lunedì 19 novembre 2012

LEZIONI AMERICANE

PERCHE' GLI ELETTORI MODERATI NON VANNO A VOTARE
 
Massimo Introvigne
Benché ampiamente annunciata a causa del sistema elettorale statunitense, la netta vittoria del presidente uscente Barak Obama merita qualche commento, tanto più che questa vittoria è stata accompagnata dal successo dei referendum che proponevano la legalizzazione del matrimonio omosessuale negli Stati di Washington (sulla costa del Pacifico, da non confondersi con il Distretto di Columbia dove ha sede la capitale nazionale Washington), nel Maine e nel Maryland, mentre nel Minnesota – dove il matrimonio fra persone dello stesso sesso rimane illegale –, sia pure con un piccolo margine, gli elettori hanno rigettato un emendamento che avrebbe inserito nella stessa Costituzione dello Stato la nozione secondo cui l’unico matrimonio riconosciuto è quello eterosessuale. Lo Stato di Washington, il Colorado e il Massachusetts – ma quest’ultimo solo per “motivi medici” – hanno legalizzato l’uso della marijuana, mentre l’Alabama e il Montana hanno visto prevalere il “no” in referendum simili che avrebbero reso la droga legale. A parziale consolazione, la Florida ha votato “no” alla proposta di usare fondi pubblici per sostenere l’aborto. Infine, solo con un margine molto ristretto – 51% – e solo grazie alle zone rurali – nelle città, Boston compresa, ha vinto il “sì” – il Massachusetts ha respinto un referendum che avrebbe introdotto l’eutanasia “all’olandese”, cioè il “suicidio assistito” garantito al “malato terminale” che ne faccia richiesta. Il risultato dei referendum sul matrimonio omosessuale è a suo modo clamoroso, se si considera che in passato c’erano stati analoghi referendum in trentuno Stati, sempre regolarmente persi dai sostenitori delle nozze gay.

Ora, i sondaggi – che, certo, possono sbagliare – ci dicono che la maggioranza degli americani è contraria al matrimonio omosessuale. Ci dicono anche – è la famosa tesi della right nation – che la maggioranza degli americani si sente più vicina alle idee dei repubblicani che a quelle dei democratici. E qui, per la verità, c’è qualcosa di più dei sondaggi. Si è votato anche per la Camera dei Rappresentanti – oltre che, parzialmente, per il Senato – e qui i repubblicani si sono assicurati una solida maggioranza, 231 seggi contro 190 dei democratici. Tuttavia, gli stessi elettori che hanno mandato alla Camera una maggioranza repubblicana hanno riconfermato il democratico Obama come presidente.

Sono risultati schizofrenici? I sondaggi sono sbagliati? La risposta è no. Il dato fondamentale, come sempre nelle elezioni moderne, riguarda i votanti. Le elezioni del 2008 avevano fatto registrare la più alta partecipazione dal 1968, in parte perché un elettorato afro-americano che di solito non vota voleva sostenere Obama e in parte perché un elettorato conservatore che, anch’esso, vota poco, aveva paura di alcuni programmi di Obama. Andando a votare alle presidenziali, gli elettori del 2008 votarono anche per i referendum, sconfiggendo così tra l’altro le proposte sul matrimonio omosessuale in diversi Stati. Per sapere quanti elettori hanno votato alle elezioni del 6 novembre 2012 occorre attendere settimane a causa dei sistemi di calcolo americani, ma una proiezione dell’Associated Press segnala un calo da 131 milioni di votanti del 2008 a meno di 120 milioni del 2012. Si tratterebbe del 53% degli aventi diritto.

 La maggioranza degli americani è più vicina alle idee dei repubblicani, ed è anche contro il matrimonio omosessuale e l’eutanasia. Solo che in questa maggioranza conservatrice coloro che non si recano a votare sono quasi sempre di più rispetto agli astenuti tra gli esponenti della minoranza liberal. Dunque per tradurre la maggioranza che la right nation ha nel “Paese reale” in maggioranza effettiva nel “Paese legale” delle elezioni e dei referendum occorre motivare i conservatori perché vadano a votare. E questo benché la right nation sia, in effetti, così maggioritaria da riuscire a far vincere i repubblicani – nonostante l’astensione – alla Camera dei Rappresentanti, dove i conti si fanno e si spezzettano collegio per collegio.

Come si motiva l’elettore tentato dall’astensione? Il presidente Bill Clinton coniò il famoso slogan “È l’economia, stupido”, ritenendo che i suoi successi derivassero dal fatto che le sue campagne parlavano di economia, che è quanto interessa davvero agli elettori, mentre i repubblicani parlavano maggiormente di valori, ruolo dell’America nel mondo e politica estera. La tesi di Clinton, però, è vera
con riferimento alla minoranza che si reca a votare. Nel 1996 Clinton fu eletto in una tornata elettorale cui partecipò solo il 49% degli aventi diritto, meno di metà, la più bassa percentuale nella storia degli Stati Uniti dopo quella del 1924. Se invece si tratta di motivare chi di solito si astiene l’economia non è sufficiente. Vi sono ormai innumerevoli controprove: per quanto la crisi economica li colpisca, gli elettori della right nation sono convinti che, chiunque vinca, la crisi continuerà più o meno nello stesso modo. Viceversa, vanno a votare se qualcuno riesce a entusiasmarli su temi diversi dall’economia. Se togliamo l’anomalia del 2008 – con le peculiari caratteristiche del caso Obama – le elezioni americane con più votanti dal 1968 a oggi sono state quelle del 2004, trasformate dall’allora presidente uscente George W. Bush, che le vinse, in un vero e proprio referendum sui valori e sugli ideali.
Sembra difficile sfuggire alla conclusione: nonostante le campagne dei media che, come denuncia Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, hanno ormai raggiunto una capacità di manipolazione inaudita sui temi ostili alla vita e alla famiglia – e del cui incessante martellamento si deve certamente tenere conto –, gli elettori conservatori negli Stati Uniti sono ancora in maggioranza. Solo che molti di loro non vanno a votare. Si mobilitano solo quando trovano qualcuno che li entusiasma, e l’entusiasmo funziona solo su temi che non si possono ridurre alla sola economia. Le ricette economiche di Romney erano molto ragionevoli. La sua analisi della crisi economica era persuasiva. Ma Romney, forse mal consigliato da esponenti di una certa fazione repubblicana o forse intimidito da inaudite aggressioni mediatiche a ogni minimo accenno, ha corso con il freno a mano tirato su temi come il matrimonio gay o l’aborto. Il numero degli astenuti sta lì a dimostrare che la campagna di Romney, pure intelligente e onorevole, non è bastata a mobilitare la right nation. Con l’effetto secondario che, non andando alle urne, l’elettore conservatore che non ha votato per le presidenziali non ha votato neanche per i referendum sulla droga, il matrimonio omosessuale o la stessa eutanasia, dove in Massachusetts i difensori della vita l’hanno scampata per un pelo.

