giovedì 31 marzo 2011

I BENPENSANTI PROGRESSISTI E LA DHIMMITUDINE LAICISTA

Riflettere su Dio e il male ed essere accusato d'indegnità scientifica

IL CASO DE MATTEI

Lo storico Roberto de Mattei non immaginava che la riflessione da lui fatta dai microfoni di Radio Maria una settimana fa, nel corso di una rubrica mensile intitolata alle radici cristiane, sarebbe stata usata per chiedere le sue dimissioni dalla vicepresidenza del Consiglio nazionale delle ricerche, per incompatibilità tra le idee espresse in quella occasione e il ruolo scientifico che la sua carica presuppone.

Rilanciate dall'Unione atei e agnostici razionalisti, le parole di De Mattei sono diventate, in un titolo della Stampa, l'affermazione che "il terremoto è un castigo di Dio": "Il suo, insomma, è un punto di vista non particolarmente basato sulla scienza - ha scritto la giornalista Flavia Amabile - ed è abbastanza comprensibile: se si legge il suo curriculum si nota che non è uno scienziato ma uno storico con evidenti radici cattoliche".

E' il professor De Mattei a spiegarci che "i temi da me trattati da un anno nella rubrica su Radio Maria, da privato cittadino e ovviamente senza che sia mai stato citato il mio ruolo al Cnr, sono di carattere religioso. Mercoledì scorso ho parlato del mistero del male, accostando due episodi di sofferenza: il terremoto giapponese e l'assassinio del ministro pachistano cristiano Shahbaz Bhatti, un male indipendente dalla volontà dell'uomo e un male originato dalla persecuzione e dall'odio umano. Ho detto testualmente che non c'è male morale nel terremoto perché il terremoto viene dalla natura, che è in sé buona, è creata da Dio, e se Dio permette i terremoti e altre sciagure, esistono ragioni che egli conosce e che noi non conosciamo".

De Mattei ha ripreso alcuni passi di quanto monsignor Orazio Mazzella, arcivescovo di Rossano Calabro, pubblicava in un libriccino all'indomani del terremoto di Messina, nel 1908. "Mazzella, a proposito del male inspiegabile, della catastrofe che colpisce indiscriminatamente, faceva una serie di ipotesi. La prima è che attraverso queste sciagure Dio ci stacca dai beni della terra e ci fa sollevare gli occhi al cielo. Una seconda ipotesi -ipotesi, non sentenza -è quella della punizione, una terza è che attraverso la sofferenza e il sacrificio le anime hanno la possibilità di unirsi a Dio. Ho aggiunto che l'unica cosa certa, per noi credenti, è che una ragione per Dio c'è, anche se non ci è dato comprenderla. Tutto ciò che accade ha un senso".

Si rimprovera a De Mattei il passaggio in cui dice, sempre citando Mazzella, che "ci accorgeremo che per molte di quelle vittime, che compiangiamo oggi, il terremoto è stato un battesimo di sofferenza che ha purificato la loro anima da tutte le macchie, anche le più lievi, e grazie a questa morte tragica la loro anima è volata al cielo prima del tempo perché Dio ha voluto risparmiarle un triste avvenire".

Le riflessioni di De Mattei -al quale, inoltre, non si perdona di aver organizzato tempo fa un convegno di studiosi antidarwinisti -sono senza dubbio faticose da sentir pronunciare, ed è comprensibile che per molti siano inaccettabili.

Ma che c'entra l'indegnità "scientifica" del vicepresidente del Cnr? De Mattei dice che "dovrebbe essere evidente che un credente, come io sono, all'interno di una meditazione dettata dalla fede (è una colpa?) abbia il diritto di ricordare quello che la dottrina cattolica, il magistero dei padri e dei dottori della chiesa, degli stessi Pontefici, ripete da sempre: Dio non ha creato il mondo per disinteressarsene".

Il problema, secondo lui, è che "chi chiede le mie dimissioni vuol fare passare il principio che un cattolico non possa svolgere funzioni pubbliche. Chi crede nel dogma dell'Immacolata Concezione non potrà quindi mai più insegnare all'Università? Chi fa la comunione, e quindi crede nella transustanziazione, dovrà nascondere la propria fede perché 'antiscientifica'? Gli insegnanti credenti che svolgono un ruolo pubblico, non potranno più andare a parlare di ciò in cui credono alla radio, cattolica o meno?".

A De Mattei è arrivata la solidarietà di un ricercatore laico, lo storico del Cnr Luca Codignola, che sull'Occidentale ha denunciato la "petizione di benpensanti progressisti" che vogliono le sue dimissioni. Einstein diceva che Dio non gioca a dadi con l'universo, il grande genetista cristiano Francis Collins ha scritto che la scienza è per lui una "opportunità di preghiera". Da declassare anche loro?

"E'evidente -conclude De Mattei -che qualcuno sogna una specie di dhimmitudine laicista: sei credente? Bene, purché te ne rimanga in chiesa; senza occupare spazi pubblici né pretendere di parlare pubblicamente delle tue convinzioni".
Tratto da Il Foglio del 30 marzo 2011

LE VITE DEGLI ALTRI



Undicimila motivi
per una riforma

Le intercettazioni illecite di Bari spiegano il problema della giustizia

Il tribunale di Bari ha dichiarato inutilizzabili undicimila intercettazioni, perché non erano sufficientemente motivate.

L’allora procuratore Michele Emiliano, oggi sindaco del capoluogo pugliese, aveva affidato le intercettazioni dei fratelli Tarantini a un soggetto estraneo alla polizia giudiziaria, senza chiedere la necessaria autorizzazione.

 A dieci anni di distanza, dopo che i testi di quelle intercettazioni illecite sono stati pubblicati da tutti i giornali, dopo che carriere sono state distrutte mentre altre – a cominciare proprio da quella di Emiliano – si sono costruite su quelle propalazioni, si viene a sapere che quelle stesse intercettazioni non possono essere impiegate per lo scopo formale per il quale erano state disposte: cioè la prova di presunti reati nel corso di un processo penale.

Da questo episodio emergono alcune amare verità.

In primo luogo è evidente che la procura ha commesso un errore, probabilmente addirittura un abuso, incaricando per operare intercettazioni un soggetto di sua scelta, senza disporre della necessaria autorizzazione. E di questo abuso non risponderà nessuno, perché l’unica casta davvero coperta da impunità è quella giudiziaria.

In secondo luogo si sono determinati danni consistenti per gli imputati, che sono stati condannati dal circuito mediatico-giudiziario, anche se, in assenza di prove valide, probabilmente saranno assolti dopo un calvario decennale. Se anche fossero colpevoli, il danno sarebbe patito da altri, cui verrebbe negata giustizia per colpa della procura: la quale però, come sempre, ne uscirà senza alcuna responsabilità, né civile né tantomeno penale.

Anche il fatto che le intercettazioni irregolari siano state ammesse nelle udienze preliminari, ed escluse solo in sede processuale, dovrebbe far riflettere su una certa propensione della magistratura giudicante a non contrastare quella inquirente, anche quando viola le regole.

Insomma, si vedono qui con chiarezza
le conseguenze della mancata separazione delle carriere,
dell’assenza di una ragionevole limitazione delle intercettazioni,
di un meccanismo che sanzioni gli eventuali abusi dei magistrati (che poi magari ne approfittano politicamente).

Chi continua a opporsi a qualsiasi riforma della giustizia è evidentemente convinto che le cose vadano bene così, che un magistrato possa commettere abusi, sbattere in prima pagina intercettazioni ottenute illecitamente, e alla fine ottenerne anche un consenso politico.

Chi invece è davvero solo preoccupato che la riforma sia equilibrata e volta a tutelare interessi generali, guardi con attenzione alla vicenda barese e spieghi in che modo le controproposte che avanza sono efficaci per evitare che lo scempio si ripeta e si moltiplichi. Anche quando Berlusconi non c’entra niente.

Tratto da Il Foglio del 30 marzo 2011

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SILVIONE L'AFRICANO

Siamo alle solite.


Coi lampedusani ha fatto il lampedusano, dimenticandosi che coi tunisini aveva fatto il tunisino.
Il guaio è che ce n’eravamo dimenticati anche noi, ubriacati dalle giravolte continue di questo venditore di stati d’animo, che ha in tasca un copione per ogni pubblico e una faccia per ogni evenienza.
Dunque: l’uomo della Provvidenza che ieri arringava la folla dell’isola assediata, promettendo di «liberarla» dagli invasori entro 48-60 ore, è lo stesso che il 27 agosto 2009 pronunciò negli studi della tv satellitare tunisina Nessma (di sua proprietà) le seguenti, nobilissime parole:
«Il nostro passato di emigranti ci impone il dovere di dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli. La possibilità di un benessere che significa anche l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità. È questa la politica del mio governo!».
In piena estasi mistica, la giovane conduttrice tunisina gli chiese il permesso di applaudirlo. E lui, benevolo come sempre, acconsentì. In cambio pretese da lei il numero di telefono (forse era la nipote di Ben Ali).
Quella sera la tv irradiò il verbo di Silvione l’Africano in tutti i Paesi del Maghreb ed è lecito pensare che i telespettatori più affamati avranno accolto le parole dell’illustre dirimpettaio come un invito a raggiungerlo nel suo accogliente Eden appena possibile, cioè adesso.


tratto da "lastampa" del 31 marzo

mercoledì 30 marzo 2011

LA BALLATA DEL CAVALLO BIANCO



LA BALLATA DEL CAVALLO BIANCO, di G. K. Chesterton

Una meditazione poetica su un fatto realmente accaduto e una visione profetica del nostro presente. È l’anno 878. Il re Alfredo il Grande d’Inghilterra aveva appena sconfitto l’invasore, il re di Danimarca Guthrum e liberato il suo Paese. Dunque è un momento di tranquillità e di serenità. Senonché il re Alfredo, una notte, ebbe la singolare visione di un altro esercito che stava entrando in Inghilterra, molto più pericoloso di quello dei Danesi.

