venerdì 13 dicembre 2013

INGIUSTIZIA LEGALE E ARROGANZA GIURIDICA


Esce oggi nelle librerie, per le edizioni Cantagalli, il V Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân.
Al Presidente dell’Osservatorio, arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, abbiamo posto alcune domande.

Card. Van Thuan
Di cosa si occupa quest’anno il Rapporto?
Come ogni anno il Rapporto fa un’ampia rassegna di avvenimenti e tendenze circa l’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa nel mondo nei cinque continenti, quindi si occupa di molti fatti, dalle primavere arabe alla crisi economica greca, dal braccio di ferro tra Chiesa e governo nelle Filippine a quello tra vescovi cattolici e amministrazione Obama, dai conflitti sociali in Argentina a quelli in Perù. Tuttavia, il Rapporto cerca di cogliere sinteticamente anche la tendenza dell’anno, la dinamica che ha caratterizzato l’anno in esame.

E quale sarebbe?
A questo quinto Rapporto abbiamo dato questo titolo: “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale”. E’ questa, secondo noi, la tendenza più preoccupante. Documentiamo molti aspetti della crisi della legge in molti Paesi – corruzione, crisi dello Stato di diritto, anomia diffusa, violenza tribale -, ma documentiamo soprattutto il conflitto tra Corti costituzionali di giustizia, giudici ordinari, Carte costituzionali. E con riguardo a temi di fondamentale importanza, come la vita, la famiglia e l’identità umana.

Il Rapporto dell’anno scorso, dal titolo “La colonizzazione della natura umana”, era incentrato sulle pressioni sui Paesi emergenti perché adottassero una legislazione ispirata all’ideologia gender. Quest’anno procedete quindi sulla stessa strada?
Ne ampliamo la prospettiva. La crisi giuridica ha senz’altro un aspetto legislativo: per esempio il Rapporto documenta l’estensione delle legislazioni su aborto, eutanasia, fecondazione artificiale. Però fa anche un passo in avanti. Esamina le ingerenze delle Corti internazionali di Giustizia sugli Stati, il conflitto di queste pressioni internazionali con le Costituzioni di quello Stato, l’azione dei giudici ordinari che si sostituiscono sempre di più ai Parlamenti e, di fatto, legiferano. La crisi della legge è molto più vasta del solo aspetto legislativo.

Il Rapporto è relativo all’anno 2012. Può fare un esempio di quanto ci ha appena detto?
Di esempi il lettore potrà trovarne tanti. Mi piace ricordare la vicenda del piccolo Stato del Costa Rica, condannato dalla Corte interamericana per i diritti umani perché non aveva ancora una legislazione che permettesse la fecondazione artificiale. Nel Rapporto lo abbiamo onorariamente proclamato Stato dell’Anno per la difesa della vita, data la sua resistenza davanti all’attacco della “metafisica delle sentenze”, perché quella Corte pretendeva di definire cosa fosse persona, procreazione, vita, con una “arroganza giuridica” senza precedenti.



Il Rapporto presenta anche l’attività diplomatica della Santa Sede. Quali le novità?
E’ interessante come siano proprio i Nunzi e la Segreteria di Stato a portare avanti, nei consessi internazionali, una vera e propria “pedagogia giuridica” incentra sullo Sato di diritto giustamente inteso. Mons. Mambertì, in un intervento all’Onu di cui si dà conto nel Rapporto, ha detto che il diritto sbiadisce nella legge e, inevitabilmente, la legge sbiadisce a sua volta nelle regole. Abbiamo così solo una “società delle regole” (rules) e non più uno Stato di diritto ove governa la legge (rule of law). In una società delle regole, le regole sono senza fondamento. Questa è la crisi giuridica che dà luogo all’ingiustizia legale.

Lei, in particolare, è autore diretto del capitolo riguardante il magistero del Santo Padre. Cosa ha da dirci in proposito?
Parte integrante del Rapporto sono il magistero sociale del Papa e l’insegnamento dell’anno, ossia il suo discorso ritenuto più importante. In relazione alla crisi giuridica, abbiamo segnalato come discorso dell’anno quanto detto da Benedetto XVI ai vescovi degli Stati Uniti il 19 gennaio 2012: un insegnamento di grande valore e attualità sulla legge naturale. Gli insegnamenti del Papa che mettiamo in evidenza riguardano soprattutto le ragioni della presenza pubblica della fede cattolica, che si fondano sull’ordine del creato e sull’organicità del sapere.

Nei vostri Rapporti sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, solitamente parlate sia di questioni sociali ed economiche, sia di questioni bioetiche: come mai?
E’ vero, è la principale caratteristica del nostro Rapporto. La bioetica, o meglio la biopolitica, è ormai la principale questione sociale, la Chiesa lo ha capito almeno fin dalla Evangelium vitae di Giovanni Paolo II e i fatti successivi e attuali lo hanno ampiamente dimostrato. La Caritas in veritate dice chiaramente che i due aspetti non si possono separare. Ecco, allora, che nel Rapporto si trova lo studio di Gianluca Guerzoni sulla crisi giuridica ma si parla anche dei conflitti territoriali in Asia orientale o del riarmo di molti Paesi asiatici. C’è un capitolo dal titolo “Il delirio tecnocratico. Le sfide bioetiche più rilevanti del 2012”, e ce n’è un altro che suona così: “Avvenimenti in campo economico lungo il 2012”.