Si parva licet componere magnis (in tempi in cui si studia meno il latino, “se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi”: Virgilio, Georgiche, IV, 176), le elezioni siciliane ci dicono qualche cosa di simile. Incontro amici stranieri molto stupiti che la cattolica Sicilia, un tempo considerata come granaio elettorale della destra, abbia eletto presidente un candidato di sinistra e dichiaratamente omosessuale. Ma anche qui ha votato solo il 47,42% degli aventi diritto. Il nuovo presidente, Rosario Crocetta, è stato votato dal 30,47% dei votanti ma solo dal 13,93% degli aventi diritto. In altre parole, più dell’86% degli elettori siciliani non ha votato per Crocetta… che però è stato eletto.
E anche in questo caso il candidato di centro-destra, Nello Musumeci, ha presentato ricette realistiche e apprezzabili per molti problemi della Sicilia ma ha scelto – direi consapevolmente – di correre anche lui con il freno a mano tirato su quelli che Benedetto XVI chiama valori non negoziabili. Per dire il meno: se si considera che fra i candidati della lista di Musumeci c’era Sandro Mangano, già presidente dell’Arcigay di Catania e oggi presidente di un’altra associazione di attivisti gay, GayLib. Forse Musumeci dava per scontato che gli elettori cattolici e sensibili ai valori non negoziabili si mobilitassero comunque contro Crocetta, nonostante tutto e perfino nonostante Mangano. In effetti, probabilmente questi elettori non hanno votato Crocetta. Ma non hanno neanche votato Musumeci: sono stati a casa loro.

Naturalmente sarebbe grossolano ed eccessivo attribuire le sconfitte di Romney e
– ancora, si parva licet – di Musumeci alla sola riluttanza a introdurre nelle loro campagne elettorali in modo più vigoroso gli elementi ideali e dottrinali e i valori non negoziabili. Ma certamente il loro insuccesso deriva dal fatto di non essere riusciti a portare alle urne molti elettori della maggioranza conservatrice, non inesistente e non inventata, che non è andata a votare per i loro avversari è rimasta a casa. Il fenomeno ormai è mondiale. I candidati conservatori possono vincere solo motivando il loro stanco e disilluso elettorato e sottraendolo all’astensione. Non è assolutamente sicuro che riescano a motivarlo insistendo sui principi e sui valori. Ma è molto probabile che, se continueranno ad avere paura di avere coraggio e a non parlare, parlare poco o lanciare messaggi contraddittori sui principi e sui valori, sulla vita e sulla famiglia, non riusciranno a entusiasmare chi è spinto dal disgusto per la politica a rifugiarsi nell’astensione. E sarà ancora una volta l’astensione a sconfiggerli. La prossima volta, ciascuno farà bene a ripetere a se stesso: “Non è (solo) l’economia, stupido”.
 
 
 

INDIGNARSI FINO IN FONDO


Scelte politiche, silenzi culturali
di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 18 novembre 2012

Ci sono quelli che – giustamente – si sono scan­dalizzati e si scandalizzano per il taglio al Fon­di per i non-autosufficienti che ha generato la vi­brante e rischiosa protesta dei malati di Sla. La pen­sano come noi, almeno su questo. Ma a volte si trat­ta degli stessi per cui una madre farebbe bene, in presenza di previste malformazioni del nascituro, ad abortire, a lasciar perdere. E allora qualcosa non tor­na. La logica, la ragione, stride. Come spesso capita di sentire stridere, in questi tempi cupi e confusi. Perché se ha senso indignarsi, se vale la pena di ma­nifestare per la mancanza di fondi, avrebbe senso indignarsi – e manifestarsi – anche per la mancan­za di chance di vita, no? O siamo, invece, in presen­za di un moto, comprensibile, del sentimento, che però privo di legame con la ragione diviene insop­portabile sentimentalismo?

Sono tempi cupi, tempi confusi, dove una invisibile e pervasiva dittatura di non-pensiero sta ammor­bando l’aria. Un’indignazione giusta resta tale, an­che se contraddittoria, si capisce. È sacrosanta. È condivisibile. È anche onorevole. Ma se non accet­ta di paragonarsi fino in fondo con il problema – che è quello della dignità della vita, comunque – resta per così dire monca, debole, incapace di cultura vera. Una indignazione fragile. Volatile come tutte le in­dignazioni sentimentaloidi. Che oggi sono di gran moda. Un sacco di indignazione, a cui non corri­sponde molto pensiero a riguardo del medesimo og­getto. E che finisce per non combattere realmente contro l’indifferenza. Così come – in altro, vicino campo – vedo con sorpresa che la soppressione per via politica di parole come 'madre' come 'padre' non provoca nessun sussulto, nessuna indignazio­ne pensosa in chi si dichiara intellettuale e dovreb­be guardare con timore la soppressione di parole, la loro sostituzione nella vita comune ottenuta attra­verso il potere politico e burocratico.

