domenica 20 gennaio 2019

MONS. GIAMPAOLO CREPALDI: C’È UN DIRITTO AD EMIGRARE, NON C’È UN DIRITTO ASSOLUTO AD IMMIGRARE


Accogliere e integrare può essere l’obiettivo della politica, ma la Chiesa ha un obiettivo che va oltre: annunciare Cristo
Si moltiplicano gli appelli all’accoglienza, spesso anche da parte di uomini di Chiesa. Quali sono i criteri che la Dottrina sociale della Chiesa offre per affrontare il problema delle immigrazioni senza cadere nel vuoto buonismo?
Mons. G. CREPALDI, Arcivescovo di Trieste
Una delle vie privilegiate di esercizio della carità è la politica, la quale richiede anche l’uso della ragione perché non si limita ad azioni personali di solidarietà ma vuole costruire una società solidale, che funzioni in tale modo. Non potendo andare tutti a Lampedusa ad accogliere immigrati bisogna impegnarsi con una buona politica la quale deve sempre perseguire il bene comune, che non è solo quello degli immigrati, ma anche quello della nazione accogliente e quello del bene della comunità universale. Quindi le politiche dell’immigrazione devono considerare i bisogni di chi chiede accoglienza e nello stesso tempo interrogarsi sulle reali possibilità di integrazione oltre l’assistenza immediata e di altri problemi, come per esempio combattere la criminalità organizzata che organizza gli sbarchi, disincentivare la collusione di alcune ONG, non scaricare tutta la responsabilità sull’Italia ma favorire la collaborazione europea e mediterranea e così via. La carità personale getta spesso il cuore oltre l’ostacolo, ma la politica deve regolare l’accoglienza in modo strutturale nella tutela del bene di tutti.
Secondo il recente Decimo Rapporto del vostro Osservatorio, la questione del rapporto con l’islam assume chiaramente una rilevanza politica e deve perciò essere giudicata anche con i principi della Dottrina sociale. Cosa significa per l’integrazione dei migranti di fede islamica?
La politica che si occupa di religioni deve prima di tutto conoscere le religioni di cui si occupa, evitando di considerarle tutte uguali o tutte diverse. In altre parole, deve misurarsi con la verità delle religioni, altrimenti non esercita la propria razionalità politica. Questo è un dovere della politica che va attuato anche nei confronti dell’islam. È un compito, in un certo senso, anche della Chiesa, che non dovrebbe limitarsi al solo dialogo interreligioso o predicare una accoglienza generica e indifferentista. Anche la Chiesa dovrebbe valutare l’islam – come del resto le altre religioni – alla luce dei principi della sua Dottrina sociale.
L’integrazione autentica richiede questa valutazione, nel rispetto di tutti, compreso l’islam che certamente non ha interesse ad essere considerato diversamente da quello che è. Per conoscere una religione però, bisogno rifarsi alla sua teologia, alla sua visione di Dio, la quale richiede sempre al fedele una coerenza rispetto ai suoi principi. Questa coerenza teologica si impone sempre, prima o dopo. Le discussioni sull’islam “moderato” o “europeo” qui cadono.
Ecco perché non bisogna far finta che nella teologia islamica non ci siano elementi che rendono difficile l’integrazione. Ne elenco alcuni: l’idea di Dio come Volontà, le sue leggi come decreti a cui obbedire alla lettera, l’impossibilità di un diritto naturale, la coincidenza tra legge islamica e legge civile, la distinzione antropologica tra categorie di persone, la priorità della Umma sull’umanità allargata, l’espansione come conquista… Illudersi che queste ed altre caratteristiche possano mutare è ingenuo, come pensare che un cattolico possa rinunciare alla Trinità di Dio e alla incarnazione di Gesù.
Per qualcuno sembra che il fenomeno dell’immigrazione sia ineluttabile e l’unica soluzione sia la società multietnica fatta di diverse culture e religioni. Lei che ne pensa?
Bisogna distinguere tra le situazione di fatto e quelle di diritto. Può darsi che il fenomeno delle migrazioni e delle immigrazioni di fatto continui, ma nessuno può dire che sia in sé un bene. I vescovi dell’Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la Dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare” e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria ci celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sé, la cosa dipende se servono il bene dell’uomo o no, e se non sono un bene in sé non sono nemmeno ineluttabili, anche se il giudizio di fatto oggi sembra dirci così.
Lo stesso dicasi per la società multireligiosa: non è un bene in sé, essa è a servizio del bene comune, che rimane il fine ultimo della comunità politica. Ci sono religioni che propongono e impongono prassi contrarie al bene dell’uomo, come la superiorità del maschio sulla femmina o le mutilazioni genitali. Dire che è un bene in sé significa rinunciare a valutare le religioni con un criterio di verità.
In un celebre discorso pronunciato 9 giorni dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, il cardinale Giacomo Biffi disse che a proposito dell’immigrazione «dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, e il suo necessario messaggio di salvezza». Questo compito della comunità cristiana non viene messo un po’ in secondo piano oggi?
L’evangelizzazione e la promozione umana vanno insieme. Questo vuol dire anche che la promozione umana non può sostituire l’evangelizzazione. Accogliere e integrare può essere l’obiettivo della politica, ma la Chiesa ha un obiettivo che va oltre: annunciare Cristo. Ritengo che oggi ci sia la tentazione di fermarsi prima dell’annuncio.
Sempre secondo Biffi «poiché non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione» e indicava chiaramente che «la responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri». Sembra buon senso, eppure oggi sembra sostituito da un “ecumenismo” dal sapore “politico”. Sbagliava forse il cardinale Biffi?
Come dicevo sopra, l’ecumenismo politico che accoglie tutte le religioni indiscriminatamente, significa l’abdicazione della politica al proprio dovere di perseguire il bene comune, che non è una semplice convivenza ma una convivenza ordinata. Ci sono aspetti delle religioni che mettono in pericolo questa convivenza ordinata. Bisogna però anche rovesciare il ragionamento: la ragione politica occidentale si è indebolita e tollera ormai tutto. Essa nasconde questa sua debolezza trasformando in valore la sua indifferenza religiosa. Il debole, come diceva Nietzsche, si difende trasformando in virtù la propria miseria. Così fa anche l’Europa che chiama tolleranza religiosa l’indifferentismo religioso. La politica deve essere tollerante ma non può tollerare il male da qualsiasi parte esso venga, comprese le religioni. Le politiche religiose, fatta salva la dignità delle persone, devono tenere conto di queste differenze sia nell’accogliere che nell’integrare e non può mai fare di ogni erba un fascio.
Lorenzo Bertocchi
La Verità 14 gennaio