"Sì, questo sarà il loro segno:
il segno del fuoco che si spegne,
e l’Uomo, trasformato in uno sciocco,
che non sa chi è il suo signore,
Anche se arriveranno con carta e penna
[uno strano esercito, che non ha armi, ma solo carta e penna!]
e avranno l’aspetto serio e pulito dei chierici,
da questo segno li riconoscerete,
dalla rovina e dal buio che portano;
da masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone,
da un cieco e remissivo mondo idiota,
troppo cieco per essere disprezzato;
dal terrore e da storie crudeli
di una macchia segnata nelle ossa e nelle stirpe,
dalla vittoria dell’ignavia e della superstizione,
maledette fin dal principio,
dalla presenza di peccatori,
che negano l’esistenza del peccato;
da questa rovina silenziosa,
dalla vita considerata una pozza di fango,
da un cuore spezzato nel seno del mondo,
dal desiderio che si spegne nel mondo;
dall’onta scesa su Dio e sull’uomo;
dalla morte e dalla vita rese un nulla,
riconoscerete gli antichi barbari,
saprete che i barbari sono tornati."


(…) Chesterton scrive questo poemetto, di cui oggi avvertiamo la straordinaria carica profetica, nel 1911. Mi chiedo: che senso ha parlare oggi di educazione? La mia risposta è: nessuno. Non ha più nessun senso, dal momento che è stato negato che si possa donare un senso al nostro quotidiano soffrire.

Quando Chesterton dice che la caratteristica di questi uomini è di essere «devoti al Nulla», in fondo dice che per questi uomini non c’è nessun senso che si offra dentro al quotidiano soffrire dell’uomo, al suo quotidiano lavoro, all’amarsi di un uomo e una donna nel matrimonio e così via, nelle grandi esperienze della vita.

Se tutto questo viene negato, non solo non ha più senso parlare di educazione – a che cosa educo? perché dovrei educare? – ma in fondo, come dice il poeta, il segno di questa umanità sarà «il segno del fuoco che si spegne». In una condizione in cui non ha più senso parlare di educazione, che cosa ne è allora dell’uomo?

È qui che i versi di Chesterton sono particolarmente suggestivi. Che ne è di questo uomo? Che prima o poi comincerà a vivere senza sapere perché vive. Comincerà ad esercitare la sua libertà senza sapere perché è libero. Lavora senza sapere perché lavora, e alla fine muore senza sapere perché si muore. Questo è l’uomo di oggi.

Il poeta dice stupendamente: «l’onta scesa su Dio e sull’uomo». Un’umanità cioè spenta e atrofizzata. Come si pone la Chiesa in questa situazione? Fa quello che ha fatto l’Alfredo del poema di Chesterton: la sfida, cioè l’affronta. Ecco appunto la sfida educativa. La Chiesa si confronta con questo nuovo contesto, si prende cura di questo uomo in carne e ossa, non dell’uomo in astratto ma proprio di quest’uomo che vive questa condizione.

Si prende cura, come dice il poeta, di quegli «uomini devoti al Nulla,
diventati schiavi senza un padrone, peccatori che negano l’esistenza del peccato, che considerano la vita una pozza di fango» che hanno reso un nulla la vita e la morte.

 Non è la prima volta che la Chiesa deve affrontare momenti difficili, anche se credo che in una situazione di tale radicale vuoto non si sia mai trovata. Come il re Alfredo che vede l’Inghilterra occupata da un esercito senza armi ma solo con carta e penna, e con soldati vestiti da chierici, essa si trova ora di fronte a qualcosa di veramente nuovo.

In questo contesto la Chiesa fa quello che ha sempre fatto. La Chiesa non ha paura di sfidare questo mondo, perché possiede l’unico messaggio che può convincere l’uomo che la sua vita e la sua morte non sono un nulla. Perché la Chiesa sa che Dio ha tanto amato l’uomo da morire sulla croce. E qui voglio dire con molta tristezza: togliete pure il crocifisso dai muri, togliete anche questo ricordo e l’uomo non potrà che avere un profondo disprezzo di se stesso.

Non lasciamoci ingannare dalla retorica della giustizia, dei diritti, e da simili cose. Sono orpelli. Perché il vangelo nasce nel cuore dell’uomo nel momento in cui la notte di Natale quattro sporchi e maleodoranti pastori si sono stupiti di come Dio si prendesse cura di loro. In quel momento il Cristianesimo è nato. E in quel momento è stato interdetto all’uomo di disprezzarsi.

Togliete la possibilità all’uomo di stupirsi di fronte alla sua dignità che ha il fondamento su quell’amore che spinge un Dio fin sulla croce, e a quel punto, come già nel poemetto di Chesterton, succederà che «dall’onta scesa su Dio e sull’uomo, dalla morte e dalla vita rese un nulla riconoscerete gli antichi barbari. Saprete che i barbari sono tornati».


CARLO CAFFARRA,
Arcivescovo di Bologna
8 NOVEMBRE 2009

IL SAPERE SVUOTATO

È molto astratto, e quindi poco utile, sviluppare una contrapposizione tra scuola “pubblica” e scuola “privata” senza guardare alla sostanza degli oggetti di cui si parla.

Da questo punto di vista ha ragione il ministro Gelmini a ricordare che esiste oggi un unico sistema dell’istruzione “pubblica” ripartito in un settore privato e in un settore “statale”che – non va mai dimenticato – rappresenta circa il 95% della totalità. È vano negare che, un tempo, le scuole private “parificate” erano spesso una via per cavarsela a buon mercato quando non si riusciva a superare la rigorosa selezione della scuola statale: era una via per lo più riservata ai ricchi, anche se ricordo casi di famiglie povere finite a indebitarsi con lo strozzino per far andare avanti il figlio in qualche istituto compiacente.

Oggi le cose sono profondamente cambiate: l’espansione (sia pur modesta) del settore privato, con una articolazione e diversificazione della sua offerta, e i profondi cambiamenti – diciamo pure il degrado – intervenuti nella scuola statale, fanno sì che buona e cattiva qualità si trovino ovunque ed esistano scuole private eccellenti e migliori di certi cattivi istituti statali accanto ad altre che, utilizzando docenti precari e malpagati, offrono promozioni in cambio di rette salate.

Proprio per questo si pone il problema di una valutazione delle scuole e degli insegnanti, della quale in questi tempi tanto si parla e per la quale si fanno progetti mal confezionati. Tutto nasce dalla profonda mutazione intervenuta nella scuola da trent’anni a questa parte e di cui tanti di noi non si rendono conto, forse perché quando si hanno figli grandi si resta ancorati alle immagini dei tempi lontani in cui si andava a scuola.

C’è chi ancora parla della scuola elementare italiana come della “migliore del mondo”, pensando alla scuola che frequentò lui o i suoi figli ormai trentenni, senza rendersi conto che la scuola “primaria” di oggi non ha più assolutamente nulla in comune con quella “mitica” anteriore alla fatidica data del 1985, in cui iniziò la metodica trasformazione – per parte mia direi, la metodica distruzione – della scuola italiana sulla base di ideologie che avevano coniugato pulsioni “progressiste” e rivoluzionarie, ormai prive di riferimenti teorici, con un costruttivismo pedagogico di derivazione anglosassone.

Basta rileggere le teorizzazioni di quei pedagogisti – consulenti influenti di ministri di sinistra e di destra, da Berlinguer a De Mauro a Moratti a Fioroni – che predicavano (e predicano!) il “relativismo postmoderno” come principio orientativo di una nuova visione della scuola capace di «scardinare la didattica e i saperi formativi tradizionali» e di produrre conseguenze «velenose» per l’«assetto istituzionale, culturale e didattico del nostro sistema di istruzione». Ci vorrebbe molto spazio per analizzare le caratteristiche di questa ideologia, e in altra sede è stato fatto.

Ma basti dire che non si vede perché il relativismo nichilista che si esplica con tanta forza nell’ambito della manipolazione della vita e delle tecnoscienze biologiche, il costruttivismo che vuol prescrivere il modo ottimale di nascere, di vivere e di morire, che arriva a consigliare l’aborto come pratica meno dannosa della gravidanza, che impone la “dittatura degli esperti”, non si sia sviluppato anche su un terreno strategico come quello dell’istruzione. Come, nel primo contesto, una sinistra in crisi di orientamento si è aggrappata al costruttivismo sociale, così nel contesto dell’istruzione essa ha gettato a mare la zavorra della visione gramsciana per eleggere a nuove icone don Milani, Dewey, Piaget, Edgar Morin e tanti altri, fino alle dottrine neuroscientifiche dell’educazione. Sarebbe ingenuo credere che la diffusione di una simile ideologia non abbia pervaso ogni settore dell’istruzione, statale o privato che sia. Non vi sono stati argini teorici e neppure politici, com’è provato dal fatto che uno dei prodotti più apertamente costruttivisti è dato dalla riforma Moratti, che si è spinta fino a proporre un’educazione di stato etica e persino relazionale ed emotiva in perfetto stile zapaterista.

 Anche qui sarebbe lungo analizzare le ragioni dell’assenza di anticorpi culturali: a mo’ di attenuante, diciamo che non è facile rendersi conto di come anche nella cultura anglosassone si sia fatto largo un costruttivismo sociale in rotta di collisione con il liberalismo classico, di cui è espressione emblematica l’affermazione di Stuart Mill, secondo cui ciascuno è l’autentico guardiano della propria salute, sia fisica, sia mentale, sia spirituale.

Oggi le società che hanno prodotto quella visione sono orientate a governare dirigisticamente ogni atto del vivere, imponendo di essere “sani”, prescrivendo cosa voglia dire “salute”, medicalizzando l’intera società. Quale abisso tra la società americana immersa in nuvole di fumo, che ci mostrano i film degli anni sessanta, e quella in cui oggi è quasi vietato fumare in casa propria…

Dicevamo che questa ideologia è spalmata ovunque e la cattiva o buona qualità della scuola si misura dall’estensione e dalla profondità della sua influenza. Perché a essa – come ha ben mostrato il recente libro di Paola Mastrocola – va imputato lo sfacelo scolastico. È uno sfacelo che va imputato al buonismo don milanista, al “rodarismo” snobistico (alle ortiche grammatica e sintassi, diceva l’aristocratico che le dominava a menadito), all’ideologia del successo formativo garantito, dello studio che non deve mai essere fatica, dell’insegnante che non deve più essere maestro ma un facilitatore “alla pari”, della scuola come “open space” in cui le attività si programmano in modo autogestito, del più ignorante aziendalismo, del metodo che strangola i contenuti in nome del dilagare di insulsi adempimenti amministrativi e burocratici.