Quel che si delinea in Francia, su esempi altrui, con la sostituzione della parola madre, della parola pa­dre, con la asettica, asessuata 'genitore 1' e 'geni­tore 2' è una terribile violenza, simile a quella dei peg­giori Stati totalitari. Spesso, si ricordi, germinati nel Novecento da democratiche elezioni. La cancella­zione culturale, nominale, e dunque legale, della dif­ferenza, propugnata proprio da chi faceva della 'dif­ferenza' la propria iniziale bandiera, è uno dei fe­nomeni culturali di più vasta portata del nostro tem­po. Ma gli accademici, i maestri delle parole, i culto­ri del pensiero non si accorgono della perdita? della violenta cancellazione? del razzismo che come sap­piamo spesso inizia proprio dal razzismo verso le parole? Come se l’ideale dell’uomo che intende can­cellare ogni differenza tra il proprio desiderio e la natura procedesse con la cancellazione delle diffe­renze – anche quelle evidentissime – pur di affer­mare il proprio progettato potere.

Negare ogni differenza diventa il programma feroce di chi non sopporta che la realtà sia 'differente' dal proprio progetto, dalla propria volontà. Una nuova reale dittatura, peggio forse di quelle del passato che non hanno potuto intaccare certe parole chiave, o si sono accontentate di aggredire le parole 'pubbli­che', mentre le parole primarie, quelle della vita in­tima, della vita nuda, continuavano a essere nutrite dalla coscienza libera. Ma a questa dittatura paiono proni tanti nostri accademici, i difensori della lingua, i puristi di quel tessuto interpretativo del reale che è la parola. Si può davvero buttare via, sotto i nostri oc­chi, la parola 'madre', la parola 'padre' senza che nessuno di costoro dica nulla? A questo punto è ar­rivato il potere ricattatorio della cultura dominante? dove sono gli intellettuali veramente coraggiosi?

Quasi ironicamente il numeretto '1', '2' resta, pur se anonimo, a indicare ancora un resto di differen­za. Come avveniva e avviene per gli uomini messi in fila da torturatori o da burocrati: un numero, senza nome. Eppure in quel numerino diverso, in quel niente resiste ancora – ironicamente, poveramente – lo sfarzo meraviglioso della vita che non è come vo­gliamo noi, che è sempre differente. Che non si pie­ga a questa cupa, tetra programmata in-differenza.

 

sabato 17 novembre 2012

EUGENETICA MADE IN ITALY


LEGGE 40/ Roccella: certi tribunali non curano gli embrioni, vogliono ucciderli

Eugenia Roccella
venerdì 16 novembre 2012

Per la prima volta dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione assistita, un giudice ha riconosciuto il diritto di poter fare la diagnosi preimpianto. Il Tribunale di Cagliari ha infatti autorizzato una coppia, lei malata di talassemia major e lui portatore sano, di eseguire il test all'Ospedale Microcitemico del capoluogo sardo. E, sempre per la prima volta in Italia, l'ordinanza sancisce che le strutture pubbliche che eseguono interventi di procreazione medicalmente assistita devono necessariamente dotarsi anche delle attrezzature necessarie per svolgere la diagnosi preimpianto per le coppie affette da malattie genetiche. Con questa sentenza, i giudici di Cagliari hanno sostanzialmente rispettato quella precedente (e già motivo di numerose polemiche) della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che, lo scorso giugno, aveva dato ragione a una coppia italiana (fertile) portatrice sana di fibrosi cistica, bocciando l'impossibilità di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni. IlSussidiario.net commenta quest’ultimo episodio con Eugenia Roccella, parlamentare del Pdl e redattrice delle linee guida sulla legge 40, secondo cui la sentenza emessa dal Tribunale di Cagliari è quanto mai “curiosa”.

Cosa pensa della decisione del Tribunale?

Bisogna innanzitutto dire che sono sempre gli stessi Tribunali ad attaccare la legge 40, dando così l’impressione all’opinione pubblica che la legge sulla fecondazione assistita sia un “colabrodo”, facilmente smontabile sotto ogni aspetto. Ma non è affatto così.

Come mai?

Perché stiamo parlando di semplici Tribunali amministrativi che non modificano affatto la legge ma che si pronunciano solamente su un singolo caso. Quindi, anche se per questa coppia il Tribunale di Cagliari ha stabilito che si può procedere con la diagnosi preimpianto, riguarda solo ed esclusivamente questo caso e non la legge in generale, che invece resta molto solida ed efficace. Se un’altra coppia volesse accedere alla diagnosi preimpianto, dovrebbe comunque rivolgersi a un Tribunale amministrativo. Nonostante i mille attacchi che ha ricevuto, quindi, la legge 40 resiste.

Entriamo nel merito di quest’ultima decisione.

Questa “curiosa” sentenza fa riferimento a un particolare articolo della legge, in cui è scritto che gli operatori devono dare informazioni ai genitori riguardo la salute dell’embrione. Le modalità con cui però possono essere fatte queste indagini sull’embrione devono essere indicate dalle linee guida, e qui c’è un problema.

Quale?

Le linee guida della Turco sono ambigue e non specificano nulla, con la conseguenza che sono soggette a differenti interpretazioni. Ho personalmente preparato le nuove linee guida che devono essere rinnovate ogni tre anni, ma dopo aver fatto quasi tutto l’iter per l’approvazione sono giunte sul tavolo del ministro Balduzzi, dove sostano da circa un anno. Sarebbe dunque opportuno che il ministro le firmasse o che si prendesse la responsabilità di modificarle, anche per evitare altre sentenze di questo tipo.

