mercoledì 14 novembre 2018

QUELLO CHE SIAMO


GIANCARLO CESANA

Oltre i programmi (e i capricci)
Le risorse “politiche”che nessun governo potrà mai trovare

Foto Ansa
Prevalente è la domanda se io sono effettivamente pessimista sulla situazione del nostro paese, che, come penso, è ridotto così male anche a  causa della cultura sessantontina che tuttora lo pervade. Sì, sono abbastanza pessimista. Giuliano Ferrara dice che stiamo andando verso l’America latina. Condivido. Anzi chi mi conosce sa che lo dico da anni. L’idea o la sensazione mi venne a Buenos Aires parecchio tempo fa, nel 1990 o giù di lì. L’Argentina andava su e giù, come al solito, ma quello che mi colpì furono i lamenti a causa del freddo; non a causa della temperatura reale, che era in inverno sui 15 gradi, ma della temperatura percepita, più bassa e più umida.

Non so voi, ma io, a quel tempo, l’espressione temperatura percepita non l’avevo mai sentita e mi fece l’effetto di una sensibilità un po’ ridicola e piagnona. Adesso, la temperatura percepita è arrivata anche qui.
Ne parlano tutti, anche televisione e giornali. Se fa caldo o se fa freddo, fa più caldo e più freddo.
Il percepito domina pure in politica, conta più della realtà, che se non combacia con esso è ostile e complottista.
Tutti – ci richiamerà anche la Nasa, ha ironizzato Luigi Di Maio – dicono che i programmi del nostro governo sono impossibili, ma il nostro governo dice di avere ragione e diritto a fare quello che fa. Da vero statista Salvini ha detto che lui dell’Europa se ne frega. Ammettendo il grande complotto dei poteri forti e degli Stati egemoni nell’Unione Europea, per spolpare l’Italia, sarebbero opportuni prudenza e realismo. Anche il Vangelo lo suggerisce: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? » (Lc 14,31).

Niente. Il popolo è d’accordo con il governo gialloverde; il gradimento aumenta soprattutto per la Lega. Non bisogna stupirsi. La democrazia non è sinonimo di ragione, tanto meno di verità. È il miglior sistema di governo possibile, diceva Churchill (e io sono d’accordo con lui), ma è anche il dominio della mentalità comune o maggioritaria. Questa attribuisce le difficoltà economiche e politiche dell’Italia non ai comportamenti da cicala degli anni passati, ma ai cattivi che non fan fare quello che si vuole.
Il desiderio, il percepito, prevale sulla realtà. Chi non è d’accordo venga a farsi votare e buona notte! Consigli, avvertimenti e suggerimenti grondano, ma appaiono assai poco efficaci. Come se ne esce?

Parecchi anni fa, una quarantina più o meno, scrissi un volantino che uscì firmato da Cl e divenne abbastanza popolare: “La prima politica è vivere”. Lo scrissi la notte dell’ultimo dell’anno, durante una vacanza di responsabili universitari, a Bratto, nelle montagne di Bergamo. C’era anche don Giussani che ci aveva fortemente sollecitato a esprimere un giudizio in grado di affrontare l’ambiente post-sessantottino che ci opprimeva. Altro che vacanze e festa di Capodanno, bisognava muoversi e impegnarsi, appunto vivere nonostante l’ostilità che ci circondava. Bisognava non semplicemente adattarsi o reagire, ma trovare in noi le risorse di un’esperienza originale, presente e piena di speranza.
In fondo è sempre così, ma lo è soprattutto nei momenti di confusione e mancanza di prospettiva come l’attuale.

Non un’utopia ma un’amicizia

Le risorse per vivere, anche la politica, cioè la preoccupazione per il bene comune, che, come dice il Papa coerentemente con i suoi predecessori, deve essere se non in cima, tra le cime dei nostri pensieri, non sono un programma di governo, nuovo o alternativo che sia.
Possiamo avere qualche competenza, ma non siamo in grado di formulare un piano generale. Sembra che facciano discorsi da bar quelli del governo; figurarsi se ci mettiamo anche noi, che siamo più ignoranti e incerti. Le risorse “politiche” – se così si può dire – le dobbiamo trovare in contenuti di esperienza che realizzino un metodo di vita personale e sociale. Per spiegare quello che ho in mente ricorro a una lettera-volantino scritta con Stefano Parisi per le elezioni politiche del marzo scorso. La lettera è stata ripresa da Tempi, ma come la campagna elettorale di Parisi non ha avuto molta fortuna. Mi permetto di riprendere qui alcuni passaggi, a mio avviso fondamentali, a cominciare dalla citazione introduttiva di Toqueville:
«Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà».

Procede quindi la lettera come segue. «È stato giustamente osservato che con lo sviluppo della cultura e del costume del mondo occidentale, nelle nostre società l’individuo può trovarsi “nudo”, spogliato delle sue antiche casacche religiose, comunitarie, locali, economiche, familiari, pressoché solo di fronte allo Stato, cui chiede di farsi carico di tutti i suoi bisogni e di tutelarne la libertà. Si tratta però di una libertà ottusa perché disimpegnata, irregimentata dal politicamente corretto e dominata da un’opinione comune che fa fatica a distinguere il vero dal falso. Così il desiderio, che è il motore dell’agire umano, dell’interesse a sé, agli altri e, perché no, alla politica si appiattisce in “un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano” (L. Giussani).

