giovedì 31 ottobre 2024
LUGARESI SECONDA LEZIONE - IL GIUDIZIO NELLA MISSIONE DI PAOLO AI PAGANI
mercoledì 30 ottobre 2024
HARRIS : PUNTARE TUTTO SU “TRUMP FASCISTA” E “FORZA ABORTO” NON FUNZIONA
Cercando solo la demonizzazione dell’avversario la vice di Biden ha disperso tutto il vantaggio registrato nei mesi scorsi nelle intenzioni di voto. Un errore già visto molte volte. «I democratici non hanno imparato proprio niente?»
La candidata
del Partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti Kamala Harris durante
un comizio elettorale a Philadelphia, Pennsylvania, 27 ottobre 2024 (foto Ansa)
Insomma, il quadro negli Stati Uniti
è parecchio diverso rispetto a quello dipinto dalla stampa quest’estate, quando
il vento sembrava avere cambiato direzione e gonfiare decisamente le vele della
vice subentrata allo sfinito Joe Biden nella corsa alla presidenza. Esauritosi
l’entusiasmo per l’ingresso in campo di Kamala Harris, è rimasto quello che
tutti conoscevano già, ovvero un’opinione tutt’altro che positiva di
lei e del suo operato politico, opinione condivisa anche e innanzitutto dai
sostenitori del Partito democratico. E non sembra che la strategia di
paragonare l’avversario a Hitler e di dargli apertamente del «fascista», come
ha fatto la Harris la settimana scorsa nel town hall in Pennsylvania con la
Cnn, stia funzionando.
«Insalate di parole» e accuse a Trump
Nei vari comizi e nelle interviste
nei salotti tv tendenzialmente “friendly”, la vice di Biden sembra davvero non
avere molto altro da proporre agli elettori oltre al ritornello “Trump è un
fascista e per vostra fortuna io non sono lui”. Eppure le intenzioni di voto
non si schiodano dal sostanziale pareggio e semmai è “Adolf Trump” adesso a
risalire nei sondaggi, perfino tra neri e ispanici, come confermano le rilevazioni più recenti.
Il fatto è che Kamala Harris era agli occhi di tutti, e agli occhi dei suoi
potenziali elettori innanzitutto, la peggiore candidata possibile per i
democratici dopo Biden (ricordate che cosa si diceva di lei soltanto a febbraio?).
È dura nasconderselo per tre mesi e passa.
In tutto questo tempo sarebbe stato
utile entrare nel merito, abbozzare un programma, dettagliare che cosa è stato
sbagliato in questi quattro anni di governo e che cosa di diverso intenda fare
una volta eletta presidente, invece niente. Kamala Harris ha scelto di concentrare la sua campagna
quasi esclusivamente sul “pericolo Trump”. Emblematica da questo punto
di vista proprio la pubblica intervista di mercoledì scorso con la Cnn, dove
anche secondo diversi autorevoli osservatori
e consiglieri democrat la vicepresidente è stata «troppo
evasiva» nelle risposte a domande puntuali sul suo programma, diluendo
questioni ben precise in abbondanti «insalate di parole» (così il leggendario
David Axelrod), sperando che bastasse insistere sul presunto fascismo di Trump
per convincere gli indecisi.
Le critiche del New York Times e dei sostenitori
Perfino il più pro Harris tra i
giornali mainstream, il New York Times, ha espresso questa impressione,
criticando la Harris per aver perso la migliore occasione di “vendersi” davanti
a oltre 3 milioni di spettatori e perché a pochi giorni dall’election day «si trova ancora a lottare tra la necessità
di definire se stessa agli elettori che non hanno avuto il beneficio di una
lunga stagione elettorale e il desiderio di concentrarsi sul suo avversario» e
sul «pericolo che lui rappresenta per la democrazia».
Ed è sempre il New York Times a
riportare i messaggi di allarme diramati via email da Future Forward, il
principale super Pac a sostegno di Harris. I super Pac sono comitati che
raccolgono fondi per sostenere indirettamente le campagne dei candidati e
Future Forward aiuta Kamala Harris anche valutando con precisi indicatori
l’efficacia della sua comunicazione agli elettori. «Attaccare il fascismo di
Trump non è persuasivo», si legge «in neretto» in una di queste email. E
ancora: «Gli attacchi puramente negativi alla persona di Trump sono meno
efficaci dei messaggi contrapposti che comprendono in positivo dettagli sui
programmi con cui Kamala Harris intende affrontare le quotidiane necessità
degli americani».
Un déjà-vu del 2016
Come spesso capita, a trovare le
parole migliori per dirlo è Andrew Sullivan, giornalista di orientamento
conservatore ma profondamente antitrumpiano che nelle scorse settimane ha
dichiarato il proprio voto per la Harris, pur pensandone il peggio possibile.
Puntare tutto sulla paura di Trump, ha scritto Sullivan venerdì nel suo The Weekly Dish,
«non basterà per vincere».
![]() |
| Donal Trump serve patatine al Drive-thru nella contea di Buck in Pennsylvania |
fallimento. Le tattiche allarmistiche della Clinton hanno prodotto risultati altrettanto scarsi prima ancora che Trump avesse trascorso un minuto in carica. E oggi, dopo che Trump è già stato presidente per quattro anni e il suo consenso è ai massimi storici, rieccoci al “Trump è Hitler”. […] Intanto “Hitler” serve panini da McDonald’s come un simpatico nonno in grembiule e guadagna sostegno come mai prima d’ora da… giovani neri e latinos».