La crisi giuridica, mi sembra di capire, riguarda entrambi…
Certamente, perché anche la crisi economica o finanziaria o occupazionale è conseguenza dell’incertezza giuridica. Si tenta di porre nuove norme, ma in un quadro di povertà sui fondamenti della legge, e di conseguenza quelle norme poi non vengono applicate o rispettate. Devo dire però che la crisi giuridica nell’ambito della vita e della famiglia precede quella in campo economico o finanziario. Se non si rispetta in quel punto l’ordine delle cose è difficile rispettarlo altrove. La legge crea ordine, se crea disordine non è più legge.

Questo avviene quando le ideologie si impossessano della legge.
Così dice il nostro Rapporto. Purtroppo le Corti internazionali di giustizia, i singoli giudici ordinari o i legislatori sono spesso vittima di ideologie correnti e di gruppi di pressione.

mercoledì 11 dicembre 2013

SI, E' LA SPERANZA DI VEDERLI SPARIRE


Non è la politica, che non ci appassiona.

Non è la squadra annunciata a gran velocità, con la superquota rosa di sette donne contro cinque uomini: le rivendicazioni femministe ci scaldano anche meno della politica.

E’ la speranza di veder sparire i Bersani, le Rosi Bindi, i D’Alema, le Camusso, e con loro le buone cose di pessimo gusto che finora hanno imperato, e che meriterebbero un redivivo Guido Gozzano.

E’ la speranza di veder sparire, o almeno cadere in disgrazia, questi
uomini evoluti, con una chiara visione darwiniana dell’universo, e una solida cultura democratica, questi  buoni a nulla, ma capaci di tutto, che ci hanno avvelenato la vita per vent’anni, questi rivoluzionari che volevano fare le barricate con i mobili degli altri, questi anti italiani che prima hanno sperato nella vittoria di Stalin e poi in quella di Obama, che si sentono autorizzati a giudicare e condannare senza contraddittorio perché non avrebbe senso, a loro parere, ascoltare chi ha torto, che vivono all’insegna di una «doppia morale» educati da Palmiro Togliatti, cattivi maestri che obbediscono alla «legge ferrea della disonestà intellettuale» e che pontificano dalle pagine della stampa radical chic per giustificare, «contestualizzandole», le imprese dei loro allievi: i contestatori, i rivoluzionari, i terroristi in abbigliamento all’ultima moda.

E’ per questa speranza che mormoriamo sottovoce “forza Renzi”.

LO STRANO ELOGIO DEL COGLIONE


Di solito i coglioni, come il gatto e la volpe, viaggiano in coppia.

In realtà in Italia i coglioni, come le stelle di una nota azienda di salumi, sono milioni di milioni.

Sono coglioni quelli che non evadono le tasse pur potendolo fare. Sono coglioni quelli che pagano il biglietto del bus (secondo una recente ricerca gli stranieri lo sono molto meno). Sono coglioni quelli che richiedendo l'esenzione da un servizio presentano il reddito reale e non quello taroccato. Sono coglioni quelli che per trovare lavoro ai figli non dicono al potente di turno: "ci potrebbe mettere una parolina?". Sono coglioni i politici che non si arricchiscono con la politica. Sono coglioni gli studenti che quando hanno il compito in classe non copiano.

In tutto questo l'assessore regionale Carlo Lusenti, o tempora o mores, annuncia in pompa magna che il nuovo direttore generale dell'Ausi unica non sarà un coglione.

Vuoi dire che ruberà, evaderà le tasse, pren derà rimborsi impropri o magari si farà passare per un falso invalido? Brutti presagi. Caro Lusenti, se lo prenda coglione il suo Dg. Perché la stella del coglione vuoi dire qualità.

Stefano Andrini –La voce di Romagna

sabato 7 dicembre 2013

NON GUARDIAMO LA VITA DAL BALCONE!

