lunedì 26 agosto 2013

TRISTI LEZIONI DALLA VICENDA IMU



 di Marco Bertoncini  

C'è un aspetto perfino avvilente nel tormentone sull'Imu. Il governo è incapace di reperire 2 miliardi. Tutto ruota intorno alla pessima volontà del Pd di appagare una battaglia sostenuta, e con ragione, dal Pdl. Davvero grave è che da settimane politici e tecnici sbattano la testa contro il muro della carenza di fondi.
Se ne ricavano alcune tristi lezioni. La maggioranza, con eccezioni, non intende accedere all'esigenza di diminuire il carico fiscale. Quando si parla di far diminuire un'imposta (è il caso dell'Imu sulla prima casa), subito vengono fuori compensazioni e rimodulazioni, cioè aggravamenti tributari a carico di varie categorie. Populismo e demagogia dominano, all'insegna così del «chi più ha più paghi» come dell'applicare criteri reddituali a imposte patrimoniali.
La verità è semplice: non si fanno le riforme. Al più, si parla di tagli. Di incidere, con provvedimenti validi non contingentemente bensì permanentemente, sulle grandi fonti di spesa, nessuno parla. Liberalizzazioni, privatizzazioni, ristrutturazioni, costi della politica, soppressione di enti pubblici: prevale il silenzio, o al più si mendicano scuse per rinviare i provvedimenti. Il debito pubblico sale ogni giorno, e tutto si riduce a prendere atto, a ogni comunicato ufficiale, dell'incremento registrato.
Ad aggravare la situazione c'è l'esistenza di una maggioranza che, mercé le larghe intese, fruisce di una base parlamentare quasi senza precedenti. Avrebbe i numeri per assumere decisioni tanto impopolari, quanto indispensabili. Viceversa, balbetta di revisioni delle accise o di balzelli su giochi o sigarette. Esemplare è la vicenda del finanziamento ai partiti, che rimarrà con la sola (e falsa) aggiunta dell'aggettivo «indiretto»

DA Italia Oggi

UN LEADER PER IL CENTRO DESTRA



L'inevitabile successione

È molto difficile chiudere l'era Berlusconi, ma è certo che in una prospettiva non troppo lontana la sentenza della Cassazione ha posto fine alla sua leadership politica. In un Paese civile le sentenze delle Corti, infatti, fossero anche le più infondate e discutibili, vanno eseguite. Su questo non possono e non devono esserci dubbi.
Fine della leadership di Berlusconi, dunque. Certo, il Cavaliere potrebbe sempre in qualche modo dirigere il Pdl da casa sua, mandare cassette registrate da trasmettere alla televisione, rilasciare un'intervista al giorno, collegarsi dovunque in teleconferenza. Ma il fatto di non poter essere eletto e far ascoltare mai la sua voce in Parlamento, di non poter farsi vedere in un comizio, di non potersi recare in alcuna riunione all'estero, tutto ciò rende di fatto impossibile qualunque suo reale ruolo di comando. È vero che egli non è uomo da rassegnarsi facilmente, e che l'Italia ha ormai abituato il mondo alle proprie numerose anomalie, ma si può immaginare un Paese o un partito guidati a questo modo? Cioè nel modo in cui si troverà Berlusconi tra poche settimane? Dunque prima o poi egli dovrà passare la mano in qualche modo. L'ora della sua successione è arrivata.

Anche se come si sa, egli non si è mai curato di prepararla. Non è un caso che finora, a quel che sembra, l'unica forma di successione che gli è venuta in mente non è all'interno del suo partito di plastica, bensì è quella personal-familiare nella persona della figlia Marina (che peraltro ha detto proprio ieri di non pensarci nemmeno): un'incredibile e, più che incredibile contraddittoria, trasposizione nella dimensione dinastica della vicenda più orgogliosamente self made man e più sfrenatamente egotista che abbia mai visto la politica italiana.
La verità è che finché si rimane nell'ambito del partito berlusconiano il problema di trovare una futura leadership è per la Destra un problema insolubile. All'interno del Pdl non esiste alcuna personalità in grado di essere realmente accettata da tutti gli altri come capo, e al tempo stesso di risultare credibile agli occhi dell'elettorato.
Per rappresentare nelle urne gli elettori italiani di destra è necessario perciò che oggi si avvii la nascita di qualcosa di nuovo e di diverso, che può essere il frutto solo di un grande rimaneggiamento di sigle, di famiglie, di gruppi e di storie politiche. Al quale - questo sembra essere il punto decisivo - deve partecipare attivamente anche quell'area moderata, non di sinistra, che finora si è detta di centro: si è detta tale, a me pare, per un solo motivo, in sostanza: per la comprensibile paura di essere confusa con la Destra esistente, vale a dire con Berlusconi, con il suo stile e le sue pratiche. Ormai, però, si è aperta una prospettiva in cui tale paura non ha più motivo di essere.
Le donne e gli uomini del Centro, gli ambienti che li esprimono, devono solo convincersi che in un Paese normalmente bipolare - e l'Italia ormai lo è definitivamente - essere di destra vuol dire semplicemente avere opinioni, valori e adottare politiche diverse da quelle della Sinistra. E che dunque se, come è il loro caso, non si hanno le opinioni e i valori della Sinistra, ciò significa inevitabilmente che si è di Destra, e che in ciò non c'è nulla di male. In una democrazia Destra e Sinistra, infatti, non sono l'una il male e l'altra il bene, o viceversa. Sono semplicemente due diversi luoghi dello schieramento politico, e in parte (ma solo in parte) anche due modi di pensare il mondo: entrambi legittimi perché a sostegno di entrambi possono essere addotte ottime ragioni. Se migliori in un caso o nell'altro, dipende solo dalle circostanze.
Se non si è di sinistra, dunque, è all'elettorato di destra che bisogna rivolgersi. Ma senza retropensieri e infingimenti. Senza fare, ad esempio, ciò che invece ha fatto rovinosamente il Centro nell'ultima campagna elettorale: e cioè di dare chiaramente a intendere che, se del caso, esso non escludeva dopo le elezioni di potersi alleare con la Sinistra. Oggi come oggi, infine, una ricostruzione politica della Destra a partire dal Centro dovrebbe anche avere chiaro che per interloquire con l'elettorato che per anni si è riconosciuto nel Pdl non si devono, no, tacere le ombre pesanti che via via si sono venute addensando su Berlusconi, ma al tempo stesso si deve non solo riconoscergli la parte imprescindibile e positiva che egli ha avuto a suo tempo nella trasformazione del sistema politico italiano, ma anche fare proprie alcune battaglie (perdute) che hanno caratterizzato la sua vicenda. A cominciare da quella altamente simbolica, ma assolutamente sacrosanta, per una riforma del sistema giudiziario.
È vero che in Italia per adottare la linea che ho sommariamente indicato bisogna superare un potentissimo interdetto socio-culturale: quello costruito per anni e anni dalla Sinistra, la quale ha sempre cercato di far credere che essere di destra voglia dire essere contro la democrazia (dimenticando, tra l'altro, che su questo piano essa stessa non aveva certo tutte le carte in regola...). Ed è pure altrettanto vero che nel nostro Paese, a partire almeno dagli anni 70 del secolo scorso, la borghesia corporativa e della rendita e il capitalismo senza capitali - pieni com'erano e come sono di scheletri negli armadi, e perciò oltremodo bisognosi di un protettore politico - hanno sempre trovato comodo cercarlo a sinistra: cioè nella parte che gli appariva di volta in volta più forte, più cattiva, o più alla moda. Ma tutto questo, se non m'inganno, il vorticoso incalzare dei tempi e l'urgenza dell'agenda politica se lo stanno ormai portando via. La crisi del Paese vuol dire la fine, tra tante altre cose, pure di questi antichi riflessi condizionati. Anche a destra è venuto il momento di voltare pagina.