Tutto ciò può trovare sponda in una scuola statale come in una scuola privata e sarebbe sommamente ingenuo credere in un’ingenua dicotomia: la scuola statale è quella del laicismo, dell’ateismo, del relativismo etico, del darwinismo eretto a fede, della mitologia tecnoscientifica per cui l’etica e la morale sono fatti meramente neuronali, e così via; mentre la scuola privata proporrebbe valori opposti. È possibile trovare scuole cattoliche influenzate dal più spinto costruttivismo “progressista”, che si bevono come acqua fresca le teorie pedagogiche più scientiste, come quelle vecchie di Piaget o quelle recenti di Morin, o anche ispirate alle neuroscienze (e persino alla neuroteologia), e che concepiscono l’insegnante come “facilitatore”.

Viceversa, sarà difficile che una scuola autenticamente ispirata alle visioni di don Giussani s’ispiri al costruttivismo, solo se si pensa alla sua radicalità nel concepire l’insegnante come “maestro” e nel proporre una visione decisamente “trasmissiva” dell’istruzione. Nel libro recentemente pubblicato “Il senso religioso”, Don Giussani citava Sant’Agostino: «Io cerco per sapere qualcosa, non per pensarla».

Ma oggi c’è chi sostiene che la scuola del futuro deve basarsi sul precetto secondo cui non conta quel che si sa, ma soltanto “come” si pensa. Come se si potesse pensare senza oggetto del pensiero… qualcosa che avrebbe fatto inorridire non soltanto Sant’Agostino e don Giussani, ma anche il filosofo del metodo, Cartesio.

In conclusione, il vero problema non è la contrapposizione tra scuola statale e scuola privata. Bensì l’ideologia costruttivista che si ripropone ostinatamente come un’idra dalle mille teste e che è la vera origine della catastrofe del sistema dell’istruzione.

di Giorgio Israel
Tratto da Tempi del 23 marzo 2011
Tramite il blog di Giorgio Israel

SCEGLIERE FRA DANTE E L'UNESCO


Il filosofo Hadjadj e la Corte dei Gentili

A Parigi l’inaugurazione del “Cortile dei gentili” è diventata, a sorpresa, una tribuna contro la cultura antinatalista che ha segnato origini e pratiche dell’agenzia Onu per l’educazione e la cultura.

Il “Cortile dei gentili”, tre giorni di colloqui tra credenti e non credenti organizzati dal 24 al 26 marzo, a Parigi, dal Pontificio consiglio della cultura presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, ha avuto il suo momento più solenne con il messaggio di Papa Benedetto XVI, proiettato venerdì sera, a conclusione dell’iniziativa, di fronte alla cattedrale di Notre Dame. “Credo profondamente che l’incontro tra la realtà della fede e quella della ragione permetta all’uomo di trovare se stesso”, ha detto il Pontefice. Il quale ha voluto sottolineare, “nel cuore della città dei Lumi”, che nella costruzione di “un mondo di libertà, di uguaglianza e di fraternità, credenti e non credenti devono sentirsi liberi di essere tali, eguali nei loro diritti a vivere la propria vita personale e comunitaria restando fedeli alle proprie convinzioni, e devono essere fratelli tra loro”.

Nelle intenzioni del Papa, la funzione del Cortile dei gentili (è il nome dello spazio accanto al Tempio di Gerusalemme, dove anche chi non condivideva la fede nel Dio di Israele poteva incontrare gli scribi, parlare di fede e pregare il “Dio ignoto”) è “di operare a favore di questa fraternità al di là delle convinzioni, ma senza negarne le differenze”.

Un saggio imprevisto di quelle differenze si è avuto durante l’apertura ufficiale del “Parvis des Gentils”, organizzata nella sede principale dell’Unesco, di fronte a una platea di funzionari dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione e la cultura, di diplomatici, di prelati, di accademici. Una scelta, considerate le molte occasioni di contrasto che da sempre segnano i rapporti tra Santa Sede e Onu, fata in omaggio al valore di apertura e di dialogo del Cortile dei gentili.

Nessuno però si aspettava che uno dei relatori, il filosofo Fabrice Hadjadj (nato quarant’anni fa in una famiglia ebrea laica, figlio di sessantottini maoisti, convertito al cattolicesimo dopo una giovinezza da ateo), evocasse un convitato di pietra piuttosto ingombrante, responsabile di certi peccati originali dell’organizzazione, proprio in casa sua e in una circostanza così ufficiale.

Di fronte a un pubblico che non è difficile immaginare – almeno in parte – basito, Hadjadj ha ricordato che colui che fu dal 1946 al 1948 il primo direttore generale dell’Unesco, Julian Huxley, nello stesso 1941 in cui Hitler eliminava con il gas malati mentali e “difformi”, scriveva che “l’eugenismo diventerà senza dubbio una parte della religione del futuro”. Un parere pubblicato in Francia, senza modifiche, nel 1947. Julian, fratello del creatore dell’utopia totalitaria del “Mondo Nuovo”, lo scrittore Aldous Huxley, non per questo si dimostrò vaccinato contro la seduzione eugenista, ha aggiunto Hadjadj. Sviluppando il darwinismo, ha semmai sostenuto la possibilità di “migliorare la qualità degli esseri umani, come fossero prodotti”, a detrimento della loro quantità. La “religione” sostenuta dal primo direttore generale dell’Unesco (negli anni Trenta tra i fondatori della Eugenics Society) si è cercata un nuovo nome dopo la Seconda guerra mondiale, perché su “eugenetica” pesava ormai l’ipoteca nazista.

Julian Huxley ricorse a “transumanismo”, ha ricordato Hadjadj, assonante ma opposto, nel significato, al “trasumanar” dantesco. Il quale indica l’apertura verso il divino che nasce dallo “stupore dell’esistenza” provato, tra tutti gli esseri viventi, solo dall’uomo.

Quanto di più lontano, quindi, dall’idea di redenzione attraverso la tecnica che sfocia (nelle intenzioni di Huxley, mai smentite dall’Unesco) nelle politiche antinataliste.

E’ arrivato il momento di scegliere tra Dante e Julian Huxley, ha affermato Hadjadj: “La nostra modernità è arrivata a un punto estremo, perché non si tratta tanto di dialogare tra credenti e non credenti, quanto di porre la questione di chi è l’uomo, di riconoscere che la sua specificità non è quella di un super animale più potente degli altri”. Non “scimmia evoluta”, dotata di massime “capacità di adattamento”, ma colui che “decifra il mondo come una foresta di simboli”, che “cerca un al di là. Non significa necessariamente un altro mondo, ma un modo di penetrare il mistero del mondo e di bere a quella sorgente”.

da: Il Foglio del 29 marzo

domenica 27 marzo 2011

UNA GUERRA DISUMANITARIA



Contro questa guerra (dis)umanitaria

“La violenza non instaura il regno dell’umanesimo. E’ al contrario uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

E’ un pesantissimo giudizio di Benedetto XVI ed essendo contenuto nel libro appena uscito, “Gesù di Nazaret”, diventa inevitabile associarlo alla cosiddetta “guerra umanitaria” appena scatenata – a suon di bombe – contro la Libia di Gheddafi.
Anche perché è sempre più chiaro che questo Papa parla direttamente tramite il suo insegnamento e non attraverso la diplomazia vaticana (che peraltro è sempre più assente e lo è stata anche in questa circostanza).
Il giudizio del libro del Pontefice va accostato infatti alle specifiche parole sulla Libia pronunciate da Benedetto XVI nell’Angelus del 20 marzo: “chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”.
Poi ha aggiunto: “rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari. Alla popolazione desidero assicurare la mia commossa vicinanza”.

Questo appello va letto con le dichiarazioni del vescovo di Tripoli contro i bombardamenti sulla città scatenati dai “volenterosi” senza prima tentare nessuna mediazione. Monsignor Martinelli con saggezza ha auspicato, attraverso le organizzazioni internazionali, trattative politiche che sostituiscano l’uso delle armi.
Naturalmente non bisogna confondere la posizione della Chiesa, espressa da papa Ratzinger e da monsignor Martinelli, con l’ideologia del pacifismo assoluto.
Infatti si sa che il pensiero cattolico ha elaborato da tempo la dottrina della “guerra giusta”, che legittima – in certi particolarissimi casi – l’uso della forza. Per autodifesa o per la difesa di inermi.

Ma Benedetto XVI, coerentemente con tutto il magistero dei papi del Novecento, tende a restringere sempre più la casistica della “guerra giusta”.
Anche perché la storia recente dimostra quanto scivolosa e ambigua sia la categoria di “guerra umanitaria”, che spesso copre interessi inconfessati e inconfessabili.
Come accade peraltro nel caso della “guerra libica”, dove sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico.
Inoltre, anche se ci sono casi in cui la dottrina cattolica ammette l’uso della forza, per la Chiesa tale uso della forza deve essere assolutamente proporzionato alle necessità e deve rigorosamente puntare a ottenere il massimo risultato col minimo danno.
Ovvero: non è legittimo – con la scusa della guerra in difesa di inermi – scatenare distruzioni e massacri peggiori di quelli che si pretendeva di evitare.

Questo è anche il motivo per cui non è lecito scatenare guerre a destra e a manca contro tutti i regimi che calpestano i diritti umani: il rimedio finirebbe per essere peggiore del male. L’esperienza storica dimostra che è attraverso la politica, gli accordi, i trattati, la cooperazione, il dialogo che si può ottenere anche un’evoluzione dei regimi dittatoriali.
E la storia del Novecento dimostra che è possibile uscire dalle tirannie (di destra come di sinistra) senza stragi, guerre e spargimento di sangue. Questa, per la Chiesa, è la strada da percorrere.

