Promemoria del CROCEVIA
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Promemoria del CROCEVIA
Omelia pronunciata da Mons. Massimo Camisasca.
Il testo prende spunto dal “Discorso alla Città” sul tema “La
crisi demografica e la speranza” nella solennità Del Santo Patrono
di Reggio Emilia, San Prospero.
Cari
fratelli e sorelle,
la
riflessione a cui quest’anno ho voluto dedicare il mio Discorso alla Città e
alla Diocesi in occasione della solennità del nostro Santo Patrono tratta un
argomento che ritengo decisivo per il nostro Paese e per la nostra stessa
civiltà: la
crisi demografica e la speranza.
Mi riferisco all’inverno demografico che caratterizza ormai stabilmente l’Italia e l’intero mondo occidentale. Ho scritto un testo, che vi sarà distribuito al termine della celebrazione, dal quale traggo ora alcuni spunti di riflessione.
La
questione della denatalità non riguarda semplicemente la necessità di “far
quadrare i numeri”. Essa ha piuttosto a
che fare con la possibilità di un Paese, di una cultura, di un popolo, di
rigenerarsi, di sfuggire alle sabbie mobili della propria storia. È il
parametro su cui si misura la nostra positiva capacità di protenderci al domani
con fiduciosa apertura, e dunque di creare e costruire.
La
crisi demografica attuale ha numerose cause. L’ambito politico-economico ne
costituisce certamente un capitolo significativo, ma non la esaurisce.
C’è una questione fondamentale per la
quale tutto sta o cade: la crisi delle nascite è, al fondo, una
crisi di speranza. Crisi, cioè, della nostra capacità di andare lietamente
incontro al futuro a partire dal riconoscimento di un bene già presente ora,
pur tra le fatiche e le difficoltà.
L’affievolirsi della nostra capacità di
sperare è la conseguenza del venir meno del nostro rapporto con Dio. Come è stato detto, «il
problema dell’uomo è direttamente intrecciato con il problema di Dio. La “crisi
di Dio”, infatti, ha condotto lentamente alla crisi dell’uomo»[1].
Le
variabili demografiche non si evolvono in modo automatico: le previsioni più
accurate possono rivelarsi fallaci, come spesso è accaduto nel corso della
storia umana. È comunque certo che lo sviluppo economico e i modelli di società
civile si intrecciano alle scelte personali, e questo insieme di fattori
influisce sulla crescita della popolazione. L’attuale declino demografico è
frutto della reciproca influenza di determinanti economiche e socio-culturali.
Questo spiega perché la diminuzione del tasso di crescita della popolazione e
il suo invecchiamento inizino ormai ad accomunare i Paesi “sviluppati” a quelli
in via di sviluppo[2].
Nel
mio discorso prendo in esame molti dati statistici relativi alla natalità e –
basandomi anche sugli studi di esperti del settore – cerco di leggerli e
comprenderli. Il quadro che ne emerge è sconfortante, anche guardando al
respiro corto di tante politiche famigliari che pur si tenta di porre in
essere. Lascio a voi la lettura di queste analisi. Ora desidero invece
comunicarvi il cuore della mia
riflessione, condividendo con voi le conclusioni a cui sono giunto.
Se non si fanno i conti con la radice profonda del malessere culturale,
sociale e antropologico, di cui la crisi demografica è solo una
conseguenza, non ci potrà essere un’inversione di tendenza. Sono convinto che il
fondamento dell’attuale crisi della natalità abbia a che fare con l’avanzare di
una sorta di immanentismo e di neopositivismo che hanno ridotto l’orizzonte
dell’autocoscienza dell’uomo.
La perdita del senso della trascendenza non è una questione che
riguarda innanzitutto la fede. Riguarda l’uomo tout-court, riguarda la possibilità di una progettualità politica, sociale
ed economica che non si esaurisca in obiettivi troppo corti e in considerazioni
miopi.
Riguarda l’uomo in quanto
laico, parte di un popolo e di una storia che lo precede e lo supera. Per
queste ragioni in questi anni ho spesso parlato di Dio come della presenza più laica che esista. Egli, prima ancora
che oggetto di fede, è il baluardo della possibilità dell’uomo di essere se
stesso e di alzare lo sguardo oltre i limiti angusti delle sue paure e della
sua individualità. Spero quindi che tutti vedano come la crisi demografica sia
profondamente connessa con il modo in cui concepiamo la nostra condizione di
creature e il nostro rapporto con ogni cosa. La nostra epoca ha escluso consapevolmente Dio e con lui ogni senso di
verticalità dalla scena del mondo e dalle vite degli uomini. Proprio per
questo, prima e più profondamente di ogni pur necessaria ristrutturazione
economica e politica a sostegno delle nascite è necessario restituire alle donne e agli
uomini del nostro tempo il senso della trascendenza.CONGDON, EUCARESTIA
Soltanto nella luce di Dio possiamo capire chi siamo: riguadagnare la fiducia
in un disegno buono di cui la nostra vita è parte, al quale nulla sfugge, e che
custodisce in un mistero di amore e unità ogni generazione umana. Senza questo
respiro ci auto-imprigioniamo nella nostra finitezza: la brevità e le fatiche
della vita diventano un peso intollerabile, la scelta di mettere al mondo altri
esseri umani un azzardo.
La
trascendenza si lascia intravedere in ogni esperienza decisiva: nel morire, nel
soffrire e nel gioire, nell’amare, e anche nel modo in cui veniamo al mondo. La
trascendenza orizzontale – il vivere oltre se stessi grazie al succedersi delle
generazioni – si compie proiettandosi in un dinamismo verticale, che rimanda alle
origini stesse del mistero della vita.