Ernesto Galli della Loggia
da "Il Corriere della Sera"
11 agosto 2013

domenica 11 agosto 2013

SIA BENEDETTO FRANCESCO

E’ ormai la mania dei media: attribuire a papa Francesco idee opposte a quelle di Benedetto XVI, soprattutto sui temi più cari al mainstream giornalistico, cioè gay, donne, Chiesa, ambiente, capitalismo, povertà.
Lo si è visto dopo la famosa conferenza stampa sull’aereo. Il salotto radical-chic è così convinto che Francesco stia rovesciando l’insegnamento del predecessore che ieri perfino uno che non sa nulla di cristianesimo – come Claudio Sabelli Fioretti – su un magazine di “Repubblica” lo rappresentava come “uno straordinario folle che potrà finalmente mettere in crisi la Chiesa”.
Visto l’andazzo, al di qua e al di là dell’Atlantico, Pat Archbold nel suo blog, sul sito americano del “National Catholic Register”, si è divertito a farsi beffe del pigro conformismo liberal, secondo cui Francesco dice il contrario di Ratzinger.


LO SCHERZO DI PAT

Ha scritto che – ebbene sì – il Papa si schiera con i gay. Ecco le parole che lo provano:
“È deplorabile che le persone omosessuali siano state e siano oggetto di odio violento nei discorsi o nelle azioni. Un simile trattamento merita la condanna da parte dei pastori della Chiesa ogni qual volta si verifichi”.
Ha proseguito affermando che il Papa spara a zero sui ricchi ed esalta la causa dei poveri. Eccone la prova:
“Se ci rifiutiamo di condividere ciò che abbiamo con il povero e l’affamato, rendiamo il nostro possesso un falso dio. Quante voci nella nostra società materialista ci dicono che la felicità si trova nell’accumulare proprietà e lussi! Ma questo è rendere il possesso un falso dio. Invece di portare la vita, essi portano la morte”.
Non solo. Egli demolisce l’idea teocratica del papato ed è un papa umile. Ecco  la dimostrazione: “L’autorità del Papa non è illimitata”. “I signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere”.
E l’insegnamento del Papa finalmente riconosce il giusto posto della donna nella Chiesa:
“È importante dal punto di vista teologico e antropologico che la donna sia al centro della cristianità. Attraverso Maria, e le altre donne sante, l’elemento femminile è posto al centro della religione cristiana”.
Infine il Papa preferisce ai “bigotti” la carità: “Se nella mia vita trascuro completamente l’attenzione agli altri, tutto preso dalla brama di essere ‘devoto’ e di compiere i miei ‘doveri religiosi’, allora la mia relazione con Dio sarà arida. Diventerà più ‘appropriata’, ma senza amore”.
E poi è ambientalista (“Ascoltate la voce della terra…”) e condanna il capitalismo (“La prevalenza di una mentalità egoista e individualistica che trova espressione anche in un capitalismo sregolato”).
Parrebbe evidente da questi pronunciamenti che Francesco è l’opposto del predecessore e di tutti gli altri papi. C’è solo un piccolo problema, ha spiegato il sarcastico americano: tutte le citazioni  che avete letto non sono di Francesco, ma di Benedetto XVI.
Quel Ratzinger che i media non hanno mai ascoltato e quindi non conoscono. Come quei cattolici – di destra e di sinistra – che contrappongono lui e Francesco.