Non basta dire «almeno non sono Hitler»
(....)
Aborto unico principio «non negoziabile»
Infine l’aborto. O meglio “i diritti
riproduttivi”. Ecco in effetti un tema su cui Kamala Harris è riuscita a
esprimersi con chiarezza e senza tanto cincischiare intorno alle parole. È
successo di nuovo proprio la settimana scorsa quando, rispondendo alla giornalista che le ha chiesto se sia disposta da presidente a
cercare compromessi in materia di aborto (pardon: diritti riproduttivi), per
esempio riconoscendo ai medici il diritto all’obiezione di coscienza, la Harris
ha detto di no, perché «non dovremmo fare concessioni quando si tratta della
libertà fondamentale di prendere decisioni sul proprio corpo».
E così ha
commentato la decisione della Corte suprema di ribaltare la sentenza Roe v. Wade che
nel 1973 riconobbe il diritto costituzionale all’aborto: «Alle donne americane
è stata portata via una libertà basilare, la libertà di decidere del proprio
corpo, e questo non è negoziabile: dobbiamo ripristinare le tutele della Roe v.
Wade, questo è quanto». L’aborto come unico principio «non negoziabile».
Decisamente i democratici non hanno imparato niente.
30 Ottobre 2024 TEMPI
martedì 29 ottobre 2024
IL CENTRODESTRA HA FATTO L'IMPRESA: LA LIGURIA RIMANE A DESTRA
Il giustizialismo e alcuni magistrati non bastano all’ammucchiata progressista per vincere le elezioni. Ma entrambi gli schieramenti hanno dei problemi.
Risultati
elezioni Liguria 2024: al termine di uno spoglio al cardiopalmo, Marco Bucci
vince con il 48,77%, battendo Orlando che si ferma al 47,36%
Il neo governatore Marco Bucci
Nella sorpresa generale, dopo un pomeriggio di battaglia all’ultima scheda, il centrodestra si è ripreso la Liguria. I sondaggi anche degli ultimi giorni lasciavano poche incertezze, ma in senso opposto: il centrosinistra sembrava avere la vittoria già in tasca. Evidentemente qualcosa è cambiato a ridosso del voto. E il patatrac è tutto interno alla sinistra: qui agli errori della prima ora – come la scelta di un candidato amato dagli apparati di partito ma non dagli elettori – si sono sommati gli autogol della vigilia, tipo l’espulsione di Beppe Grillo dal M5s decretata mentre si chiudeva la campagna elettorale. Il fondatore del Movimento, genovese, non è andato a votare e così avranno fatto molti suoi seguaci. Sono assenze pesantissime, soprattutto quando la sconfitta dell’ex ministro Andrea Orlando è quantificabile in meno di 10mila voti di scarto. Assenze che sono andate a ingrossare le file dell’astensionismo (46% la quota di votanti), che in questo appuntamento elettorale ha colpito entrambi gli schieramenti.
Aver vinto in Liguria,
sia pur per pochi voti e con pochi votanti (meno del 50%), è stata per il
centrodestra un’impresa rilevante che peserà sul quadro politico nazionale,
perché ha dimostrato che la coalizione che governa l’Italia è in grado di
sviluppare un’iniziativa politica articolata, mentre il centrosinistra quando
ha compattato la sua matrice ex comunista come con Andrea Orlando e Claudio
Burlando, ha perso la capacità di attrarre sia una fetta
di elettori moderati sia di quelli radicali.
In questo senso c’è un altro dato politico rilevante da
sottolineare: il voto ligure è anche espressione di un solido rifiuto di un
ampio arco dell’elettorato della pretesa della magistratura militante di
scegliersi i presidenti di Regione, di fare la politica estera italiana, di
decidere come si difendono i confini e di proteggere un articolato sistema di
dossieraggio.
Ora a destra il vento della vittoria spazzerà via le
magagne, ma è il caso che nel centrodestra si faccia un’approfondita analisi
interna. La coalizione ha
tenuto, tuttavia la vittoria è dovuta in gran parte ai passi falsi degli
avversari. Con Toti bastonato dalla magistratura, il centrodestra ha
impostato una campagna elettorale sulla difensiva. Di sicuro, a differenza del
Pd, ha scelto il candidato giusto, un simbolo di buona amministrazione che gode
di apprezzamento trasversale e non è divisivo come il suo avversario, uomo dell’apparato
ma non del popolo. La Meloni è corsa a esultare sui social: “Il centrodestra
unito ha saputo rispondere alle aspettative dei cittadini, che confermano la
loro fiducia nelle nostre politiche e nella concretezza dei nostri progetti”. Ma
il dato che deve più preoccupare la premier è proprio quello di Fratelli
d’Italia, che alle europee avevano
preso il 26,8%, e ieri il 15%. Ciò dimostra che una grossa fetta del consenso
al partito su scala nazionale è in realtà un voto d’opinione per
la Meloni che non si riflette localmente.
