lunedì 7 novembre 2016

MENO UNO


Il più grande spettacolo del mondo? 

Le elezioni americane. 

Beato è chi le ha seguite passo dopo passo. Hanno fatto passare Frank Underwood per un pivello, altro che House of Cards, la corsa alla Casa Bianca è stata la rappresentazione finale del denaro come insostituibile carburante della politica, della scorrettezza senza pensarci su troppo, del colpo basso, del potere che frusta il potere, una battaglia all’ultimo sangue che domani avrà il suo epilogo. Ma no, dai, non è finita. Il direttore dell’Fbi, James Comey, che in una settimana (ri)apre e (ri)chiude l’inchiesta sull’email-gate è solo il penultimo colpo di scena.
 
Eccoli, i protagonisti, sfiniti, sul palcoscenico fumante, in mezzo al fuoco, due figure che si agitano, due figure che recitano ancora, ancora, ancora. Ve li ricordate? All’inizio della corsa, erano così…


Avvocato, First Lady, Segretario di Stato, senatore e candidato dalla presidenza degli Stati Uniti. E’ nata a Chicago nel 1947, è moglie, mamma e nonna. Un caterpillar che sorride mentre ti sta strozzando. E’ il candidato più vincente-senza-dubbio-ma-anche-no della storia d’America. Wall Street la ama (e finanzia). Ha sostenuto la guerra in Iraq e in Afghanistan, poi si è pentita. Anche la guerra in Libia porta la sua firma, non si è pentita. E’ l’eroina dell’America del progresso, all’inizio degli anni Novanta fu tra i primi cento avvocati più influenti degli Stati Uniti e da allora non ha mai smesso di influenzare. Passa tra gli scandali come se fossero porte girevoli, una farfalla con le ali di titanio. Ha un problema con la gestione delle email e il capo dell’Fbi. Supererà anche questa (fatto). E poi, ne ha viste di peggio: ha sposato Bill Clinton nel 1975 e nel 1998 lo ha perdonato. Clinton su Clinton: “Bill e io abbiamo iniziato un discorso nella primavera del 1971, e più di trenta anni dopo non lo abbiamo ancora terminato”. Con Bill? Macché, Hillary ha iniziato un discorso con l’America. Lo finirà o continuerà?


Immobiliarista, show-man catodico, candidato alla presidenza degli Stati Uniti con il partito repubblicano. E’ il candidato più scapigliato della storia moderna delle elezioni americane. The Donald è nato a New York nel 1946, figlio d’arte, Manhattan è il suo regno e anche il suo mattone. Cotonato e phonato come nessuno al mondo, gli piace il wrestling, la campagna elettorale per lui è stata un corpo a corpo. In tv licenziava, nella vita reale pure. Dicono abbia un debole per la Russia. Di certo alla fiera dell’Est ha trovato mogli. Crede nel matrimonio, si è sposato tre volte, con Ivanka, Marla e Melania, ma ciò che conta per lui è il patrimonio. Trump su Trump: “L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e mia moglie più attraente”. E’ apparso in molti film, tra cui Mamma ho riperso l’aereo e Sex and the City. L’aereo se lo è comprato, di sex parla a ruota libera. Ha costruito un impero, è fallito quattro volte. Non è mai caduto. Domani? Un altro giorno.

Che corsa, riavvolgiamo il nastro. La storia era un copione già scritto ma… 

I candidati dovevano essere Hillary Clinton e Jeb Bush, famiglie d’America. Dinasty. 
E invece, solo per un soffio non abbiamo avuto la coppia Sanders-Trump. 
The Donald è rimasto in piedi, Bernie è stato fatto secco dal clan dei clintonistas (documentato, vedere alla voce mail del partito democratico). 

E allora via così, in un crescendo dove l’altra campagna, quella di Trump, non va in testacoda ma, tra lo scandalo degli incipriati, corre come un treno. The Donald vince le primarie, partono le ipotesi più strampalate per rispedirlo nel suo grattacielo di Manhattan, esce una pubblicità del candidato moderato alternativo, quello baciato dai giornali, Ted Cruz, che cucina il bacon con il fucile mitragliatore. 

Vabbè, ma Trump non paga le tasse, Trump non rispetta le donne, Trump è responsabile del cambiamento climatico e poi basta con questo Trump! Trump! Trump! Il muro in Messico. E Obama ha fondato l’Isis. Crooked Hillary.  Maddài, che fa? Ancora in campagna? Ma se ha già perso! Cravatta rossa. Cravatta blu. Make America Great Again continua. 

Ecco, che sorpresa, Hillary si innervosisce, tossisce, non conta fino a tre e dal palco azzanna gli elettori di The Donald, quei trogloditi sdentati, fumatori e consumatori di reality show sono the basket of deplorables. 
Sì, miserabili. Mamma mia. Trump la prende sul serio ed è subito Broadway, I Miserabili come antipasto musicale dei suoi appuntamenti su e giù per la pancia dell’America. 

