mercoledì 11 ottobre 2017

PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA: "LA LIBERTA' RELIGIOSA - UN DIRITTO A RISCHIO"



Con: Bernardo Cervellera (direttore Asia News), Don Karam Najeeb Yousif Shamasha (Sacerdote caldeo - Iraq), Luca Volonté (politico e giornalista) IVO COLOZZI moderatore.

La mostra è allestita a:
CESENA presso Palazzo Ghini dal 7/10 al 22/10/2017
CESENATICO presso il Liceo Scientifico "Ferrari" dal 25/10 al 3/11/2017
SAVIGNANO SUL RUBICONE presso l'Istituto Scolastico "Marie Curie" dal 4/11 al 12/11/2017

lunedì 9 ottobre 2017

CHI HA PAURA DI LEPANTO

(E DELLA POLONIA)?

In tanti insorgono giustamente davanti alla tendenza nelle scuole di “cancellare” il Natale, raccontando agli studenti che si tratta delle vacanze d’inverno ed evitando accuratamente presepi e qualsiasi simbolo che ricordi il vero significato che sta nella nascita di Gesù. E in questi giorni tanti si sono scandalizzati (giustamente) perché in alcune contee inglesi si è deciso di sostituire nei calendari il “prima” e “dopo Cristo” con “prima dell’Era Comune” e “Era Comune”. Tutto per rispettare le minoranze religiose, leggi i musulmani. Una vera idiozia, un insulto all’intelligenza, perché è anzitutto negazione della realtà. Su questo almeno, i cattolici sembrano convenire.
 
Il Rosario dei cattolici Polacchi
Eppure nessuno trova nulla da ridire sul fatto che nella Chiesa ormai si censura l’origine della festa liturgica che abbiamo celebrato ieri, la Beata Vergine del Rosario, ovviamente per rispetto dei musulmani. Non so chi abbia avuto il privilegio ieri alla messa di ascoltare un prete ricordare che la festa trae origine dalla battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 in cui la flotta cristiana sconfisse la flotta turca salvando l’Europa dall’invasione islamica, una vittoria che si deve alla fede di tanti cattolici europei che accompagnarono la flotta con un esercito di rosari. Credo pochissimi. E anche laddove non si è potuto tacere sulla battaglia di Lepanto, lo si è detto di corsa, circondandolo di frasi vuote sulla pace e sull’umanità unita in un abbraccio.

Lepanto insomma, sembra una cosa di cui vergognarsi, come fosse una macchia nella storia della Chiesa, quando invece – come abbiamo detto – dovremmo onorare la memoria di quegli uomini (e di san Pio V, papa) che hanno impedito l’islamizzazione dell’Europa. Eppure oggi, in questo clima di pacifismo ecclesiastico imperante diventa una colpa anche l’applicazione di quel principio di “responsabilità di proteggere” che pure è stato rilanciato da Benedetto XVI in un discorso all’ONU nel 2008. Certo, sarebbe alquanto stupido pensare di poter fronteggiare l’attuale “invasione” (la cui parte più difficile è, guarda caso, la componente islamica) dichiarando guerra e organizzando una flotta per combattere nel Mediterraneo. Ma è ancora più stupido stendere tappeti rossi a chi disprezza la nostra civiltà e non vede l’ora di realizzare quelle circostanze che permetteranno di sostituire l’islam al cristianesimo.

Il vero problema oggi sta in quei tanti che non trovano nulla da ridire se un insegnante di religione cattolica usa la sua ora per far conoscere il Corano ai suoi studenti. Ricordare la battaglia di Lepanto e meditare quella lezione di storia, aiuterebbe a capire che la difesa della propria identità di popolo – così come la difesa della propria famiglia - non solo non è un delitto, ma è un dovere. Da assolvere nelle modalità più efficaci, che oggi possono anche escludere in tanti casi l’uso delle armi, ma pur sempre un dovere.

L’esempio ce lo hanno dato i cattolici polacchi che ieri si sono radunati in 320 chiese e 4mila “zone di preghiera” lungo tutto il confine per recitare insieme il rosario, perché la Polonia e l’Europa intera tornino alle loro radici cristiane contro la secolarizzazione e contro il diffondersi dell’influenza islamica. Le notizie che arrivano dalla Polonia dicono di una partecipazione ben al di sopra del milione di persone preventivato alla vigilia, e anche da altre parti del mondo (Italia compresa) ci si è collegati spiritualmente in comunione con i fedeli polacchi. Si è trattato di un evento grandioso, su cui in Italia – guarda caso – è calato il silenzio della stampa cattolica ufficiale.

Bruttissimo segno, anche se non sorprendente: ignorare l’evento di preghiera più importante degli ultimi sessanta anni (insieme alle Giornate Mondiali della Gioventù), teso a invocare dalla Madonna la grazia di mantenere o recuperare l’identità cristiana, significa soltanto che i pastori hanno abbandonato il proprio popolo, pronti a consegnarlo nelle mani del nemico.