martedì 15 gennaio 2019

CASO BATTISTI ATTO SECONDO

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede pubblica un video su Facebook sull'arrivo di Cesare Battisti in Italia. Un filmato che è uno scempio del diritto. Siamo al tragico scatto del turista con la preda dopo il Safari. Bonafede non può essere il Guardasigilli della Repubblica Italiana 

Cesare Battisti, atto secondo. L'uomo viene filmato da una telecamera mentre gli vengono prese le impronte digitali, il video è montato con una musichetta melò, un sottofondo di pianola con i tasti rotti, la sequenza parte con un paio di scatti in bianco e nero di Battisti, le sagome dei poliziotti, Battisti in un'inquadratura lunga scende dal jet, ciak si gira. La mano di Battisti (c'è un poliziotto che si copre il viso con una sciarpa), Battisti in una stanza con le grate alla finestra, dipinta di uno spettrale giallo, con due poliziotti, uno alla destra e uno alla sinistra, lui al centro, il trofeo, flash, Battisti scortato in un corridoio, con tanto di primissimo piano e scarrellata della telecamera, profilo . Battisti che sale sull'automobile, con due agenti al fianco, Battisti che torna a salire i gradini della scaletta dell'aereo, Battisti all'interno dell'aereo, le eliche, il decollo, finale, nero.
ravvicinato e inquadratura di spalle, mentre esce dai locali dove è stato identificato e fotografato
Non è un documentario della Bbc, non è il video "rubato" dalla telecamera nascosta di un giornalista senza scrupoli e nessuna etica professionale, non è fiction. È il video reale che il ministro della Giustizia Alfondo Bonafede ha pubblicato sul suo profilo Facebook e noi, che ne abbiamo visto tante, siamo rimasti senza fiato. Colonna sonora. Montaggio. Mancavano gli effetti speciali, ma per quelli è bastata l'apparizione in scena di Bonafede.
L'articolo 27 della Costituzione della Repubblica italiana dice che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il senso di umanità calpestato dal ministro della Giustizia con l'esibizione della preda, il suo trofeo di caccia. È il tragico scatto del turista dopo il safari, una narcisistica esposizione di se stesso, la caduta e la cattura che stridono con il sorriso trionfante del signor ministro che a sua volta si specchia sul volto severo dei poliziotti. Non ride nessuno. Solo lui, il ministro. In posa. Flash. Ancora un'altra. Flash. Il kolossal di Bonafede che cattura il terrorista, questo super uomo che esibisce i muscoli mostrando il detenuto, la primula rossa delle Americhe fermata dal conducatordi Via Arenula. La condivisione social della sua impresa che in un lampo diventa manipolazione mediatica, propaganda, una mediocre nuda e vouyeristica sequenza senza più alcuna Bonafede. 
Pensavamo di aver toccato il fondo ieri con lo spettacolo messo in piedi sulla pista dell'aeroporto di Ciampino, invece no, il ministro Bonafede ha preso la vanga e ha cominciato a scavare la tomba del diritto. Concentrato sulla buca che stava scavando, con uno specchio davanti per non perdersi di vista mentre è intento alla Grande Opera, non si è reso conto di quale torto la sua vanità stava facendo alle istituzioni, al paese che fu la culla del diritto. Lo squallido spettacolo che ha pubblicato si intitola "Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo!". Ha ragione, questo scempio è indimenticabile. L'avvocato Alfonso Bonafede non può essere il Guardasigilli della Repubblica Italiana. 
TRATTO DA LIST

lunedì 14 gennaio 2019

L’OSTIA, IL VANGELO E LA LASAGNA. (RIFLESSIONI SUGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, 3)