BENEDETTO RIVOLUZIONARIO

Sentite queste fiammeggianti parole:
“Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!”.
Parole di Francesco? No, di Ratzinger. Come pure queste che – se fossero pronunciate oggi da Francesco – susciterebbero gli anatemi dei tradizionalisti:
“Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo”.
Vi piace la tenerezza di Francesco che preferisce i sofferenti ai potenti? Sentite questa perla:
“Le vie di Dio sono diverse: il suo successo è la croce… non è la Chiesa di chi ha avuto successo ad impressionarci, la Chiesa dei papi o dei signori del mondo, ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta a credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancora oggi segno del fatto che Dio esiste e che l’uomo non è solo un fallimento, ma può essere salvato”.
Di nuovo sono parole di Ratzinger. Che possono sorprendere solo chi non lo ha mai ascoltato.

CHIESA POVERA

Come ha osservato Andrea Gagliarducci, gli stessi che oggi si entusiasmano quando papa Francesco chiede “una chiesa povera per i poveri” o spiega che “le istituzioni (come lo Ior) servono, ma fino a un certo punto” o quando fulmina la “mondanizzazione” e “l’autoreferenzialità” della Chiesa, ignorano gli strali di papa Benedetto contro “carrierismo e clericalismo”, contro “una Chiesa soddisfatta di se stessa, che si accontenta in questo mondo, è autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo. Non di rado dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione” proseguiva Benedetto “un’importanza maggiore che non alla sua chiamata, all’essere aperta verso Dio e ad un aprire il mondo verso il prossimo”.
In quel fondamentale discorso a Friburgo, Benedetto concludeva: “Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo”.

FRANCESCO RATZINGERIANO

Ovviamente si può fare anche il gioco inverso. Per mancanza di spazio farò un paio di esempi recenti.
Il “Corriere della sera” del 6 agosto – in un servizio che magnificava la vita “childfree”, cioè libera dal generare figli – ha preteso di arruolare pure Francesco in questa moda perché – stando al giornale – il papa ritiene che i pastori della Chiesa “non hanno diritto di intromettersi nella vita privata di nessuno”.
Ma il vaticanista Magister giudicando “molto fantasiosa” questa idea ha ricordato che – appena pochi giorni prima, il 27 maggio – Francesco nella sua omelia riportata dall’ “Osservatore romano”, ha tuonato proprio contro quella “cultura del benessere che ci fa poco coraggiosi, ci fa pigri, ci fa anche egoisti…” e come esempio ha riprodotto il dialogo di una coppia che decide di non avere un figlio per non rinunciare alle comodità.
Un altro esempio è la lettera che papa Francesco ha fatto recapitare il 9 agosto ai “Cavalieri di Colombo”, riuniti in Texas. Sembra Ratzinger. Infatti li esorta a continuare la “testimonianza dell’autentica natura del matrimonio e della famiglia, della santità e della dignità inviolabile della vita umana, e della bellezza e verità della sessualità umana”.
Bisogna sapere che questa organizzazione negli Usa è al centro di polemiche per la sua vigorosa opposizione alle leggi sulle unioni omosessuali.
Alla fine la verità è quella che Benedetto XVI – secondo il giornale tedesco “Bild” del 5 giugno – ha confidato a due amici, il cardinale Paul Cordes e il teologo psichiatra Manfred Lutz, che gli hanno fatto visita nel suo eremo vaticano: “Dal punto di vista teologico siamo perfettamente d’accordo”. Parlava di lui e Francesco.
La loro è la stessa Chiesa e la stessa fede. Benedetto doveva ridare ragioni ai cristiani, mentre Francesco cerca di parlare alle 99 pecorelle che sono fuori dall’ovile, per farle incontrare con Cristo e la sua misericordia. Tutto qua.

Antonio Socci

Da “Libero”, 11 agosto 2013


EPIFANI (A) TUTTE LE SINISTRE PORTE VIA

Segretario apolitico del Pd, guida con fermezza la transizione verso il nulla, senza indicare una linea o un progetto
Come spiega il suo cognome, Epifani è l'apparizione finale che chiude il presepe della sinistra. Inodore, insapore, incolore, costruito in vetroresina, Guglielmo Epifani è esponente di spicco della corrente inespressionista ed è portavoce del mutismo del Pd.

Non indica una linea o un progetto, si limita a ripetere il foglio d'istruzione per il montaggio della segreteria, come se fosse un mobile dell'Ikea. Applica l'antiberlusconismo in modo meccanico, senza pathos né alcuno sforzo di aggiornamento, come se fosse un modulo da compilare e da consegnare.
La sua immagine buca lo schermo nel senso che lascia un vuoto al centro del video. La sua parola ha la capacità di passare da un orecchio all'altro senza lasciare traccia nella mente. Si dice che provenga dal partito socialista, ma finora non si è riuscito a individuare da quale costola del socialismo egli discenda, probabilmente dall'arto fantasma. Zelante funzionario della Cgil, Epifani rappresenta oggi la Sede Vacante del Pd.
A sproposito qualcuno parlando di lui ha citato la frase terribile di Craxi secondo cui i sindacalisti sono rompicoglioni quando fanno i sindacalisti e solo coglioni quando si danno alla politica. Epifani non rientra nella categoria, ha una sua dignitosa evanescenza. Funge da segretario apolitico del Pd e guida con fermezza la transizione verso il nulla. La politica, penserà, tocca ai magistrati, a noi segretari tocca solo il ruolo di cancelleria. Lo chiameranno Cassandra per le sciagure che annuncia nel nome della Cassazione.


martedì 6 agosto 2013

NESSUN RAZZISMO: SOLO INCOMPETENZA

SOUAD SBAI:

Cara Kyenge, ecco la differenza tra un burqa e il velo di una suora
lunedì 5 agosto 2013
http://www.ilsussidiario.net

Bisogna dirlo, stavolta Cécile Kyenge l’ha sparata grossa. Ospite alla Festa del Pd a Cantù la discussa ministra di origine congolese ha avuto un’uscita a dir poco infelice: “Il fatto che la legge obblighi a far vedere il viso deve valere per tutte le donne, comprese anche le suore, perché non insistiamo su questo aspetto? Il principio è sempre quello. Applichiamolo senza avere pregiudizi”.

