venerdì 14 maggio 2021

IL RULLO DEI TAMBURI ELIMINA LA RAGIONE


 IL DDL ZAN : CHI OSA ANCORA OPPORSI

Come al culmine di un rito sacrificale, il rumore dei tamburi si fa sempre più forte e non lascia spazio né modo di ascoltare altro. Il discorso si è appiattito e ridotto a slogan: se sei contro il DDL Zan, anzi se solo osi criticarlo anche in minima parte, sei omofobo, discorso chiuso.Tutti quelli che sono bravi, belli e buoni si dipingono la mano scrivendo DDL ZAN e postano la foto sui social, gli altri farebbero meglio a tacere perché sono brutti, sporchi e cattivi.

Coloro che hanno provato ad elencare punti critici e rischi del ddl sono stati travolti dalla marea di una propaganda che va tutta in una sola direzione e che viene amplificata da ogni mezzo di comunicazione possibile ed immaginabile, non ultimo il palco del concerto del 1 maggio. Per non parlare di insulti, minacce, offese…

Contro ogni pronostico, però, si levano, sempre più numerose, voci contrarie e, per colmo, provenienti dalla stessa area politico-culturale che ha fatto del DDl Zan la propria bandiera. L’opposizione al pensiero unico non è più appannaggio di cattolici retrogradi ed illiberali, ma viene portata avanti anche da importanti esponenti del mondo femminista, di arcilesbica, della sinistra.

Solo qualche esempio tra i tanti.

– Intervista a Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera femminista della differenza e membro della Coalizione internazionale contro la maternità surrogata (Ciams)- Marco Guerra, Interris.it, 24/4/2021

Alla domanda del giornalista: “….vorremmo sapere quali sono i timori delle femministe rispetto a ‘sto ddl…”Ricci Sargentini risponde: “In primis il fatto che introduce, in maniera molto vaga, nell’ordinamento italiano il concetto di identità di genere slegato dal sesso biologico, c’è il rischio che uno si auto certifichi secondo la sua percezione di sé. Insomma la cosiddetta self identity che in molti Paesi sta creando una marea di problemi. Se bastasse sentirsi donna per esserlo avremmo tutte le conseguenze del caso che vediamo dove questa cosa è possibile, ad esempio luoghi come spogliatoi, bagni e carceri non sarebbero più sicuri per le donne perché chiunque potrebbe accedervi. Una legge sulla “self id” è stata bocciata dalla Gran Bretagna, perché la maggior parte dei britannici si è dimostrata contraria. Un’altra cosa che ci dà fastidio è che nella legge hanno introdotto anche la misoginia, come se le donne fossero una minoranza e non la metà dell’umanità, le donne non hanno mai chiesto questo e non si capisce perché dovrebbe essere inserita la misoginia in un ddl a tutela delle minoranze”.

–Ddl Zan, quel no (inaspettato) alla legge sull’omofobia di femministe e Arcilesbica .

E’ il titolo di un articolo a firma Alessandra Arachi, apparso sul corriere.it del 3 maggio scorso, in cui si legge:“Non soltanto la maggioranza, il ddl Zan divide l’universo femminista. E divide anche le famiglie: Cristina Comencini guida lo schieramento delle donne che il testo sull’omotransfobia vorrebbero emendarlo, mentre la sorella Francesca sta con le femministe che vorrebbero approvarlo così com’è.…Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di misogenia e disabilità fa regredire le donne nel passato, le considera una categoria, una minoranza mentre siamo più della metà del paese», commenta Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo e storica femminista. E aggiunge: «Anche sull’identità di genere bisognerebbe fare dei cambiamenti». 

È Marina Terragni a spiegarci quali cambiamenti per l’identità di genere. Storica femminista che ha fatto le battaglie accanto al Mit, Movimento italiano transessuali, Terragni dice: «L’identità di genere è un oggetto non definito e non puoi mettere in una legge penale un oggetto non definito. Nel testo si parla di identità autopercepita che è l’ambiguità che apre la porta alla “Self Id”, l’autopercezione del genere. Per capire: in California, dove il self-Id è diventato legge ci sono stati 270 detenuti che si sono dichiarati donne e hanno chiesto di andare nel carcere femminile, con il terrore delle detenute. In Gran Bretagna è successo lo stesso con uno stupratore che si è dichiarato donna. Non basta l’autocertficazione per cambiare sesso ci vuole un percorso». Per Terragni è da modificare anche l’ingresso nelle scuole per parlare della Gravidanza per altri (l’utero in affitto): «Non si capisce, per l’ora di religione ci vuole il consenso dei genitori e per questo no, perché lo decide una legge»…..”

– Si spinge oltre Aurelio Mancuso, dirigente del PD, giornalista italiano, già presidente nazionale di Arcigay, che, sulla sua pagina Fb, invita a sottoscrivere un appello per cambiare il DDL Zan , dicendo, tra l’altro: “…Vogliamo presto un provvedimento che combatta in maniera severa l’omotransfobia, ma con amarezza rileviamo che questo disegno di legge si è trasformato in un manifesto ideologico, che rischia di mettere in secondo piano l’obiettivo principale e di ridurre pesantemente diritti e gli interessi delle donne e la libertà di espressione.

E’ un testo che va emendato prima di essere approvato, perché una legge scritta male porta a delle interpretazioni ed applicazioni controverse che riducono i diritti e non ne consentono la piena tutela.

Il ddl Zan facendo leva su un tecnicismo che appare secondario e terminologico introdurrebbe, se non emendato, una pericolosa sovrapposizione della parola “sesso” con quella di “genere” con conseguenze contrarie all’art. 3 della Costituzione per cui i diritti vengono riconosciuti in base al sesso e non al genere e non in armonia con la normativa vigente, legge n. 164/82 (e successive sentenze della Corte Costituzionale), che ammette e consente la transizione da un sesso ad un altro sulla base non di una semplice auto-dichiarazione. La definizione di ‘genere’ contenuta nel ddl Zan, che non è accettata dagli altri Paesi, crea una forma di indeterminatezza che non è ammessa dal diritto, che invece ha il dovere di dare certezze alle relazioni giuridiche e di individuare le varie fattispecie“

–Omofobia. Via dal non dibattito. Via l’identità di genere

E’ il titolo di un articolo di Marina Terragni, pubblicato su Avvenire il 6 maggio scorso.

