lunedì 11 luglio 2022

SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA

 CIOÈ DI QUALCOSA CHE ORMAI NON ESISTE PIÙ.

 

SAN BENEDETTO
Bernardo Daddi 
XIV  secolo

In questo giorno dedicato alla memoria di Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa, nel rivolgergli il nostro pensiero e le nostre pressanti richieste di intercessione per questo disgraziato continente è necessario partire, come sempre, dalla verità delle cose, perché nella menzogna o nella dissimulazione niente riesce bene, neanche la preghiera. E la verità è che “l’Europa” ormai non esiste più. Ne esistono forse dei pezzi, dei frammenti, dei relitti più o meno ingombranti. Non la vivente unità di un corpo.

Restano ancora un po’ di “europei”, in parte ancora aggregati nei brandelli di popoli che permangono, o nei simulacri di nazioni che ancora in qualche modo resistono; oppure isolati, clandestini, confusi tra la folla, forse smarriti in un mondo che non riconoscono più. Comunque, questo è il gregge di Benedetto (patrono degli Europei, a questo punto) e per essi noi, che ci gloriamo di farne parte, chiediamo il suo celeste patrocinio.

Ma che cos’era l’Europa? Perché è finita? Che cosa potrebbe essere anche oggi, per il bene di tutto il pianeta, e come continuare a farla vivere, almeno nel nostro “paese interiore” se non ci è possibile farlo nello spazio esterno della politica? Per riflettere su queste domande e cercare una risposta io non saprei quale lettura consigliare migliore di questa: 

https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1982/october/documents/hf_jp-ii_spe_19821005_conferenze-episcopali-europa.html.

 


Si tratta, a mio avviso, di uno dei più memorabili discorsi di san Giovanni Paolo II, tenuto al V Simposio delle Conferenze episcopali europee, nel 1982. Sono passati quarant’anni, e quel discorso appare remoto (nella chiesa sembra che sia passato un millennio, tanto siamo lontani da quel magistero e da quel grado di consapevolezza della realtà; quanto alla situazione dell’Europa di allora confrontata con quella di oggi è meglio non parlare …) ma al tempo stesso attualissimo. È un testo che ha acquisito, mi pare, la stessa “eccentrica pertinenza” all’attualità che hanno i grandi classici del passato o, per stare all’interno della cultura cristiana, i Padri della Chiesa.

Il mio modo di celebrare la festa di san Benedetto oggi sarà dunque rileggere e meditare questo discorso. Mi permetto di invitare gli eventuali avventori di questo piccolo blog a fare altrettanto e, per invogliarli, ne riporto un brano, che dice una cosa fondamentale:

«La Chiesa e l’Europa. Sono due realtà intimamente legate nel loro essere e nel loro destino. Hanno fatto insieme un percorso di secoli e rimangono marcate dalla stessa storia. L’Europa è stata battezzata dal cristianesimo; e le nazioni europee, nella loro diversità, hanno dato corpo all’esistenza cristiana. Nel loro incontro si sono mutuamente arricchite di valori che non solo sono divenuti l’anima della civiltà europea, ma anche patrimonio dell’intera umanità. Se nel corso di crisi successive la cultura europea ha cercato di prendere le sue distanze dalla fede e dalla Chiesa, ciò che allora è stato proclamato come una volontà di emancipazione e di autonomia, in realtà era una crisi interiore alla stessa coscienza europea, messa alla prova e tentata nella sua identità profonda, nelle sue scelte fondamentali e nel suo destino storico. L’Europa non potrebbe abbandonare il cristianesimo come un compagno di viaggio diventatole estraneo, così come un uomo non può abbandonare le sue ragioni di vivere e di sperare senza cadere in una crisi drammatica. È per questo che le trasformazioni della coscienza europea spinte fin alle più radicali negazioni dell’eredità cristiana rimangono pienamente comprensibili solo in riferimento essenziale al cristianesimo. Le crisi dell’uomo europeo sono le crisi dell’uomo cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana».

Se i cristiani d’Europa, per pochi che siano, riprendessero un’adeguata coscienza di questa relazione essenziale tra cristianesimo ed Europa l’opera di Benedetto (che non è appena un’opzione) potrebbe ricominciare immediatamente, pure in questa “terra desolata” che sta diventando l’Europa.

LEONARDO LUGARESI

11 LUGLIO 2022

 

 

SUL FINIRE DEL VIAGGIO (2019-2021) -POESIE DI MONS. ERNESTO GIORGI

Questo è il video di presentazione del volumetto di poesie di 

Mons. Ernesto  Giorgi 
"SUL FINIRE DEL VIAGGIO"
 presentato il 28 giugno 2022 presso la Chiesa Parrocchiale di San Pietro in Cesena.

Nell'incontro l'autore, con l'aiuto di Marino Mengozzi e di Martina Mengozzi, descrive l'itinerario che dal 2019 al 2021 lo ha portato alla stesura di questa ultima raccolta.
Dopo Oltre la notte e Non per virtù, Mons. Giorgi ci offre ancora poesie di rara bellezza e intensità.