Questa
percezione si affaccia nella nostra esperienza quando ci collochiamo di fronte
alla nostra nascita, della quale non
abbiamo potuto decidere circostanze, caratteri, esiti: «la nostra nascita –
scrive Fabrice Hadjadj – ci sfugge. […] La nascita è il fatto che
viene prima dei miei fatti e dei miei gesti, il fatto iniziale e non
assumibile, la trascendenza radicale e concreta in seno alla mia immanenza, il
punto cieco e tuttavia focale, insopportabile per chi vuole avere il controllo
totale. E tuttavia essa non si è imposta a me. […] Se la mia nascita è un
destino, essa è come una vocazione e non un esproprio, come un inizio e non
come peso. Mi è accaduta, prima che io potessi assumerne il carico in prima
persona»[3]. Veniamo all’esistenza come creature
dipendenti: dall’intreccio misterioso di circostanze, incontri e patrimoni
genetici che hanno condotto fino a noi; da chi ci ha generati e ha custodito la
nostra vita quando non potevamo farlo da soli. E dipendiamo sempre, fino
all’ultimo giorno, poiché non è in nostro potere mantenerci nell’essere nemmeno
per un momento.
Il
luogo in cui sperimentiamo fin dall’inizio, prima ancora di poterla pensare, la
trascendenza nella finitezza è la realtà
della famiglia, in cui il mistero della nascita è custodito. Nella famiglia
ogni nuovo essere umano è accolto in una trama di rapporti che legano tra loro
i sessi e le generazioni. La sua forza fa tutt’uno con le relazioni che la
costituiscono, nelle quali i genitori e gli adulti significativi svelano il
senso delle cose, accolgono il figlio nella sua irripetibilità, lo innestano in
una storia che lo precede e che, con il suo apporto concreto, potrà proseguire
oltre lui. Per questo essa è generativa per definizione: capace di
pro-creare, e cioè di ospitare un nuovo essere, offrendogli la vita dal punto
di vista biologico e simbolico, culturale, spirituale[4].
Nel gesto di accogliere una nuova vita si
esprime la gratuità per eccellenza. Il fatto stesso di generare una famiglia si regge su una
dinamica di reciproco dono e accoglienza tra gli sposi. Questo ci rivela lo
scopo per cui siamo al mondo: amare ed essere amati. È il significato ultimo
dell’esistenza, nostra e degli altri. È il cuore segreto di ogni cosa.
Permettetemi, in
conclusione di sottolineare come questa esperienza di gratuità, che ci
costituisce, ci precede e ci accompagna indipendentemente dalla nostra
coscienza di essa, è parte del patrimonio di ogni uomo e di ogni donna, in ogni
tempo e a qualunque latitudine, ma è illuminata e compiutamente
spiegata dall’avvenimento cristiano. «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per
primo» (1Gv 4, 19). Questo riconoscimento stupefatto di san
Giovanni, la sorpresa di essere sempre, in certo modo, preceduti, ci porta al
cuore della nostra esistenza, della sua origine e dunque del suo scopo.
Non è il senso della
trascendenza in astratto che ci salva da noi stessi, anche se esso può aiutare
il nostro sguardo, le nostre scelte, i nostri progetti politici, economici e
culturali ad essere più umani e costruttivi.
Non la certezza di un dio
in astratto, ma solo quella di un Padre buono, che ci ha creati e amati e che è
presente in mezzo a noi può generare una speranza vera e duratura. La nostra
vita proviene da un atto di amore eterno: esso ci ha posti nell’essere,
continuamente ci fa e ci offre a noi stessi, ci salva dal peccato e dalla morte
attraverso il sacrificio che Gesù vive sulla croce per ognuno di noi.
Alla
logica prometeica del controllo e della pianificazione si contrappone così lo
stupore riconoscente della nostra vocazione: fin dal concepimento siamo
introdotti in un orizzonte che trapassa il finito. Il nostro cammino su questa terra non è una peregrinazione solitaria
che ci conduce verso una fine ineluttabile, ma la risposta all’iniziativa di un
Altro, che ci chiama a Sé.
Leggere
la vita nella prospettiva della vocazione
ci spalanca alla speranza, la «virtù bambina che trascina tutto» narrata da
Peguy[5]. In questa direzione nulla sfugge a
uno sguardo di amore, alla parola di bene che dall’eternità ha suggellato la
nostra vita e che attende, suscita, indirizza, attira, pungola la nostra
libertà. Non ci vengono risparmiati la fatica e il peso delle circostanze, ma
possiamo poggiare su un punto di unità capace di unificare la nostra esistenza.
Benedetto
XVI ci ha spesso ricordato che le nostre piccole speranze hanno bisogno di
radicarsi nella «grande speranza» che è Dio solo[6].
L’annuncio
cristiano ci offre la luce necessaria per poter guardare al mistero della
nascita e alla questione della natalità con speranza, con fiducia. Siamo
«passatori»[7] – non padroni – di una vita che
riceviamo per libera ed amorosa elargizione; e che l’Infinito di Dio ha voluto
toccare e redimere assumendo la condizione umana, nascendo come Bambinello
accolto da una famiglia.
Non
soltanto né in primo luogo i sostegni e le politiche famigliari, non gli studi
economici e sociologici, non l’opportunità politica, ma solo questa
speranza, così fondata e accolta, apre alla fiducia nel futuro.