“……..Il non-dibattito sul ddl Zan sull’omotransfobia è avvenuto a lungo in questo clima tribalistico-identitario: prova a dire qualsiasi cosa su quel testo, prova a mettere il piede in quel « safe space » e ti arriverà addosso di tutto, dagli insulti alle minacce di morte (e non per dire). «Quel testo non si modifica»: così Monica Cirinnà ha chiuso perentoriamente ogni discussione. Il fatto è che la discussione non si è mai aperta. Quel ddl è passato alla Camera senza che quasi nessuno se ne accorgesse: non per essere benaltristi, ma in effetti a novembre avevamo ben altri problemi, con le terapie intensive che tornavano a riempirsi. In verità la discussione deve ancora cominciare. 

Discussione che deve essere ampia, approfondita, e prendersi tutto il tempo necessario com’è stato per altri temi sensibili (divorzio, per esempio, o aborto). E anche se a prima vista non sembrerebbe, questo è un tema sensibilissimo che riguarda tutte e tutti: vedremo perché. Prima però l’aggiornamento del bollettino dell’odio: dopo le manganellate social che si sono abbattute su Paola Concia, Valeria Valente, Luana Zanella intervistate da questo giornale, e solo per avere garbatamente esposto alcune riserve critiche, eccoci alle minacce di morte. «Vi ammazzo tutte, schifose maledette». «Il giorno in cui cominceremo ad ammazzare i porci come lei sarà sempre troppo tardi».

Torniamo al perché il ddl Zan riguarda tutte e tutti, e non solo le minoranze omo e transessuali, che giustamente si prefigge di tutelare: il concetto di identità di genere, vero architrave del ddl, va a toccare in radice e per tutti la sessuazione umana sostituendo il concetto di transessualità – condizione ben definita e regolata dalla legge 164/82 e successive sentenze – con un ‘percepito’ (sentirsi donna o uomo, o né l’una né l’altro) che si vorrebbe riconosciuto senza alcun percorso, né perizie, né sentenze. Un cambiamento epocale che impatterebbe sulla vita collettiva. Anche, e non positivamente, sulla vita delle stesse persone trans.”

Il ddl Zan è stato portato avanti con protervia, come priorità assoluta in un momento storico in cui le emergenze del Paese e delle persone sono altre, senza la possibilità di un confronto sereno ed approfondito su temi così sensibili, nascondendo, sotto una montagna di slogan, la realtà. Quella realtà che in maniera palese dice che in Italia non c’è un aumento dei crimini d’odio legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, che nel nostro ordinamento penale non c’è un vuoto legislativo per punire tali crimini, che nel DDL Zan non c’è determinatezza del contenuto del reato che rischia di essere legato a percezioni soggettive con la gravissima conseguenza di ritenere istigazione alla violenza anche la semplice espressione di legittime opinioni, come già sta accadendo nei Paesi che hanno adottato leggi simili. Una realtà che dice che il DDL Zan non deve essere emendato, deve essere semplicemente bocciato e buttato nel cestino della storia.

di Angela Comelli

Tratto dal blog di Sabino Paciolla

foto Reuters

 


giovedì 13 maggio 2021

IL PAPA RIBALTA LA CHIESA AMERICANA

 Roma sconfessa i vertici della chiesa americana: è ora di aprire anche lì l’ospedale da campo

Durissima lettera dell'ex Sant'Uffizio ai vescovi degli Stati Uniti:“Aborto ed eutanasia non sono peccati più gravi degli altri”. Sepolto il wojtylismo. Requiem finale per i valori non negoziabili

Roma. E' un altolà severo quello che il cardinale prefetto della congregazione per la  Dottrina della fede, Luis Ladaria, ha intimato al presidente della Conferenza episcopale americana, mons. José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles.

Volete negare la comunione ai rappresentanti politici abortisti e non contrari all'eutanasia? Non potete.

E' questo il cuore della lettera, cortese ma chiara, che Roma ha spedito oltreoceano. Gómez, a fine

marzo, aveva fatto sapere a Roma che era imminente la pubblicazione di undocumento “sulla dignità di ricevere la comunione”. L'obiettivo, neppure troppo celato, era il presidente Joe Biden, cattolico praticante, più volte ripreso a sgranare il Rosario, ma pro choice. E insieme a lui buona parte della leadership democratica, a cominciare dalla speaker Nancy Pelosi.

Già lo scorso 20 gennaio, mentre Biden s'insediava alla Casa Bianca, mons. Gómez pubblicava una Nota in cui ricordava al secondo presidente cattolico nella storia americana che la collaborazione e la convivenza con chi sostiene aborto, eutanasia, gender e matrimonio tra persone dello stesso sesso sarebbe stata complicata.

Il comunicato del numero uno dei vescovi statunitensi veniva subito biasimato su Twitter dal cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, interlocutore prediletto di Papa

Francesco in terra americana e in odore di promozione a Roma. Cupich denunciava l'irritualità del gesto del confratello (definendolo “sconsiderato”) e il fatto che il contenuto del comunicato non fosse stato discusso con nessuno. Subito, a confermare l'estrema polarizzazione dell'episcopato americano, i vescovi si schieravano chi con Cupich chi con Gómez, abusando dei social network per i rispettivi endorsement e rendendo quindi palese la spaccatura.

A sin Gomez  (Los Angeles) Cupich (Chicago)
Il Vaticano chiarisce ora che anziché pensare alle scomuniche sarebbe utile praticare il dialogo con tutti, anche con chi non è proprio conforme alla dottrina. Discutere e confrontarsi, innanzitutto all'interno della conferenza episcopale e poi con Roma.
Niente fughe in avanti, dunque, né colpi di testa. E comunque - ed e questo il punto rilevante della missiva firmata dal prefetto Ladaria (che nella narrazione mediatica è ascritto alla categoria degli ultraconservatori quando si tratta di dire no alla benedizione delle coppie gay e diventa un liberal quando si oppone alla linea battagliera dei vertici dell’episcopato americano) - “sarebbe fuorviante se si desse l’impressione che l'aborto e l'eutanasia costituiscano le uniche gravi questioni della dottrina morale e sociale cattolica che richiedono il massimo livello di responsabilità da parte dei cattolici”.

Ecco il punto: Ladaria non inventa nulla, semplicemente ricorda che il Papa gia cinque anni e mezzo fa aveva chiarito (nella cattedrale di Washington) che il tempo delle guerre “croce in mano” per l’affermazione dei cosiddetti valori non negoziabili era finita. Un'epoca morta e sepolta.