E a sinistra? Non è la manciata di voti che ha dato la Liguria a Bucci a far male, neppure il crollo dei 5 Stelle o la sparizione degli elettori moderati che Andrea Orlando non ha attratto. Non sono queste le cose che fanno male. Fa male che, di fronte a un’elezione arrivata per gli arresti e le dimissioni di Toti, di fronte ad un governo di centrodestra fiaccato da dimissioni e scandali, di fronte ad uno scenario nazionale deteriorato in materia economica, di fronte a tutto questo, gran parte dei potenziali elettori dello pseudo “campo largo” siano rimasti a casa.

Orlando, Schlein, Conte, Fratoianni
Il che fa capire come sia
complessa la strada che porta la governo. Se le europee avevano dato alla
Schlein le chiavi del Partito democratico, aperta la porta si ritrova tra i
soli compagni che si danno di gomito e si esaltano, ma alla fine quelli sono. E
paiono replicare la strada dell’amato Berlinguer: una forza destinata strutturalmente all’opposizione senza
avere alcuna possibilità di governo. Avere degli alleati simili, e che
si appiattiscono, non amplia la base elettorale e mostra un limite enorme sulla
capacità di proporre soluzione ai problemi. Dall’immigrazione alla precarietà,
dalla sanità pubblica alla crisi industriale, quelle forze non hanno, almeno
per gli elettori liguri, la capacità di dire qualcosa che li faccia smuovere.
Eppure, va ridetto, mai
un’elezione era così pesantemente condizionata dagli elementi esterni. Le
inchieste sul sistema Genova, con Toti che si dimette, avevano spalancato la
porta ad Andrea Orlando
che ha, semplicemente, fallito un rigore a porta vuota.
Servirà anche qui una riflessione per superare questa fase. Da
tempo Prodi suggerisce di aprire le braccia ed accogliere i moderati. Predica
un nuovo Ulivo con una forte gamba centrista e mette in guardia dalla
radicalizzazione delle posizioni che danno tante soddisfazioni al Pd, che si
guarda allo specchio pavoneggiandosi, ma poi resta a mani vuote. Un po’ com’erano i Ds di
D’Alema. Primi nella coalizione, ma incapaci di guidarla alla vittoria
elettorale.
Serve, e servirà, anche capire cosa farà Conte. La sua strada è
irta e perigliosa. Fatta di insidie e di una guerra appena cominciata con il fondatore Grillo. Inoltre, i temi classici
che lo hanno portato in auge, dal superbonus al reddito di cittadinanza, sono
ormai roba vecchia che tutti hanno scordato. E non basta ricordare i bei tempi
andati. Al massimo qualche nostalgico ti vota, ma diventi del tutto influente
fino a sparire.
sabato 26 ottobre 2024
DEVI DIRMI DOV'E'
giovedì 24 ottobre 2024
IN MORTE DI UN AMICO
Una volta, quando ci si andava a confessare, il sacerdote prima di pronunciare la formula dell’assoluzione diceva queste parole: «Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ». La passione di nostro Signore Gesù Cristo, i meriti della beata Maria Vergine e di tutti i Santi, tutto quel che di buono avrai fatto e il male che avrai sopportato ti valgano per la remissione dei peccati, l’aumento della grazia e il premio della vita eterna.
Romano Colozzi, che è morto poche ore fa, di cose buone e importanti ne ha fatte molte nel corso della sua vita
attiva, spesa bene come uomo politico e amministratore della cosa pubblica per
il “bene comune”, come si usa dire con una formula che di solito è vuota ma in
questo caso no, perché si è concretizzata nella partecipazione al più
importante tentativo di applicare la dottrina sociale della chiesa alla
politica italiana mai realizzato nella storia del nostro paese. (Sì, mi
riferisco al governo della regione Lombardia dalla metà degli anni novanta fino
ai primi anni dieci).
Ma il quidquid
boni di ciascuno di noi, quando c’è, è sempre inevitabilmente pieno di
imperfezioni (se non altro dell’amor proprio che inevitabilmente ci mettiamo):
Dio lo accetta, lo gradisce, ma c’è qualcosa di più grande, di più puro e di
più gradito che possiamo dargli, ed è la fede speranza e carità con cui
possiamo vivere le sofferenze che dobbiamo sopportare.
Romano, come dicevo,
ha fatto cose grandi e buone nella sua vita attiva, ma assai più grande è stata
– per quel che di lontano e senza mai parlarne con lui ho potuto intravedere –
quella che mi pare giusto chiamare la sua “vita contemplativa”: i lunghi anni
di sofferenze fisiche silenziosamente portati in un modo che,
sia pur da me solo spiato quasi di nascosto, mi hanno riempito di ammirazione e
ora mi pervadono di una confusione dolorosa e al tempo stesso lieta e grata,
alla notizia della sua morte.
Ma anche questo
sentimento servirebbe a poco, se la sua testimonianza non fosse, come invece
è, martirio, cioè prova
della verità del fatto di Cristo.
Grazie, Romano.
