede, come le dicevo la distinzione che conta oggi non è tra destra e sinistra, ma tra elitismo e popolarismo, una parola che rende meglio quello che molti chiamano populismo, termine che a me non piace. E proprio qui sta il merito di Trump, che gli andrebbe riconosciuto anche se non avesse vinto: ha abbattuto il pensiero totalitario del politically correct. Una roba degna dello stalinismo, di quando il leader e le sue azioni non potevano essere oggetto della minima critica: c'era e c'è ancora un'élite, voi li chiamate «poteri forti» che attribuisce delle etichette e decide quello che si può dire e quello che è lecito fare. Trump ha buttato tutto a mare. E in questo modo ha restituito la libertà di pensiero e di azione agli americani. Lui ha ridato il potere al popolo. Lo aveva promesso e ora lo sta facendo».
Il discorso, secondo Lombardi vale per gli Stati Uniti ma anche per l'Europa intera. «Voi siete come nel 1939. Allora il nazismo stava conquistando il continente e gli altri Paesi non avevano la forza di opporsi. Poi, finalmente, l'Inghilterra ha mandato a casa Chamberlain e trovato il coraggio per dire basta. La Brexit è stato questo. E adesso bisogna vedere se il resto dell'Europa saprà ribellarsi al destino profetizzato da Oriana Fallaci quando parlava di Eurabia. Il prossimo 7 maggio, il giorno del ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi potrebbe essere quello di un nuovo sbarco in Normandia. Questo se la Francia saprà voltare pagina con la le Pen . E vedremo se alle prossime elezioni italiane ci sarà un nuovo sbarco ad Anzio».
Per il momento, però, almeno in Olanda l'ondata del nuovo rappresentato da Geert Wilders sembra essersi infranta: «Forse gli olandesi non hanno avuto abbastanza coraggio. E per questo continueranno ad avere in casa i tedeschi che dettano le leggi in campo economico e gli immigrati che fanno il bello e cattivo tempo. Un paese come il Belgio sembra ormai perso, gli altri devono decidere che fine vogliono fare».

Il Giornale 17/3/2017
FOTO ANSA

venerdì 17 marzo 2017

POPOLI E POPULISMO


Un fantasma si aggira per l’Europa. Questa volta si chiama "populismo".

Questa etichetta è usata oggi come quarant’anni fa il PCI adoperava l’etichetta “fascista” bollando così non i nostalgici del ventennio, ma chiunque non fosse in linea col Progresso. Allora arbitro di decidere chi fosse in linea col Progresso sul piano politico era il vertice del PCI, e sul piano culturale l’elite ad esso collegata. Oggi i soggetti che rilasciano questa patente sono altri, sono le elite europeiste e globaliste, ma non cambia l’automatismo. Oggi i massmedia e le classi politiche dominanti applicano la definizione di "populismo" (utilizzando una parola che ha già in sé un significato negativo) anche alle giuste pretese dei popoli di salvaguardare la propria identità, le proprie tradizioni, i propri valori.


Il CROCEVIA con questo seminario interattivo complementare al 

“Percorso Elementare di Cultura” 

mira a stimolare nelle persone che lo frequentano, attraverso un confronto con i relatori, una capacità di giudizio sugli avvenimenti del tempo presente secondo le categorie, i criteri ed il linguaggio della nostra cultura, e affermando che la soluzione non sta né negli slogan urlati, né nelle etichettature di comodo, ma nella realistica e coraggiosa ricerca di risposte concrete adeguate alle vite quotidiane dei popoli.


domenica 12 marzo 2017

LA PIETRA SCARTATA DAI GESUITI ......