Eccolo, Victor Hugo, passeggiare pensoso tra i coccodrilli della Florida. Il popolo. L’establishment. L’identità e lo smarrimento di tribù che non si parlano più. Tutti con il tomahawk in mano, augh. 
Hillary barcolla a New York, il direttore Fbi Comey riapre l’inchiesta, Trump ha messo la freccia, è in corsia di sorpasso, dicono, si vedono le luci rosse accese in stati dove il colore era sempre blu. Vola in Michigan, Virginia, Iowa, North Carolina, Nevada, New Hampshire. Tutto jet e Big Mac. Aspetta, c’è Comey che (ri)chiude, no dai, The Donald è sempre là e Thank you Minnesota! Comey chiude l’inchiesta, Hillary balla con Jay Z e Beyoncè, paintsuit up! Vestiamoci, prepariamoci, è l’ultimo miglio.

C’è ancora una giornata di campagna elettorale, domani si vota e vedremo ancora le maschere di questo palcoscenico danzare al ritmo della strana democrazia americana. Che spettacolo. Sì, Frank Underwood è un pivello.


Da Il foglio newsletter

venerdì 4 novembre 2016

PER IL PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA 2

Don Giussani, la modernità, il modernismo e il protestantesimo

L’IO, IL POTERE E LE OPERE
(pagg. 205-207)
Il mio parere è che certa teologia cattolica ha assunto accenti protestanti. 
Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola. 
Ora, anche il Vangelo di Giovanni dice: «In principio era la Parola», ma per dire che la Parola si è fatta carne. E, in effetti, il cristianesimo sorge con un uomo, con un fatto. C’è una bella frase di Dostoevskij: «Il fatto più drammatico è che Dio, il Mistero che fa tutte le cose, sia coinciso con un uomo». È diventato uomo e da quel momento quel punto fisico si è dilatato nella storia. E la fisionomia di questo sviluppo si chiama Chiesa. 
Se il Cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema «Qual è l’ultima cattedra per interpretare questa parola?» non si potrebbe che rispondere come ha risposto l’epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo. 
Ma se il cristianesimo è un fatto, l’ultima cattedra è un fatto umano: la Chiesa con la sua Autorità. Con ultimo garante il Papa. E se è così, tutti gli aspetti umani sono investiti, si intrecciano tra loro. Il cattolicesimo non si vive «da soli». 
Lo dico sempre ai ragazzi: io non posso barare con voi, ma neppure voi con me.

Don Luigi Giussani

RICOSTRUIRE LA SOCIETÀ? MA LA COMUNITÀ È NATURALE.


 FABRICE HADJADJ

Sabato scorso, a Milano, ho tenuto una conferenza su un tema proposto dal “Laboratorio delle idee” del mio amico Francesco Migliarese. C’era il sindaco della città che ha fatto un’introduzione e se ne è andato prima che io cominciassi.
Luciano Violante, con cui dovevo dibattere, non era presente a causa di una indisposizione. E dunque, mio malgrado, mi sono ritrovato da solo per parlare di individualismo. Ecco gli appunti del mio discorso.


Punto primo. Il titolo su cui riflettere appare pleonastico, e dunque come qualcosa di assolutamente non problematico. È evidente che l’individualismo porta alla
disgregazione della società. Se ciascuno si comporta egoisticamente come individuo separato dagli altri, cercando solamente di sfruttare gli altri, la società si disgrega. Bisognerebbe allora richiamare all’altruismo e ridurre il discorso a una serie esortazioni morali: “Siate generosi! Imparate a condividere!”...
Ora, appelli di questo genere sono ancora individualistici. Si fa appello alla buona volontà, ma attraverso questo volontarismo l’individuo si trova ancor più a essere il
fondamento della costruzione sociale.
Si può invocare la costruzione di una società più giusta quanto si vuole: tale costruttivismo presuppone che la società risulti da un contratto stipulato tra gli individui e non che scaturisca innanzitutto da un dato naturale.

Queste osservazioni conducono subito a delle  conclusioni.

PUNTO Primo, l’individualismo non deve essere confuso con l’egoismo, perché esso può essere altruista. Meglio ancora: l’altruismo è ancor più individualista dell’egoismo,
potendo quest’ultimo apparire come una reazione a una precedente invadenza della
società, mentre l’altruismo mi mette innanzitutto nella posizione di individuo che poi si volge verso l’altro se lo vuole.
Secondo, si può dedurre che la critica dell’individualismo si fa quasi sempre a partire da una rappresentazione individualistica, ignorando l’alterità e l’alterazione che ci
precedono e ci costituiscono.