Un’affermazione inopportuna non tanto perché ha dato prova, ancora una volta, di quanto siano deboli e vane le sue argomentazioni, condite da qualche assurdità, ma soprattutto perché non permette di sorvolare su chi, nella veste di ministro dell’integrazione, si dimostri così incompetente in tematiche cruciali, e al contempo basilari. La Kyenge si è fatta portabandiera dei più fuorvianti pregiudizi, idee e preconcetti inutili e non veritieri. Al di là della dimostrazione di come ignori la differenza tra velo islamico da una parte, e niqab e burqa dall’altra, in un periodo in cui il dibattito sull’Islam sta prendendo piede in occidente, è impensabile che trascuri il sostanziale divario tra il significato di tali indumenti e del velo delle suore. La ministra probabilmente crede che il velo cosiddetto islamico sia considerato parte integrante di una tradizione religiosa. In realtà questo deriva da un’esegesi letterale del Corano, isolata dal suo contesto storico, che ha permesso di dare interpretazioni univoche in grado di nascondere le insufficienti fondamenta su cui poggia.

Il velo non ha fatto altro che assumere ed assorbire diverse connotazioni negative, proprio perché indossarlo non è, in realtà, un precetto religioso, un “pilastro dell’Islam”. Le modalità del suo utilizzo non sono esplicitamente scritte nel Corano, e ad affermarlo, oltre agli intellettuali arabi, tra cui spicca il nome di Mustafa Rashid, sono gli stessi imam, quelli più moderati s’intende. Anche in Italia esistono tantissime donne che, per rispettare una volontà maschilista, sono costrette a velarsi alcune sotto la minaccia continua della violenza fisica e psicologica. Per questo motivo, intorno al velo si è creata una sorta di aura fatta di congetture che devono essere distinte e chiarificate. Ancora diverso è il niqab, che costituisce un’aggiunta fatta dal radicalismo. Non esiste, infatti, nessuna prova sharitica che lo attesta. I sostenitori di questo indumento sono coloro che vogliono favorire l’affermazione di un altro tipo di Sharia Islamica, completamente differente dall’originale, che è quella wahabita. Vogliono così la legittimazione di un sistema di norme tramite metodi e strumenti non adeguati. Si può quindi dire in tutta serenità che il niqab non fa parte del quadro culturale islamico, ma è solo uno strumento messo in campo dagli impostori che agiscono in nome della stessa religione. Per non parlare infine del burqa afgano, il cui obbligo di indossarlo è conseguenza di tradizioni locali, totalmente indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam.



Tutt’altro significato ha il velo delle suore, che intanto rende sempre ben visibile il volto, e, oltre ad essere religioso, è espressione di una libera scelta e di conseguenza non soggetto ad alcuna imposizione. Per le suore portare il velo, sopra i capelli tagliati corti o addirittura rasati, è segno del sacrificio della bellezza femminile mondana fatto per riaffermare la propria appartenenza a Cristo. Una questione di rispetto, del dono di sè a Dio fatta in piena libertà e che trasforma una caratteristica della femminilità mondana, in qualcosa che renda evidente a tutti la propria appartenenza, devozione e sottomissione al Signore, di cui sono perenni spose. E guai se questa, che è una affermazione della propria identità e della propria vocazione si esplicitasse nella dissimulazione del proprio volto, che rimane aperto al mondo. Nemmeno le monache di clausura si coprono il volto, perchè una suora cattolica, pur nell'umiltà e scansando la vanità, non perde mai l'unicità della propria persona!



La ministra dovrebbe preoccuparsi di più a cosa afferma, piuttosto che a recriminare un clima di pregiudizio nei suoi confronti, a suo parere esclusivamente di stampo razzista. La realtà è che sono proprio le sue continue provocazioni a creare tensioni, e la sua vaghezza e superficialità dimostrano la sua totale inadeguatezza nell’affrontare i problemi nel concreto. Inutile spostare l’attenzione su una presunta non tolleranza verso gli immigrati, gli stessi dei quali non conosce tradizioni e culture. Le ragioni che vietano il burqa nel mondo occidentale non sono legati all’espressione di una religiosità, ma a ben altro, mentre il ministro, attaccando la Chiesa, ha manifestato un atteggiamento antireligioso intollerabile.

lunedì 5 agosto 2013

IL POPOLO ABBANDONATO


Aldo M. Valli e Roberto Beretta si interrogano su «Cattolici e politica», in particolare sul loro rapporto con Berlusconi.

A me ha sempre colpito un fatto, ed è la discrepanza tra il popolo e le élites clericali (di cui Famiglia Cristiana è – ora – una punta espressiva).

E se possiamo dire che c’è un popolo cattolico che ha votato Berlusconi (e che lo voterebbe ancora, come ha pure votato per la Lega) troviamo anche la gran parte dell’establishment ecclesiastico che ne è fortemente contrario. Questo forse dovrebbe porci qualche interrogativo, sia sul perché delle scelte popolari sia – soprattutto – per la posizione di certa gerarchia. E se guardiamo, en passant, alla storia della Unità d’Italia, forse ritroviamo delle radici interessanti che spiegano l’accadere dell’oggi (e domandiamoci se l’anticlericalismo delle terre che erano della Chiesa sia dovuto all’odio e alla reazione alla politica della Chiesa o al disgusto del popolo che si è sentito tradito dalle élites clericali di fronte al giacobinismo trionfante).