Nell'impagabile intervista concessa al vaticanista Giuseppe Rusconi (la si veda qui: http://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-personalita/672-gesuiti-padre-sosa-parole-di-gesu-da-contestualizzare.html), il generale dei gesuiti Arturo Sosa ad un certo punto dice: «Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra».
Andrea Mantegna , Agonia di Cristo
Non gli piace la dottrina perché non gli piacciono le pietre. 
Questione di gusti, si dirà.
Il fatto è che a Dio, invece, le pietre piacciono. Dio, «mia roccia ... mia rupe in cui mi rifugio»: così lo invoca il salmista, da Lui ispirato.  Dio non disdegna di essere chiamato roccia, cioè pietra. E anche suo Figlio si definisce «pietra»: la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d'angolo (cfr. Mt 21,42).
(A proposito, quella volta disse anche che «chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà» (Mt 21,44). Pare che ogni tanto dicesse di queste cose. Ma chissà: come è noto allora non c'era il registratore).

 DAL BLOG DI LEONARDO LUGARESI

martedì 7 marzo 2017

IL CUORE DELL’EDUCAZIONE


L’omelia di mons. Camisasca 
nella messa per il XII anniversario della morte di don Giussani.

Guidare le persone alla consapevolezza dei loro bisogni e accompagnarle verso Dio in una vita di comunione: questo è il cuore dell’educazione che ha cercato di vivere e insegnare don Giussani.

Cari fratelli e sorelle, cari amici, è sempre una grande gioia ritrovarci per celebrare assieme questa santa Messa di suffragio per don Giussani, occasione di memoria e soprattutto di ringraziamento per i tanti doni che Dio, attraverso la sua persona, ha fatto alle nostre vite e a tutta la Chiesa.


Lasciandomi provocare dal Vangelo di questa sera, vorrei assieme a voi soffermarmi su un passaggio che l’evangelista Marco pone alla nostra attenzione, che ben descrive anche uno degli aspetti più interessanti della vita di don Giussani. Gesù è interpellato da un padre che si rivolge a lui perché suo figlio sia liberato da uno spirito muto che lo possiede da molti anni – fin dall’infanzia (Mc 9, 21), abbiamo ascoltato – e che non gli permette di vivere: Se tu puoi qualcosa – chiede accoratamente il padre – abbi pietà di noi e aiutaci (Mc 9, 22). Cristo, pur potendo operare subito il miracolo, si ferma di fronte a questo padre e corregge la sua domanda. Lo invita a fare un itinerario perché, attraverso la situazione drammatica in cui si trova, comprenda ciò di cui egli ha veramente bisogno e quale sia la strada attraverso cui non solo suo figlio, ma anche lui stesso, possa essere veramente liberato. Gesù gli disse: “Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”. Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: “Credo; aiuta la mia incredulità!” (Mc 9, 23­24). Cari amici, in questo episodio, con brevi tratti, è condensato il cuore dell’educazione, ciò che don Giussani, mettendosi alla scuola di Gesù, ha cercato di vivere ed insegnare in tutta la sua esistenza.

Le circostanze in cui la vita ci pone, anche quelle più drammatiche, sono la strada che ci conduce ad una conoscenza più profonda di noi stessi e di Dio.
Del nostro bisogno di aiuto, ma anche del cammino che la nostra libertà è chiamata a fare. Gesù non si sostituisce alla libertà del padre. Aspetta che egli si rivolga a lui. Semplicemente è presente e la luce della sua presenza suscita la richiesta da parte dell’uomo.

È questo il primo passo dell’educazione: aiutare le persone, con la testimonianza propositiva della nostra vita, a prendere coscienza dei propri bisogni e dei propri desideri.
Spesso questi bisogni o questi desideri sono superficiali, si riducono alla richiesta di risolvere una situazione che non riusciamo a vivere. Ma Gesù prende sul serio anche questi desideri. Sa che essi sono la strada perché altri desideri, più profondi, possano emergere.
Quanta gente incontriamo iniziando a prendere sul serio i loro bisogni! La mancanza di lavoro, la necessità di essere aiutati nello studio, il bisogno di trovare una casa dove stabilirsi per un periodo di trasferta… La condivisione dei bisogni, come ci ha insegnato don Giussani, è via alla condivisione della vita.

