mercoledì 17 ottobre 2012

ABORTO FEDE POLITICA


Avevo intenzione di non scrivere sul dibattito tra i due candidati alla vice presidenza, Joe Biden e Paul Ryan, dato che quando il mio articolo sarebbe stato
letto, questo dibattito sarebbe stato ormai sorpassato dall’interesse per il faccia a faccia tra Obama e Romney di ieri.

Tuttavia, merita di essere presa in considerazione la risposta che hanno dato a una delle ultime domande, quella sull’aborto, perché sia Biden che Ryan sono cattolici ed entrambi affermano la loro fedeltà alla Chiesa.

Ciò nonostante, le loro posizioni sono radicalmente diverse, non solo sull’aborto ma anche sul rapporto tra fede e politica. Trovo un chiaro esempio della cecità ideologica dell’establishment dei media, che la maggior parte di essi abbia dichiarato che Biden ha superato Ryan nella sua risposta a questa domanda.

Biden, ovviamente, ha seguito l’attuale posizione pubblica del Partito Democratico sulla questione. Per quanto lo riguarda a livello personale, la fede cattolica ha definito interamente la sua vita, con la conseguente accettazione dell’insegnamento della Chiesa, per il quale l’aborto è immorale perché la vita inizia con il concepimento.

Tuttavia, questa è materia di fede ed è dunque proibito imporre la propria posizione a coloro che non condividono la fede cattolica. Questa è la risposta che, sulla politica nei confronti dell’aborto, viene data dal gran numero di cattolici che operano nelle
più alte sfere dei governi federale e statali. La maggior parte di chi non aderisce a questa posizione non può essere considerato un rappresentante del Partito Democratico.

Sull’altro lato, è sembrato che Ryan si sia reso conto che questa domanda lo metteva in una situazione più difficile di quanto si sarebbe aspettato. A me non importa se la risposta fosse o meno precostituita; nel momento in cui è stata data mi sono trovato di fronte a un mistero che irrompe attraverso i confini della politica, del tempo e dello spazio, delle politiche di Obama, Biden, Romney e Ryan.

Ecco le sue parole: “Mi volete domandare, in sostanza, perché sono pro-life? Non è semplicemente per la mia fede cattolica. Questo è, naturalmente, un elemento, ma è anche una questione di ragione e scienza”.E ha aggiunto Ryan: “Sapete, circa dieci anni e mezzo fa, andai con mia moglie Janna al Mercy Hospital a Jamesville, dove sono nato, per l’ecografia della nostra prima figlia a sette settimane. Abbiamo visto il battito del suo cuore. La nostra piccola bambina sembrava un fagiolo e, a seguito di quel giorno, abbiamo poi soprannominato 'Fagiolo' questa nostra prima figlia, Liza. Ora, io sono convinto che la vita comincia con il concepimento.
Queste sono le ragioni per cui io sono pro-life.

Ciò che più mi preoccupa è come questa amministrazione ha affrontato questi temi nel loro complesso. Guardate cosa stanno facendo, attraverso Obamacare, con l’attacco alle liberta religiose di questo Paese. Stanno violando la nostra prima libertà, la libertà di religione, violando i diritti delle opere di carità cattoliche, delle chiese cattoliche, degli ospedali cattolici. La nostra Chiesa non dovrebbe essere costretta a far causa al governo federale per conservare la nostra libertà di religione”.

La risposta di Biden alla domanda sull’aborto è coerente con quella della maggioranza dei Democratici. Egli afferma di accettare l’insegnamento della Chiesa sull’aborto, “nella sua vita personale”. La logica conseguenza è, quindi, che il nostro vice presidente crede che la vita inizi con il concepimento e che, perciò, l’aborto sia la soppressione di una vita umana ed equivalga a un omicidio. Tuttavia, ritiene che, per quanto riguarda la politica, non può imporre agli altri le sue personali opinioni. Per riassumere, secondo la sua fede, Biden sa che l’aborto è la distruzione di una vita umana innocente, ma la sua concezione del rapporto tra fede e politica gli impedisce, come a tanti altri cattolici, di impegnarsi a escogitare e promuovere politiche che siano coerenti con quanto deriva dalla sua fede.

I sostenitori dell’aborto che credono che il feto non sia una persona umana hanno almeno un motivo etico su cui appoggiarsi.

Non c’è da meravigliarsi se abbiamo bisogno di un Anno della Fede!