Interessante invece che ieri nelle omelie dei vescovi polacchi, nelle messe che hanno preceduto il rosario, la preghiera per la pace si sia sposata alla richiesta a Dio di mantenere cristiane le nostre nazioni, legando in modo indissolubile le due cose. Non dovrebbe essere una novità, visto che “Cristo è la nostra pace”; e invece suona in totale contrasto con la mentalità oggi prevalente nella Chiesa, secondo cui la pace dovrebbe piuttosto scaturire dal dissolversi e dal fondersi della nostra identità con le identità di altri popoli che ci stanno invadendo.

Noi stiamo con i polacchi.


venerdì 6 ottobre 2017

GIOVANNI PAOLO II A CESENA MAGGIO 1986

SALUTO DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA POPOLAZIONE CESENATE
Piazza del Popolo - Cesena
Giovedì, 8 maggio 1986

Carissimi cittadini di Cesena!

1. Vi sono profondamente riconoscente per questa accoglienza nella quale sento subito vibrare il vostro temperamento forte e gioviale. Dall’intimo del cuore vi saluto e vi ringrazio. Saluto in particolare il signor sindaco e lo ringrazio per le cortesi e calde parole con le quali ha avuto la bontà di accogliermi e di farsi interprete dei sentimenti della Cittadinanza. Porgo parimenti un rispettoso saluto alle autorevoli personalità e agli esponenti delle varie Istituzioni, che onorano questo incontro con la loro presenza. Ma desidero che il mio cordiale pensiero raggiunga tutti i membri della compagine cittadina e delle altre comunità, di cui si compone la circoscrizione diocesana, assicurandoli che anch’essi, ovunque si trovino, sono presenti nel mio cuore.

2. Nel mio itinerario pastorale in Romagna sono lieto di fare tappa a Cesena, città giustamente fiera delle sue remote origini e della sua lunga storia. Una storia densa di avvenimenti, dai quali emerge, con ininterrotto filo conduttore l’acuto senso di libertà che, dalle epoche lontane alle più recenti, animò i Cesenati, li sostenne nella tenace difesa di quel grande bene, li guidò nella sua valorosa riconquista. Il trascorrere del tempo non ha spento il ricordo dell’alternarsi sul vostro suolo di drammatici periodi di lotta con periodi di pacifica floridezza, in un intreccio complesso attraverso il quale è stato tramandato da una generazione all’altra un patrimonio di ricche tradizioni.
Qui hanno tuttora un linguaggio eloquente monumenti e opere d’arte di vasta celebrità. La Biblioteca Malatestiana che, nella eleganza delle linee architettoniche quattrocentesche, accoglie un copioso materiale di singolare valore culturale, ed è una delle più antiche biblioteche umanistico-conventuali; la magnifica Cattedrale, anch’essa di origine quattrocentesca, più volte trasformata nei secoli seguenti; a ridosso dei colli appenninici l’Abbazia benedettina di Santa Maria del Monte, dove fra poco mi recherò: essa è sorta là dove il vescovo san Mauro aveva fatto costruire una piccola chiesa solitaria, verso l’anno 930, sul monte Spaziano, come attesta il suo biografo san Pier Damiani. Desidero inoltre menzionare Santa Cristina, gioiello che al valore artistico assomma quello affettivo, per il suo legame con la figura del vostro concittadino, Papa Pio VII.
Vanto di Cesena è, infatti, questo Pontefice, il già monaco benedettino Gregorio Barnaba Chiaramonti, e, insieme con lui, il suo immediato predecessore, Angelo Braschi, Papa Pio VI; come ella, onorevole signor sindaco, ha voluto ricordare con delicato pensiero. Ad essi mi sia consentito di aggiungere due altri presuli cesenati d’adozione, che furono chiamati al sommo pontificato dopo essere stati pastori di questa diocesi: Pietro Francesco Orsini, divenuto papa col nome di Benedetto XIII nel 1700, e Francesco Saverio Castiglioni, Pio VIII, nel secolo scorso.

3. Fedele alle proprie tradizioni, Cesena offre oggi l’immagine di una città vivace e operosa, aperta ai valori umani senza preclusioni verso quelli religiosi; sensibile al dinamismo culturale, impegnata in un metodico e costante sviluppo economico e sociale, connesso specialmente con taluni settori del mondo agricolo. Sono degne di elogio, cari Cesenati, la vostra fervida applicazione alle varie attività e la vostra disponibilità di fronte alle nuove tecniche e ai nuovi tipi di rapporti commerciali. Vedo in questo atteggiamento un segno della vostra volontà di concordia e di reciproca comprensione, elementi indispensabili per il raggiungimento della piena giustizia sociale nella solidarietà umana più concreta e generosa.
Mi piace ricordare, in quest’ordine di idee, alcune opere della città e della diocesi: la comunità “Grazia e Pace” per emarginati e senza casa; la comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti e altri centri collegati con le strutture civili; l’Istituto “Pio XII” per portatori di handicap. Desidero ricordare anche la “Marcia della Pace” di Capodanno e la “Festa della famiglia” che si celebra in coincidenza con la solennità della Madonna del Popolo, protettrice della città e della diocesi.

4. Il messaggio evangelico, che è stato annunziato nelle vostre terre fin dai primi secoli della Chiesa, si è mantenuto vitale pur nel susseguirsi di burrascose vicende. Da un secolo all’altro la fede cristiana è stata tramandata. In questa fede viene a fortificarsi il successore di Pietro. Viene privo di ogni nostalgica reminiscenza della sovranità di tempi andati, sollecito soltanto di far progredire nelle coscienze il misterioso dinamismo della Parola liberatrice e salvatrice di Cristo, convinto di contribuire così anche allo sviluppo integrale dell’uomo.