La politica gridata e il giustizialismo che la pervade sono l’esempio della mancanza di prospettiva al di fuori di un richiamo ossessivo alle regole, che comunque non riescono a essere adeguatamente osservate.
Il principio associativo e lo spirito di aggregazione si sono mostrati – nel corso della storia – come elementi fondativi e “strutturali” della società. Ciò si è espresso attraverso la formazione nelle diverse epoche di “comunità intermedie”, ad indicare “un’ampia serie di raggruppamenti interpersonali che hanno lo scopo di non lasciare solo – e, anzi, proteggere e integrare – il soggetto, l’individuo, o la persona” (P. Grossi). Così la locuzione “corpo intermedio” ha rappresentato gli aggregati che si collocano fra il singolo individuo e lo Stato, nelle sue diverse manifestazioni storiche e politiche. Il valore delle comunità e dei corpi intermedi discende da una scelta antropologica, che privilegia la nozione di persona in contrapposizione a quella di individuo o di collettività. In una prospettiva libera e relazionale, la comunità costituisce il necessario e insostituibile ambito di sviluppo dell’umana libertà e quindi dell’uomo in tutte le sue dimensioni, pubbliche
e private.
Il disinteresse per la politica e l’assenza di impegno per tentativi di declinazione dei princìpi, delle concezioni e dei valori che fondano l’esistenza portano all’irrilevanza e alla decadenza di ogni cultura: “Il capolavoro della politica pura è l’asservimento consensuale degli altri, la democrazia degli eterodiretti” (A. Del Noce).
Al contrario, le “comunità intermedie”, come espressione del principio associativo, sono l’aspetto dinamico del protagonismo sociale, potenziando la libertà individuale e la sua incidenza sulla società. Comunità di opere sociali, assistenziali ed educative rendono capillarmente e necessariamente presente il primato della società nei confronti dello Stato, e contribuiscono a realizzare il bene comune. Lo Stato, a prezzo di un dispotismo insopportabile e inefficiente, non può sostituire ciò che emerge dalla vita sociale: è il principio di sussidiarietà, espresso anche nella nostra Carta costituzionale.

Il criterio del “più società, meno stato” deve essere ripreso per valutare le diverse offerte politiche. Famiglie, comunità di vita e di lavoro sono modalità di espressione e protezione della persona umana: senza il loro contributo il cittadino resta solo e indifeso, in balìa dei poteri costituiti, delle burocrazie e delle opinioni dominanti. La valorizzazione dei soggetti intermedi permette anche di ripensare – prima ancora della questione della governabilità – quella della rappresentanza, come radicamento sociale e territoriale, effettivo legame tra popolo e, appunto, rappresentanti.
Vogliamo una politica capace di garantire condizioni di vera libertà per tutti, a partire dal valore irriducibile e intangibile della persona umana, alla quale compete la libertà positiva di aggregarsi, creare e costruire il bene comune a cui lo Stato non deve opporsi, ma concorrere».

La lettera chiude quindi con una serie di richieste e proposte funzionali alle elezioni.
La sua sostanza che voglio richiamare qui è che per sviluppare e potenziare la libertà è necessaria una compagnia, una comunità in cui si faccia esperienza di verità – di vita buona direbbe il cardinale Scola – per sé e per tutti.
Dobbiamo quindi amare, proteggere e dilatare l’amicizia che si esprime e si realizza nelle opere educative e sociali, nel sostegno concreto ai bisogni delle persone, nel giudizio operativo capace di individuare e perseguire le risposte alle questioni fondamentali della vita.
Nell’editoriale dell’ultimo numero di Tempi, Emanuele Boffi ha documentato, anche con i numeri, l’efficacia della politica sussidiaria, ovvero di valorizzazione delle iniziative personali e di gruppo, condotta dalla amministrazione di Formigoni per ben 18 anni, dal 1995 al 2013.
Quanto detto sopra, allora, non è utopia o propaganda, oggi del tutto inutile; è stato il contenuto principale, realizzato in iniziative, leggi e azioni concrete, che possono costituire il modello per altri tentativi futuri con una base che non demorde: noi e, con noi, speriamo molti altri.

Per sviluppare e potenziare la libertà è necessaria una compagnia,
una comunità in cui si faccia esperienza di verità – di vita buona direbbe il cardinale
Scola – per sé e per tutti.

 Tratto da TEMPI


GIANCARLO CESANA: EDUCARE E' L'INIZIO DELLO SVILUPPO?

PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA 

I NODI DELLO SVILUPPO 
TERZA SESSIONE  
GIOVEDI' 22 N0VEMBRE 
A CESENA


domenica 11 novembre 2018

EDUCARE A UNA MORALE PUBBLICA



 INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I GIORNALISTI 
DURANTE IL VOLO 
VERSO IL MESSICO (VENERDÌ 23 MARZO 2012)



3a Domanda: Santità, noi Le diamo veramente il benvenuto in Messico: siamo tutti contenti che Lei vada in Messico. La domanda è la seguente: Santo Padre, dal Messico Lei ha detto di volersi rivolgere all’intera America Latina nel bicentenario dell’indipendenza. L’America Latina, nonostante lo sviluppo, continua ad essere una regione di contrasti sociali, dove si trovano i più ricchi accanto ai più poveri. A volte sembra che la Chiesa cattolica non sia sufficientemente incoraggiata ad impegnarsi in questo campo. Si può continuare a parlare di "teologia della liberazione" in un modo positivo, dopo che certi eccessi – sul marxismo o la violenza – sono stati corretti?

Santo Padre: Naturalmente la Chiesa deve sempre chiedere se si fa a sufficienza per la giustizia sociale in questo grande Continente. Questa è una questione di coscienza che dobbiamo sempre porci. Chiedere: che cosa può e deve fare la Chiesa, che cosa non può e non deve fare. La Chiesa non è un potere politico, non è un partito, ma è una realtà morale, un potere morale. In quanto la politica fondamentalmente dev’essere una realtà morale, la Chiesa, su questo binario, ha fondamentalmente a che fare con la politica. Ripeto quanto avevo già detto: il primo pensiero della Chiesa è educare le coscienze e così creare la responsabilità necessaria; educare le coscienze sia nell’etica individuale, sia nell’etica pubblica. 


E qui forse c’è una mancanza. Si vede, in America Latina ma anche altrove, presso non pochi cattolici, una certa schizofrenia tra morale individuale e pubblica: personalmente, nella sfera individuale, sono cattolici, credenti, ma nella vita pubblica seguono altre strade che non corrispondono ai grandi valori del Vangelo, che sono necessari per la fondazione di una società giusta. Quindi, bisogna educare a superare questa schizofrenia, educare non solo ad una morale individuale, ma ad una morale pubblica, e questo cerchiamo di farlo con la Dottrina Sociale della Chiesa, perché, naturalmente, questa morale pubblica dev’essere una morale ragionevole, condivisa e condivisibile anche da non credenti, una morale della ragione.

Certo, noi nella luce della fede possiamo meglio vedere tante cose che anche la ragione può vedere, ma proprio la fede serve anche per liberare la ragione dagli interessi falsi e dagli oscuramenti degli interessi, e così creare nella dottrina sociale, i modelli sostanziali per una collaborazione politica, soprattutto per il superamento di questa divisione sociale, antisociale, che purtroppo esiste. Vogliamo lavorare in questo senso. Non so se la parola "teologia della liberazione", che si può anche interpretare molto bene, ci aiuterebbe molto. Importante è la comune razionalità alla quale la Chiesa offre un contributo fondamentale e deve sempre aiutare nell’educazione delle coscienze, sia per la vita pubblica, sia per la vita privata.


PEDAGOGIA DEL CORAGGIO




In un’epoca di negazione dei padri e della virilità, si è annacquata la pedagogia del coraggio.
In effetti si è  spampanato anche il coraggio, che adesso si chiama sindrome dell’eroe, mentre la generosità si chiama sindrome della crocerossina.
Cominciamo a decostruire l’etica delle vigliaccheria, ricostruiamo le regole d’onore.
Paolo Uccello: San Giorgio e il Drago
Un paio di anni fa una giovane donna di 19 anni, è stata beccata a copiare alla maturità. Copiare è un furto: si rubano voti più alti così da avere risultati e vantaggi rubati, si divide il mondo in furbi e fessi. Copiare è un reato gravissimo che fa un giovane ladro che non ha la possibilità di fare cose più serie: tranquilli, quando sarà più grande ruberà posti di lavoro ai più meritevoli o il denaro dei contribuenti. Sorpresa a copiare, perché il piccolo genio  si è fatto anche beccare, è stata sospesa dall’esame di maturità. Ma i genitori sono due tenaci, due che non si arrendono mai. Le hanno fatto fare ricorso al Tar che ha dato ragione alla giovane studentessa: gli esaminatori dovevano capire che lei aveva paura: copiare era stato un mezzo per esorcizzare la paura. Chi non è i grado di affrontare il normale stress dell’esame di maturità non lo dia e vada a fare altro.
La nostra democrazia è comunque costata lacrime e sangue. Non è perfetta, anzi, ma è meglio di qualsiasi dittatura, quindi imparate a combattere adesso, da ragazzi,  per il bene comune.
Chi scrive sui muri danneggia il bene comune: non fatelo e se qualcuno lo fa denunciatelo. Le sostanze chimiche per pulire i muri e levare le scritte sono inquinanti. Scrivere sui muri è una violenza a tutti coloro che non vogliono leggere e sono costretti a farlo, è una violenza piccola, non per questo meno grave.
Chi copia è un ladro: alzatevi in piedi e denunciatelo al professore. Vi linceranno e voi resisterete al linciaggio. Mia madre fu linciata ai suoi bei tempi perché si era rifiutata di far il tema “Perché amo il Duce” ed è sopravvissuta. Non è vero che dobbiamo sempre essere amati. Se nessuno ti odia vuol dire che non ti sei battuto mai per nessuna causa ( W: Churchill)
Vostro figlio ha preso una serie di insufficienze? Sgridatelo, spiegando che ha fatto una seria di scelte sbagliate sulle priorità, (non dicendo che è stupido), nel caso chiedetevi se sia il caso di affiancargli un aiuto, andate dai professori a concordare una strategia comune, non certo a protestare per le insufficienze. Sequestrate cellulare, tablet, telecomando, computer salvo di giorno e solo per studio: ha preso insufficienze? Non se li merita. Ha preso insufficienze? Non ha la capacità di gestire il tempo e sicuramente dorme troppo poco perché resta sveglio fino altre mezzanotte e fare sciocchezzuole su internet. È uno studente lavoratore o va solo a scuola? Se va solo a scuola c’è un minimo sindacale sotto cui non può scendere. Se di quello che studia a scuola non gli importa un fico, vuol dire che a scuola ci va solo perché considera i lavori manuali roba da essere inferiori. Si chiama snobismo, e nasce da S. Nob: sine nobilitate, senza nobiltà,  abbreviazione che si scriveva nelle università inglesi di fianco ai cognomi di quelli che non erano conti o baroni di niente. Ultima possibilità: va male a scuola perché ha il cortisolo a palla che gli ha annientato memorizzazione e concentrazione. Allora è il momento di prendersi tre giorni di tempo da passare con lui e non mollare fino a quando non abbiamo capito il problema e portato aiuto. Anche in questo caso il tablet e il cellulare si sequestrano perché sono fonte di stress enorme, perché è un apprendimento di competenze imparare a fare senza.
Se vostro figlio insieme ad altri ha fatto una cosa atroce a un compagno, per poi mettere il video su you tube, fategli capire cosa vuol dire essere il più debole.
Se protesta rileggete un libro scritto da un’adolescente, la quattordicenne Anna Frank. Rileggete il linguaggio altissimo, lo struggente desiderio di andare a scuola, di fare una passeggiata.
Un sedicenne che resta due settimane senza cellulare, fino a quando porta una sufficienza piena, tranquilli, ce la può fare.
E che diventi un cavaliere. Cum nobilitate.