A dire il vero credo che la questione vada riformulata in questo modo: per l’età che ho, ricordo quando negli ambienti clericali sessantottini e post-sessantottini si riteneva la «Dottrina sociale cristiana» una forma di ideologia borghese di cui liberarsi. Ricordo la simpatia verso un certo sinistrismo e la diffidenza verso il Papa polacco, incompreso da molti autori che – allora come, purtroppo, ora – andavano per la maggiore. Ricordo ancora la lettera dei 63 teologi italiani che, scimmiottando le prese di posizione di Küng e compagni, su Famiglia Cristiana esprimevano pubblicamente i loro dubbi sulla autorità della Chiesa in campo morale (e c’è da dire che quasi tutti i firmatari di quella lettera non hanno mai ritrattato, e hanno fatto splendide carriere ecclesiastiche…).

Così il popolo è rimasto abbandonato da chi avrebbe dovuto educarlo alla fede cattolica, lasciato in balia di quei nuovi mezzi di comunicazione che – dominati da lobbies anticattoliche – hanno creato una mentalità relativista spesso incapace di opporsi al sentire comune. La grande assente, nell’insegnamento e nella predicazione ecclesiale, era proprio la dottrina sociale.


Quale allora la linea di soluzione del problema? Non: Berlusconi sì/Berlusconi no. No alla scelta tra PD e PDL (o altre formazioni politiche), ma una ripresa della educazione cattolica che sappia dare le ragioni della propria fede. Quante volte abbiamo ascoltato la straordinaria indicazione di Papa Giovanni Paolo II secondo cui «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (e non ha detto che è la cultura che deve essere criterio di lettura della fede…).
E un altro suggerimento posso configurarlo così: «Andiamo alle sorgenti del magistero pontificio, con un sano senso critico nei confronti dei mass-media. Ci sono più cose nelle parole e nei gesti del Papa Francesco, che nella filosofia di Repubblica e del Corriere e di tutti gli altri giornali». Allora avremo un popolo che non dovrà subire le scelte di uno o dell’altro protagonista della politica, ma che sarà lui stesso protagonista e artefice di un cammino educativo, culturale e politico più corrispondente al bene comune.

Don Gabriele Mangiarotti

Cultura Cattolica

domenica 4 agosto 2013

DIO APPARE NEGLI INCROCI

VIAGGIO APOSTOLICO A RIO DE JANEIRO

IN OCCASIONE DELLA XXVIII GIORNATA MONDIALE

DELLA GIOVENTÙ

INCONTRO CON L'EPISCOPATO BRASILIANO
 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Arcivescovado di Rio de Janeiro

Sabato, 27 luglio 2013



(…) Un ultimo ricordo: Aparecida è comparsa in un luogo di incrocio. La strada che univa Rio, la capitale, con San Paolo, la provincia intraprendente che stava nascendo, e Minas Gerais, le miniere molto ambite dalle Corti europee: un crocevia del Brasile Coloniale.

Dio appare negli incroci.

La Chiesa in Brasile non può dimenticare tale vocazione inscritta in sé fin dal suo primo respiro: essere capace di sistole e diastole, di raccogliere e diffondere. (…)

Il Crocevia è nato nel 2007 a Cesena
Questa autorevole conferma rilancia la nostra intuizione di cercare Dio negli incroci e negli incontri con le persone

CASSARE LA CASSAZIONE

Accanimento ad personam e viltà in una sola sentenza

Il verdetto sarà rispettato, ma è politicamente e civilmente nullo


Dopo oltre sette ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni per frode fiscale inflitta a Silvio Berlusconi dalla Corte d’appello di Milano. Alla stessa Corte, la Cassazione ha rinviato l’onere di rideterminare la pena accessoria per il condannato, ovvero la durata dell’interdizione dai pubblici uffici. Per il procuratore capo di Milano, Bruti Liberati, “la pena principale è definitiva e subito eseguibile”.


La logica parruccona, con un micragnoso tentativo di compromesso sull’interdizione dai pubblici uffici, ha portato a una sentenza che disonora la giustizia italiana, impegnata da vent’anni in un attentato continuato alla sovranità democratica del paese mascherato da guerra all’outsider populista, al leader che non doveva entrare in politica. Le lobby civili, giornalistiche, intellettuali e politiche avverse all’Arcinemico hanno avuto il loro premio giudiziario, complimenti. L’alleanza era nata su solide e sinistre basi, con la cancellazione manu giudiziaria dei partiti della Repubblica costituzionale, tra accuse di corruzione e di mafia, tonnellate di carcerazione preventiva. Fu l’avvilimento del diritto, con il passaggio successivo dei crusading prosecutors a una grottesca avventura in politica, da Tonino Di Pietro a Antonio Ingroia. In mezzo per Berlusconi c’è stato di tutto. E alla fine è arrivato uno scampolo di sentenza definitiva, che ha per conseguenza la privazione della libertà personale e, per quanti anni si vedrà, il divieto di fare politica inteso come decreto legale stabilito da una casta non eletta di magistrati tecnicamente irresponsabili di fronte al popolo di cui pretendono di essere la voce.