Leopardi
si chiedeva: Ma perché dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi
di quella consolar convenga?[8] La
certezza della positività della vita, fondata sulla vittoria definitiva di
Cristo sul male e sulla morte, è l’unica risposta a questa domanda. La gioia
che nasce da essa, testimoniata da tante famiglie delle nostre comunità, è in
fondo la sola e più convincente ragione che rende desiderabile e perfino
necessario mettere al mondo dei figli”.
+
Massimo Camisasca
24 novembre 2021
[1] I. Sanna, La questione
antropologica: aspetti della riflessione contemporanea, Relazione Corso IRC
Arcidiocesi di Cagliari, 7 aprile 2010.
[2] ONU – Department of Economic and Social Affairs, Population
Division, World Population Prospects 2019: Highlights, 2019,
ST/ESA/SER.A/423.
[3] F. Hadjadj, Ma che cos’è
una famiglia? (2014), tr. it. Ares, Milano 2015, pp. 149-151.
[4] Cfr. E. Scabini, Promuovere
famiglia nella comunità. Relazione per il Convegno internazionale “Essere
generativi nella famiglia e nella comunità”, Università Cattolica, Milano, 16
novembre 2007.
[5] C. Peguy, Portico del
mistero della seconda virtù (1911), ebook, trad. it. Parole D’Argento
Edizioni, 2017, p. 11.
[6] Cfr. Benedetto XVI, Spe
salvi (2007), 31.
[7] L’espressione è di X.
Lacroix, Passatori di vita. Saggio sulla paternità (2004), trad. it.
EDB, Bologna 2005.
[8] G. Leopardi, Canto notturno di un pastore
errante dell’Asia, vv. 52-54.
Il sacrifìcio più grande è dare la propria vita per l'opera di un Altro
Intervento di Don Giussani al Consiglio Nazionale di Comunione e Liberazione,
Milano, 15 febbraio 1992. Già pubblicato in «Litterae Communionis», n. 4, aprile 1992.
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| VARIGOTTI 1965 (foto di Elio Ciol) |
«Un Ospite nuovo s'aggiunga»; il valore metafisico e ontologico della nostra concordia sta nella profondità che la nostra unità assume dalla grande presenza di Cristo, che è l'unica cosa che noi sappiamo. Noi siamo così graziati, che nella nostra ingenuità riusciamo a superare tutta la contraddizione della nostra distrazione e dei nostri peccati e a percepire giorno per giorno la grande presenza di Cristo. Siamo così graziati che chiunque e comunque siamo, possiamo sinceramente, ingenuamente ripetere che non conosciamo altro che Cristo. Infatti la nostra concordia non conosce altro che Cristo. Da questo valore ontologico della compagnia sprizza il suo valore morale: è frutto di una libertà. La nostra concordia è frutto della libertà: frutto della Sua presenza come radice, ma frutto della nostra libertà come riconoscimento e consenso.
Da questo accenno nasce la formula morale più intensamente riassuntiva e più indicativa per la prassi della nostra vita: «Il sacrificio più grande è dare la vita per l'opera di un Altro». Questa frase è analogica con quella che ha detto Cristo: «Nessuno ama tanto i propri amici come chi dà la vita per i propri amici». Ma più profondamente ancora - come tutto il Vangelo di san Giovanni afferma - questa frase ricorda l'esperienza stessa di Cristo che dà la vita per l'opera del Padre.
Dare la vita per l'opera di un Altro, detto non astrattamente, per noi vuol dire che tutto
quello che facciamo, tutta la vita nostra è per il Movimento. Dire che quello che facciamo è per
l'incremento del carisma, che ci è stato dato di partecipare, è dire qualche
cosa che ha un riferimento preciso, storico; che ha una sua cronologia, una
sua fisionomia descrivibile e addirittura fotografabile; che indica nomi e
cognomi e, all'origine, un nome e un cognome.
Se dare la vita per l'opera di un Altro non indica un
nome e cognome, svanisce la sua storicità, si deprime la sua concretezza e non
si dà più la vita per l'opera di un Altro, ma si dà la vita per la propria
interpretazione, per i propri gusti, per il proprio tornaconto o per il proprio
punto di vista.
Dare la vita per l'opera di un Altro; questo «altro», storicamente, fenomenicamente, come apparenza, è una determinata persona; per quanto riguarda il nostro Movimento, ad esempio, sono io. Mentre dico così è come se scomparisse tutto quanto è il mio io (perché l'«Altro» è Cristo nella sua Chiesa); resta un punto storico di riferimento e tutto il flusso di parola, tutto il fiume di opera che è nato dal primo momento nella scuola Berchet. Perdere di vista questo accenno è perdere il fondamento temporale della concordia, dell'utilità del nostro agire, è come mettere delle crepe in un fondamento.
Di Sinodo dei Vescovi Italiani si parla su giornali e in
simposi.
Il problema? Mancano i cristiani
A ll'Ergife di Roma i vescovi italiani riuniti in assemblea generale hanno discusso del Sinodo per l'Italia (pardon, del “cammino sinodale”). Costretti dal Papa a interrogarsi sul problema e ad avviare il processo (avrebbero, nella stragrande maggioranza, preferito occuparsi d'altro), hanno ascoltato relazioni e proposte, tra applausi e convinti sorrisi.