Cosa può dirci in particolare della diagnosi preimpianto?

La legge su questo punto è chiara e dice che le indagini sull’embrione devono essere fatte soltanto a suo vantaggio. Il problema è che attualmente non esistono terapie che si possono applicare direttamente sull’embrione, quindi la diagnosi preimpianto di fatto non viene usata per curare l’embrione, ma per scartarlo. E’ come se si dicesse che il disabile ha un minore diritto a vivere, introducendo un pericoloso principio di disuguaglianza. La sentenza è poi curiosa anche per un altro motivo.

Quale?

Quando sostiene che le strutture pubbliche che eseguono interventi di procreazione medicalmente assistita devono dotarsi delle attrezzature necessarie per svolgere la diagnosi preimpianto.

Queste non sono assolutamente competenze di un Tribunale, perché i requisiti minimi per l’apertura di un centro PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) vengono stabiliti dalle Regioni, quindi è incredibilmente insolito che un Tribunale si pronunci anche su questo aspetto.

Questa emessa dal Tribunale di Cagliari è solo l’ultima di una serie di sentenze che sembrano violare la legge 40. Come mai stiamo assistendo a tutti questi casi?

Con questa domanda andiamo a toccare l'aspetto politico dell’intera vicenda: è infatti evidente quanto dietro tutto questo vi sia una chiara e forte campagna politica con l’obiettivo di modificare la legge, almeno nella prassi, ma senza passare dal Parlamento. E’ proprio questa la caratteristica che accomuna tutti i tentativi, e credo sia inaccettabile non passare attraverso un dibattito e un giusto coinvolgimento pubblico.

(Claudio Perlini)

Salomone frainteso


Pubblicato da Berlicche

Stamattina ho sentito alla radio un’intervista a Carlo Flamigni, noto medico nel business dei figli in provetta, a lode della recentissima sentenza sulla legge 40 in cui ancora una volta un giudice si è preso gioco del Parlamento, della sua professione e degli italiani tutti con una sentenza creativa.
Un giorno o l’altro mi spiegheranno perché qualcuno si può permettere di inventare le leggi invece di applicarle. Chiaramente questo tipo di processo rende inutili parlamenti, referendum e anche la volontà degli italiani, a parte uno.

L’episodio mi ricorda quel fatto narrato dalla Bibbia, in cui il re Salomone, per capire a chi appartenga realmente un bimbo conteso tra due madri, ordina di tagliarlo in due e darne una parte a ciascuna.

Salomone giudicava perché era re, ed era saggio. Tagliare in metà il bambino conteso era un espediente per capire chi l’amava davvero. Non è che poi si sia fatto.
Qui invece abbiamo una sentenza in cui si vogliono realmente tagliare a metà bambini, e un sacco di false mamme che applaudono.

L’intervista a Flamigni terminava con lui che invitava ad avere coraggio, a farsi beffe della legge. Oltre che coraggio ci vuole anche faccia tosta, e il cuore di un uomo con la spada.

 
nota finale
Da quando ci hanno imposto un Presidente della Repubblica comunista, questo è il minimo da aspettarsi. Prima di tutto si devono creare dei cittadini fedeli al Paese (non si dica Patria, per carità) con l'imposizione obbligatoria dell'Inno d'Italia (massonico) cantato all'inizio di ogni lezione; poi si devono avere cittadini "perfetti", senza tare o difetti fisici (per capirci, ariani, come sosteneva Adolf). Mala tempora currunt. Per fortuna abbiamo un Papa che tiene botta e non si lascia impressionare dalle aberrazioni di taluni e c'invita ad approfondire la nostra fede per una vita, che non necessita di esami prenatali... (Francesco Pianori)

 

VIVERE LA FEDE IN FACCIA AL MONDO

LETTERA DI MONS LUIGI NEGRI AL DIRETTORE DE "ILFOGLIO"

Cl continuerà a vivere la fede  “in faccia al mondo”

Per l’amicizia che ci lega e con la mia consueta libertà di parola intendo intervenire brevemente sulla tua “noterella sui movimenti e la loro nuova scelta religiosa”.

1. La prima osservazione riguarda quelle righe in cui tu sintetizzi questa conversione
spirituale che sarebbe in atto in alcuni movimenti ecclesiali, e, al di là di essi, nella intera chiesa. A un certo punto dici, riferendoti a coloro che starebbero vivendo questa riforma spirituale “… lontani dalle tentazioni della storia e della politica, immersi nella vita dello spirito che ha le sue regole…”.

Non c’è un’immagine più lontana dalla sensibilità e dalla cultura di monsignor Giussani che questa. Egli, attraverso il suo carisma, ha precisamente fatto emergere dalla grande tradizione ecclesiale ambrosiana un avvenimento di popolo, di popolo cristiano, caratterizzato da una fede ecclesiale e dal desiderio di comunicare questa stessa fede agli uomini, dentro le vicende concrete e quotidiane della società.

Questo il messaggio della sua ultima intervista al Corriere della Sera, pochi mesi prima di morire: “Vivete coraggiosamente la fede in faccia al mondo”. Sapeva bene don Giussani, e noi l’abbiamo imparato da lui fin dai primi giorni della nostra amicizia con lui, che il cristianesimo autentico non è mai uno spiritualismo individualistico, pietistico e moralista, che rende sostanzialmente impossibile una presenza visibile e apprezzabile dei cristiani nella vita della società. Non una esperienza “aristocratica”, intellettualistica e moralistica: questo iniziava e favoriva l’inesorabile declino della grande tradizione cattolica che aveva segnato in modo straordinario la vita del nostro popolo e della nostra società. Per Giussani il protagonista della storia è il popolo cristiano: quel popolo che “mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se stesso, ma per Lui, che è morto e risorto per noi”.