Nel Vangelo il Maestro, partendo proprio dalle richieste di chi a lui si rivolge, prende le persone per mano e le conduce, passo dopo passo, attraverso un itinerario in cui il loro io, da semplice soggetto passivo di un aiuto esterno, si rialza e diventa protagonista. Le aiuta cioè a scoprire la promessa nascosta al fondo di ogni situazione attraverso cui Dio permette loro di passare. Al padre che gli dice: se tu puoi, Gesù risponde, “non se io posso, ma se tu puoi! Se tu puoi credere!”. “La malattia di tuo figlio è stata per te l’occasione di entrare in rapporto con me. Ma sarebbe troppo poco se io guarissi tuo figlio senza introdurti in una vita di fede, nella quale anche tutte le altre circostanze della tua vita potranno essere vissute in modo vero. Tutto è possibile per chi crede!”.

Ci è rivelato così un secondo passo del cammino dell’educazione. Dopo aver aiutato le persone a prendere coscienza dei propri bisogni, non basta rispondere loro offrendo semplicemente la riposta alle loro domande. Occorre introdurle in un rapporto, in un luogo in cui siano esse stesse a giudicare la corrispondenza di ciò che ascoltano o vedono vivere in noi con il loro desiderio. Occorre indirizzarle su una strada lungo la quale tutta la loro vita sia progressivamente e gratuitamente abbracciata dal calore di una comunione vissuta.

È questo ciò che ogni uomo e ogni donna desidera nel fondo del suo cuore: sentirsi amato e poter amare. È questo ciò che noi, attraverso il carisma di don Giussani, abbiamo sperimentato e che siamo chiamati a vivere a servizio di tutta la Chiesa.

Chiediamo dunque al Signore, anche per l’intercessione di don Giussani, che le nostre vite, le nostre case e le nostre comunità siano luoghi autentici di accoglienza e di amicizia, luoghi nei quali possa trasparire la bellezza della vita cristiana, luoghi abitati da quella comunione che tutti desideriamo e nella quale soltanto ogni persona può sperimentare la liberazione e la pace della propria vita. Amen.


Omelia nella santa Messa per il XII anniversario della morte di don Giussani Reggio Emilia – Basilica della B. V. della Ghiara, 20 febbraio 2017

giovedì 2 marzo 2017

UN ALFABETO DIMENTICATO


 scritto da Aldo Maria Valli
«Che cosa significa “misericordia”? Guarisci il mio peccato, rendimi in grado di accettare la tua volontà. Questo significa “misericordia”!».
Da qualche tempo (come ho accennato in un altro intervento) sono alle prese con l’insegnamento di un padre spirituale ortodosso del Monte Athos (sto aiutando un giovane e bravo monaco in un lavoro di traduzione) e resto colpito da questa definizione della misericordia. Che suona così antica ma proprio per questo così nuova per noi cattolici.
In primo piano non c’è la richiesta che Dio guardi ai limiti della creatura e li giustifichi. C’è una creatura che si sente peccatrice, invoca la guarigione e chiede aiuto per accettare la volontà divina.
L’idea di misericordia è qui ribaltata rispetto all’uso che appare ricorrente oggi in ambiente cattolico, dove spesso, dicendo misericordia divina, si pensa prima di tutto al diritto che l’uomo avrebbe di essere comunque giustificato, accolto e compreso da un Dio la cui capacità di misericordia  sarebbe proporzionale alla sua disponibilità a giustificare, accogliere e comprendere.
Mi sto accorgendo che il padre spirituale ortodosso propone, nelle sue meditazioni, un alfabeto da noi quasi dimenticato. Voglio qui proporre alcune parole.

LE PAROLE CHE CANCELLANO IL "MOSTRO DONALD"

Riro Maniscalco
ilsussidiarionet
mercoledì 1 marzo 2017


 La prima volta di Trump.
Tecnicamente non è uno State of the Union Address (che richiede l'essere stato in carica per un anno almeno), è un Congress Address, ma di fatto lo è, essendo la prima volta dopo il discorso di inaugurazione che il presidente parla al Paese.