Gli amici del Crocevia
mercoledì 23 ottobre 2024
MA QUALE TROPPA PIOGGIA: LA RESPONSABILITÀ DELL’ALLUVIONE IN EMILIA-ROMAGNA È POLITICA
Ambientalismo miope, vincolistica stringente, incompetenze, tagli di spesa e manutenzione insufficiente. Tutti gli errori della Regione dietro al disastro di questi giorni. Parla il geologo Claudio Miccoli
Sono migliaia
gli sfollati per l’alluvione che ha colpito nel fine settimana
l’Emilia-Rom
agna, causando anche una vittima. Milioni di euro di danni,
centinaia di interventi dei vigili del fuoco per salvare persone in difficoltà,
numerosi blackout e la richiesta da parte della Regione di un nuovo stato di
emergenza: la pioggia caduta nelle scorse ore ha colpito terreni già saturi. A
settembre la Romagna era già stata colpita da un’alluvione, con quattro fiumi
esondati, diversi Comuni allagati e circa mille persone sfollate. Molti hanno
richiamato alla memoria la tragica alluvione di maggio 2023, che provocò nella
regione allagamenti, straripamenti e frane facendo 17
vittime e 10 miliardi di euro di danni.
Come è
possibile che – dopo l’esperienza così recente, i fondi stanziati dal governo e
le promesse che mai più si sarebbe ripetuta una cosa simile,
siamo da capo? Tempi lo ha chiesto a Claudio Miccoli, geologo ed ex dirigente del Genio civile e della
Regione, responsabile per decenni di tanti lavori in mare e per la sicurezza
idraulica dei fiumi.
«Le situazioni sono diverse, intanto perché un territorio e delle infrastrutture che hanno subìto quello che hanno subìto lo scorso anno sono oggettivamente più fragili, anche là dove avevano resistito: tutto il sistema è stressato. Probabilmente, però, non tutti gli interventi necessari a far sì che non si ripetesse una situazione analoga sono avvenuti come dovevano avvenire. Di sicuro non è stata tenuta un’attenzione alta in tutte le aree che erano state segnalate – sia nel piano di assetto idraulico che nel piano regolatore generale delle acque – come aree critiche. Traversara, ad esempio, era una di quelle. Ma a monte di tutto questo c’è il fatto che il paradigma di difesa del suolo della Regione Emilia-Romagna, non è oggettivamente più valido, non è attuale, perché impostato su quanto osservato e studiato trenta-quarant’anni fa»
Nel frattempo
sono cambiati il clima e la distribuzione delle piogge
Sì, e si fa anche meno manutenzione di un tempo, anche a causa di vincoli ambientali sempre più stringenti, e questo ha una ricaduta negativa sulla sicurezza idraulica. Poi si sono dimenticati che le piene si formano in montagna, e la montagna è stata abbandonata. Tutti i lavori di manutenzione che facevano gli agricoltori una volta quando la montagna era vissuta non ci sono più. Quelle micro-manutenzioni fatte da tante persone alla fine formavano un ottimo sistema di manutenzione, tanto che negli anni Sessanta venne fatta dallo Stato una grandissima operazione di bonifica con le comunità montane, con la realizzazione di migliaia di piccoli sbarramenti e invasi per trattenere le acque. Questa volta il 4 per cento delle frane è stato nelle zone argillose, che nell’immaginario collettivo sono le zone più a rischio, mentre il 96 per cento dove c’è la marnosa arenacea, cioè rocce che uno pensa possano “tenere botta”. Sarebbe così, ma tutto il cotico erboso che si è formato sopra queste rocce è partito perché non c’è più un governo delle acque, che infatti sono arrivate in pianura a una velocità incredibile. Il tema allora non è solo quanto piove, ma quanto il territorio non reagisce più alle piogge.
La presidente
ad interim dell’Emilia-Romagna, Irene Priolo, ha chiesto lo stato d’emergenza
dicendo che non si sarebbe potuto fare nulla per evitare i danni.
Non è vero: se mettiamo insieme tutto quello che ho detto prima crolla l’assioma che ha portato avanti la Regione fin dal primo momento, cioè che avrebbe piovuto talmente tanto che era impossibile gestirla. Ha piovuto tantissimo, nessuno lo nega, ma quando c’è un disastro c’è sempre una causa e ci sono delle concause, in questo caso tutte di origine umana, eliminate le quali si eviterebbe il problema, o almeno se ne minimizzerebbero gli effetti. L’area di Traversara, dove il fiume Lamone ha rotto l’argine già due volte nelle ultime settimane, è un esempio di quello che voglio dire: era considerata a rischio e non l’hanno difesa, è saltato una volta, poi è tracimato una seconda volta e domenica s’infiltrava ancora.
Il fiume Lamone ha tracimato dal cantiere di ricostruzione dell’argine
allagando la zona rossa di Traversara (foto Ansa)
L’inondazione di Traversara non è da attribuire ai cambiamenti climatici, ma al fatto che hanno lavorato male. Nel momento in cui le amministrazioni locali, la Provincia, i Comuni, la Regione vincolano a bosco tutti i fiumi, li inseriscono all’interno dei Siti di Importanza Comunitaria e delle Zone di Protezione Speciale, non si possono più a tagliare gli alberi. E uno potrebbe dire “che bello il fiume nel bosco”, peccato che il fiume non sia stato “costruito” per fare da bosco, ma per portare le acque in sicurezza da monte a valle. Se li si fa boscare la corrente si rallenta, la quota dell’acqua si alza e iniziano i problemi.