Lorenzo Albacete

Sussidiarionet

mercoledì 17 ottobre 2012

 

lunedì 15 ottobre 2012

300 NUMERI DI AD HOC


AD HOC, volantino del Crocevia che ogni settimana pubblica brani della parola del Papa, ha raggiunto il numero 300.

Dal 2007 l’incontro conviviale del venerdì è diventato per molti un momento fondante del cammino settimanale. Perché  non è mai stato un incontro fra “pari”, ma un incontro con un paragone autorevole.

Per questo gli amici del Crocevia si sono ritrovati per una serata di festa  con le famiglie e i figli, per amore di ciò che ci accade ora.

LUNEDI’ 8 OTTOBRE 2012  300 NUMERI DI AD HOC

IL MAGISTERO DI BENEDETTO XVI: GUIDA PER UN GIUDIZIO ESATTO.     Riflessione di don Agostino Tisselli per gli amici del Crocevia

 A partire dall’incontro di BENEDETTO XVI  con i suoi ex allievi (sett. 2012)

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  1. NESSUN POPOLO HA UN DIO COSI’ VICINO COME ISRAELE HA VICINO IL SUO DIO.
a.      Un Dio astratto e lontano non è credibile. L’uomo in quanto tale ha bisogno di un DIO PRESENTE

-          Che mostri il suo volto
-          Che si riveli
-          Che entri nella sua storia per guidarla alla liberazione , al compimento del suo desiderio.

b.      Questo è un dio convincente che suscita la meraviglia degli altri popoli verso Israele.

  1. IL DIO DI ISRAELE MOSTRA LA SUA VICINANZA CON IL DONO DELLA LEGGE:
a.      Non è frutto della presunzione umana

b.      Ma è dono della presenza di Dio (Dio stesso) che rende saggio e giusto il popolo

  1. LA SAGGEZZA E’
a.      L’arte di essere uomini

b.      L’arte di saper vivere bene

c.       L’arte di saper morire bene

  1. QUESTO PUO’ ACCADERE SOLO QUANDO SI E’ RICEVUTA LA VERITA’ E DALLA VERITA’ CI SI LASCIA CONDURRE (IN UN PARAGONE CONTINUO CON LEI). LA CULTURA E’ (come affermava ripetutamente don Giussani) COSCIENZA (paragone) CRITICA E SISTEMATICA DELL’ESPERIENZA (fare le cose con un giudizio dentro).
Capacità critica= pensare – ponderare – dare peso – valutare – dare un prezzo (dal greco “crino”). Per pesare una merce occorre metterla in un piatto della bilancia, e sull’altro piatto l’unità di confronto, l’unità di misura, il “peso”, il criterio. Senza questo tutto è “scriteriato”, menzognero, non giusto, arbitrario, non attendibile, non si può ESSERE UOMINI IN MODO RETTO.

  1. LA LEGGE
a.      Nulla togliere a ciò che viene da Dio come dono
b.      Nulla aggiungere come incrostazione dalla presunzione umana

  1. LA CHIESA E’ L’ISRAELE UNIVERSALE NEL QUALE PERSISTE IL NUCLEO ESSENZIALE DELLA LEGGE: CRISTO STESSO

  1. L’amore di Dio per noi
  2. Il nostro amore per lui
  3. E per gli uomini
Nel quale ritroviamo tutta la saggezza di DIO, nell’essere uniti con Cristo
-          Con-camminando con Lui
-          Con-vivendo con Lui

Impariamo la SAGGEZZA DI DIO CHE E’ VERITA’
Questa saggezza, questa vicinanza di Dio, questa legge è Cristo stesso.
 

  1. “QUALE POPOLO può dire che Dio gli sia così vicino?”
Questo popolo non lo abbiamo fatto noi. Ci è stato donato.

  1. E’ UNA GRATITUDINE CHE SI IRRADIA INTORNO E CHE UNISCE GLI UOMINI NELLA CHIESA DI CRISTO. Ma anche nella Chiesa accade questo fenomeno: siamo preoccupati di lodare noi stessi e le nostre opere. “Siamo generati per mezzo di una parola di verità”: la verità sembra lontana, nessuno può dire: ho la verità.
  2. E’ LA VERITA’ CHE CI POSSIEDE , E’ QUALCOSA DI VIVENTE! NOI NON SIAMO SUOI POSSESSORI, BENSI’ SIAMO DA LEI AFFERRATI. La verità non va solo ascoltata, occorre lasciarsi FORMARE E GUIDARE DA LEI. LA VERITA’ E’ COSI’ VICINA CHE E’ UNO DI NOI. Conosce il “sapore” dell’essere umano, lo conosce dal di dentro, vi entra dentro (EUCARISTIA) per rinnovarci.