mercoledì 31 ottobre 2018

PAKISTAN. DOPO 3.420 GIORNI DI CARCERE, ASIA BIBI È LIBERA



Leone Grotti 31 ottobre 2018

La madre cattolica di cinque figli dopo quasi 10 anni di prigione è stata finalmente assolta dalle false accuse di blasfemia. Lo ha annunciato stamattina il presidente della Corte suprema. Quando Asia Bibi disse a Tempi: «Credo che Gesù compirà il miracolo e mi darà libertà, proprio come ha fatto con Pietro»

Dopo 3.420 giorni di carcere ingiusto e ingiustificato, Asia Bibi è finalmente libera. La madre cattolica di cinque figli è stata definitivamente assolta dalla Corte Suprema, che stamattina ha comunicato pubblicamente il verdetto. Dopo essere stata condannata in primo e secondo grado per false accuse di blasfemia, l’8 ottobre si è tenuta a Islamabad l’udienza finale del processo, presieduta dal presidente della Corte suprema, Mian Saqib Nisar. In quell’occasione, i giudici hanno preso una decisione ma hanno tenuta segreta la sentenza, vietando ai media di parlare del caso a motivo della sua estrema delicatezza. Attualmente, 300 agenti sono stati schierati a guardia del tribunale.

IL CALVARIO DI ASIA BIBI
Oggi Asia Bibi è libera, ma il suo calvario è durato un tempo che pare infinito. Era il 14 giugno 2009 quando la donna cattolica bevve un bicchiere d’acqua per ristorarsi dal lavoro nei campi e fu accusata da due donne musulmane di avere infettato la fonte, in quanto infedele. Ai tentativi delle colleghe di convertirla all’islam, lei rispose: «Il mio Gesù è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l’umanità, Maometto cosa ha fatto per voi?». Asia Bibi venne insultata e picchiata da una folla di musulmani chiamati a raccolta dai muezzin delle moschee. Dopo 5 giorni, il 19 giugno 2009, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam, che non aveva assistito all’alterco, formalizzò l’accusa di blasfemia davanti alla polizia e la madre cattolica fu arrestata e portata via dalla sua casa del villaggio di Ittar Wali (Punjab).

CONDANNA A MORTE
Condannata a morte in primo grado in base all’articolo 295-C del codice penale l’11 novembre 2010, Asia Bibi è rimasta in isolamento da allora. Dopo aver passato un primo periodo nel carcere di Sheikhupura, è stata trasferita in quello di Multan. La donna ricorda così l’udienza:
«Piansi sola, con la testa tra le mani. Non posso più sopportare la vita di persone piene di odio, che applaudono per l’uccisione di una povera bracciante. Ora non li vedo più, ma li sento ancora, la folla che tributa il giudice con una standing ovation, gridando: “Uccidetela, uccidetela! Allahu Akbar. Vendetta per il santo profeta. Allah è grande!”».
LA PISTOLA ALLA TEMPIA IN TRIBUNALE
I giudici pakistani hanno usato il tempo come arma crudele contro Asia Bibi: il processo di appello infatti è stato rinviato senza motivo cinque volte in quattro anni. Il 16 ottobre 2014 la corte d’appello di Lahore ha confermato la condanna a morte. Nonostante le prove siano sempre state nulle e inattendibili nel caso di Asia Bibi, come confermato dalla Corte suprema, i giudici in primo e secondo grado hanno avallato la condanna a morte sia per inadeguatezza di alcuni avvocati difensori della donna sia per timore di essere uccisi dagli estremisti islamici. Per far capire il clima durante le udienze, Sardar Mushtaq Gill, attivista cristiano per i diritti umani costretto a fuggire dal Pakistan pochi anni fa, raccontò a Tempi: «Durante il primo grado di processo, il suo avvocato difensore è stato accolto in tribunale dal cancelliere, che gli ha puntato direttamente una pistola alla testa. È questo che intendo quando parlo di pressioni da parte degli estremisti islamici».