I media, più volte definiti dalla nuova amministrazione "il partito di opposizione", fibrillano. Piove forte a Washington DC, vedremo se arriveranno anche tuoni e fulmini. Nell'attesa, tra una pubblicità e l'altra, con quel fare cinematografico che hanno tutte le forme di comunicazione in America, Cnn si presenta come "The most trusted news", e anche il New York Times ha comprato spazi pubblicitari per dirci che "la verità è difficile da trovare", ed è per questo che il New York Times esiste.

Trump si troverà a parlare a un Congresso diviso, a partiti divisi, a un popolo americano diviso, a milioni di coscienze divise almeno un po' tra desiderio di cambiamento e paura di un nuovo che potrebbe snaturare quello che l'America è sempre stata.
Donald Trump si presenta tra gli applausi scroscianti dei repubblicani e quelli di circostanza di alcuni democratici. La solita, belligerante, cravatta rossa ha lasciato il posto a un più rassicurante capo d'abbigliamento blu e bianco. Anche questo è un segnale, un "prima della parola".

 Il presidente attacca quello che a mio avviso è stato il suo migliore discorso di sempre. Francamente ho sempre dubitato che sapesse parlare. Se vogliamo afferrare la spina dorsale di tutto il messaggio di questa sera dobbiamo partire dalla fine: "Il mio compito non è quello di rappresentare il mondo, il mio compito è quello di rappresentare gli Stati Uniti d'America". 

martedì 28 febbraio 2017

SI CHIAMAVA FABIANO ANTONIANI



tratto dal blog di LEONARDO LUGARESI
Bernini: il ratto di Proserpina
Non Dj Fabo, come hanno sparato in tanti, in questi giorni di martellante e ignobile campagna propagandistica a favore del diritto al suicidio. Tutti a parlarne come se l’avessero conosciuto, come se gli fossero stati amici, come se ci tenessero a lui … L’uso del soprannome, al posto del nome, è una spia: finge una familiarità che non c’è e nello stesso tempo tradisce che in realtà non si pensa alla persona, ma all’uomo-simbolo, al testimonial di una causa. Diciamolo più brutalmente: al pupazzo mediatico.
Invece di fronte alla morte non ci sono soprannomi, così come non ci sono titoli: di fronte alla morte siamo solo persone, e abbiamo solo il nostro nome. Quello del battesimo, se siamo battezzati (come penso fosse anche lui). È morto Fabiano Antoniani, non Dj Fabo: quello se n’era andato già da anni, insieme con le foto spavalde che piacciono tanto ai giornali e alle tv, quelle messe in prima pagina per farci capire, senza dirlo, che  la vita, se non può più essere quella delle corse in moto e delle notti in discoteca, non è neanche più degna di essere vissuta.
E noi, invece, che cosa possiamo dire di Fabiano Antoniani e per Fabiano Antoniani? Prima di tutto questo: «L’eterno riposo dona a lui Signore, risplenda a lui la luce perpetua».
Poi possiamo esprimere un sentimento di assoluto rispetto per la sua tragedia personale e, se ci riusciamo, provare un vero dolore per lui, anche se non lo conoscevamo. (Non è così facile, perché ormai abbiamo tutti il cuore indurito e i sentimenti, per lo più, li fingiamo).
Basta. Sulla vicenda personale non abbiamo bisogno di dire nient’altro. Non tocca a noi.
Invece sul “caso politico”  siamo tenuti a prendere posizione come cittadini, perché riguarda tutti. Ma dobbiamo farlo seriamente, prescindendo dalla vicenda personale. Diciamolo,  una buona volta: non si fa politica, non si fa diritto, non si fa legislazione (ma non si fa neanche economia, né scienza, né arte, né alcunché di aspirante ad un valore generale) sui casi personali, sullo sfruttamento delle emozioni e dei (presunti) buoni sentimenti. Cioè non si fa quello che da cinquant’anni, in Italia, hanno sempre fatto i radicali – con gli esiti che sappiamo; quello che fa anche in questi giorni il signor Cappato, per dirne uno.
La politica e il diritto si fanno a mente fredda. Cercando, per quello che si può, di ragionare. E allora, se si prende in considerazione la proposta politica di sancire nel nostro ordinamento un “diritto al suicidio”, basta non essere del tutto stupidi per accorgersi che sarebbe (sarà, temo) un’assurdità. L’affermazione di un diritto soggettivo, infatti, implica necessariamente, in capo a tutti gli altri soggetti , l’imposizione di doveri ad esso correlati e senza i quali il diritto stesso non esisterebbe. Per esempio: il mio diritto di proprietà su un bene vige solo in quanto comporta il correlativo dovere di tutti gli altri ad astenersi dall’impossessarsene. Se l’ordinamento riconoscesse un diritto al suicidio scatterebbe il dovere per tutti di astenersi dal compiere qualsiasi atto volto a impedirlo e, nello spirito della nostra costituzione, il dovere per lo stato di “rendere effettivo” tale diritto rimuovendo tutte le circostanze che possono ostacolarlo. Le tensioni che si stanno artificosamente provocando in questi stessi giorni a proposito della legge 194 sono lì a dimostrare gli effetti di questa logica: una volta affermato il diritto all’aborto scatta il dovere di fare abortire. Ma il suicidio è, per sua natura, un atto essenzialmente anti-giuridico. La legge non può normarlo. Eppure è quello che si sta cercando di ottenere.
E come cristiani, che cosa abbiamo da dire? Lasciamo pure da parte il piano politico e giuridico, sul merito della scelta di farsi uccidere quando si è in condizioni così difficili da vivere, che cosa possiamo dire noi cristiani, in un mondo in cui quasi tutti (ma proprio quasi tutti) sono convinti che sia giusto così, che sia anzi l’unica cosa da fare perché “se toccasse a me non vorrei certo continure a vivere ridotto in quel modo”?
La verità, temo, è che non abbiamo più niente da dire. È come se non avessimo più le ragioni. Balbettiamo qualcosa, pensiamo di cavarcela con belle frasi (oggi si porta molto “diciamo no alla cultura dello scarto”), ma le ragioni non le sappiamo più dare. O non abbiamo più il coraggio di dirle. Ci sarebbero, ma sono scritte in vecchi libri che non leggiamo più.
«Perché si deve continuare a vivere quando non si vuole più vivere?»  Se la chiesa non sa rispondere a questo, che cosa sa?