Colpisce che papa Ratzinger ancora una volta evochi la figura dell’anticristo, come ha già fatto molte volte nel suo pontificato (pure nelle encicliche), associandola all’inganno ideologico dei “nobili ideali”.
L’idea che l’anticristo si ammanti di apparenze idealistiche o umanitarie per scatenare, in realtà, il male è un pensiero ricorrente di papa Ratzinger ed è anche un’antica premonizione della tradizione cristiana.
Anzi, uno dei pericoli che papa Ratzinger denuncia con più vigore è la copertura “religiosa” che da più parti si è tentati di dare alla violenza.
Infatti il brano del libro del Papa, letto per esteso, va molto al di là del caso attuale della guerra libica e – in un certo senso – è ancora più esplosivo.
Il primo bersaglio sono le cosiddette “teologie della rivoluzione” (che ben prima e ben più della “teologia della liberazione” considerarono Gesù come un “rivoluzionario politico”).
Secondo Benedetto XVI queste teorie assimilano Gesù agli zeloti del suo tempo, ovvero a quel partito fondamentalista che strumentalizzava l’attesa messianica di Israele per fomentare un’avventuristica rivolta armata all’occupazione romana: alla fine ci riuscirono (con dei messia fasulli) e i romani massacrarono il popolo ebraico, lo dispersero e distrussero Gerusalemme e il Tempio.
Dunque certe teologie politiche rivoluzionarie degli anni Sessanta pretendevano di far passare Gesù per uno zelota, un rivoluzionario, che per questa sua rivolta politico-sociale sarebbe stato ucciso.

Oggi – scrive il Papa – “si è calmata l’onda delle teologie della rivoluzione che, in base ad un Gesù interpretato come zelota, avevano cercato di legittimare la violenza come mezzo per instaurare un mondo migliore – il ‘Regno’.
I risultati terribili di una violenza motivata religiosamente stanno in modo troppo drastico davanti agli occhi di tutti noi. La violenza non instaura il regno di Dio, il regno dell’umanesimo.
E’, al contrario, uno strumento preferito dall’anticristo – per quanto possa essere motivata in chiave religioso-idealistica. Non serve all’umanesimo, bensì alla disumanità”.

Il Papa afferma dunque che Gesù era all’opposto di tutto questo: “il sovvertimento violento, l’uccisione di altri nel nome di Dio non corrispondeva al suo modo di essere”. Egli sarà infatti “il re della pace”.
Ratzinger mostra che è proprio la vittima, il Crocifisso (con i crocifissi) a cambiare la condizione umana e il mondo con l’amore. E non i crocifissori con la forza e con la violenza.
Questo passo del libro del Papa torna dunque sul tema dell’ “esplosivo” discorso di Ratisbona, sul possibile legame fra religione e violenza, ma sottolineando che vale per tutti perché tutti – non solo i musulmani – possono essere tentati di giustificare la violenza con motivazioni religiose. Perfino i cristiani lo hanno fatto.
Fra gli spunti nuovi c’è l’evocazione, in questo contesto, pure della cultura umanistica e umanitaria.
Perché anche in nome dell’umanesimo, in nome di nobili ideali o della causa umanitaria si può giustificare la violenza. Ma è egualmente arbitrario e, afferma il Papa, “non serve all’umanesimo. Bensì alla disumanità”.
Una riflessione per tutti i tempi. Ma che, nel caso specifico, a mio avviso, boccia la “guerra libica” così come è esplosa e si è svolta finora.

Antonio Socci

Da “Libero”, 26 marzo 2011

sabato 26 marzo 2011

UNA SPERANZA INEFFABILE

“E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace

Un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile”

Rainer Maria Rilke, Seconda elegia duinese


".......  ossia come si tace di un desiderio struggente che non si sa in che cosa consista, non si saprebbe come definire, e che immediatamente comincerebbe a camminare verso la sua definizione, se riconoscesse di essere fattura di un altro, cioè di essere conseguenza di una presenza.

La scoperta di essere conseguenza di una presenza: questa è la forza della personalità.

Ma questa personalità non ha patria, qualsiasi tipo di potere la odia, perché la teme, perché non può usarla. Qualsiasi tipo di potere: il potere dell’uomo sulla donna, il potere dei genitori sui figli, il potere economico e politico sul cittadino, il potere ecclesiastico sul credente."

Luigi Giussani, Uomini senza patria, pag. 98-99

ANONIMI O ADULTI SI LIQUIDANO DA SOLI


Se il sale diventa scipito

Casa in distruzione è la sapienza per il fatuo,
e parole disordinate la scienza per l'insensato
(Eccl. 21,18)

Il commissario (ben intenzionato): Compagno cristiano, mi puoi dire una buona volta chiaramente che cosa siete voi cristiani? Che cosa propriamente
volete ancora nel nostro mondo? In che cosa vedete il vostro diritto all'esistenza? Qual è il vostro mandato?

Il cristiano: Anzitutto noi siamo uomini come tutti gli altri, che collaborano all'opera di edificazione del futuro.

Il commissario: La prima cosa la credo, la seconda la voglio sperare.
Il cristiano: Da qualche tempo noi siamo infatti "aperti al mondo", ed
alcuni di noi si sono persino seriamente "convertiti al mondo".
Il commissario: Questo mi pare un sospetto linguaggio da prete. Sarebbe,
infatti, ancor più bello se voi, "uomini come gli altri", vi foste convertiti già prima ad un'esistenza degna di uomini. Ma veniamo al fatto.
Perché siete ancora cristiani?
Il cristiano: Oggi noi siamo cristiani maturi, pensiamo ed agiamo con
responsabilità morale.
Il commissario: Lo voglio sperare, dal momento che vi presentate come
uomini. Ma credete qualcosa di particolare?
Il cristiano: Questo non è tanto importante; ciò che importa è la parola epocale; l'accento oggi cade sull'amore del prossimo. Chi ama il prossimo, ama Dio.
Il commissario: Nell'ipotesi che esista. Ma poiché non esiste, non l'amate.
Il cristiano: Lo amiamo implicitamente, in modo non oggettivo.
Il commissario: Ah, la vostra fede quindi non ha un oggetto. Andiamo avanti.
La cosa diventa chiara.
Il cristiano: Non è del tutto così semplice. Noi crediamo in Cristo.
Il commissario: Ne ho già sentito parlare. Ma sembra che storicamente se ne
sappia maledettamente poco.
Il cristiano: Concesso. Praticamente nulla. Perciò noi non crediamo tanto al
Gesù storico quanto al Cristo del kerygma.
Il commissario: Che razza di parola è questa? Cinese?
Il cristiano: Greco. Significa la predicazione del messaggio. Noi ci
sentiamo toccati dall'evento linguistico del messaggio della fede.
Il commissario: E che mai c'è in questo messaggio?
Il cristiano: L'importante è il modo in cui se n'è toccati. Ad uno può
permettere il perdono dei peccati. Questa, in ogni caso, era l'esperienza
della comunità primitiva. A ciò dev'essere stata indotta dagli eventi
relativi al Gesù storico, del quale veramente non sappiamo abbastanza per
essere certi che lui...
Il commissario: E questo chiamate la vostra conversione al mondo? Siete gli
oscurantisti di sempre. È con simili chiacchiere prolisse che volete
collaborare all'edificazione del mondo!
Il cristiano (gioca la sua ultima carta): Abbiamo Teilhard de Chardin, che
in Polonia fa una grande impressione!
Il commissario: La facciamo già noi. Non abbiamo bisogno, per questo, di
dipendere da voi. Ma è bello che anche voi siate giunti infine a tal punto;
soltanto, liquidate definitivamente le carabattole mistiche, che non hanno
nulla a che vedere con la scienza, e allora potremo discorrere tra noi dell'evoluzione.
Nelle altre storie non entro. Se voi stessi ne sapete così poco, non siete
più pericolosi. Con ciò ci risparmiate una pallottola. Abbiamo in Siberia
dei campi molto utili, dove potrete dimostrare il vostro amore per gli
uomini e collaborare validamente all'evoluzione. Là si ricaverà di più che
sulle vostre cattedre tedesche.
Il cristiano (un po' deluso): Voi sottovalutate la dinamica escatologica del
cristianesimo. Noi prepariamo il futuro regno di Dio. Noi siamo la vera
rivoluzione mondiale. Egalité, liberté, fraternité: questo è il nostro
compito originario.
Il commissario: Peccato che altri abbiamo dovuto lottare per voi. Dopo, non
è difficile essere presenti. Il vostro cristianesimo non vale un fico secco.
Il cristiano: Voi siete con noi! Io so chi siete. Tu pensi onestamente, sei
un cristiano anonimo.
Il commissario: Non diventare insolente, giovanotto. Anch'io ora ne so
abbastanza. Vi siete liquidati da soli, e con ciò ci risparmiate la
persecuzione. Via.

H. Urs von Balthasar, Cordula, ovverosia il caso serio, Brescia:
Queriniana, 1968, 117-120 (orig.1966).

mercoledì 23 marzo 2011

IL PARTITO ANTIITALIANO DIVENTA PATRIOTTICO




Fa un certo effetto vedere oggi in occasione del 150 anniversario dell'Unità d'Italia gli eredi del PCI sventolare la bandiera tricolore, loro che fino a qualche anno fa amavano sventolare un altro vessillo, tutti ricordano, credo, qual'era il simbolo del Pci, una bandiera rossa con la falce e martello che sovrastava quella italiana, che si vedeva appena, i comunisti che per una parte della propria vita politica, avevano ritenuto che la loro "grande patria" fosse altrove.

Il professore Mauro Ronco, avvocato penalista di Torino, nonché esponente nazionale di Alleanza Cattolica, sabato scorso nel suo interessante intervento per il Convegno su Unità e Risorgimento tenutosi a Milano nei locali dello Spazio Oberdan, ha con forza sottolineato questo aspetto; i comunisti, esponenti di quel partitoantitaliano, erano quelli che denigravano e consideravano dei reietti chi senza vergogna sventolava la bandiera italiana come strumento di identità e Ronco fa esplicito riferimento a quei giovani nazionali, appartenenti alla Destra, forse gli unici, che negli anni settanta sventolavano il tricolore nelle piazze italiane, ora gli ex comunisti senza vergogna fanno a gara a chi lo sventola di più.