PUNTO Secondo. Probabilmente l’individualismo non è la sorgente della disgregazione, ma, al contrario, il risultato di una costruzione sociale, o piuttosto
di una comunità concepita esclusivamente come una costruzione. Il senso che diamo oggi alla parola “società” viene dal XVII secolo. Prima con questo termine si intendeva solo un’associazione tra due o più individui sulla base di un contratto. Sotto questo aspetto, la famiglia non è innanzitutto una società, ma una comunità
naturale il cui fondamento si trova in una doppia relazione differenziale che non è
contrattuale ma fisica: quella dell’uomo e della donna, e quella consecutiva e al tempo stesso precedente, dei genitori e dei figli.
Quando il fondamento della città non è più stato pensato a partire da una tale comunità naturale ma da un contratto stipulato tra individui, come in una società a scopo di lucro, il termine società, nella sua accezione attuale, ha potuto imporsi.
È il progetto sociale di smantellare le comunità naturali arcaiche, al tempo stesso troppo drammatiche e troppo immobiliste, e di elaborare un mondo a più alto rendimento, più ideale, più aperto al progresso, che inventa l’individualismo come un “a priori conseguente”, o come una “isterologia”, termine al cui senso retorico di inversione dei termini logici si coniuga un’eco patologica (una specie collettiva di isteria, quella malattia che ha per causa, secondo Ippocrate, un certo rifiuto dell’utero, della nascita e del differenza generazionale).

PUNTO Terzo: qual è questa società nuova? Quella del “paradigma tecno-economico”.
Si fonda su alcuni postulati (ne declino sei) che sono quelli di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato.
1)      Ciascuno è fin dall’inizio un soggetto autonomo capace di scegliere. La libertà non è il frutto di un’educazione né di una responsabilità.
2)      Questo soggetto opera le sue scelte per raggiungere un bene concepito come benessere individuale.
3)      Tale bene si raggiunge non per via di saggezza o di prudenza, ma attraverso procedimenti tecnici.
4)      La triplice tecnica di base per pervenire allo scopo è la messa in concorrenza degli individui, la mercificazione degli scambi e l’innovazione; questi tre fattori sono intimamente legati, poiché la concorrenza favorisce l’innovazione, l’innovazione stimola la concorrenza, ed entrambe implicano un’economia dove gli oggetti si acquistano col denaro che l’individuo guadagna vendendo se stesso.
5)      Si suppone la rarità dei beni acquistabili: non ce ne saranno per tutti, e dunque la necessità della concorrenza e della crescita.
6)      Questo suppone anche, come aveva capito Ivan Illich, una visione unisex. Affinché la concorrenza, l’innovazione e la mercificazione siano onnipotenti, bisogna ignorare la differenza uomo/donna e la divisione complementare, tradizionale o naturale dei compiti. Tutto deve diventare merce, compreso il fatto di avere figli, subappaltato oramai alle imprese di biotecnologia.

PUNTO Quarto. Tutti questi postulati sociali sono finzioni che disgregano lo stesso
individuo. All’origine, come mostra Olivier Rey, l’individualità era concepita come un termine, non come un punto di partenza.
Termine di un’operazione logica per la quale si suddivide l’essere in generi, specie, fino a giungere all’individuo, indivisibile e ineffabile (perché impossibile da definire in generale). Ma termine soprattutto di un’avventura esistenziale: risultato di tutta una
genealogia, ogni figlio è chiamato a un destino singolare alla fine del quale riceve il suo Nome. È quanto raccontano i romanzi di cavalleria e l’Apocalisse di san Giovanni («Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo», 2,17).

Non appena l’individualità viene presentata come un punto di partenza, l’individuo, strappato alle sue appartenenze naturali e storiche, diventa troppo debole per resistere alle sirene tecno economiche che gli propongono la riuscita e il benessere attraverso il quantified-self, una vita dislocata in una serie di funzioni separabili e migliorabili, in una somma di parametri ottimizzati dall’algoritmo della felicità.

Günther Anders parlava, già nel 1956, di questa scomparsa dell’individuo a vantaggio del “dividuo”.
Come uscirne? Non proponendo un’altra costruzione sociale, ma pensando la politica nella cornice di un’ecologia integrale, ripartendo cioè del dato delle comunità naturali: la famiglia (comunità umana), l’agricoltura (comunità dell’uomo con la natura), il culto (comunità dell’uomo con gli dei, perché senza una fiducia nel Creatore e Redentore come accogliere ciò che ci è donato con i suoi drammi?).

Per quanto terribili siano i tempi, è la Provvidenza che ci ha messo qui, ed è qui, nel dato della nostra epoca, che abbiamo la nostra missione.


Avvenire 30 ottobre 2016

PER IL PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA 1


JOSEPH RATZINGER

La natura non è infatti – come afferma uno scientismo totalizzante – un’opera del caso e delle regole del suo gioco, bensì una creazione. In essa s’esprime il Creator Spiritus. 
Perciò non ci sono solo leggi naturali nel senso di determinismi psico-fisici: la legge naturale vera e propria è, ad un tempo (anche) legge morale. La creazione stessa c’insegna come possiamo essere uomini nel modo giusto.

La fede cristiana, che ci aiuta a riconoscere per tale la creazione, non è una paralisi della ragione. Al contrario, essa crea attorno alla ragion pratica lo spazio vitale nel quale questa può sviluppare le proprie potenzialità.

La morale che la Chiesa insegna non è un onere particolare, riservato ai cristiani, bensì la difesa dell’uomo contro il tentativo di pervenire alla sua eliminazione. Se la morale – come abbiamo visto – non è riduzione in catene, ma liberazione dell’uomo, la fede cristiana allora è l’avamposto della libertà umana.