 

PAPA' DIMMI CHE E' VALSA LA PENA VENIRE AL MONDO

La FONDAZIONE SACRO CUORE DI CESENA ha ricordato i suoi 25 anni di esistenza invitando a CESENA il prof. FRANCO NEMBRINI, educatore di lungo corso, attualmente rettore della scuola paritaria "La Traccia" di Bergamo.


Il problema dell’educazione sono gli adulti, non i figli. Perché questi ultimi fanno solo il loro mestiere, cioè ci guardano. E cosa vedono? «Uomini e donne impauriti, spaventati dalla vita e dal ragazzo adolescente, che prende le distanze dai genitori, come è invece augurabile che sia. E la madre cosa fa? Si inventa un falso profilo su Facebook per “avere l’amicizia” e farsi dire dal figlio ciò che a un genitore non racconterebbe mai». Come a dire: devo controllarti perché fuori il mondo è brutto e cattivo. Senza capire che «le paure o le tristezze dei figli sono frutto di quelle dei genitori. “Papà, assicurami che è valsa la pena venire al mondo”, ci chiedono continuamente, ed è a questo livello che gli adulti hanno un’incertezza radicale». È il rapporto tra adulti, quindi, che non tiene: «Di più: è fragile la persona nel suo rapporto con la realtà, non si è più convinti che la vita ha un significato buono».
 
FRANCO NEMBRINI
 
Presentazione del libro “DI PADRE IN FIGLIO” conversazioni sul rischio di educare
 
Da dove si comincia a presentare un libro che non ho scritto, adesso spiego il perché, e dopo le parole che ha detto don Pino? Allora cominciamo a dire che quello della foto non sono io trent’anni fa o come qualcuno mi ha detto 30 chili fa. E’ una foto d’archivio, non sono questo meraviglioso padre della copertina. Non l’ho scritto io questo libro, io faccio due osservazioni molto elementari adesso, perché mi sembra che le preoccupazioni sollevate da tutto questo …Mi vergognavo un po’ stamattina a venir qui, ho sentito qualcosa, poco, di questo Meeting e di questa sfida sulla certezza, la vita che diventa un’immensa certezza, e quel poco che ho sentito è di una profondità di una …l’incontro di ieri. Ma avevo anche sentito in televisione la presentazione di Chesterton, da parte di Ubaldo Casotto, insomma sono state dette cose in questo Meeting rispetto alle quali questo libretto mi fa vergognare. E però due osservazioni, giusto per farvi venire, se mai vi verrà la voglia di leggerlo, due osservazioni vale la pena farle, perché almeno questo vorrei riuscire a dire: che tutto il tema della certezza è esattamente il tema dell’educazione. L’educazione è il verificarsi delle condizioni, l’educazione è un avvenimento misterioso, attraverso il quale è testimoniata, e per ciò condivisa e perciò vivibile, la vita come immensa certezza. Contro, unico punto di baluardo, di resistenza, a un relativismo, a una incertezza su di sé e sulla realtà che mi sembra essere la grande fatica dei nostri figli e di queste nuove generazioni. Dico sempre che non ho mai visto soffrire tanto una generazione di giovani, non li ho mai visti soffrire così per diventare grandi. Una generazione che soffre tremendamente. Ma di che cosa?
Soffre di una debolezza di proposta, di una debolezza di ipotesi, di una debolezza di testimonianza, di una mancanza di padri, se volete, come è stato detto prima. E per ciò soffre di un deficit di realtà. Un ragazzo di 16 anni, qualche mese fa, mi ha detto: “la tua è una generazione fortunata, perché a voi è stata portata via soltanto la fede, a noi, invece, hanno portato via la realtà, cioè la condizione stessa della fede, ci avete lasciato soli con i nostri pensieri”. E’ la definizione più terribile che si possa dire, e più sincera e più vera, della condizione con cui vengono su i nostri figli oggi. Un deficit di realtà, un’incertezza sulla realtà, un’incertezza sul dato, sul dato, sulle cose, un’incertezza perfino sulla materia. Educare vuol dire invece dare testimonianza di questa certezza. Io ve lo dico, ve lo ricordo in cinque minuti, in un modo che mi sembra simpatico e semplice, dicendovi la storia del titolo di libro. Perché è stata una storia interessante e controversa, perché il titolo che io avevo immaginato, lo devo dire, perché lo dico nel libro in tantissime occasioni, e quindi lo devo proprio giustificare. In molte occasioni dico che se un giorno scriverò un libro sull’educazione, lo vorrei intitolare: “ho visto educare”. Ho visto educare, poi il titolo è stato cassato dagli amici e da chi se ne intende, perché ritenuto troppo criptico, troppo difficile, non immediato. A me pareva bellissimo però …E mi pareva bellissimo perché diceva già nel titolo il contenuto: l’educazione è il contrario della preoccupazione di insegnare qualcosa a qualcuno. L’educazione è un qualcosa infinitamente più semplice e più grande e più bella e più libera. L’educazione è che uno partecipa alla manifestazione della verità, sbatte il muso con una eccedenza di umanità. Con una bellezza che, insomma usate i termini che volete, incontra, se preferite, incontra qualcosa o qualcuno e dentro quell’incontro sente il proprio io risorgere. L’io nasce e rinasce in un incontro, questa possibilità che l’io rinasca continuamente in un incontro si chiama educazione. E perciò vuol dire che l’educazione può essere solo un fatto presente.