Il libro è acquistabile presso la Libreria San Giovanni di Cesena 




IN ALCUNI CELLULARI OCCORRE USARE IL LINK

https://youtu.be/gwFjPAf7U30

mercoledì 6 luglio 2022

MEDITAZIONE SULLA "MADONNA SISTINA": UN RACCONTO DI VASSILIJ GROSSMAN

 

Nel 1955 Vassilij Grossman, come tanti altri moscoviti, poté ammirare nel Museo Puskin la Madonna Sistina, il celebre dipinto di Raffaello che era stato razziato durante la guerra. Grossman era stato, in quegli anni, fra i più attenti corrispondenti dal fronte russo tedesco; aveva visto le più terribili atrocità, dai campi di concentramento nazisti ai gulag sovietici della Kolyma. La visione di quel quadro lo turbò profondamente e gli ispirò un breve racconto, di intensissima profondità, che è per tutti una
meditazione preziosa: "La Madonna a Treblinka". Il titolo fu poi modificato in quello attuale: “La Madonna Sistina” pubblicato nel volume: “Il bene sia con voi”, Adelphi.

Una sola cosa mi preme dire: leggete e rileggete La Madonna Sistina. 

È UN DONO, UNA GRAZIA INEFFABILE E MISTERIOSA.

 

LA MADONNA SISTINA

Dopo aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per quasi dieci anni.

Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania, si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.
E fu così che il 30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.


Raffaello, La Madonna Sistina
Dresda 


Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”, ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vita di alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…
Dodici generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai giorni nostri.
È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute, da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e dai cattivi.

Da quando questo quadro esiste, sono stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli alchimisti, i telai dei tessitori; i bastimenti a vela e le diligenze, i moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni termonucleari.Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstojhanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.

Ho visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre… 

La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.

Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.
Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la Madonna è così bella. C’è in questa rappresentazione visiva dell’anima materna qualcosa di inaccessibile alla consapevolezza umana.
Noi sappiamo che le reazioni termonucleari trasformano la materia in una quantità di energia potentissima, ma non sappiamo rappresentarci il processo inverso, come cioè avvenga che l’energia si trasformi in materia; e qui, ecco la forza dello spirito, la maternità, cristallizzata e trasmutata in un’umile Madonna.
La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi.
A me pare che questa Madonna sia l’espressione più atea possibile della vita, dell’umano senza alcuna partecipazione del divino.
C’erano istanti in cui mi è parso che esprimesse non solo l’umano, ma anche qualcosa di inerente alla vita terrestre nel suo senso più ampio, il mondo animale là dove negli occhi scuri della giumenta, della mucca o della cagna che nutrono i loro piccoli si può vedere, o indovinare, l’ombra prodigiosa della Madonna.



E più terrestre ancora mia pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino.
I loro volti sono tranquilli e tristi. Forse vedono il Golgota, la via di polvere e sassi che vi conduce, e la croce, mostruosa, tozza e pesante, di legno grezzo, che è destinata ad appoggiarsi a questa piccola spalla che per ora non sente altro che il calore del seno materno…
Ed ecco che il cuore si serra, ma non è per l’angoscia, e non è per il dolore. È afferrato da un sentimento nuovo, mai provato prima. È umano, eppure è nuovo, questo sentimento è come se emergesse dalle salate e amare profondità oceaniche, ed è talmente insolito che la sua novità fa venire il batticuore.
È ancora una volta una caratteristica unica di questo quadro.
Suscita qualcosa di nuovo, come se ai sette colori dello spettro se ne aggiungesse un ottavo, ancora sconosciuto alla vista.

Perché non c’è paura sul viso della madre, e perché le sue dita non si intrecciano intorno al corpo di suo figlio con una forza tale da impedire che la morte le disserri; perché non vuole sottrarlo al suo destino?
Lei offre suo figlio al destino, non cerca di nasconderlo.
E il bambino non nasconde la faccia nel seno della madre. Anzi, è sul punto di strapparsi alla sua stretta per andare incontro al suo destino sui suoi piccoli piedi nudi.
Come spiegarlo, e come comprenderlo?
Sono un’unica cosa, e sono distinti. Vedono, sentono e pensano insieme, si fondono l’uno nell’altra, ma tutto indica che si separeranno, che l’essenza della loro comunione, della loro fusione è che si separeranno.
Succede che in certi momenti difficili siano proprio i bambini a sorprendere gli adulti con il loro buon senso, la loro tranquillità, la loro arrendevolezza. Di queste qualità bambini cristiani hanno dato prova nel corso di carestie, figli di negozianti e di artigiani ebrei durante i pogrom di Kichinev, figli di minatori, quando l’urlo della sirena annuncia che c'è stata un’esplosione sotterranea.
Ciò che nell’uomo vi è di umano, va incontro al suo destino, e in ogni epoca questo destino è particolare, è diverso da quello dell’epoca precedente. Ciò che accomuna questi diversi destini è il fatto di essere tutti ugualmente difficili…
Ma ciò che nell’uomo vi è di umano, ha continuato ad essere anche quando lo si inchiodava alla croce, anche quando lo si torturava in prigione.
Continua a vivere, questo qualcosa, nelle cave di pietra, nel freddo a meno cinquanta gradi, sui cantieri da macello della taiga, nelle trincee allagate di Przemysl e di Verdun. Continua a vivere nell’esistenza monotona dei servi, nella miseria delle lavandaie e delle donne di servizio, nella vana lotta condotta contro il bisogno, fino all’esaurimento, nella fatica senza gioia degli operai in fabbrica.
La Madonna con suo figlio fra le braccia, è ciò che c’è di umano nell’uomo, e sta in questo la sua immortalità.
Guardando la Madonna Sistina, la nostra epoca prende coscienza del proprio destino. Ogni epoca ha guardato questa donna con suo figlio nelle braccia, e fra uomini di generazioni diverse, di popoli, razze e tempi diversi, nasce una fraternità di una tenerezza commovente e dolorosa. L’uomo prende coscienza di se stesso, della sua croce, e comprende improvvisamente il meraviglioso legame che unisce tutte le epoche, il legame fra ciò che vive ora, e ciò che è stato, e tutto ciò che sarà.