J. RATZINGER, "SVOLTA PER L'EUROPA?" 1992

SE VINCE IL SÌ, IL POPOLO POTRÀ ESPRIMERSI ANCORA MENO

 Stefano Spinelli



Con l’intervento dell’avv. Stefano Spinelli  prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan. Quello che compare oggi tocca il tema della effettiva partecipazione popolare alla vita delle istituzioni, a seguito dell’approvazione della riforma. Ricordiamo che, trattandosi di referendum confermativo, non è necessario il quorum: chi non condivide la riforma non può confidare su un numero elevato di astenuti: la sola strada per manifestare il proprio dissenso è votare No.


Domenica 9 ottobre si è votato per eleggere i Consigli delle città metropolitane. Non si è trattato di elezioni da poco, visto che i Consigli metropolitani hanno competenze importanti e territorialmente estese, sui principali capoluoghi italiani (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, e altri). In base a quanto previsto dalla legge Del Rio, si è trattato di elezioni indirette, cosiddette di secondo grado, visto che a votare non sono stati i cittadini ma gli stessi consiglieri e sindaci nominati alle ultime tornate amministrative. Chi si è accorto di queste elezioni? Quali giornali ne hanno dato notizia? Quanti cittadini che risiedono all’interno delle aree metropolitane hanno seguito le sorti di un voto che determinerà le scelte e le sorti dei territori delle più importanti città italiane nei prossimi anni?

Ma tutto ciò che cosa c’entra con la riforma costituzionale? C’entra, perché rende l’idea della situazione che si verrà a creare se passasse la riforma costituzionale, con riferimento al nuovo Senato. Nessuno si accorgerà dell’elezione di tale ramo del Parlamento, che verrà formato - e di volta in volta sostituito nei singoli componenti - senza che i cittadini ne sappiano nulla. Nonostante questo, però, continuerà a partecipare all’approvazione di alcune delle leggi più importanti e concorrerà ai rinnovi delle cariche delle istituzioni più significative della Nazione, nel sistema di pesi e contrappesi tra i poteri costituzionali. E’ evidente l’alterazione del principio di rappresentanza democratica previsto dall’art. 1 Cost. (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forma e nei limiti della Costituzione”), perché la riforma - come è noto - prescrive la nomina di 95 dei circa 100 senatori tra i sindaci e i consiglieri regionali, da parte dei consigli delle regioni italiane. Ciò accade in un quadro di complessiva debolezza della partecipazione democratica, data dalla sempre più scarsa propensione al voto da parte dei cittadini.

Il voto diretto resta solo per la Camera dei deputati, con un sistema elettorale, il c.d. Italicum, che prevede un consistente premio di maggioranza: il 55% dei seggi va alla lista di partito che raggiunge il 40% dei voti o – in caso di ballottaggio qualora nessuno superi tale soglia – indipendentemente da qualunque percentuale, con un sistema di liste in parte bloccate, che allontana ancor più il popolo sovrano dall’esercizio della sovranità. Se dunque la riforma costituzionale non riguarda l’Italicum, è pur vero che la prima interviene in un ben preciso contesto istituzionale e politico, dal quale non si può prescindere per valutare la portata della riforma.


Di più. Il nuovo Senato, pur previsto come organo di secondo livello e privo di legittimazione popolare diretta, continuerà però a partecipare da protagonista al delicato funzionamento della macchina costituzionale. Continuerà a concorrere alla elezione di alcuni fondamentali organi costituzionali, come il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, che sono caratterizzati, per loro stessa natura e per le funzioni loro assegnate, da una forte carica di imparzialità e indipendenza rispetto alla logica partitico-maggioritaria. A conferma di una distanza sempre più marcata fra gli elettori e i garanti degli equilibri istituzionali.

CLINTON-TRUMP, INFORMAZIONE A SENSO UNICO


di Robi Ronza


Il quasi generale orientamento di sinistra se non di ultra-sinistra della massima parte dei corrispondenti dagli Stati Uniti dei maggiori giornali e telegiornali italiani fa sì che diventi molto difficile qui da noi capire come stia realmente andando la campagna per le elezioni presidenziali americane e soprattutto quale sia la posta in gioco.
Un evidente tifo da stadio per Hillary Clinton e rispettivamente una continua campagna di discredito per Donald Trump caratterizzano i servizi della maggior parte dei corrispondenti italiani dagli Usa. La cosa è cominciata subito, sin dalla campagna per le elezioni primarie per la scelta del candidato repubblicano da cui Trump uscì vincitore malgrado i notabili del partito fossero tutti schierati contro di lui. Piacesse o non piacesse a chi doveva scriverne o parlarne, Trump vinceva in uno Stato dopo l’altro per il semplice e democratico motivo che gli elettori lo preferivano ad altri possibili candidati. 