L'aveva detto e ribadito prospettando un ricambio drastico dell'orientamento episcopale statunitense: via i vescovi rimasti alle culture war, dentro nuovi presuli con l'odore delle pecore. E' il ritorno alla stagione pre wojtylana, quella in cui la chiesa americana era tra le più liberal del pianeta e il suo mentore, il cardinale Joseph Bernardin, nel 1983 alla Fordham University disse che “quelli che difendono il diritto alla vita dei più deboli tra noi devono essere altrettanto visibilmente impegnati nel supporto della qualità della vita dei più fragili tra noi: l'anziano e il giovane, l'affamato e il senzatetto, l'immigrante senza permesso e il disoccupato." Coerenza complessiva significa che non si può essere ambivalenti in materia". L'ospedale da campo bergogliano ante litteram, insomma.

Quella linea, ora, torna ad affermarsi dopo la lunga stagione segnata dal conservatorismo muscolare e dalle battaglie culturali che hanno segnato un ventennio di vicende ecclesiastiche.

La congregazione per la Dottrina della fede raccomanda toni bassi e prudenza. Non è il tempo delle contrapposizioni, va preservata a ogni costo l'unità della chiesa e dell'episcopato. Il cardinale Ladaria ricorda poi che “ogni affermazione della conferenza episcopale riguardante leader politici cattolici dovrebbe essere contestualizzata nel più ampio spettro della dignità di ricevere la comunione da parte di tutti i fedeli anziché da parte di una sola categoria".

Mons. Gomez aveva chiesto all'ex Sant'Uffizio di rendere pubblica la nota che l'allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto, aveva inviato nel 2004 alla presidenza dei vescovi americani circa la possibilità di negare la comunione ai politici cattolici dichiaratamente pro choice.

Nella lettera, Ratzinger pur condividendo la preoccupazione dei settori più conservatori, avallava la linea del “giudizio prudenziale" sulla materia, riconoscendone l'estrema delicatezza. Valutare bene, caso per caso, senza spirito da crociata.

L’allora presidente della Conferenza episcopale era il liberal Wilton Gregory, che molti anni dopo Papa Francesco avrebbe promosso arcivescovo di Washington. E in questa veste si è già detto del tutto disponibile a dare la comunione a Joe Biden.

La chiesa americana è arrivata alla resa dei conti e l'attivismo dell”attuale vertice, non troppo gradito a Roma, accelererà quel cambiamento considerato inevitabile.

MATTEO MATZUZZI, IL FOGLIO

mercoledì 12 maggio 2021

SE INFETTI IL PROSSIMO, SEI DI DESTRA

«Spesso il pensare si riduce a inventare ragioni per dubitare dell’evidente». (Gomez Davila)

Ma perché gli intellettuali progressisti sono diventati i cantori delle serrate a tutti i costi?

Scriveva lunedì 10 Carlo Verdelli sulla prima pagina del Corriere della Sera che l’insistenza sulle riaperture è “di destra”, mentre la richiesta di rispetto delle regole è “di sinistra”. L’editorialista ne è un po’ stupito perché – dice – dovrebbe essere il contrario: sinistra uguale libertà, destra uguale rispetto e regole. E invece:

«Sintetizzando brutalmente, la sinistra nasce per contrastare l’ordine costituito e le regole che lo governano, la destra per conservare il primo e le seconde. Durante la pandemia, il campo si è invertito, con la destra a premere per affrancare i popoli (in Italia e dovunque) dal giogo delle regole e delle restrizioni della libertà, compresa quella di infettare il prossimo, e la sinistra a resistere contro l’insofferenza crescente nel nome della prudenza civile».

La citazione sopra riportata, con l’inciso sull’«infettare il prossimo», svela il retropensiero di Verdelli. E cioè che è colpa della propaganda aperturista di destra se ci sarà un innalzamento dei contagi, se moriranno altri anziani, se tutto andrà a rotoli.

Prove a sostegno

Balzàno modo di ragionare quello di Verdelli che, per avvalorare la sua ipotesi, portava come “prove” di queste sue affermazioni la lunare dichiarazione di una ragazza alla trasmissione Dritto e Rovescio su Rete4:

«Comunque i giovani della mia età non muoiono di Covid. Neanche mio padre che ha 50 anni muore di Covid. No, dai, muoiono solo le persone anziane. Quello che penso io, arrivati a questo punto… Anche i miei nonni: tengo molto ai miei nonni, ma se devono morire, morissero».

e quella di una collega del Corriere:

«L’altra sera, con la misura del blocco alle 22 ancora vigente, una cronista di questo giornale, Paola Caruso, fotografava la situazione a Milano con questo tweet: “Esco dalla redazione a mezzanotte e mi aspetto di non vedere nessuno in giro. Sbagliato: capannelli di ragazzi in Brera e a Porta Venezia davanti ai locali chiusi, uno sopra l’altro, senza mascherina”».


Destra e sinistra

Perché la sinistra si è infilata in questo tunnel mentale per cui vuole colpevolizzare a tutti i costi chi desidera tornare a vivere e lavorare, identificando come untori gli altri, i giovani, quelli di destra? Forse c’è qualcosa di più e riguarda il fatto che, aldilà della grossolana e bislacca spartizione degli italiani nelle due categorie, c’è un diverso modo di rapportarsi con i dati di realtà che, soprattutto nel caso dell’intellighenzia di sinistra, sono validi solo quando confermano i propri schemi.

I numeri del Covid

«Spesso il pensare si riduce a inventare ragioni per dubitare dell’evidente» scriveva Nicolás Gómez Dávila (In margine a un testo implicito) ed è quello che pare fare Verdelli per il quale la necessità di mantenere un regime di chiusure è un dogma a prescindere dai dati. Quelli dell’altro giorno, ad esempio, ci dicono che nelle ultime 24 ore i decessi causa Covid sono stati 139. Si tratta del numero più basso dallo scorso 25 ottobre, quando se ne registrarono 128. Quindi la domanda è: perché in base ai numeri accettiamo una limitazione della nostra libertà, mentre sempre in base ai numeri non possiamo allentare i divieti?