martedì 5 luglio 2022

VERSO IL CONCLAVE. IL MANIFESTO DEL CARDINALE SARAH E LA FIGURA DEL PRETE



I rivoluzionari obiettivi del sinodo di Germania non sono soltanto suoi, come s’è visto nel precedente post di Settimo Cielo. E neppure sono di sua invenzione. Sono nati al di fuori della Chiesa e sono stati imposti ad essa dalla cultura che domina in Occidente.

Una conferma lampante di ciò sono due analisi molto critiche dello stato attuale della Chiesa cattolica uscite nei giorni scorsi a firma di osservatori esterni molto rappresentativi: Danièle Hervieux-Léger, decana dei sociologi francesi, su “Le Monde”, e James Carroll su “Politico Magazine”.

L’una e l’altro concordano nell’indicare nel “sistema clericale” la causa più profonda del disastro. E per demolire tale sistema reclamano preti sposati, donne prete, nuova morale sessuale, governo democratico della Chiesa, cioè gli stessi obiettivi che il sinodo tedesco ha ricopiato per sé, da alunno diligente.

Da papa Francesco entrambi gli analisti si dicono delusi. A loro giudizio ha aperto delle brecce, ma non ha avuto il coraggio di fare ciò che la modernità si aspettava da lui. Ha preferito “ripiegare su una strategia dei piccoli passi”.

Ed è vero. Lo stesso Francesco ha detto più volte che l’importante, per lui, è mettere in moto processi, non concluderli, perché “il tempo è superiore allo spazio”. E questo spiega il suo lasciar correre gli eventi, a tratti rallentando o sostando, ma sempre facendo balenare orizzonti di riforme anche radicali, verso cui procedere comunque. Tagliando volentieri qualche ponte alle proprie spalle.

È lo stile suo, inconfondibile, di cui Francesco ha dato l’ennesima prova nel giorno dei santi Pietro e Paolo. Nell’omelia della messa ha bollato ancora una volta il “clericalismo” come “perversione” e gli ha contrapposto l’immagine di una Chiesa tutta “sinodale”, democratica, decentrata, una Chiesa in cui “tutti partecipano, nessuno al posto degli altri o al di sopra degli altri”. Ha esortato a mettere al bando le nostalgie: “Per favore non cadiamo nell’’indietrismo’, questo ‘indietrismo’ di Chiesa che oggi è alla moda”. Per combattere il quale il papa ha pubblicato lo stesso giorno la lettera apostolica “Desiderio desideravi”, in cui dà il definitivo colpo di grazia alla messa in rito antico, riconosciuta dal suo predecessore come forma ”extraordinaria”, alla pari con quella “ordinaria”, riformata. Non per nulla, nel lungo documento, dedicato alla “formazione liturgica del popolo di Dio”, non compare la minima citazione di Benedetto XVI, un papa e teologo di riconosciuto valore e rara profondità proprio in materia di liturgia.

Ma per combattere il “clericalismo” la strada maestra deve necessariamente essere solo quella indicata dal sinodo tedesco o da Danièle Hervieux-Léger?

Se l’opposto del “clericalismo” è una visione del sacerdozio cristiano fedele a quel Gesù che l’ha fondato, c’è un libro uscito un anno fa in Francia e in questi giorni in Italia per i tipi di Cantagalli che proprio a tale visione è dedicato, col titolo: “Per l’eternità. Meditazioni sulla figura del prete”.

Ne è autore un cardinale, Robert Sarah, 77 anni, guineano, di solida formazione teologica e biblica, oggi senza più un ruolo dopo essere stato congedato da Francesco nel 2021 da prefetto della congregazione per il culto divino.

Classificato tra i conservatori ma alieno dal fare squadra con i cardinali del suo stesso orientamento, Sarah è autore di libri ampiamente apprezzati, dei quali il più breve, ma anche il più noto, pubblicato nel gennaio del 2020, entrò nelle cronache come se fosse finalizzato a dissuadere papa Francesco dal dare libero corso ai preti sposati, richiesti dal sinodo speciale sull’Amazzonia dell’ottobre del 2019.

L’impatto di quel libro fu tanto più forte in quanto includeva un saggio del papa emerito Benedetto XVI, anch’esso di vigorosa e argomentata difesa della disciplina del celibato.

