sabato 13 agosto 2022

IN ITALIA IL #PRESIDENZIALISMO C’È GIÀ (E NON È MOLTO DEMOCRATICO).


LEONARDO LUGARESI

In attesa dell’entrata in scena dei magistrati – che in tanti prevediamo e una certa parte politica agogna, e la cui tempistica credo dipenda dal “combinato disposto” (come direbbero lorsignori) delle ferie giudiziarie e della maggior efficacia elettorale presunta – lo spettacolino di questa inutile campagna elettorale si trascina stentatamente, con piccole trovate di corta durata e ancor più scarso impatto sul pubblico.


Quella di ieri è una polemicuzza sul presidenzialismo, innescata da un’improvvida dichiarazione di Berlusconi il quale ha evocato – blasfemo! – le dimissioni di Mattarella come conseguenza politica della riforma costituzionale della presidenza della repubblica auspicata dal centrodestra. Naturalmente non so se Berlusconi l’abbia detto apposta o l’abbia semplicemente “fatta fuori dal vaso”, come si dice dalle mie parti (e come, con l’avanzare dell’età, è sempre più facile che accada, anche fuor di metafora).

 In linea di massima, si dice che negli affari del mondo valga il principio che “se si vuole praticare il vizio, la prima cosa è parlar bene della virtù” (non ricordo chi l’abbia detto: forse La Rochefoucauld?), quindi se uno volesse veramente le dimissioni di Mattarella dovrebbe cominciare col dire che mai e poi mai egli dovrebbe dimettersi: proprio come ha fatto quel santuomo, che, volendo restare al Quirinale per altri sette anni, ha giurato e spergiurato per mesi e mesi in tutte le lingue che mai e poi mai avrebbe accettato una riconferma: non provassero neanche a fargliela una proposta indecente del genere … poi quando gliel’hanno fatta per davvero ha subito accettato, con una faccia che a me pare rivelasse, come direbbe Manzoni, una contentezza in gran parte sincera.

Comunque, tutto questo non ha alcuna importanza. Nel contesto di una campagna elettorale assolutamente surreale, in cui si parla di cose che non esistono e non si discute affatto, anzi si esclude programamticamente di dire alcunché sul problema più urgente e grave che abbiamo, cioè la guerra (la guerra!), nulla è importante. Però per decenza bisognerebbe almeno riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a chiunque guardi la realtà del sistema politico vigente in Italia, lo confronti con quello della cosiddetta “prima repubblica“ e conosca il testo della costituzione: da molti anni noi siamo già in un regime politico a forte connotazione presidenzialistica, solo che il processo di cambiamento della costituzione materiale è avvenuto in maniera surrettizia, senza dibattito politico, senza correttivi, contribuendo perciò (insieme ad altri fattori, beninteso) alla limitazione della sovranità popolare, solennemente sancita dall’art. 1 della carta costituzionale come suo principio fondamentalissimo e ormai ridotta a vuoto simulacro.

Che il Quirinale sia il vero centro del potere, nell’attuale sistema costituzionale, è noto a tutti; nessuna persona decente potrebbe negare che il presidente della repubblica svolga ormai da tempo non più soltanto le funzioni di rappresentanza e garanzia che esercitava un tempo, ma contribuisca in modo determinante all’indirizzo del governo del paese, quando non lo determina tout court, come si è visto in almeno un paio di occasioni negli ultimi anni.

Nessuna persona decente, perciò, può negare che, essendo praticamente impossibile un ritorno della presidenza della repubblica entro gli antichi confini, la sua elezione diretta da parte del popolo sovrano e una ridefinizione chiara e formalizzata dei suoi poteri (e, si noti bene, delle sue responsabilità, perché in uno stato di diritto alla determinazione del potere va sempre congiunta quella della responsabilità che ne consegue) non sarebbe affato un attentato, bensì un ripristino della sovranità popolare. Avere una costituzione formale così fortemente caratterizzata dalla centralità del parlamento, per cui in teoria noi saremmo una repubblica iper-parlamentare, e una costituzione materiale in cui, al contrario, il parlamento non decide quasi più nulla e il presidente della repubblica conta moltissimo, è una cosa che certamente fa male alla democrazia.

Ecco, dopo quello della guerra quello della democrazia sarebbe un altro tema imprescindibile di dibattito, in un paese in cui si svolgesse una vera competizione elettorale. (Anzi, forse no: perché se ci fossero vere elezioni in grado di determinare veramente il governo del paese, significherebbe che in quel fortunato paese la democrazia esisterebbe veramente e quindi non sarebbe un problema).

 

mercoledì 10 agosto 2022

SE CI SI BATTE PER LA VITA, L’ASTENSIONE NON È AMMESSA.

MASSIMO GANDOLFINI (*)

L’assenteismo, l’indifferenza, la rassegnazione, la delusione paralizzante, la resa di fronte al “male” non possono abitare nel cuore di chi crede in quel valore civico che si chiama “responsabilità”.



 

La vita, la famiglia naturale e la libertà educativa – i tre pilastri su cui si fondano i diritti umani e, quindi, la civiltà di un popolo – in questi giorni di scelte elettorali, hanno due nemici, entrambe molto pericolosi: la cultura radicale di sinistra da una parte, e l’assenteismo al voto dall’altra.

Ovviamente c’è differenza fra i due: la prima sostiene attivamente proposte che vanno in direzione opposta rispetto alla difesa della vita – basti pensare alla “morte volontaria medicalmente assistita” o alla promozione dell’aborto chimico “fai da te” e alla legalizzazione della cannabis – la seconda ha il sapore della rassegnata accettazione di fronte a qualsiasi nefandezza, rifugiandosi nell’alibi del “già non cambia niente!”. In questi giorni, dopo battute varie sul meteo e calura, la frase più ricorrente è, purtroppo, “inutile votare, perché già non cambia nulla”. Brutta storia, perché la vera arma che il cittadino ha in mano, in un paese democratico, è proprio il voto.