LA STATALIZZAZIONE E LA SUSSIDIARIETA’


IL CASO DELL'IRST - ISTITUTO DEI TUMORI DELLA ROMAGNA



Abbiamo letto con interesse e preoccupazione le osservazioni del prof. Amadori in riferimento all'IRST, pubblicate sul Resto del Carlino del 23 febbraio. La Regione Emilia Romagna direttamente, o per mezzo di qualche altra istituzione pubblica, vorrebbe acquisire la maggioranza assoluta del pacchetto azionario con l'acquisto della partecipazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena che è costretta a vendere le proprie quote per le note difficoltà finanziarie.

L'IRST perderebbe la caratteristica di Ente che agisce nell'ambito del privato sociale, condizione che ha garantito la nascita e lo sviluppo di questa istituzione così importante per la ricerca,la diagnosi e la cura dei tumori.

La crescita è avvenuta grazie alla rapidità del percorso decisionale,alla dimostrata efficienza ed efficacia della operatività e grazie-soprattutto- alla libertà di poter scegliere ricercatori giovani,competenti,motivati che consentono di mantenere l'Istituto a livelli di eccellenza riconosciuti in tutto il mondo scientifico internazionale.

La "statalizzazione" dell'IRST rischia di alterare questo percorso di sviluppo scientifico e di mantenimento di standard elevati, necessari al periodico riconoscimento di istituto di ricerca scientifica (IRCCS) coi relativi finanziamenti statali indispensabili per il lavoro.