ALFANO: FAMIGLIA VITA SUSSIDIARIETA'
PARTITO FEDERALE NUOVA EUROPA
 
 LAVORO TASSE IMMIGRAZIONE
 
SIAMO DIVERSI DALLA SINISTRA IN PENSIERI PAROLE OPERE E OMISSIONI
 
UN DISCORSO A TUTTO CAMPO CHE SUSCITA GRANDI ASPETTATIVE
 
"Sento di dirvi grazie per la fiducia che avete avuto e per la speranza che avete alimentato". Ricorda l'intervento alla stampa estera di qualche settimana fa. "Ero solo, quel sabato, e in tre settimane guardate cosa abbiamo messo in piedi. In venti giorni siamo già un movimento politico che milioni di italiani sono pronti a votare, un popolo di liberali e moderati, tutti coloro che non si rassegnano al declino". "Prima di compiere questa scelta, il 23 novembre ci siamo ritrovati tutti insieme a prendere in mano il nostro destino. Non credevo che saremmo stati così tanti". Ricorda i numeri di Ncd: 90 consiglieri regionali, 60 parlamentari e 7 europarlamentari, 1.200 ammnistratori locali. "Insieme abbiamo fatto questa scommessa insieme la vinceremo".
Cita il film "Ogni maledetta domenica", "l'idea che ciascuno di noi può essere chiamato a una grande impresa aiutando chi gli sta accanto e sa che un giorno chi gli sta accanto farà qualcosa per lui. Questa è una nuova squadra. Noi vinceremo con il collettivo, con la forza del nostro cuore". "Ma chi lo ha detto che la politica non ha bisogno del cuore? Quella spinta interiore che ti fa dire 'sì, io voglio giocare la mia paritita' viene dal cuore. Il 23 ci siamo resi conto di avere una grande squadra con grandi giocatori".
"Oggi siamo in diecimila e in diecimila salutiamo le cassandre e tutti quelli che pensavano che non ce l'avremmo fatta. La chiave è la speranza nel futuro: tanti non l'hanno più e noi dobbiamo resistuirla". Parla del logo del partito: "Giochiamo in blu, saremo quelli con la maglia blu. La nostra squadra punta allo scudetto". "Il blu è la forza, la forza serena e tranquilla di chi ha le idee chiare e un equilibrio interiore. Il blu è il colore dei sogni di Mirò, il colore pastello che tanti hanno usato per raccontare il nostro cielo e il nostro mare. Cielo e mare che portiamo nei nostri cuori come la forza di un Paese bellissimo e che vuole tornare ad essere grande". "Il simbolo: la forma del quadrato. Che evoca giustizia, dove nessuno è escluso. Anche metaforicamente dimostreremo che sapremo fare quadrato". Ncd, "N", "non è un colorante, "ma il nostro desiderio di innovare". "C", "l'Italia ha conosciuto tanti centri o centrini che spesso non si capiva dov'erano", ma la "D" è "la freccia segnaletica, perché noi guardiamo verso destra. "Ecco l'insieme: la squadra, la nostra maglia blu, la nostra direzione di marcia.

"Non ci si muove in così tanti come è accaduto oggi solo per una ambizione personale, ma per l'amore. Amore di cosa? Uso una parola antica e nobile: amore della Patria. Siamo patrioti, repubblicani, solidali. Crediamo nell'Italia e nel tricolore. I paesi sono tanti, la Patria è una. E la nostra Patria è grande perché dobbiamo ricordare l'origine di questa parola: la terra dei nostri padri. Quando ricordiamo a noi stessi il dovere della speranza dobbiamo sempre tenere a mente che questa terra che calpestiamo è quella che i nostri padri hanno coltivato e i nostri nonni hanno saputo migliorare".
"Alla fine della Guerra il nostro Paese era in macerie, pensate allo sforzo che fecero i nostri progenitori nel tirare fuori l'Italia dalla devastazione". Ringrazia il Nord Est, grande esempio della Ricostruzione. Il miracolo fatto dalla piccola e media impresa italiana. "Così la nostra Patria è diventata con il boom la sesta potenza industriale". "L'Italia ha avuto fede nella rinascita e nella ricostruzione, l'Italia ci ha creduto". "Oggi c'è una guerra finanziaria, che sta devastando la economia globale, e che stasera ci porta a dire: hai creduto nella politica, stai lavorando per il Paese ma quale sarà il Paese che lascerai ai tuoi figli?". Ministri e consiglieri comunali devono tenere nel proprio cuore questa domanda.
Alfano torna con la memoria al suo battesimo in politica. La sua candidatura a rappresentante di istituto negli anni Ottanta, il desiderio di battersi insieme e rispettando le istituzioni. "Se qualcuno allora ti avesse detto che avresti fondato un movimento politico ci avresti creduto? Non ci avrei creduto. Ma credo allora come oggi che in ogni momento della tua vita devi guardare nel tuo cuore e fare ciò che il cuore ti suggerisce come la scelta giusta". Applauso quando cita Silvio Berlusconi. La scelta del '94: "Noi in questi venti anni non abbiamo sbagliato programma, non abbiamo sbagliato ideali, speranza, persona. Rivendichiamo la storia di questi anni, la scelta del bipolarimo, la scelta di una destra liberale". "Oggi, comune per comune, non siamo qui a farvi iscrivere o a farvi firmare una tessera, ma a chiedervi di fondare il più grande movimento del centrodestra italiano. Siete i fondatori di una nuova forza politica. Sappiate incarnare in questo tempo nuovo i nostri valori".
 
 

"Crediamo nella vita che è tale fin dal suo concepimento. La vita qualcuno la dà, qualcuno la toglie e quel qualcuno crediamo che non debba essere il parlamento.
Crediamo nella persona, perché sappiamo che ogni persona viene prima dello Stato. Ognuno di noi ha diritti che gli derivano dalla natura e che precedono quelli dello Stato.
Crediamo nella famiglia, composta da un uomo e da una donna che si sposano e vogliono fare figli. Abbiamo grandissimo rispetto per l'affettività di chiunque e se ci sarà da intervenire per regolare dal punto di vista civile i rapporti tra le persone noi siamo disponibili a farlo, ma la famiglia per noi è uomo, donna, bambino".
 
