lunedì 11 agosto 2014

AMEL NONA ARCIVESCOVO CALDEO DI MOSUL

IL MASSACRO DEI CRISTIANI

"Ho perso la mia diocesi, il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti. ma la mia comunità è ancora viva.

Le nostre sofferenze di oggi sono il preludio di quelle che subirete anche voi europei e cristiani occidentali nel prossimo futuro. 
Per favore cercate di capirci. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla. Occorre che ripensiate alla nostra realta' in M.O., perche' state accogliendo nei vostri paesi un numero sempre più crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio: dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri principi. 
Voi pensate che gli uomini siano tutti uguali, ma non e' vero. L' Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali, i vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra"

dal corriere della sera del 10 agosto

mercoledì 6 agosto 2014

CAROGNE UMANITARIE

AMNESTY ANTISEMITA

di Giulio Meotti | ILFOGLIO 06 Agosto 2014

“Gli Stati Uniti interrompano le spedizioni di carburante alle Forze armate d’Israele, mentre aumentano le prove di crimini di guerra a Gaza”. L’incredibile richiesta e accusa viene niente meno che da Amnesty International, madrina dei diritti umani e premio Nobel per la Pace. L’organizzazione non governativa ieri ha anche accusato lo stato ebraico di “crimini di guerra”, chiedendo l’apertura di una inchiesta alla Corte dell’Aia. Se Washington non dovesse interrompere le forniture di carburante a Tsahal, “il governo americano avrà il sangue sulle sue mani”. Parola di Brian Wood, capo del dipartimento sul controllo delle armi di Amnesty. Alcuni giorni prima, Amnesty aveva accusato Gerusalemme anche di “punizione collettiva dei palestinesi”. Purtroppo, Amnesty non è al di sopra delle parti in medio oriente. L’organizzazione ha assunto Deborah Hyams come ricercatrice su “Israele, Territori palestinesi occupati e Autorità palestinese”. E’ la stessa Hyams che ha dichiarato che mentre non giustifica gli attentati suicidi, personalmente pensa che “siano una risposta all’occupazione”. In un altro caso aveva affermato che “l’occupazione è violenza… e la conseguenza di questa azione si traduce in violenza”.


Durante la Prima Intifada, i terroristi del Fronte opolare per la liberazione della Palestina (Fplp) vennero definiti da Amnesty come “prigionieri di coscienza”. Fu l’avvio di una campagna per condonare la violenza anti israeliana. Amnesty non ha mai condannato le 81 sparatorie, i 651 attacchi con bombe Molotov, i 94 attentati, le 173 aggressioni con coltelli, mazze, asce contro i civili israeliani e i soldati durante i primi due anni dell’Intifada.

Amnesty sta richiedendo la liberazione di terroristi riconosciuti colpevoli come Ahmad Saadat, il capo del Fplp, condannato per la sua responsabilità negli attentati compiuti dalla sua organizzazione, in particolare l’omicidio del ministro israeliano Rehavam Zeevi. Amnesty ha anche definito Bassam Tamimi “prigioniero di coscienza” (la stessa definizione che Amnesty una volta utilizzava per dissidenti del calibro di Andrei Sakharov). La pagina Facebook di Bassam Tamimi condona il terrorismo arabo palestinese e quanti hanno perpetrato omicidi efferati contro ebrei. Una sua parente, Ahlam Tamimi, aveva fatto da scorta all’attentatore suicida alla pizzeria “Sbarro” a Gerusalemme, dove rimasero uccise quindici persone, otto delle quali minorenni.

L’ufficio di Amnesty a Londra ha ospitato eventi come “Complicity in oppression: do the media aid Israel?”. E’ stato organizzato dalla Palestine Solidarity Campaign e ha visto come ospite d’onore Abdel Bari Atwan, che nel 2008 aveva giustificato l’attentato alla yeshiva Mercaz HaRav di Gerusalemme nel quale erano rimasti uccisi otto studenti israeliani.

Nel 2002, Amnesty accusò Israele di crimini di guerra a Jenin. Una leggenda basata su menzogne dure a morire. Nel 2006, durante la guerra di Libano, Amnesty produsse più documenti contro Israele che sul genocidio del Darfur allora in corso. Nel linguaggio ambiguo di Amnesty, proteggere gli israeliani dai kamikaze con le barriere difensive è diventato “apartheid”.
“Uno stato feccia”. Così ha definito Israele il direttore di Amnesty International a Helsinki, Frank Johansson, scrivendo sul sito del tabloid Iltalehti. Due anni fa Amnesty era arrivata a chiedere all’Amministrazione Obama di “sospendere immediatamente gli aiuti militari a Israele”. Ma allora non aveva trovato il tempo di chiedere, en passant, anche un embargo di Hamas, rendendosi incapace di distinguere fra Israele e i suoi aggressori, fra una democrazia quantunque imperfetta e un movimento terrorista.
Ci mancava soltanto la richiesta all’America di lasciare a secco i carri armati con la stella di Davide e di trascinare gli ebrei alla Corte dell’Aia. Una fatwa umanitaria.

venerdì 1 agosto 2014

IN ODIO ALLA FEDE

di Luigi Negri*


È un fatto enorme questo gigantesco esodo in massa di cristiani espulsi dai luoghi dove da millenni era radicata la presenza cristiana, esclusivamente perché cristiani. Quindi per quello che la tradizione cattolica chiama l’odio della fede. E questo deve essere detto esplicitamente: non sono soltanto buttati fuori dalle loro case, privati di tutti i loro beni, privati di tutti i loro diritti e quindi della possibilità di sussistenza; ma la ragione di tutto questo è la fede.