Il coprifuoco alle 22

Altro esempio, ormai diventato quasi un luogo comune in questi tempi di pandemia: perché il coprifuoco alle 22 è di sinistra e quello alle 23 è di destra? Sull’argomento il Giornale ha intervistato Massimo Clementi,  prorettore alla Didattica e professore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia. A proposito del coprifuoco, Clementi diceva al Giornale:

«Una regola presa senza la minima base scientifica e per certi aspetti dannosa: senza coprifuoco, ad esempio, i ristoranti potrebbero fare più turni e diminuire la concentrazione di persone».

Il libro di Speranza

Quindi, cosa c’entrano la destra e la sinistra? Qui l’unica cosa che c’entra è il buon senso. Che è quello che manca in molti commenti che appaiono sui media dell’area progressista che si sono ormai incaponiti sulla linea della chiusura a oltranza. Linea sostenuta ad esempio dal ministro Roberto Speranza che nel suo libro Perché guariremo (mai editato in Italia, noi abbiamo dovuto farcelo mandare dalla Francia) scrive che la pandemia è l’ultima occasione per la sinistra di mostrare la bontà delle proprie ricette politiche. Scrive proprio così Speranza nel suo libro:

«Sono convinto che abbiamo un’opportunità unica per radicare una nuova idea della sinistra».

Più chiusure, più sinistra?

Per il ministro della Salute l’arrivo della pandemia ha mostrato a tutti la necessità di una «tutela sovraordinata dei diritti fondamentali che solo le istituzioni pubbliche possono garantire». Quindi, più durano le restrizioni, più la sinistra potrà capitalizzare il suo consenso tra la gente. Più chiusure uguale più Stato, più Stato uguale più sinistra. Dite voi se questo è un ministro e una classe intellettuale su cui si può fare affidamento.

Emanuele Boffi 11 maggio 2021 TEMPI

martedì 11 maggio 2021

LO SCISMA

LEONARDO LUGARESI

I VESCOVI TEDESCHI
Se avverrà, lo scisma tedesco che alcuni prevedono, sarà un grande male. Uno scisma nella chiesa è sempre una cosa terribile perché non è semplicemente la rottura di una umana aggregazione, la separazione di un gruppo da un altro, la fine di una società: è la lacerazione del corpo di Cristo. L’unità della chiesa, infatti, non è opera delle nostre mani, ma un dono di Dio e di conseguenza una nostra responsabilità. Romperla significa disprezzare e rifiutare quel dono. Lo scisma, ogni scisma, sotto questo aspetto è dunque un’offesa a Dio, quali che siano le “buone ragioni” che può avere. Scisma non è una parola che si possa pronunciare a cuor leggero, e augurarselo è addirittura una bestemmia.

Tuttavia, se lo scisma tedesco non ci sarà, come altri pensano e come anche a mio modesto avviso è più probabile, sarà ancora peggio perché non significherà che la chiesa avrà recuperato l’unità della comunione di fede speranza e carità, ma piuttosto che si farà finta di niente. 

Gli ecclesiastici, i funzionari e gli impiegati stipendiati della chiesa in Germania (perché di costoro, in buona sostanza, si tratta: a questo pare infatti che si sia ridotta gran parte di quella chiesa, tanto ricca di soldi quanto povera di fedeli) andranno avanti per la loro strada, in pieno contrasto e plateale disprezzo della dottrina che la chiesa ha sempre affermato di avere ricevuto dal Signore, e il papa farà finta di niente. 

Ora, “far finta di niente” è una pratica che, entro certi limiti, si è sempre usata nella chiesa, talvolta perfino con buone ragioni. Stavolta però, se le cose andranno così, l’ambiguità e la dissimulazione saranno estese praticamente senza limiti, con la pratica licenza per tutti di continuare a dirsi cattolici credendo e facendo qualsiasi cosa. E questa sarà un’offesa a Dio forse ancor più grave dello scisma.

Spero di sbagliarmi. Quando c’è di mezzo la potenza di Dio, tertium datur (e magari anche quartum, quintum … chi lo sa, forse si può arrivare fino a settanta volte sette).

sabato 8 maggio 2021

L’AMORE NON FINISCE CON LA MORTE

 

OMELIA DI MONS. CAMISASCA AI FUNERALI DI 

DON SANDRO SPINELLI.

Quando un sacerdote muore porta con sé in cielo non soltanto se stesso, ma porta un’infinità di esistenze.

Cari fratelli e sorelle,

il mio affettuoso ricordo innanzitutto al cognato di don Sandro, alla nipote Stefania, agli altri nipoti e a tutti i familiari. So quanto sono stati vicini a don Sandro in questi ultimi mesi della sua vita, mesi lunghi e brevi. Con quanto affetto, con quanta cura, con quanta attenzione e generosità di energie. A voi il sincero grazie di tutti noi, che gli abbiamo voluto bene attraverso di voi. Il mio saluto si estende poi ai sacerdoti qui presenti, ai membri della Fraternità san Carlo, al parroco e al viceparroco di questa parrocchia, al parroco della chiesa di Pievescola che qui rappresenta anche il Cardinale Lojudice.

Tanti di noi hanno avuto modo di essere vicini a don Sandro in epoche diverse della sua vita. E dunque qui sono stati chiamati non solo dal ricordo di quei momenti, ma anche dal tributo di gratitudine che gli dobbiamo e dalla necessità della preghiera.

Segnata per ben tre volte dal lutto e della morte in queste ultime settimane, la Fraternità san Carlo sente rivolto innanzitutto a se stessa, ma poi a tutti quanti, questo invito che nel Vangelo di oggi ricorre così pressante: siate pronti. “Siate pronti” non è una parola di ansia. Non è neppure una parola discriminante. È una parola realistica. Infatti della nostra vita, di cui conosciamo l’inizio, non possiamo conoscere la fine, non ne conosciamo i tempi e soprattutto i modi. E dunque dobbiamo essere pronti. Don Sandro è un esempio singolare di questo. Infatti, negli incontri che abbiamo potuto avere in questi ultimi mesi, con diverse intensità, tutti quanti possiamo testimoniare che questo era il cuore del suo animo, sia nei momenti di serenità – che erano la maggioranza – sia nei comprensibili momenti di turbamento. Si stava preparando. Dio gli ha concesso un tempo lungo per prepararsi. Chiediamo che anche a noi sia concesso questo tempo, il tempo della preparazione. Essa deve avvenire ogni giorno, perché ogni giorno siamo messi davanti al mistero della vita e della morte, del bene e del male. Ogni giorno dobbiamo dire sì a Dio che ci chiama. Prepariamoci lietamente, con leggerezza, prepariamoci sicuri che tutto ciò che di bene ci è stato dato e abbiamo vissuto non ci verrà tolto, ma sarà moltiplicato. Prepariamoci all’incontro di gioia e di comunione. Prepariamoci alla luce.