LEONARDO LUGARESI
Dunque eravamo al punto in cui, nella chiesa primitiva, scoppia il caso delle “vedove trascurate” e si scopre che non è proprio vero che «tra loro nessuno è indigente». Del resto, non è una sorpresa: Gesù una volta, a Betania, l'aveva pur detto a quei discepoli, ardenti di passione per i poveri, e infuriati per lo spreco di trecento denari in «nardo autentico» (non un'imitazione!), “buttati via” per ungere il suo capo: state tranquilli che «i poveri li avete sempre tra di voi (μεθ' ἑαυτῶν)» (Mc 11,7) e se volete far loro del bene avete tempo per farlo fino alla fine della storia.
Cosa fanno allora gli apostoli? «I Dodici, avendo convocato in assemblea la moltitudine dei discepoli, dissero: “Non è accettabile (ἀρεστόν) che noi lasciamo la parola di Dio(ἡμᾶς καταλείψαντασς τὸν λόγον τοῦ θεοῦ) per servire alle mense (διακονεῖν τραπέζαις)”» (6,2).  Punto primo.
Pietro Apostolo, Masaccio Cappella Brancacci (part)

Che meraviglia questo esordio! Gli apostoli non corrono a mettersi una parannanza e a servire a tavola le vedove degli ellenisti, per "dare loro per primi il buon esempio", "riparare allo scandalo di una chiesa troppo spesso distratta”, “rendere concreto nella solidarietà il messaggio di Cristo" e "far sentire più vicina alla gente la parola di Dio con la condivisione del pane" eccetera eccetera, come probabilmente farebbero oggi molti loro successori ... Si preoccupano invece, per prima cosa, di ribadire qual è il compito loro affidato da Dio e di riaffermarne l'assoluta priorità rispetto a tutte le altre incombenze, pur gravi e pressanti: «noi, da parte nostra, continueremo a perseverare nella preghiera e nel servizio della parola (τῇ προσευχῇ καὶ τῇ διακονίᾳ τοῦ λόγου προσκαρτερήσομεν)» (6,4).
Ritorna il concetto di diakonia, evocato sin dall'inizio del passo (6,1: le vedove degli ellenisti «venivano trascurate nella diaconia quotidiana), se ne assume la centralità per la vita cristiana, ma al tempo stesso si mette in chiaro che esiste un “servizio alla parola di Dio” che viene prima (e per gli apostoli è il compito specifico a cui devono dedicarsi totalmente) del “servizio alla mensa”. Viene prima, come vedremo meglio, perché lo fonda e gli dà senso. «Così è chiaramente indicata la posta in gioco della crisi; l'assistenza alle vedove non viene messa in discussione, ma viene subordinata a una necessità che la sovrasta: la diffusione della Parola, garante della crescita della Chiesa» (Marguerat).
Ci vuole un certo coraggio, oggi, ad assumere la stessa posizione, perché un po' tutti, chi più chi meno, siamo stati contagiati dal bacillo del dubbio che, di per sé, il servizio alla parola di Dio non basti, non sia concreto, non sia credibile, non sia autentico. La parola di Dio – che non è un flatus vocis, ma è la persona del Figlio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza e sacramentalmente unito a noi nella chiesa – temiamo che non basti, temiamo che resti astratta se non è corroborata dalla “tavola”.
Cosa intendo qui con questo emblema? Intendo l'idea – pericolosissima perché assume in sé, falsificandolo, uno spunto di verità cristiana – che per sfamare l'indigenza umana la parola divina fatta carne non basti, che ci voglia lo sforzo umano della condivisione e del soccorso materiale. Se no quella parola non diventa carne. Perché, infatti, si organizzano i pranzi di solidarietà nelle chiese, quando si potrebbero benissimo fare in altri posti? Esattamente per significare questo: che la chiesa è un luogo di vita concreta, che lì gli uomini trovano il cibo che li sfama. Ma in questo modo non si implica che ciò che normalmente si dovrebbe fare in chiesa, cioè celebrare la liturgia, non basta, non è ultimamente vero, dal punto di vista cristiano, e non è adeguato al bisogno dell'uomo se non in quanto sostenuto dall'impegno caritativo a favore dei poveri? Non si sostituisce alla fede nella potenza di Dio, quella nel nostro impegno morale? Banalizzo, chiedendo venia per la volgarità: non si finisce per pensare che il vangelo e l'ostia non bastano, senza la lasagna?
Il vero e il falso che si mischiano a generare questo orrendo equivoco sono ben chiariti dal seguito del racconto di Atti. Domani lo vediamo.

mercoledì 9 gennaio 2019

LA RIVOLUZIONE DEI 5 STELLE E’ GIACOBINA.



 SOLO IL CENTRO DESTRA PUO’ FERMARLA, 
E LA GUIDA TOCCHERA’ ALLA LEGA
 PARLA MARCELLO PERA


Dice Marcello Pera, filosofo, già presidente del Senato, che il partito unico di centrodestra c’è già nell’elettorato prima ancora che in parlamento e nelle sedi politiche. Va solo
formalizzato. Resta però da capire quale sia l’effettiva identità del centrodestra oggi.