2. Nelle ultime righe del tuo intervento dici che sarebbe stato meglio “proiettare la forza dei movimenti novecenteschi sulla scena europea e mondiale, ormai sempre più saldamente occupata dalla spiritualità gay e politicamente corretta, per dire delle cose realistiche, di fede e ragione”. Caro Ferrara, da oltre cinquant’anni è solo questo che abbiamo tentato di fare nella chiesa e nella società. Abbiamo detto cose di fede e di ragione, alla luce del grande magistero di Pio XII e poi di Giovanni XXIII e di Paolo VI fino alla straordinaria esperienza di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. (Perché anche nella interpretazione del Magistero pontificio vale l’ermeneutica della continuità e non quella della discontinuità).
Questo e solo questo è l’esperienza di vita e di testimonianza che abbiamo vissuto di cinquant’anni e che viviamo anche oggi. La storia della vita di Comunione e liberazione è la storia di una realtà ecclesiale:con grandi e quotidiani esempi di quella che il Concilio ha chiamato “la santità comune del popolo di Dio”, e io ho visto e vedo tantissime testimonianze in questo senso. Ma è certamente anche la storia dei limiti e degli errori, che accompagnano inevitabilmente ogni esperienza umana.

Nessuno ha comunque il diritto di leggere in modo esclusivamente negativo la storia di Cl. Lo dico per le centinaia e centinaia e migliaia di persone che si sono aiutate a vivere di fede, che hanno vissuto la loro testimonianza negli ambienti: la loro è stata ed è una vita buona, sacrificata e lieta. Né posso dimenticare, perché i loro nomi e i loro voltimi sono presentissimi alla coscienza e al cuore, quei tanti studenti, liceali e universitari,
massacrati fisicamente nelle scuole e nelle università, nei tempi buidell’extraparlamentarismo violento e dell’iniziale terrorismo, solo per la loro volontà di essere autenticamente cristiani presenti nel loro ambiente e certamente non preoccupati di alcuna “egemonia”.
Questa è la storia cristiana di Comunione e liberazione, della luce di questa storia sono lieto da tanti anni, i limiti di alcuni porto con chiarezza di giudizio e compassione. A nessuno concedo il diritto di criminalizzare questa storia, di cui mi sento orgogliosamente partecipe, oggi ancor più che all’inizio. Con tutta la mia amicizia e con un augurio sincero che tu non cessi la tua grande battaglia per la libertà e la ragione, in questa società così triste e avvilita.

Luigi Negri vescovo di San Marino – Montefeltro 15 nov 2012
IGI NEGRI AL DIRETTORE DE "IL FOGLIO"

martedì 13 novembre 2012

I TERREMOTATI E IL NATALE


Appello del Card. Caffarra

Mi sia consentito di esprimere una mia grave preoccupazione, e fare udire come un vero grido di dolore.

Come sapete, il recente sisma ha colpito numerose chiese: alcune sono veri capolavori; altre, umili chiese ma amate e curate. Abbiamo pertanto numerose comunità che non possono usare i loro edifici di culto, vuoi perché distrutti vuoi perché non sicuri.

I luoghi allestiti sotto l’urgenza, a causa dell’approssimarsi dell’inclemenza della stagione, a breve non saranno più o saranno difficilmente agibili. Risultato: comunità private dei loro luoghi sacri o a rischio di esserlo a breve termine. La prossimità delle feste natalizie rende ancora più dolorosa la situazione.

Che cosa sta accadendo? Non ci vengono concessi i nulla-osta per la preparazione di dignitosi pre-fabbricati, ovviamente a nostre spese. Di conseguenza non siamo nel rischio che numerose comunità di fedeli a breve termine si potrebbero trovare senza i luoghi di culto, ma nella certezza del verificarsi di una tale ingiusta situazione. Privati dell’esercizio di un diritto fondamentale: poter disporre di propri edifici di culto.

Aspettare che siano agibili le chiese distrutte o lesionate, significa aspettare mesi o perfino anni: ed intanto? Dove celebrare funerali eventuali, matrimoni, battesimi; e soprattutto l’Eucaristia festiva?

Ho ancora troppa stima delle nostre autorità competenti per pensare che non si rendano conto della gravità, dell’urgenza e della responsabilità che si assumono anche davanti a Colui che, giudice di tutti, vede che i suoi fedeli non possono celebrarLo in luoghi dignitosi.

Non ho alcun potere, se non quello di farmi voce dolente di tante comunità che potrebbero sentire aggiungersi amarezza ad amarezza.

+ Card. Carlo Caffarra
10 novembre 2012

L'arcivescovo di Bologna ha inaspettatamente lanciato un appello che suona anche come giudizio non propriamente leggero per le amministrazioni emiliane. Per Natale molta gente delle zone terremotate in Emilia rischia di non poterlo celebrare nemmeno in qualche decente prefabbricato, perché la burocrazia pubblica - Regione, Comuni e Soprintendenza - non dà permessi, nonostante mesi di solleciti. Nota bene: paga tutto la Chiesa. Un assessore regionale s'è affrettato a dire che non è vero, che si sta lavorando per permetterlo, ecc. ecc. La verità, non detta e che ci verrebbe smentita, è però un'altra: nell'agenda politica post sisma (inevitabilmente sempre anche un po’ propagandistica, inutile scandalizzarsene) le Chiese eran scivolate molto in basso. Il potere locale ha messo prima scuole (giusto), case e poi, ritardando un po’, le imprese. Sembrerebbe molto corretto, in un mondo laico e progressista. Il problema vero è che se non c’è speranza, non c’è benzina e risorse per ripartire e ricostruire, qualunque pacco di finanziamenti si riesca a rimediare. Ed anche la ricca Emilia ha dannatamente bisogno di speranza, perché scarseggia. Bene ha fatto Caffarra. Non si tratta di ritualismo da assicurare. In quella notte riaccade l'annuncio della più impensabile avventura della storia umana. Che ci crediate o no (leggere Sartre, il suo racconto di Natale scritto nel lager, per farsene una idea).
(nota da "clanDESTINO ZOOM)
 

AVEVANO APPENA FINITO DI PULIRE GESU'


Cari amici,

le circostanze, come ci ricorda continuamente don Julián Carrón, sono fattori costitutivi della propria vocazione. Se non riconosciamo esperienzialmente questa verità, la nostra autocoscienza sarà sempre vittima delle nostre emozioni, delle nostre reazioni. Per cui la vita sarà sempre un lamento, uno scaricare sulla realtà o sulle persone la propria rabbia.