E questo i cristiani, la Chiesa, non possono non sentirlo come un evento terribile e insieme grandioso, perché è l’evento del martirio.
Ho ascoltato con molta gratitudine domenica l’intervento all’Angelus di papa Francesco, così forte, così appassionato e insieme così profondamente compreso di dolore, di compassione. Con non meno gratitudine ho letto la lunga intervista del cardinale Kurt Koch all'Osservatore Romano, che ha offerto un momento di dolorosa riflessione su questo evento. Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per queste non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria.
Ma il cardinale Koch ha insistito su un aspetto che non è sempre in primo piano negli interventi del mondo cattolico. Il problema è che c’è una grande difficoltà a una denuncia esplicita. I responsabili di questi spaventosi avvenimenti hanno nomi e cognomi espliciti, e non soltanto quelli degli ultimi, degli epigoni di questa vicenda di criminalità ideologica. Ma c’è una tradizione che risale lungo i secoli della presenza islamica nel Medio Oriente e in Europa.
Ora, il cardinale Koch dice che dovremmo essere più coraggiosi nella denuncia. Ecco, il coraggio è sempre un elemento fondamentale per una presenza cristiana, ma più che mai in un momento come questo. Il coraggio è un aspetto della testimonianza cristiana, è un aspetto fondamentale dell’impatto con la realtà del mondo e degli uomini che ci vivono. Queste responsabilità dunque devono essere dette e proclamate, altrimenti anche le denunce e la volontà di condividere la situazione tremenda di tanti nostri fratelli rischiano di essere parziali.
Certamente noi occidentali, in particolare noi cristiani di questo Occidente che giustamente negli ultimi tempi è stato indicato come caratterizzato da una profonda stanchezza, rischiamo di non affrontare la realtà secondo tutti i suoi fattori. Soprattutto cerchiamo di nascondere o quantomeno di ridurre l’impatto con questo mondo islamico che, ci piaccia o no, ha la responsabilità storica di questi eventi oggi come lungo i secoli che hanno preceduto questo ultimo.
Forse c’è una prevalenza della volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità. E un dialogo senza la verità o che non parta dalla verità non è un dialogo: è un compromesso, è una connivenza, è un’ignavia. 
Ricordo ancora gli interventi di papa Benedetto XVI nel corso dell’indimenticabile Sinodo sulla nuova evangelizzazione quando intervenne dicendo che «il dialogo è in misura della forza della propria identità»; e la forza della propria identità è la pienezza della coscienza critica della propria identità. Il dialogo è espressione di una cultura: il dialogo non produce cultura, la esprime. E la varietà di culture che si esprimono nella loro diversità è un apporto fondamentale a una convivenza pluralistica e democratica.
Lituania Monte delle Croci

Ci nascondiamo o rischiamo di nasconderci di fronte a questa terribile minaccia che incombe sull’Occidente, e non solo sull’Occidente, facendo un po’ quello che hanno fatto le cosiddette democrazie liberali borghesi nei confronti della terribile vicenda hitleriana, nei tempi immediatamente precedenti la Seconda guerra mondiale. Si era tutti protesi a dialogare con Hitler, a concedere sul piano immediatamente politico la spartizione di alcuni territori sacrificando qualche volta diritti di popoli che sarebbe stato giusto potessero continuare a vivere la propria esperienza di popolo, di nazione e di stato. Fra tutte la cosa più tragicomica fu quella famosa conferenza di Monaco fatta nell’anno 1938 in cui si andò ancora una volta con il cappello in mano convincendosi che Hitler non era poi così tanto cattivo e che con lui ci potevano essere possibilità di intesa.
Sono così vecchio da aver visto alcuni fotogrammi dei ministri degli Esteri che tornavano nelle rispettive capitali europee lieti di avere segnato un colpo straordinario per l’avvenire pacifico dell’Europa e del mondo. Pochi mesi dopo Hitler rifiutò tutti gli accordi sottoscritti e in pochi altri mesi fece scoppiare quella guerra mondiale che ingoiò sui campi di battaglia o di sterminio 15 milioni di uomini.
La piaggeria, l’ignavia, la mancanza di coraggio non sono virtù, non sono mai virtù. Allora di fronte al sacrificio di centinaia, di migliaia di nostri fratelli uccisi o espulsi in odio alla fede abbiamo il dovere di una profonda solidarietà: nella preghiera e nella carità con loro certo, ma abbiamo non meno grave la responsabilità di dire che ci sono delle responsabilità storiche che fanno capo a certe formulazioni ideologico-religiose che rendono permanente il pericolo che i cristiani, e non solo loro, possano essere oggetto di violenze anche sul territorio nell’ambito dell’Europa o dell’intero mondo civile.

Non avere il coraggio di questa denuncia è esattamente nella misura della debolezza della fede.

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


RICOMPAIONO I PACIFISTI

PENSIERI IN LIBERTÀ DI LUIGI MIGLIORI

Dopo un lungo silenzio ricompaiono i pacifisti, stavolta sotto forma di marciatori della pace. L'improvviso attivarsi di tante associazioni sul tema della pace, dopo un lungo silenzio, indicherebbe uno stato di pace generale, solo interrotto negli ultimi giorni. Vediamo.

Da molti mesi, in Siria si combatte una sanguinosa guerra civile,ove non si distingue fra donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, civili e militari: una macelleria da quasi duecentomila morti e milioni di profughi. Ostinazione di una potenza protettrice di un regime molto discutibile, ignavia di altri, incapacità dell'Europa a svolgere un' unitaria politica estera, ogni nazione europea fa i conti in casa propria, non comprendendo che in tal modo mina il proprio futuro. A fronte di tanto disastro non ricordo, sarà un limite informativo personale e chiedo venia, attivazioni particolari dei pacifisti nostrani.

Da alcuni mesi, nella stessa area siriana ed irachena, milizie sunnite hanno dato vita ad un " califfato ", con conseguente persecuzione di cristiani, dei vari riti, e mussulmani sciiti. Dai racconti dei profughi la vita dei non sunniti non sarebbe particolarmente tutelata: processi
ed esecuzioni sommarie non occasionali. Anche in questo frangente l'azione dei pacifisti locali non avrebbe manifestato particolare rilevanza, sempre sulla base dei personali limiti informativi. Il fatto ha spiazzato le diplomazie, tanto che due nemici giurati si son trovati
sullo stesso versante della barricata, assolutamente carente l'iniziativa europea, causata dal particolarismo nazionale.

Fallite le primavere arabe, l'islamismo massimalista ha, letteralmente, sconvolto l'area centro africana, dal Sudan alla Nigeria. Morti, stupri, rapimenti di ragazze, violenze d'ogni genere si verificano continuamente: le grandi potenze stentano, riluttanti, ad impegnarsi,
Europa compresa, per le solite ragioni. Sebbene tali fatti fossero riportati dai quotidiani, l'universo pacifista, ancora col limite informativo di cui sopra, non si sarebbe distinto.

L'insieme dei pacifisti e dei marciatori della pace si è , improvvisamente destato allorché Israele ha deciso di porre fine al bombardamento  di missili e mortai provenienti dalla striscia di Gaza, stato a tutti gli effetti, avendo un territorio ed un potere originario, governato da Hamas e nel cui statuto si prevede la fine della presenza dell'entità sionista, con ciò non riconoscendo l'esistenza in diritto dello stato israeliano. 

Singolare l'affermazione dei comunicati pacifisti, rivolta allo stato israeliano, circa il sostegno alla prospettiva dei due stati, israeliano e palestinese, allorché Israele riconosce lo stato palestinese ed invece, i palestinesi non riconoscono il diritto d'Israele ad esistere. Giova ricordare che la striscia di Gaza esiste come stato per iniziativa, senza contropartita, d' Israele.

I comunicati pacifisti sottolineano i prezzi e le sofferenze dei cittadini di Gaza, sofferenze e morti causate, gli inviati ONU hanno testimoniato, dalla strategia di Hamas di nascondere armi nei luoghi sensibili, case private, ospedali e scuole, trasformando i palestinesi in scudi umani.
Di questo e delle sofferenze patite da bambini e donne israeliane, costretti, da anni, a correre spesso nei rifugi per evitare le bombe di Hamas, non troviamo traccia nei documenti dei pacifisti, tenuta presente la limitatezza informativa personale.