Dai servizi dei corrispondenti italiani sembrava invece che ogni volta un oscuro manipolo di congiurati avesse avuto la meglio sulla volontà solare della maggioranza; ma c’era da sperare che la volta dopo sarebbe andata meglio. Quando infine Trump raccolse la maggioranza dei voti nella maggioranza degli Stati la faccenda venne spacciata come l’esito di un abbindolamento di massa, che psicologi e sociologi sono stati poi chiamati a spiegare. Hillary Clinton venne invece subito raccontata come una candida Biancaneve, salvo ogni tanto concedere che si tratta di una Biancaneve talvolta un po’ furbetta; niente di grave ad ogni modo. Sin dai primi mesi della campagna elettorale. 

La consolidata predilezione ad ogni costo della cultura di sinistra, e quindi dell’establishment della stampa, per il candidato presidenziale democratico, e nel caso specifico per Hillary Clinton, è tanto più stupefacente se si considera che la sinistra politica di un Paese imperiale fa una politica internazionale normalmente più aggressiva di quella che fa la destra. E’ sempre stato così, sin da quando nell’antica Roma i tribuni della plebe facevano requisire frumento in Sicilia da distribuire gratis ai plebei della città. La forza politica, che nella metropoli imperiale dà voce ai più svantaggiati, tende sempre a prelevare all’esterno ciò che le occorre per migliorare il tenore di vita degli strati sociali che rappresenta.  Ciò le è molto più conveniente che giocare la carta dello scontro con gli avvantaggiati, che in un Paese imperiale sono perciò stesso particolarmente forti.  E’ una legge storica che nel caso degli Stati Uniti trova amplissima conferma: basti pensare, per venire all’episodio più recente, come gli Usa sono riusciti a venire fuori a nostre spese dalla crisi innescata nel 2008 dal fallimento della loro grande banca Lehman Brothers. A rigor di logica non si capisce quindi perché mai la sinistra italiana ami tanto i candidati e i presidenti americani espressi dal Partito Democratico. 
Nel caso specifico dell’attuale campagna presidenziale americana la predilezione è poi molto presto sfociata nel partito preso, per arrivare infine non di rado al puro e semplice settarismo. 

Vediamo allora, nei limiti delle nostre capacità, di dare un’immagine un po’ più equilibrata della situazione prendendo innanzitutto le mosse dal dato di fondo, ossia dall’inizio del declino degli Stati Uniti. Beninteso, gli Usa sono ancora di gran lunga la maggiore potenza del mondo. Dispongono di una forza militare smisurata, ben superiore alla somma delle forze armate di tutto il resto del mondo: una forza che, grazie a flotte dislocate in tutti gli oceani del globo, tiene sotto tiro ogni angolo del mondo abitato. Ciononostante gli Usa sono meno forti di quanto fossero in passato, e malgrado tutto non riescono ad avere quella capacità di pressione politica assoluta che dovrebbe corrispondere a tanta superiorità militare. In particolare, il che è però molto importante per l’Europa, si sta riducendo la loro presenza nel Mediterraneo e nel Levante (ossia nel Vicino e Medio Oriente). Questo è per noi  l’aspetto più importante della prossima presidenza americana, quale che sarà il nuovo presidente. 

Che presidente sia Clinton o sia Trump questo processo sarà più o meno veloce ma comunque non si interromperà; con tutte le nuove responsabilità, rischi e prospettive che ne derivano per l’Europa. In quanto ai programmi complessivi dei due candidati, la prima cosa da dire che in quanto agli obiettivi non sono molto distanti tra loro: entrambi promettono grandi investimenti per il rilancio dell’industria manifatturiera americana, duramente colpita dalla globalizzazione. In tale prospettiva una questione-chiave è quella  dell’industria degli armamenti (compresi quindi l’industria aeronautica e la cantieristica navale): un settore manifatturiero, principale negli Usa, che per natura sua è al riparo dalla concorrenza straniera.

Hillary Clinton promette di finanziare il rilancio dell’industria manifatturiera in primo luogo con investimenti pubblici e spese militari. Donald Trump invece con finanza privata e riduzione della spesa pubblica, quindi della pressione fiscale. Perciò si ripromette di chiedere agli alleati, all’Europa in primo luogo, di accollarsi una maggiore quota di spese militari. Su una questione di primario valore etico come l’aborto legale, che negli Usa rientra nella competenza degli Stati ma che il governo federale può favorire oppure contrastare indirettamente, Clinton è smaccatamente a favore. Trump no, ma sotto voce. Così stanno le cose.

TRATTO DA LANUOVA BUSSOLA

mercoledì 2 novembre 2016

PER HILLARY CLINTON È PRIORITARIO “THE RADICAL UNLIMITED ABORTION”, L’ABORTO FINO AL NONO MESE


 Nei giorni scorsi Hillary Clinton ha intensificato la sua campagna elettorale in Iowa con la potente lobby abortista Planned Parenthood e la sua CEO Cecile Richards.
Nello stesso comizio la Clinton ha chiamato al suo fianco anche gli attivisti pro-aborto, i suoi "amici", e li ha descritti come "sostenitori senza paura e instancabile per le donne."
 
Clinton and Cecil Richards
"Organizzano senza sosta, si alzano tutti i giorni, cercando di capire che cosa stiamo andando a fare per essere sicuri di proteggere ulteriormente i diritti delle donne e delle famiglie nel nostro paese, e hanno un sacco di esperienza in questo”,  ha aggiunto la Clinton.