Da svariati indizi si intuì che Francesco non prese per niente bene l’uscita di quel libro. Ma con sorpresa di tutti, quando poche settimane dopo pubblicò il documento in cui tirava le somme del sinodo sull’Amazzonia, non autorizzò affatto i preti sposati, né tantomeno le donne diacono. E lo fece – sottolinea oggi Sarah nel suo nuovo libro sul sacerdozio – “con parole simili” a quelle scritte nel libro che aveva anche Benedetto XVI come coautore.

In questo suo nuovo libro Sarah ha solo parole di stima per papa Francesco, per la “benevolenza” e “attenzione” con cui avrebbe letto e condiviso i suoi precedenti scritti. Ma più che a lui, attinge ad altri papi, a Pio XII, a Giovanni Paolo II e soprattutto a Benedetto XVI per offrire ai lettori un solido ammaestramento sulla vera natura del sacerdozio, “che non abbiamo inventato noi ma è un dono di Dio”. E soprattutto assume come fonti di riflessione grandi santi come Caterina da Siena, dottori della Chiesa come Agostino e Gregorio Magno, eminenti pensatori cattolici come Georges Bernanos e John Henry Newman.

Ne deriva una contestazione netta di tutti i correnti propositi di riforma del “sistema clericale”, dal clero sposato alle donne prete, al governo di popolo.

Qua e là affiorano però nel libro anche critiche ad innovazioni all’apparenza minori e solo funzionali, che stanno già prendendo piede nella Chiesa di Roma, varate da papa Francesco, ad esempio nell’affidare ruoli dirigenti a non sacerdoti, nella riformata curia vaticana.

Obietta Sarah, a questo proposito:

“A volte si sente dire che sarebbe necessario separare l’esercizio dell’autorità dal ministero ordinato. Si afferma qua e là che il governo nella Chiesa può essere tanto opera di uomini quanto di donne, di laici come di sacerdoti e vescovi. Tali affermazioni sono terribilmente ambigue e distruttive della struttura gerarchica della Chiesa, quale l’ha pensata e voluta lo stesso Gesù Cristo. Certo, ci sono laici, uomini e donne, più competenti in comunicazione, in management e nelle strategie di governo, rispetto ai sacerdoti. È necessario affidare loro i giusti ruoli di competenza e consulenza. In senso stretto, però, il governo nella Chiesa non è anzitutto una competenza, ma una presenza, quella di Cristo servo e pastore. Ecco perché la funzione di governo non potrà mai essere esercitata nella Chiesa da altri che non siano ministri ordinati”.

Più in generale, Sarah pensa alla stagione attuale come a una grande sfida tra la Chiesa e i nuovi poteri del mondo, analoga alla riforma gregoriana dell’inizio del secondo millennio:

“Essa mirava a liberare la Chiesa dalla morsa delle autorità secolari. Interferendo nel governo e nelle nomine ecclesiastiche, il potere politico aveva finito per produrre una vera e propria decadenza del clero. Si erano moltiplicati i casi di sacerdoti concubinari, impegnati in attività commerciali o in affari politici. La riforma gregoriana era caratterizzata dalla volontà di riscoprire la Chiesa dell’epoca degli Atti degli Apostoli. I princìpi di tale movimento non si fondavano anzitutto sulle riforme istituzionali, ma sul rinnovamento della santità dei sacerdoti. Non c’è bisogno oggi di una riforma simile a quella? Di fatto, il potere secolare ha ripreso piede nella Chiesa. Questa volta non si tratta di un potere politico, ma culturale. Si ripresenta una nuova lotta tra sacerdozio e impero. Ma l’impero è ora la cultura relativista, edonista e consumista che si è infiltrata ovunque. È il momento di respingerla, perché essa è inconciliabile con il Vangelo”.

Ebbene, che cos’è questo se non il programma di un nuovo pontificato, da discutere nel futuro conclave? 

Un programma radicalmente alternativo a quello inalberato dal sinodo di Germania, e non solo?

 

SANDRO MAGISTER

SETTIMO CIELO

lunedì 27 giugno 2022

COME I CIELLINI COSTRUIRONO UNA CITTÀ LÀ DOVE C’ERANO SGANGHERATE PALAFITTE

 Da oggi in libreria "Una passione - L’avventura missionaria di Arturo Alberti" in cui si racconta la straordinaria opera di Avsi a Belo Horizonte in Brasile (alla faccia degli ambientalisti)

Rodolfo Casadei

 

Oggi esce in libreria Una passione – L’avventura missionaria di Arturo Alberti, libro a firma di Rodolfo Casadei che racconta sessant’anni di storia di missionari laici nei paesi emergenti e di presenza cristiana nella società italiana attraverso la biografia di Arturo Alberti, il medico pediatra fondatore della nota Ong Avsi. Negli anni del liceo Alberti incontra Comunione e Liberazione, e insieme alla comunità della sua città interpreterà perfettamente la missione come dimensione totale della vita cristiana, prima a livello locale e poi nel mondo intero. L’esperienza di Avsi è pervasa del carisma di Cl, tanto che la comunione cristiana diventa fattore determinante dello sviluppo umano nello Zaire, del recupero delle favelas in Brasile, della salute in Uganda.