Non possiamo tacere il silenzio di certi ambienti sull'annessione della Crimea e connessa guerra civile in Ucraina, siamo al centro dell'Europa a due passi da noi; non pensiamo ad un filosovietismo di ritorno, ma, se ricordiamo la collaborazione combattente di molti ucraini a fianco dei nazifascisti, per onestà intellettuale, del pari si comportarono i palestinesi.

Per quanto sopra e salva prova contraria, ma il caso della flotilla(*)
la dice lunga, considerato lo stato di guerra dell'area da oltre sessant'anni, solo Egitto e Giordania hanno riconosciuto Israele firmando la pace, i comunicati dei pacifisti e dei marciatori della pace evidenzierebbero un profilo di parzialità difficilmente superabile. 
L'antisionismo è un ottimo veicolo per l'antisemitismo, su questo, storicamente, l'Italia non avrebbe tutte le carte in regola: ricordiamo, esempio minimo, come un anno addietro, il 25 Aprile, l'ANPI non ha voluto la bandiera della Brigata Ebraica, cinquemila giovani ebrei volontari che, nel '44\'45, combatterono, molti morirono, in Italia per liberarci dai nazifascisti.

p. s. Avrei letto circa l'adesione di scuole alle marce della pace: la scuola ha il dovere di rispettare la coscienza morale e civile dell'utenza trattandosi prevalentemente di minori, delle famiglie.


Luigi Migliori è stato dirigente scolastico a Cesena

(*)  Freedom flotilla è una delle tante associazioni che si dicono pacifiste mentre sono solo attivisti legati al terrorismo islamico.sono noti per un incidente avvenuto il 31 maggio 2011. Quella notte una squadra di commandos israeliani l’equivalente dei Navy Seals americani impiegati per eliminare Osama Bin Laden, si cala sulla Mavi Marmaris, una nave turca che guida la spedizione di Freedom Flotilla pronta a forzare il blocco di Gaza. 
Convinti di fronteggiare dei pacifisti gli incursori si calano dagli elicotteri con le sole pistole, ma si ritrovano circondati da una folla di militanti aggressivi e violenti, armati di spranghe, coltelli e asce. I primi tre incursori vengono circondati feriti e sopraffatti. Uno trascinato sottocoperta è preso in ostaggio. Un altro, gravemente ferito, si butta in mare. Un terzo lotta in attesa dei rinforzi. Per salvarlo dal linciaggio e recuperare il prigioniero sottocoperta i commandos si ritrovano costretti a uccidere nove «pacifisti» e a ferirne una cinquantina. «Chi si avvicinava - racconterà uno dei sette feriti israeliani - voleva solo ucciderci, ero prigioniero... quando ho sentito la pugnalata allo stomaco mi sono buttato di sotto, ma hanno ripreso a colpirmi e allora mi sono tuffato in mare».
Già l’atteggiamento di un organizzazione «pacifista» pronta ad attaccare uno dei migliori reparti d’elite al mondo dovrebbe destare qualche sospetto.
(NOTA DEL BLOG)


lunedì 21 luglio 2014

PER LA SIRIA

COMITATO NAZIONALE  PER LA PACE IN SIRIA

È stato lanciato nei giorni scorsi a Roma un nuovo ponte di solidarietà che unisce l’Italia alla Siria in conflitto da ormai quasi quattro anni. Formato da “un gruppo di persone unite dal senso di responsabilità e dalla passione per questo Paese”, il Coordinamento Nazionale per la pace in Siria si prefigge l’obiettivo di “aiutare e sostenere il popolo siriano a risorgere dalla guerra”,


Il Villaggio di MAALULA
Ecco una breve presentazione di don Salvatore Lazzara:

Chi siamo?  Per maggiore chiarezza, non siamo un Coordinamento  pro-Hassah, ma per la Siria. Evidentemente nel governo siriano possiamo intravedere limiti innegabili su cui la storia e la giustizia dovranno fare le dovute precisazioni e punire i responsabili. La gente non può essere usata per raggiungere mire di potere. Innegabile allo stesso tempo sono i tentativi di cambiamento posti in essere da Hassad. Qui è necessario fare un grande salto culturale: la percezione della democrazia in quelle regioni, non è quella propagandata dal mondo occidentale. E’ il motivo fondamentale per cui il Medio Oriente, oggi si trova sull’orlo del collasso. Al di là delle singole posizioni, è nostro dovere discernere la giusta via per aiutare la Siria a risorgere. Come abbiamo avuto modo di apprendere, i famosi ribelli sostenuti dalle potenze occidentali e dalle forze contrarie alla Siria, si sono trasformati nel tempo in veri e propri fondamentalisti ed integralisti, i quali hanno provocato stragi di tanti innocenti e la distruzione del patrimonio archeologico, per raggiungere lo scopo della creazione del Califfato islamico d’Oriente. Ad oggi le città di Aleppo e Raqqa e dintorni soffrono pene terribili a causa dei continui bombardamenti e incursioni da parte degli estremisti.

La Siria è un paese di antica tradizione culturale e religiosa. Da secoli convivono insieme popoli, lingue e fedi, diventando per i paesi vicini un esempio da imitare . Quando è iniziata la lotta, si credeva che fosse una ribellione contro il potere costituito. Nel tempo invece è diventata terreno di scontro tra le religioni. Paradossalmente però non si combattono i siriani tra di loro, ma sono i mercenari provenienti dai campi di addestramento e dall’Europa occidentale ed orientale a creare caos e disordine. Letteralmente c’è stata un’invasione integralista che ha messo in serio pericolo le minoranze religiose, subendo pesanti perdite in termini di vite umane e anche culturali. Infatti, uno dei primi obiettivi di Al-Nusdra è stato la distruzione dell’antico villaggio di Maoolula a 85 chilometri da Damasco, dove ancora si parlava la lingua di Gesù, l’aramaico. Nella piccola cittadina, si trova una delle chiese più antiche al mondo, andata ormai completamente distrutta. Una delle note principali del Coordinamento sarà sostenere le minoranze religiose, facendoci voce delle loro necessità e bisogni. Tutti si chiamano fratelli anche se appartengono a religioni diverse, perché innanzitutto sono siriani.  Cercheremo tramite l’informazione e i contatti di presentare all’opinione pubblica il vero volto religioso della Siria, il quale fino ad oggi è stato garantito dalla laicità dello Stato. Una laicità però che non ha nulla in comune con quella propagandata in occidente. 