Ma il loro lavoro e quello della Clinton hanno portato l'esatto opposto - la distruzione di milioni di vite dei bambini nel grembo materno, in America e nel mondo.

Planned Parenthood interrompe più di 320.000 gravidanze ogni anno, mentre NARAL, una associazione collegata,  attacca costantemente i centri per la vita, che offrono alle donne in gravidanza e alle loro famiglie risorse alternative all'aborto. Questi  gruppi combattono anche contro le leggi che richiedono che le donne in gravidanza siano pienamente informate su tutte le loro possibili opzioni prima di avere un aborto.

I gruppi di difesa dell'aborto stanno spendendo decine di milioni di dollari per sostenere la sua campagna per la presidenza.  Solo Planned Parenthood ha appena lanciato una campagna per raccogliere 30 milioni di dollari per Hillary Clinton . 
Planned Parenthood  ha sostenuto il candidato pro-aborto ad ogni passaggio di  questa campagna elettorale. Si sta impegnando al massimo per garantire che Clinton sia eletta in modo da poter continuare a ricevere mezzo miliardo di dollari dal governo federale, cosa che Clinton non solo ha promesso, ma ha affermato che costringerà anche le cliniche e le istituzioni private e cattoliche a finanziare gli aborti.
Se Clinton vincerà, il Guttmacher Institute stima che altri 33.000 bambini non ancora nati verranno uccisi in aborti ogni anno con i soldi delle nostre tasse.

Ma questo non è il solo motivo per cui gli abortisti finanziano la campagna per Hillary presidente.
Il motivo più importante è che il prossimo presidente potrebbe avere la possibilità di nominare fino a quattro giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti e di influenzarne le decisioni per gli anni a venire. Clinton ha promesso di nominare giudici favorevoli anche all’aborto illimitato, fino al parto. Il candidato repubblicano Donald Trump ha detto che nominerà "giudici pro-life" fautori di una linea conservatrice.

Fonte LIFE NEWS

DAL CONFLITTO ALLA COMUNIONE


DICHIARAZIONE CONGIUNTA
in occasione della Commemorazione Congiunta 

cattolico-luterana della Riforma
Lund, 31 ottobre 2016

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4).

Con cuore riconoscente
Con questa Dichiarazione Congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l’anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant’anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

Dal conflitto alla comunione
Arcivescovo Antje Jackelen e Francesco
Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Il nostro impegno per una testimonianza comune
Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21).

Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico.

Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l’umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell’azione redentrice di Dio. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell’estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo.
Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato.

Uno in Cristo
In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell’unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell’osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato.
Francesco e Mounib Younan

Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero
Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell’unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l’amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell’amore infinito di Dio per tutta l’umanità.



RIMANETE IN ME E IO IN VOI


OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Lund
Lunedì, 31 ottobre 2016

«Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Queste parole, pronunciate da Gesù nel contesto dell’Ultima Cena, ci consentono di accostarci al cuore di Cristo poco prima del suo donarsi definitivo sulla croce. Possiamo sentire i suoi battiti di amore per noi e il suo desiderio di unità per tutti coloro che credono in lui. Ci dice che lui è la vera vite e noi i tralci; e che, come Egli è unito al Padre, così noi dobbiamo rimanere uniti a lui, se vogliamo portare frutto.
CATTEFRALE DI LUNDL

In questo incontro di preghiera, qui a Lund, vogliamo manifestare il nostro comune desiderio di rimanere uniti a lui per avere la vita. Gli chiediamo: “Signore, aiutaci con la tua grazia a essere più uniti a te per dare insieme una testimonianza più efficace di fede, speranza e carità”. E’ anche un momento per rendere grazie a Dio per l’impegno di tanti nostri fratelli, di diverse comunità ecclesiali, che non si sono rassegnati alla divisione, ma che hanno mantenuto viva la speranza della riconciliazione tra tutti coloro che credono nell’unico Signore.

Cattolici e luterani abbiamo cominciato a camminare insieme sulla via della riconciliazione. Ora, nel contesto della commemorazione comune della Riforma del 1517, abbiamo una nuova opportunità di accogliere un percorso comune, che ha preso forma negli ultimi cinquant’anni nel dialogo ecumenico tra la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa Cattolica. Non possiamo rassegnarci alla divisione e alla distanza che la separazione ha prodotto tra noi. Abbiamo la possibilità di riparare ad un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni gli altri.

Gesù ci dice che il Padre è il padrone della vigna (cfr v. 1), che la cura e la pota perché dia più frutto (cfr v. 2). Il Padre si preoccupa costantemente del nostro rapporto con Gesù, per vedere se siamo veramente uniti a lui (cfr v. 4). Ci guarda, e il suo sguardo di amore ci incoraggia a purificare il nostro passato e a lavorare nel presente per realizzare quel futuro di unità a cui tanto anela.