 

Con il voto – nel segreto della cabina elettorale (“dove Dio vede, e Stalin no”, ci ammoniva Giovannino Guareschi) – ogni cittadino ha il potere di scegliere il partito e il candidato (anche se non direttamente) che rappresentano al meglio i propri valori e principi.

Quelli sui quali vorrebbe vedere costruito il futuro del Paese. Sarebbe bene che ci ricordassimo quanto sangue e lacrime è costato ai nostri nonni e padri il diritto/dovere al voto, e dunque quanta pericolosa superficialità occupa la nostra mente nel momento in cui, magari con supponenza, vi rinunciamo. Con l’aggiunta che l’esperienza ci insegna che gli adepti dei partiti della sinistra che – come tutti stiamo osservando anche in questi giorni – sostengono programmi di “diritti civili” di segno opposto rispetto ai tre pilastri menzionati in apertura, certamente non diserteranno le urne.

 

L’assenteismo, l’indifferenza, la rassegnazione, la delusione paralizzante, la resa di fronte al “male” non possono abitare nel cuore di chi crede in quel valore civico che si chiama “responsabilità”. Si è responsabili per il bene come per il male, per l’azione colpevole come per la passività rassegnata. E ancor più se siamo o crediamo di essere cristiani. La Dottrina Sociale della Chiesa parla molto chiaro: “Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso, l’impegno dei cattolici si fa carico di responsabilità … E’ il caso di leggi civili in materia di aborto, eutanasia … “(Nota dottrinale sull’impegno e comportamento dei cattolici nella vita politica, 2002).

 

Il cristiano, dunque, ha il dovere anche morale di partecipare alla costruzione della “polis”. Consapevoli che il Regno dei Cieli appartiene alla dimensione ultraterrena, in cui avranno pieno compimento il Bene e la Verità, non per questo possiamo sentirci esenti dal dovere di fare ogni sforzo perché la giustizia, la libertà e la pace possano realizzarsi nel tempo e nello spazio in cui si colloca la nostra esistenza.

 San Giovanni Paolo II nell’ Enciclica Sollecitudo Rei Socialis (1987) ha indicato con chiarezza la via da seguire: partendo dalla conversione del cuore – personale, intima, spirituale -si deve arrivare a fermare e contrastare le “strutture di peccato” in cui il male morale, istituzionalizzato, imposto dal potere politico, viene promosso come un bene e un diritto per lo sviluppo di una società moderna e “felice”, perché finalmente libera e affrancata da limiti di ogni genere. Chi cade in questa trappola sono nostri concittadini e fratelli/sorelle che l’indottrinamento social-mediatico ha di fatto corrotto e confuso nel cuore e nella mente: “il tragico oscuramento della coscienza collettiva” di cui ha parlato Giovanni Paolo II (EV.70).

Come nel recente passato l’ubriacatura nazifascista e comunista ebbero il potere di soggiogare milioni di persone, scardinando le famiglie e legittimando delitti atroci, oggi – con strumenti e metodi non cruenti, ma non meno dannosi ed efficaci – è in atto un progetto di rifondazione di tutto ciò che è umano e naturale, nel nome di una fluidità morale che impone l’assurdo come verità indiscutibile.

Abbiamo le forze per opporci? Abbiamo grandi capitali o finanziamenti per garantire il diritto alla vita di ogni bimbo, di ogni malato, di ogni disabile e per fermare la campagna d’odio contro chi difende valori non negoziabili? La risposta è fin troppo facile: non ne abbiamo. Ma non siamo totalmente disarmati.

Abbiamo la forza morale che abita nei nostri cuori, abbiamo la forza della verità che abita nelle nostre menti e abbiamo l’arma democratica del voto, con il quale possiamo tentare di bloccare e magari di convertire il trend politico in atto. E se in cuor nostro abbiamo lucida consapevolezza che nessuna forza politica incarna la totalità dei nostri principi, con altrettanta lucidità è facile individuare chi fa della lotta a quei principi la propria bandiera di partito e il proprio programma di governo: a queste istanze “non è mai lecito conformarsi … né dare il suffragio del proprio voto” (AAS 66/1974).

Massimo Gandolfini

 

 Non possiamo – e non dobbiamo – perdere la speranza che, come insegnava S. Agostino, “ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per quanto accade di male accade intorno a noi e il coraggio per cambiare”.

Oggi, in questi giorni, vuol dire uscire di casa, accettare qualche scomodità, vincere inerzia e delusione, contrastare ogni rassegnazione e andare a votare, perché vita, famiglia e libertà si difendono anche con il voto. L’assenteismo è una pessima scelta che lascia campo libero a quel “politicamente corretto” che tanti disastri sta facendo nel nostro Paese.

 

(*)Presidente dell’Associazione Family DAY.

 

martedì 9 agosto 2022

GLI ESTREMISMI SI TOCCANO

LUCA RICOLFI

Supponete che un partito prevedesse, fra i suoi punti programmatici, il contrasto all’immigrazione irregolare, il rifiuto del politicamente corretto, l’ostilità alle rivendicazioni Lgbtq+. Come lo definireste? Credo che molti risponderebbero, senza troppe esitazioni, che lo considererebbero un partito di destra. E in effetti è così, molti partiti di destra radicale, in Italia come in Europa, rispecchiano questo profilo.
Però sarebbe un errore pensare che questo genere di idee siano prerogativa esclusiva della destra radicale. Idee del tutto affini si incontrano in alcune formazioni della sinistra radicale, ad esempio nella nuova lista “Italia sovrana e popolare”, guidata da Marco Rizzo, che in queste settimane sta raccogliendo le firme per presentarsi alle imminenti elezioni politiche. E in modo ancora più netto nei filosofi marxisti anti-capitalisti, come Jean Claude Michéa (francese), Slavoj Žižek (sloveno), Costanzo Preve e il suo allievo Diego Fusaro in Italia.