Il cristianesimo, accettato e vissuto seriamente in tutte le sue dimensioni, rivela una straordinaria capacità di animazione anche di quei valori da cui non può prescindere la convivenza civile: valori spirituali e morali, che tanto all’individuo quanto alla famiglia e a ogni assetto comunitario infondono un incessante slancio vitale.
Carissimi fratelli e sorelle di Cesena, io prego il Signore per la vostra prosperità di oggi e di domani nella luce di quei valori. Prego in particolare la Vergine santissima, della quale siete molto devoti nel solco dell’antica matrice religiosa delle vostre tradizioni. Ricordo con compiacimento che il 19 aprile 1980, durante l’udienza a un grande pellegrinaggio romagnolo, ebbi la gioia di benedire e incoronare una copia dell’affresco settecentesco della vostra Madonna del Popolo, che poi fu portato in tutte le parrocchie della diocesi. La grande Madre celeste sia dunque propizia al popolo cesenate e a quanti, rivestiti di pubbliche responsabilità, lo rappresentano.
Con questo fervido auspicio vi ringrazio per la vostra cordiale ospitalità e invoco su tutti copiose benedizioni celesti.


martedì 3 ottobre 2017

SENTIRE ANCORA PIU' UMANA L'EUCARESTIA?

dal Blog di Leonardo Lugaresi
                  (...) Nessuno, ovviamente, sostiene che non sia una cosa ottima che il papa pranzi con i poveri; nessuno dice che, se necessario, in una chiesa non si possano fare cose diverse dal culto divino, senza che ciò sia una profanazione; nessuno nega che l'arcivescovo avesse l'autorità per fare la scelta che ha fatto. Ma la questione è, appunto, che si è trattato di una scelta, non della presa d'atto di una necessità (o anche, se si  vuole, anche di una mera convenienza, opportunità o comodità). È del tutto evidente che c'erano a Bologna cento altri posti in cui quel pranzo si poteva svolgere: lo si è voluto fare proprio lì, forse anche con una certa forzatura rispetto alle perplessità che, a quanto si dice, erano state manifestate da almeno una parte del clero e dei fedeli bolognesi.

Perché? Lo dice candidamente lo stesso arcivescovo in un'intervista alla radio, ripresa nel primo degli articoli che ho citato sopra: «Posso capire chi si è scandalizzato. È chiaro che c’è un punto importante che riguarda la sacralità del luogo. Ma quello che è successo non significa desacralizzare anzi ci aiuta a capire ancora meglio e a sentire ancora più umana l’eucarestia».
Ecco, questo è il punto. C'è bisogno di qualcosa per “sentire ancora più umana l'eucarestia”. Ci vogliono i poveri che mangiano in chiesa, perché se no si ha l'impressione che in chiesa Dio non sia abbastanza vicino, anzi che non ce ne sia abbastanza. Mi pare di riconoscere qui l'emergere di un fiume carsico di incredulità che scorre nelle viscere della chiesa almeno dagli anni del post-concilio. (Ci sarà stato anche prima, naturalmente; anzi, sono sicuro che c'era, ma non c'ero io quindi non me lo ricordo). Chiarisco che non ce l'ho assolutamente con l'arcivescovo di Bologna (che mi sta anche simpatico, tra l'altro), ma lo cito solo come “portatore sano” di un virus molto diffuso. Lo stesso che ha portato, per decenni, i liturgisti a usare un'espressione assurda come “animare la liturgia” (la quale, dunque, senza sforzi, orpelli e trovate nostre sarebbe “morta”). Quel “sentimento” che spingeva, negli anni della nostra giovinezza, tanti giovani preti entusiasti e sconsiderati, a consacrare belle pagnotte casarecce invece di ostie, perché così sì che il segno sacramentale è bello concreto; o a trasformare l'altare in una mensa attorno alla quale si sta tutti seduti, come gli apostoli all'ultima cena, perché così sì che ci immedesimiamo, e a fare mille altre cose del genere. Convocare i poveri a banchetto dentro la chiesa mi pare che risponda allo stesso bisogno: le lasagne solidali sono percepite come più concrete (dunque, in un certo senso, più reali) di quella piccola cialda insipida, custodita in un tabernacolo che, non per caso, in molte chiese oggi è decentrato e quasi nascosto, e che alle messe si dà via con disinvolta noncuranza. E che noi dovremmo credere essere vera carne. Con il cibo non si scherza. «La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6,55): è quando Gesù ha detto questo, che i più se ne sono andati.
Il punto, dunque, a me sembra che sia la nostra (la mia!) crisi di fede nel sacramento. L'esiguità del segno ci scandalizza (non i poveri che mangiano!). Ma l'esiguità del segno non è stata forse voluta da Cristo stesso?
per leggere l'intero post ecco il link

lunedì 2 ottobre 2017

SFIDA ALL'OCCIDENTE. IL TERRORISMO ISLAMICO E LE SUE CONSEGUENZE

Incontro con Gaetano Quagliariello: Dialoghi di politica e convivenza
Incontro del 29 settembre 2017 presso Villa Silvia di Cesena 

Prima parte

Seconda Parte

domenica 1 ottobre 2017

NON GUARDATE DAL BALCONE

INCONTRO CON LA CITTADINANZA
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Piazza del Popolo (Cesena)
Domenica, 1° ottobre 2017
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mi piace iniziare la mia visita a Cesena incontrando la cittadinanza, in questo luogo così significativo per la vita civile e sociale della vostra città. Una città ricca di civiltà e carica di storia, che tra i suoi figli illustri ha dato i natali anche a due Papi: Pio VI, di cui ricordiamo il terzo centenario della nascita, e Pio VII.