La guerra produce distruzione e morte. Sarà compito del Coordinamento sostenere l’invio di medici volontari (e di questo già ringrazio l’associazione auxilia) -e tanti altri medici che già hanno dato la loro adesione-, con i quali tenteremo di essere presenti nelle zone più disagiate per soccorrere i deboli e gli indifesi. Siamo alla ricerca di personale disposto a donare parte del loro tempo per i malati e i bisognosi. Ci occuperemo di progetti di ricostruzione: bambini-giovani, sostegno medico, ricostruzione del patrimonio storico-archeologico, con particolare attenzione per Maoolula e Aleppo.

I progetti per la Siria, non saranno precostituiti a pacchetto dall’Italia. Cercheremo di appoggiare le tante attività di ricostruzione presenti già nel territorio. Pertanto in un futuro prossimo sarà necessario recarsi in loco, per prendere contatti con la gente del posto e sostenere così il risanamento. Al contrario entreremmo nelle pastoie burocratiche da cui alla fine non si cava un ragno dal buco.

Il Coordinamento servirà a chiarire i tanti equivoci sulla Siria. Questo è compito soprattutto dei media, per i quali vale sempre la teoria della mela marcia. Il venditore sa che la mela non è buona, ma la lucida, affinché gli occhi possano essere ammaliati dalla sua bellezza. Poi quando si scopre l’imbroglio ormai  è troppo tardi. Purtroppo gli interessi dei potenti nei confronti della Siria sono tantissimi, dunque ognuno cerca di presentare i propri camuffati da opere di solidarietà e di bene, facendo cadere nel tranello l’opinione pubblica. Pertanto sarà responsabilità di ogni membro, segnalare le varie iniziative di cui si viene a conoscenza per vagliarne la veridicità, e in caso smentire la bontà dell’iniziativa. In questi ultimi giorni anche Sant’Egidio è caduto nella trappola. La mostra sul patrimonio archeologico distrutto, allestita a Roma, ha come fine inconsapevole quello di screditare la voglia di riscatto del popolo, appoggiando in maniera subdola i “ribelli moderati”, che in Siria hanno provocato la morte di migliaia di persone. Nei giorni della visita del Papa in terra santa, nella TV della Conferenza Episcopale Italiana, è apparso un tizio, sedicente siriano, per commentare le tappe del viaggio papale. Ho scoperto in seguito che era un terrorista da alcune foto apparse sul web.

Comunicazione e media-. Sarà cura della redazione che formeremo nel giorno dell’incontro, cercare presenze significative da sostenere, perché chi spera e ama, costruisce la storia. A tal proposito sono arrivate diverse e importanti proposte per far conoscere il Coordinamento e quindi il dramma siriano: la giornata di preghiera per la pace in Siria (in ricordo di quella convocata da Papa Francesco alla vigila dell’attacco USA), flash mob davanti alle ambasciate con annesse pacifiche manifestazioni organizzate, diffusione della newsletter, incontri pubblici, articoli, sostegno all’attività dei siriani in Italia e in Europa,  sensibilizzazione dei giornalisti, tavole rotonde, testimonianze, creazione di piccoli circoli locali per la Siria, e tanto altro.



venerdì 18 luglio 2014

C'E' UN GIUDICE A MILANO!!!

Ampi stralci delle dichiarazioni spontanee di Berlusconi, che il tribunale di Milano ha accolto con l'assoluzione piena

La verità di Berlusconi


Signor presidente,
Signore del Collegio,
come sapete questo processo si basa su due punti fondamentali: la mia telefonata della notte fra il 27 ed il 28 maggio 2010 alla questura di Milano e i miei rapporti con Karima El Mahroug detta Ruby. In realtà l'erroneo e pretestuoso filo conduttore di entrambi i capi di imputazione è rappresentato dalle serate che si sono svolte nella mia casa di Arcore: secondo l'accusa avrei telefonato in Questura per evitare che si conoscesse il contenuto di tali serate.


Cominciamo quindi dalle serate. Si è molto favoleggiato ed ironizzato su queste serate, con evidenti intenti diffamatori e con una intrusione nella vita privata di un cittadino che davvero non ha precedenti. Voi ascolterete i testimoni e comprenderete quale era davvero la realtà. Le cene si svolgevano in una grande sala da pranzo, io al centro della tavolata monopolizzavo la conversazione parlando di tutto: di politica, di sport, di cinema, di televisione, di gossip e mi divertivo confezionando battute e cantando le canzoni del mio repertorio giovanile e quelle scritte da me in collaborazione con Mariano Apicella. Apicella si esibiva col suo fantastico repertorio di canzoni napoletane così come il maestro Danilo Mariani che suonava e cantava quasi sempre accompagnato dalla moglie, anch'essa cantante professionista. Dopo la cena alcune volte le mie ospiti organizzavano nel teatro della residenza degli spettacoli con musica e costumi, spettacoli che non avevano alcunché di volgare e scandaloso. E a proposito della dizione «Bunga bunga» questa espressione nasce da una vecchia battuta che ho ripetuto più volte prima dei fatti contestati ed è stata riportata doviziosamente dalla stampa. Altre volte nella discoteca che era stata dei miei figli si ballava (io però non ho mai partecipato ad alcun ballo) ed accadeva quello che si può vedere in qualsiasi locale aperto al pubblico di ogni età.

giovedì 17 luglio 2014

LA BANALIZZAZIONE DELLA GIUSTIZIA E IL TRADIMENTO DELLA CIVILTA' EUROPEA

Quando la legittimità dell'agire cessa di essere un problema che riguarda la coscienza personale e diventa un mero problema tecnico degli apparati burocratici e dei funzionari dello Stato, in questo caso i giudici costituzionali, la civiltà europea è distrutta.

Cattolici pronti alla battaglia sull'eterologa
di Giampaolo Crepaldi

Dopo la sentenza che legalizza la fecondazione eterologa e stabilisce un inaccettabile «diritto al figlio», occorre una decisa resistenza culturale da parte dei cattolici. Lo chiede monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che spinge anche per un intervento politico al fine di mitigare le conseguenze della sentenza. Su questo tema, presenteremo degli approfondimenti nei prossimi giorni.
 
Chagall, Il cantico dei Cantici
La sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto della fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 e la relativa motivazione, ci pongono davanti ad uno scenario nuovo e preoccupante. Gli elementi di novità sono due: la praticabilità della fecondazione eterologa in un contesto di assenza di limiti legislativi di sorta e l’enunciazione, nella sentenza della Consulta, di un “diritto al figlio”. 

Il primo di questi due elementi apre la possibilità di un selvaggio mercato dell’eterologa nel quale vengono meno fondamentali valori legati alla persona umana, alla procreazione e alla famiglia. In una situazione di liberalizzazione della fecondazione eterologa si aprirebbe al mercato senza limiti dei gameti, alla fecondazione incontrollata da parte di ogni tipo di coppia, all’utero in affitto, alle “famiglie” plurigenitoriali o monogenitoriali, alla tecnicizzazione assoluta della procreazione, alla fine dei legami familiari come li abbiamo conosciuti per qualcosa di terrificante che ancora si fa fatica ad immaginare, all’aumento esponenziale della distruzione degli embrioni umani, all’incremento degli interventi eugenetici. In poche parole, un quadro che atterrisce e che, nonostante venga presentato da molti come un quadro di libertà, si presterà alla pianificazione della vita da parte dei centri di potere.