“Un tempo l’identità del centrodestra era vagamente liberale. Adesso invece è assai più nazionalista. C’è solo da sperare che, assorbendo zone estese di Forza Italia, la Lega assorba anche una linfa liberale, ma al momento non è il caso. La Lega insiste sul nazionalismo, che è una fonte di ricchezza elettorale, si alimenta con questo. C’è l’avversario europeo”. (...) 

Prima o poi questo partito unico nascerà, dice Pera, “perché è già nato nell’elettorato da anni, elezione dopo elezione. Forza Italia si è ridotta, sul territorio è scomparsa. La guida toccherà alla Lega. D’altronde, un partito non può sopravvivere senza sedi, senza discussioni, senza rappresentanti che non siano parlamentari eletti mediante la bilancia o il gradimento del capo. Se uno viene in periferia lo vede. Il partito, Forza Italia, non esiste più. La Lega è dunque diventata un rifugio necessario”.
Fico e i giacobini organizzati
Tanto più, osserva Pera, che dall’altra parte l’avversario sono i Cinque stelle, più che il Pd. “Il Pd non fa paura a nessuno, è inesistente come Forza Italia. I Cinque stelle invece sono l’avversario per quell’elettorato moderato, democristiano, produttivo, borghese. Per questo i voti di Forza Italia vanno alla Lega e non a Beppe Grillo. Avrebbero potuto essere del Pd di Renzi ma non c’è più nemmeno quello”.
Nel centrosinistra invece il caos regna sovrano, dice il filosofo-senatore. Da quelle parti si cercano improbabili alleanze con i Cinque stelle. “Mentre nel centrodestra vedo un travaso di voti, una storia che continua seppur con altri protagonisti e con nuove idee, quelle della Lega, dall’altra parte vedo una rivoluzione, quella dei Cinque stelle, che è a tutti gli effetti giacobina.
Non è populista, non è sovranista, non è nazionalista. E’ giacobina.
Tanti indizi o prove lo dimostrano. Intanto la composizione sociale. Sono borghesi piccoli piccoli, sono i disoccupati organizzati del sud. E’ ‘jacquerie’, rivolta popolare. Oppure basta guardare i personaggi del M5s: canaille, come li chiamavano Voltaire o Marx. Questa è la loro rivoluzione. E il giacobismo sta nel loro modo di operare: se c’è un problema politico che non è stato risolto, dicono, allora c’è un responsabile che ha lucrato, che ha complottato, e chi è considerato responsabile di quel problema deve essere eliminato o abbattuto. ‘Via Renzi’, ‘via Benetton’, ‘via Fornero’. La personalizzazione, nella figura di un colpevole, di un problema politico che va oltre l’individuo è un metodo giacobino. Ho trovato l’avversario, gli taglio la testa e ho risolto il problema”. Altra forma di giacobinismo, dice Pera, è “ignorare le procedure dello stato di diritto. Oppure considerarle decadute. Così allora si nazionalizza Autostrade o si revocano le licenze, senza guardare alle procedure concrete. Ancora meglio, si supera il parlamento. Tutte queste proposte le facevano i giacobini. Se poi guarda ai singoli personaggi dei Cinque stelle stelle, io trovo il giacobinismo nel loro atteggiamento, nei loro volti. L’acredine, la bava alla bocca, il risentimento, vedo il desiderio della vendetta. Questo è un altro fenomeno che per ragioni del tutto contingenti si è unito alla destra di Salvini.
Al fondo però Lega e Cinque stelle non sono compatibili per ragioni di carattere sociale. La ‘jacquerie’ non va d’accordo con il piccolo-medio produttore”. Pera è “stupito per il fatto che nel Pd ci sia qualcuno che voglia l’accordo con i Cinque stelle. Sono evidentemente in stato confusionale, non hanno chiaro chi sono, oppure pensano che chiunque si oppone al governo sia un loro alleato. Quando nel Pd dicono che quello del M5s è un pezzo del loro elettorato, di protesta, vuol dire che il Pd già aveva un elettorato di tale natura e che non sono riusciti a educarlo. L’elettore deluso berlusconiano va con Salvini, ma questi che stanno nel M5s non sono elettori delusi del Pd. Semplicemente, stavano dentro il Pd ma hanno altre intenzioni e caratteristiche, come quella di tagliare le teste. Sono cresciuti con i comizi di Grillo e hanno pensato che una volta arrivati al governo si potesse far davvero. Sono per il superamento della democrazia. Sono giacobini, oppure sono bolscevichi, che peraltro erano figli dei giacobini”.