Peter Brueghel il Vecchio, La torre di Babele

Ma qual è la ratio di simili idee? In parte è la medesima a destra e a sinistra. Sia la destra radicale sia la sinistra radicale vedono nei flussi migratori un doppio pericolo: l’abbassamento dei livelli salariali dei lavoratori nativi, dovuto alla concorrenza degli immigrati, la competizione fra cittadini e stranieri nell’accesso ai servizi sociali.
Diverso è il discorso sulle rivendicazioni Lgbtq+ e il politicamente corretto. Qui le motivazioni della destra e della sinistra radicali, almeno in parte, divergono.

A destra l’ostilità al mondo Lgbtq+ è genuinamente culturale, perché deriva semplicemente da una concezione tradizionalista del ruolo della famiglia e del rapporto fra uomini e donne. A sinistra, invece, la medesima ostilità deriva da due idee distinte ma convergenti: il consumismo sessuale sarebbe un capitolo della colonizzazione di tutti gli ambiti della vita da parte del capitalismo globale trionfante; l’attenzione ossessiva della sinistra ufficiale al mondo Lgbtq+ e agli immigrati avrebbe completamente cancellato la questione sociale (occupazione, salari, povertà, disuguaglianze).

Più in generale, destra e sinistra radicale, considerano le questioni sollevate dal politicamente corretto (a partire dalla riforma del linguaggio) come problematiche “borghesi”, che possono interessare solo i ceti alti.
Soprattutto, destra e sinistra radicale convergono su una diagnosi: il nemico numero uno sono gli organismi sovranazionali, come l’Unione Europea, la Bce, le Nazioni Unite, la Banca mondiale, che togliendo autonomia agli stati nazionali renderebbero più difficile la difesa degli interessi nazionali e delle istanze popolari.
Di qui la fusione, a destra come a sinistra, fra sovranismo e populismo, e la comune ostilità alla sinistra ufficiale, che in tutte le società democratiche moderne è tendenzialmente liberale, cosmopolita, fiduciosa nei meccanismi di mercato, rispettosa delle istituzioni sovranazionali.

Questa convergenza può turbare chi tende a vedere destra e sinistra come due mondi antitetici e incompatibili. In compenso permette di spiegare fatti altrimenti incomprensibili, come le transizioni dall’estrema destra all’estrema sinistra e viceversa. È dei giorni scorsi, ad esempio, la notizia che Francesca Donato, parlamentare europea eletta nelle liste della Lega, si appresterebbe a correre nella lista del comunista Marco Rizzo, leader della neonata lista di sinistrissima “Italia sovrana e popolare”.

Risalendo indietro nel tempo, possiamo rintracciare conversioni ben più clamorose e interessanti, perché frutto di meditate elaborazioni teoriche. Penso, ad esempio, al caso dell’economista di sinistra (radicale) Alberto Bagnai, che qualche anno fa aderì alla Lega di Salvini. Ma penso, soprattutto, a Costanzo Preve, raffinato filosofo marxista anti-capitalista, che nel 2012, in occasione delle presidenziali francesi, dichiarò (e spiegò con un raffinato ragionamento) che, se fosse stato francese, in caso di ballottaggio Sarkozy-Marine le Pen avrebbe votato per la candita di estrema destra.

Ebbene, tutti questi casi, a prima vista incomprensibili, hanno una logica precisa. Alla base del sovranismo populista, che rende quasi intercambiabili destra e sinistra radicali, ci sono due idee forti: primo, l’assoluta centralità della questione sociale; secondo, la convinzione che solo gli stati nazionali abbiano qualche chance di fornire risposte alla domanda di protezione degli strati popolari.
L’analisi può essere sbagliata, ma la sfida che lancia è reale. E tocca alla sinistra ufficiale raccoglierla, innanzitutto mostrando che non ha dimenticato la questione sociale.

 

Tratto da La Stampa

lunedì 8 agosto 2022

ELEZIONI 25 SETTEMBRE: UN'OCCASIONE PER L’ITALIA

STEFANO FONTANA

(…) Il quadro politico è confuso, non c’è dubbio. Ma solo fermandosi alle apparenze, solo seguendo la cronaca politica spicciola, solo prestando attenzione al gossip politico giornalistico. Se invece si fa uno sforzo di sintesi e si cerca di capire cosa ci sia veramente in ballo nelle prossime elezioni, quale sia la carta che possiamo giocare, se ci si tira fuori dal frastuono, allora si capisce che questo turno elettorale balneare può essere di importanza decisiva.

Con la caduta del governo Draghi non è caduto solo un governo ma un sistema politico che governa da molto tempo l’Italia e che continuerà a governarla in eterno se il 25 settembre non subirà un indebolimento, una chiara battuta d’arresto e se la sua sconfitta elettorale non permetterà di aprire nella sua proverbiale compattezza almeno delle fessure dove potersi inserire per disarticolarlo ancora di più e per far passare prospettive nuove.

Il sistema politico di cui sto parlando si fonda sulla compatta e coesa sinergia tra gli elementi di un vero e proprio “blocco storico”, frutto dell’incontro tra cultura gramsciana e modernismo liberale. Settori importanti della magistratura organica al partito; l’apparato degli intellettuali di regime; i rappresentanti dell’accademia e della scuola; l’associazionismo della società civile impegnato per i “nuovi diritti” o per l’ambientalismo esasperato e ideologico, o per l’immigrazionismo; il mondo dei grandi media nazionali che in fondo recitano tutti la medesima parte, nascondono quanto dovrebbe essere detto, censurano quanto di originale viene annunciato, forniscono, in collaborazione stretta con la informazione di Stato di Monica Maggioni, la narrazione ufficiale a cui tutti attenersi sulla pandemia, sulla guerra in Ucraina, sul pericolo rappresentato dalla CO2, su Draghi e il draghismo, sull’assalto dei trumpiani al Campidoglio di Washington, sulle sempre ottime decisioni della Von der Leyen, sulle giuste preoccupazioni nei confronti del governo Orban.