L’APPELLO FINALE
Il 24 novembre 2014 la difesa di Asia Bibi ha presentato istanza di appello presso la Corte suprema. Da allora, l’udienza definitiva è stata rinviata per svariati motivi due volte nel 2015 e due volte nel 2016. L’ultima volta, il 13 ottobre 2016 perché uno dei tre giudici, Iqbal Hameedur Rehman, si rifiutò di giudicare il caso.

OMICIDI NEL NOME DI ALLAH
Negli anni in cui Asia Bibi viveva in isolamento, in una cella senza finestre, costretta a farsi da mangiare da sola per non essere avvelenata, tutte le più importanti cariche dello Stato che si sono azzardate a difenderla sono morte. Il 4 gennaio 2011 è stato assassinato il governatore musulmano del Punjab, Salman Taseer, che aveva definito quella sulla blasfemia una “legge nera” da cambiare. Il 2 marzo 2011 è stato invece crivellato di colpi il ministro cattolico per le Minoranze Shahbaz Bhatti, che si era detto disposto a morire pur di ottenere il rilascio di Asia Bibi e la modifica della legge sulla blasfemia.

IL MARTIRIO DI ASIA BIBI
Ora che Asia Bibi è libera e il suo martirio è finito, e nella speranza che i giudici abbiano atteso un mese a comunicare il verdetto per dare il tempo di predisporre tutto per la sua fuga dal Pakistan, dove non può più restare visto che sulla sua testa pende ancora una taglia da 500 mila rupie (10 mila dollari), non si può dimenticare che il martirio è stato consapevolmente scelto da Asia Bibi. Scrisse la donna in una lettera datata dicembre 2012:
“Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui»”.
3.420 GIORNI, POI IL MIRACOLO
Asia Bibi è rimasta in carcere 3.420 giorni, quasi 10 anni nei quali non ha potuto vedere i suoi cinque figli Imran, Nasima, Isha, Sidra e Isham, e lo ha fatto per non rinnegare la sua fede in Gesù. Come ha dichiarato a Tempi nel 2014, «il mio più grande desiderio è di poter tornare a vivere con la mia famiglia e mio marito». Come dichiarato ancora a Tempi, non ha mai smesso di credere nella sua liberazione: «Io credo nel nome di Gesù che la potenza della Sua mano mi darà la libertà, proprio come ha fatto con Pietro. Quando si trovava in carcere, lo Spirito Santo è venuto e ha aperto la porta della sua cella. Io mi aspetto un miracolo come questo». Oggi il miracolo è finalmente accaduto.

Tratto da Tempi

martedì 30 ottobre 2018

ABITARE LA CITTÀ O CITTÀ DA CONQUISTARE? - Prof. Maria Antonietta Crippa

 
2° incontro de "IL PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA" (quarto anno) dal titolo: "ABITARE LA CITTÀ O CITTÀ DA CONQUISTARE?". Giovedì 11 ottobre 2018, Sala Cacciaguerra Cesena.

Interviene la Prof. Maria Antonietta Crippa: Professore ordinario di Storia Dell'Architettura al Politecnico di Milano.


lunedì 29 ottobre 2018

LE MOLTE NOVITÀ DEL SINODO DEI GIOVANI



di Bernardo Cervellera 
Asianews

Nel Documento finale del Sinodo c’è una più netta l’affermazione sull’annuncio di Gesù Cristo ai giovani. È ridotta l’ideologia del giovanilismo, che accontenta i giovani in tutto per asservirli. “Non si tratta… di creare una nuova Chiesa per i giovani, ma piuttosto di riscoprire con loro la giovinezza della Chiesa”. In Asia o in Africa, la Chiesa è il luogo dove i giovani si sentono più realizzati e aiutati. Sinodalità: giovani e adulti non sono due partiti uno di fronte all’altro, ma parte di uno stesso corpo. L’impegno socio-politico e la dottrina sociale della Chiesa.
Les jeunes africains (Afric Telegraph)

Città del Vaticano (AsiaNews) - Ci vorrà molto tempo per assimilare tutta la ricchezza prodotta dal Sinodo dei giovani, conclusosi ieri con una messa solenne in san Pietro e con un Documento finale lungo e articolato di ben 60 pagine. Qui vogliamo sottolineare alcune novità presenti nel documento e nell’esperienza che abbiamo avuto del Sinodo.