sabato 13 ottobre 2012

LA PERENNE "AURORA" DEL CRISTIANESIMO


BENEDETTO XVI: UDIENZA AD UN GRUPPO DI PADRI CONCILIARI ANCORA VIVENTI, A PATRIARCHI E ARCIVESCOVI DELLE CHIESE ORIENTALI CATTOLICHE E A PRESIDENTI DI CONFERENZE EPISCOPALI, 12.10.2012

(…) “Sono tanti i ricordi che affiorano alla nostra mente e che ognuno ha ben impressi nel cuore di quel periodo così vivace, ricco e fecondo che è stato il Concilio; non voglio, però, dilungarmi troppo, ma – riprendendo alcuni elementi della mia omelia di ieri – vorrei ricordare solamente come una parola, lanciata dal Beato Giovanni XXIII quasi in modo programmatico, ritornava continuamente nei lavori conciliari: la parola «aggiornamento».
A cinquant’anni di distanza dall’apertura di quella solenne Assise della Chiesa qualcuno si domanderà se quell’espressione non sia stata, forse fin dall’inizio, non del tutto felice. Penso che sulla scelta delle parole si potrebbe discutere per ore e si troverebbero pareri continuamente discordanti, ma sono convinto che l’intuizione che il Beato Giovanni XXIII compendiò con questa parola sia stata e sia tuttora esatta.
Il Cristianesimo non deve essere considerato come «qualcosa del passato», né deve essere vissuto con lo sguardo perennemente rivolto «all’indietro», perché Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità (cfr Eb 13,8). Il Cristianesimo è segnato dalla presenza del Dio eterno, che è entrato nel tempo ed è presente ad ogni tempo, perché ogni tempo sgorga dalla sua potenza creatrice, dal suo eterno «oggi».
Per questo il Cristianesimo è sempre nuovo. Non lo dobbiamo mai vedere come un albero pienamente sviluppatosi dal granello di senape evangelico, che è cresciuto, ha donato i suoi frutti, e un bel giorno invecchia e arriva al tramonto la sua energia vitale.
Il Cristianesimo è un albero che è, per così dire, in perenne «aurora», è sempre giovane. E questa attualità, questo «aggiornamento» non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i Padri conciliari, dobbiamo portare l’«oggi» che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’«oggi» del nostro tempo nell’«oggi» di Dio.

NOBEL PER LA PACE?

Nobel per la pace all'Europa!

Prima di ricorrere in appello
voglio leggere le motivazioni
della sentenza.

(da Il Foglio)

venerdì 12 ottobre 2012

IL BANCO ALIMENTARE DI CESENA

UN ESEMPIO DI SUSSIDIARIETA' CHE PIACE POCO
ALL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE
 
Accompagnare nella difficoltà, con umanità e amicizia, affinché le persone non si sentano sole e siano aiutate a risollevarsi e a ricominciare a camminare con le proprie gambe.
E’ questa la missione che da sempre caratterizza il Banco Alimentare  e l’impegno dei volontari.  Non un’opera assistenzialistica, sottolineano i responsabili, ma un servizio che vuole valorizzare le persone potenziando in esse la coscienza della propria dignità e il desiderio di costruirsi la vita. Elementi che spesso si fondano anche su fatti concreti, come l’avere una casa o trovare lavoro; obiettivi che i volontari prendono a cuore, insieme alla consegna del cibo, cercando di dare una mano al loro raggiungimento.