Ma una sentenza simile, di fronte a quel che conta, storia e sovranità popolare, è politicamente e civilmente nulla. Intanto proprio come significato. Una parte del paese giudica Berlusconi un reo, attuale o potenziale, dal momento in cui si è permesso di sconvolgere giochi ideologici, economici, finanziari e politici che prevedevano una diversa e più acconcia sistemazione in consorteria. Per loro la sentenza arriva con vent’anni di ritardo sulle campagne ostruzionistiche e la demonizzazione feroce di cui sono stati protagonisti. E’ una glossa ininfluente che consente loro di festeggiare in modo svaccato, ma una glossa. Se Berlusconi fosse stato assolto non uno di questi compatrioti avrebbe cambiato idea su di lui e sul senso della sua parabola nella vita dello stato. E un’altra parte del paese lo ha invece seguito e votato e considerato per quello che era, una persona dotata di un carisma personale importante, di un linguaggio e di modi nuovi e rivoluzionari sulla scena pubblica, denunciando come ingiusto, speciale e sinistro, anticostituzionale, il trattamento giudiziario al quale è stato sottoposto in decine di processi, molti dei quali si sono conclusi con plateali assoluzioni. Questa Italia ha votato Berlusconi malgrado gli accanimenti e le persecuzioni, lo ha fatto con tenacia per molti anni, consentendogli di vincere tre volte le elezioni politiche, e di determinare con le ultime elezioni una situazione in cui, con il patrocinio politico del capo dello stato, si è costituito un governo di larga coalizione come unica soluzione possibile nel rispetto del principio di realtà.

FREE SCHOOL

Inghilterra
ecco come funziona la "vera" la libertà di educazione
sabato 3 agosto 2013
Le prime "free schools" hanno cominciato ad aprire nel 2011. Sebbene l'idea iniziale fosse stata di Tony Blair quando era Primo Ministro, è stato l'attuale capo del governo inglese Cameron a riuscire a sbloccare la situazione e a renderle operative. E' una idea, questa, a livello educativo, assolutamente innovativa che si pone in alternativa alle scuole private (molto costose) e a quelle statali, spesso in condizioni pessime dal punto di vista dell'insegnamento, della coesistenza fra studenti e da quello economico. Le free schools, che proprio in questi giorni hanno superato brillantemente l'esame dei responsabili del ministero dell'educazione inglese con risultati che vanno dall'eccellente al buono, sono in pratica scuole pubbliche perché finanziate dallo stato ma affidate in completa autonomia a chiunque si assuma la responsabilità di un progetto educativo, siano associazioni religiose o laiche. Unica eccezione sono gruppi religiosi di tendenza fondamentalista (il riferimento a possibili scuole islamiche di tendenza fondamentalista è chiaro). A due anni circa dall'apertura delle prime ventiquattro free schools, attualmente se ne contano 81 e per il prossimo mese di settembre si calcola ne saranno aperte altre duecento. Il successo dell'iniziativa è dunque evidente. Il sussidiario.net ha chiesto a Orson Francescone, dirigente del gruppo editoriale Euromoney Institutional Investor e membro del Governing Body della scuola St George the Martyr, di spiegarci meglio questo esempio di libertà di educazione.
 
Con le free schools aumenterà la libertà di educazione nel Regno Unito? Si può fare un paragone con l’Italia?
Anche prima dell’introduzione delle free schools, la libertà di educazione nel Regno Unito era anni luce più avanti rispetto all’Italia.

Come funziona il sistema educativo inglese?
L’istruzione, come è accaduto per la sanità in Italia, passa dallo stato centrale alle autorità locali. Queste, a loro volta, nominano un consiglio di amministrazione per ogni scuola e ad ognuna assegnano un budget annuale. Poi ogni istituto è libero, entro certi limiti ovviamente, di spendere quei soldi come meglio crede.

Come avviene il reclutamento degli insegnanti?
La scelta degli insegnanti è uno degli esempi più lampanti di quanto sia arretrato e inefficiente il sistema educativo pubblico in Italia rispetto a quello del Regno Unito.
Perché?
Ogni scuola pubblica nel Regno Unito può assumere insegnanti nel modo che crede più appropriato e, soprattutto, in totale indipendenza. Solitamente tramite un annuncio sui giornali locali.

Non sono previsti concorsi pubblici?
Niente megaconcorsi nazionali, niente graduatorie, nessuna imposizione su quale insegnante viene assegnato alla scuola, nessun insegnante di Liverpool viene imposto a una scuola a 300 chilometri di distanza, in Cornovaglia.

Nella scelta degli insegnanti la scuola ha praticamente mano libera, e così?
Semplicemente ogni scuola assume l’insegnante con l’esperienza, background e specificità che ritiene più necessari per il ruolo da ricoprire, tramite una normale serie di colloqui. Se un insegnante ritiene di avere abbastanza esperienza per rispondere all’annuncio pubblicato da un'altra per una posizione superiore può farlo semplicemente richiedendo un colloquio e se ha successo può trasferirsi liberamente.

Non ci sono vincoli?
Le scuole pubbliche devono attenersi al curriculum educativo nazionale, hanno poca libertà nel negoziare i salari degli insegnanti e sono ultimamente responsabili davanti al consiglio di amministrazione designato dall’autorità locale che nomina il Preside di ogni scuola.

Come si fa a scegliere una scuola al posto di un’altra? Ci sono controlli?
Fra le autorità locali e nelle scuole pubbliche esistono esempi di eccellenza e casi di cattivo funzionamento. Ogni scuola viene ispezionata almeno una volta ogni tre anni. Annualmente invece vengono resi pubblici i risultati dei test sostenuti da ciascun alunno di ogni scuola. Tramite una semplice ricerca sul sito del Ministero dell’Educazione ogni famiglia può venire a sapere quale scuola promette i migliori risultati per l’educazione dei propri figli.

In questo modo però tutti opteranno per le scuole migliori, no?
In effetti con questo sistema alcune scuole hanno tantissime richieste di ammissione mentre altre pochissime. Il risultato finale è che molte famiglie sono costrette a mandare i propri figli in scuole non di eccellenza.