Il brano che segue ripropone le origini del secondo grande progetto realizzato da volontari ciellini di Avsi in Brasile: Anna e Livio Michelini, che insieme a don Pigi Bernareggi e a Rosetta Brambilla erano stati protagonisti del grande progetto Alvorada a Belo Horizonte, si spostano a San Salvador Bahia e danno vita al progetto Novos Alagados, che prevedeva il trasferimento sulla terraferma degli abitanti di palafitte costruite su di una maleodorante laguna.

***

Il progetto Alvorada fu affidato, a partire dal 1992, a Enrico Novara, un ingegnere brianzolo che diventerà responsabile e coordinatore di tutti i progetti Avsi in Brasile fino al 2004, mentre Anna e Livio cominciarono a realizzare a Salvador un progetto pilota finanziato dal Ministero degli affari esteri (Mae) che prevedeva il risanamento abitativo di una piccola area dei Novos Alagados. Troppo piccola rispetto ai bisogni drammatici che ferivano gli occhi di chi rivolgeva lo sguardo a quella situazione. Ma la Provvidenza fece la sua parte.


FAVELA DI SALVADOR BAHIA

Così Anna Michelini racconta la stupefacente storia dell’intervento a Salvador Bahia. «Avevamo chiarito con l’arcivescovo che il nostro metodo prevedeva di partire da una presenza cristiana già attiva sul posto, perciò andammo a vedere un insediamento vicino al quale viveva una coppia sposata che cercava di fare alfabetizzazione degli adulti e dei bambini col metodo di Paulo Freire. La situazione igienica e ambientale era terrificante, nonostante il panorama fosse meraviglioso: in una insenatura della grande Baia di Tutti i Santi i favelados avevano costruito vere e proprie palafitte, in un punto dove i movimenti di marea oscillavano di due metri circa al giorno. Era il rifugio dei disperati, di chi era stato cacciato da altri insediamenti, non sapeva più dove andare, e alla fine aveva dovuto lasciare la terra ed era andato a vivere sul mare. Quando la marea era bassa, sotto gli edifici si raccoglievano enormi quantità di rifiuti di ogni genere, non solo quelli organici che cadevano dal buco nel pavimento che fungeva da gabinetto all’interno delle baracche, ma quelli che arrivavano dai quartieri di Salvador collocati più in alto rispetto alla conca di Ribeira Azul, e che in assenza di un collettore fognario si accumulavano sulle sponde della laguna dei Novos Alagados. La puzza era terribile, e le condizioni di vita orribili: ho visto madri bollire i cartoni e darli da mangiare ai bambini per farli smettere di piangere; ho visto bambini morire folgorati sui pontili che collegavano le palafitte, perché gli allacci abusivi ai tralicci dei quartieri circostanti per avere l’elettricità diventavano una trappola mortale quando la pioggia o l’alta marea bagnavano i fili scoperti. Ebbene, quando abbiamo fatto le prime assemblee coi favelados per pensare con loro il progetto di riurbanizzazione uno dei loro leader comunitari, un signore padre di 17 figli che tutti chiamavano Vavà, ha detto: “Se decidete di fare qualcosa, la prima cosa che dovete costruire è una scuola”. Gli chiedemmo di spiegare perché, con tutti i bisogni che c’erano, secondo lui bisognava cominciare dalla scuola. Rispose: “Perché mio nonno era uno schiavo marchiato; io sarei un uomo libero, ma in realtà sono uno schiavo come lo era lui, perché non so né leggere né scrivere. Non voglio che anche per i miei figli sia così”».


«Noi avevamo a disposizione una cifra intorno a 1 milione di euro per intervenire, ma era largamente insufficiente: solo per l’intervento fognario sarebbero serviti più soldi. Cominciammo a operare consapevoli dell’inadeguatezza del nostro intervento. Poi sulla stampa locale apparve una notizia che mi fece impazzire di rabbia: si diceva che lo Stato di Bahia avrebbe dovuto restituire 10 milioni di dollari di prestiti della Banca Mondiale destinati a interventi urbanistici, perché non era stato in grado di spenderli nei tempi previsti. Presi il primo aereo che trovai e andai a Brasilia, alla sede dell’ufficio brasiliano della Banca Mondiale. Senza appuntamento e senza preavviso, chiesi di poter parlare col responsabile della Banca Mondiale per il Brasile. Naturalmente mi dissero che non era possibile, ma io risposi che non mi sarei mossa da lì fino a quando non avessi potuto parlargli. Dopo un paio di ore di anticamera il dirigente mi ricevette, e rimase per un’ora ad ascoltare tutto quello che avevo da dire e da mostrargli, dagli articoli accademici sull’intervento che avevamo fatto a Belo Horizonte, ai disegni dei bambini dei Novos Alagados con le nuove case e le scuole che avrebbero voluto veder sorgere: era una prova ingenua del fatto che si trattava di un progetto condiviso e partecipato dalla popolazione. Lo rassicurai che non ci sarebbero state nuove occupazioni durante la realizzazione del progetto, che la comunità locale avrebbe garantito. Se anziché restituire a Washington i 10 milioni di dollari che lo Stato di Bahia non riusciva a spendere li avesse dati a noi, nel giro di un anno li avremmo spesi e le palafitte sarebbero sparite. Ascoltò con la massima attenzione e alla fine mi rispose: “Lei è molto convincente, ma io non posso prometterle nulla. Però posso assicurare che organizzeremo una missione sul terreno nel più breve tempo possibile”. Mantenne la promessa: poco più di due settimane dopo la mia improvvisata a Brasilia, arrivò a Salvador una delegazione della Banca Mondiale coi responsabili del dipartimento progetti urbanistici che avevano sede a Washington, insieme al rappresentante per il Brasile che avevo incontrato io. Per loro organizzammo una giornata di presentazione spettacolare, aiutati anche da Rori Mingucci (l’autore di una tesi di laurea, poi docente universitario, che è stata la base per il progetto Alvorada a Belo Horizonte – ndr). Furono impressionati soprattutto dal fatto che non ci fosse nemmeno un bambino che non gli sapesse dire: “signori, qua ci sarà la scuola per imparare a leggere e a scrivere, là quella per la samba e la capoeira, e qui si costruirà la mia nuova casa”. Così decisero di assegnare al nostro progetto i 10 milioni di dollari che Bahia non aveva saputo spendere, e pretesero che noi fossimo ufficialmente l’ente gestore dei fondi. D’accordo col governo di Bahia, accettammo la condizione, e poi creammo un’équipe mista di dirigenti dello Stato e personale di Avsi per portare avanti il progetto. Non bisogna mai lavorare “contro” le autorità locali».