In un sistema tutte le sue parti agiscono in coerenza e in sincronia, senza nemmeno bisogno di un regista occulto, per una omogeneità culturale interna alle parti, come un unico partito che pensa con mille cervelli. Le azioni di una certa magistratura arrivano così ad orologeria – e stiamo tutti aspettando i prevedibili procedimenti che verranno aperti in piena campagna elettorale –, il governo Draghi ancora in carica gestisce le ultime cose da fare nel modo più conveniente per il sistema, i direttori dei grandi giornali ospiti della direttrice del TG1 insistono sulla opposizione tra responsabili e irresponsabili, gli intellettuali di regime inventano pericoli di neofascismo – il fascismo come male assoluto è l’asso nella manica che il sistema tira fuori ad ogni necessità –, l’associazionismo di base viene mobilitato nelle piazze e tutto sembra funzionare alla perfezione. Di questo sistema sembrano oggi fare parte anche i vertici della Chiesa cattolica. Il cardinale Zuppi e lo stesso Francesco hanno ampiamente lodato il presidente Draghi, approvandone implicitamente l’“agenda”. Sono prevedibili ulteriori interventi in campagna elettorale contro il “populismo demagogico” e il “sovranismo egoista”.

Il sistema è efficiente e inossidabile. Se continuerà a governarci, la possibilità di dissentire diminuirà ulteriormente, il connubio tra sistema cinese del controllo sociale e consenso democratico si assesterà ancora di più, come pure il neo-socialismo che sta prendendo tutto l’Occidente, la proprietà privata verrà ulteriormente indebolita, continueremo ad animare la guerra in Ucraina, avremo per legge il suicidio assistito e il progetto di legge Zan ci impedirà di parlare su tematiche sensibili, aumenterà la nostra dipendenza dalla corporazione che governa l’Europa, di popoli, nazioni e patrie dovremo dimenticarci.

Situazione apparentemente confusa ma in realtà molto chiara.

 

hptt/lanuovabq.it/it/elezioni-25-settembre-unoccasione-per-colpire-il-sistema

 

 

lunedì 1 agosto 2022

LA GUERRA CONTINUA ED ORA SI APRE IL FRONTE INTERNO

LEONARDO LUGARESI 

Come ottanta anni fa, all’indomani della caduta di Mussolini, la cosa più importante nel comunicato di Badoglio fu la meno avvertita dagli italiani, così oggi, nel diluvio di opinioni e commenti intorno alla fine del governo Draghi e allo scioglimento delle camere, il fatto mostruoso e macroscopico della guerra viene rimosso.


«La guerra continua», anzi è diventata come un elemento strutturale del panorama di “emergenza permanente” in cui dobbiamo vivere. Sparita dai titoli, messi da parte i toni drammatici dei primi mesi, ormai non si parla più del suo andamento, delle sue prospettive, e soprattutto del modo per porvi fine. La guerra c’è, e basta. Come c’è il cambiamento climatico o un qualsiasi altro accidente “naturale” a cui gli uomini non possono sfuggire. «La guerra continua»: indefinitamente, come un fenomeno naturale. (…)

La guerra è anche il più urgente problema dell’Italia, perché è direttamente dalla guerra che dipendono molti dei mali di cui acutamente soffriamo in questo momento e ancor più soffriremo nel prossimo futuro. Una discussione seria su come il nostro paese possa contribuire alla fine della guerra dovrebbe perciò essere il principale argomento della campagna elettorale che si è appena ufficialmente aperta. Proprio come il 26 luglio del 1943 far cessare la guerra era la prima necessità degli italiani.

Purtroppo non sarà così: «la guerra continua» è infatti un dogma indiscutibile accettato praticamente da tutte le forze politiche ed essa entrerà sì nel dibattito elettorale (di solito del tutto refrattario agli affari esteri), ma nel modo più perverso ed esiziale possibile, cioè imponendogli la sua logica.

Quello che è successo negli ultimi giorni lo indica con sufficiente chiarezza: la crisi di governo, innescata stoltamente dai pentastellati, i quali però – essendo il nulla guidati da nessuno – politicamente risultano ormai del tutto irrilevanti, è stata gestita da Draghi in modo da concludersi esattamente come si è conclusa. Ignoro i motivi, ma mi sembrerebbe irrispettoso nei suoi confronti pensare che egli non prevedesse le conseguenze della sua condotta e non abbia voluto precisamente quell’esito che ha agevolato in ogni modo. Perché Draghi e Letta hanno deciso di andare alle elezioni adesso? Sempre per rispetto nei loro confronti, debbo presumere che l’abbiano fatto pensando che sia la scelta più conveniente dal loro punto di vista.

ELEZIONI ITALIANE 1948

Ciò che accadrà, per una volta è facilmente prevedibile, dato che si sta già verificando: una grande “chiamata alle armi” dei “buoni” contro i “cattivi”, per “salvare l’Italia” nel nome di Mario Draghi, eretto a icona del Bene contro il Male.

Due fronti: da una parte tutti i buoni, i responsabili, i ragionevoli, i civili, quelli che “devono” vincere perché altrimenti si fa “il salto nel buio” (e a chi si arruola, sarà perdonato ogni peccato) … dall’altra la feccia, che sarà stigmatizzata – ed è questa la funesta novità – non più solo come “sovranista”, “populista” e “fascista” (parole che anche chi le urla si rende conto che ormai vogliono dire ben poco), ma soprattutto come “putinista”. Putiniani, putinisti e puttinieri: la reductio ad Putinum prende così il posto dell’ormai obsoleta reductio ad Hitlerum come martello per schiacciare ogni obiezione, accantonare ogni argomento, troncare ogni dibattito.

 In definitiva, per abolire la democrazia, che si fonda innanzitutto sulla legittimazione di tutti gli attori politici, avversari compresi. “C’è la guerra!”, e in guerra chi non è d’accordo con me è un traditore.