TEMPI
22 Ottobre 2024
domenica 20 ottobre 2024
ELENA UGOLINI: «LA MIA SFIDA AL CUORE DEL SISTEMA PD»
15 Ottobre 2024 TEMPI
La carica della candidata civica sostenuta dal centrodestra in Emilia-Romagna: «Consiglio al mio avversario De Pascale di votare per me se davvero vuole le riforme che promette e che il suo partito al potere da 54 anni non ha mai fatto» . Elena Ugolini è nata a Rimini nel 1959 e vive da tempo a Bologna. È madre di quattro figli
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| Elena Ugolini |
Era inevitabile che la campagna
elettorale in Emilia-Romagna, dove il 17 e 18 novembre prossimi si voterà per
scegliere il successore di Stefano Bonaccini alla presidenza della Regione,
finisse per accendersi particolarmente intorno ai danni di un’alluvione capitata “in diretta” davanti agli occhi
di candidati ed elettori, e intorno alle responsabilità della mancata
realizzazione di adeguati interventi difensivi sul territorio. Fin da subito
ritardi e lacune nella ricostruzione dopo la (doppia) alluvione
del maggio 2023 e nelle opere di prevenzione sono stati un tema
centrale della competizione, ma adesso, dopo la terza inondazione subita dalla
Romagna in sedici mesi, l’argomento non poteva non monopolizzare la contesa.
Parte dunque da qui questa intervista
di Tempi a Elena Ugolini, una donna con un curriculum lungo
così, nota per aver guidato
il Malpighi di Bologna fino a renderlo un punto di riferimento
nazionale per le scuole paritarie e non solo quelle, collaboratrice di diversi
ministri dell’Istruzione di tutti i colori e sottosegretario al Miur nel
governo Monti, oggi soprattutto la candidata civica che ha ottenuto l’appoggio
del centrodestra nella sua sfida a uno storico fortino della sinistra, a quel
«sistema dirigista che dall’alto decide cosa è buono e cosa no» e che regna
incontrastato da oltre cinquant’anni, come
abbiamo scritto nel numero di settembre del mensile.
Che cosa rimprovera alla Regione
rispetto all’alluvione?
I miei rimproveri alla Regione si
fondano su quel che dicono gli alluvionati. La prima cosa che ho fatto quando
ho cominciato la campagna è stata andare nei territori colpiti, ho girato
moltissimi paesi e incontrato i comitati degli alluvionati. Già all’inizio di
settembre ho visto molta preoccupazione, la gente diceva: “Non possiamo passare
da una alluvione all’altra”. E più che i ristori, chiedevano la messa in
sicurezza del territorio. Mi facevano vedere che i fiumi erano ancora pieni di
tronchi, i canali non erano stati puliti, gli archi dei ponti ostruiti. La
gente era terrorizzata.
Poi sono arrivati questi rovesci
senza precedenti.
È venuta giù molta pioggia, sì, però
è durata 24 ore, non due o tre giorni come nel maggio 2023. La gente ha visto
di nuovo salire l’acqua e con l’acqua è salita anche la rabbia. Più che per
quanto non è stato fatto in questo anno e mezzo, per quanto non è stato fatto
in 54 anni di governo di sinistra della Regione. Regione che ha competenza
diretta sul dissesto idrogeologico e sul governo delle acque.
Che cosa non ha fatto la Regione?
Le famiglie e gli agricoltori
alluvionati per la seconda o terza volta nell’arco di due anni lamentano che
non sono stati costruiti gli invasi e le vasche di laminazione che servono per
mitigare gli eventi estremi. O vasche che oltre a difendere dagli allagamenti i
luoghi abitati conservino l’acqua e permettano di riutilizzarla in caso di
siccità. Ma per un piano serio di governo delle acque servono anche canali,
dighe. Invece sa che della famosa diga di Vetto si parla dagli anni Sessanta e
ancora non c’è? E poi non è mai stata garantita la pulizia dei fiumi, con letti
che si sono alzati in questi anni fino a un metro, il che comporta una drastica
riduzione della portata.
Colpa anche questo di chi ha
governato in questi decenni?
I contadini romagnoli raccontano che
una volta erano loro i primi a darsi da fare per allargare gli argini dei
fiumi, liberarne il corso da tronchi e rami, ripulirne i letti. Cose che non
sono più state fatte. Figurarsi: fino al maggio scorso gli agricoltori che
portavano via un tronco da un fiume o toccavano un argine venivano multati. Ma
gli agricoltori sono i primi custodi dell’ambiente, non i suoi nemici, come
pensano gli alleati del mio avversario Michele De Pascale. Io penso che
dobbiamo restituire loro la possibilità di continuare a fare quello che hanno
fatto per secoli.
Perché la Regione non ha fatto tutto
questo?
Perché aveva altre priorità, per
esempio coprire il buco della sanità. E poi perché obbedisce a un’ideologia ambientalista
fondamentalista che in nome della cura del territorio si oppone al governo del
territorio, nella convinzione che la natura si debba in qualche modo
autogovernare. Ma questo è contrario a ogni principio di buonsenso.
Proprio perché i cambiamenti climatici porteranno a una sempre maggiore
concentrazione delle piogge sul nostro territorio e al continuo passaggio da
siccità ad alluvione, noi dobbiamo, uno, costruire infrastrutture che ci
permettano di governare il corso dei fiumi e dei loro affluenti; due, dobbiamo
coinvolgere gli agricoltori nella cura del territorio; e tre, dobbiamo
combattere lo spopolamento delle aree interne, perché soprattutto sugli
Appennini e sui colli avere terreni incolti è come lasciar scivolare l’acqua
sul ghiaccio.