Da assistiti a volontari: quattro successi .
Si tratta di un anziano, una ragazza e due famiglie che nelle ultime settimane, volontariamente, hanno rinunciato a ricevere il pacco quindicinale che da alcuni anni i volontari portavano loro, e chiesto di entrare a far parte della schiera dei volontari. Una scelta dovuta al venir meno della situazione di bisogno (alcuni hanno trovato lavoro o alloggio), e che parla allo stesso tempo della gratitudine degli assistiti, ma anche della possibilità di riuscire, con l’aiuto di amici e con un buona dose di coraggio e forza di volontà, a riprendere in mano la propria vita. Come è accaduto a Giuseppe Fontanarosa di Sarsina, 57 anni, che racconta con entusiasmo la svolta positiva che ha avuto la sua vita dopo l’incontro con il Cds. Per due anni anche lui è stato assistito dai volontari, da quando cioè ha perso il lavoro all’interno dell’Asl, all’età di 55 anni. “E’ stata una tragedia per me ritrovarmi da un giorno all’altro senza una fonte di reddito - racconta - Abito con una compagna e  con suo fratello disabile. Vivevamo in tre con il solo stipendio di lei, che non arrivava neppure a mille euro. E non pensavo di riuscire a trovare una nuova occupazione alla mia età. E’ già difficile da giovani, figuriamoci dopo i 50 anni. Così quando un amico mi ha proposto di iniziare un rapporto con il Cds ho accettato”. Rapporto che ha significato anzitutto l’amicizia con una volontaria.
“Mi ha colpito la spontaneità e gratuità con la quale siamo stati trattati - racconta Pino - Siamo stati voluti bene. Quando la volontaria veniva a trovarci non ci portava solo i pacchi, ma parlavamo di tante cose. Anche delle domande grandi della vita. Io non sono praticante, ma ho uno spirito religioso, e mi faceva piacere dialogare su questo”. Per aiutare Giuseppe (che per gli amici è semplicemente Pino), la volontaria ha cercato anche di mobilitarsi al fine di trovare un lavoro. “Quando mi ha proposto di fare il colloquio presso il titolare di una fabbrica non mi pareva vero - spiega - Sono andato e questo ha accettato di assumermi. E’ stata una conquista grandissima di cui sarò grato per sempre”. Tanto che, passata l’emergenza, Pino vuole dare una mano e diventare volontario a sua volta. “Hanno fatto tanto per me che ora voglio fare anche io qualcosa per gli altri - conclude - E poi la mia storia è la testimonianza che è sempre possibile rialzarsi. Con la volontà e l’umiltà di lasciarsi aiutare”.


“Spendere meno per   donare cibo tutto l’anno”
L’esperienza che oggi unisce una trentina di massaie che hanno dato vita al gruppo “Il pane dell’amicizia” a sostegno del Cds, nasce alcuni anni fa, dall’intuizione di una di loro. “Andavo a portare il pacco periodicamente ad un anziano - racconta Giovanna Fedi, la referente - e mi accorsi che quello che c’era dentro era inadeguato al bisogno. Così ho pensato di coinvolgere alcune amiche nell’idea di fare la spesa sistematicamente a favore dei bisognosi, e donare derrate alimentari ogni 15 giorni, acquistando ciò che ci veniva indicato direttamente dal Centro”. Così la “compagnia delle casalinghe” è partita. “Abbiamo imparato ad acquistare più cose senza alzare la spesa complessiva, in modo da non gravare sulla famiglia - continua - E questa iniziativa, che col tempo si è allargata, ha finito con l’essere un fatto fortemente positivo non solo per noi e per chi usufruisce dei beni, ma per tutta la famiglia. Un’amica mi raccontava che i suoi figli adolescenti, dopo aver saputo della spesa, hanno chiesto di contribuire mettendoci anche qualcosa di loro. Un bel valore aggiunto per l’educazione”.

DIETRO LE NUVOLE DELLA STORIA C’È UN DIO O NON C’È?


La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio attraverso di essa: è il Vangelo cioè la notizia che Dio ha parlato e quindi parla e parlerà, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, è in continuità con noi, ci rende partecipi della sua vita come figli nel Figlio

 

«La grande sofferenza dell’uomo – in quel tempo, come oggi – è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? “Vangelo” vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.