Quando un sacerdote muore – permettetemi di dirlo adesso con più consapevolezza di qualche anno fa, avendo accompagnato alla morte decine di sacerdoti –, porta con sé in cielo non soltanto se stesso, ma un’infinità di esistenze. Tutte quelle che hanno attraversato la sua vita, in un modo o in un altro, per tempi lunghi o brevissimi, in una confessione o in una amicizia intensa, in un momento di preghiera o in una gita, attraverso un aiuto dato o ricevuto. La vita del prete è un crocicchio in cui si fermano tanti e tanti bisognosi, tanti e tanti cercatori di luce.

Ogni volta che un sacerdote sale al cielo, porta con sé, in modo rinnovato, queste vite, queste attese, queste domande, queste suppliche, questi drammi, queste scoperte. E così il mondo viene rinnovato. L’amore di un sacerdote non finisce con la morte, ma anzi continua con una intensità maggiore, con una maggiore profondità. Perché ora egli vede. Vede quello che prima non poteva vedere. E sa quello che prima non poteva sapere.

Don Sandro Spinelli
Ho conosciuto don Sandro molto fugacemente ai tempi del nostro seminario. In realtà, quando lui è arrivato, io ero già partito dal seminario. Quindi la nostra vicinanza a Bergamo è stata molto breve. Poi don Giussani lo ha mandato a Vallo della Lucania, come responsabile del seminario in quella terra lontana. Infine gli ha chiesto di potermi affiancare, all’inizio della nostra Fraternità, a metà degli anni Ottanta, come vicerettore del seminario, economo della Fraternità e come segretario generale. Eravamo talmente pochi allora, che ciascuno di noi assommava più incarichi. Ed è stato il mio primo compagno di viaggio nella gloriosa e indimenticabile esperienza delle Cappellette di San Luigi, nella piazza di Santa Maria Maggiore. Sono stati gli anni della fondazione, gli anni degli inizi, gli anni a cui chi vi ha partecipato guarda sempre con una certa nostalgia, ma anche con molta gioia, perché da quell’infinitesimale seme è nata poi una pianta significativa. Certamente sono stati anni in cui non avevamo nessuna percezione di ciò che sarebbe nato, ma sono stati anni avventurosi, belli, in cui abbiamo imparato a confidare in Dio e in lui soltanto.

Poi, dopo un po’ di tempo, ci fu la sua prima destinazione lontano da Roma, come rettore di un Collegio a Napoli, e infine la sua destinazione a Punta Ala, dove ha seminato molto profondamente, con molta generosità.

Don Sandro è stato un uomo intelligente e curioso. Intelligente di una intelligenza che gli veniva dalla sua passione per la bellezza, che affondava le sue radici ancora negli studi tecnici e grafici che aveva svolto nella scuola salesiana. Poi questa passione lo ha accompagnato per tutta la vita, nella diocesi di Grosseto, dove è stato responsabile dell’Ufficio Diocesano per la Cultura e insegnante di arte nell’Istituto di scienze religiose. Era un uomo soprattutto curioso dell’umanità, dell’umanità degli altri. E ogni qual volta si andava a Punta Ala si sentivano i suoi racconti delle persone incontrate. A Punta Ala di umanità ce n’era tanta, di diverso genere, di diverso tipo. Ultimamente era approdato nella diocesi di Siena, in un ministero che ha potuto svolgere per pochissimo tempo, e poi qui, nella terra della sorella, del cognato, della nipote e gli altri famigliari, terra benedetta del Trentino, in cui ora il suo corpo viene seminato.

Rendiamo grazie a Dio per tutto quanto don Sandro ha portato nella Chiesa, per tutto quanto ha donato a noi, per tutto quanto ha donato all’infinito numero di persone che ha accostato.

Preghiamo, sicuri di ritrovarlo in cielo quando avremo tutti trent’anni, e saremo tutti giovani: sant’Agostino ha scritto che in Cielo avremo sempre trent’anni, quindi saremo nel meglio delle nostre energie e anche delle nostre fattezze. Perciò, la giornata di oggi, oltre che essere certamente una giornata di silenzio e di tristezza, è anche una giornata di gioia, in cui viene anticipato, per grazia di Dio, l’incontro finale che avremo con i nostri cari.

Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia per i funerali di don Sandro Spinelli. Mezzolombardo, 19 aprile 2021

di Massimo Camisasca  aprile 2021


 

venerdì 7 maggio 2021

ECCO IL VERO SCOPO IDEOLOGICO DEL DDL ZAN

Passaggi normativi che suscitano "perplessità", finalità "politico-culturali" altre rispetto alla semplice lotta alle discriminazioni, la possibilità che si profili uno "Stato educatore" in stile totalitario. Mentre i media sono invasi dalle polemiche sulle performance di Fedez, e in Parlamento si prepara la battaglia politica, siamo davvero sicuri di aver compreso fino in fondo il ddl Zan di cui tutti parlano? Per Alessandro Campi, professore ordinario di Scienza Politica al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Perugia, bisognerebbe instaurare un "utile e civile" dibattito sul tema. Sempre che non sia troppo tardi. Intervista di Giuseppe De Lorenzo sul Giornale,

Professore, lei ha esortato ad aprire una discussione seria sul ddl Zan. Significa che fino ad oggi non c'è stata? Perché?


"Che un simile dibattito sia mancato lo dimostrano la cagnara sulle parole di Fedez, le uscite scomposte di alcuni avversari politici della legge o il fatto che molti suoi sostenitori, senza nulla argomentare, si siano limitati a farsi fotografare con la mano aperta con su scritto DDL ZAN. Ci sono stati nel tempo interventi meditati, pro o contro la legge, ma sono stati risucchiati dalle opposte propagande o dalle esigenze della politica spettacolo. Il perché di questa situazione dipende da molti fattori: da un lato, la centralità crescente dei social, che non sono uno strumento adatto al confronto dialettico, semmai alla polarizzazione e semplificazioni dei giudizi; dall’altro un mondo politico che a sua volta si è disabituato alla discussione, magari aspra, ma civile e basato su argomenti, non su insulti. Mettiamoci infine un sistema della comunicazione che si limita ormai a giocare sulle emozioni e sulle passioni elementari".