Già prima che sulla Romagna si
abbattesse la terza alluvione in 16 mesi, lei diceva che la Regione ha la grave
responsabilità di non aver speso i fondi disponibili per queste opere.
Ricordo solo che nel 2022 la nostra
Regione ha restituito 50 milioni di euro destinati proprio al contrasto del
dissesto idrogeologico, innanzitutto alla costruzione degli invasi. Adesso la
sinistra si appiglia a dettagli di tipo tecnico, ma la realtà è questa. La
realtà è che dei soldi assegnati per esempio al Comune di Ravenna (sindaco De
Pascale) per ripristinare i danni dell’alluvione del maggio 2023 è stato speso
solo il 5 per cento.
Ha senso la richiesta di De Pascale
che il prossimo commissario alla ricostruzione post alluvione sia il presidente
della Regione, chiunque vinca?
Per me il problema vero non è la
ricostruzione, ma la messa in sicurezza del territorio, che – al netto delle
azioni straordinarie necessarie per rispondere all’emergenza in corso – può
avvenire solo attraverso il lavoro ordinario della Regione. Dobbiamo recuperare
un giusto rapporto tra l’uomo e la natura. Nella coalizione guidata dal Pd di
De Pascale ci sono proprio le persone che per anni hanno impedito e ancora oggi
impediscono questo.
I segni dell’alluvione a Traversara,
frazione di Bagnacavallo (Ravenna),
20 settembre 2024 (foto Ansa)
Altra notizia recente è la
sorprendente sintonia tra Giorgia Meloni e il nuovo presidente di Confindustria
Emanuele Orsini sulla necessità
di frenare l’ambientalismo ideologico del Green Deal europeo. Orsini,
tra l’altro, è un emiliano e questo non è un dettaglio, perché in Europa il Pd
“padrone” dell’Emilia-Romagna sostiene proprio le misure che in nome della
tutela dell’ambiente minacciano di smantellare le industrie che rendono la
regione motore produttivo del paese. Basta pensare a settori come
l’agroalimentare, la meccanica, gli imballaggi…
La politica delle due facce è una
caratteristica fondamentale del Pd emiliano-romagnolo: qui parlano della
necessità di «accompagnare le aziende del nostro territorio a una transizione
ecologica che coniughi decarbonizzazione e competitività»; in Europa però
sostengono esattamente quei provvedimenti che rischiano di mettere in
ginocchio, per esempio, il packaging, visto che noi siamo campioni del riciclo
e a Bruxelles invece la famiglia socialista di Elly Schlein punta tutto sul
riuso. Sono contraddizioni forti che occorre portare alla luce, per questo
l’intervento di Orsini è importante.
Pochi però da quelle parti sembrano
disposti a parlarne apertamente.
In una regione governata sempre
dallo stesso sistema per 54 anni l’intreccio tra politica ed economia è
strettissimo, e si sa che qui, come diceva Orwell, tutti gli animali sono
uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Sono affermazioni dure ma
condivise da tantissime persone, le assicuro: se pochi lo dicono a voce alta è
proprio per il clima che c’è.
Il mondo delle imprese non pare
entusiasta nemmeno dell’idea, questa del governo di Roma, di obbligare le
imprese ad assicurarsi contro le calamità.
Sarà sempre più importante tutelarsi
rispetto ai cambiamenti climatici. Così come è importante che ci sia libertà di
scelta e, con le incentivazioni giuste, le aziende potrebbero essere aiutate a
fare questo passo. Ciò detto, per tutti gli imprenditori che incontro, ma
proprio tutti, grandissimi, grandi, medi, piccoli e piccolissimi, la priorità è
sempre la stessa.
Quale?
Semplificazione burocratica.
Tutto il mondo è paese.
Per dare un’idea dell’inerzia della
sinistra emiliano-romagnola, dico solo che nel 2022 la Regione ha individuato
con le parti sociali 70 procedure amministrative da semplificare: in due anni
ne hanno eliminate tre. E dire che sarebbero tutti interventi a costo zero ma
in grado di favorire progetti e investimenti.
Tornando al clima che si respira, i
sondaggi danno in netto vantaggio De Pascale.
Ma secondo gli stessi sondaggi ben il 50 per cento degli intervistati dice di essere indeciso. Il mio obiettivo è puntare sugli incerti, oltre che sugli elettori che già condividono la necessità di un’alternanza dopo più di mezzo secolo. E poi su quanti non sono mai andati a votare o hanno smesso di farlo da anni. Io punto su un voto che non è di appartenenza, ma di corrispondenza: voglio intercettare la domanda e i bisogni concreti delle persone, cercando di far capire che ci può essere un’altra visione. È proprio questo che dà fastidio a Bonaccini e al potentato economico che sta dietro al Pd, l’idea che possa esserci un’altra visione. Hanno una presunzione, un senso di superiorità che in questi anni ha impedito loro di ascoltare la gente. Dall’associazione di volontariato che ho incontrato nei giorni scorsi e che dà una casa ai senzatetto, all’imprenditore agricolo che governa mille ettari, a quello che ne ha solo 10 e che ha un piccolo agriturismo, fino all’elettricista, al farmacista, al medico primario, a chi gestisce residenze per anziani: persone diversissime tra loro, ma tutte dicono che in Regione non c’è ascolto. Il potere decide, poi può anche starti a sentire, ma solo per confermare quello che ha già deciso. E io insisto: una visione diversa è possibile. Mi sono divertita moltissimo quando ho incontrato nell’alto Parmense i sindaci di Fornovo di Taro, Varano de’ Melegari e Bore, che con una lista civica sono riusciti a mandare a casa il Pd che comandava da sempre. Dicevano: “Guarda Elena che lo spazio c’è, perché la gente ti segue sulla concretezza di un approccio che aiuta a vivere, a fare impresa, a tirar su famiglia, a curare gli anziani”.