La questione per noi è:
Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’Uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza “Nunc, Sancte, nobis Spiritus”. La prima strofa dice: “Dignare promptus ingeri nostro refusus, pectoris”, e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo “ha parlato” è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: “parla”. E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio. Perciò non è una mera formula se cominciamo ogni giorno la nostra Assise con la preghiera: questo risponde alla realtà stessa. Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui –evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre, e sempre solo Lui può fare Pentecoste, può creare la Chiesa, può mostrare la realtà del suo essere con noi. Ma dall’altra parte, però, questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro implicando il nostro essere, tutta la nostra attività.
Quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell’insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sula sua presenza reale» [Benedetto XVI, Meditazione del Santo Padre nel corso della Prima Congregazione Generale, 8 ottobre 2012].

Questo tema Benedetto XVI l’aveva trattato il 22 dicembre del 2005 affermando che si fraintenderebbe la natura del Concilio, tanto più quella di un Sinodo come tale ritenerli, agire come fossero o una Costituente. Non possono essere considerati come un specie di Costituente, che
eliminerebbe una costituzione vecchia della Chiesa, una Chiesa pre-conciliare, pre-sinodale e ne creerebbe una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri conciliari non avevano, come non ce l’hanno i Padri sinodali, un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la nostra vita nel tempo e il tempo stesso. I Vescovi, mediante il sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore. Sono “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1); come tali devono essere trovati “fedeli e saggi” (Lc 12, 41-48). Ciò significa che devono amministrare il dono del Signore in modo giusto, affinché non resti occultato in qualche nascondiglio, ma porti frutto e il Signore, alla fine, possa dire all’amministratore: “Poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto” (Mt 25,14-30; Lc 19,11-27). In queste parabole evangeliche si esprime la dinamica della fedeltà, che interessa nel servizio del Signore, e in esse si rende anche evidente, come in un Concilio, e tanto più in un Sinodo, dinamica e fedeltà debbano diventare una cosa sola. Lo strumento più grande della comunicazione del vero vivente nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità dinamica: si chiama Tradizione.

 
Autore: Oliosi, Don Gino Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 10 ottobre 2012



giovedì 11 ottobre 2012

PORTA FIDEI



Stemma di Benedetto XVI


 

Lettera Apostolica in forma di motu proprio del Sommo Pontefice Benedetto XVI con la quale si indice l'Anno della fede
Tratto dal sito del Vaticano l'11 ottobre 2011

1. La “porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Padre, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui (cfr Gv 17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore.

2. Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo. Nell’Omelia della santa Messa per l’inizio del pontificato dicevo: “La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” [1]. Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato [2]. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone.

3. Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna” (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza.

4. Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il 24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, testo promulgato dal mio Predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II [3], allo scopo di illustrare a tutti i fedeli la forza e la bellezza della fede. Questo documento, autentico frutto del Concilio Vaticano II, fu auspicato dal Sinodo Straordinario dei Vescovi del 1985 come strumento al servizio della catechesi [4] e venne realizzato mediante la collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa cattolica. E proprio l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi è stata da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale ad un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede. Non è la prima volta che la Chiesa è chiamata a celebrare un Anno della fede. Il mio venerato Predecessore il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967, per fare memoria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo nel diciannovesimo centenario della loro testimonianza suprema. Lo pensò come un momento solenne perché in tutta la Chiesa vi fosse “un'autentica e sincera professione della medesima fede”; egli, inoltre, volle che questa venisse confermata in maniera “individuale e collettiva, libera e cosciente, interiore ed esteriore, umile e franca” [5]. Pensava che in tal modo la Chiesa intera potesse riprendere “esatta coscienza della sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla” [6]. I grandi sconvolgimenti che si verificarono in quell’Anno, resero ancora più evidente la necessità di una simile celebrazione. Essa si concluse con la Professione di fede del Popolo di Dio [7], per attestare quanto i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati, compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato.

mercoledì 10 ottobre 2012

SANTA ILDEGARDA DI BINGEN E LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE


Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una figura molto cara a Benedetto XVI che ha ricordato come la benedettina tedesca abbia «offerto il suo prezioso contributo per la crescita della Chiesa del suo tempo, valorizzando i doni ricevuti da Dio e mostrandosi donna di vivace intelligenza, profonda sensibilità e riconosciuta autorità spirituale. Il Signore la dotò di spirito profetico e di fervida capacità di discernere i segni dei tempi. Ildegarda nutrì uno spiccato amore per il creato, coltivò la medicina, la poesia e la musica. Soprattutto conservò sempre un grande e fedele amore per Cristo e per la sua Chiesa».