Rosetta Brambilla e don Pigi Bernareggi

Ambientalisti radical-chic zittiti

Arriva il 1995, e l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, delibera di iscrivere nel suo Albo D’Oro denominato Global 500 Anna e Livio Michelini con la roboante ma giustificata motivazione: «Per aver contribuito a migliorare le condizioni di vita sulla terra, come membri attivi della comunità». La cerimonia di premiazione è fissata al 5 giugno, Giornata mondiale dell’ambiente, e ha luogo a Pretoria, in Sudafrica, dove Nelson Mandela è il capo dello Stato da due anni, dopo averne trascorsi 27 in prigione. I coniugi italiani vengono premiati per il progetto Alvorada, giudicato come una perfetta combinazione di lotta alla povertà e difesa dell’ambiente. Nel giugno 1996 UN-Habitat, l’ente specializzato delle Nazioni Unite che si occupa degli insediamenti umani, soprattutto quelli che costituiscono le città, tiene la sua seconda conferenza mondiale a Istanbul. Il progetto dei Novos Alagados è stato inserito fra le migliori best practices, le iniziative che meglio rispondono alle esigenze di insediamenti umani all’insegna della giustizia sociale e del rispetto dell’ambiente. Anna Michelini viene invitata a illustrare quello che Avsi e le controparti locali stanno facendo a Salvador Bahia.

Il premio dell’Unep e l’invito a presentare il progetto in corso di realizzazione a Salvador Bahia alla conferenza di Habitat arrivano al momento giusto per risolvere un nuovo problema che si era presentato. Vinta l’inerzia delle autorità locali, che stavano dando prova di ravvedimento operoso, a ostacolare il recupero urbanistico delle favelas era arrivato un agguerrito gruppo pseudo-ambientalista radical-chic, comprendente docenti universitari, che si opponeva al progetto sostenendo che sul posto andava ricostituita la foresta di mangrovie che gli insediamenti umani avevano compromesso, e che non sarebbe ricresciuta se i favelados fossero stati spostati sulla vicina terraferma. «Era vero il contrario», racconta Anna. «Mangrovie e insediamenti umani potevano convivere se solo si fossero eliminate le palafitte e costruito il sistema fognario che doveva servire sia il quartiere a monte dei Novos Alagados che la favela ristrutturata. E così infatti fu: la laguna riprese vita grazie alla realizzazione del progetto, le mangrovie e i pesci ripopolarono lo specchio d’acqua senza nessun disturbo dal vicino insediamento umano. Ma in quei giorni i cosiddetti ambientalisti organizzavano manifestazioni contro il progetto, addirittura si presentavano alle palafitte regalando ai bambini vasetti contenenti piantine. Quando arrivò la notizia del premio dell’Unep, le manifestazioni di protesta cessarono: prima che a noi il Global 500 era stato assegnato a Chico Mendes e a Jacques Cousteau, che per gli ambientalisti erano personalità venerabili. Istanbul l’anno dopo chiuse definitivamente il discorso: tutti dovettero accettare che i nostri progetti conciliavano la protezione dell’ambiente con le esigenze umane e la lotta alla povertà».

Grande fu la soddisfazione dei due cooperanti per i premi e per gli inviti, ma forse ancora più grande fu per il gruppo dirigente di Avsi, che vedeva confermato il valore del metodo Avsi: considerare le motivazioni e il rapporto umano importanti tanto quanto le qualità professionali. «Al giorno d’oggi», commenta Arturo Alberti, «Anna e Livio Michelini non sarebbero mai stati selezionati come capoprogetto di un intervento così vasto e articolato come quello di Belo Horizonte: erano semplicemente una dirigente sindacale e un insegnante di fisica, non avevano esperienza pregresse di cooperazione internazionale; i criteri che vengono applicati oggi dalle Ong per selezionare il personale per i programmi cofinanziati dal Mae o dall’Unione Europea avrebbero orientato la scelta su individui più esperti. Eppure hanno realizzato un lavoro talmente qualificato da meritarsi un premio Onu. La dimensione missionaria e umana si è rivelata un fattore di riuscita del progetto, non un ostacolo o un’interferenza».