Al Popolo di Dio, però, del cammino sinodale non è giunto nulla. Non se ne parla, il tema non attira l'attenzione, al di là di quei gruppetti laici che sovente reggono le parrocchie. Troppo poco per gli obiettivi più o meno dichiarati, che sono quelli di ridare freschezza a un annuncio un po' troppo spento. Il problema, forse, è che manca la materia prima: quel popolo oggi è ridotto, anche in Italia, a minoranza. Sì, certo, tutti o quasi si dichiarano cattolici, ma tra questi la maggioranza è cattolica nel senso di andare a messa il giorno di Natale (anzi, a mezzanotte perché è tradizione).
“Aggiornare” e “rinfrescare” sono verbi bellissimi,
soprattutto se si tratta di rilanciare la missione della Chiesa. Ma se le
chiese sono frequentate perlopiù da over settantenni (al di là di pregevoli
eccezioni) ogni discorso su sinodi e rilanci rischia di restare limitato ai
giornali e alle assemblee episcopali. (mat.mat) (ilfoglio)
"Ci si lamenta perché la grande massa dei fedeli dimostra in linea generale troppo poco interesse per le faccende del sinodo. Confesso che a me questo riserbo sembra sia piuttosto un segno di salute. Cristianamente, cioè per la causa propriamente intesa dal Nuovo Testamento, non si è cioè combinato molto se degli uomini discutono in maniera appassionata fra di loro dei problemi del sinodo, così come uno non diventa uno sportivo perché si occupa fondo della struttura del comitato olimpico".
(Joseph
Ratzinger - e Hans Maier -, Democrazia nella Chiesa, testo del 1970, rivisitato
nel 2005, Queriniana.)
CANCELLARE LE RADICI CRISTIANE CHE SONO ALLA BASE DELL'EUROPA E DELLA NOSTRA IDENTITÀ.
IL DOCUMENTO
INTERNO DELLA COMMISSIONE: BASTA RIFERIMENTI RELIGIOSI E NOMI CRISTIANI: VIETATO DIRE "NATALE" E
PERFINO CHIAMARSI MARIA.
HELENA DALLI
Se ce lo avessero raccontato e non lo
avessimo letto nero su bianco in una comunicazione ufficiale della Commissione
europea, non ci avremmo creduto perché i contenuti delle nuove linee guida per una «comunicazione inclusiva» hanno
dell'incredibile.
In un documento per circolazione interna
di cui Il Giornale è entrato in possesso in esclusiva intitolato #UnionOfEquality. European Commission
Guidelines for Inclusive Communication, vengono indicati i criteri da
adottare per i dipendenti della Commissione nella comunicazione esterna ed
interna. Come scrive nella premessa il Commissario per l'uguaglianza, la
maltese Helena Dalli «dobbiamo sempre
offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati
e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza
o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale».
Per farlo la Commissione europea indica
una serie di regole che non solo cancellano convenzioni e parole usate da
sempre ma contraddicono il buon senso.
Vietato utilizzare nomi di genere come «operai o poliziotti» o usare il pronome
maschile come pronome predefinito, vietato organizzare discussioni con un solo
genere rappresentato (solo uomini o solo donne) e ancora, vietato utilizzare
«Miss o Mrs» a meno che non sia il destinatario della comunicazione a
esplicitarlo. Ma non è finita: non si può iniziare una conferenza rivolgendosi
al pubblico con la consueta espressione «Signori e signore» ma occorre
utilizzare la formula neutra «cari colleghi».
Il documento si sofferma su ambiti specifici come il «gender», «Lgbtiq», i temi «razziali ed etnici» o le «culture, stili di vita e credenze» con una tabella che indica cosa si può o meno fare basata sulla pretesa di regolamentare tutto creando una nuova lingua che non ammette la spontaneità: «Fai attenzione a non menzionare sempre prima lo stesso sesso nell'ordine delle parole, o a rivolgerti a uomini e donne in modo diverso (ad esempio un uomo per cognome, una donna per nome)»; e ancora «quando scegli le immagini per accompagnare la tua comunicazione, assicurarsi che le donne e le ragazze non siano rappresentate in ambito domestico o in ruoli passivi mentre gli uomini sono attivi e avventurosi».
Una volontà di cancellazione del genere
maschile e femminile che raggiunge livelli paradossali quando la Commissione
scrive che bisogna evitare di usare espressioni come «il fuoco è la più grande
invenzione dell'uomo» ma è giusto dire «il fuoco è la più grande invenzione
dell'umanità». È evidente che dietro la ridefinizione del
linguaggio si celi la volontà di cambiare la società europea, le nostre usanze
e tradizioni come emerge dal capitolo dedicato alle «culture, stili di vita o
credenze». La Commissione europea ci tiene a sottolineare di
«evitare di considerare che chiunque sia cristiano» perciò «non tutti celebrano
le vacanze natalizie (...) bisogna essere sensibili al fatto che le persone
abbiano differenti tradizioni religiose». C'è però un'enorme differenza tra il
rispetto di tutte le religioni e vergognarsi o cancellare le radici cristiane che sono alla base
dell'Europa e della nostra identità.
In nome dell'inclusività la Commissione
europea arriva a cancellare il Natale
invitando a non utilizzare la frase «il periodo natalizio può essere
stressante» ma dire «il periodo delle vacanze può essere stressante». Una
volontà di eliminare il cristianesimo che si spinge oltre con la
raccomandazione di usare nomi generici invece di «nomi cristiani» perciò,
invece di «Maria e Giovanni sono una coppia internazionale», bisogna dire
«Malika e Giulio sono una coppia internazionale». Fino ad arrivare allo sprezzo
del ridicolo che impone di contrastare la connotazione negativa di parole come
colonialismo: vietato dire «colonizzazione di Marte» o «insediamento umano su
Marte», meglio affermare «inviare umani su Marte». Quando la tragedia lascia lo
spazio alla farsa.