La sinistra e i giornali d’area
hanno iniziato da subito ad accusarla di non essere “davvero” una candidata
civica, ma di essere “sempre più vicina al centrodestra”.
È la loro tattica, sì. Io invece chiedo agli elettori di giudicare quello
che ho fatto nella vita, e che i miei avversari non hanno mai fatto perché loro
non hanno mai lavorato né hanno mai costruito nulla se non ciò che gli è stato
dato per appartenenza al partito. E poi chiedo di giudicare la proposta del progetto civico che è stato
condiviso da tutte le forze del centrodestra. Sono Meloni, Salvini e Tajani a
dirmi di andare avanti con il mio progetto, un programma ben preciso e un
cambiamento di metodo – al centro la persona con la sua capacità di iniziativa
– da cui domani, se vinceremo, dovremo derivare tutte le politiche della
Regione. Nei leader del centrodestra ho trovato molta più libertà e fiducia di
quelle che avrei potuto trovare nella compagine di centrosinistra, dove in
troppi sono già sicuri di vincere e hanno l’unico problema della poltrona da
prendersi.
Ecco, “la persona al centro” è un
po’ lo slogan dominante della sua campagna. Che cosa vuol dire concretamente,
per esempio nell’altro tema caldissimo della competizione, la sanità?
Vuol dire per prima cosa mettere al centro la persona che cura: i
medici e gli operatori del settore, che devono essere ascoltati, valorizzati
e messi nelle condizioni di lavorare senza doversi dimettere. Cito dallo sfogo
social divenuto virale di una donna «sfinita da due anni di ospedale», un
medico internista 32enne che si è dimessa dopo aver lavorato proprio
nell’ospedale di Ravenna, la città di cui De Pascale è sindaco: «Accuso un
sistema che svilisce il lavoro degli operatori sanitari, che ci tratta come
pedine intercambiabili sminuendo la nostra preparazione e i nostri studi
specialistici, indifferente alle lamentele e alle possibili inadeguatezze,
dannose per noi ma soprattutto per chi sta male». Ecco, in sanità vorrei
mettere al centro innanzitutto le persone che si prendono cura di noi e che
sono sfinite, perché sono trattate come esecutori di protocolli, a tutti i
livelli. E poi disegnerei un Servizio sanitario regionale in cui sia possibile
davvero la “presa in carico” dei malati. Questo è fondamentale perché con
l’invecchiamento della popolazione aumentano le persone con malattie croniche.
E chi dovrebbe “prendere in carico” questi pazienti?
È compito innanzitutto della medicina territoriale,
quindi dei medici di medicina generale, che vanno valorizzati e
responsabilizzati. Ho in mente esempi che mi piacerebbe mettere a sistema.
Penso a uno studio associato di medici di Ferrara che segue 14 mila pazienti:
sono specialisti di varie discipline, dal cardiologo al geriatra, sono
contattabili dalle 8 di mattina alle 8 di sera, hanno personale amministrativo
che aiuta i pazienti anche a fare prenotazioni al Cup, hanno infermieri per le
piccole medicazioni e i prelievi, insomma possono veramente prendere in carico il paziente,
evitando che diventi un viandante che suona a tutti i campanelli per capire che
cosa fare. Perché è questo che accade oggi a tanti anziani, specie a
quanti non hanno una famiglia su cui contare.
De Pascale però insiste nel
rivendicare l’eccellenza della sanità emiliano-romagnola.
Se un malato oncologico che deve
fare verifiche tre volte l’anno è costretto ad andare a Occhiobello, in Veneto,
per avere la Tac in tempo, è evidente che la narrazione di una sanità perfetta
si scontra con la realtà. Questo sistema sanitario è stato costruito intorno a
una popolazione diversa dall’attuale, e va cambiato. Anche De Pascale adesso
dice che vuole cambiarlo, peccato che la Regione lo abbia modificato proprio
quest’anno senza tenere conto di tutto questo… Insomma, come ho già avuto modo
di dire, consiglio al mio avversario di votare per me se spera in una vera
riforma della sanità.
E cosa chiedono, invece, a una
cattolica come lei i cattolici della Regione che sbandiera i propri “strappi”
su pillola abortiva, suicidio
assistito, eccetera?
Penso che si rendano conto anche
loro della scarsa credibilità di De Pascale, che promette una politica “dalla
parte della famiglia”, quando qui una simile politica non è mai stata fatta.