Perché è scettico sul ddl Zan?

"Partendo da buone intenzioni, la lotta alle discriminazioni basate sul sesso e sull’orientamento sessuale, le svolge male (cioè in modo contradditorio) sul piano normativo. Nel nostro ordinamento – dall’art. 3 della Costituzione alla mitica legge 194 che regola l’aborto – i diritti sono riconosciuti in base al sesso, non in base al genere: basta già solo questo per determinare potenziali cortocircuiti normativi.

Soprattutto è una legge che, sotto le buone intenzioni dichiarate, persegue finalità politico-culturali sulle quali i suoi sostenitori tendono a sorvolare, pur sapendo che esse rappresentano la vera posta in gioco. Mi riferisco all’idea, che attraversa l’intera legge e ne costituisce, per così dire, il cuore ideologico, secondo la quale i tempi sarebbero maturi – sul piano del costume – per lasciarsi alle spalle le differenze tra i sessi naturalisticamente definite a favore delle identità sessuali e di genere soggettivamente percepite e autocertificate.

Quello che si prospetta è un vero e proprio cambiamento di paradigma storico-antropologico. Esso probabilmente risponde allo ‘spirito dei tempi’, oltre a rappresentare – come alcuni sostengono – un avanzamento sul piano dei valori e della civiltà. L’importante però è giocare a carte scoperte invece di fare finta che l’obiettivo sia solo la lotta alle discriminazioni. Non è solo una questione di libertà individuali, come si dice, ma di visione della società, di modelli valoriali e di forme culturali. Il che giustifica lo scontro politico di queste ore, purché – ripeto – non ci si riduca a insultarsi".

Lei in particolare ritiene controversi due articoli (1 e 4) del disegno di legge. Iniziamo dal primo? Quali sono le problematiche?

"L’articolo 1 offre una definizione assertiva di cosa debba intendersi per sesso, per genere, per orientamento sessuale e per identità di genere. Questioni di grande rilevanza etico-filosofica (stiamo parlando di cosa debba intendersi per natura umana) vengono risolte in poche righe dal sovrano-legislatore. Hobbes diceva, del suo Stato-Leviatano, che esercitando una volontà piena e assoluta può fare tutto, tranne trasformare l’uomo in donna. Il Parlamento italiano, per dirla ironicamente, si è dato anche questo potere: di definire lo statuto legale e antropologico degli esseri umani".

C'è chi denuncia l'ambiguità della definizione di "identità di genere" che aprirebbe le porte all'auto percezione di sé. Con implicazioni, solo per fare un esempio, in campo sportivo: uomini che si sentono donne e che chiedono di gareggiare nei tornei femminili. È un rischio concreto?
"In realtà casi del genere si sono già verificati. Le uniche che hanno avuto su questo punto parole sagge di denuncia sono state le femministe. Anche in questo caso l’idea guida, che questo disegno di legge a sua volta riflette, è che un desiderio soggettivo debba per forza configurare un diritto oggettivo come tale tutelato dall’ordinamento. Ma così non si crea una società migliore, semplicemente si pongono le premesse per la sua progressiva dissoluzione".

Passiamo all'articolo 4. Quali critiche solleva?

"Quando ci si è resi conto – sulla base delle perplessità e delle critiche avanzate a suo tempo durante le discussioni svoltesi all’interno Commissione Affari Costituzionali – del rischio che semplici opinioni individuali potessero trasformarsi in reati (sub specie di istigazione all’odio) si è introdotta nel testo della legge una bizzarra clausola di salvaguardia che altro non fa che reiterare quel che si trova scritto nell’art. 21 della Costituzione. E cioè che la libera manifestazione del pensiero, in ogni forma, non può essere in alcun modo limitato. Perché in una legge si è sentito il bisogno di ribadire quel che si trova scritto in forma solenne nella nostra Carta fondamentale? Ancor più grave è che in quest’articolo, nel ribadire l’ovvio, si sia introdotto (a questo punto non so nemmeno quanto involontariamente) un inciso a dir poco ambiguo. Nel senso che sono ammesse, si legge, tutte le idee ed opinioni “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Ma chi decide quando idee ed opinioni liberamente espresse possono determinare un concreto ed effettivo pericolo? Ci vuole poco a capire quali margini di discrezionalità, con una magistratura politicizzata in molte sue frange come quella italiana, lascia aperta una simile formulazione.

lunedì 3 maggio 2021

FEDEZ FA DIMENTICARE I LAVORATORI ANCHE IL PRIMO MAGGIO.

Al di là del merito della legge Zan, di cui pochi parlano davvero, il caso Fedez al Concertone del primo maggio ha qualcosa di emblematico. 

Segna il compiersi di un amaro destino della sinistra italiana. Lo spiega bene Selvaggia Lucarelli sul Fatto: nel giorno della difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, è un esponente dello star system, miliardario, a diventare leader e punto di riferimento.

Lo aveva scritto Federico Rampini tre anni fa, nel suo libro "La notte della sinistra": perso il contatto con il popolo, la sinistra è guidata da Hollywood e lascia le masse popolari alla destra di Trump. Rileggerlo oggi fa effetto: “Tra i guru «progressisti» vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer sui social media, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity. Mentre trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo”.

La dirigente di RAI3 che discute al telefono con Fedez è stata anche portavoce di Veltroni ma Letta e Conte (l’ultimo a nominare l’attuale dirigenza) si schierano col cantante e chiedono svolte in RAI, preparandosi alla prossima tornata di nomine, da loro già lottizzate e che determineranno ancora. 

Enrico Letta ha un problema in più.  Sembra aver perso completamente l’equilibrio, dimostrato sui temi etici dai Prodi e persino dalle Bindi, in un passato recente, e sposa adesso in blocco, senza batter ciglio, il DDL Zan. Una legge che, sebbene proposta da un esponente del Pd, ha scatenato molti dubbi anche fra altri esponenti di sinistra e fra le femministe storiche. Impossibile che Letta non sia a conoscenza di questo dibattito ed è molto grave che non si sia ancora espresso su di esso

Selvaggia Lucarelli sul Fatto quotidiano scrive una riflessione non banale:

 «E fu così che nel giorno della festa dei lavoratori si finì per parlare solo di un cantante milionario che ha gridato alla censura col megafono offerto da chi l'avrebbe censurato (la Rai) e per niente dei lavoratori. Ed è finita, pure, che per attaccare la Lega, Fedez ha in realtà accusato di tentativo di censura la vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani, che è in quota Pd. E dunque Matteo Salvini ha potuto difendersi dicendo: "E mica ce l'ho messa io lì, chiedete al Pd". Nel frattempo, la Rai si è difesa dicendo che il video di Fedez era tagliato ad arte e in effetti, dalla telefonata integrale, si evince che i toni della Capitani non fossero esattamente quelli della censura, per cui sì, Fedez aveva tagliato il video che neanche Le iene nei loro giorni migliori. 