Purtroppo il rischio di cui parla il prof. Amadori è molto alto in Emilia Romagna dove la cultura della sussidiarietà non è mai stata, di fatto, accettata e applicata con convinzione. 
Prevale ancora un grande equivoco che confonde il principio di sussidiarietà con la supplenza. L'Ente pubblico, cioè, accetta che la società civile, nelle sue numerose articolazioni, possa intervenire per supplire alle proprie carenze ma, appena può, desidera impossessarsi di quanto è stato costruito, quando funziona e si sviluppa.

Invece, le opere nate dalla responsabilità sociale e dalla decisione di realtà private che amano il bene comune e svolgono un servizio pubblico, dovrebbero essere riconosciute, sostenute, incoraggiate e finanziate da un Ente pubblico che abbia a cuore il benessere del popolo.

Questo naturalmente esige che ci sia il controllo necessario, il coordinamento delle iniziative per evitare sovrapposizioni e duplicazioni costose e la razionalizzazione degli interventi nello stesso territorio, nel rispetto dell'autonomia  dei soggetti che mettono in gioco responsabilità,creatività e rischio finanziario.

Anche in questo specifico caso dell'IRST la Regione dovrebbe impegnarsi per stimolare il mondo del privato-sociale,le imprese e anche i singoli privati a divenire parte della compagine dell'IRST e contribuire così al suo sviluppo per il bene di tutti


Il Crocevia

venerdì 24 febbraio 2017

LA PROTESTANTIZZAZIONE NELLA CHIESA


Il superiore generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, ha dato al vaticanista svizzero Giuseppe Rusconi una lunghissima intervista di cui pubblichiamo qui uno stralcio.
Ma consiglio di leggerla per intero a questo link:

Arturo Sosa Abascal,
D. – Il cardinale Gerhard L. Műller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ha detto a proposito del matrimonio che le parole di Gesù sono molto chiare e "nessun potere in cielo e in terra, né un angelo né il papa, né un concilio né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificarle".
R. – Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù. A quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito.
D. – Ma allora, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, non hanno un valore assoluto.
R. – Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù... Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane… Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù, ma bisogna sapere quale è stata!
D. – È discutibile anche l’affermazione in Matteo 19, 3-6: "Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto"?
R. – Io mi identifico con quello che dice papa Francesco. Non si mette in dubbio, si mette a discernimento
D. – Ma il discernimento è valutazione, è scelta tra diverse opzioni. Non c’è più un obbligo di seguire una sola interpretazione…
R. – No, l’obbligo c’è sempre, ma di seguire i risultati del discernimento.
D. – Però la decisione finale si fonda su un giudizio relativo a diverse ipotesi. Prende in considerazione dunque anche l’ipotesi che la frase "l’uomo non divida…" non sia esattamente come appare. Insomma mette in dubbio la parola di Gesù.
R. – Non la parola di Gesù, ma la parola di Gesù come noi l’abbiamo interpretata. Il discernimento non sceglie tra diverse ipotesi ma si pone in ascolto dello Spirito Santo, che – come Gesù ha promesso – ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana.
D. Ma come discernere?
R. – Papa Francesco fa discernimento seguendo sant’Ignazio, come tutta la Compagnia di Gesù: bisogna cercare e trovare, diceva sant’Ignazio, la volontà di Dio. Non è una ricerca da burletta. Il discernimento porta a una decisione: non si deve solo valutare, ma decidere.
D. – E chi deve decidere?
R. – La Chiesa ha sempre ribadito la priorità della coscienza personale.
D. – Quindi se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che posso fare la comunione anche se la norma non lo prevede…
R. – La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato. È nata, ha imparato, è cambiata. Per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto più sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo.
D. – Mi par di capire che per lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina.
R. – Sì, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina.
D. – Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina.