Come si pensa di ovviare a questa situazione?
L’introduzione delle free schools è un tentativo di risolvere proprio questo problema.
Come?
In pratica succede che gruppi di famiglie o enti religiosi o culturali, senza vincoli dell’autorità locale, sono liberi di aprire scuole nelle quali si fa pagare quello che si ritiene necessario per attrarre gli insegnanti più qualificati. E non essere preda della cosiddetta “Postocode lottery” (la lotteria del CAP, ndr). Ovvero, se vivi in una zona dove la scuola locale ha una cattiva reputazione hai pochissime chance di mandare i tuoi figli in un’altra scuola. A meno che tu non sia disposto a pagare cifre altissime per una scuola privata.
Ci sono altri vantaggi?
L’altra grande opportunità è che il Ministro dell’Educazione può usare il concetto giuridico di free school per togliere all’autorità locale il controllo di scuole con esiti fallimentari.

Ci sono esempi?
Il caso più eclatante si è verificato nella zona di Haringey, a nord di Londra dove tutte le scuole di zona, che hanno risultati pessimi e ben inferiori alla media nazionale, sono state tolte al controllo dell’autorità locale e trasformate in free schools.
Chi se ne occuperà?
Organizzazioni benefiche sono state invitate ad assumerne il controllo.

Qualcuno si oppone?
Sì. Alcune parti del Labour party e alcuni sindacati, anche se fu Tony Blair a introdurre il concetto di free schools. Pensano che si creerà un sistema a due livelli: sostengono che le free schools saranno create soprattutto in quartieri e zone della classe media e alta dove i genitori hanno il tempo e le risorse per dedicarsi all’apertura di una nuova scuola. Risulteranno invece svantaggiate le zone più popolari. Inoltre, i sindacati non vedono di buon occhio un sistema aperto e competitivo sui salari, dove le scuole hanno la libertà di far pagare quello che credono per attrarre i talenti migliori.??

Cosa si prevede per il finanziamento delle free schools?
I fondi per le free schools sono assolutamente equivalenti a quelli per le scuole pubbliche. La formula è quella di un tot per alunno. Ma nel caso delle free schools si risparmierà parecchio perché verranno eliminati i costi della macchina burocratica delle local authorities.

Come avverrà il trasferimenti dei fondi?
I soldi verranno trasferiti direttamente dallo stato centrale alla scuola e non dovranno più transitare dalle autorità locali. Ma i vantaggi maggiori sono altri.

Quali?
I vantaggi maggiori stanno nella devoluzione al microcosmo locale delle decisioni in materia di amministrazione delle scuole. Come si può pensare che la realtà di un paesino sperduto del nord Inghilterra sia uguale a quella di una scuola di un quartiere popolare di Londra abitato da immigrati del Bangladesh? Chi può decidere meglio sui bisogni degli alunni e sulla amministrazione della scuola: una burocrazia monolitica centrale o un gruppo di persone che, a livello locale, hanno un vero interesse al successo della propria scuola?
(Paolo Vites)
il sussidiario net

giovedì 1 agosto 2013

DUE AZIONI PER SALVARE L'ITALIA


Finora abbiamo affrontato la questione delle unioni omosessuali e della legge sull’omofobia dal punto di vista politico, culturale, anche religioso. Ma è importante collocare quanto sta avvenendo in Italia – e nel mondo occidentale – in una prospettiva più ampia, che è quella del senso della storia. Ovvero: che senso ha ciò che stiamo vivendo oggi nella prospettiva della storia della salvezza, in che punto esatto si colloca? E di conseguenza: che cosa ci è chiesto per spingere la storia verso il suo fine ultimo, ovvero il “ricapitolare in Cristo tutte le cose”?
Un aiuto a rispondere a queste domande si trova nelle parole degli ultimi tre Papi.
 

Qual è dunque il senso di ciò che stiamo vivendo? Lo ha detto molto chiaramente Giovanni Paolo II a Rio de Janeiro nel 1997, in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie, prefigurando il tema dell’inizio del Terzo millennio: “Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell’uomo… Le tenebre oggi avvolgono la stessa concezione dell’uomo… I nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l’Autore del Creato, preferiscono colpirlo nelle sue opere. L’uomo è il culmine, il vertice delle sue opere visibili… E la famiglia è l’ambito privilegiato per far crescere le potenzialità personali e sociali che l’uomo porta inscritte nel suo essere”.

C’è dunque il “nemico di Dio”, il demonio, oggi particolarmente attivo nel tentativo di distruggere l’uomo, quindi la famiglia. La promozione sociale dell’omosessualità a stile di vita è chiaramente in questa prospettiva. Del resto che il riconoscimento delle unioni omosessuali abbia come effetto il definitivo annientamento della famiglia naturale è nei fatti: basta guardare l’esempio dei paesi scandinavi.

I termini della soprannaturalità di questo scontro li ha chiariti poi Benedetto XVI più volte, l’ultima nel discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale del 2012, spiegando l’estrema pericolosità dell’ideologia di genere, “una nuova filosofia della sessualità”: “Il sesso, secondo tale filosofia, - ha detto papa Benedetto - non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina.
Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. (…) Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. (…) Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere”.

Insomma, in gioco c’è il piano stesso di Dio, la Creazione così come ci è stata rivelata: l’ideologia del genere è l’arma che viene usata a questo scopo, l’ultimo passaggio di un processo che dura ormai da decenni. Negare l’uomo per negare Dio e viceversa.
Scendendo nel pratico non dovrebbe essere difficile comprendere come lo stesso concetto di “omofobia e transfobia”, nella sua genericità e valenza ideologica, è funzionale a questo disegno. Come ricordavamo alcuni giorni fa, si tratta di un concetto strettamente correlato all’ideologia di genere, per questo ha poca importanza che questa ideologia sia citata esplicitamente o meno nel disegno di legge che deve essere discusso alla Camera. La sostanza non cambia, e del resto questa legge nelle intenzioni è soltanto un passaggio intermedio per imporre le unioni e le adozioni gay, eliminando la stessa possibilità di esplicitarne la contrarietà. Sarebbe il compimento della rivoluzione antropologica, la negazione di Dio – e dell’uomo - fatta legge, cultura e pensiero unico.