(tratto da Rodolfo Casadei, Una passione – L’avventura missionaria di Arturo Alberti, Cantagalli 2022, pp. 154-160)

 

SE NON È ZUPPA, È PAN BAGNATO.

Sulla vicenda della benedizione in chiesa alla coppia omosessuale di Budrio, a cui si è fatto cenno qui l’altro giorno (https://leonardolugaresi.wordpress.com/2022/06/16/si-rendono-conto-di-cio-che-fanno/), la diocesi di Bologna ha preso posizione con un breve comunicato ufficiale (https://www.chiesadibologna.it/sulla-messa-a-budrio-del-gruppo-in-cammino/), il cui senso pare che possa riassumrsi nell’immortale formula difensiva di ogni adultero colto in flagrante: “non è come sembra!”.

 "In riferimento alla Messa celebrata lo scorso 11 giugno nella parrocchia di S. Lorenzo di Budrio, in Diocesi di Bologna, con la presenza di una coppia di persone dello stesso sesso, per non dare adito ad interpretazioni fuorvianti, si precisa che non vi è stata alcuna benedizione della coppia."

Budrio, Diocesi di Bologna

Una gentile lettrice di questo piccolo blog, Maria Cristina, lo aveva previsto con molta esattezza, in un commento al post di cui sopra che mi pare utile riportare.

Io mi ero chiesto come potrebbe la chiesa, qualora cambiasse radicalmente posizione su un punto importante della dottrina cristiana – riconoscendo con ciò implicitamente di avere in precedenza impartito un insegnamento erroneo! – continuare a rivendicare un’autorità riguardo a tutti gli altri punti, contro la ragionevole obiezione che se si è sbagliata su quello potrebbe essersi sbagliata anche sul resto.

La nostra acuta letterice, “di spirito profetico dotata”, mi aveva risposto descrivendo in anticipo, sia pure usando il condizionale al posto dell’indicativo futuro, ciò che si sarebbe di lì a poco verificato nella diocesi del presidente della CEI:

«All’obiezione ragionevole risponderebbero gesuiticamente: “Ma noi non neghiamo la dottrina che rimane sempre la stessa, noi oggi abbiamo un diverso approccio pastorale. Noi, risponderebbero, vogliamo accogliere tutti, senza giudicare, perché chi siamo noi per giudicare? Allo stesso tempo non cambiamo la dottrina che rimane invariata, perché non ci si accusi di andare contro l’ ortodossia, e la nostra autorità rimane invariata. In poche parole risponderebbero che loro benedicono, accompagnano, integrano, sia i gay che si vogliono sposare, sia gli adulteri che vogliono fare la comunione, non li giudicano, li amano “così come sono”. Cioè mettono in pratica il Vangelo. Questi argomenti gesuitici erano già ben presenti ai tempi di Pascal e basta leggere le Provinciali, per capire che ogni obiezione razionale, logica, si infrange sul muro di gomma dell’ ”essere più misericordiosi e accogliere tutti”. […] La Chiesa odierna sta mettendo in atto quello che i gesuiti del ‘600 avevano iniziato: una morale lassa e accomodante, con la scusa della misericordia, perche’ bisogna essere vicini ai peccatori, e non allontanare dalla chiesa i fragili, senza però dare di petto decisamente contro la dottrina, che sarebbe troppo ardito … Per questo non cambieranno certo i documenti ufficiali e non diranno mai papale papale: gli atti sessuali omosessuali, le nozze fra gay, gli adulteri, i divorzi, sono giusti, non lo diranno mai francamente. Ma diranno che loro sono misericordiosi e aperti, accoglienti e veri seguici di Cristo, mentre gli altri, in particolare chi richiama le regole, i tradizionalisti, sono i rigidi e pelagiani, cioè chi richiama la dottrina diventa l’eretico».

domenica 26 giugno 2022

IL CASO SERIO

DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA NON SPRECARE LA SCOSSA USA

Assuntina Morresi

Con il ribaltamento della sentenza Roe vs Wade la Corte Suprema americana ha riaperto il dibattito pubblico internazionale sull’aborto, costringendo la politica (e la società) a occuparsene, e non solo negli Usa. Come noto, i giudici statunitensi hanno stabilito che spetta ai legislatori, al Congresso e alle assemblee dei singoli Stati dell’Unione, regolare l’interruzione volontaria di gravidanza, togliendo cioè il diritto all’aborto come diritto individuale e privato stabilito per tutta la federazione dalla sentenza nel 1973 (e sempre confermata, successivamente, finora).

Adesso quindi negli Usa di aborto si dovrà parlare per decidere, necessariamente, e poiché era stata quella sentenza a far scattare l’effetto domino che lo ha legalizzato in gran parte del mondo, il suo capovolgimento non può lasciare nessuno indifferente, comunque la si pensi in merito.

Ed è bene che si riapra un confronto pubblico sul tema, purché il più lontano possibile da ideologismi e radicalizzazioni che purtroppo già si leggono, si ascoltano e si vedono (anche in piazze ribollenti), ma sono dannosi per tutti: il rovesciamento della Roe vs Wade non può essere letto come un incidente di percorso a cui rimediare con una futura diversa maggioranza alla Corte Suprema. Sarebbe miope fermarsi a questa lettura: il rovesciamento è avvenuto, sì, per spinta politico-giudiziaria, ma anche perché il mondo sta cambiando e può cambiare di più e meglio.