Il secondo elemento di novità, il “diritto al figlio”, rompe con la visione della persona umana come avente in sé una propria dignità. Si possono vantare diritti sulle cose, non sulle persone. La persona è un fine in sé e non può cadere sotto la proprietà di nessuno, come capiterebbe invece se il “diritto al figlio” diventasse patrimonio culturale condiviso e fosse addirittura completato da una legislazione conseguente. Principi simili erano finora stati teorizzati solo da regimi totalitari. Con il principio del “diritto al figlio” l’uomo si sentirà autorizzato a completare la manipolazione della vita e dell’essere umano già in fase avanzata di realizzazione.

Le due novità che ho evidenziato sono alla base di una ri-creazione dell’identità umana e delle relazioni umane fondamentali, quali la riproduzione, il matrimonio, la famiglia, le relazioni tra figli e genitori. Stupisce molto, quindi, che pochi sentano la gravità del momento, che il governo italiano non si sia adeguatamente espresso, che le forze politiche evitino di affrontarlo come si richiederebbe davanti a questi fenomeni disorientanti. Bisogna fare una riflessione molto seria su questo sconcertante panorama e trovare una linea di condotta sia per quanto riguarda l’approccio culturale sia per quanto riguarda le iniziative pratiche e politiche da portare avanti.

La prima cosa da capire fino in fondo tutti insieme è che sul piano culturale va combattuto questo processo di eliminazione della natura e della natura umana. Esso sta travolgendo l’uomo, riducendolo ad un allegato della storia, ad un fenomeno della prassi delle strutture sociali, un elemento riplasmabile a piacere di una catena smontabile e rimontabile. In questo modo, però, perdendo la sua signoria sulla storia, l’uomo diventa strumento del potere, anche in contesti democratici che, così facendo, esprimono le loro caratteristiche di democrazie totalitarie. Va ripresa una riflessione di filosofia e teologia della storia per capire cosa induca il processo di secolarizzazione a non fermarsi mai e ad eliminare, dopo Dio e tutti i suoi surrogati laici, ogni residuo naturale che preceda l’agire umano per normarlo in modo non solo opinabile. 

Questi esiti radicali ed imprevisti della secolarizzazione moderna rimettono in questione la visione della secolarizzazione come finora è stata sviluppata anche in ambito cattolico. Il carattere totalitario del quadro che si profila pone tutti gli uomini che amano la verità davanti al dovere di fare obiezione di coscienza rispetto ai tanti fenomeni di violenza a cui la fecondazione eterologa aprirebbe la strada. Serve una grande mobilitazione delle forze del bene. L’opposizione culturale alla fecondazione sia omologa che eterologa, la proposta di una visione bella e libera della sessualità, della vita coniugale, della famiglia naturale, di un modo umano di amarsi, di accogliere la vita e provvedere a essa, di educare i figli per introdurli nel mondo consapevoli della loro dignità, devono diventare di massa. 

Il no all’eterologa deve continuare anche dopo la sentenza della Corte costituzionale, sia perché il “diritto al figlio” non rispetta la visione antropologica del testo costituzionale stesso, sia perché, in ogni caso, sopra la Costituzione, ci sono le realtà della persona e della famiglia nella loro indisponibilità. Alla lotta culturale deve aggiungersi un forte impegno collettivo, da parte di singoli e gruppi associati, da condursi nella società: nella scuola, nelle strutture sanitarie, nelle amministrazioni locali. 

A questi due livelli d’impegno, deve aggiungersi quello strettamente politico e legislativo, sia nei consigli comunali e regionali, sia soprattutto nel Parlamento nazionale. Governo e Parlamento devono prendere in mano l’intera questione della fecondazione eterologa dopo la sentenza della Corte costituzionale, come si evince, tra l’altro, da alcuni passaggi della stessa motivazione della Corte e da alcuni obblighi che derivano dall’Unione europea. Se l’obiettivo finale di tale impegno deve essere il divieto legislativo di ogni tipo di fecondazione artificiale, sia omologa che eterologa, a fronte della situazione venutasi a creare è opportuno far tesoro di quanto insegnato dall'enciclica Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II, che giustifica le iniziative intraprese per ridurre gli effetti negativi sul piano pratico. 

Come afferma il paragrafo 73 dell’enciclica, infatti, quando sia pubblicamente nota l’opposizione del parlamentare ad una legge, sia nel suo spirito che nella sua lettera, e garantito l’impegno personale a lottare contro i suoi presupposti culturali e i sui contenuti materiali, egli può dare il suo assenso ad una legge che, pur non essendo soddisfacente in quanto ancora impregnata di elementi eticamente non giustificabili, riduca gli effetti negativi di una legge precedente. Questo è il contesto dottrinale e pratico che motiva in questo momento un impegno in Parlamento contro la fecondazione eterologa anche nella forma di approvazione di leggi che ne riducano sul piano pratico gli effetti negativi. 

Nonostante le diversità culturali delle forze politiche e nonostante molte di esse abbiano espresso una posizione consenziente rispetto ad alcuni aspetti della deriva in atto, è possibile ed auspicabile, con la buona volontà di tutti e con l’uso del buon senso, intervenire con una legislazione correttiva e di contenimento, in attesa che l’impegno generale per una rinnovata responsabilità politica renda possibile in futuro una legge giusta in materia e senza minimamente diminuire – anzi! – l’impegno nel Paese perché questo avvenga. 


* Arcivescovo di Trieste, presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa

martedì 15 luglio 2014

GLI STRANI "LIBERALI" DA ARCIGAY,CHE VOGLIONO IL RITORNO DEI REATI D'OPINIONE

Eugenia Roccella da “ILFOGLIO”

Anche Guzzanti, dopo Feltri e la Pascale. Tutti a spiegare che iscriversi all’Arcigay è liberale, anzi è la quintessenza del liberalismo. Chi non accompagna la marcia nuziale gay, chi pensa che le differenze, per essere rispettate, non possano essere schiacciate su un’impossibile e noiosa omologazione, non è liberale. E’ reazionario, conservatore, pieno di odio per i diversi, ipocrita e sessuofobico, ecc. ecc.

Io che sono nata radicale e femminista, che ho vissuto gli anni del caso Braibanti, e ricordo come la sinistra trattava “gli invertiti”, compreso Pasolini, io che ho passato la giovinezza tra lesbiche e froci (allora rivendicare gli appellativi dispregiativi adoperati comunemente, e rovesciarli, era una gioiosa sfida al benpensantismo), non mi ci raccapezzo più. Ma come, Pasolini non ha accoratamente pregato, nel suo testamento ideale, la lettera mandata al congresso radicale nel giorno della sua morte, di “continuare a scandalizzare”, di non omologarsi?