Avendo chiaro questo scenario si comprende ancora meglio l’assoluta gravità di quel “silenzio della cristianità italiana” – come lo ha definito monsignor Luigi Negri due giorni fa su La Nuova Bussola Quotidiana –, a cominciare da chi quel popolo dovrebbe guidare. Ma su questo avremo modo di tornare nei prossimi giorni. 

La gravità della situazione e l’urgenza con cui si pone richiedono un’azione immediata: nei prossimi giorni la proposta di legge sull’omofobia arriva in aula alla Camera e l’unica strada percorribile – come abbiamo già spiegato - è la sua bocciatura. Se non alla Camera, al Senato: ma dobbiamo fare di tutto per evitare che in nome del popolo italiano venga decisa per legge la negazione del piano di Dio insieme a quella della libertà di opinione.

Per questo vi chiediamo due gesti che in questa situazione possono essere decisivi.
Cominciamo dal primo: finora alcune iniziative – la nostra raccolta di firme, che ha ormai superato quota 30mila, e la pubblicazione dell’appello su Il Foglio; il manifesto di Alleanza Cattolica pubblicato su quattro quotidiani nazionali; manifestazioni davanti a Montecitorio; la battaglia in Commissione Giustizia della Camera di pochissimi deputati, come Pagano, Roccella, Binetti, Molteni – sono riuscite a rallentare il percorso di questa legge che fino a due settimane fa sembrava destinata a rapidissima approvazione. A causa di questa mobilitazione altri parlamentari del centro-destra hanno iniziato a prendere coscienza della pericolosità di una siffatta legge per la libertà di opinione di tutti gli italiani, ma non basta. Bisogna svegliare tutti i parlamentari che dormono: vi chiediamo perciò in ogni regione l'invio di una mail a ciascun deputato e senatore almeno di PDL, UDC/Scelta Civica e Lega eletto nella vostra circoscrizione firmandosi con nome e cognome (veri) e località di residenza. Siccome sono i  nostri rappresentanti si deve chiedere loro le ragioni del silenzio e un chiaro mutamento di rotta (qui potete trovare l’indicazione di un testo possibile e di come raggiungere i vostri rappresentanti).

Ma c’è una seconda azione che è ancora più decisiva. Se la lotta in corso, nella sua comprensione più profonda, è soprannaturale, soprannaturali devono essere le armi che dobbiamo gettare in campo. Papa Francesco ce lo ha ricordato ancora una volta in questi giorni a Rio de Janeiro: il “drago”, il male, agisce nella storia ma non può prevalere contro Dio: “Il più forte è Dio, e Dio è la nostra speranza!”, ha detto il Papa nel santuario di Nostra Signora di Aparecida, e ha invitato a “bussare alla porta della casa di Maria”, Colei che sconfigge il drago. 

Ecco allora l’azione necessaria: pregare. Pregare e chiedere di pregare, perché all’Italia sia risparmiata questa sventura, anzi: perché dall’Italia possa ripartire un movimento che rimetta la legge naturale a fondamento delle nostre società. L’arma più potente contro il diavolo, lo sappiamo, è il Rosario: prendiamo l’impegno di dire ogni giorno il rosario per questa intenzione; diciamolo in casa, organizziamo anche momenti pubblici, in parrocchia o dove siamo. Segnalateci eventuali incontri di preghiera pubblici nelle vostre città, vi aiuteremo a farli conoscere.

Non solo: riprendendo le parole di papa Francesco, noi bussiamo alla porta della casa di Maria perché Ella ci mostri il Figlio. E al Figlio noi dobbiamo anche appellarci direttamente: dedichiamo un’ora alla settimana all’Adorazione eucaristica, chiediamo che i parlamentari vengano illuminati e trovino la forza di opporsi a questo disegno diabolico. Coinvolgiamo anche conventi e monasteri che conosciamo – a cominciare da quelli di clausura – in questo movimento di preghiera per la difesa dell’Italia e del piano di Dio.

Preghiera e pressione sui parlamentari, preghiera e azione: in fondo sono i due pilastri che hanno guidato il movimento benedettino, che ha generato l’Europa. E oggi da lì dobbiamo ripartire se all’Europa vogliamo dare un futuro.

Riccardo CascioliLa nuova Bussola Quotidina

UNA LEGGE SCHIFOSA


Al Parlamento italiano è in discussione una legge schifosa. E' la legge contro l'omofobia. La gente che dissentirà da ciò che sta rapidamente diventando ortodossia nella questione dei “diritti dei gay” verrà regolarmente accusata di “omofobia”. E' il nuovo grande delitto ideologico del nostro tempo, assieme a quello altrettanto persecutorio di "islamofobia". Anche un vecchio romanzo libertino e ottocentesco potrà essere accusato di omofobia, se dovesse lasciar intendere che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Dalle grandi opere della nostra tradizione questi perbenisti, trogloditi della cultura, hanno sradicato i presunti residui del patriarcato, del sessismo, del razzismo, dell’orientalismo, dell’oppressione di classe e adesso dell’omofobia. L’unico modo per restare al sicuro sarà chiudere la bocca, oppure abbracciare il coro e gridare "omofobia" a turno. Questo è il cuore della menzogna gay. Simili leggi non sono fatte per proteggere gli individui dall'intolleranza becera e spicciola, ma per imporre un nuovo dogma odioso e totalitario. Opporsi a questa legge non è bigotteria, ma buon senso laico, gioia di vivere, allegria. Contro i cupi cultori di una società mortificata.

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