Non ho idea di quale potrà essere il risultato delle elezioni (e se l’avessi non sarebbe da tenere in alcun conto perché ho sempre sbagliato tutti i pronostici, dal 1976 in qua): credo che gli italiani accendano molte meno candeline davanti all’icona di Mario Draghi di quante pensano lorsignori, però sono anche convinto che la paura del “salto nel buio” sia sempre stato un argomento molto forte per il nostro elettorato. (Per quel nulla che vale, io ho sempre sospettato che anche il 2 giugno del 1946 il nostro buon popolo, sempre per via di quella storia del “salto nel buio”, si sarebbe acconciato a tenersi perfino quei puzzoni dei Savoia, nonostante tutte le loro malefatte, e che ci sia voluta una manina – in quel caso del tutto giustificata, a mio modesto avviso – per far uscire dalle urne la repubblica. Non per nulla il guardasigilli Togliatti, che non era certo uno sprovveduto, diede ordine di distruggere immediatamente le schede elettorali).

In ogni caso, comunque andranno le elezioni, da una campagna elettorale impostata come una “guerra civile incruenta” non potrà venire niente di buono per l’Italia. E per oggi con le buone notizie abbiamo terminato.

https://leonardolugaresi.wordpress.com/2022/07/22/la-guerra-continua-e-ora-si-apre-il-fronte-interno/

 

sabato 30 luglio 2022

JONE ECHARRI E DON GIUSSANI

“COME SARÀ ESSERE TOCCATI DALL'ESSERE!”

Jone Echarri è la fisioterapista che ha curato don Giussani. 

Qui un estratto dalla sua testimonianza alle Giornate internazionali dedicate al fondatore di CL (Madrid, 31 marzo-2 aprile 2022).

Da Tracce di luglio/agosto

 

Jone Echarri con suo marito, Jesús Carrascosa, al 78° compleanno di don Giussani

 

Luigi Giussani è un uomo che è stato sorpreso, sedotto e catturato per sempre dall’Avvenimento di Cristo. Questo incontro ha dominato tutta la sua vita ed è stato la ragione della sua intera esistenza: vivere e testimoniare la Bellezza che lo aveva chiamato e alla quale aveva risposto con tanta passione. Questa appartenenza ha attraversato tutta la sua vita.

Ciò di cui sono più grata nel mio rapporto con lui è l’aver visto coi miei occhi il raro spettacolo di un uomo unito, che è la caratteristica più importante di ciò che Gesù ha promesso: “il centuplo quaggiù”. Unito in tutto, anche nelle situazioni più drammatiche, in cui si manifestavano debolezza e dolore, di cui dirò più avanti. Prima vorrei parlare di alcuni aspetti del suo quotidiano, che mostrano chiaramente chi era, cioè la sua autocoscienza. Perché nel momento della malattia diventa chiaro come e perché si vive.

Giussani iniziò la fisioterapia grazie a un’amica, Carmen Giussani, che venne nel mio studio e vide il trattamento che stavo praticando ai miei pazienti neurologici. Quando andò a Milano, gli spiegò quello che aveva visto: «Penso che questa terapia potrebbe farti bene». Qualche giorno dopo Giussani mi chiamò e mi disse: «Perché non vieni a curarmi per un fine settimana?». Era il 1994.

Le prime volte ho voluto che fosse curato dalla mia insegnante di Londra, una professionista riconosciuta a livello internazionale. Gli fece fare una seduta di fisioterapia e Giussani provò un forte sollievo dai sintomi. Con molta naturalezza disse: «Se una persona prova un così grande beneficio quando viene toccata dalle mani di un’altra persona, come sarà essere toccati dall’Essere!». Tutti noi presenti rimanemmo in silenzio, perché la malattia stava già mostrando il suo volto duro, eppure disse: «Cosa sarà essere toccati dall’Essere!». Da quel giorno ho voluto sapere cosa significasse quello che diceva, cosa significasse nella sua vita quotidiana.

Marx diceva che «la religione è l’oppio dei popoli». Al contrario, don Giussani diceva sempre che l’uomo religioso è quello che vive intensamente la realtà, e io ho detto: «Voglio osservare come tu vivi intensamente la realtà», perché è lì che si capisce tutto. E osservandolo attentamente, giorno dopo giorno, ho cominciato a vedere cose sorprendenti.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il modo in cui si alzava al mattino. Era commovente. Si alzava in attesa degli eventi che sarebbero accaduti e dai quali, nonostante l’età avanzata, avrebbe potuto imparare. Mi diceva: «Jone, apri la finestra perché dobbiamo capire cosa dobbiamo imparare oggi». Dopo diversi giorni che lo sentivo ripetere quelle parole, un giorno gli chiesi: «Ma cos’è che dobbiamo imparare?», e lui mi rispose: «Che tutto questo giorno ci è dato per conoscerLo e amarLo».

Anche lì rimasi in silenzio e capii che lui voleva vivere la realtà scoprendo ogni mattina non solo cosa accadeva in essa, ma Chi c’era al fondo della realtà. Quel “Chi” è colui che dà valore e senso a tutte le cose; si percepiva un rapporto personale e familiare con il Mistero, che gli faceva vivere la realtà come un dono, qualcosa di donato a lui, alla sua stessa vita, a cui voleva aderire con cuore di bambino. Lì ho capito il senso della vita come vocazione in azione.

lunedì 25 luglio 2022

LE FERITE DELLA CHIESA E LE VIE DI GUARIGIONE

di Erik Varden  

OCSO (1974), già abate trappista di Mount Saint Bernard, in Inghilterra, dal 2020 è vescovo di Trondheim, in Norvegia.


Una delle prime definizioni extrabibliche che abbiamo della cena del Signore è un riferimento nella “Lettera agli Efesini” in Ignazio di Antiochia.