In questi mesi non c’è stato un giorno in cui il Mistero non abbia risparmiato nè me, nè quanti mi sono più vicini. E non sempre mettendoci davanti circostanze molto difficili, ma anche banali.

L’altra sera, erano le 22, sono, come ogni notte, andato nella clinica per verificare come stavano i pazienti, se dormivano, se chi era grave stava per morire e per parlare un po’ con le infermiere, che sono quelle che portano il “peso” più duro.
Avevano appena terminato di pulire Gesù. Per cui ho chiesto loro con che sguardo siano state davanti a Lui. Betty, un’infermiera bella e magra, mi consegna un foglio dove scrive: “Caro padre Aldo, questa notte mi sono resa conto di cosa sia la verifica della fede. Ero di turno nel blocco N° 2 della Clinica, dove Gesù è particolarmente triturato dal cancro. Non avevo mai provato nei 7 anni di lavoro nella clinica, tanto ribrezzo nel pulire Maria. Le secrezioni che uscivano da questo corpo, ormai consumato dal cancro, riempivano la stanza con un odore ripugnante. A un certo punto mi ha preso un senso di vomito. Per cui sono andata in bagno, vomitando quello che avevo mangiato. Non sapevo se ritornare da Maria (Gesù) e continuare l’igiene. Dopo un attimo mi son ricordata che quella povera donna è Gesù che soffre, per cui sono andata da lei per terminare la sua pulizia. E l’ho fatto con tanto amore, vedendo Gesù che soffriva, non tanto per il cancro, ma per la puzza che neanche lei sopportava. Ho chiesto perdono per la mia prima reazione di nausea e vomito. E questa situazione la vivono anche le mie compagne di turno. Se non ci fosse il Santissimo esposto nell’Eucaristia, sarebbe per noi impossibile avere cura di questo Gesù, con il corpo in cui sono già visibili i segni della putrefazione. Per di più viviamo un grande dolore quando i malati stessi ci dicono di non sopportare l’odore che emana il proprio corpo. Guardando Maria (Gesù) mi chiedo: “come può un essere umano, così perfetto fisicamente, giungere alla decomposizione essendo ancora vivo? Non mi è facile questo compito e se Cristo non fosse la ragione della mia vita, me ne andrei. Però offro tutto sapendo che il paziente è Gesù, per cui continuo a lottare”.

Poi ci sono anche situazioni più semplici, come il mettere ogni mattino i fiori freschi sul comodino di ogni ammalato o lo stare seduto al fianco del moribondo accompagnandolo a morire. Spesso vedo arrivare già a notte fonda la direttrice medica o l’infettivologa. Chiedo loro il perché. E la risposta è molto semplice; “vengo a vedere come stanno i miei figli”. L’amore della specialista in AIDS, Cristina, è per me una provocazione continua a guardare in faccia Gesù. Amici, realmente Gesù mi ha fatto un dono grande nel creare questa clinica, in cui la morte è vinta dalla vita, cioè da Gesù. Il dolore è grande ma Gesù lo è infinitamente di più.

P. Aldo

 

I DIRITTI UMANI CAPOVOLTI

A CESENA IL 9 NOVEMBRE STEFANO SPINELLI HA PRESENTATO IL SUO LIBRO
"I DIRITTI UMANI CAPOVOLTI"

Riprendiamo dal sito www.culturacattolica.it
alcuni dei suoi ultimi interventi che tanto interesse hanno destato

 
Nata “per sbaglio”: risarcitela! Diritto o follia?
 
 
Alla fine, è successo. La Cassazione, in una recente sentenza, è riuscita a risarcire il danno ad una bimba down nata “per sbaglio”, ossia perché la madre non è stata messa in condizione di abortire per difetto di informazione da parte del ginecologo.
La donna aveva detto al medico che “la nascita di un bimbo sano sarebbe stata condizione imprescindibile per la prosecuzione della gravidanza” e aveva chiesto “di essere sottoposta a tutti gli accertamenti necessari ad escludere malformazioni del feto”. Il medico aveva fatto eseguire alla gestante il solo “tritest”, omettendo di prescrivere accertamenti più specifici (con chiaro riferimento all’amniocentesi, esame che permette di effettuare la diagnosi prenatale per diagnosticare la sindrome di Down).
Ed era così nata la piccola Sara (nome ovviamente di fantasia), affetta dalla suddetta sindrome.
I giudici di primo e secondo grado avevano respinto la domanda di risarcimento del danno, in quanto – da una parte – “la sola indicazione del tritest, quale indagine diagnostica funzionale all’accertamento di eventuali anomalie, doveva ritenersi del tutto giustificata, alla luce della giovane età della signora e dell’assenza di familiarità con malformazioni cromosomiche, “sicché un test più invasivo avrebbe potuto giustificarsi solo con un’esplicita richiesta”; e – dall’altra – “l’accertamento di una malformazione fetale non è di per sé sufficiente a legittimare un’interruzione di gravidanza”, non sussistendo alcuna prova in ordine all’esposizione della donna al grave pericolo per la sua vita o per la sua salute psicofisica, in caso di prosecuzione della gravidanza con la consapevolezza della anomalia del feto.
La Corte di Cassazione ribalta le suddette decisioni e riconosce il diritto al risarcimento del danno, oltre che dei genitori, anche dei fratelli e di Sara (questi ultimi ovviamente rappresentati in giudizio dagli stessi genitori).
La sentenza apre scenari innaturali, ma vale la pena commentarla, almeno per gli effetti che ne conseguono.

giovedì 8 novembre 2012

UN'AMERICA DIVISA SCEGLIE OBAMA


OBAMA HA VINTO LE ELEZIONI PRESIDENZIALI.