E che cos’è questa disperata volontà di mimare l’affettività etero, la coppia-per-sempre, chiedere il matrimonio, l’adozione, l’istituzionalizzazione persino delle piume e dei lustrini, se non una volontà di rifiutare ogni pur blanda trasgressione, di negare ogni diversità, una volta si sarebbe detto di imborghesirsi? I gay (e ha ragione chi, come Isotta, non ama il termine) vogliono i figli con l’utero in affitto, come il senatore Lo Giudice; vogliono farsi fotografare mentre stringono al petto nudo un neonato, come la coppia canadese le cui immagini hanno spopolato: ma la donna che ha partorito  quel bimbo deve essere espulsa dalle foto e dalla vita della nuova famigliola. I gay vogliono inserirsi a pieno titolo nel politicamente corretto, ed essere finalmente dalla parte dei benpensanti e della polizia (la galera a chi non si allinea!), vogliono in testa alle sfilate del gay pride il sindaco, il prefetto, le autorità pubbliche. E poi vogliono reprimere la libertà di opinione con la legge Scalfarotto, anziché fare una battaglia culturale, prendere in giro, rovesciare i significati, smontando allegramente il senso offensivo delle parole. Va bene, abbiamo capito, la strategia è cambiata: non più libertà sessuale ma normalizzazione, la parola d’ordine non è più “sono diverso e ne sono fiero”, ma “non sono diverso e se tu lo affermi ti denuncio”. Ma cosa ha a che fare tutto questo con il liberalismo? O forse si confonde essere liberale con essere liberal, e dunque aggiornati, progressisti, ben collocati nel coro.

Per un liberale lo stato deve intromettersi il meno possibile nella vita privata delle persone, deve regolare, imporre, pretendere, il meno possibile. Ognuno ha la sacrosanta libertà di amare chi vuole, di stare con chi vuole, nei modi che preferisce: ma allo stato la cosa non interessa, e non deve interessare.


Il matrimonio non è il riconoscimento pubblico dell’amore di coppia, la festa statale perché A e B sono follemente innamorati. E’ un’istituzione che serve come guscio protettivo per la filiazione, per inserire la procreazione in un quadro ordinato di diritti e doveri. Alla società interessa la continuità generazionale, non i sentimenti dei singoli. Lo stato invasivo, che si infiltra nel privato, che norma ogni atteggiamento personale, ogni scelta del singolo non è certamente liberale. Ma ormai, per i politici e gli intellettuali (con la luminosa eccezione di Piero Ostellino) gay fa automaticamente rima con liberale, ed è così anche se si difendono i reati d’opinione, tanto fieramente combattuti quando erano prerogativa del codice Rocco. Ma se lo vuole Scalfarotto, tutto cambia.

domenica 13 luglio 2014

IL SOGNO DISPERATO DEL CALIFFATO ISLAMICO

Samir Khalil Samir

Padre Samir è fra i pochi ad avere una lettura della situazione che tiene conto di tutti i fattori in campo. I media occidentali, sulla scia della insipienza di Obama, stanno facendo marketing per Al Baghdadi e soci.

Beirut (AsiaNews) - L'annuncio dell'inaugurazione del Califfato islamico da parte di Abu Bakr  al Baghdadi  rivela un senso di disperazione. Il suo proclama ha una forte impronta ideologica, ma per inaugurare questa nuova epoca del califfato mondiale, ha dovuto cambiare area: non in Siria, dove l'Isis rischiava di essere eliminato dall'esercito di Bashar Assad, ma in Irak, nella parte debole, sunnita, dove il governo non aveva un esercito forte. E si sono fermati facendo questa dichiarazione presuntuosa.
Lo stesso fatto di ridefinirsi non più "Isis" in cui sono presenti i termini "Iraq e Siria", ma semplicemente ‟Stato Islamico", come qualcosa di mondiale, è ridicolo dal punto di vista pratico. Nello stesso tempo, rivela la dimensione ideologica del progetto: si tratta di restaurare il califfato di Bagdad, considerato come il periodo più brillante dell'Islam.
Ma la maggioranza dei musulmani non sogna più il califfato, né un impero senza confini. Ognuno cerca di abitare in una nazione, tanto che anche i curdi stanno lavorando da anni per far nascere la loro nazione.
BAKR AL BAGHDADI

1. La fine del califfato e la nascita dei "Fratelli Musulmani"
La fine del califfato risale a Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna. Egli depose il 1° novembre 1922 il sultano Mehmet VI, e  18 giorni dopo fu eletto califfo Abdülmecid Efendi, per poco tempo. Ataturk fondò la Repubblica il 29 ottobre 1923 e dopo essere stato eletto presidente, ha proclamato l'abolìzione definitiva del califfato islamico il 3 marzo 1924.
Questa decisione simbolica fu uno shock per l'intero mondo islamico. Soprattutto in seguito alle decisioni prese da Ataturk, in particolare la laicizzazione dello Stato e la de-islamizzazione della società: parità dei sessi; divieto dell'uso del velo islamico nei locali pubblici; divieto del fez e del turbante; divieto della barba per i funzionari pubblici; adozione dell'alfabeto latino al posto dell'arabo; del calendario gregoriano al posto dell'anno dell'egira; della domenica come giorno festivo; del sistema metrico decimale, ecc.
Da allora molti gruppi hanno cercato di riportare in vita il califfato.  Nel 1928, da un progetto di Hassan al-Banna guidato dall'imam azharita Rashid Rida, sono nati i ‟Fratelli Musulmani" proprio per rimediare alla mancanza del califfato. Dopo diverse riflessioni e ricerche da loro svolte per istituire un nuovo califfato in Egitto o in Arabia, essi stessi hanno detto che "non è più possibile avere un califfato" e hanno cambiato rotta: occorre islamizzare i vari Paesi e governi, introducendo la sharia come nostra costituzione. Ciò è stato attuato specie in Arabia saudita, che non ha una costituzione, ma la sharia. In altri Paesi è stata varata una legislazione che si "ispira" alla sharia. Oggigiorno si nota che la maggior parte dei Paesi musulmani, soprattutto i più sviluppati, non va in questo senso e non applica la sharia come un ideale.

2. Chi è Abu Bakr al-Baghdadi

venerdì 11 luglio 2014

LA CHIESA DEL CONCORDISMO E UNA FEDE SENZA DOTTRINA E SENZA VERITA'

L’articolo dI Cascioli pubblicato ieri sulla Nuova Bussola Quotidina (clicca qui) e riguardante la “politica culturale della CEI” a proposito di Tv2000 e non solo, pone un problema che ci trasciniamo da molto tempo. Quando Giovanni Paolo II andò al Convegno ecclesiale di Loreto proprio per invertire il processo consolidatosi con il precedente convegno ecclesiale di Roma, non fece altro che affrontare questo stesso problema: dalla fede cattolica deriva una cultura, una visione organica e complessiva della realtà e della vita.