Anche noi dobbiamo guardare con amore e onestà al nostro passato e riconoscere l’errore e chiedere perdono: Dio solo è il giudice. Si deve riconoscere con la stessa onestà e amore che la nostra divisione si allontanava dalla intuizione originaria del popolo di Dio, che aspira naturalmente a rimanere unito, ed è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per la volontà del popolo fedele, che sempre e in ogni luogo ha bisogno di essere guidato con sicurezza e tenerezza dal suo Buon Pastore. 

Tuttavia, c’era una sincera volontà da entrambe le parti di professare e difendere la vera fede, ma siamo anche consapevoli che ci siamo chiusi in noi stessi per paura o pregiudizio verso la fede che gli altri professano con un accento e un linguaggio diversi. Papa Giovanni Paolo II diceva:«Non dobbiamo lasciarci guidare dall’intento di ergerci a giudici della storia, ma unicamente da quello di comprendere meglio gli eventi e di diventare portatori di verità» (Messaggio al Cardinale Johannes Willebrands, Presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, 31 ottobre 1983).

Dio è il padrone della vigna, e con amore immenso la nutre e la protegge; lasciamoci commuovere dallo sguardo di Dio; l’unica cosa che egli desidera è che rimaniamo uniti come tralci vivi a suo Figlio Gesù. Con questo nuovo sguardo al passato non pretendiamo di realizzare una inattuabile correzione di quanto è accaduto, ma «raccontare questa storia in modo diverso» (Commissione Luterana-Cattolica Romana per l’unità, Dal conflitto alla comunione, 17 giugno 2013, 16).

Gesù ci ricorda: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Egli è colui che ci sostiene e ci incoraggia a cercare i modi per rendere l’unità una realtà sempre più evidente. Indubbiamente la separazione è stata un’immensa fonte di sofferenze e di incomprensioni; ma al tempo stesso ci ha portato a prendere coscienza sinceramente che senza di lui non possiamo fare nulla, dandoci la possibilità di capire meglio alcuni aspetti della nostra fede. Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Attraverso l’ascolto comune della Parola di Dio nelle Scritture, il dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, di cui celebriamo il 50° anniversario, ha compiuto passi importanti. Chiediamo al Signore che la sua Parola ci mantenga uniti, perché essa è fonte di nutrimento e di vita; senza la sua ispirazione non possiamo fare nulla.

L’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”. Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto di “solo per grazia divina”, ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio.

Gesù intercede per noi come mediatore presso il Padre, e lo prega per l’unità dei suoi discepoli «perché il mondo creda» (Gv17,21). Questo è ciò che ci conforta e ci spinge a unirci a Gesù per chiederlo con insistenza: «Dacci il dono dell’unità perché il mondo creda nella potenza della tua misericordia». Questa è la testimonianza che il mondo sta aspettando da noi. Come cristiani saremo testimonianza credibile della misericordia nella misura in cui il perdono, il rinnovamento e la riconciliazione saranno un’esperienza quotidiana tra noi. Insieme possiamo annunciare e manifestare concretamente e con gioia la misericordia di Dio, difendendo e servendo la dignità di ogni persona. Senza questo servizio al mondo e nel mondo, la fede cristiana è incompleta.


Luterani e cattolici preghiamo insieme in questa Cattedrale e siamo consapevoli che senza Dio non possiamo fare nulla; chiediamo il suo aiuto per essere membra vive unite a lui, sempre bisognosi della sua grazia per poter portare insieme la sua Parola al mondo, che ha bisogno della sua tenerezza e della sua misericordia.

IL VIAGGIO DI FRANCESCO E LA CULTURA DELL'INCONTRO


di ENZO BIANCHI   

Wittenberg
« L’impossibile con il Papa è diventato possibile Cattolici e protestanti possono stare insieme a 500 anni dalla Riforma». La Repubblica, 31 ottobre 2016

Cinque secoli sono passati da quel giorno in cui un monaco agostiniano affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg il suo “manifesto” che chiedeva una riforma della vita e della dottrina allora dominante nella chiesa cattolica. Iniziava in quel giorno una “protesta” che aveva come fine il ritorno al vangelo: Martin Lutero — un uomo “morsicato” da Dio e assetato di una salvezza misericordiosa — scoperto che l’amore di Dio non deve mai essere meritato, diventò la voce possente, tesa a ridare il primato alla Scrittura, alla grazia-amore gratuito di Dio e a Cristo, Signore della sua chiesa.

Il bisogno di una riforma della vita della chiesa romana era da decenni avvertito con dolore e manifestato anche da alti rappresentanti della curia romana — quali i cardinali Chieregati, Pole e Contarini — oltre che da molti umanisti come Erasmo e altri testimoni presenti nelle diverse aree europee, tuttavia avevano sempre prevalso una sordità e una mancanza di volontà nel mutare atteggiamenti e costumi, soprattutto nella vita dei prelati e del clero.

E così, a poco a poco, accadde l’irreparabile: lo scisma della cristianità occidentale tra cattolici e protestanti, il dramma più lacerante nella storia della cristianità occidentale perché ben presto la chiesa cattolica si vide privata di molte membra nel Nord Europa. Lutero non prevedeva né voleva quella frattura, ma la sordità di Roma e soprattutto gli interessi della politica dei regnanti portarono in modo accelerato all’elaborazione di due vie cristiane diverse, non nella confessione battesimale trinitaria di Cristo Signore, ma nella forma della chiesa.