La confusione sui “fondamentali” del PD
Dunque, si chiede Pera, che c’azzecca Roberto Fico con il Pd? “Fico è il tipico rappresentante dei disoccupati organizzati del sud. Che c’entrano i borghesi piccoli piccoli con la sinistra riformista? Che c’entra il giacobinismo di Fico con la democrazia? Il Pci ci ha messo un po’ di tempo ad abbracciare la democrazia, adesso perché nasce Fico si dimenticano della loro storia?
E’ il segno di una enorme confusione sui fondamentali, come lo stato di diritto e la democrazia rappresentativa. In politica queste sono le precondizioni per discutere. Se vuoi il giacobinismo invece puoi andare in piazza con Fico o con Alessandro Di Battista, che non hanno il problema di governare, non devono acquistare competenze per risolvere problemi. Hanno casomai il problema di abbattere, anche ora che sono al governo. Guardi il caso Autostrade, che è tipico. La prima reazione è stata: ‘Benetton è il nostro nemico’. Va messo in piazza, sputato e messo alla ghigliottina”. Ma questo è un altro fenomeno rispetto alla contaminazione nel centrodestra fra Forza Italia e Lega, sottolinea Pera. “L’elettorato di Forza Italia che si sposta nella Lega ha una avversione spontanea per i Cinque stelle e quindi rafforza la Lega per eliminarli, per spaccare la coalizione. Nel caso del centrosinistra invece mi stupisco che ci sia chi si candida alla guida del Pd con la base politica del dialogo con i Cinque stelle. Si torna abbastanza indietro, prima della svolta di Salerno. E siccome l’antirenzismo non basta più, stanno dicendo che Renzi ha sbagliato anche perché non ha accolto l’invito di Fico, che era: ‘Mettetevi d’accordo e andate anche voi sotto la ghigliottina’”. Tanti auguri.
Tratto dal foglio del 7 settembre 2018


martedì 8 gennaio 2019

CHE FARANNO I CATTOLICI IN POLITICA?



 APPUNTI DAL PASSATO E IDEE AL FUTURO

Un lumicino. Di quelli che basta un refolo di vento a spegnerli. Ma anche di quelli che – ognuno su un davanzale – sono capaci di illuminare una città.
C’è una tristezza di naufraghi, in quello che fu il potere temporale di ispirazione ciellina incarnato nel formigonismo imperante per un ventennio, la Seconda Repubblica, in Regione Lombardia. La barca, però, non è del tutto affondata.
Così l’altra sera, in un luogo iconico per una parte del movimento che ebbe il faro in don Giussani e il rottamatore obbligato delle vocazioni politiche in don Carrón, il centro culturale Rosetum, teatro gremitissimo, è andata in scena l’apologia di Roberto Formigoni presenziata da lui medesimo e il
“discorso del perseguitato” del medesimo interprete, probabilmente non destinato a commuovere o far cambiare idea a molti, fuori dal Rosetum, ma comprensivo di alcune sottolineature politiche non banali e non trascurabili. Delle vicende giudiziarie dell’ex Celeste ormai si è tanto detto e tanto scritto. E anche della sua condanna abnorme e scandalosa, pazzesca e roboante, roba da omicidio preterintenzionale.
La narrazione della serata offre però qualche spunto di riflessione ulteriore e più interessante in ottica futura, sebbene l’intero appuntamento fosse ripiegato sui fasti di una sussidiarietà che pare al momento uscita dall’agenda politica – non soltanto del governo ma anche dell’opposizione.
Al solito, molto lucido è stato Giancarlo Cesana, medico e per anni ideologo del movimento (from behind, come avrebbe detto Obama: non ha mai fatto politica in prima persona) ma oggi anche gestore dell’immenso patrimonio del Policlinico. L’unico che in tutta la serata, due ore e mezzo mentre fuori pioviggina, torna alle origini del pensiero: siamo convinti che la libertà sia il valore fondamentale, siamo convinti che la concorrenza e non l’opposizione tra Stato e privati sia la strada giusta, siamo convinti che il valore è nell’uomo. E tutto questo, spiega, “lo abbiamo imparato in Cl”.
E’ l’unica volta in tutta la serata in cui la sigla cara e oggi vietata alla politica (non conviene, non serve più, o forse “non expedit”), viene citata. “Noi sappiamo che il potere esiste, noi rispettiamo il potere, e lo frequentiamo”, spiega Cesana, eretico. Batte sul punto fortissimo anche Raffaele Cattaneo, assessore ai Trasporti con Formigoni, poi presidente del Consiglio regionale, ora assessore all’Ambiente: “Questa non è una riunione di reduci. Io mi sento combattente in servizio permanente effettivo. Di fronte al governo dell’incompetenza, che ha la sua unica risposta nello statalismo, la risposta politica che possiamo dare è il modello Lombardia. Qui non c’è solo l’apologia di Formigoni ma una proposta politica che abbiamo il dovere di incarnare”. Piccoli messaggi dal futuro, anche se lui stesso, in apertura dell’intervento, aveva spiegato: “Ci sono stato con il primo Formigoni, ci sono stato dopo Formigoni, ci sono adesso: posso dire di essere l’ultimo dei mohicani”. Risate: allegria di sopravvissuti, ma non troppo.