Da secoli questa Piazza costituisce il punto d’incontro dei cittadini e l’ambito dove si svolge il mercato. Essa merita dunque il suo nome: Piazza del Popolo, o semplicemente “la Piazza”, perché è del popolo, spazio pubblico in cui si prendono decisioni rilevanti per la città nel suo Palazzo Comunale e si avviano iniziative economiche e sociali. 
La piazza è un luogo emblematico, dove le aspirazioni dei singoli si confrontano con le esigenze, le aspettative e i sogni dell’intera cittadinanza; dove i gruppi particolari prendono coscienza che i loro desideri vanno armonizzati con quelli della collettività. Io direi – permettetemi l’immagine –: in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.

La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.
Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.

Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività. E questo è il motivo per cui la dottrina sociale della Chiesa la considera una nobile forma di carità. Invito perciò giovani e meno giovani a prepararsi adeguatamente e impegnarsi personalmente in questo campo, assumendo fin dall’inizio la prospettiva del bene comune e respingendo ogni anche minima forma di corruzione. La corruzione è il tarlo della vocazione politica. La corruzione non lascia crescere la civiltà. 
E il buon politico ha anche la propria croce quando vuole essere buono perché deve lasciare tante volte le sue idee personali per prendere le iniziative degli altri e armonizzarle, accomunarle, perché sia proprio il bene comune ad essere portato avanti. In questo senso il buon politico finisce sempre per essere un “martire” al servizio, perché lascia le proprie idee ma non le abbandona, le mette in discussione con tutti per andare verso il bene comune, e questo è molto bello.

Da questa piazza vi invito a considerare la nobiltà dell’agire politico in nome e a favore del popolo, che si riconosce in una storia e in valori condivisi e chiede tranquillità di vita e sviluppo ordinato. Vi invito ad esigere dai protagonisti della vita pubblica coerenza d’impegno, preparazione, rettitudine morale, capacità d’iniziativa, longanimità, pazienza e forza d’animo nell’affrontare le sfide di oggi, senza tuttavia pretendere un’impossibile perfezione. E quando il politico sbaglia, abbia la grandezza d’animo di dire: “Ho sbagliato, scusatemi, andiamo avanti”. E questo è nobile!

 Le vicende umane e storiche e la complessità dei problemi non permettono di risolvere tutto e subito. La bacchetta magica non funziona in politica. Un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni. Per rendersene conto basta provare ad agire di persona invece di limitarsi a osservare e criticare dal balcone l’operato degli altri. E questo è un difetto, quando le critiche non sono costruttive. Se il politico sbaglia, vai a dirglielo, ci sono tanti modi di dirlo: “Ma, credo che questo sarebbe meglio così, così…”. Attraverso la stampa, la radio… Ma dirlo costruttivamente. E non guardare dal balcone, osservarla dal balcone aspettando che lui fallisca. No, questo non costruisce la civiltà. Si troverà in tal modo la forza di assumersi le responsabilità che ci competono, comprendendo al tempo stesso che, pur con l’aiuto di Dio e la collaborazione degli uomini, accadrà comunque di commettere degli sbagli. Tutti sbagliamo. “Scusatemi, ho sbagliato. Riprendo la strada giusta e vado avanti”.
Il saluto del Crocevia

Cari fratelli e sorelle, questa città, come tutta la Romagna, è stata tradizionalmente terra di accese passioni politiche. Vorrei dire a voi e a tutti: riscoprite anche per l’oggi il valore di questa dimensione essenziale della convivenza civile e date il vostro contributo, pronti a far prevalere il bene del tutto su quello di una parte; pronti a riconoscere che ogni idea va verificata e rimodellata nel confronto con la realtà; pronti a riconoscere che è fondamentale avviare iniziative suscitando ampie collaborazioni più che puntare all’occupazione dei posti. Siate esigenti con voi stessi e con gli altri, sapendo che l’impegno coscienzioso preceduto da un’idonea preparazione darà il suo frutto e farà crescere il bene e persino la felicità delle persone. Ascoltate tutti, tutti hanno diritto di far sentire la loro voce, ma specialmente ascoltate i giovani e gli anziani. I giovani, perché hanno la forza di portare avanti le cose; e gli anziani, perché hanno la saggezza della vita, e hanno l’autorità di dire ai giovani – anche ai giovani politici –: “Guarda ragazzo, ragazza, su questo sbagli, prendi quell’altra strada, pensaci”. Questo rapporto fra anziani e giovani è un tesoro che noi dobbiamo ripristinare. Oggi è l’ora dei giovani? Sì, a metà: è anche l’ora degli anziani. Oggi è l’ora in politica del dialogo fra i giovani e gli anziani. Per favore, andate su questa strada!