Il New York Times ha titolato “Un’America divisa sceglie Obama”. Lo slittamento a destra iniziato con le elezioni di medio termine non ha consentito alla “Right Nation” di vincere.

In questo quadro, quale è stata la posizione della Chiesa Cattolica?

Gia Benedetto XVI nel gennaio di quest’anno, ricevendo i vescovi degli Stati Uniti a Roma  aveva messo all’ordine del giorno il tema della Libertà Religiosa dicendo: “(…)  è fondamentale che l'intera comunità cattolica negli Stati Uniti riesca a comprendere le gravi minacce alla testimonianza morale pubblica della Chiesa che presenta un secolarismo radicale, che trova sempre più espressione nelle sfere politiche e culturali. La gravità di tali minacce deve essere compresa con chiarezza a ogni livello della vita ecclesiale. Particolarmente preoccupanti sono certi tentativi fatti per limitare la libertà più apprezzata in America, la libertà di religione. Molti di voi hanno sottolineato che sono stati compiuti sforzi concertati per negare il diritto di obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni cattolici per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive. Altri mi hanno parlato di una preoccupante tendenza a ridurre la libertà di religione a una mera libertà di culto, senza garanzie per il rispetto della libertà di coscienza.(…)..

Circa un mese fa a New York, il cardinale Dolan, presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti, presenti  Obama e Romney alla tradizionale cena di beneficenza della Alfred E. Smith Foundation, ha tenuto un breve discorso  nel quale ha riconosciuto elementi positivi in entrambi i candidati (tanto che, spiega, “bisogna stare sempre dalla parte dei più deboli,come i bambini nascituri -Romney si dice alleato dei cattolici perché difende la vita-, e come i poveri senza assicurazione sanitaria -Obama punta di più sui temi sociali)”. Ma alla conclusione ha affondato a sorpresa il coltello difendendo la libertà di religione offesa dalla riforma sanitaria di Obama, quella riforma che “obbliga i datori di lavoro a includere contraccezione, sterilizzazione e medicine che possono causare l’aborto nelle polizze di sicurezza che devono obbligatoriamente pagare ai loro dipendenti”. Parole dure che pur scuotendo  i presenti, hanno provocato un lungo applauso.

A poche ore dalle elezioni americane la Conferenza episcopale statunitense prende a tutti gli effetti la sua posizione. I vescovi affermano che Obama ha trasformato la libertà di religione (citata nel primo emenndamento della Costituzione) in libertà di culto, senza garanzie per la coscienza, così come aveva detto Benedetto XVI.  In tutte le chiese cattoliche d’America domenica 4 novembre è stato letto un messaggio dei Vescovi, riportato nel nuovissimo sito internet della Conferenza Episcopale www.firstamericanfreedom.com

Politicians Should Protect Our Faith, Not Rewrite It.

Così titola il manifesto che continua: “Negli Stati Unit la libertà religiosa è gravemente minacciata”. E ancora “Recentemente il dipartimento della Salute e dei Servizi umani ha varato una legge che impone a tutti i datori di lavoro (con poche e limitate eccezioni per quanto concerne gli istituti religiosi) di offrire ai propri dipendenti piani assicurativi privati che includano anche la sterilizzazione, la contraccezione e la distribuzione di farmaci abortivi”.

Il messaggio è chiaro ed è diretto dai vescovi a “chiunque vincerà le elezioni”. Chiunque avrà la meglio dovrà risolvere questo temibile attacco alla libertà di coscienza.
 

Che ci siano divisioni fra l’elettorato cattolico è fuori di dubbio. Ma il punto è un altro: per i cattolici conta di più la difesa della vita che Romney promette di non disattendere oppure le aperture sociali già dimostrate da Obama? I vescovi è da tempo che hanno fatto la loro scelta. “E’ importante che i cattolici quando votano si accertino di non sostenere mali intrinseci come l’aborto, che è male in tutte le circostanze”, ha detto recentemente l’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput.

E proprio per prevenire eventuale critiche che potrebbero sostenere un disinteresse dei Vescovi per le opere di Carità l’inizio del manifesto dei Vescovi proclama:

“Come cattolici noi siamo chiamati a vivere la nostra fede ogni giorno, non solo la domenica. Noi serviamo i poveri e i bisognosi, proteggiamo la vita ad ogni livello, accogliamo gli immigrati e lottiamo per la giustizia sociale. Il nostro impegno deriva direttamente dalla nostra fede; le due cose non possono essere separate. Queste sono questioni di coscienza e di principio, non soggette a negoziazioni o a compromessi politici.”  Leggi qui la sintesi del  documento:


In un altro documento organico con molti esempi (Religious Liberty Under Attack—Concrete Examples ) i Vescovi rivolgendosi ai cattolici e gli americani invitano a “stare in guardia, perché la libertà religiosa è sotto attacco, sia in patria sia all’estero

leggi qui

Il confronto è appena iniziato, ma la battaglia dei cattolici americani è la battaglia comune di ogni cattolico.