Crediamo nella comunità, nella capacità della società di organizzarsi e dare il meglio di sé quando lo Stato fa un passo indietro e i nostri campanili fanno un passo avanti.
Sussidiarietà è il nome più bello per definire la libertà". "La fiducia è il grande patrimonio immateriale che esalta le nostre comunità, che non si può calcolare nel Pil e che può far ripartire il Paese".
 
L'Occidente, spiega Alfano, è in crisi. "Una crisi che è stata provocata da tre idolatrie:
quella dello Stato che vale più della persona,
quella del mercato che rinuncia alla idea di una economia sociale di mercato,
quella della moneta, che ha fatto dire agli europei che era sufficiente una moneta per costruire un popolo. Il nostro movimento non avrà nessuna di queste idolatire. Crediamo invece nella forza della comunità".
 

Il percorso.
"Abbiamo scelto di non aderire a Forza Italia perché abbiamo detto no agli estremismi. Non volevamo far precipitare il nostro Paese nel buio. Se la sinistra rappresentata nel Governo avrà la forza di stipulare con noi un contratto noi sapremo realizzare le riforme e nel 2015 vinceremo le elezioni.
 
Cosa vogliamo realizzare: superare il bicameralismo,
una grande riforma della legge elettorale che restituisca agli elettori il diritto di scegliersi chi li rappresenta,
e se ha funzionato il modello del sindaco d'Italia siamo pronti anche a ragionare su questo.
 
Le tre grandi oppressioni, giudiziaria, fiscale, burocratica, vanno combattute
e nel nostro programma e nel nostro contratto aggiungiamo la priorità del lavoro. Una emergenza che non riguarda solo il Sud".
"Vogliamo fare un taglio secco della spesa pubblica improduttiva e usarlo per abbassare le tasse sul lavoro, affinché le imprese assumano i nostri giovani. Vogliamo smantellare il sistema di regole stupide che è stato costruito, come il patto di stabilità dei comuni. I costi standard dovranno essere applicati su tutta la PA, su acquisti, appalti, affitti. Serve una profonda rivoluzione dello Stato che deve spazzare via ciò che non ha funzionato, come la Conferenza dei servizi diventata il luogo della complicazione". "Siamo per attribuire alle professioni italiane anche funzioni pubbliche". "Per riprendere fiato e velocità la burocrazia deve fare un passo indietro e la società civile deve fare un passo avanti".
 
"La vera rivoluzione liberale è nel mercato del lavoro, bisogna semplificare le regole per le assunzioni e delegare a imprenditori e lavoratori le forme di contratto di lavoro. Lunedì capiremo se il nuovo segretario del Pd era su Scherzi a parte o faceva sul serio. E se farà sul serio noi gliene daremo atto perché si sarà dimostrato che non sarà più la Cgil a dominare il mercato del lavoro nel nostro Paese". "La riforma del mercato del lavoro deve essere rivoluzionaria, deve restituire il soffio etico della comunità d'impresa". "Vedremo se la sinistra italiana metterà facce nuove e pensiero nuovo, se sarà così in 12 mesi cambieremo il mercato del lavoro e dell'Italia".
 
Le tasse. "Dobbiamo eliminare le agevolazioni inutili per togliere l'Irap, l'imposta rapina messa dalla sinistra". Ricorda i risultati del governo, le detrazioni con gli ecobonus, la riduzione delle tasse sulla casa, la riforma di Equitalia.
 
"Crediamo nell'Europa ma non che sia immodificabile.
L'Europa così com'è deve essere profondamente cambiata".
Quattro funzioni: la spada, difesa comune; la moneta; la feluca, gli ambasciatori europei; la frontiera. "Uno dei nostri grandi risultati è aver ottenuto che il Mediteranneo diventasse la frontiera dell'Europa". Queste quattro funzioni sono proprie della Europa e il resto deve restare nelle mani degli Stati nazionali.
 
Sulla immigrazione. "Non possiamo accogliere tutti, perché abbiamo una enorme difficoltà per i nostri giovani ed è difficile dargli un futuro quando milioni sono pronti ad attraversare il Mediterraneo". "Sulla immigrazione occorre rispettare le leggi italiane da parte di chi entra in Italia".
 
E infine la giustizia e la legalità. "Siamo per una riforma che aggiusti qualcosa che ho avviato da ministro: siamo l'unico Paese dove rischi di finire in carcere senza un processo, senza una condanna, e poi essere assolto. Lo dico a Renzi: se la sua indignazione per l'ingiusto arresto di Silvio Scaglia non è durata il volgere di una giornata, dalla prossima settimana riformiamo il sistema della custodia cautelare". E poi, lavoro nelle carceri e condizioni migliori di vita ma "costruiamone di nuove per chi deve scontare la pena".
 
"Adesso cominceremo a costituirci in circoli territoriali, ma occhio a ndranghesti, mafiosi e camorristi, questo non è un movimento per loro. Ogni voto lo useremo contro di loro, per liberare il Sud". "La nostra generazione è cresciuta con il mito di Falcone, Borsellino, con il mito di Livatino, questa sarà la nostra grande forza".
 