Eppure fuori dal Rosetum e dalle mille conventicole, fuori dalle guerre di parrocchia tra Maurizio Lupi e Roberto Formigoni, fuori dalle assenze di Lucchina e Sanese, qualcosa sopravvive, respira, di quella lunga esperienza politica e di gestione del potere (parola mai stata eretica, per il pensiero politico cattolico). E’ l’immenso sistema – non proprio malandato, anzi – della Regione Lombardia. Dove Roberto Maroni, nei suoi anni, ha cambiato molto per quanto riguarda la Sanità. Ma che resiste nella macchina regionale, nel metodo di lavoro di base, nelle strutture e logiche amministrative collaudate. Non è un caso che Attilio Fontana stia valorizzando quel che è il meglio di una lunga stagione amministrativa (che del resto ha le sue fondamenta antiche in tutta la tradizione della gestione amministrativa lombarda). E a volte, anche se non sempre, questo coincide con l’esperienza di allora. Non c’è un cupio dissolvi, una volontà di “smontare tutto”, come dichiarava, senza poi farlo, Roberto Maroni i primi mesi del suo mandato.
Ora il tema è squisitamente politico. Chi si metterà a parlare di nuovo di sussidiarietà? O questa parola passerà, insieme a socialismo, in quella tristezza di lutti per movimenti e partiti uccisi dal tempo e dai tribunali? Difficile dirlo. Eppure qualcuno spera e magari qualcosa si muove. 
Come ha raccontato il Foglio , gerarchie cattoliche e politici cattolici senza più casa né autore (poco Pd, niente Centro, addio Forza Italia Berlusconi) vanno ragionando sulla necessità di un nuovo contenitore politico cattolico.
Se ne sente la necessità? Forse sì o forse no, anche se è presto per archiviare le idee che hanno fatto grande la Lombardia.

9 Dicembre 2018
ILFOGLIO


SINISTRA E LEGALITÀ



LA CONFUSIONE FRA IL PIANO POLITICO E IL PIANO ETICO E’ LA CONFERMA CHE 
“LA PARTE MIGLIORE DEL PAESE” NON SI E’ ANCORA RESA CONTO DELLA CATASTROFE CHE L’HA PORTATA ALLA SCONFITTA IL 4 MARZO

Vedremo come andrà a finire il braccio di ferro tra il ministro Salvini e i sindaci ribelli, che non intendono attenersi al decreto sicurezza perché lo ritengono “criminogeno”, “inumano”, “incostituzionale”, qualcuno arriva persino a dire “razzista”. Vedremo, soprattutto, se la Corte Costituzionale, investita della questione, individuerà qualche profilo di incostituzionalità.
Orlando l'Africano
Quel che possiamo osservare fin da ora, invece, è come le forze politiche si stanno posizionando. Qui, in barba alla presunta scomparsa della distinzione fra destra e sinistra, le cose sono piuttosto chiare. Forza Italia e Fratelli d’Italia difendono il decreto sicurezza e il principio secondo cui le leggi si rispettano anche se non le si condivide. La sinistra, per quel che è dato capire fin qui, pare schierata piuttosto compattamente a fianco dei sindaci ribelli, e in qualche caso torna persino ad agitare il dovere della “disobbedienza civile”.
Non mi sembra un segnale particolarmente incoraggiante per il futuro, non solo in vista delle elezioni Europee, ma più in generale per il processo di ricostruzione della sinistra stessa, faticosamente avviato dopo la catastrofe del 4 marzo. L’atteggiamento assunto in questi giorni da tanti esponenti della sinistra, infatti, non fa che reiterare, portandolo alle estreme conseguenze, l’errore politico di fondo che l’ha condotta alla sconfitta, consegnando il paese alle forze populiste.
In che cosa consiste tale errore?
L’errore è di trattare un problema politico cruciale, quello della gestione dei flussi migratori, come se si trattasse di un problema morale, ovvero di una scelta etica: da una parte il bene, fatto di apertura, accoglienza, integrazione, dall’altra il male, fatto di chiusura, ostilità, intolleranza per il diverso.
Senza rendersi conto che, per sua natura, la politica è chiamata a scegliere fra soluzioni diverse, ciascuna con i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, e non fra il Bene assoluto e il Male assoluto. Se accettasse la prima prospettiva, pragmatica anziché etica, non le sarebbe difficile riconoscere che sia il decreto sicurezza sia le politiche precedenti, basate sull’accoglienza, hanno enormi limiti, e che nessuna delle due è la soluzione perfetta, se non altro perché entrambe sono basate su un mix di misure di segno opposto, alcune delle quali incentivano l’irregolarità, mentre altre la disincentivano. Continuare con l’accoglienza indiscriminata avrebbe moltiplicato l’esercito degli irregolari senza permesso, bloccare o ostacolare i percorsi di integrazione di chi è già arrivato produrrà a sua volta nuova irregolarità.
Quanto sia pericoloso il registro manicheo con cui, da sinistra, si discute di immigrazione, è divenuto particolarmente evidente in questi giorni, quando il legittimo (e in gran parte condivisibile) scetticismo sulle conseguenze effettive del decreto sicurezza ha condotto a invocare la sua disapplicazione o inosservanza. Qui l’impostazione etica del discorso politico arriva a dare la peggiore prova di sé: si è talmente certi del valore morale delle proprie convinzioni, che ci si sente autorizzati a non rispettare la legge. Come se una sinistra moderna potesse scendere in piazza a difesa della legalità in certi casi, e al tempo stesso invitare a disobbedire alla legge in altri casi, naturalmente a proprio insindacabile giudizio. Come se la condizione del cittadino italiano oggi fosse quella di un perseguitato da un potere politico dittatoriale, e non semplicemente quella di un cittadino che disapprova una legge dello Stato, regolarmente votata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica. A tanto conduce, purtroppo, la confusione fra il piano politico, delle decisioni collettive, e il piano etico, della coscienza individuale.
Né vale ricordare che, anche nel nostro ordinamento, in caso di leggi votate dal Parlamento ma di dubbia costituzionalità, esistono vari meccanismi di “sospensione cautelare della legge”. Tali meccanismi, infatti, possono essere messi in moto solo dai giudici, non certo dai comuni cittadini o dagli amministratori locali, quale che sia il loro rango: un punto di cui pochi, a sinistra, sembrano consapevoli. Fra essi vale la pena ricordare la voce di un altro primo cittadino, il sindaco Pd di Montepulciano, Andrea Rossi, che a proposito del decreto sicurezza, che non condivide e di cui denuncia gli “effetti nefasti”, ha avuto la correttezza di aggiungere: “si tratta di una legge dello Stato che un Sindaco non può non rispettare: anche questo è un principio fondamentale del nostro ordinamento, al quale non si può derogare se non immaginando scenari da repubblica delle banane”.
Temo che, nel Pd che Zingaretti si accinge a riorganizzare, gli Andrea Rossi siano destinati a restare una minoranza. Un vero peccato, perché la loro assenza non fa che ritardare la nascita di una sinistra moderna, capace di pensare sé stessa semplicemente come portatrice di un progetto politico progressista, anziché come l’incarnazione del Bene o, peggio, come la rappresentante esclusiva della “parte migliore del Paese”.
Luca Ricolfi – Fondazione Hume
7 gennaio 2019 -