C’è anzitutto una riduzione del giovanilismo, di quell’ideologia che esalta la gioventù per accontentarla in tutto e per asservirla al potere di turno. La condizione dei giovani è descritta con molto realismo, mostrando tutte le promesse e gli slanci, ma anche le storture e le superficialità. In particolare vi è il suggerimento a superare una visione della coscienza individuale solipsistica e assoluta, per aprirsi a una coscienza “del noi”, in cui il giovane si arricchisce dei legami con la propria storia e tradizione (n. 109). Sul versante cristiano è importante la proposta di vivere la liturgia con protagonismo, ma “tenendo vivo lo stupore per il Mistero”, perché “la liturgia non è puramente espressione di sé, ma azione di Cristo e della Chiesa” (n. 134).

Nel Documento vi è anche con chiarezza affermato che è Gesù Cristo, la sua verità e il suo amore, il vero compimento del giovane e che la Chiesa è desiderosa solo di testimoniarlo a loro e al mondo intero (n. 59). Per questo “non si tratta… di creare una nuova Chiesa per i giovani, ma piuttosto di riscoprire con loro la giovinezza della Chiesa”, capace – come già diceva il Concilio Vaticano II – di “rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste”.

Per testimoniare occorre anzitutto ascoltare e accompagnare, aiutando i giovani a maturare come persone che comprendono il loro valore e il senso del loro essere nel mondo. Questi due elementi sono importanti per due motivi. Anzitutto perché i giovani “sperimentano come la loro voce non sia ritenuta interessante e utile in ambito sociale ed ecclesiale. In vari contesti si registra una scarsa attenzione al loro grido, in particolare a quello dei più poveri e sfruttati, e anche la mancanza di adulti disponibili e capaci di ascoltare” (n. 7). In secondo luogo, perché nella Chiesa – per presunzione, pigrizia, meschinità, clericalismo – “prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte, senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione” (n. 8).

Il Documento dedica oltre 10 pagine alla “sinodalità” della Chiesa che viene proposta come il metodo della vita e della missione della Chiesa (nn. 119-143). Sinodalità – letteralmente: cammino insieme – significa che giovani e adulti, giovani e Chiesa non sono due isole o due fronti, uno davanti all’altro, impenetrabili, ma vivono insieme e crescono insieme. E se talvolta nel mondo occidentale la Chiesa sembra lontana e assente dalla vita dei giovani, non bisogna dimenticare che nel resto del mondo – come in Asia o in Africa - la Chiesa è il luogo dove i giovani si sentono più realizzati e aiutati. Tale sinodalità mostra che i giovani fanno già parte del corpo ecclesiale e che anzi, valorizzando le loro intuizioni e presenze, si può trovare insieme modi, espressioni, strumenti per annunciare Gesù Cristo al mondo giovanile. È proprio la santità dei giovani che può risvegliare il mondo adulto a vivere con dedizione la missione: “Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportandoci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore (cfr. Ap 2,4)” (n. 167).

Infine, e anche questa è una novità, fra i campi di missione più “urgenti” (ambiente digitale, migranti, donne, sessualità, …) si cita l’impegno sociopolitico, l’economia, il lavoro, sottolineando molte volte l’importanza di assimilare la dottrina sociale della Chiesa. A giovani e adulti si chiede “il coraggio di farsi voce di chi non ha voce presso i leader mondiali, denunciando corruzione, guerre, commercio di armi, narcotraffico e sfruttamento delle risorse naturali e invitando alla conversione coloro che ne sono responsabili” (n. 151).




PAPA FRANCESCO: DUE COSINE CHE MI STANNO A CUORE


Discorso a braccio  che il Santo Padre Francesco ha pronunciato ieri nel corso della 22° e ultima Congregazione generale della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema:
“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”:

Discorso del Santo Padre


Anch’io devo dire grazie, a tutti. Al Cardinale Baldisseri, a Mons. Fabene, ai Presidenti delegati, al Relatore, ai Segretari speciali – ho detto che avevano “lasciato la pelle” nel documento preparatorio; adesso credo che lascino a noi le ossa, perché hanno perso tutto! –; grazie agli esperti: abbiamo visto come si passa da un testo martire a una commissione martire, quella di redazione, che ha fatto questo con tanto sforzo e tanta penitenza.
Grazie. Grazie a tutti voi, agli uditori e fra gli uditori specialmente i giovani, che ci hanno portato la loro musica qui in Aula – “musica” è la parola diplomatica per dire chiasso, ma è così… Grazie.

Due cosine che mi stanno a cuore.

Primo: ribadire una volta in più che il Sinodo non è un Parlamento. È uno spazio protetto perché lo Spirito Santo possa agire. Per questo, le informazioni che si danno sono generali e non sono le cose più particolari, i nomi, il modo di dire le cose, con cui lo Spirito Santo lavora in noi. E questo è statouno spazio protetto. Non dimentichiamolo, questo: è stato lo Spirito a lavorare, qui.