Ignazio chiama l’Eucaristia “phármakon athanasías”, la medicina dell’immortalità. La morte è il male per il quale l’Eucaristia è principalmente un rimedio. E la morte, si sa, è “il salario del peccato” (Romani 6, 23). Commetteremmo un errore se cercassimo in qualche modo di separare l’Eucaristia dall’effettivo svolgimento della nostra redenzione. […] Dobbiamo comprendere il sacramento nei termini di tutto il mistero di Cristo, come agente di distruzione della morte. […]

Cola Dell'Amatrice (1520): la Comunione degli Apostoli
Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica

Purtroppo, questo ideale è stato troppo spesso calpestato nel fango da uomini che avrebbero dovuto incarnarlo e da esso farsi trasformare. […] Lo scandalo degli abusi è una questione a cui tutti preferiremmo non pensare. L’implacabile, apparentemente senza fine, disfacimento dell’orrore può sembrare più di quanto possiamo sopportare. Ma dobbiamo affrontarlo. Solo la verità ci rende liberi. […]

Lunedì 28 maggio 2018, quattro giorni dopo il referendum irlandese sull’aborto, John Waters ha scritto un pezzo per l’edizione online di “First Things” intitolato “Ireland: An Obituary”. […] Waters stabilisce così la posta in gioco: “Per la prima volta nella storia, una nazione ha votato per togliere il diritto alla vita ai nascituri. Le vittime di questa terribile scelta saranno le più indifese, quelle totalmente senza voce né parole. Questo è il ponderato verdetto del popolo irlandese, non – come altrove – un editto delle élite, imposto con decreto parlamentare o ‘fiat’ giudiziario. Gli irlandesi sono ora quelle persone felici che sbattono i propri figli contro le rocce (cfr. Salmo 137, 9)”. […]

Come si è acceso un furore così spaventoso? Ahimè, la risposta è a portata di mano. Il crollo della credibilità della Chiesa, non solo in Irlanda ma nel mondo, è stato enorme. Le continue rivelazioni di abusi – abuso di potere, abuso di status, abusi sessuali e violenti – hanno spinto ampi settori della nazione irlandese, e di molte altre nazioni, a guardare alla Chiesa con repulsione, e quindi a rifiutare l’identità cattolica e, per riempire il vuoto, abbracciare un’agenda radicalmente secolarista. Il riserbo della Chiesa alla vigilia del referendum irlandese può essere compresa solo in questo contesto: all’estero c’era la sensazione che qualsiasi cosa la Chiesa potesse dire avrebbe solo peggiorato le cose.(1)

Questa è la situazione in cui noi cattolici ci troviamo, […] La densità e la vastità dell’ombra oscura sono immense. È probabile che l’ultimo mezzo secolo, che all’inizio fu salutato come l’alba di una nuova Pentecoste, sarà ricordato come un periodo di apostasia. Non sto cercando di essere inutilmente apocalittico. Sono convinto che sia fondamentale leggere questa crisi in una prospettiva teologica e formulare una risposta teologica.

A livello pratico, molto è già stato fatto, grazie a Dio. È doloroso ma utile mappare l’entità dell’abuso. La cura delle vittime è essenziale. Gli autori degli abusi devono rispondere delle loro azioni. Le riforme giuridiche e canoniche per garantire l’efficacia del giusto processo sono buone. È bene disporre di procedure di salvaguardia chiare. È bene che abbiamo trovato le parole per denunciare una corruzione che per troppo tempo è dilagata silenziosamente.

Tuttavia, se dobbiamo affrontare questa crisi come credenti, è necessario fare di più. Perché non dobbiamo affrontare solo un’eredità di criminalità. Siamo di fronte a un’eredità di peccato.

Il peccato, lo sappiamo, può essere perdonato. La Chiesa ha sempre insegnato, in sintonia con la Sacra Scrittura, che Dio è pronto a perdonare. Quotidianamente l’Eucaristia viene offerta “per il perdono dei peccati”. Il fatto che un peccato sia stato perdonato, tuttavia, non rimuove il danno causato da esso, sia al peccatore che a coloro che sono colpiti dalla conseguenza del peccato. Potrebbe esserci ancora bisogno di riparazione e purificazione, sia in questa vita che nella prossima. La teologia parla austeramente della “punizione temporale per i peccati già perdonati”. Personalmente, trovo utile pensare in termini di “salario del peccato”. Sappiamo per esperienza come un peccato commesso lasci una ferita nella nostra anima, una ferita sulla quale dobbiamo continuare a versare il balsamo della misericordia di Dio. Più grave è il peccato, più la ferita è contagiosa e la guarigione lenta. Essere cattolico oggi è, direi, vivere all’interno di una ferita enorme, infetta, ulcerosa che chiede la guarigione. Chi fa propria questa ferita, per tenerla davanti a Dio affinché, alla fine, la salute possa essere ripristinata?

Per spiegare cosa intendo con questa domanda, vorrei tracciare un parallelo con l’inizio del XIX secolo. Sulla scia della Rivoluzione francese e degli orrori commessi in suo nome, la Francia cattolica cadde in ginocchio in una preghiera di riparazione. Il grande monumento a questo crescente rimorso è la basilica di Montmartre, dedicata al Sacro Cuore. Nella sua cupola si legge, a lettere d’oro, questa dedica: “Sacratissimo Cordi Iesu Gallia poenitens et devota et grata”: “Al Sacro Cuore di Gesù dalla Francia penitente, devota e riconoscente”. La basilica è stata costruita come pegno penitenziale, uno spazio dedicato alla preghiera ininterrotta davanti al Santissimo Sacramento, per invocare la grazia eucaristica di Cristo su una nazione distrutta.

Ciò che la basilica rappresenta esteriormente è stato vissuto come una realtà interiore, segreta, da un innumerevole numero di anime. Non capiremo mai la rinascita della vita religiosa dopo la Rivoluzione francese se perdiamo di vista questo aspetto; né apprezzeremo il fervore del misticismo del XIX secolo. Le misteriose parole di san Paolo sul dare “compimento a ciò che manca dei patimenti di Cristo” sono state da molti percepite come una chiamata personale. Il sacrificio salvifico è stato compiuto sul Calvario una volta per tutte. È “perfetto”. Ma non è terminato. Si dispiega all’interno della Chiesa, corpo di Cristo, attraverso una presenza reale. Pascal scrisse nei “Pensieri”: “Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo. Non bisogna dormire durante questo tempo”. Molti buoni cristiani hanno assunto la loro parte nel compito di riparare, per mezzo di Cristo, in Lui e con Lui, il danno fatto da altri.