sabato 5 gennaio 2019

TORNARE A ESSERE POPOLARI



SETTE PAROLE PER IL 2019
Il programma del “partito dei cattolici” lanciato dai gesuiti de “La Civiltà Cattolica”

In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel Gattopardo: «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.

Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista.
Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio». E di recente ha pure affermato: «Servono lea­der con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».

Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».

Migrazioni. I flussi migratori sia­no una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.

Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede.

Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi.
Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il «popolo» in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.

Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza.
La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata», della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?

Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei.
Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica», che non è la forma del «partito politico» e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario». Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.

Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale.

Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

DA LA CIVILTA’ CATTOLICA
IL DIRETTORE DON ANTONIO SPADARO

“IL VANGELO? NON È RIVOLUZIONARIO”


Intervista a  Mons. Nicola Bux:

“Il Papa non può propagandare le sue idee private rispetto alla perenne verità cattolica. Il Vangelo? Non è rivoluzionario”: è l’affondo del noto teologo barese don Nicola Bux, apprezzato consigliere di Papa Ratzinger, in questa intervista al Quotidiano.

Don Nicola, il Vangelo, come affermato dal Papa, è rivoluzionario?
“No. Questa è una tesi che andava in vigore negli anni ‘70, dopo la pubblicazione di alcuni libri, e risente delle idee del sessantotto e del marxismo. Venne fuori per rendere maggiormente appetibile la figura di Gesù, ma non ha fondamento teologico”.
Perchè?
“Il Vangelo stesso ci dice che Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle compimento e questo da solo basterebbe. Una rivoluzione che si rispetti non risparmia il passato e neppure l’esistente. Gesù, al contrario, è un ricapitolatore secondo la bella espressione di San Paolo, ricapitola in sé le cose. E’ vero che nell’Apocalisse c’è scritto che egli fa nuove tutte le cose, ma quel verso va letto come portare a compimento”.
Meglio atei che cristiani che odiano?
“Io credo che il problema sia quando il Papa si allontana dal testo scritto che gli preparano ed alza gli occhi alla platea. La mia sensazione è che certe affermazioni, oltre che da un certo autocompiacimento, nascono dal fastidio che egli nutre verso la Chiesa. Papa Francesco preferisce una visione di Chiesa come popolo indistinto rispetto a quella intesa in senso vero. Non si accorge, però, che scivola in una visione contraddittoria e peronista, una schizofrenia che cozza contro la stessa idea di misericordia tanto diffusa e seguita”.
Perchè?
“Se dico che chi odia, dunque effettivamente in stato di peccato, fa bene a stare fuori della Chiesa e allo stesso tempo affermo che bisogna fare entrare il divorziato risposato civilmente, ugualmente peccatore  dandogli la comunione, cosa che è impossibile, cado in contraddizione. Entrambi infatti sono in peccato. E allora perchè essere severi con chi odia e misericordiosi col divorziato risposato? Torniamo al tema del peronismo. Succede che paradossalmente si vuole fare entrare quelli che sono fuori, ma poi escono quelli che sono dentro. Certe asserzioni, se cadono su fasce deboli o poco consapevoli, sono pericolose e hanno effetti deleteri. Rischiamo di svuoltare ancor di più le chiese”.
E allora?
“E’ un tema di fondo. Può il Papa propagandare le sue idee private rispetto a quelle della perenne verità cattolica? No. Non è un dottore privato e non è pensabile modificare a piacimento o dare versioni che urtano contro la dottrina cattolica e il deposito della fede, che non è un museo, ed anche qui ci sarebbe da dire”.
Prego.
“Se i musei fossero roba inutile nessuno andrebbe a visitarli, non le pare? I pastori della Chiesa devono manifestare sempre fedeltà alla sana e perenne dottrina e verità senza inquinamenti, ma custodedole con cura”.
Bruno Volpe 4 gennaio 2019
https://quotidianodifoggia.it/


mercoledì 2 gennaio 2019

IL MATTARELLA DEL TEMPO CHE FU


Il governo e la linea politica del Quirinale, erede di un passato che non c’e’ piu’