Mentre succedeva tutto questo, sui social era tutto un fioccare di tweet di politici che si rallegravano "Bravo Fedez!" dimenticando che alla lottizzazione della Rai partecipano pure i loro partiti, nessuno escluso. Intanto qualcuno faceva notare che da un po' tempo Fedez e la Ferragni si sono rivolti ad una società di consulenza che indica ai Ferragnez i temi che stanno a cuore alla generazione Z, dal veganesimo alla fluidità di genere, per cui lei è passata dal promuovere un'azienda di carni agli snack vegani, e lui dallo scrivere testi tipo "'Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing. Ora so che ha mangiato più würstel che crauti.  Ciao sono Tiziano, non è che me lo ficchi?'" al diventare il paladino dei diritti Lgbt. 

Qualcuno ha fatto notare "chi se ne frega, l'importante è il risultato". Il che è anche vero. Se sostieni il ddl Zan e spieghi a qualche ragazzo giovane (che magari lo ignora) che cosa sia la lottizzazione della Rai, va comunque bene, pure se lo fai senza quella scintilla di verità che ci vuoi far credere. 

Infine, in questo putiferio, qualcuno ha fatto sommessamente notare che Fedez è testimonial Amazon con cui ha un contratto a parecchi zeri. E che sarebbe stato coraggioso, nel giorno della festa dei lavoratori, ricordare al suo principale datore di lavoro le condizioni disumane in cui lavorano i suoi dipendenti costretti a fare la pipì nelle bottiglie. Lì sì che l'impavido rapper avrebbe avuto qualcosa da perdere. Perché si sa, il giocatore si vede dal coraggio, e qui il coraggio è stato quello di tirare un rigore a porta vuota. 

Attendiamo quello in cui Fedez giocherà partite più difficili e magari a porte chiuse. Chissà se, senza tifo, la voglia di correre sarà la stessa».

 Tratto da "La versione di Banfi", del 3 maggio, rassegna stampa di tutti i giorni di Alessandro Banfi

domenica 2 maggio 2021

CRONACA DI UNA SCONFITTA CULTURALE

 

La biografia di Roth consegnata al rogo:  No pasaran

Facciamo attenzione: un libro scritto da un biografo accusato di molestie viene mandato al macero, un’enormità


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By Pierluigi Battista

Stanno vincendo loro: i censori, gli oscurantisti, i fanatici. Stavolta lo sciocchezzaio della cancel culture esce dal recinto della setta, abbandona i territori del ridicolo in cui si sono radicati per diventare potere intimidatorio vero, potenza di fuoco che accende i nuovi roghi dei libri. Stavolta cominciano a fare un po’ paura, con una casa editrice americana costretta a mandare al macero le copie della biografia di uno scrittore odiato dalle squadre della cancel culture, per di più scritta da un biografo accusato di molestie.

Facciamo attenzione: un libro viene mandato al macero, un’enormità. Davvero se il criterio per salvare un libro dalle fiamme del rogo fanatico fosse la fedina penale, o anche solo la moralità, dell’autore di quel libro, allora la libertà d’espressione, la libertà culturale, la vita editoriale, il mercato delle idee libere starebbero sul punto di vivere un momento buio.

E infatti, quel momento buio è arrivato. Una casa editrice importante ha chinato il capo, la potenza intimidatoria della nuova inquisizione fa sentire tetramente i suoi effetti, la damnatio memoriae su uno dei più grandi scrittori della nostra epoca, Philip Roth, prosegue la sua marcia.

Già cominciano a circolare in America le copie già vendute prima della messa al bando, che passano di mano in mano con il brivido della clandestinità, come nelle scene di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, quando i resistenti salvavano dalle fiamme i libri proibiti per leggerli in segreto.

Una sconfitta culturale. Un importante punto messo a segno dai nuovi barbari. Ora speriamo che la casa editrice Einaudi, nata negli anni di una dittatura, non rinunci, per non avere guai, alla annunciata pubblicazione del libro di Blake Bailey cancellato negli Usa. 

Speriamo: no pasaran.

Tratto da Huffington post

DOPO LA PANDEMIA. RIGENERARE LA SOCIETA' CON LE RELAZIONI

 

L'altra sera si è svolto l'incontro con Pierpaolo Donati e Giulio Maspero, autori del libro Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni, che IL CROCEVIA ha promosso, assieme ad altri centri culturali. 

Chi fosse interessato, può trovare il video qui


https://youtu.be/XqjJf7OLo6k

NOTA IN ALCUNI CELLULARI IL VIDEO NON SI APRE. OCCORRE USRE IL LINK



sabato 1 maggio 2021

PERDONO: LA PAROLA INAUDITA DI GEMMA CALABRESI

 È stata fatta giustizia. No, è stata una vendetta. Poi l’intervista alla moglie del commissario assassinato negli anni 70 da Lc. Un’altra prospettiva

Un po’ di rassegna stampa. Ieri tutti i giornali italiani parlavano degli arresti in Francia di 7 terroristi rossi. Oltre alle biografie dei sette, dei crimini compiuti e delle condanne subite dai latitanti, i lettori potevano trovare sui vari quotidiani tre diverse chiavi di lettura (più un imprevisto inaudito).

Giustizia è fatta

Gemma Calabresi al funerale del marito Luigi 1972
La prima chiave di lettura la potremmo sintetizzare così: giustizia è stata fatta. Si ricordava i tremendi delitti commessi, il dolore delle vittime, gli anni passati ad attendere che i sette pagassero per ciò che avevano fatto. Soprattutto si ricordava la “copertura” mediatica che molta intelligenza di sinistra aveva dato agli assassini, cercando sempre di giustificarli e proteggerli, dando la colpa al sistema e al clima di “quegli anni”.

Così i grandi giornali, dal Corriere a Repubblica alla Stampa. E, con più vigore, i quotidiani di centrodestra, da Libero, al Giornale, alla Verità.