La politica è sembrata in questi anni a volte ritrarsi di fronte all’aggressività e alla pervasività di altre forme di potere, come quella finanziaria e quella mediatica. Occorre rilanciare i diritti della buona politica, la sua indipendenza, la sua idoneità specifica a servire il bene pubblico, ad agire in modo da diminuire le disuguaglianze, a promuovere con misure concrete il bene delle famiglie, a fornire una solida cornice di diritti–doveri – bilanciare tutti e due – e a renderli effettivi per tutti. 

Il popolo, che si riconosce in un ethos e in una cultura propria, si attende dalla buona politica la difesa e lo sviluppo armonico di questo patrimonio e delle sue migliori potenzialità. Preghiamo il Signore perché susciti buoni politici, che abbiano davvero a cuore la società, il popolo e il bene dei poveri. A Lui, Dio di giustizia e di pace, affido la vita sociale e civile della vostra città. Grazie.


venerdì 29 settembre 2017

LA LIBERTA’ RELIGIOSA: UN DIRITTO A RISCHIO

PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA
CESENA 7/22 OTTOBRE 2017

Il 7 Ottobre aprirà presso il salone di Palazzo Ghini una mostra sul tema della libertà religiosa dal titolo: La libertà religiosa: un diritto a rischio.

Perche questa mostra?

Nel XXI secolo, dopo l' attentato alle Torri gemelle di New York, gli episodi di violenza più efferati e odiosi sono stati perpetrati non per ragioni ideologiche, come nel Novecento, ma per ragioni religiose. Di fronte a tanto orrore e a tanto dolore qualcuno potrebbe desiderare si realizzasse il sogno messo in musica da John Lennon nella sua canzone “Imagine”:  
Immagina non ci siano paesi
non è difficile
Niente per cui uccidere e morire
e nessuna religione
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace…
Ma per quanto suggestiva sia la musica che la propone, questa prospettiva è profondamente sbagliata e ultimamente disumanizzante.
Il cuore dell' uomo, infatti, non può fare a meno di cercare una risposta alla sua inquietudine e un senso alla fatica del vivere.
“L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani....Una libertà nemica (di) o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro.” ( Benedetto XVI nel Messaggio per la XLIV Giornata della Pace)

La mostra propone un percorso articolato su tre tappe: 

la prima, dal titolo “La libertà religiosa è un diritto umano fondamentale”, illustra sinteticamente la “storia” del concetto, ne presenta le principali formulazioni e giustificazioni, sia da parte delle istituzioni laiche che da parte delle chiese, e cerca di approfondirne i contenuti, cioè di esplicitare i tanti aspetti/diritti   che esso implica/contiene (es. dimensione pubblica/privata; educazione dei figli, ecc.).

La seconda tappa, intitolata “Quanto è rispettata la libertà di religione”, presenta un quadro delle più significative situazioni di violazione della libertà religiosa e di esplicita persecuzione dei credenti. In questa parte si avvale anche di pannelli predisposti dalla ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) sulla persecuzione dei cristiani nel mondo. Oltre a questi, però, propone le forme, certo più sottili e meno clamorose, ma forse non meno pericolose, attraverso cui nei paesi occidentali si sta configurando una messa a rischio radicale di questo fondamentale diritto.

Infine, la terza tappa, intitolata “Come tutelare e promuovere il diritto alla libertà religiosa”, presenta le più diffuse prospettive politico- ideologiche per la soluzione del problema del rispetto della libertà religiosa, ne evidenzia i limiti e propone una ipotesi di soluzione più adeguata rilanciando l’ipotesi del “dialogo tra istituzioni civili e religiose” proposto da Benedetto XVI nel Messaggio per la XLIV Giornata della Pace e ripreso in più occasioni da Papa Francesco.

Siamo convinti che questa iniziativa sia particolarmente importante per i giovani, specie in questo momento storico in cui le “battaglie” per i diritti tendono a rendere sempre più problematico lo stesso concetto di “diritti umani fondamentali” e che appare caratterizzato, per molti cattolici, dal rischio di accettare una concezione privatistica della fede.

                                                                                                        Prof.  Ivo Colozzi
Curatore della mostra

domenica 24 settembre 2017

CARLO CAFFARRA: QUESTO E’ L’EVENTO CRISTIANO


 IL VERBO SI GETTÒ NELLA CORRENTE DEL MALE PER SALVARE L’UOMO

 estratto del discorso che avrebbe tenuto al convegno della Bussola

«Due persone camminano sull’argine di un fiume in piena. Uno sa nuotare, l’altro no. Questi scivola e cade nel fiume, che sta travolgendolo. Tre sono le possibilità che l’amico ha a disposizione: insegnare a nuotare; lanciare una corda e raccomandargli di tenerla ben stretta; buttarsi in acqua, abbracciare il naufrago, e portarlo a riva.