In questi cinquanta anni l’aborto è stato di fatto vissuto da (quasi) tutte e tutti come un diritto, anche dove le stesse leggi non lo definivano come tale (come in Italia) e la politica, una volta regolamentato l’accesso, se ne è sostanzialmente disinteressata.

Abbiamo assistito in Italia, ciclicamente, a campagne strumentali come quelle contro l’obiezione di coscienza e a favore della pillola abortiva, ma nelle aule parlamentari e dei consessi di governo locale la questione aborto non è mai stata veramente affrontata nel merito: non si è mai discusso veramente e serenamente di come poter renderne residuale il ricorso, fino a "svuotare" la legge della tragedia che contiene e che bisogna contenere sino a far sparire, come ha scritto Marco Tarquinio, il direttore di questo giornale.

Eppure, almeno a parole, tutti, sia i sostenitori sia i detrattori delle leggi in vigore, riconoscono l’aborto come un fatto estremamente negativo nella vita di una donna, da evitare. E ormai a parlare del concepito come di un "grumo di cellule" sono soltanto alcuni irriducibili, questi sì, residuali: non serve scomodare le frontiere del progresso scientifico, è sufficiente guardare un’ecografia, anche nelle prime settimane di gravidanza, perché chiunque possa riconoscere una vita umana nel grembo materno.

Ma nel frattempo i metodi farmacologici stanno velocemente cambiando l’aborto, non solo in Italia; lo trasformano da problema sociale a invisibile atto medico, portandolo di nuovo nel privato del proprio domicilio e alleggerendone il peso organizzativo ed economico nelle strutture pubbliche: l’aborto non deve più disturbare.

E non si può parlare di aborto senza allargare lo sguardo alla maternità nel suo complesso, sotto attacco come non mai, ai nostri tempi.

Dalle gestazioni a pagamento con regolare contratto di surroga al commercio di gameti, passando per bislacche teorizzazioni circa "madri malevole", utilizzate come randelli nei tribunali, fino alla surreale discussione pubblica sulla definizione di chi sia una donna, quasi fosse un concetto astratto: troppo porta allo svilimento della maternità, e il gelo demografico che stiamo vivendo nel ricco Nord del mondo è il drammatico, complessivo risultato di tutto questo.

Lo scossone dato dalla Corte Suprema americana può diventare quindi un’occasione importante perché costringe tutti noi, società e politica, a confrontarci anche pubblicamente sulla vita che sboccia nel corpo di un’altra, sulla sua essenza, sul significato personale e sociale e culturale e valoriale del diventare madri, e quindi anche padri.

Che cosa significa essere donne, uomini, genitori nell’era post Roe vs Wade? Questo è il cuore del caso riaperto e serio.

AVVENIRE domenica 26 giugno 2022

 


sabato 25 giugno 2022

LGBT E DINTORNI: L’EPURAZIONE È UN VIZIO ANTICO DELLE IDEOLOGIE


Davide Rondoni

I gay con la divisa lo sono meno di quelli che sfileranno alla parata con le piume?

La notizia sarebbe comica se non svelasse una vena buia della nostra società.

Al Pride di Bologna, gli organizzatori che godono dell’appoggio del Comune e delle Istituzioni, oltre che di Amazon, Netflix, Coca-Cola & co, escludono dalla partecipazione un’associazione Lgbt eccetera delle forze dell’ordine.

Noi siamo contro la polizia dicono i capi del Pride. Quindi ora l’aggettivo gay vale meno di poliziotto? Che ciò avvenga nella città che finge di festeggiare Pasolini mentre contraddice il suo pensiero non è una coincidenza. Fu lui a creare scandalo quando ai Sessantottini manifestanti disse che stava dalla parte dei poliziotti, figli del popolo, e non, come ora, dei figli di papà finti rivoluzionari al servizio di un capitalismo onnivoro.

Il fatto discriminatorio di Bologna, oltre a porre interrogativi alle Istituzioni, conferma che nelle ideologie c’è sempre il vizio di epurare.

E che questa fiera delle identità basate sugli orientamenti sessuali è una risposta errata a una domanda aperta su cosa sia la natura umana.

Se infatti qualifichiamo come identità la tendenza sessuale, come l’appartenenza etnica o religiosa, finiremo, come si vede, a basare il rispetto su tali aggettivi. E allora io come Romagnolo mi dovrei sentire escluso perché nella Costituzione non c’è qualche parola nel mio dialetto? La filosofia gender così come il bieco nazionalismo, sono risposte errate a un problema vero dell’uomo contemporaneo che non sa più "che cosa" identifica la sua natura speciale. E generano ansie, sopraffazioni.

Come sapevano Leopardi e anche Pasolini la natura dell’uomo non è identificata da nessuno dei suoi possibili aggettivi, ma solo dal suo essere rapporto con l’infinito, figlio dell’Infinito. Solo questo motiva il rispetto per tutti. Se no, si va alla guerra grottesca e feroce tra presunte identità.

IL RESTO DEL CARLINO 24/6/22