Non solo: si progetta addirittura di distribuire la pillola abortiva in modo
anonimo alle minorenni. Penso
che per una persona che crede nel valore della vita sia un problema avere a
capo della sanità della Regione le forze che hanno preferito realizzare
politiche che inducono a certe scelte anziché preoccuparsi di garantire la
diffusione delle cure palliative e assistenza domiciliare agli anziani con
qualità e continuità. A me sembra evidente che c’è un problema di
coerenza, come per il Green Deal.
https://www.tempi.it/elena-ugolini-la-mia-sfida-al-cuore-del-sistema-pd/
AUGURI ELENA ANCHE DA NOI DEL CROCEVIA
sabato 19 ottobre 2024
IL GUSTO DEL GIUDIZIO CRISTIANO
Un ciclo di tre
incontri, promossi a Cesena dal Campo della stella e dal Crocevia, guidati dal
professor Leonardo Lugaresi, per approfondire “La missione della Chiesa negli
Atti degli apostoli”
«Erano perseveranti nell'insegnamento
degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere. In
ogni persona c'era timore, molti prodigi e segni avvenivano per mezzo degli
apostoli».
Il sommario che chiude il secondo capitolo degli
Atti fa da guida al primo dei tre incontri del ciclo “La missione della Chiesa negli Atti degli apostoli”, pensato per approfondire alcuni aspetti dell’intervento di Davide Prosperi all’Assemblea
dell’Associazione italiana dei centri culturali del 18 maggio scorso. Gli appuntamenti, guidati dallo studioso Leonardo
Lugaresi, vogliono offrire un contributo alla
Chiesa impegnata nel cammino sinodale ma anche ai centri culturali nati dalla
vita di Comunione e Liberazione. I tre incontri pubblici (14 ottobre, 28 ottobre e
lunedì 11 novembre 2024) hanno un duplice scopo. Il primo è di riprendere il «gusto del giudizio cristiano», con la vitale intensità e passione missionaria con
cui i primi cristiani l’hanno praticato. Il secondo è la riscoperta della tradizione alla luce delle domande che il tempo presente
pone, nella co-essenzialità dei suoi tre volti: attrattivo, del dialogo e del
giudizio culturale e martiriale.
Negli Atti, infatti, sono sinteticamente
enunciati tutti i fattori costitutivi della Chiesa. L’aiuto a «ritornare agli aspetti elementari del
cristianesimo», secondo l’invito di don Giussani, è uno degli scopi dichiarati dell’iniziativa
promossa dal Centro culturale Campo della Stella di Cesena e dall’Associazione
Italiana Centri culturali, in collaborazione col centro culturale il Crocevia.
L’incontro di lunedì scorso è stato incentrato
sull’attrattività del cristianesimo della prima
comunità. Per spiegarne la natura, il
professor Lugaresi (Associazione Patres) si è basato anche sugli altri due
“sommari” degli Atti.
«La moltitudine di coloro che avevano
creduto era un cuore e un'anima sola e neppure uno diceva proprio qualcosa di
ciò che gli apparteneva, ma tutto era comune per loro, e con grande forza gli
apostoli rendevano la testimonianza della resurrezione del Signore Gesù; una
grande grazia era su tutti loro».
La comunità cristiana viene mostrata qui
in tutta la sua diversità. In un mondo in cui
la miseria è considerata quasi un fenomeno naturale, c’è un luogo in cui
nessuno muore di fame perché chi possiede qualcosa mette in comune le proprie ricchezze. A questa convenienza il terzo sommario aggiunge
un altro aspetto della "vita buona" della prima comunità: essere un
luogo dove si guarisce dalle malattie. In questa prospettiva, commenta
Lugaresi, «la missione non è tanto un andare verso, un agire per, quanto piuttosto
un vivere e mostrare».
Gli Atti vengono così proposti come un aiuto
fondamentale a noi cristiani di oggi. «Atti è precisamente il testo sacro – ispirato da Dio allo stesso modo dei vangeli –
che ci fa vedere la Chiesa non come un momento successivo, secondario rispetto
alla Rivelazione di Dio, un mero strumento di comunicazione di essa, ma come
sua parte integrante. È il libro che dimostra come non vi sia alcuna separazione tra "tempo di
Cristo" e "tempo della Chiesa",
perché il contenuto del messaggio neo-testamentario non è “Gesù Cristo e
basta”, ma “Gesù Cristo e la Chiesa” o meglio "Gesù Cristo nella sua vita
terrena e Gesù Cristo nella Chiesa"», chiosa Lugaresi.
Se il tempo e la storia non finiscono con la
Resurrezione - commenta infine lo stesso relatore - noi però «conosciamo il
nostro compito in essa e ciò che le conferisce il senso. Il senso della storia è infatti la testimonianza di
Gesù Cristo, fino ai confini della terra cioè fino
all'estremo limite umanamente raggiungibile. Questo è il senso della Chiesa e
la sua missione. Questo, il senso della nostra vita». I prossimi due incontri
saranno dedicati al "giudizio" (28
ottobre) e alla "dimensione martiriale del cristianesimo"
(11 novembre) ed è possibile
seguirli anche in streaming sul canale
Youtube del Centro culturale Campo della Stella.
Roberto Gabellini18.10.2024Associazione Italiana Centri Culturali