Quale di queste vie ha percorso il Verbo Incarnato, vedendo l’uomo trascinato all’autodistruzione?
La prima, risposero i pelagiani, e rispondono tutti coloro che riducono l’evento cristiano a esortazione morale.
La seconda, risposero i semi-pelagiani, e rispondono coloro che vedono grazia e libertà come due forze inversamente proporzionali.
La terza, insegna la Chiesa. Il Verbo, non considerando la sua condizione divina un tesoro da custodire gelosamente, si gettò dentro la corrente del male, per abbracciare l’uomo e portarlo a riva. Questo è l’evento cristiano.

Chiediamoci: a quale profondità la ricostruzione dell’umano deve cominciare? (…) Il male della persona umana in quanto tale è il male morale, poiché esso colpisce il soggetto personale. La ricostruzione dell’umano o comincia a questo livello o sarà sempre semplice chirurgia estetica. L’atto redentivo di Cristo, accaduto una volta per sempre sulla Croce, e sacramentalmente sempre presente e operante nella Chiesa, guarisce precisamente quella lacerazione del soggetto dalla quale ha origine la devastazione dell’umano. E la Chiesa esiste per questo: per rendere presente qui e ora l’atto redentivo di Cristo. Guai se la memoria della Chiesa ha altri contenuti!».


giovedì 21 settembre 2017

"AVVENIRE", ORMAI È SOLO IDEOLOGIA


Avvenire di domenica scorsa ha stupito i lettori con una copertina apposita per spingere politicamente per l’approvazione della legge sullo ius soli. Una copertina che avvolgeva il giornale come si fa per i grandi eventi o per le grandi battaglie. Completava il quadro un editorialone del direttore. Qualsiasi cattolico che avesse delle perplessità di qualsiasi genere su questo disegno di legge è stato così indotto o a temere di non essere cattolico oppure a non rinnovare l’abbonamento ad Avvenire. In ogni caso la copertina divideva i cattolici, sia tra di loro che rispetto ad Avvenire. Ne valeva la pena?
 
Che interesse ci può essere ad appoggiare in modo così intransigente una legge problematica, che divide gli italiani; che contrappone ricchi e poveri perché sono questi ultimi a sopportare maggiormente il peso dei disguidi di una immigrazione incontrollata; che molti osservatori responsabili e competenti hanno mostrato essere contraddittoria e ricca di sviluppi impropri; che rappresenta la ciambella di salvataggio per un gruppetto di dirigenti del partito di maggioranza e che, soprattutto, non chiama in causa nessun principio assoluto della morale e della Dottrina sociale della Chiesa? Qui di “non possumus” non ce n’è nessuno.

Appena aperto il giornale, il lettore si sarà chiesto: ma perché ad Avvenire non hanno fatto una copertina simile quando il Parlamento, sopportando per due volte la fiducia di questo governo che ora vuole lo ius soli, e quindi senza esame e senza discussione, ha approvato la legge Cirinnà che di principi assoluti della morale naturale e della Dottrina sociale della Chiesa ne negava almeno un centinaio? Perché Avvenire non ha fatto una copertina del genere quando è stata staccata la spina del ventilatore al piccolo Charlie Gard, che era innocente e che in quel modo veniva ucciso (non “moriva”, veniva ucciso), aprendo così un possibile abisso di malvagità legalizzata? Perché Avvenire non fa una copertina di questo genere ogni anno, nella ricorrenza dell’approvazione della legge 194 sull’aborto legale, in virtù della quale sono stati uccisi in Italia sei milioni di bambini nel seno delle loro madri? Non sarebbero anche questi degli atti di fiducia verso il carattere “contagioso” della nostra civiltà, cui Tarquinio si è appellato per lo ius soli?

L’ideologia consiste nel proporre una parte come il tutto. Un suo caso particolare consiste nel proporre ciò che è relativo alle situazioni e al giudizio prudenziale come assoluto e vincolante. Spingere al rompete le righe sulle questioni morali assolutamente negative e, al contrario, imporre di serrare i ranghi su questioni che possono stare anche altrimenti è ideologia. Ciò che non si dovrebbe mai fare, oggi si può fare; ciò che si può fare, oggi non si può più fare? Il cattolico che contrasta le pretese ciniche e narcisistiche dei “nuovi diritti” deve sentirsi in colpa, come il cattolico che nella legge sullo ius soli vede troppe carenze e soprattutto una accoglienza priva di identità. Si vuole che chiudiamo gli occhi, sia sulle conseguenze disastrose delle nuove leggi della neo borghesia “illuminata”, sia sul fatto che la legge sullo ius soli non regge ad un esame veramente realistico.

Viviamo in un tempo in cui la cosa peggiore sembra quella di essere “divisivi”. Nelle parrocchie non si può parlare di aborto o di gender, di ideologia omosessualista o di perversioni insegnate a scuola. Non se ne può parlare perché – si dice – sono temi che dividono la comunità. Nelle diocesi non si apprezzano le prese di posizioni pubbliche dei cattolici e le loro iniziative contro il nuovo umanesimo disumano perché sarebbero divisive. Per non produrre divisione ci si imbavaglia spesso, al punto che chi dovrebbe insegnare non insegna. Perché allora Avvenire può dividere la comunità e per di più su un tema di per sé non divisivo? Dei termini su cui dovremmo essere tutti d’accordo non si può parlare perché sono divisivi, sui temi per i quali possiamo legittimamente avere pareri diversi, se ne parla come se fosse obbligatorio l’accordo. Per evitare la divisione si finisce per farla sul nulla. Usare il tema del pericolo della divisione quando si vuole è pure ideologico.