FRANCESCO GIUBILEI
IL GIORNALE
28 Novembre 2021
“IL MODELLO CINESE, CAPITAL SOCIALISMO DEL CONTROLLO SOCIALE”
13°rapporto sulla Dottrina
Sociale della Chiesa. Stralci dall’introduzione
Riccardo Cascioli e Stefano Fontana[1]
Sembra che il modello cinese oggi
attragga molti.
I Paesi africani lo apprezzano e vi collaborano – a loro dire – per ridurre la povertà; i governi occidentali per contenere, tramite controllo sociale e sospensione delle libertà, gli effetti (presunti) del Covid e procedere verso una democrazia della sorveglianza; i media occidentali in genere non presentano al Partito Comunista Cinese le stesse critiche di tono democratico e libertario che presentavano invece quotidianamente a Donald Trump, segno che hanno deciso di conviverci e di servirlo in modo interessato; gli imprenditori occidentali hanno ormai bisogno del mercato cinese e non vogliono contrasti politici con Pechino; il Vaticano, tramite il Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, l’arcivescovo Sánchez Sorondo, ha lodato la Cina per aver realizzato concretamente i principi della Dottrina sociale della Chiesa (sic); sempre il Vaticano ha talmente dato fiducia al potere comunista cinese da stipulare un Accordo segreto[2] che ha comportato la morte della vera Chiesa cattolica cinese e l’ammissione nella cattolicità di una Chiesa scismatica; un tempo il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace chiedeva ai Paesi occidentali, anche con documenti dottrinal-pastorali, di cancellare il debito dei Paesi poveri, ma non fa lo stesso nei confronti dei debito che Paesi latinoamericani e africani hanno contratto con la Cina; i partiti socialisti e comunisti dei Paesi occidentali esprimono una “affinità” ideologica con il comunismo cinese e aprono direttamente, quando sono al governo, o premono sui propri esecutivi, quando non lo sono, a nuove partneschip con la Cina anche se il proprio Paese ci perde; in occasione delle politiche anti-Covid, i governi occidentali hanno imitato il modello cinese[3] non solo nel controllo sociale, nelle “veline” imposte ai mass media, nelle nuove forme di statalismo, centralismo e dirigismo, ma perfino nelle politiche religiose, “statalizzando” le religioni incorporandole nel rispetto delle disposizioni amministrative. Se in Cina viene creato un grande data-base per il controllo degli aderenti alle religioni[4], in Francia e Danimarca le omelie dei sacerdoti sono sottoposte al vaglio governativo[5] e in Italia la litirugia è stata stabilita dai funzionari del Ministero degli Interni[6].
Questi pochi esempi dicono che il modello cinese è reale e non una
invenzione dei politologi.
Dicono però anche che occorre
distinguere tra la Cina e il modello cinese. Ovviamente il modello cinese si
radica nella storia e nell’attualità della Cina come sistema culturale, sociale
ed economico. Non si può parlare di modello cinese se non riferendosi al Paese
Cina.
di Mons. Massimo Camisasca
Ho 75 anni. La vecchiaia per decenni e decenni sembra una realtà molto lontana. Poi, a un certo punto, essa “scoppia”, come ebbe a dire una volta don Giussani. Gli avvertimenti possono essere di diversa natura: io, oggi, mentre scrivo, so che la mia salute è buona, vivo ancora giornate molto intense in questi ultimi mesi del mio ministero episcopale.
Ma, nello stesso tempo, so che le mie forze non sono più le stesse di prima, così la mia memoria. Devo perciò modulare, seppur lentamente, la quantità dei miei impegni e non strafare, come tante volte nella vita sono stato tentato.
Come custodire tutto il bene ricevuto in una vita cosi lunga? In primo luogo assegnando alla preghiera e al silenzio un posto tranquillo e sicuro all'inizio della giornata. Non è assolutamente detto che tutto il bene ricevuto in una vita intera ci accompagni fino all’ultimo giorno. Non è detto che dopo aver tanto lottato non si corra la tentazione della resa.
La vigilanza è una virtù che ci deve accompagnare ogni giorno, che ogni giorno deve rinnovarsi. Essa coincide con la riscoperta quotidiana dell'amore di Cristo per noi e della nostra risposta di amore a lui.
Oggi sento molto più acutamente che nel passato il peso dei miei peccati, la gravità delle mie colpe, la stupidità dei miei tradimenti, la banalità e superficialità di alcune mie scelte. L’unico rimedio a tutto ciò è il passaggio da un amore intellettuale a un amore reale. Ho passato tutta la mia vita a parlare di Cristo e anche dell'amore di Cristo per me, per noi, e della necessità di una nostra risposta. Ma una cosa è parlare, un'altra è vivere. L' amore può essere comandato fino a un certo punto. Esso deve sgorgare da noi, dal nostro cuore, come libera risposta ad una elezione gratuitamente ricevuta.
Oltre al silenzio e alla preghiera, a questa età deve continuare la lettura e la meditazione. Mi pesa non poter più leggere come un tempo. Sia per ragioni di stanchezza che di vista e di memoria. Comunque sia, fino a che potrò non abbandonerò la parola scritta e cercherò anche nella mia scrittura di rispondere alla grazia che mi ha preceduto.