"Immagino il nostro movimento come un luogo dove vince chi ha più bravo, chi ha più voti e ha più consenso". "Chi tiene aperto l'ufficio del partito nel fine settimana".
"Il nostro modello sarà federalista non centralista". "Saremo il partito della partecipazione digitale, la vostra sede principale sarà il vostro smartphone, il vostro telefonino". "La partecipazione sarà la identità fondativa del nuovo centrodestra".
 
"Ci rivolgiamo a te, che sei un professionista, e vedi la sinistra che dice che le professioni devono essere smantellate. Ci rivolgiamo a te, imprenditore, che sai come rinunciare anche a una parte del tuo utile per non licenziare. Ci rivolgiamo a te, commerciante, che chiudi la saracinesce e noi sai se potrai riaprirla". Agli uomini dello stato in divisa, alle forze dell'ordine e soldati italiani. Ai volontari italiani, a chi fa solidarietà ogni giorno. Alle madri italiane, che vogliono essere madri senza rinunciare a fare carriera. Ai fidanzati che vogliono mettere su famiglia. "Contribuite insieme a noi a fondare il nuovo grande Centrodestra italiano".
 
Alfano conclude il suo discorso in un tripudio, uscendo nello spiazzo degli Studios, dove attendono altre cinquemila persone, annuncia: "I nostri candidati li sceglieremo con le Primarie".

C'E' UN GRIDO DENTRO


Qualunque cosa tu dica o faccia
c’è un grido dentro:
Non è per questo, non è per questo! [...]
E così tutto rimanda
a una segreta domanda
l’atto è un pretesto […]
c’è un cuneo nel cuore,
e non si osa levarlo
perché si teme il getto del sangue [...]
Nell’imminenza di Dio la vita fa man bassa
sulle riserve caduche
mentre ciascuno si afferra
a un suo bene che gli grida: addio! (Sacchi a terra per gli occhi)


Siamo tutti in cammino, ci ha ricordato papa Francesco, un cammino in cui diventa sempre più difficile prendere in seria considerazione la propria umanità e le proprie esigenze profonde, in cui, pertanto, è sempre più arduo conoscere se stessi.

Per confondere, si negano le evidenze elementari dell’essere umano in nome di un’ostentata libertà di auto emanciparsi persino dal dato naturale e biologico che ci caratterizza. Uomo-donna; padre-madre: sono concetti che si pretende cancellare dal vocabolario e dal vivere civile. In un suo scritto, Alla ricerca del volto umano, don Luigi Giussani annotava: “il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la trascuratezza dell’io”. L’uomo dimentico di sé. Che si occupa e si interessa di tutto tranne che di se stesso e del grido che lo abita. Disponiamo, tuttavia, di una grande risorsa che ha il potere di contribuire a rendere meno accidentato il percorso verso la conoscenza vera di sé fino a smussarne le più gravi asprezze: l’esperienza.
Come dichiara la poesia di Clemente Rebora. Cerchi di affidarti a qualcosa che identifichi come la più grande aspettativa; ti dai da fare in tutti i modi per soddisfare un grande desiderio e poi, quando sembra arrivare il momento di stringere nelle mani ciò che desideravi, sopraggiunge l’inaspettato scacco: “Non è per questo!” È il grido che sale dall’esperienza. “Non sono io ciò che realmente aspetti, ciò che ti compie. Non si esauriscono in me la promessa e l’attesa che abitano il tuo cuore”! I beni che rincorriamo ci confondono con la loro attrattiva perché hanno perso la loro natura di segno, cioè di indicatori di un’attrattiva e di una bellezza più grande. Perciò ci gridano “addio”! È l’esperienza che ha fatto Sant’Agostino, raccontata nelle Confessioni. Privato della funzione di essere segnale indicatore, ciò che rincorriamo come bene svela la sua precarietà e il suo limite così che anche le cose più belle e più care si perdono nel vuoto di senso. L’uomo non sente “sua” la vita, tutto sfugge via. È “lo spirito del mondo”, come ancora dice Papa Francesco, che domina e spinge “lungo una strada di uniformità” che si esprime in un “pensiero debole”, definito “dai nostri gusti”.
 

Di tutto questo, però, “L’imminenza di Dio fa man bassa”, scriveva Rebora. Ma cos’è mai questa imminenza di Dio in un mondo che lo nega? Come ci accorgiamo di questa imminenza? La prima spia è quel “cuneo nel cuore”, cioè, quel peso, quel dolore o quel semplice disagio che sorge dentro di noi e che spinge a una presa di coscienza ma che “non si osa levarlo perché si teme il getto del sangue”. Domina la paura senza la coscienza certa della presenza di un Padre. Ma è solo accettando di sporcarsi con quel “sangue” che sgorgherebbe senz’altro dal cuore in lotta con l’astratto e freddo spirito del mondo, che si può ritrovare se stessi e liberarsi dalla solitudine. Nell’esperienza di sé come bisogno, Dio si fa imminente. Ci viene incontro. “Quando ci lasciamo incontrare dal Signore, è Lui che entra dentro di noi, è Lui che ci rifà tutto di nuovo, perché questa è la venuta, quello che significa quando viene il Cristo: rifare tutto di nuovo, rifare il cuore, la vita, la speranza, l’anima, il cammino”. E questo è il Natale.