Vale la pena di ricordare qui l’udienza del 20 dicembre 2010 alla Curia Romana – una delle udienze per gli auguri natalizi cui Benedetto XVI ha dato particolare importanza, pronunciando ogni anno un discorso riassuntivo dei temi centrali del suo Magistero nei dodici mesi precedenti – dove, dopo un anno dedicato a fronteggiare la crisi dei preti pedofili, il Papa citò la santa proclamata oggi Dottore della Chiesa. Il brano non è breve, ma è utile citarlo tutto. «In questo contesto – affermava il Papa il 20 dicembre 2010, con riferimento appunto ai preti pedofili –, mi è venuta in mente una visione di sant’Ildegarda di Bingen [1098-1179] che descrive in modo sconvolgente ciò che abbiamo vissuto in quest’anno. “Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: ‘Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!’ E proseguì: ‘Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa. Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità’. E sentii una voce dal cielo che diceva: ‘Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’ (Mc 16, 15)” (Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale: PL 197, 269ss)».
Taufkirke dove fu battezzata

Così il Papa nel 2010 commentava questa impressionante rivelazione privata: «Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato - per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva».

E il 7 ottobre 2012, dopo avere proclamato Ildegarda Dottore della Chiesa, il Pontefice ha ribadito che per contrasto lo sguardo rivolto allo splendore della santità «ci spinge a guardare con umiltà la fragilità di tanti cristiani, anzi il loro peccato, personale e comunitario, che rappresenta un grande ostacolo all’evangelizzazione, e a riconoscere la forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana». Alla fine, questo è il centro della nuova evangelizzazione, dell’Anno della fede, del Sinodo: «non si può parlare della nuova evangelizzazione senza una disposizione sincera di conversione. Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo (cfr 2 Cor 5, 20) è la via maestra della nuova evangelizzazione».
MASSIMO INTROVIGNE
DA ZENIT 8 OTTOBRE

martedì 9 ottobre 2012

I DIRITTI UMANI CAPOVOLTI

CONTRO IL RELATIVISMO


Il libro è nato da due fatti: l’approfondimento del Senso Religioso di don Giussani e la collaborazione con il sito CulturaCattolica. it.
E’ un libro contro il relativismo, sulla necessità di riferirsi ad esperienze vere e significative per l’uomo, alla ricerca delle fondamenta di un diritto che parta dalla considerazione della dignità della persona e dalla ricerca del suo vero bene e che possa proporsi quale riferimento per i singoli ordinamenti positivi particolari
Il libro analizza le questioni più attuali e spinose per l’uomo affrontate dall’esperienza giuridica, sia italiana, che europea (CEDU e Corte di Giustizia): aborto come autodeterminazione, eugenetica, eutanasia, diritto alla neutralità dell’educazione, libertà religiosa negativa, presenza del crocifisso in ambienti pubblici, insegnamento della religione cattolica, etica laica pubblica..
Oggi assistiamo alla moltiplicazione dei diritti solo perchè rappresentano l’emersione di nuovi bisogni dell’uomo e di nuove istanze di autodeterminazione, da chiunque provengano, purchè libere e non condizionate.
Se una nuova pretesa emerge come voluta liberamente, l’ordinamento giuridico gliela deve riconoscere.
Non vi è più un giudizio sul contenuto dei nuovi diritti, su ciò che viene richiesto come diritto. Non si pone più l’accento sull’esigenza che la nuova istanza sia corrispondente o meno all’uomo per come è fatto e alla sua natura.
Questa caratteristica unisce le nuove conquiste sociali. Sono diritti che si reggono solo sulla convinzione che l’ordinamento giuridico non possa disconoscere ciò che viene liberamente scelto e voluto da ciascun soggetto, come monade a se stante, e che lo stato debba perseguire la mancanza di condizionamenti alla libertà di ciascuno.
Il libro cerca invece di mettere a fuoco il contenuto di questi presunti nuovi diritti e di giudicarli sulla base del principio di ragionevolezza.
Diritto è ragione. Diritto umano è ciò che è ragionevole per l’uomo, integralmente inteso come essere in relazione e - per usare il meeting - aperto all’infinito.