È una vendetta

La seconda chiave di lettura – con diverse sfumature – è più o meno riassumibile così: è stata una vendetta. Sul Foglio è apparso un commento di Adriano Sofri («li avete presi: e ora che ve ne fate?»), sul Riformista di Piero Sansonetti («una pura e semplice operazione di propaganda») e Paolo Persichetti («un processo senza fine e una punizione infinita non sono giustizia»), sul Manifesto di Tommaso di Francesco («ci si chiede infatti che cosa rappresenti realmente una giustizia che scatta ad orologeria ma si rivela una giustizia senza tempo, infinita e politica»).

Verità e giustizia

La terza chiave di lettura l’hanno fornita con tre diversi interventi Olga D’Antona (vedova del giuslavorista Massimo, ucciso dalle Br nel ’99), il ministro Marta Cartabia e Mario Calabresi, giornalista, figlio del commissario Luigi, assassinato nel 1972 da esponenti di Lotta continua.

La loro è una posizione più articolata rispetto alle prime due. Ha scritto ad esempio Olga D’antona sulla Stampa:

«Si può chiamare giustizia quella che fa giustizia dopo mezzo secolo? In cinquant’anni capitano molte cose. Di quei carnefici, delle persone che sono diventate dopo tanti anni vissuti da liberi cittadini, sappiamo poco. Avranno formato famiglie, cresciuto figli, si saranno costruiti una vita nuova. C’è sì soddisfazione per la fine di un’ingiustizia ma allo stesso tempo mi domando: è ancora giustizia? Si può ancora pensare alla finalità rieducativa della detenzione sancita dalla nostra Costituzione?».

Il ministro Cartabia ha detto che «non ci può essere riconciliazione senza verità», ma ha molto insistito sul fatto che ciò che ci deve animare «non è la sete di vendetta, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione».

Tra gli arrestati c’è anche Giorgio Pietrostefani, condannato in quanto mandante dell’assassinio del commissario Calabresi. Il figlio Mario ha così commentato:

«Un gesto di clemenza»

Gemma e Mario Calabresi

Lo stesso Calabresi in un’intervista al Corriere ha raccontato il suo incontro con Bompressi a Parigi qualche anno fa, spiegando di non provare «livore o rancore nei suoi confronti».

«Non mi aspetto alcun autodafé. Ma credo che queste persone ci debbano qualcosa. Ci devono pezzi di verità. Sono uomini e donne che hanno partecipato a delitti che hanno segnato la storia di questo Paese. Ci mancano ancora dettagli, e soprattutto le loro voci per ricostruire quei fatti così tragici. Penso che dovrebbero assumersi le loro responsabilità».
E se lo facessero?
«Sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza nei loro confronti. Credo che oggi raggiungere una verità definitiva abbia molto più valore che tenere quelle persone in galera per il resto della loro vita».

La parola inaudita: perdono

L’imprevisto è però venuto a galla grazie alle parole di Gemma Calabresi, moglie di Luigi, che ha rilasciato un’intervista al figlio Mario. Come si capisce, già ci troviamo di fronte a una caso eccezionale (il figlio, ex direttore di Repubblica, che intervista la madre sull’assassinio del padre). È tutto un po’ inusuale. È una circostanza intima eppure universale, una perla rara, un articolo da conservare. L’intervista – è il nostro consiglio – è da leggere e, come si dice in questi casi, “da ritagliare”. Vi si usa una parola inaudita, spericolata e rara, quasi “scandalosa” nella sua inattualità: perdono.

È però una parola che riesce a tenere dentro tutto, senza dover dimenticare una parte: c’è la storia del paese rivissuta dentro una storia familiare, la sua rielaborazione e anche il suggerimento – potente e cristiano – dell’unica via d’uscita che consenta di non soffocare nulla, di non censurare la verità e, al tempo stesso, di ottenere vera giustizia.

Dice Gemma Calabresi:

«Sarebbe il momento giusto per restituire un po’ di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite (i colpevoli, ndr) trovassero finalmente un po’ di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno».

Un cammino di fede

Non c’è rancore, non c’è risentimento. È qui l’inaudito: solo un perdono vissuto e sofferto è una possibilità di redenzione, in primis, per chi ha le mani sporche di sangue.

«Mario: Dove comincia invece la tua strada del perdono? Dico la tua perché, bisogna essere onesti, è un percorso soprattutto tuo. Tu hai cercato di insegnarlo a me, a Paolo e a Luigi. Diciamo che per noi però è stato più importante prendere da te l’idea che non si dovesse crescere nell’odio e nel rancore più che fare il cammino del perdono.
Gemma: Il mio è un cammino di fede e poi ti voglio raccontare una cosa: un giorno un mio alunno mi ha detto “Maestra, ma perché quando le persone muoiono diventano tutte brave?”.
Mario: Cioè son considerati tutti buoni.
Gemma: Esatto. Ho risposto: “è giusto così”, perché una persona ha fatto cose negative ma anche tante cose positive, ricordiamolo per le cose positive, per il buon esempio, per il suo affetto, per la capacità di amare gli altri, ognuno ha un suo cammino. E così ho pensato anche di queste persone responsabili della morte di Gigi. Posso io relegarle tutta la vita all’atto più brutto che probabilmente hanno compiuto? Forse sono stati dei bravi padri. Forse hanno aiutato gli altri. Forse hanno fatto… Questo non sta a me. Però loro non sono solo quella cosa lì, assassini, sono anche tante altre cose. Ecco, questo mi ha aiutato nel mio percorso di perdono».

Il compito di essere felici

Dove trova questa donna la forza per essere così? Per cercare di essere così ostinatamente felice? (c’è altro compito nella vita, se non questo? Essere felici) Ce lo dice Gemma Calabresi quando ci spiega che «il perdono non è una debolezza».

«Voglio lasciare a voi una testimonianza positiva della vita. Io vi dico una cosa: senz’altro è stata una vita pesante, ma sapete che non la cambierei? Perché è stata una vita intensa, ricca e piena di affetti, di amore, di gente che mi vuole bene. Eh, se io guardo gli altri, no, non mi cambierei. Qualche volta mi viene un po’ di rabbia quando vedo le persone anziane ancora insieme per mano, allora lì ho un attimo di debolezza, ma è bene così, è bella così. La mia vita comunque è stata bella».

Foto Ansa

Emanuele Boffi  TEMPI 30 aprile 2021