Seconda cosa, che il risultato del Sinodo non è un documento, l’ho detto all’inizio. Siamo pieni di documenti. Io non so se questo documento al di fuori avrà qualche effetto, non lo so. Ma so di certo che deve averlo in noi, deve lavorare in noi. Noi abbiamo fatto il documento, la commissione; noi l’abbiamo studiato, l’abbiamo approvato. Adesso lo Spirito dà a noi il documento perché lavori nel nostro cuore. Siamo noi i destinatari del documento, non la gente di fuori.
Che questo documento lavori; e bisogna fare preghiera con il documento, studiarlo, chiedere luce… È per noi, il documento, principalmente. Sì, aiuterà tanti altri, ma i primi destinatari siamo noi: è lo Spirito che ha fatto tutto questo, e torna a noi. Non bisogna dimenticarlo, per favore.

E una terza cosa: penso a nostra Madre, la Santa Madre Chiesa. Gli ultimi tre numeri sulla santità
fanno vedere cosa è la Chiesa: la nostra Madre è Santa, ma noi figli siamo peccatori. Siamo peccatori tutti. Non dimentichiamo quell’espressione dei Padri, la “casta meretrix”, la Chiesa santa, la Madre santa con figli peccatori. E a causa dei nostri peccati, sempre il Grande Accusatore ne approfitta, come dice il primo capitolo di Giobbe: gira, gira per la Terra cercando chi accusare. In questo momento ci sta accusando fortemente, e questa accusa diventa anche persecuzione; può dirlo il Presidente di oggi [il Patriarca Sako]: il suo popolo [la Chiesa in Iraq] è perseguitato e così tanti altri dell’Oriente o di altre parti. E diventa anche un altro tipo di persecuzione: accuse continue per sporcare la Chiesa. Ma la Chiesa non va sporcata; i figli sì, siamo sporchi tutti, ma la Madre no. E per questo è il momento di difendere la Madre; e la Madre la si difende dal Grande Accusatore con la preghiera e la penitenza. 

Per questo ho chiesto, in questo mese che finisce tra pochi giorni, di pregare il Rosario, pregare San Michele Arcangelo, pregare la Madonna perché copra sempre la Madre Chiesa.

Continuiamo a farlo. È un momento difficile, perché l’Accusatore attaccando noi attacca la Madre, ma la Madre non si tocca. Questo volevo dirlo di cuore alla fine del Sinodo.
E adesso, lo Spirito Santo regala questo documento a tutti noi, anche a me, per riflettere su ciò che vuole dire a noi. Grazie tante a tutti, grazie a tutti!
Domenica 28.10.2018


mercoledì 24 ottobre 2018

LA PAURA DELL’ALTRO CI AIUTA A SOPRAVVIVERE


di Claudio Risé, da “La Verità”, 21 ottobre 2018

Gli intellettuali raccontano un’Italia in preda all’odio e al razzismo. Non
capiscono che l’antipatia verso i migranti non è il frutto della politica, ma
nasce nei cuori. È l’emozione profonda di chi non ha intenzione di perdere la
propria terra e le proprie radici.


Ma come siamo delicati! A credere ai commenti, la società italiana sarebbe
attraversata dalla violenza, in preda alla paura, e posseduta dall'odio.

Queste tre parole (e altre sullo stesso registro) ricorrono costantemente per
descrivere il clima politico e culturale del nostro Paese, e vengono usate con
dovizia dai molti interessi ancora storditi dai risultati delle ultime elezioni.
Proviamo a osservare questa visione intimorita e un po' frignona con uno
sguardo più selvatico, nel senso leonardesco di più vicino alla selva e alla
natura umana che al birignao da salotto.

Il sospettato numero uno di questo mutamento da paese dell'amore e del
piacere a quello dell'odio e della paura è il cambiamento della politica italiana
(l'unico finora realizzato con chiarezza e successo) di fronte all'immigrazione
di massa e indiscriminata, che è stata fermata. Lo stop, avversato dai paesi
che finora avevano scaricato sull'Italia i migranti e i relativi problemi, è
considerato dalla maggioranza dei media e da molti operatori culturali come
espressione di un odio irrazionale, generato da paure infondate.

È davvero così? Gli italiani sono posseduti da paure ingiustificate e
irrazionali, che li rendono violenti e aggressivi? Innanzi tutto le emozioni di cui
si parla (come ogni emozione) non sono affatto irrazionali e rivelatrici di
incapacità di pensare. Come ogni psicologo sperimenta, e (tra gli altri) la
filosofa Hanna Arendt ha spiegato, è invece il rifiuto delle emozioni che
genera sviluppi irrazionali. "È l'ipocrisia e il far finta di niente che trasforma gli
"impegnati" in "arrabbiati"".

È allora che le istituzioni rischiano di essere viste dal popolo come un nemico
dal cui volto "strappare la maschera di ipocrisia", come racconta appunto la
Arendt nel suo libro Sulla violenza. A quel punto, per lui diventa "ragionevole"
ribellarsi, come è accaduto con il voto di marzo.
Hanna Arendt

È poi vero e possibile che l'altro vada sempre e comunque "amato", e
qualunque altro sentimento verso di lui vada rifiutato e condannato? Per
rispondere va valutato nella giusta importanza un fatto noto a chiunque abbia
contatti reali con la società, ma poco presentato dai media: l'opposizione
all'immigrazione indiscriminata non è stata suscitata da qualcuno, ma è nata
spontaneamente, nel cuore delle persone (non solo in Italia, ma in tutta
Europa), quando venivano a contatto con gli immigrati. Per quanto Matteo
Salvini sia un politico capace, non è stato lui a creare un fenomeno così
vasto, sviluppatosi in silenzio nel cuore delle persone. Poi, certo, ha capito in
fretta cosa stava accadendo e si è impegnato a rappresentarlo.