L’Autore affronta quindi ciascun nuovo presunto diritto, ripercorrendo la strada che l’ordinamento giuridico ha seguito per affermarlo (richiamando sentenze e norme) e mettendone in luce, per ciascuno, gli aspetti di irragionevolezza. Commenta quella sentenza che ha monetizzato l’autodeterminazione della donna ad abortire e che ha riconosciuto ai genitori il risarcimento dei danni per la nascita di una bimba non voluta. Ripercorre la vicenda drammatica di Eluana e come sia stato possibile arrivare alla sua morte pur in presenza di norme che la impedivano. Affronta il problema di una selezione genetica attuata di soppiatto mediante la diagnosi prenatale (pur impedita per legge, ma di fatto ammessa dalla giurisprudenza) e l’aborto terapeutico (era anche il contenuto di una mostra al meeting sul padre del genoma della sindrome di down. Lejeune); le conseguenze della fecondazione eterologa (non ammessa dalla legge 40 ma riconosciuta dai giudici). Commenta le sentenze in tema di matrimonio gay e le delibere sui registri delle coppie di fatto. Il caso europeo Lautsi contro Italia, per quanto riguarda il crocifisso nei luoghi pubblici. Le ultime sentenze amministrative, per quanto riguarda l’insegnamento della religione nelle scuole, ecc...

Il libro è diviso in due parti: una prima parte, più giornalistica ed espositiva, che evidenzia anche gli atteggiamenti oggi comuni che permettono la proliferazione di questi nuovi diritti (buonismo, indifferenza, un malinteso rispetto del diverso, laicismo, una malintesa tolleranza); la seconda, un po’ più tecnica, dedicata alle singole vicende e al loro commento giuridico.

 

sabato 6 ottobre 2012

L'AMORE PUO' DISTRIBUIRSI SENZA DIMINUZIONE

Duomo Reggio Emilia
A tutti i membri della Fraternità san Carlo

Carissimi fratelli,
questa mattina è stata pubblicata dalla Santa Sede la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto nominarmi vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, aggregandomi così al Collegio dei successori degli Apostoli.
È una decisione che mi onora e soprattutto onora la nostra Fraternità.
Gli stretti legami affettivi e vocazionali che intercorrono tra me e voi mi obbligano però a dirvi anche altre parole. Avrei desiderato poter restare sempre con voi e occuparmi interamente e solo di voi. Non solo nulla ho fatto per avere altri incarichi, ma tutto ho tentato per non averli. Fino ad esprimere ai più alti miei Superiori la volontà di continuare a servire la Chiesa servendo le vostre vite. Infine mi sono rimesso obbediente alla volontà del Santo Padre.
Certamente mutano ora le forme concrete del nostro rapporto, ma non può venir meno la mia paternità nei vostri confronti. Senza nulla togliere al nuovo popolo che ora mi è affidato. Sappiamo, infatti, per esperienza, che l’amore può, per dono dello Spirito, distribuirsi senza diminuire.
Con la confidenza che posso permettermi con voi, non vi nascondo che, nell’approssimarsi di questa giornata, ho vissuto momenti di sgomento. Lasciare le persone che con me vivono da molti anni in un legame intensissimo di corresponsabilità, lasciare ciascuno di voi, lasciare il quotidiano rapporto con i seminaristi, vivere in una nuova città, affrontare nuove responsabilità… tutto questo per me è stato fonte di grande pena. Mi sono abbandonato infine alla volontà di Dio e ho ritrovato la pace collocandomi nelle braccia della madre di Dio, Maria santissima.
Ringrazio ciascuno di voi per la testimonianza di ubbidienza che mi avete dato in questi ventisette anni. Soprattutto per la comunione intensissima che abbiamo vissuto sia nelle molte ore felici sia nei momenti di prova. Vorrei ricordare tanti nomi, anzi i nomi di tutti.
Permettetemi soltanto di richiamare qui le persone di Gianluca Attanasio e Paolo Sottopietra, che sono stati i miei due più cari amici e preziosi collaboratori di questi ultimi vent’anni. Assieme a loro ricordo monsignor Paolo Pezzi, ora arcivescovo di Mosca, primo vescovo dalle file della nostra Fraternità.
Sono certo che non mancherà la vostra preghiera per me né l’aiuto dal cielo dei nostri santi patroni e di don Giussani. Ne avrò molto bisogno.
Conto di vedervi presto, sia per la mia consacrazione episcopale sia per il mio ingresso nella Diocesi, e di ricevervi poi personalmente quando verrete a visitarmi in uno dei vostri passaggi da quella che sarà ormai la mia nuova città.
So che già da ora ho la vostra promessa, anzi il vostro desiderio, di amare e obbedire al mio successore e ai suoi collaboratori, come avete fatto con me.
Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù (Fil 1,8).
Uno ad uno vi abbraccio nel Signore che è la nostra pace.


don Massimo Camisasca
Roma, 29 settembre 2012
Festa dei SS. Michele, Gabriele e Raffaele, Arcangeli