Elena Pagetti

Culturacattolica.it

L'INCOMBENZA DELLA SUA VENUTA

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani in occasione del ritiro d’Avvento dei Memores Domini, 28 novembre 1971
LUIGI GIUSSANI



La prima domenica di Avvento ci fa iniziare la nuova vita della Chiesa, un nuovo anno. Un anno ha una importanza grande nella vita, perché nella vita di anni ce ne sono ottanta, novanta (ottanta nel migliore dei casi e novanta se si è eccezionalmente fortunati). Di questi ottanta o novanta, quindici, se non venti, sono persi inutilmente, o pressappoco, sono incoscienti (per chi ha incontrato la comunità cristiana, invece di venti facciamo diciassette!). Perciò, un anno ha una importanza grande nella vita. E anche se, da un certo punto di vista, può sembrare artificioso il dividere il tempo in questo modo, il dare importanza a questa divisione io credo che sia molto più intelligente che artificioso. La Chiesa aumenta di molto questa certezza, perché, con l’anno liturgico, seguendo - almeno per noi del mondo occidentale - i ritmi della natura e paragonando ai ritmi della natura i ritmi dell’esistenza cristiana (dell’esistenza cristiana come storia e dell’esistenza cristiana come persona), ritmando così il suo anno sui tempi della natura, che così immediatamente simboleggiano e segnano i tempi dell’esistenza personale e i tempi dell’esistenza storica, veramente la Chiesa fa un’opera pedagogica non indifferente.
Credo che sia molto importante, realmente, questo momento. È importante, una volta che lo si richiami, molto di più per l’avvenimento d’una coscienza in noi, d’una vigilanza in noi, che neanche per le parole che possiamo sentire su di esso. Qualche parola, però, può aiutare la nostra coscienza. Ma tutto il problema sta nella nostra coscienza.

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domenica 1 dicembre 2013

LA REGOLA PASTORALE DI FRANCESCO

DALLA "EVANGELII GAUDIUM"

213. Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, "ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo".

214. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a "modernizzazioni". Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?

MORTE DELLE CATTEDRALI


PROUST E IL SEGRETO DELLE CATTEDRALI (CHE QUESTA EUROPA NON CONOSCE PIU’)
Inabissato nei sondaggi al 15 per cento di (im)popolarità, il minimo storico, François Hollande è contestato per i suoi fallimenti politici (sciopero nelle scuole) ed economici (il Pil è in calo e la ripresina è abortita).
Perfino con la legge Taubira (adozioni a coppie gay) si è trovato contro una sorprendente maggioranza popolare.

Così cerca diversivi. E’ il vecchio trucco dei governanti che si inventavano una guerra per distrarre dai loro disastri. Hollande a settembre voleva a tutti i costi la guerra alla Siria, ma è saltata perché si sono messi di traverso il Papa e la Russia.

MORTE DELLE CATTEDRALI

Ora ha tirato fuori un’idea surreale: la “festa della laicità” da istituire il 9 dicembre. Perché il calendario delle festività è “troppo cristiano”.
Una trovata che, anche nella scelta della data, si rifà all’offensiva anticlericale del 1905 e ricorda l’abolizione di tutte le festività cristiane (e perfino del suono delle campane) decretato dai rivoluzionari dopo il 1789.
Al tempo di Robespierre in nome della “tolleranza” furono massacrati preti e suore, fu macellata la Vandea cattolica e le cattedrali – definite “indecenti e ridicole” – furono profanate e devastate (Cluny e Citeaux che avevano fatto la storia d’Europa furono ridotte a rovine fumanti).
Nel 1905 la legge sulla separazione fra stato e chiesa puntava a sconsacrare le splendide cattedrali medievali di Francia e a confiscare i beni ecclesiastici.
Si arrivò quasi a progettare ferrovie che guarda caso dovevano passare per forza su antiche chiese romaniche in mezzo alla campagna.
Mentre se ne discuteva, nel 1904, sul “Figaro”, fu pubblicato un bellissimo articolo di Marcel Proust, intitolato “La morte delle cattedrali”.

DEMOCRISTIANI? SEMPRE COMUNISTI


Democristiani loro malgrado

La decisione del presidente Napolitano circa la necessità di una verifica parlamentare per il governo Letta è difficilmente confutabile. Infatti con lo sfaldamento del Pdl, e l’uscita di Forza Italia dalla coalizione, l’esecutivo conserva la maggioranza, ma la sua natura politica è radicalmente mutata. Da un governo Destra-Sinistra - cioè Pd-Pdl (numericamente autosufficienti) più altri - si è trasformato in un governo di Sinistra-Centro. Nel quale è il Partito democratico, per l’appunto, a rappresentare in entrambe le Camere il nucleo forte, mentre il Centro, costituito da Scelta Civica-Udc più il Nuovo centrodestra (Ncd) di Alfano, svolge la parte di comprimario.