Per noi, ciò può sembrare terribilmente superato, anche un po’ imbarazzante. […] Eppure poggia su solide fondamenta. Prima che il peccato sia “tolto”, deve essere assunto e sopportato. Questo è il significato della Croce, che Cristo ci chiama a condividere per mezzo di un mistero racchiuso nella struttura dell’Eucaristia. L’Agnello vittorioso è inseparabile dall’Agnello sacrificale, l’Agnello che porta il peccato del mondo. […]

Penso che ci sia da fare un immenso lavoro di purificazione e condivisione del dolore nella Chiesa oggi. Penso che questa sopportazione, assunta consapevolmente e liberamente, sia una condizione preliminare per la guarigione. […]

Quando guardiamo al mondo di oggi, è chiaro che questo lavoro è ancora estremamente necessario. Se il potenziale di guarigione del mistero salvifico si dimostrerà efficace nel nostro tempo dipenderà in gran parte da noi, chiamati da Cristo a vivere come membra del suo corpo, da come esercitiamo la custodia della grazia a noi affidata.

Il Nuovo Testamento culmina in una maestosa descrizione di come, dal trono dell’Agnello, sgorgano fiumi di acqua viva verso l’estremità della terra. I fiumi sono circondati dai germogli dell’albero della vita il cui frutto è inesauribile e le cui foglie sono “per guarire le nazioni” (Apocalisse 22, 1ss). Lasceremo che il nostro vivere e il nostro morire siano un corso d’acqua lungo il quale possa diffondersi la guarigione di Cristo, per raggiungere i luoghi desertici, colpiti dalla morte del nostro mondo e del cuore umano? Il Veggente di Patmos ha concluso il suo libro con un chiaro “Amen”. Facciamo che, allo stesso modo, questa sia la nostra nota finale.

Tratto da Vita e Pensiero

(1) Fu proprio ai cattolici dell’Irlanda che Benedetto XVI indirizzò nel 2010 la lettera che rappresenta la sua riflessione più profonda sullo scandalo degli abusi e sulle vie per guarirlo. Anche lì con l’esortazione a un percorso penitenziale che abbia nell’Eucaristia il suo nutrimento.

E ancor più intenso fu il rimando di Joseph Ratzinger al “phármakon”  dell’Eucaristia nel testo da lui offerto come contributo al summit sugli abusi sessuali nella Chiesa convocato da papa Francesco in Vaticano nel febbraio del 2019.

 

domenica 24 luglio 2022

DEMOCRAZIE OCCIDENTALI IN CRISI, E I CATTOLICI?

Don Samuele Cecotti

 LUG 18, 2022

Questa estate sarà ricordata per la crescente instabilità dei sistemi politici occidentali, una crisi sistemica che cresce da decenni ora si fa sempre più visibile. Il Regno Unito sta ora attraversando una crisi di governo che non è certo ancora quando sarà risolta e così Londra si trova nella inedita situazione di avere un Primo Ministro ancora in carica pur non essendo più il leader del partito di maggioranza.

In Francia l’appena rieletto presidente Macron ha perso le elezioni legislative così da non avere più una maggioranza parlamentare. La Francia oggi non ha un governo in pienezza di poteri perché non c’è maggioranza parlamentare.

Di questi giorni i venti di crisi di governo anche in Italia con il Movimento 5 Stelle di Conte sempre più distante dal presidente Draghi e poi le fibrillazioni tra PD e Lega con Berlusconi che chiede di verificare se vi sia ancora una maggioranza politica a sostegno del governo. (NOTA: l’articolo è stato scritto prima della crisi di governo)

Uscendo dall’Europa potremmo considerare due Paesi “simbolo”: gli Stati Uniti d’America e lo Stato d’Israele. Israele è da giugno in “crisi di governo”, sono state indette elezioni anticipate per novembre e così in soli tre anni sarà la quinta volta che gli israeliani voteranno per il Parlamento. Gli Stati Uniti sono invece governati da un Presidente, Joe Biden, che tutti i sondaggi dicono essere il più impopolare di sempre e che con ogni probabilità perderà clamorosamente le midterm elections di Camera e Senato.

Cosa sta succedendo alle democrazie occidentali? Molte potrebbero essere le considerazioni al riguardo ma di certo si deve notare un po’ ovunque la scomparsa dei partiti storici (basti pensare a socialisti e gollisti in Francia) e la nascita di nuovi soggetti politici di difficile classificazione, l’emergere di forze anti-sistema e il compattarsi delle “forze di sistema” in amalgama improbabile con “destra” e “sinistra” relativizzate dall’esigenza di governare assieme. Ciò è più evidente in Italia e in Francia ma, se si osserva bene, si possono rilevare processi analoghi anche negli altri Paesi.

In tutto questo i cattolici dove sono? Se negli USA il cattolicesimo politico è vivace, specie nel mondo conservatore e sul fronte bioetico, e certamente darà il suo contributo alla ridefinizione degli equilibri dopo questa fase di crisi, è in Europa che la presenza cattolica in politica è particolarmente irrilevante e debole.

Albrecht Durer, Gesù fra i dottori, 1506, 
Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Due Paesi tradizionalmente cattolici come Italia e Francia vedono la quasi completa assenza di una proposta politica cattolica. La Dottrina sociale della Chiesa, con i suoi principi e con la sua idea alta di politica ancorata ad una concezione giusnaturalista e ad una antropologia metafisicamente fondata, è completamente assente dal dibattito politico. Sembra che il cattolicesimo non sia più capace di generare cultura politica, giuridica, economica, di indicare un modello di società.

Forse sarebbe proprio un rinnovato protagonismo cattolico in politica la via per rianimare le sfibrate democrazie europee, per ridare spinta ideale alla politica, per rimettere al centro questioni di valore e non mere beghe di potere o d’interesse.