A questo proposito non posso dimenticare il mio attivismo passato (sempre gratuito), di giovane cattolico di destra con la bandiera italiana in sella alla ducati 125 per le strade del barcellonese per pubblicizzare nel 1974, il comizio in occasione del referendum contro il divorzio, che tra l'altro doveva fare mio fratello.

Sull'argomento, rincara la dose nella chiacchierata domenicale con Andrea Tornielli, su La Bussolaquotidina.it , il noto scrittore cattolico, Vittorio Messori che stigmatizza il comportamento degli ex comunisti: "Sai non mi scandalizza, il dirigente leghista che esce dall'aula, pagando il suo tributo ai vecchi fedeli, mi fa specie quel Giorgio Napolitano che dei suoi 85 anni ne ha passati almeno 60 prima come militante e poi come dirigente del Partito Comunista Italiano. Ti ricordi il loro stemma? La bandiera rossa sovrapposta al tricolore, di cui si vedeva solo l'orlo. Ti ricordi la loro propaganda contro il patriottismo, malattia mortifera della borghesia e il loro appello all'internazionalismo, visto che il proletariato non è diviso da frontiere ma è unito nel mondo intero dalla solidarietà di classe? Beh, vedere questo vecchio signore farsi sacerdote austero e, almeno apparentemente, convinto della religione della Patria, sentirlo che ci esorta ad avvolgerci nel tricolore, questo mi fa un certo effetto.
Così come mi faceva effetto vedere Indro Montanelli, anche lui quasi novantenne, finire i suoi giorni acclamato come beniamino alle Feste dell'Unità. O, adesso, vedere Fini, corteggiato dalle sinistre e parlare come un liberal progressista. Proprio lui che, da prediletto di Almirante, era bersaglio del grido ossessivo degli anni Settanta: «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne».

Naturalmente, mica sono così ingenuo da dimenticare l'avvertimento del luciferino Talleyrand, colui che fu sempre al governo, quale che fosse e che diceva: «In politica, la coerenza è la virtù degli imbecilli». Sono cultore, lo sai, della Realpolitik, dunque non mi scandalizzo di certo, eppure faccio una certa fatica a orizzontarmi con il compagno Napolitano, per una vita membro del Comitato Centrale del PCI, che fa discorsi patriottici che Edmondo De Amicis stesso avrebbe trovato un poco eccessivi, magari un pizzico retorici…

Anche su l' Occidentale, quotidiano online, Roberto Pertici, dopo aver parlato degli inediti "nuovi patrioti", che ti offrono sorridenti la coccarda tricolore, giovani barbuti con la kefiah che fremono amor di patria, belle ragazze che invece della consueta bandiera arcobaleno, si ammantano di quella bianca, rossa e verde, riferendosi a questi, parla di figliol prodigo che ritorna alla casa comune e quindi bisogna rallegrarsene e magari brindare e ammazzare il fatidico vitello grasso. Però bisogna fare qualche precisazione: "siccome il lupo perde il pelo, ma non il vizio, e costui è caratterialmente propenso ad "allargarsi"e a occuparla tutta, quella casa, a contenderla ai figli maggiori che vi sono sempre rimasti, anche quando erano oggetto di derisione e di compatimento, proporrei di presentargli una serie di punti da sottoscrivere. Perché una questione preliminare dev'essere subito chiarita: non si può essere "patrioti"per l'oggi e continuare ad avere le idee di sempre sulla storia nazionale e sul cosiddetto "carattere degli italiani", presentando la storia d'Italia solo come una serie di fallimenti e di vergogne e insistendo su una qualche inferiorità antropologica del popolo italiano". (R. Pertici, Storia d'Italia in quindici punti da far sottoscrivere ai nuovi patrioti, 20. 3. 2011. l'Occidentale).

Rozzano MI 21 marzo 2011
Domenico Bonvegna
domenicobonvegna@alice.it

SENSO RELIGIOSO : IL DESIDERIO



Il tentativo di dare una risposta esauriente alla nostra domanda esistenziale ci mette di fronte alla sproporzione che viviamo nei confronti della domanda: essa è più grande di ogni nostra capacità di risposta

Ancora una canzone che porta in primo piano l’insopprimibilità dell’esigenza fondamentale che costituisce il cuore (cioè la ragione) dell'uomo. Come ha osservato Gide: "Desiderio, ti ho trascinato per le strade, ti ho desolato nei campi, ti ho ubriacato nelle città, ti ho ubriacato senza dissetarti, ti ho bagnato nelle notti piene di luna, ti ho portato in giro dovunque, ti ho cullato sulle onde, ho voluto addormentarti sui flutti. desiderio, desiderio, che farti? Che vuoi dunque? Quando ti stancherai?".

Ogni tentativo umano di conquistare il Mistero, cui tutta la ragione rimanda, rimane senza esito; eppure l'uomo non può desistere , non può rinunciare alla Verità Ultima di sè e di tutte le cose.

“L'uomo non può pretendere di conoscere neanche un pezzetto del Mistero, ma unicamente cercare di avvicinarsi al suo calore, alla sua luce originale” (L.Giussani su Osservatore romano del 4.4.1996): scopre così che il Mistero è un "Tu".

L'ultima strofa accenna alla fede cristiana di chi canta: ma è una fede che ancora non ha scoperto la presenza di quel Cristo che pure è riconosciuto come il Tu che libera l'uomo e lo ama fino a morire in croce.


I have climbed the highest mountains
I have run through the fields
Only to be with you
Only to be with you

I have run I have crawled
I have scaled these city walls,
these city walls
Only to be with you
But I still haven' t found
What I' m looking for
But I still haven' t found
What I' m looking for

I have kissed honey lips
Felt the healing in her fingertips
It burned like fire
This burning desire
I have spoke with the tongue of angels
I have held the hand of a devil
It was warm in the night
I was cold as a stone

But I still haven' t found
What I' m looking for
But I still haven' t found
What I' m looking for

I believe in the Kingdom Come
Then all the colours will bleed into one
But yes I' m still running
You broke the bonds
You loosed the chains
You carried the cross
And my shame
Oh my shame
You know I believe it

But I still haven' t found
What I' m looking for
But I still haven' t found
What I' m looking for
Ho scalato le più alte montagne
Ho superato i campi correndo
Solo per stare con te,
Solo per stare con te

Sono scappato, ho strisciato
Ho superato le mura di questa città,
le mura di cinta
Solo per stare con te
Ma non ho ancora trovato
Quello che sto cercando
Ma non ho ancora trovato
quello che sto cercando

Ho baciato labbra di miele
Mi sono sentito guarito da quelle dita
Quel desiderio ardente
bruciava e che fuoco
Ho parlato la lingua degli angeli
Ho stretto la mano di un demone
Di notte era calda
Ero freddo io, una pietra

Ma non ho ancora trovato
Quello che sto cercando
Non ho ancora trovato
Quello che sto cercando

Credo al Regno dei Cieli
Quel giorno i colori saranno uno solo
Ma ora sto ancora correndo
Tu hai infranto i legami
Tu hai sciolto le catene
Tu hai portato la croce
E la mia vergogna
Oh, la mia vergogna,
Sai che lo credo

Ma non ho ancora trovato
Quello che sto cercando
Ma non ho ancora trovato
Quello che sto cercando


lunedì 21 marzo 2011

SVENTATO IL RISCHIO DI UNO STATO A "CONFESSIONE LAICISTA"

E’ definitivo.

La presenza del Crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche italiane non contravviene la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Decidendo di mantenere detto simbolo religioso nelle scuole pubbliche, “le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni di educazione e di insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”.

La questione del Crocifisso è stata riesaminata in questo modo dalla “Grande Chambre”, il giudice d’appello della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, dopo che lo Stato Italiano aveva fatto ricorso contro una decisione della seconda sezione della medesima Corte, che aveva invece statuito che “la presenza del crocifisso può facilmente essere interpretata da alunni di tutte le età come un simbolo religioso… e ciò può turbare sentimentalmente (peut etre perturbant emotionnellement) alunni di altre religioni o chi non professa alcuna religione”.

La posta in gioco era alta. Il problema non era certo la sanzione di 5.000 euro affibbiata all’Italia. Ma non era neppure solo la salvaguardia – pur essenziale – di un simbolo religioso, che è diventato nel tempo un simbolo storico-culturale e si è caricato di una valenza identitaria (valeur hidentitaire) per il popolo italiano e in generale per l’Europa intera.
Si trattava – almeno questa mi pare la lettura da darsi alla questione – di una resa dei conti, tutta interna all’Europa, tra laicità e laicismo.

Infatti, il crocifisso, appeso alle pareti scolastiche o nelle aule giudiziarie o in qualsiasi ambiente pubblico, non vieta mica a nessuno di professare ed esercitare liberamente la propria fede (secondo quanto garantito dall’art. 19 Cost.). Né impone a chicchessia l’esercizio di una determinata fede, credenza o convinzione (secondo il contenuto negativo di detto diritto di libertà). Non si può certo sostenere che la semplice presenza del crocefisso obblighi qualcuno ad essere cristiano!
Allora, forse, la decisione della Corte Europea in primo grado, nascondeva un diverso obiettivo (in diritto si parla di eterogenesi dei fini): non la tutela della libertà di religione anche negativa di ciascuno; quanto invece – mediante un malinteso principio di laicità dello Stato – la pretesa di disconoscere per tutti, a livello pubblico, il valore dell’esperienza religiosa, e in particolare della fede cristiana, in nome della civile pretesa di una suprema neutralità statale, intesa come indifferenza, agnosticismo, pulizia religiosa, eliminazione di tutte le sovrastrutture di marxiana memoria (religione oppio dei popoli).

Eppure – così facendo – si sarebbe appesa alla parete un’altra religione, quella laicista.
Non si trattava cioè di un’operazione neutra, come poteva apparire. Pretendere di impedire l’utilizzo e la visibilità pubblica di simboli religiosi va ben oltre il rispetto per chi in quei simboli non si riconosce, al fine di non perturbarne e di non condizionarne l’intima spiritualità. Il rispetto implica attenzione e riguardo per le persone altrui, cui non si deve imporre un credo religioso, neppure indirettamente; ma non significa anche necessariamente eliminazione dagli ambienti pubblici di tutte le manifestazioni esteriori di una fede religiosa.