Davanti a casi di distruzione della famiglia e di bambini resi oggetto di desideri e vizi si dice che bisogna adoperare il discernimento, non giudicare ma accompagnare. Per la questione dello ius soli, invece, il discernimento non è ammesso. Spesso i fedeli sono lasciati soli su questioni fondamentali di morale e di fede e si chiedono tra sé perché mai chi di dovere nella Chiesa non li confermi e non li sostenga in battaglie che fino a ieri erano considerate assolutamente doverose e meritorie. Poi, invece, si sentono spinti e confermati su questioni politiche, importanti sì ma non fondamentali ed esenti da valutazioni a carattere assoluto, anzi di stretta attualità politica.

Davanti a operazioni di questo tipo, da un lato viene da pensare che ci sia qualche “calcolo politicante”, per riprendere una espressione del direttore di Avvenire, dall’altro che siamo davanti a cambiamenti di prospettiva portati avanti senza spiegarli ai fedeli. Quando l’assoluto diventa relativo e il relativo assoluto, quando il fondamentale diventa marginale e il marginale fondamentale, quando si chiama alle armi non per il vero nemico … significa che è in atto un forte cambiamento del quadro generale.


STEFANO FONTANA  LA NUOVA BUSSOLA 19/9/2017

martedì 19 settembre 2017

TRUMP E LA FINE DI GOP E DEM

Daniela Coli
Tratto da LIST di Mario Sechi
Donald Trump e Nikky Haley (ambasciatrice all'ONU)


Per i nostri media Trump sarà presto cacciato dalla Casa Bianca, invece per Niall Ferguson, sull’ultimo Sunday Times,  potrebbe correre per la rielezione nel 2020 come RINO (Republican in Name Only), come è già accaduto nella storia americana.
John Quincy Adams divenne whig dopo essere stato eletto nel 1824, John Tyler si dimise da whig appena diventò presidente e Abraham Lincoln nel 1864 vinse le elezioni come leader del National Union Party. Nell’inglese americano RINO è un repubblicano solo di nome, considerato troppo indipendente dai conservatori del GOP.
 Cosa sta combinando The Donald? Il presidente flip-flop, come viene chiamato dagli avversari, sta aumentando il consenso, facendo accordi con i repubblicani sul bando contro gli immigrati musulmani e sulla riforma fiscale. Si accorda, però, anche con i democratici per proteggere i dreamers e forse sta facendo un deal anche sull’Obamacare.
Per The Loneliest President, come Politico titola un lungo articolo su Trump, essere isolato è un vantaggio. Riporta un tweet significativo di POTUS: “Dicono che sono isolato da lobbisti, corporazioni, grandi politici e Hollywood. BENE! Non li voglio”, e usa il corsivo per sottolineare la decisione.
Perché Chuck Schumer, il leader dem al Senato e Nancy Pelosi, leader dem al Congresso, si accordano con Trump e perché nel Gop c’è la guerra fredda?  Lo spiega un servizio shock di Jake Novak su CNBC: The party’s over: Republicans and Democrats are both finished. Trump, eliminando alle primarie 16 capi bastone repubblicani, ha umiliato la leadership repubblicana, ha stritolato la gerarchia e le regole di anzianità del partito ed è iniziata la guerra fredda. Mitch McConnell, il leader della maggioranza rep al Senato nel Kentucky, il suo stato, ha ora soltanto il 18 per cento dei consensi: significa non essere rieletto nel 2020 o perdere comunque la sua posizione se i repubblicani fossero battuti da candidati esterni vicini a Trump nelle elezioni di midterm del 2018.
Lo stesso accade nel partito democratico: in California alle elezioni del 2016 si sono battute due candidate democratiche. La leadership democratica era già stata umiliata da Obama nel 2008: la candidata del partito era Hillary Clinton, ma fu il giovane Obama, un senatore dell’Illinois considerato senza speranze, a vincere la nomination e la presidenza. Nel 2016 Hillary non è solo stata battuta da Trump, ma anche messa in difficoltà da Bernie Sanders, un indipendente che si è registrato democratico solo sei mesi prima delle primarie.
La sconfitta di Hillary, sostenuta dai media dell’intero establishment, ha sfaldato il partito. Ora i democratici si accordano con Trump sui dreamers e sull’Obamacare, che ha davvero assicurazioni troppo costose per le famiglie della midde classin crisi, perché vogliono liberarsi del brand loser Hillary, che continua a girare gli States a scervellarsi sulla sconfitta, e di movimenti estremisti come gli Antifa, sgraditi  all’elettore medio americano, contrario a un clima da una guerra civile.
Forse davvero, come suggerisce Niall Ferguson, avremo il primo presidente indipendente americano dopo tanti anni di partigianeria: repubblicani e democratici potrebbero iniziare a decidere caso per caso, quando sostenere Trump, quando opporsi, o non prendere posizione. Ci sono sempre stati presidenti flip-flop, ma nel caso di Trump, abbiamo due partiti sottosopra, sventrati, dove gerarchia, anzianità, dinastie non contano più, e quindi posizioni come lo speaker del Congresso o il leader di maggioranza potrebbero divenire meno ambite.