Sono passati cinque secoli e non possiamo tacere la tragedia, fatta non solo di scomuniche reciproche, ma anche di guerre, di roghi e di torture che manifestarono come quelle chiese, pur di difendere la propria verità, facessero ricorso a mezzi in contraddizione radicale con quel vangelo che ciascuna di esse professava di voler difendere e conservare puro. Cinque secoli di cammino percorso gli uni senza gli altri, con sviluppi teologici e anche violenze concrete gli uni contro gli altri, con concorrenza missionaria e permanente ostilità, sicché il cristianesimo in Occidente appare da allora irrimediabilmente lacerato.

Solo all’inizio del secolo scorso, a motivo degli ostacoli incontrati nella missione delle chiese nei Paesi coloniali, dovuti alla divisione, si è cominciato a percepirne lo scandalo. Da allora si è intrapreso un lungo cammino, accelerato per i cattolici dal concilio Vaticano II. E oggi, a che punto siamo nei rapporti tra i cattolici e i “protestanti”, cioè i cristiani nati dalla riforma e distinti in chiese e comunità ecclesiali? Va riconosciuto che papa Francesco, proprio nei confronti dei protestanti, ha segnato un atteggiamento nuovo anche rispetto alle proprie posizioni del passato, un atteggiamento peraltro non condiviso da una parte dei cattolici stessi.

Non a caso la sua partecipazione alla “commemorazione” della riforma ha posto e pone dei problemi. Se infatti la celebrazione era prevista da anni nel mondo protestante ed è stata preparata anche da un documento redatto da una commissione teologica bilaterale cattolico- luterana che invita a passare “Dal conflitto alla comunione”, ci si è tuttavia interrogati fino allo scorso anno sulla possibilità e l’opportunità che anche la chiesa cattolica partecipasse a tale evento. È infatti pensiero consolidato nel mondo cattolico che i protestanti hanno abbandonato la chiesa cattolica per altre vie e che, di conseguenza, non hanno conservato la tradizione della chiesa universale. Si può festeggiare insieme un evento che è stato inimicizia tra fratelli, rottura, divisione, contraddizione alla volontà dell’unico Signore?

Ma papa Francesco, con la sua capacità di porre gesti profetici, ha manifestato la volontà di prendere parte oggi alla memoria celebrata a Lund in Svezia dove cinquant’anni fa iniziarono i dialoghi di riconciliazione tra chiesa luterana e chiesa cattolica. Alla sua audacia ha risposto l’altrettanto sofferta e coraggiosa decisione della Federazione luterana mondiale di accogliere l’inattesa richiesta e invitare formalmente il papa. E così l’apparentemente impossibile, con papa Francesco è diventato possibile: cattolici e protestanti possono stare insieme davanti al Signore, confessare la fede nella sua qualità di Risorto vivente e salvatore del mondo, ringraziarlo perché ha dato oggi ai suoi discepoli di comprendere insieme che il vangelo ha il primato nella vita di ogni cristiano e che la chiesa abbisogna sempre di essere riformata per essere il corpo di Cristo nella storia.

Le divisioni per ora permangono e paiono lontane dalla ricomposizione, anche perché nel frattempo cattolici e protestanti hanno elaborato aspettative e forme diverse dell’unità ricercata. Se molti protestanti pensano alla comunione tra le chiese come diversità che si accettano reciprocamente, la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa conservano dell’unità il concetto tradizionale: unità non solo nel battesimo, ma anche nella fede e nella celebrazione eucaristica, unità sinfonica plurale sì, ma compaginata dai vescovi successori degli apostoli e presieduta nella carità dal vescovo di Roma, successore di Pietro.

Oggi siamo tutti convinti che l’elemento decisivo resta il battesimo, la vita di fede conforme al vangelo: e questo lo possiamo affermare insieme. Le diffidenze reciproche ancora esistono e sono sovente alimentate ed espresse soprattutto dove e quando si accende un conflitto di etiche. Per molti aspetti, infatti, il fossato tra cattolici e protestanti si è fatto più profondo in questi anni, proprio sui temi della morale sessuale. Ma nell’approfondimento della fede ci sono stati passi significativi di profonda convergenza su alcune verità, come la giustificazione attraverso la fede, cioè il riconoscimento che Dio rende giusto il peccatore gratuitamente, per l’abbondanza del suo amore che non va mai meritato.

Questo, unitamente alla forza dirompente dell’“ecumenismo del sangue”, cioè la testimonianza offerta dai martiri di ogni chiesa, ha reso possibile ciò che fino a pochi decenni fa pareva utopia: il volto di Dio testimoniato insieme dai cristiani risplende di luce evangelica, meno deformato dalle antiche rivalità tra confessioni contrapposte.

In ogni caso papa Francesco pratica testardamente la cultura dell’incontro, del dialogo, della vicinanza concreta all’altro e li rinnova ogni giorno in questo mondo sempre più segnato da scontri, distanze, innalzamenti di muri, esclusione del diverso.