Se così fosse, si ridurrebbe la fede a mero fattore intimistico dell’uomo e – per quanto riguarda il cattolicesimo – se ne disconoscerebbe il valore specifico di sale della terra. Anche questa riduzione sarebbe, a suo modo, una nuova religione che verrebbe – questa volta sì – necessariamente imposta ai cittadini, poiché l’ordinamento assumerebbe una struttura ideologica monista dal punto di vista religioso, nel senso che assumerebbe come unico criterio ammesso quello dell’assoluto divieto di manifestazioni religiose, incorrendo nel medesimo atteggiamento confessionistico – e non certo laico – caratteristico dello Stato che ammette una sola religione.
In sostanza, imporre ad uno Stato di essere laico, intendendosi con ciò un’esasperata neutralità rispetto al fenomeno religioso, significa disconoscere di fatto quella stessa laicità che si vorrebbe a parole affermare.

Mi pare che detta conclusione sia stata messa ben in luce dall’intervento, presso la Grande Chambre della Corte Europea, dal Prof. Weiler, in funzione di rappresentante dei Governi di alcuni Paesi che hanno deciso di intervenire in giudizio per sostenere le ragioni italiane. Egli fa l’ipotesi di due amici che iniziano la scuola, Leonardo proveniente da famiglia atea, Marco da famiglia cattolica. Nell’ipotesi che vorrebbe l’eliminazione del crocifisso dalle aule scolastiche, lo stesso turbamento che colpirebbe Leonardo nel vedere il crocifisso, colpirebbe Marco nel non vederlo. Anche lui tornerebbe a casa agitato: “la scuola è come la casa di Leonardo” griderebbe “vedi, l’avevo detto che non ne avevamo bisogno”.

In realtà, il fatto di attribuire a manifestazioni visibili di una fede religiosa valore condizionante di altre libertà religiose offenderebbe la stessa dignità della scelta religiosa o non religiosa, che verrebbe del tutto svilita se cedesse davanti alla mera presenza visibile di altre fedi.

In termini più generali può affermarsi che non potrà certo ritenersi lesivo della libertà religiosa quel condizionamento esterno che lasci intatta la libertà di scelta, senza assumere le proporzioni di una vera e propria costrizione. Potrà parlarsi di scelta più difficile (d’altra parte, è difficile ritenere che possa esistere una libertà del tutto priva di condizionamenti, vista la natura relazionale dell’uomo), ma non di violazione della libertà religiosa.

E’ proprio questo il punto sottolineato dalla sentenza definitiva della Corte Europea, in sede di appello: “se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni”. Insomma, l’eventuale “percezione personale” di detta influenza non è sufficiente a integrare una violazione del diritto a una istruzione “secondo le singole convinzioni religiose e filosofiche” di cui parla l’art. 2, Protocollo 1, della Convenzione dei Diritti dell’Uomo.

Per sostenere il contrario occorrerebbe invece dimostrare “un’opera di indottrinamento da parte dello Stato”, e dunque l’esistenza di “pratiche di insegnamento volte al proselitismo”. La Grande Camera poi ricorda di aver già precedentemente stabilito che, “in merito al ruolo preponderante di una religione nella storia del paese, il fatto che, nel programma scolastico le sia accordato uno spazio maggiore rispetto alle altre religioni non costituisce di per sé opera di indottrinamento”.

Come si vede, la laicità statale è riportata nell’alveo suo proprio di rispetto della libertà di ciascuno di manifestare ed esprimere il proprio credo, senza che quest’ultimo possa essere impedito dallo Stato o da terzi, e senza che, correlativamente lo Stato o terzi possano imporne uno a scapito di altri.
Viene invece disconosciuta – mi pare – una laicità intesa come pretesa che lo Stato impedisca ogni forma di espressione esteriore e pubblica di una fede, piuttosto che di un’altra, in quanto possibile fattore di condizionamento della libertà religiosa altrui.
E’ stato sventato il tentativo di sopprimere definitivamente – sotto un falso concetto di rispetto umano – ogni dimensione religiosa nell’uomo. In questa forma più estrema è evidente che lo stato indifferente al fenomeno religioso finisce per coincidere con lo stato contrario al fenomeno religioso, sostituendo al fattore religioso la religione civile dell’assenza di simboli religiosi e – in generale – l’assenza esteriore della fede in ambito pubblico.

Mi pare fosse in gioco la stessa preminenza di un atteggiamento europeo di laicità o di laicismo.

di STEFANO SPINELLI

UNA GUERRA UMANITARIA?


l’attacco militare è un errore di cui pagheremo le conseguenze

DI MARCELLO VENEZIANI


Sbaglierò ma questa guerra alla Libia non mi piace. Non mi sento di condannare le perplessità della Lega ma anche la prudenza iniziale di Obama e della Merkel. Altro che irresponsabili, come dice Casini e poi la sinistra in versione guerresca. Capisco la necessità di allinearsi alle Nazioni Unite, agli alleati, ai francesi e ai gruppi di pressione internazionale, ma temo che l’attacco militare sia un errore di cui pagheremo le conseguenze. Non so come fanno a colpire Gheddafi senza colpire le popolazioni civili al cui soccorso diciamo di andare. Non so se i danni che cerchiamo di evitare con l’attacco aereo saranno superiori a quelli che andiamo a procurare ai libici e a noi stessi.

Non so se dopo Gheddafi verrà fuori una Libia somalizzata e non so se tra i ribelli prevarranno gli amanti della libertà o del fanatismo islamico. Non so come la prenderà il mondo arabo con le sue frange più estreme; temo che la leggeranno come un’ingerenza e un’arroganza israeliano-occidentale e reagiranno di conseguenza. Fa pensare la neutralità della Russia, non sappiamo cosa faranno l’Iran e la Cina. Non so come finirà per noi col petrolio, il gas e le torme d i immigrati e non so se riprenderà vigore il terrorismo. Temo un altro Irak, se non un altro Afghanistan. E ancora. Non so perché le repressioni sanguinose in Libia debbano far scattare l’attacco e quelle nello Yemen o in Siria no, per dire solo dei Paesi più vicini. Non so se il movente principale dell’attacco sia davvero la tutela dei diritti umani violati o alcun i interessi politico-elettorali interni più interessi d’affari. Realisticamente penso ambedue.

Non so, infine, se per noi italiani che siamo così vicini alla Libia sia un bene entrare in una guerra nel condominio mediterraneo. Intendiamoci. Detesto Gheddafi e - pazziando mi piacerebbe che il sarcofago di cemento progettato per blindare la centrale nucleare giapponese servisse per chiuderci dentro il bunker di Gheddafi, colonnello incluso. Se un mimo volesse simulare un Dittatore cattivo, le sue smorfie, la sua bocca che tende al disprezzo e al disgusto, il suo aspetto tipico e la sua risata satanica, non riuscirebb e a far meglio di lui. Gheddafi non è solo un tiranno, ma recita convinto quella parte. Detesto Gheddafi da quando conquistò il poter e con il golpe, spodestò un sovrano di buon senso e cacciò gli italiani, derubandoli del frutto del loro lavoro che aveva giovato anche alla Libia.
Contestai da ragazzo l’Italia di Moro e di Andreotti, che fu per anni il suo cammello di Troia; l’Italietta che non reagiva alle minacce, le offese e le azioni del colonnello ma trescava con lui. Mi vergognavo di quell’Italia che con la scusa del complesso coloniale, si inginocchiava al cospetto di questo pagliaccio. Perfino la Fiat finì in ginocchio da lui e Patty Pravo cantò Tripoli ’69 . Ho detestato nel tempo Gheddafi per le sue spacconate, i missili a Lampedusa, le sue fabbriche di armi chimiche, i suoi aiuti al terrorismo. Voleva papparsi la Sicilia e le Isole Tremiti. Per fortuna, ha mezzi scassati e missili low cost, ed è solo un guappo ’e cartone ; ma se avesse potuto, avrebbe invaso l’Italia, devastato l’America e distrutto Israele. Non condivisi però le bombe di Reagan che colpirono la Libia ma lasciarono in piedi il dittatore.

Ho il triste privilegio d i averle viste dal vivo quelle bombe, mentre volavo su quella rotta una sera di aprile dell’ 86: si vedevano i bagliori all’orizzonte. Non condivis i poi i salamelecchi d i Prodi a Gheddafi, che come lui stesso dice, lo sdoganò in Europa, e gli elogi d i D’Alema al Colonnello. Per la stessa ragione, pur condividendo le nostre ragioni - petrolio, sicurezza e immigrati - mi irritò l’amicizia di Berlusconi con Gheddafi, il suo baciamani e la visita a Roma, con le foto antitaliane attaccate sul petto, le amazzoni, il carosello e la tenda, come un circo Orfei diventato Stato. Certo, Gheddafi nel frattempo era diventato collaborativo con l’Occidente e utile per noi. Del colonialismo Gheddafi ha ereditato i lati peggiori: la prepotenza, gli stivaloni, il militarismo, i bombardamenti sui civili, perfino il gas nervino. Criticò il Ventennio nero m a lui lo ha raddoppiato, è dittatore da oltre un Quarantennio.

Avrei auspicato che il Colonnello fosse finalmente promosso Generale e andasse in pensione col massimo. Ora la strada intrapresa dall’Occidente non mi sembra la migliore, se il tiranno non sarà piegato in un lampo. Forse sarebbe stato meglio accettare la sua proposta di mandare emissari dell’Onu per controllare il rispetto degli oppositori e l’avvio delle riform e d i libertà promesse, negoziare e garantire i ribelli e le zone insorte, senza arrivare alle bombe. E solo davanti alla provata impossibilità di garantire tutto questo, decidersi all’azione di guerra. Ancor più dell’intervento militare, mi preoccupa il suo uso. Queste azioni o si fanno subito, si portano fino in fondo e si ripetono in altre situazioni analoghe, fino a stabilire il principio che si interviene sempre, laddove la vita dei popoli è messa in pericolo, o è meglio evitarle. Comunque se l’Italia interviene, a torto o a ragione, sto col mio Paese.


http://www.ilgiornale.it/esteri/dubbi_conflitto_libico_quanti_sbagli__obiettivo_sacrosanto/21-03-2011/articolo-id=512825-page=0-comments=1

martedì 15 marzo 2011

COSI' GIOVANE BELLO E CORAGGIOSO


L’epica del Far West ritorna in Minnesota

«Non vorrei deludervi, ma grandi problemi non ne ho, almeno come scrittore (...) Non dispongo del classico armamentario da parata: non sono né indigente, né geniale né orfano (...) Godo di buona salute, ho una moglie risoluta, un figliolo bravo e promettente. Non sono neanche un incompreso! ».