Coincide con questo spostamento dell’asse politico del governo - e in certo senso lo ha reso possibile e insieme ne è un frutto - un secondo e più importante mutamento: la democristianizzazione del Pd. Vale a dire il progressivo ma ormai compiuto assorbimento-imitazione da parte del Partito democratico non solo della funzione sistemica, ma pure dei caratteri interni propri di quella che fu la Democrazia cristiana. Una tale democristianizzazione del Pd si è prodotta non casualmente via via che il sistema politico della cosiddetta Seconda Repubblica andava perdendo il suo parziale carattere bipolare per indirizzarsi verso una riedizione della frantumazione parlamentarista della Prima Repubblica, frutto a suo tempo della proporzionale. Alla quale - di nuovo non a caso - anche la Seconda sembra ora ineluttabilmente condannata a tornare. Un parlamentarismo proporzionalistico che, se non vuole naufragare nel nulla, deve però necessariamente organizzarsi intorno a un partito cardine. Che ieri era la Dc, e oggi è per l’appunto il Pd.


Il Partito democratico si candida a essere un tale partito innanzitutto a causa della neoacquisita posizione di centralità nella topografia parlamentare: dal momento che oggi esso si trova di fatto ad essere la componente principale di un governo che alla Camera deve fronteggiare allo stesso tempo una consistente opposizione di sinistra (all’incirca 130 deputati) e una poco minore opposizione di destra. Ricorda questo qualcosa a qualcuno? Non fu forse precisamente questa, per 40 anni, la situazione della Dc?

La centralità «democristiana» del Pd gli viene anche dal fatto di essere oggi il solo e vero «partito delle istituzioni». In realtà esso lo è fin dagli Anni 90, a causa del fallimento che la Destra ha fatto registrare pure su questo terreno. Non riuscendo a distinguersi neppure in minima parte dalla figura di Berlusconi, dalla sua immagine «corsara», erratica e improvvisatrice, la Destra politica, infatti, non è mai riuscita a liberarsi di qualcosa di casuale e provvisorio, di incompatibile con la stabilità nel tempo, con il senso del passato storico, con l’affidabilità e con gli aspetti legalistico-formali che sono propri della dimensione istituzionale. Verso la quale, invece, la sinistra di origine comunista ha sempre mostrato tradizionalmente una grande attenzione. Il risultato è che da molto tempo la gran parte dell’establishment italiano, nello Stato e nella società, si riconosce nel Pd.


Ma naturalmente essere «come la Dc», cominciare ad occupare una posizione centrale analoga alla sua nella costellazione del potere, ha un prezzo: quello di finire per occuparsi, appunto, solo del potere. E dunque trasformarsi in un ceto burocratico-politico senza idee e senza progetti, diviso in correnti ferocemente in lotta, la cui principale attività, al centro come in periferia, diviene di fatto la spartizione dei posti e delle risorse: proprio quello che oggi il Pd rischia sempre più di diventare.

30 novembre 2013
GALLI DELLA LOGGIA DA IL CORRIERE DELLA SERA

IL LUNEDI' SANTO DELLA LAICITE'




Hollande sogna la “Festa nazionale della laicità”. Il cardinale di Parigi risponde così: “Non vedo perché si dovrebbero fare processioni il 9 dicembre in Francia”. I fasti robespierriani e le offensive ideologiche

C’è già il testo legislativo pronto per il Parlamento. “Considerando che la laicità è il principio fondamentale, ciò che ci permette di vivere insieme nel rispetto delle convinzioni e delle opinioni di ciascuno, si chiede che la Repubblica francese, come garante della coesione repubblicana, fissi per il 9 dicembre una Giornata nazionale della laicità”. Se ne farà portavoce il deputato Jean-Christophe Lagarde, il quale ha già spiegato che tipo di laicità abbia in mente. Non all’americana, ma alla francese, aggressiva: “La laicità non si basa sulla tolleranza delle differenze, ma l’uguaglianza dei cittadini”, ha detto Lagarde, evocando il detto di Jean Jaurès secondo cui “democrazia e laicità sono due termini identici”.

Il 19 novembre l’Osservatorio nazionale della laicità, la commissione governativa voluta dal presidente François Hollande, ha spedito sul tavolo dei ministri competenti un progetto di legge robespierriano che fissa al 9 dicembre la Giornata della laicità (il 9 dicembre 1905 fu siglata la legge sulla separazione tra chiesa e stato). Jean-Louis Bianco, presidente dell’Observatoire, e il segretario Nicolas Cadène, hanno scritto che si deve partire già dal prossimo mese a celebrarla, in particolare quest’anno verrà usata per “leggere e spiegare” la Carta della laicità introdotta nelle scuole dal ministro dell’Istruzione, Vincent Peillon.