R. – Questo sì, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.

MA SULLA SVEZIA TRUMP HA RAGIONE

IL FALLIMENTO DEL MULTICULTURALISMO 
E LA COMPLICITA' DEI MEDIA

L’OCCIDENTALE
23 Febbraio 2017

In questi giorni provate a digitare su Google la parola "Svezia", in italiano o in inglese, il risultato non cambierà. Il misterioso algoritmo del gigante di Mountain View vi rimanderà, immediatamente, alla fantomatica gaffe di Donald Trump che, durante il comizio di sabato scorso in Florida, avrebbe citato un presunto attentato in Svezia. In realtà il Don aveva fatto semplicemente riferimento alla mancanza di sicurezza in quel Paese, considerazione che ha fatto presto, però, a tradursi in una sorta di profezia.
E' così che i sorrisini di scherno dei giornaloni hanno lasciato spazio, in men che non si dica, al silenzio della stessa stampa che ha preferito non riportare quanto accaduto la notte tra lunedì e martedì a Rinkeby, sobborgo di Stoccolma ad alta densità d'immigrati.
Il sobborgo, infatti, è stato devastato dalla furia cieca degli stessi immigrati: aggressioni alla polizia, negozi saccheggiati, auto in fiamme. La rivolta, secondo quanto riporta l'Associated Press, sarebbe scaturita da alcuni arresti nel quartiere per spaccio di droga. E sempre secondo l'agenzia di stampa, quella di mettere a ferro e fuoco i sobborghi delle città svedesi è diventata ormai una consuetudine. 
La verità è che il Paese scandinavo si sta velocemente avvicinando al collasso. Sempre più amministrazioni comunali lanciano l'allarme: se i migranti continueranno ad arrivare a questo ritmo, le amministrazioni locali non saranno più in grado di garantire una vita normale ai cittadini. E se l'ondata di migranti continuerà a crescere, in 10-15 anni, gli svedesi saranno una minoranza nel loro stesso paese.

“NOI, MINORANZA CRISTIANA IN TURCHIA, RIPONIAMO TUTTO NEL SIGNORE”

PARLA BARTOLOMEO 
PATRIARCA DI COSTANTINOPOLI



Negli scorsi mesi è uscita in inglese e poi in francese la prima biografia di Bartolomeo,
patriarca di Costantinopoli. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione, e Benedetto XVI vi ha pure dato una testimonianza della sua amicizia col patriarca.
Bartolomeo aveva sempre  scoraggiato chi voleva scrivere su di lui ma per  il 25° della sua elezione non ha più frenato  l'amico John Chryssavgis, greco d'Australia, suo  collaboratore.

Il libro, “Bartholomew. Apostle and Visionary” è il titolo inglese ( Thomas Nelson editore, Nashville, pagine 272), è un grande affresco dell'attività di Bartolomeo e dei problemi che deve affrontare.


Il patriarcato ecumenico di  Costantinopoli vive nella precarietà, potendo  contare, come base di fedeli a Istanbul, su  poche migliaia di cristiani, i soli rimasti  dell'antica folta comunità greca, stante  l'ostilità delle autorità turche. Lo stesso  Bartolomeo, nato nel 1940 nell'isola egea di  Imbros, sotto sovranità turca, ha visto la  popolazione della sua isola, in origine  integralmente ellenica, diventare turca a schiacciante maggioranza, dopo che negli anni '60 e '70 le attività economiche dei residenti cristiani sono state strozzate da misure  amministrative e numerosi villaggi di nuovi coloni turchi sono stati creati dal nulla.

Eppure ciò che caratterizza Bartolomeo e il suo  patriarcato ecumenico non è il risentimento  verso la Turchia, ma il lealismo verso lo Stato nel quale si deve vivere, inclusa la ricerca di  relazioni politiche corrette e comprensive delle  reciproche esigenze.
Così Bartolomeo ha goduto  di una libertà d'iniziativa negata ai suoi  predecessori, potendo celebrare liturgia in  luoghi di memorie cristiane prima vietati al  culto, potendo restaurare 150 chiese ed edifici  in rovina appartenenti al patriarcato, potendo  ottenere la cittadinanza turca per membri del  sinodo patriarcale provenienti quasi tutti dal  vario mondo (cosa rilevante per garantire una  degna successione patriarcale in quanto solo col passaporto turco si può essere eletti).