Così di presenta Leif Enger all’inizio del suo secondo romnzo.
Nato nel 1961 a Osakis in Minnesota, dove vive con la moglie e i due figli, Enger già sette anni fa si era fatto notare in tutto il mondo con il romanzo d’esordio, "La pace come un fiume", che aveva fatto gridare al miracolo uno scrittore del calibro di Frank McCourt, un miracolo che sembra ripetersi con questo secondo libro, "Così giovane, bello e coraggioso"  (Roma, Fazi, 2009, pagine 413, euro 19,50).

Se il primo raccontava di un viaggio oltre la frontiera tra gli Stati Uniti e il Canada, il secondo si sposta nel tempo, il 1915, e nello spazio, questa volta a sud, ma c’è sempre un viaggio e una frontiera, questa volta quella tra gli Stati Uniti e il Messico. È uno dei grandi temi della letteratura americana, che ancora conserva il gusto dell’epica confermando la battuta di Jorge Louis Borges ”anche se per motivi commerciali, Hollywood ha salvato l’epica”.

Il punto di partenza è sempre il Minnesota, luogo d’origine di Enger ma anche del protagonista di questo secondo romanzo, Monte Becket, uno scrittore che ha realizzato un primo libro di grande successo ma non riesce a fare il bis. In pieno stallo, un po’ come il Guido-Marcello Mastroianni alias Fellini di Otto e mezzo, Becket più che andare si lascia andare in un’avventura sul fiume salendo sulla barca a remi che passa proprio davanti casa sua guidata da Glendon Hale, il più celebre e temuto rapinatore di treni dello Stato, ricercato (e mai catturato) ormai da anni. I due, pur opposti, diventeranno amici e se ne andranno fino in California dove Glendon deve arrivare per chiedere perdono all’unica donna che ha amato ma poi lasciato. Il viaggio assume presto i tratti di una fuga rocambolesca perché sulle tracce di Glendon c’è il detective Charles Siringo, anche lui come Becket autore di romanzi western. Alla fine del viaggio, ricco di colpi di scena, Monte potrà tornare a casa, con un libro pronto per la stampa ma, soprattutto, un cuore nuovo.

È d’accordo con la scrittrice americana Flannery O’Connor per cui ogni romanziere descrive l’azione della grazia in un territorio per lo più nelle mani del diavolo?

Che splendida immagine! La narrativa come racconto della riconquista del terreno perso al momento della Caduta! Ammiro molto una scrittrice come O’Connor, insieme a Cormac McCarthy uno degli autori che più conosco e amo. In particolare ammiro O’Connor il cui rifiuto di ogni sentimentalismo dà una credibilità che a volte sembra mancare nelle opere dei credenti. Niente nei suoi libri sembra forzato o frutto di un’intenzione “di propaganda”, è tutto così intransigente, a volte così duro da assorbire, ma forse proprio per questo così decisivo.

Nel romanzo ci sono molte citazioni tratte dalla Bibbia, dirette o indirette. Ci sono perché il romanzo è ambientato nel Far West e i personaggi non possono non citare la Bibbia, o perché è proprio lei che non può non citare il “Grande Codice” della letteratura occidentale?

Probabilmente uso la Bibbia senza pensarci, nel modo in cui usiamo le mani per bere un po’ d’acqua, o gesticoliamo mentre parliamo. Perché la Scrittura sta alla base della cultura sin dagli inizi dell’America; i suoi precetti, la sua poesia, erano probabilmente conosciuti in modo più diffuso ai tempi di Monte Becket quanto lo siano oggi, tuttavia sono ancora alla base delle nostre idee intorno alla gentilezza e all’umanità, alla giustizia e alla grazia, e si intrecciano con le arti e la letteratura. Cercare di escluderla sarebbe disonesto e inoltre guasterebbe ogni risultato. La cosa notevole è che la Bibbia è sia fondante che vivente, una caratteristica che solo i testi sacri possiedono; cambia forma di lettura in lettura, di lettore in lettore, ma al tempo stesso resta un fondamento stabile e la cosa più vera che possediamo.

Il suo romanzo è sulla fine del Far West, la fine del leggendario mondo della frontiera. Scrivere un libro è un esorcismo contro la morte? Significa immortalare la bellezza del mondo prima che svanisca per sempre?

Una persona può discutere sul fatto che l’atto dello scrivere sia esso stesso un atto di fede – perché ognuno crede in qualcosa, si affida a un qualche vangelo, quello di Dio o il proprio – e la scrittura è un’espressione di quella fede, ma in fondo alla strada giace la teologia, che è un territorio che mi confonde. Per dirla più onestamente possibile, io scrivo perché amo il linguaggio e le storie e voglio vedere come le cose si sviluppano. Il mio primo obiettivo quando lavoro a un romanzo è scoprire cosa succederà e far girare la storia in un modo tale che il lettore possa salire a bordo, godersi il viaggio, e lasciarlo soddisfatto. Per quanto riguarda il fatto di eternare la bellezza, sicuramente un libro è un modo per provarci, ma ce ne sono migliaia altrettanto buoni o migliori, come allevare figli, costruire navi, riparare tetti, coltivare giardini. Io sto provando a fare qualsiasi lavoro che mi è a portata di mano, e lascio decidere a Dio cosa mantenere e cosa buttare via.

Il fiume è uno dei grandi personaggi della storia, quel luogo dove “nessuno è un fallito”. Il suo fiume rivela dei significati simbolici nascosti?


A parte il ruolo metaforico che i fiumi così spesso ricoprono – lo Stige, il Giordano, il passaggio verso il mondo selvatico, il battesimo e rinascita in una nuova vita e così via – un fiume o una corrente d’acqua è sempre un luogo che ha a che fare con la trascendenza. Metti una canoa nell’acqua che fluisce e sei subito spinto rapidamente dalla corrente con nessun impegno da parte tua; diventi così una creatura differente, una creatura del fiume, capace di odorare strane cose, vedere creature viventi al di sotto del livello dell’acqua, sentire il gracidio di invisibili uccelli acquatici. Anche il tempo cambia sul fiume. Non c’è altra esperienza che così rapidamente rimuove la pressione dalle tue spalle, la vita sul fiume si percepisce come un dono forse più che in altre situazioni. Mark Twain ha scritto che “la vita è potentemente libera, tranquilla e comoda su una zattera” e aveva ragione.

Il protagonista del romanzo è uno scrittore, così come Charlie Siringo, personaggio realmente esistito, cowboy, detective e autore di romanzi western. Il suo è un romanzo sulla vita o sulla scrittura?

Una cosa che amo delle storie è come riescano a comprimere, reinventare e dare senso al tempo e agli eventi. Un anno di confusione, esaltazione e depressione, può diventare un paragrafo di notevole chiarezza. Uno dei tratti vincenti di Charlie Siringo, per molti versi un uomo terribile, è la sua determinazione che la vita abbia un’arcata drammatica, come una risposta dell’ordine sul caos. È ciò che Monte, all’inizio del racconto, ha perduto: il suo posto nella storia. S’imbarca con Glendon al fine di ritrovarlo. Un personaggio del mio primo romanzo, Swede, si chiede se sia una hybris credere che tutti viviamo in un’epica perché lei pensa che noi siamo nati dentro le storie e abbiamo tutti una piccola parte come attori d’un grande racconto. Io sono d’accordo con lei, e amo la radicale tensione tra il fatto e il suo racconto.

di Andrea Monda

tratto da: L’OSSERVATORE ROMANO

TORNARE AD ESSERE GUELFI


UN NUOVO LEADER CULTURALE?
LORENZO ORNAGHI
Rettore della "Cattolica" di Milano

Da alcuni mesi, Ornaghi batte e ribatte con crescente insistenza sull'idea che per il cattolicesimo italiano è giunta l'ora di tornare a essere "guelfo".

Nel Medioevo, i "guelfi" erano i cittadini dei liberi comuni che si battevano a sostegno delle proprie libertà e del papa, contro i "ghibellini" che parteggiavano per l'imperatore. Da allora, l'Italia "guelfa" è sinonimo di un'Italia che vive con fierezza il proprio cattolicesimo e lo mette in pratica con decisione anche sul terreno civile e politico, contro le insidie del secolarismo.

Ornaghi sostiene che il cristianesimo non è un valore aggiunto, facoltativo, nei sistemi democratici dell'Occidente, ma è origine e fondamento della democrazia stessa.

E lo è tanto più oggi che la politica si intreccia in misura mai vista in passato con quella questione centrale che è la vita, dal nascere al morire, dalla famiglia all'educazione. Una questione centrale sulla quale i cattolici sono particolarmente attrezzati.

Di conseguenza, la scristianizzazione che è in atto in vari paesi non è solo un danno per la fede cristiana, ma è "letale" – dice Ornaghi – per gli stessi sistemi democratici.

I cattolici non devono quindi rassegnarsi a un ruolo di periferia, sul terreno politico. Non devono cadere in quel peccato capitale che è l'accidia.

Tutto l'opposto. In un'epoca come l'attuale – sostiene Ornaghi – i cattolici devono essere consapevoli che "sono in una posizione di netto vantaggio". Hanno un patrimonio di idee e di convinzioni sulla persona, sulla famiglia, sulle comunità, sulla società, "meno contaminato da quelle ideologie che hanno dominato il Novecento". Hanno competenze e sensibilità che altri non hanno. Sono più pronti a guidare positivamente i grandi cambiamenti.

Ecco qui di seguito il passaggio conclusivo del manifesto per un'Italia "guelfa" pubblicato da Ornaghi sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero".