IL VOLTO SPIETATO DEL NUOVO POTERE

LA GRECIA CI PRECEDE
UNA NUOVA COLONIZZAZIONE

 

La Grecia è in attesa di ricevere dall’Unione Europea un prestito di 31.5 miliardi di euro senza il quale rischia di morire di stenti. Questo prestito giunge in cambio dell’ennesimo giro di adempimenti e riforme prescritte al governo ellenico dai non disinteressati creditori internazionali dei cui interessi la cosiddetta troika (i rappresentanti del FMI, della BCE e della UE che da oltre 4 anni controllano tutte le decisioni che si prendono ad Atene) è garante.
Sui giornali filtra il solito ritornello: “
Per la Grecia è il tempo dell’austerità” che suona bene perché fa pensare ad un popolo fattosi virtuoso che stringe la cinghia e va avanti, mentre è vero l’esatto contrario, la Grecia si sfalda anche sotto il profilo umano: la disoccupazione è quasi raddoppiata in un solo anno, droga e prostituzione hanno invaso le città, 439.000 bambini vivono in condizioni di grande povertà (molti dei quali sono sottopeso), è aumentato in modo impressionante il numero dei reati ed il numero di suicidi… A fronte di ciò la tanto sbandierata solidarietà europea pare consistere unicamente in prestiti (non si fanno certo regali) concessi a condizioni draconiane, impossibili da realizzare. Così, dalla manovra finanziaria del prossimo anno, ci si attende un’ulteriore decrescita del -3.8% (con ulteriore perdita di posti di lavoro), un debito che lievita oltre il 179% e tagli del welfare per altri 8 miliardi di Euro. Dopo 5 anni di recessione è morta la speranza. Cos’altro si potrebbe chiedere legittimamente ad un paese ridotto allo stremo? Cosa si pensa che possa dare ancora la Grecia?

Colpisce, a questo proposito, l’insistenza sulle cosiddette “riforme strutturali”: potenti personaggi del mondo economico tedesco ammoniscono in questi giorni i politici perchè procurino di “risolvere il problema greco rapidamente”. Ma di cosa si parla? Quale tipo di soluzione rapida o finale si auspica? Il noto settimanale tedesco Der Spiegel ha riferito di una pressante richiesta per trasformare la Grecia in una “Zona Economica Speciale” all’interno dell’EU, il che significherebbe la colonizzazione del paese da parte di imprese tedesche e olandesi abilitate a portare in loco propri tecnici, dirigenti e funzionari. Ha affermato Hans Peter Keitel (vedi la traduzione dell’intervista rilasciata a Der Spiegel in Spiegel On Line): “Gli interessi tedeschi saranno favoriti attraverso la creazione di zone economiche speciali da parte del governo greco, come da tempo il mondo economico tedesco chiedeva. Secondo i piani attuali le aziende riceveranno agevolazioni fiscali – con una possibilità di imposizione fiscale dello 0% – e sovvenzioni (…). Ma non sono solo alcune aree economiche della Grecia, è l’intero paese che dovrebbe diventare una sorta di zona economica speciale dell’euro-zona” la gestione della quale avverrebbe “con personale straniero della UE”.

Quale ruolo toccherebbe a quel punto ai Greci? E’ del tutto evidente: fornire manodopera a basso e bassissimo costo alle imprese straniere. La Grecia ridotta a periferia bracciantile del nuovo ordine economico. E’ forse questo il destino dell’Europa mediterranea? Certo è che si stanno percorrendo strade che sempre più tendono ad assimilare il mercato del lavoro dell’Europa a quello della Cina. Pare proprio questo il modello economico-sociale che i circoli finanziari trovano maggiormente congeniale ai propri interessi. Inoltre la Cina ha acquisito, a causa di una dissennata mondializzazione e dell’acquisto del debito (sta acquistando i bond europei), un crescente controllo sui paesi della zona-euro così come già era avvenuto nei confronti degli Stati Uniti (la Cina possiede un decimo del debito americano). I Greci non potranno far altro che accettare perché sono ridotti allo stremo e lavorare per 10-12 ore al giorno a 450 Euro è comunque meglio che morire di fame. Tutto questo è peraltro consentito e finanche incoraggiato dai trattati-capestro (come il “Patto di Stabilità”) che per la gran parte i ceti politici hanno sottoscritto a nome dei loro popoli senza chiedere l’autorizzazione ad alcuno! Trattati che hanno trasformato l’Unione Europea da un’alleanza di stati ad una società per azioni governata da regole impersonali e spietate. Se c’è dunque un crimine che andrebbe addebitato alle classi dirigenti è, a mio parere, quello di aver abdicato ai propri doveri costituzionali di rappresentanza di specifici popoli e regioni, svendendo ai poteri sovranazionali o esteri quote decisive di sovranità senza alcuna verifica democratica.

Non stupisce allora che la costruzione dell’Europa sia diventata sempre più materia di competenza della nuova casta emergente dei tecno-banchieri e non ci si può sorprendere se il risultato conclusivo appare del tutto freddo e sconcertante. Peraltro, mentre Atene agonizza, il nuovo potere celebra i suoi fasti a Francoforte con l’edificazione del nuovo megagalattico grattacielo della BCE. A pagare per la realizzazione di questa nuova torre di babele saremo naturalmente anche noi contribuenti italiani: il tempio della finanza costerà infatti 1,2 miliardi di Euro che la BCE si farà carico di stampare caricandoli poi sul debito del nostro e di altri paesi. Il “patto di stabilità” (Fiscal Compact e MES), approvato in gran segreto dalla Camera dei Deputati il 20 Luglio 2012, serve proprio a garantire i nuovi padroni del fatto che anche noi, come gli altri, faremo fino in fondo il nostro dovere: metteremo a disposizione della BCE e dei poteri finanziari ogni centesimo racimolato grazie alle ulteriori trattenute e ai nuovi tagli alla scuola e alla sanità che il cosiddetto governo tecnico si è affrettato a battezzare: “manovra di stabilità”.