Sarebbe però necessario un cattolicesimo politico culturalmente forte e intellettualmente attrezzato, capace di attingere alla Dottrina con sicurezza per poi tradurre i principi perenni in concreti progetti politici. Servirebbero abili uomini politici filosoficamente e teologicamente formati. Servirebbero soggetti politici (partiti, movimenti, liste civiche) interessati alle questioni di principio e a una visione di sistema secondo la Tradizione Cattolica.

Ad oggi non vi è nulla di tutto ciò. È necessario ripartire per ricostruire.

 

Don Samuele Cecotti

Osservatorio Van Thuan

LA CHIESA NON SCAMBI LA CRONACA PER LA RIVELAZIONE

Stefano Fontana

 LUG 22, 2022

Il filosofo tedesco Hegel aveva previsto che la preghiera mattutina dell’uomo moderno sarà leggere il giornale. La cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice sarà la nuova Rivelazione e la preghiera consisterà nel prenderne atto. Il cardinale Martini diceva che la Chiesa è in ritardo di 200 anni. In ritardo rispetto a cosa? In ritardo rispetto alla cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice, che è la nuova Rivelazione di cui la Chiesa non avrebbe ancora preso atto. Francesco sembra essersi incaricato di accorciare o anche annullare questo ritardo, col rischio che la Chiesa scambi la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice per la Rivelazione, che la preghiera voglia dire prendere atto.

Ogni giorno Francesco concede una intervista a qualche giornale. Chiacchiera di cronaca, di attualità, di quello che la storia ci dice. Non valuta se non alla luce di qualche opinione, anche questa legata alla cronaca. Non giudica alla luce di una dottrina sottratta alla cronaca, prende atto di quanto accade, pone questioni, lancia qualche sasso nello stagno, contando che la cronaca possa fare qualche sussulto e possa far emergere il nuovo.

L’espressione del cardinale Martini, diventata l’agenda di Francesco, lascia intendere che a dire cosa sia vero è il mondo nella sua storia, e che la Chiesa deve affrettarsi a seguirlo. È la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice ad essere la nuova Rivelazione.

Uno dei temi del ritardo della Chiesa era per il cardinale la morale sessuale. E infatti la Chiesa di Francesco sta correndo per recuperare il terreno perduto. 

La Pontificia accademia delle scienze sociali apre a contraccezione e a fecondazione omologa [QUI e QUI] e qualche agenzia preannuncia una prossima enciclica del papa sull’argomento. Francesco cambierà certamente il tradizionale insegnamento a proposito – inutile farsi illusioni – e il motivo sarà uno solo: la cronaca, l’attualità, quello che la storia ci dice è diverso e bisogna prenderne atto: le lodi mattutine sono la rassegna stampa. Siccome oggi pochissimi mettono in pratica gli insegnamenti della Humanae vitae e – si dice – perfino le coppie cattoliche usano i contraccettivi … allora la Chiesa deve cambiare il proprio insegnamento. A dettare legge è l’effettualità.

Del resto, quale era il motivo del cambiamento della dottrina sulla pena di morte? Il fatto che sociologicamente fosse cambiata la sensibilità generale in proposito. E qual era il motivo di cambiare la proposta cattolica sull’adulterio come ha fatto Amoris laetitia se non lo stesso, ossia che l’opinione corrente e la pratica diffusa erano ormai tutt’altra cosa?

Vorrei invitare il lettore di queste righe ad indicarmi un tema di attualità sul quale la Chiesa di Francesco mantiene una posizione dura e antitetica rispetto a quella del mondo, una posizione di resistenza e di opposizione.

 Le migrazioni? Il globalismo? L’ecologismo? Le transizioni? L’agenda ONU? Il modello cinese? La pianificazione familiare? L’abolizione della proprietà privata sostituita dallo sharing globalista? L’omosessualismo? Perfino il transumanesimo viene sdoganato, per ora da importanti riviste teologiche, domani anche più in su nella gerarchia ecclesiale.

L’aborto, che dovrebbe essere il primissimo argomento di lotta col mondo, è ormai ampiamente tollerato e un impegno pubblico contro di esso da parte della Chiesa viene giudicato come ideologico e non pastorale. La Chiesa si limita a “prendere atto” di una sentenza che impedisce che un bambino venga liquefatto o estratto a pezzi dal ventre di sua madre, o addirittura che venga estratto il suo corpo mentre la sua testa rimane ancora dentro e poi il medico lo uccide incidendo il midollo spinale.

Il progetto di Martini, oggi in atto, si basa sul principio che l’esistenza precede l’essenza. Un principio questo, implicito nella previsione della preghiera mattutina come lettura del giornale, dato che sarebbe la cronaca – ossia l’esistenza – a dirci cosa dobbiamo pensare e cosa dobbiamo fare. È stato però Jean Paul Sartre a dirla con maggiore chiarezza: l’esistenza precede l’essenza. Anche la Chiesa ha un’essenza, immutabile, fondata da Cristo e sorretta nella sua indefettibilità dallo Spirito Santo, ed ha poi una esistenza nella cronaca, nell’attualità, nella storia.

È la prima, l’essenza, a dover dare indicazioni alla seconda e non il contrario. È dalla sua essenza che derivano la missione e la pastorale della Chiesa e non il contrario. Quello che la Chiesa insegna deve trarre origine dalla sua essenza e dalla sua missione e non dalla cronaca, dall’attualità e da quello che dice la storia. Se la contraccezione, o l’adulterio, o l’omosessualità, o l’aborto … sono contrari al bene naturale e soprannaturale, la Chiesa deve continuare a dirlo, in coerenza con la propria essenza e missione, anche se le statistiche demoscopiche sui comportamenti effettivi delle persone dicessero tutto il contrario.

Questa è oggi la più grande questione per la Chiesa. Se si dimentica l’essenza, l’esistenza non viene più illuminata da alcuna luce. Essa si imporrà per cieca effettualità, e la vita della Chiesa sarà solo “tempo”, che tutto porta via con sé nella sua rapina.

Setafno Fontana

Ttratto da VANTHUANOBSERVATORY