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ITALIANI E CATTOLICI

di Lorenzo Ornaghi


Si apre il tempo, per il cattolicesimo italiano, di manifestarsi con decisione "guelfo", se non già di originare da subito un nuovo, energico "guelfismo".

Il futuro dell’Italia, verosimilmente, sarà segnato ancora a lungo dalle persistenze della sua storia specifica e da alcuni dei nodi che l'unificazione del paese non è riuscita a sciogliere definitivamente e che in qualche occasione ha ulteriormente arruffato. Ma il futuro verrà soprattutto scandito dai grandi cambiamenti che stanno percorrendo il mondo intero e l’Occidente in modo del tutto particolare.

All’avanzare della tecnica e all’ampliarsi smisurato dei suoi campi di applicazione, occorre chiedersi quale sarà la propensione all’innovazione tecnologica.

Dentro le nuove onde lunghe dell’evoluzione storica del capitalismo, c’è da domandarsi quali rapporti legheranno i regimi politici e il loro sistema internazionale alle dinamiche e al potere di mercati sempre più globali.

Di fronte a rappresentazioni sociali plasmate senza sosta dai mezzi antichi e recentissimi di comunicazione di massa, è necessario interrogarsi su quali siano i valori culturali e le pratiche educative maggiormente in grado di orientare positivamente pensieri, convinzioni, azioni.

Tornare a essere con decisione "guelfi" comporta affermare l’idea e la realtà di italianità quale dato storico – insieme culturale e popolare – di cui gli essenziali e più duraturi elementi sono religiosi, cattolici.

E soprattutto richiede la consapevolezza che la perennità dell’Italia cattolica e la sua esemplarità nei confronti di altre nazioni, assai più che da una disposizione naturale, dipendono dall’energia e dal successo dell’azione dei cattolici di oggi.

Rispetto ad altre identità culturali che sono state protagoniste della storia dell'Italia unita, noi cattolici disponiamo di idee più appropriate alla soluzione dei problemi del presente. E siamo ancora dotati di strumenti d’azione meno obsoleti o improvvisati.

Ma anche una tale posizione, che questi nostri tempi fanno sentire migliore e più vantaggiosa nella comparazione con altre identità, non può essere considerata per sua natura un bene perenne. Né potrebbe restare a lungo una risorsa inesauribile, quando la visione cattolica della realtà stemperasse i propri elementi costitutivi, mischiandoli e omologandoli a quelli delle concezioni ideologiche del Novecento o dei loro scampoli attuali.

Essere "guelfi", oggi, implica la consapevolezza che la nostra posizione di vantaggio culturale va di giorno in giorno consolidata.

Consolidandola, saremo già pronti per ciascuna di quelle tante, nuove opere che – soprattutto per ciò che riguarda la rilevanza e la capacità attrattiva della nostra partecipazione alla vita politica del presente – il futuro prossimo già ci domanda.

estratto dal blog "Chiesanews" di S. Magister

sabato 12 marzo 2011

COME E' NATA L'UNITA' D'ITALIA

Per approfondire da quale pensiero è nata e come, all’insaputa di molti, agisce ancora nella nostra coscienza delle cose e della realtà,

SamizdatOnLine

ha raccolto una serie di articoli e video molto interessanti.


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LOUGH DERG IRLANDA


Sulla roccia è forgiata
la fede degli irlandesi


Pascoli, pecore, scrosci di pioggia, rari squarci di sole in un cielo di nuvole che subito si richiudono, severe, sopra a quel raggio sfuggito. La strada verso Lough Derg, nella parte settentrionale dell’Irlanda, in prossimità dell’Atlantico, sembra lasciarsi alle spalle il mondo. Avanzi in un orizzonte infinito e agli incroci, nei rari borghi, nessuno. Sembra di stare avvicinandosi a un’invisibile frontiera.

Il Purgatorio di san Patrizio a Lough Derg, il più antico luogo di pellegrinaggio irlandese e uno dei più antichi d’Europa, si delinea infine oltre la superficie di un piccolo lago. Di fronte, sulla Station Island si profila una basilica, e delle case di pietra grigia. È sera, e il battello è fermo al molo. Ìl viaggiatore se ne resta a riva e si accorge che quel mezzo miglio scarso di acqua scura intimorisce. Laggiù, secondo una antichissima tradizione, san Patrizio, l’evangelizzatore dell’Irlanda, restò 24 ore in preghiera in una grotta, e vide con i suoi occhi l’aldilà. Mille e seicento anni fa. Distrutto e ricostruito, bandito durante le persecuzioni contro i cattolici, cancellata la grotta, il Purgatorio tuttavia è ancora qua. Ogni giorno, nelle brevi estati d’Irlanda, diverse centinaia di pellegrini si imbarcano per Lough Derg. Rimangono tre giorni, digiuni, a piedi scalzi, e per 24 ore vegliano senza dormire. Lo facevano i loro antenati, quegli irlandesi che colonizzarono l’America. Lough Derg, dell’Irlanda è una radice. E viene in mente, guardando questa gente e come prega, una frase del Papa nella drammatica lettera ai cattolici irlandesi: «Ricordatevi da quale roccia siete stati intagliati».

Anche da queste rocce: scure, coperte di muschi, dove l’acqua del lago urta con uno strano rumore di risucchio, come se sotto alla riva ci fossero delle cavità. La tradizione afferma che qui sotto era la grotta, e che dopo la visione di san Patrizio gli irlandesi convertiti cominciarono a venire qui, per affrontare, come una prova spirituale, quello stesso ritiro. Dei monaci eremiti costruirono le loro celle. Ne restano le tracce, sei perimetri di pietra nei quali sono state poste sei croci. È il cuore di Lough Derg: qui i fedeli scalzi, fradici di pioggia, pregano col rosario in mano per ore. È un pellegrinaggio duro, che non ammette turisti, e per gente fisicamente forte. È un pellegrinaggio penitenziale, che noi cattolici mediterranei possiamo faticare a capire. Dentro all’immaginario di un aldilà severo; e con sempre, immateriale ma incombente, quel confine che non si vede, appena oltre il lago, verso l’oceano.

Quale confine? Questo lembo dell’Irlanda, fino alla scoperta dell’America, era considerato il limite estremo delle terre abitate. Il Medioevo costantemente si misurava con quel limite: geografico e spirituale. I secoli di fulgore di Lough Derg, quando i pellegrini venivano qui da Spagna, Italia, Ungheria, sono gli stessi della Commedia di Dante. Era un’umanità tesa sull’Aldilà, di cui con fede e timore cercava di sondare la frontiera.

Sulla piccola isola questa impronta è rimasta nelle pietre. Quando, al mattino, dal primo battello sbarcano i pellegrini, questi irlandesi simili a tutti gli altri assumono un contegno diverso. Non parlano, non hanno fotocamere, non bevono Coca Cola, non telefonano. Non c’è campo, sull’isola: una lacuna nella rete dei trasmettitori esclude dal mondo i visitatori. Sono giovani e vecchi, alcuni anche molto vecchi, e stupisce che reggano ore e ore sulla terra umida, a piedi nudi. Ma, se li stai a osservare, capisci che sono una razza forte, temprata. Indifferenti alla pioggia e al vento; testardi nel recitare le Ave Maria attorno ai "beds", i resti delle celle dei monaci. Si inginocchiano, abbracciano le croci, gli occhi chiusi, il peso delle spalle sui bracci del crocefisso. Li guardi con ammirazione: eccola la fede antica dell’Irlanda, ecco cosa voleva dire il Papa, ricordando «da quale roccia siete stati intagliati».

Rare pause per scaldarsi, per mangiare pane e tè bollente tutti assieme. La veglia sarà lunga: tutta la notte in chiesa, e nemmeno all’alba si potrà ancora riposare. Nel cielo, nuvole alte e barlumi di sole rapidi ed effimeri. Ma quando scende la sera l’acqua di Lough Derg si fa nera, e al di là, a riva, non vedi luci. I pellegrini si siedono tutti vicini in chiesa, a farsi forza nella sfida del sonno. Se uno si addormenta, l’amico accanto lo scuote sommessamente. Ave Maria e Padre Nostro, sono le sole preghiere qui, ma ripetute infinite volte, nella notte che avanza. Come un bussare tenace, ostinato: certi che, alla fine, a chi chiede la porta verrà aperta. (Quali storie nascondono quelle facce di giovani donne con la fronte appoggiata sulle croci e le mani serrate? E quei vecchi, che cosa sono venuti a domandare? Alcuni si inginocchiano sulla riva del lago, come sull’orlo di un abisso; si segnano con l’acqua fredda. Nel silenzio assoluto si consumano le domande dei pellegrini, a Lough Derg).

E quando infine, esitante, sorge il giorno, c’è messa, e poi i fedeli si confessano. Rinnovano le promesse del battesimo. "I do", proclamano forte tutti assieme: e il loro "rinuncio" colma la basilica.

l crocifisso dietro l’altare ha strane proporzioni: molto allungato, ma con le braccia singolarmente corte. È fatto così, come rattrappito, il crocifisso del lago, da secoli. Nella piccola cappella di Saint Mary, accanto al molo, ce n’è uno esposto in una teca, antico. Fu trovato addosso ai resti di una pellegrina naufragata con altri su queste acque, duecento anni fa. L’aveva stretto fra le dita, nell’istante in cui davvero, imprevisto, l’altro mondo le si palesava davanti. E quanti altri sono venuti qui e ora riposano lontano, oltre l’oceano, in quel grande paese che è stato fatto anche con le loro mani.

Dentro a Saint Mary il Santissimo è esposto in un ostensorio ricavato dalle radici di una quercia millenaria. La campana suona e scandisce un’altra tappa del cammino dei pellegrini. Affluiscono, scalzi, bagnati, senza una parola né un lamento, col rosario in mano. La roccia da cui sono stati tratti gli irlandesi a Lough Derg è nuda, a cielo aperto, nel lago quieto che talvolta, dicono i taciturni barcaioli, si alza in tempesta. Ne contempli le acque color piombo, e il cielo splendidamente chiaro, al tramonto, verso ovest – verso l’immensità dell’oceano. Sì, certamente qui, o poco oltre, deve scorrere come un remoto segreto confine.

Marina Corradi

nella foto: ST. Patrick Cross Lough Derg