C'è poi l'esercizio della parola parlata, che ha attraversato tutti i miei giorni con un'abbondanza straordinaria. Infinite sono state le occasioni in cui mi è stato chiesto di parlare, infiniti i temi. Sono contento di avere aiutato tante persone con la mia parola. Nello stesso tempo, non posso nascondere il desiderio di penitenza che nasce dal fatto di avere talvolta parlato troppo, senza una adeguata attenzione a chi avevo di fronte.
Oltre che dalla parola, la mia vita è stata graziata da un numero considerevole di amicizie. Ritengo l'amicizia una fioritura della vita sacramentale. I sacramenti non solo ci rendono partecipi della vita di Cristo nella sua radice, ma anche plasmano a poco a poco la nostra esistenza, il nostro cuore, la nostra mente, purificandoci dalle scorie di male che abitano anche le vite più luminose. L'amicizia è una grande educazione alla verginità, a non possedere nulla dell'altro, a godere della sua presenza e del suo consiglio, a non pretendere mai, a perdonare sempre, a camminare insieme verso Dio.
Senza la grazia dei sacramenti la nostra esistenza sarebbe condannata alla tristezza della decadenza. E molto evidente che non siamo capaci di rialzarci da noi stessi. Che con le sole nostre forze non riusciamo a vincere il male e a perseguire il bene.
È l'opera di Dio in noi il vero miracolo della vita, il suo continuo lavoro di lima, di pialla, di scalpello, che sa trarre dalla nostra bruttezza un capolavoro di bellezza.
I doni che ho ricevuto da Dio sono molteplici, ma tutti intrecciati tra loro. Penso ai doni del Battesimo e dell'Eucarestia che ho ricevuto per opera dell'educazione cristiana, dei miei genitori. Penso al dono dell'incontro con don Giussani e a tutto ciò che ne è nato: l'apertura ad una vita più piena che ho ottenuto seguendolo, il sacerdozio, la nascita e lo sviluppo della Fraternità san Carlo. Infine il dono dell'episcopato, ricevuto da Dio attraverso Benedetto XVI. Gli anni vissuti a Reggio Emilia mi hanno dato la conferma di una speciale vicinanza di Dio alla mia povera persona. Non potremo mai restituire nulla di proporzionato rispetto a quanto abbiamo ricevuto da lui.
Ora, spero, mi attendono i mesi e gli anni dell'offerta: una nuova, misteriosa tappa che sono desideroso di scoprire.
Promemoria del CROCEVIA per l'incontro dal
titolo
CIO' CHE ABBIAMO DI PIU' CARO
LA PROFEZIA DI VLADIMIR SOLOVIEV
giovedì 9 dicembre
2021 ore 20,45
in presenza e ON-LINE
Qualora per
motivi dovuti all’emergenza COVID l’incontro non
fosse possibile in presenza, sarà data tempestiva comunicazione
Ecco i codici di accesso
Topic: Crocevia - profezia SolovevTime: Dec 9, 2021 09:00 PM AmsterdamJoin Zoom MeetingMeeting ID: 817 7627 6142Passcode: 985135
Incontro di Luigi Giussani con l'associazione culturale Nueva Tierra
Avila, Spagna, 22-24 luglio 1985
Sono
trascorsi trentasei anni dall'ultimo intervento di Luigi Giussani ai raduni
estivi dell'Associazione Culturale Nueva
Tierra, nel luglio del 1985. La sua presenza e soprattutto il suo modo
di parlare appassionato e persuasivo furono la spinta decisiva che determinò l'adesione
di Nueva Tierra, un movimento
nuovo nato dall'amicizia e dalla fecondità pastorale di un gruppo di giovani
sacerdoti di Madrid (fra i quali don Julian Carron), al movimento di Comunione e Liberazione, già presente
in Spagna dalla metà degli anni Settanta.
Proponiamo alcune di queste pagine che sorprendono per la semplicità e allo stesso tempo per il carattere sistematico con cui don Giussani propose l'avvenimento cristiano e il suo metodo, con un linguaggio accessibile a tutti.
(…)DA PAGINA 21 A PAG.26
DEL LIBRETTO ALLEGATO A TRACCE DELL’OTTOBRE 2010
UNA SOLA NORMA PEDAGOGICA
Nel discorso che ci rivolse il Papa, in occasione della celebrazione dei
trent'anni del movimento, che continua a essere per noi un testo fondamentale, diceva:
«Lo Spirito Santo, per continuare con
l'uomo di oggi il dialogo iniziato da Dio in Cristo e portato avanti nel corso di
tutta la storia cristiana, ha suscitato nella Chiesa contemporanea il fiorire
di molteplici movimenti ecclesiastici. Sono un segno di libertà di forme,
in cui si realizza l'unica Chiesa, e rappresentano una novità sicura, che deve
ancora essere apprezzata in modo adeguato in tutta la sua positiva efficacia
per il Regno di Dio che agisce oggi nella storia».
Ho letto questo passaggio perché è impressionante quello che dice il Papa. Prestate attenzione: «per continuare il dialogo con l'uomo iniziato da Dio nella persona di Cristo». È proprio quello che abbiamo detto prima!
Come possiamo incontrare Cristo oggi? Che cosa vuol dire "incontrare Cristo"? Vuole dire
incontrare "qualcosa", una realtà, un fatto, una presenza che tocca
il cuore, che colpisce il nostro cuore.