Si tratta del resto di uno dei fenomeni più noti e osservati in natura:
quando in uno stesso territorio vengono inseriti nuovi individui,
la reazione di quelli che c'erano prima varia a seconda dello spazio e delle risorse
a disposizione, e della compatibilità tra comportamenti e credenze fra i nuovi e gli autoctoni.

Perché dico che si tratta di un fenomeno che nasce nel cuore delle persone?
Perché è un'emozione profonda, di tipo affettivo, solo secondariamente
legata all'interesse e alla convenienza.

In prima istanza lo straniero è l'"altro", la realtà più importante dopo l'Io,
quello che trovo quando esco di casa, che sta vicino a me, nel mio territorio,
nei miei lavori.
È la versione socializzata dell'estraneo verso il quale il bambino prova
a partire dall'ottavo mese di vita una naturale avversione.
Si tratta dell'esperienza vitale su cui poi poggeranno
tutti i successivi vissuti di aggressività verso gli altri, che riproducono
l'angoscia di venire separati dagli affetti primari: la terra e la madre. Insomma
mentre i politici, gli intellettuali, molti operatori economici e tanti altri
vedevano gli immigrati come cose, oggetti delle loro decisioni, futuri elettori,
della cui esistenza personale importava meno di zero, gli altri hanno visto gli
immigrati come esseri umani, l'altro della porta accanto, il vicino di casa. E
non l'hanno amato.

Il fatto è che l'emozione affettiva non è sempre "empatia";
c'è anche l'"antipatia".
Non l'hanno amato non perché siano razzisti ma perché avrebbe potuto
ottenere la casa prima di loro, perché aveva principi e comportamenti diversi,
perché avrebbe offerto il suo lavoro a un prezzo inferiore, o perché avrebbe
venduto ai suoi figli le canne (quelle celebrate con pagine osannanti sui
giornaloni antiproibizionisti da intellettuali alla moda), come altri immigrati già
facevano. E per tante altre ragioni che avrebbero inciso direttamente sulla
sua esistenza.

Nessuna centrale dell'odio gliel'aveva detto, l'aveva scoperto
lui da solo guardando la città, il quartiere, la campagna attorno e chi ci
lavorava. Quell'immigrato era un altro che avrebbe potuto cambiare la sua
vita, in un senso che lui non voleva.

Un sentimento per nulla innaturale. C'è un'emozione personale (non
un'indifferenza o un ammaestramento propagandistico) che si conclude qui
con un rifiuto, motivato dalle scelte di fondo dell'individuo, dai progetti di vita,
dal Sé personale. Che di solito è più saldo di molti comportamenti ideologici,
perché è nato nel cuore di tante e diverse persone, che poi l'organizzano e
traducono con la propria testa in comportamenti, come il voto.

I narratori di un'Italia conquistata dalla sindrome "irrazionale" dell'odio lo
fanno, oltre perché gradito al padrone, perché non hanno mai visto da vicino
né gli sbarcati, né il popolo che non li ama.
Però sbagliano a tenersene lontani, perché rischiano di non capire
più nulla di quanto sta accadendo non solo in Italia, ma nel mondo
Che invece è molto appassionante e istruttivo,
perché produce, ovunque nel mondo, la fine degli universalismi astratti e
cattivi imposti dall'Illuminismo in poi, e il ritorno delle persone fisiche, con le
loro emozioni e i loro personali valori. Tutt'altro che aridi o malvagi anche se
molto diversi dall'accoglienza obbligatoria e stereotipata, promossa dalle
scrivanie di tecnocrati oggi alla frutta. Almeno sul piano umano, è il bosco che
si riprende il deserto.


L'accusa all'Italia di oggi di essere posseduta dalla paura ha sempre la
stessa origine: la non conoscenza del popolo, e il tenersene a distanza.
Certo: il popolo ha vivo il ricordo (spesso ancora attuale) del bisogno, e teme
di non potervi fare fronte. Anche perché a differenza del "single benestante",
di solito il popolo ha famiglia. È spesso di origine meridionale anche quando
è oggi al nord (dove giunse nel dopoguerra alla ricerca di lavoro) ed ha
ancora la particolare dignità del povero, che spesso il borghese ha perduto:
ciò lo carica di ulteriori responsabilità, che suscitano nuovi timori. Si può dire
che il povero conserva ancora (almeno in parte): il "timore di Dio", la
consapevolezza di non essere onnipotente.

Grazie ad essa, il popolo mantiene parte di quella compostezza conservatrice
che caratterizzò a lungo il partito comunista nel dopoguerra,
e che naufragò un po' ridicolmente nella pretenziosità banale di Capalbio.
Oggi, quel che rimane del popolo, ha ancora le sue paure, e le onora, anche quando vota.
 A me sembra un dignitoso tratto di saggezza. Ma forse ad altri "fa paura".