Non derivano solo degli spunti, dei frammenti
, oppure degli atteggiamenti ma una visione della realtà in cui tutto si tiene. La fede cattolica, come disse il cardinale Bagnasco in una memorabile prolusione, non è una “fede nuda”, ma porta con sé una vita, una dottrina, un’antropologia, un’etica, un insieme di contenuti compaginati tra loro. La fede cattolica, diceva Del Noce, presuppone una metafisica, una concezione dell’essere e quindi una ragione adeguatamente aperta al tutto dell’essere.
Questo è precisamente quanto è andato ampiamente perduto. La conseguenza è che si mettono in piedi iniziative culturali - da una TV ad un settimanale diocesano, da una radio ad un corso di laurea – che non fanno una proposta riconoscibile come cattolica.
DURER, Il cavaliere, la morte e il diavolo

Un sintomo molto espressivo di questo è oggi il concordismo di cui sono ammalati giornali e tv cattolici. In una cultura in cui di cattolico ormai non c’è quasi più nulla, essi vedono spunti di cattolicesimo dappertutto. E se il tale personaggio o il tale evento non ha nulla di esplicitamente cattolico, essi vi trovano qualcosa di implicitamente cattolico. Vengono creati così gli accostamenti più strani, compreso quello tra atei che più atei non si può e la fede cattolica. Ogni romanziere, ogni testo teatrale, ogni libro, ogni filosofo che muore, ogni anticristo vivente per loro almeno adombrava qualcosa di cattolico.

Si rimane sbalorditi dalla temerarietà di questi accostamenti concordistici. Ogni atteggiamento contro la mafia, ogni richiesta di solidarietà, ogni difesa dell’ambiente, ogni lotta contro l’aids, ogni promozione della donna … ha qualcosa di cattolico, anche se invece risponde a visioni della realtà che col cattolicesimo non hanno niente a che fare. Non c’è oggi un giornale cattolico che non sostenga la proposta del “reddito di cittadinanza” che è assolutamente contrario a tutti i principi della dottrina sociale della Chiesa. 
Certamente delle briciole di verità ci sono anche nel più evidente errore. Però non basta una briciola per fare un tutto. La fede cattolica produce un tutto culturale e non semplici spunti o frammenti. Non è col bricolage che si è cattolici e non possiamo soddisfare le richieste della Fides et Ratio circa le esigenze del “cosmo della ragione” - tramite la spigolatura o mediante il vagabondare del raccoglitore. 

Bisogna però fare lo sforzo di andare alla radice di questo atteggiamento. La fede cattolica ha un contenuto di conoscenza e la rivelazione apre la finestra del mondo irrorandolo di luce che viene dal di fuori. Guardando ai dogmi della propria fede, e non alle tendenze sociologiche o alle statistiche delle scienze sociali, il cattolico trae le verità per la sua vita personale e collettiva. Oggi questo non è più ritenuto vero da molti cattolici. Quindi per costoro non ci può essere una proposta culturale cattolica e non serve che una tv o un giornale sia diretto da un cattolico, ossia da uno che abbia in testa quelle verità. Molti giornali cattolici sono impegnati in battaglie anticattoliche. Molte scuole cattoliche insegnano una filosofia anticattolica. Molte associazioni cattoliche partecipano a campagne anticattoliche. 
C’è tutta una corrente teologica, oggi assolutamente prevalente, che pensa che la pretesa che ho appena indicato sia una violenza della fede cattolica al mondo e all’uomo. Il fedele non riceverebbe nella Chiesa questa luce che viene dal di fuori e il cui deposito la Chiesa tramanderebbe nel tempo. Egli, piuttosto, conoscerebbe le verità della sua fede da dentro la sua situazione. Quindi può solo comprendere e interpretare ma non conoscere qualcosa che veramente venga “da fuori”.
L’uomo è dentro questo orizzonte esistenziale perché egli fa parte del problema su cui si interroga e non può, quindi, accedere ad una verità che comporterebbe un punto di vista assoluto. Non gli resta, quindi, che camminare con gli altri senza pretese, raccogliere briciole di verità qua e là, comporre e scomporre progetti esistenziali. Ascoltare, condividere, essere vicino, comprendere, accettare tutto senza tenere nulla come definitivo. La fede diventa atteggiamento di accompagnamento, attitudine alla ricerca e al dialogo, capacità di farsi domande insieme agli altri.

L’espressione “chi sono io per giudicare?”, totalmente disancorata dal contesto in cui è stata pronunciata, diventa così il simbolo di questa fede senza dottrina e senza verità. Tra i tanti sensi che la parola “giudicare” può avere, c’è anche quello propriamente conoscitivo.

Il “giudizio” è l’atto con cui l’intelletto conosce la realtà, coglie dei nessi reali tra le cose. Se non è più possibile giudicare perché si sarebbe arroganti, allora non è più possibile conoscere la realtà.
Si capisce allora che la fede – oltre che la ragione – può essere solo una narrazione, un’esperienza, un punto di partenza per il dialogo e il confronto. Se la vita è un talk-show in cui le interpretazioni – tra cui quella della fede – si intrecciano, allora a dirigere una Tv cattolica può essere chiamato anche un non cattolico o, addirittura, un anticattolico.


STAFANO FONTANA

GRIDATELO SUI TETTI

LA DIMENSIONE PUBBLICA DELLA FEDE
ANTONIO SOCCI

Dedicato a chi dice spesso : “Vergogna , vergogna !” e si dimentica della vergogna più grande che sembra imperare … 

dedicato a chi dice che bisogna annunciare Gesù senza mostrare come Lui giudica tutto;

 e a chi dice che parlare dei principi non negoziabili impedirebbe di incontrare Cristo ai lontani

” Quando la fede viene meno, c’è il rischio che anche i fondamenti del vivere vengano meno, come ammoniva il poeta T. S. Eliot: « Avete forse bisogno che vi si dica che perfino quei modesti successi / che vi permettono di essere fieri di una società educata / difficilmente sopravviveranno alla fede a cui devono il loro significato? ».

Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremmo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata.
Il Portico della Gloria
Santiago de Compostela
La Lettera agli Ebrei afferma: « Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città » (Eb 11,16).
L’espressione “non vergognarsi” è associata a un riconoscimento pubblico. Si vuol dire che Dio confessa pubblicamente, con il suo agire concreto, la sua presenza tra noi, il suo desiderio di rendere saldi i rapporti tra gli uomini.
Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile?