Ma allora, quando è che rimane colpito il nostro cuore? Nel momento in cui qualcuno si imbatte in "qualcosa" che, pur non avendolo previsto, corrisponde alla sua natura autentica, corrisponde alla sua esigenza più profonda, forse fino a quel momento inconsapevole.Quando il cuore di un uomo rimane segnato da questo incontro, seppure in maniera confusa o passeggera, non può più tornare indietro! Può rispondere o non aderire, ma non sarà mai come prima di quell'incontro, perché, in quel momento, ha visto o sentito qualcosa, un accento autentico e vivo dal punto di vista umano, e ha intuito che la fede c'entra veramente con la vita.
Quindi, come è possibile incontrare
Cristo oggi? Il Papa risponde dicendo
che lo strumento di cui si serve lo Spirito è l'incontro con una compagnia
di questo tipo. Che cosa definisce
tale compagnia? Il riconoscimento di Cristo presente in mezzo a noi e il desiderio di comprendere qual è il suo
messaggio per la vita, il desiderio di capire cosa ci vuole dire per vivere
meglio e cosa può portare Cristo alla società e al mondo.
Cosa disse Cristo ai primi che rimasero colpiti da Lui? Disse loro: «Venite con me, seguitemi». La differenza, tra quelli che avevano intuito che era un uomo eccezionale e il resto del popolo, è che il resto della gente rimaneva stupita, ma poi se ne andava. Mentre «alcuni rimasero con Lui».
Questo è il primo fattore metodologico che abbiamo sempre affermato: se ti ha colpito un accento di umanità nuovo (altrimenti non saresti qui), quello che devi fare è seguire. Seguire significa impostare tutta la tua vita guidato dalle provocazioni, dai giudizi, dalle indicazioni e dall'esempio di questa compagnia, per arrivare a capire con certezza chi è Cristo, per giungere alla certezza della fede; per sperimentare una vita diversa, per verificare che la tua vita diventa diversa, nuova, per comprendere che la fede in Cristo ricolma la nostra vita di allegria. Altrimenti, l'allegria è impossibile. Anche l'allegria è un miracolo.
Per comprendere tutto questo basta fare una cosa molto semplice e molto grande allo stesso tempo - semplice e grande - che sta solo nel seguire quelli che ti hanno colpito, seguire la compagnia che avete incontrato. (…)
Il cammino che vi propongo conduce a questa pienezza di vita. Non è necessario, tuttavia, entrare in dettaglio su ciò che è necessario fare, anche se più avanti vi segnalerò alcuni punti. Ciò che conta è solo una cosa, a cui si riduce tutta la pedagogia di Cristo: «Vieni con me», cioè, «Seguimi». Quando passò e vide Matteo seduto al banco delle imposte, si fermò e guardò il "mafioso" che era lì e gli disse: «Seguimi». E Matteo non potè fare a meno di alzarsi e seguirlo.
Una pedagogia è tanto più intelligente quanto più è concreta e quanto
più è implicita, cioè, quando agisce a livello implicito e, allo stesso tempo,
è concreta, pratica. Per questo non esiste nessuna norma pedagogica più
efficace, né più intelligente di questa: «Seguimi».
Che cosa fa la natura perché un bambino cresca? Lo inserisce nell'ambito di una compagnia e allora, man mano che passano il tempo, i giorni, gli anni... quasi senza che il bambino se ne accorga, diventa se stesso. Il padre e la madre non mettono a sedere il bambino di fronte a una cattedra per spiegargli tutto quello che deve fare, ma lui impara semplicemente vivendo con i suoi genitori. Il bambino - con gli occhi aperti, ascoltando e vivendo - impara.
È così che si cresce nella fede! Questo è il cammino: bisogna seguire. Non è mai successo che uno che avesse già iniziato un buon cammino per essere migliore, per diventare se stesso, abbia dovuto poi abbandonarlo; chiunque intraprende un buon cammino e poi lo abbandona perde qualcosa di se stesso, non raggiunge la pienezza, rinuncia a essere migliore.
È necessario seguire perfino quando non si capisce!... cercando, questo sì, di capirne le ragioni. Perché occorre seguire umanamente, come uomini, cioè con intelligenza. Ebbene, se si seguono solo quelle cose che sono già state capite, allora finiamo per seguire noi stessi e non la compagnia. Si deve seguire anche quando non se ne ha voglia. Perché un gusto rinnovato, gioioso, allegro, arriverà penetrando la nebbia dei nostri momenti più bui, l'oscurità della nostra mancanza di interesse e sofferenza. Prima di essere grandi, siamo piccoli. E quando siamo piccoli non capiamo né apprezziamo le stesse cose di quando siamo grandi. Per questo, seguire - la prima regola fondamentale - è una legge che abbraccia la vita intera.
Seguire la compagnia. Si tratta di seguire la compagnia poiché è
"guidata", perché non sono i compagni in quanto tali che ti hanno
fatto intuire certe cose, ma il sentimento che ti unisce a loro nasce dal fatto
che ti hanno comunicato qualcosa che, a loro volta, hanno ricevuto da altri.
Seguire, innanzitutto, chi è responsabile del gruppo, sacerdote o no che sia. Dico "o no" perché sfortunatamente la maggioranza di noi è senza sacerdote. Si tratta di seguire chi chiaramente è "migliore", più maturo. Ricordate che abbandonare la compagnia perché uno è stanco o perché non capisce equivale sempre, in ogni caso, a peggiorare.
Questa prima grande norma, questa prima
regola fondamentale, ci introduce al fatto che la vita dell'uomo deve seguire
Cristo, e per seguire Cristo si segue la compagnia.