Il discorso di fine anno di Sergio Mattarella conferma la trasformazione della Presidenza della Repubblica in corso fin dagli anni Novanta. Il suo intervento, la Costituzione, distanza dal contratto di governo tra Cinque Stelle e Lega. Appunti, note storiche, riforme istituzionali necessarie e paralisi politica

Il Presidente della Repubblica ha fatto il suo discorso di fine anno sui "buoni sentimenti", un intervento che nessuno ha voluto criticare per evitare l'innesco di una polemica politica il primo giorno del 2019, ma basta un'attenta lettura per vedere come sia tutt'altro che una fiaba per il governo. 
Qualcuno fa dell'ironia sull'accento posto da Mattarella sui "buoni sentimenti", ma in realtà si tratta di un passaggio politico molto importante, tutt'altro che privo di conseguenze (le vedremo in futuro, come sempre), basta semplicemente ricordare lo slogan della Lega di Salvini per catturare la distanza tra Mattarella e il quadro di governo: "Prima gli italiani". Siamo di fronte a due visioni del mondo opposte. 
Sul piano della sostanza politica non è certo una sorpresa, Sergio Mattarella ha una biografia lontana anni luce (in tutti i sensi) da Di Maio e Salvini, e fa di tutto per non nasconderlo.


Mattarella esprime una testimonianza novecentesca della storia politica italiana, è figlio di un glorioso partito dissolto (la Dc), ha continuato a fare politica con un altro partito evaporato (la Margherita), è stato eletto da una maggioranza che non c'è più (quella del centrosinistra), fu scelto da un leader oggi finito nell'irrilevanza (Renzi), la sua elezione provocò la rottura di una larga alleanza di governo (il patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi), è l'incerto punto di riferimento di un partito in grave crisi di identità (il Pd). Tutti i punti cardinali dell'esperienza di Mattarella sono inesorabilmente al passato. 

Questa esperienza è viva al Quirinale e in alcune entità che sono impermeabili più di altre al cambiamento politico, le burocrazie istituzionali che hanno sempre un collegamento diretto con la Presidenza della Repubblica. Anche in questa legislatura. 

Qualsiasi Presidente della Repubblica ha una sua visione e naturalmente una certa distanza rispetto al quadro politico, la storia della Dc - da cui Mattarella trae chiaramente ispirazione - è piena di episodi che segnarono un conflitto tra il Presidente e il suo partito.  Qui però la situazione è profondamente diversa, Mattarella esprime qualcosa che non c'è più nella mappa politica italiana. Si può sostenere con ragione che egli esprima posizioni culturali che vanno oltre il quadro dei partiti, che siano il quadro di valori compiuto del paese. Siamo in un campo storico-filosofico, ma prendiamo per buona anche questa tesi e poniamoci una semplice domanda: quello che dice Mattarella è quello che pensa la maggioranza degli italiani? Ai lettori la risposta. 

Naturalmente il Presidente non deve rappresentare la maggioranza, non è questo il suo compito, è chiaro, ma non può neppure assumere come valide e indiscutibili le sole idee della minoranza. Come vedete, siamo in un campo delicatissimo. Né i partiti né l'opinione pubblica sono un punto di ancoraggio sicuro per la sua azione politica così come si sta delineando dopo il voto del 4 marzo 2018. Perché di politica si tratta, è bene ricordarlo. 
(...) 
Si oscilla tra equilibrio, equilibrismo e un'impostazione culturamente distante e dunque per forza di cose contraria alla maggioranza. 

Qualcuno sostiene che sia un bene che Mattarella controbilanci questa maggioranza, ma sul piano istituzionale il Presidente della Repubblica non ha questa funzione, non è un contropotere, non può esserlo. (...) 

Siamo di fronte a una linea politica "attiva" del Quirinale. La conseguenza politica coerente con questa evoluzione dovrebbe essere quella di cambiare la Costituzione e introdurre il presidenzialismo, ma la sola idea di prendere atto della realtà spaventa i partitanti e l'establishment di lungo corso. Non si può dire e non si può fare. Non si può pensare e non si può agire. Si preferisce restare nel rassicurante limbo di un indistinto potere dove tutti fanno tutto, un gioco degli equivoci in cui alla fine l'azione legislativa e il potere esecutivo sprofondano nelle sabbie mobili.

Il 2019 parte come aveva annunciato il 2018, nella conservazione. Vedremo presto se avrà anche elementi di rivoluzione. Buon anno. 


Tratto da LIST