La fede illumina il vivere sociale; essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama…”
Papa Francesco, enciclica Lumen Fidei

(TRATTO DAL BLOG OBLATIO RATIONABILIS CHE RINGRAZIO)

LA LEZIONE DEI CATTOLICI AMERICANI

La sentenza della Corte Suprema di qualche giorno fa che, in contrasto con quanto previsto dall’Obama-care, ha permesso a due aziende statunitensi quotate in borsa – la Hobby Lobby e la Conestoga Wood Specialties - di non pagare le spese per la contraccezione eventualmente sostenute dai propri dipendenti, sta creando un effetto a catena. Infatti, dopo solo 24 ore dalla pronuncia dei giudici della Suprema Corte, due tribunali federali hanno preso decisioni identiche a favore di una televisione cattolica e cinque enti no-profit di ispirazione cristiana del Wyoming: la diocesi di Cheyenne, la Caritas statale, l’orfanatrofio di Saint Joseph, la scuola di Saint Anthony e l’Università cattolica del Wyoming. In modo analogo ha sentenziato una corte dell’Illinois a favore del Wheaton College alle porte di Chicago. 

E siamo solo all’inizio dato che ad oggi sono 100 i gruppi che hanno fatto causa al ministero della Salute a motivo della riforma sanitaria di Obama varata nel 2010. Senza poi contare che 80 enti no profit hanno già vinto la loro sfida nei tribunali federali o statali. Voci di corridoio affermano che il presidente stia preparando una contromossa per arginare questo diluvio di ricorsi che molto probabilmente lo vedrebbero in futuro di nuovo perdente. Il cardine di queste vittorie si situa su uno snodo giuridico particolare: la libertà religiosa. Secondo i giudici tale libertà deve essere tutelata anche quando Tizio agisce da imprenditore e non solo alla domenica quando si reca in chiesa. 

Importare questo ragionamento giuridico in casa nostra verrebbe qualificato da molti scandaloso, anzi al limite del ridicolo. L’espressione dei propri convincimenti religiosi da noi non solo non è tutelata – semmai tollerata posto che sia esercitata nel chiuso di ambienti domestici o in luoghi deputati – ma addirittura viene osteggiata. Poniamo mente solo a tutta la querelle che è fiorita intorno alla teoria del gender: l’asserzione di personali giudizi di carattere morale – propri anche del portato culturale cattolico – viene interpretata come atto di discriminazione a danno delle persone omosessuali. Ma il caso Obama-care versus libertà religiosa è d’insegnamento per noi altri anche per ulteriori motivi.
La strategia vincente made in Usa è quella non di lisciare il pelo del nemico per il verso giusto, tentando compromessi con il governo o arrabattandosi nel trovare nelle norme delle riforma sanitaria di Obama pertugi per non pagare le assicurazioni su aborto e contraccezione (ci saranno pur state in questa riforma delle parti buone, no?). Bensì è una strategia dichiaratamente antagonista che dice un “No” semplice e tondo tondo alla riforma sanitaria.

Tutto l’opposto, ad esempio, di quello che è avvenuto e sta avvenendo in alcuni settori della cultura “cattolica” in merito alla pronuncia della nostra Corte Costituzionale sull’eterologa dove non pochi, all’indomani della sentenza ed anche prima, si sono affrettati ad indicare la strada della legittimazione parlamentare dell’eterologa come rimedio per arginare la stessa eterologa (un bel controsenso). Optando per la formalizzazione normativa di quanto disposto dai giudici, alcuni “cattolici” illuminati non solo hanno fatto propria una soluzione in contrasto con la morale naturale – mai si può varare una legge intrinsecamente malvagia seppur meno malvagia di un’altra – ma si sono altresì allineati perfettamente all’orientamento deciso dalla Corte. In buona sostanza: negli Usa Obama pone una norma liberticida e diocesi, università, conventi, imprese la contrastano in radice e vincono. Noi ci troviamo davanti a dei giudici che dicono “Sì” all’eterologa e una parte del mondo pro-life dice pure lui “Sì” all’eterologa seppur in versione un poco depotenziata (cosa poi che nei fatti sarà tutta da verificare: vedasi cosa ha detto il ministro Lorenzin un paio di giorni fa al Corriere). 
Insomma, tanto per rimanere legati alla recente cronaca calcistica, i giudici mettono a segno sette gol e noi siamo tutti contenti se riusciamo a limitare la sconfitta e segnare il gol della bandiera. Ma, è bene ricordarselo, anche se abbiamo fatto una rete l’incontro l’abbiamo perso ugualmente. E’ l’eterologa che va in finale, non la dottrina della Chiesa. Qualcuno obietterà: “Ma lì è l’America, è la patria dei duri e puri, un Paese con una lunga tradizione di manifestazioni popolari. Noi siamo diversi per sensibilità e storia”. Risposta: l’Italia è la culla della cristianità, nazione dove ha sede la cattedra di Pietro. Non si capisce cosa ci manca per ribaltare la situazione in quanto a tradizione, risorse e talenti. Non è nelle nostre corde dire evangelicamente “Sì sì, no no”? La soluzione è semplice: impariamo a dirlo questo “Sì sì, no no”. Milioni di bambini che continuamente muoiono per aborto e per Fivet lo esigono.
Continuiamo ad approfondire il tema del “che fare?”. Andiamo a bussare alla porta dei politici? Il mondo della politica non offre appigli. Anzi, gli esponenti “cattolici” nel momento attuale o remano contro o, per usare un eufemismo, hanno le idee confuse. Bene lavorarli ai fianchi, ma non aspettiamoci fuochi artificiali. Ci appelliamo ai pastori? La realtà italiana ecclesiale, nella maggior parte dei casi, col cambio di stagione della teologia morale ha messo in naftalina la pastorale sui principi non negoziabili e allorché ne parla assume posizioni dottrinali eterodosse. Il silenzio omertoso di una buonissima fetta della Chiesa italiana su questi temi – vedasi da ultimi eterologa e unioni civili di Renzi – fa addirittura sospettare che le bocche chiuse siano merce di scambio per ottenere qualcosa d’altro.
Ci rivolgiamo infine alla base del laicato? Ampi settori del mondo pro-life o sono ostaggi di questa Chiesa del silenzio (e l’espressione non rimanda alla Chiesa perseguitata) e quindi stanno al verone a guardare. Oppure, se sono da questa indipendenti, nel momento attuale sono assai divisi in lotte intestine e dunque – a  parte qualche significativo caso – risultano essere paralizzati nell’azione. Ma forse è proprio questo “significativo caso” che potrebbe essere la nostra ancora di salvezza. Esistono realtà laicali ben formate e agguerrite sul piano operativo. Perché non esportare il loro modello in altri ambiti e non ingrandire di scala i loro progetti? Nei momenti di confusione, basta una voce chiara che dica e proponga di fare cose semplici ma radicali per trascinare. Forse che questa è la strada buona?


 di Tommaso Scandroglio da lanuovabq