Qual è quindi la prima conseguenza che impariamo, e che è, allo stesso tempo, il primo bisogno per una vita ragionevole, per una vita intensa dal punto di vista affettivo? Che non ci sembra più strano pregare. La preghiera è la prima caratteristica di una compagnia così, e qui la parola preghiera perde tutto il suo contenuto intimista e beato. È appartenendo a questa compagnia che si impara veramente la preghiera cristiana. La preghiera cristiana è ben diversa dalla preghiera dell'uomo naturale. Consiste soprattutto nel riconoscere la presenza di Cristo. Come nel caso degli apostoli che uscivano di casa la mattina per andare a trovarlo, ad ascoltarlo. Come si chiama il contenuto della preghiera che è tipico del cristiano?
Si chiama "memoria". La preghiera cristiana è diventare consapevoli della sua presenza, oh Cristo! Quindi, non occorrono pensieri o sentimenti particolari, parole particolari e neppure gesti particolari. Ma la coscienza della sua presenza diventa il contenuto della mia coscienza. Perché Tu sei tutto per me. Tu sei tutto per l'uomo. Tu sei la via, la verità e la vita. Tu sei la vita! È per questo che l'essenza della preghiera cristiana consiste nel riconoscere questa presenza. È pensare a questa presenza, cosa che uno può fare in autobus, in treno, a scuola, a casa. Questa memoria, d'altra parte, non può smettere di aprirci, totalmente, alla vera natura della preghiera di ogni uomo, alla comprensione della preghiera dell'uomo naturale.
L'essenza della preghiera, comune a
tutti gli uomini, è la domanda.
L'uomo è un essere povero, che ha fame e sete di felicità. E, come gli
affamati, mendica il suo nutrimento. Per questo la mendicanza è la natura
stessa dell'uomo. E l'espressione della nostra povertà è la domanda. L'uomo non
è capace se non di domandare. La ricchezza dell'uomo consiste nel
"domandare" a colui che crea, al Creatore. Così la memoria di Cristo,
la coscienza della sua presenza, non può esprimersi se non come domanda.
Quale domanda? «Vieni Signore!», in altre parole, «fa' che possa conoscerti, ascoltarti, che io viva in te, che io realizzi tutto secondo la verità e l'affetto che vengono da Te». Anche quando uno si trova immerso nell'oscurità più totale, quando si è sbagliato un migliaio di volte, c'è una cosa che sempre può fare: chiedere, mendicare. E non esiste nulla che possa calmare il cuore dell'uomo, che rassereni l'uomo, come la preghiera. Sant'Agostino diceva che la preghiera è "ascentsio mentis in Deum" (elevare la mente a Dio), vale a dire, essere coscienti di Dio. E questo per il cristiano equivale al fatto che Dio si è incarnato in una presenza umana: Gesù Cristo. E davanti a Cristo, che cosa si fa?
San Tommaso definisce la preghiera cristiana in una forma molto intelligente ed esistenziale quando afferma che la preghiera è "la richiesta a Dio di cose giuste". Dovremmo domandarci allora quali siano queste cose giuste, l'unica cosa importante? La nostra felicità: capire, amare, compiere il bene... Perché fare il bene vuole dire goderne, essere più felici! Perché amare in maniera giusta implica difatti un sacrificio, ma che dà un gusto molto più grande!
All'inizio della nostra storia, mi proposi di citare sempre una frase del Vangelo: «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù». In altre parole, noi desideriamo il centuplo, una vita più piena sulla terra. Questo è lo scopo della nostra domanda. Per questo con grande facilità la nostra preghiera diventa un fatto normale e quotidiano, e così matura gradualmente.
C'è un gesto che vale di più di
tanti altri, in cui Cristo ci viene incontro in maniera eccezionale. Un
gesto che è, precisamente, memoria di Cristo, coscienza della sua presenza. Un
gesto il cui significato totale è proprio domandare a Cristo. Questo gesto è il
sacramento della Confessione e
dell'Eucaristia, in particolare. Nella nostra compagnia, la preghiera tende
a diventare così importante come respirare, e i suoi pilastri sono questi due
sacramenti. Per molti anni non parlai né della Confessione né dell'Eucaristia
ai miei primi gruppi. Eppure, tutti si confessavano e ricevevano la comunione
tutti i giorni, anche se non ne avevo mai parlato!
Questo perché avevano capito cos'è veramente la confessione, che non è un semplice calcolo degli errori e dei peccati, ma la forma più intelligente di domandare. Quindi, il fascino profondo della confessione e l'esercizio della semplicità profonda che questa comporta, equivale a lasciare che Cristo entri nella vita di ognuno di noi. Quando andiamo a confessarci, esprimiamo il bisogno che abbiamo di Cristo.
L'ultima conseguenza di questo valore della preghiera - che tanti hanno capito e vissuto in modo semplice - è il valore supremo dell'espressione umana, che si chiama "offerta". Perché "offrire" a Dio qualcosa, un gesto - e tutta la vita può essere offerta! - significa riconoscere che la sostanza di tutto è Cristo, e che tutto quello che si fa, in qualsiasi momento, è perché Cristo si manifesti in tutto.
In questo primo incontro con voi, volevo dire che
Questo è l'inizio del Nuovo Mondo. Una compagnia umana in cui l'amicizia di Cristo diventa gradualmente tutto.
Da una parte, il cammino è sicuro e semplice: la compagnia. Non ci sono dettagli particolari da imparare. Si impara per osmosi.
E dall'altra, la vita acquisisce un'unità, dal suo interno, dalla sua
radice più profonda, dal suo cuore.