Non scompariranno nomi e simboli dei partiti, ma è la macchina stessa del partito a essere stata sbudellata: alle elezioni del 2018 e del 2020 i candidati esterni vicini a Trump potrebbero sfidare quelli del partito e così tra i democratici. Potrebbe prevalere la personalità del candidato, i problemi dell’America, non gli interessi dei partiti e ridursi la politica partigiana che ha prodotto un enorme debito pubblico, guerre evitabili e un governo invasivo che vuole legiferare oltre misura, perfino sulle questioni etiche. I due partiti sono in crisi, perché nonostante abbiano per decenni alimentato un clima di lotta faziosa, nella realtà, erano finanziati dalle stesse entità e, a dispetto della retorica opposta, hanno sempre finito per trovarsi d’accordo su questioni gravi e costanti come il controllo del debito, la riduzione dei costi sanitari o il miglioramento delle infrastrutture.

Gli elettori hanno percepito lo stile House of Cards della politica americana e hanno votato Trump o Sanders. Questi aspetti erano già stati evidenziati da libri importanti come Ruling America. A History of Wealth and Power in Democracy di Steve Fraser e Gary Gerstle  nel 2005 e in Machiavellian Democracy di John P. McCormick nel 2011, che mettono addirittura in discussione che gli Stati Uniti siano una democrazia.



Se Tocqueville sintetizzò il paradosso americano descrivendo gli Stati Uniti socialmente democratici e politicamente aristocratici, Fraser e Gerstle raccontano una nazione devota al culto della libertà e dell’uguaglianza, ma che fin dalla fondazione è stata caratterizzata da gerarchie, caste e dinastie economiche e politiche, che negano la stessa ideologia americana.
Il livello di disperazione di John P. McCormick, autorevole politologo di Chicago, è tale da arrivare a proporre un modello dove rappresentanti politici e  magistrati siano estratti a sorte. Il nuovo clima attrae anche Ian Bremmer, tutt’altro che trumpista, che ha apprezzato in un tweet il recente giudizio negativo di Steve Bannon sulle amministrazioni Bush jr, Obama e Clinton. “The Bush administration...the Obama crowd...the Clinton crowd, it’s all the same" - Steve Bannon. I generally agree”. Il fantasma di George Washington forse sta sorridendo: fu Washington a mettere in guardia contro la formazione dei partiti e a invitare la nazione a scegliere leader per ragioni che trascendano la politica partigiana. Una proposta anche per l’Italia degli innumerevoli partiti e  partitanti.

Video dell'intervista a Padre Samir "L'Islam e la sfida all'Occidente" 11/09/2017






LA BRAMBILLA SUPERA CALIGOLA

Animalisti

“Io sono stata la prima a portare un cane in Parlamento. Sarebbe una rivoluzione candidare un animale nella nostra lista”. Lo dice Michela Vittoria Brambilla, fondatrice del Movimento Animalista, intervistata dal quotidiano Libero. Le risponde subito, su Twitter, Enrico Zanetti, ex viceministro dell’Economia: “sarebbe una rivoluzione candidate un animale? Meno di quanto credi Michela…”. Risate. Sipario. Anche questa settimana ci ha regalato la comica politica. Ma c’è da ridere? Sì, se la stessa Brambilla non si prendesse sul serio. La sua è una “provocazione”, d’accordo. Ma l’animalista sostenuta da Berlusconi pensa realmente (e lo dice in ogni occasione) che i diritti degli animali debbano essere pari a quelli degli uomini.
Tanto per cominciare, nella presentazione del Movimento Animalista al Teatro Dal Verme, la Brambilla ha rilanciato il primo punto del programma: inserire nella Costituzione la nozione che gli animali sono esseri “senzienti”, dunque titolari di diritti. Senziente non vuol dire razionale, ma in un periodo in cui la filosofia mette la ragione umana in discussione e il termine stesso “razionale”, riferito all’uomo, non è più una garanzia, il “senziente” rischia veramente di passarci davanti nelle liste per la casa popolare o per la mutua. La Brambilla vorrebbe, da subito, la “istituzione di un servizio veterinario pubblico”, dunque la mutua per gli animali. Ma Silvio Berlusconi cosa fa? Rincara la dose. “Secondo alcuni sondaggi, complice l'anonimato, ho verificato che il 72% delle signore preferisce il proprio cagnolino al proprio coniuge (sic!)”. Quindi diamo la mutua al cane e abbattiamo il vecchio?
C’è da chiedersi come si sia arrivati fino a questo punto. Perché nei libri di storia, quando si indica un esempio di decadenza politica, spesso si cita Caligola che fece senatore il suo cavallo. Adesso abbiamo uno splendido esempio di storia che si ripete (in farsa, quando allora era una tragedia). Caligola portò il suo destriero nel massimo organo legislativo romano per umiliare i senatori, non perché credesse nella causa dell'emancipazione degli equini. La Brambilla, invece, ci crede. Lo spiegava chiaro e tondo nella sua intervista rilasciata, sempre a Libero, il 29 maggio scorso.