Bianco non è timido nel nominare le cose col loro nome: “Il laicismo è un valore di emancipazione”, scrive il presidente nel chiedere di accelerare l’approvazione della giornata laica, ferma al Senato, dove è stata già approvata. Una giornata della laicità è già celebrata spontaneamente in tutta la Francia, ma adesso se ne vuole fare una sorta di festa nazionale. Dietro l’iniziativa del 9 dicembre ci sono associazioni raggruppate sotto il nome di “Collectif laïque”, come la Fédération Droit Humain, la Ligue de l’enseignement, la Ligue des droits de l’Homme, la Libre Pensée e la Mémoire de la Commune de Paris, dunque un misto di umanitarismo militante e di simboli della cultura di sinistra. Fra i nomi di spicco quello di Marc Blondel, presidente della Federazione nazionale del libero pensiero.
Si tratta d’istituire una giornata repubblicana del “vivere insieme per condividerla con quelli che non hanno la stessa cultura e la stessa religione”. Blondel, fra gli ispiratori della giornata del 9 dicembre, ha chiarito che laicità non vuole essere libertà religiosa, ma libertà di coscienza, una libertà obbligatoria, inculcata. Il cardinale di Parigi, Vingt-Trois, ha condannato l’iniziativa: “La laicità non è una religione che deve organizzare festività religiose, è un modo di governo, un’organizzazione della vita collettiva e da vivere in maniera positiva, non vedo perché si dovrebbero fare processioni il 9 dicembre in Francia”.
Il calendario è al centro di una offensiva ideologica. “Il calendario francese delle festività è ‘troppo cristiano’”, aveva denunciato Dounia Bouzar, uno dei membri dell’Osservatorio nazionale per la laicità, che ha proposto che nel calendario fossero tolte due ricorrenze, per esempio Ognissanti e la Pentecoste, per sostituirle con la festa ebraica dello Yom Kippur e l’Eid, durante la quale i musulmani celebrano tradizionalmente la fine del Ramadan. A riprova del carattere intimidatorio della nuova laicità francese c’è chi cita una frase pronunciata proprio dal relatore di quella legge del 1905, il socialista Aristide Briand: “Ritengo che il germe di tutte le divisioni tra francesi sia nelle questioni di coscienza”.
 

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LA LEGGE DI JOHN RAMBO

CHI VERSA IL PRIMO SANGUE, PAGA
 
Il buio della sinistra e il sangue dei suoi nemici. Dal Duce al Cav.
Hanno lo sguardo fisso, il sorriso appena abbozzato, l’eloquio stentato. Non riescono a spiegare nemmeno a loro stessi cosa hanno fatto e perché: è il buio nella mente, colpisce la sinistra ogni volta che ha in mano la vita del nemico. Mussolini, Moro, Craxi, oggi Berlusconi: quattro volte, una per ogni generazione di italiani, dalla nascita della Repubblica. Quattro volte pollice verso, tre volte la cosa le si è ritorta contro, i benefici attesi non si sono verificati, i fantasmi delle vittime hanno funestato i giorni e corroso le notti degli assassini. L’ultima non sfuggirà alla regola: il Cav. pure sconfitto, decaduto, inquisito e condannato ancora e ancora, pure arrestato e magari sprofondato sotto terra, sarà il convitato di pietra dei prossimi anni. La legge di John Rambo è ferrea: chi versa il primo sangue paga.
Con Mussolini, non lasciarono fare ad altri, fecero in proprio. L’uomo vinto non fu processato ma condannato, intercettato, abbattuto, appeso a testa in giù a un gancio da macellaio. La guerra era stata terribile, dissero: ma altrove capi e seconde file del nazismo e del fascismo non finirono in questo modo, almeno non tutti. In Italia il Pci non poteva riconoscere altra autorità che non fosse quella in cui era preponderante, egemone, doveva sminuire il ruolo degli eserciti inglese e americano nella liberazione del paese, aveva bisogno della retorica per costruire il mito della resistenza che certo fu eroica, si coprì di gloria, ma, ricordava Pietro Secchia, a volte ci volevano calci nel sedere per spingere i ragazzi su in montagna. Sandro Pertini, socialista e collerico, quando venne a sapere che Mussolini era nell’arcivescovado di Milano si precipitò, fece le scale quattro a quattro con la pistola in pugno gridando “dov’è?”. Il clima di odio non servì chi lo propalava. Oggi sul Duce si scrive e si riscrive ancora, in televisione è la star della storia, quelli dell’Anpi sono ancora lì che sfilano, si canta “Bella ciao” e i giovani si prendono ancora a sprangate. La costruzione simbolica attorno alla violenza necessaria e legittima ha prodotto mostri, impedendo la normalizzazione storica del ventennio mussoliniano, quindi la sua chiusura effettiva. E’ la prima delle anomalie: rispetto a paesi in cui la pagina fu girata in fretta, in Italia ci si è scannati per altri cinquanta anni dopo la fine della guerra.

Moro lo scrisse addirittura, nell’ultima lettera: il mio sangue ricadrà su di voi. Non sui brigatisti di cui aveva capito che di lì a poco lo avrebbero ucciso. Ma su coloro che lo avevano abbandonato al suo destino, perché non era più lo stesso ma un uomo impaurito, sotto influenza, plagiato. Sui compagni di strada Camilla Cederna e l’Espresso che azzannavano Giovanni Leone, il presidente che non si sarebbe opposto a provvedimenti di clemenza nei confronti di terroristi detenuti: la trincea della cosiddetta legalità repubblicana fu difesa dunque con menzogne e letame. Il Pci pensò di fare da muro portante della maggioranza, magari di dirigere dall’esterno una Dc indebolita e orfana del suo leader. Non sarà così: con la morte di Moro salta il compromesso tra i due maggiori partiti, base materiale della Costituzione formale. La Prima Repubblica muore, nasce quella consolare.

Colui che Moro avrebbe voluto salvarlo, Craxi, ne diventa l’uomo forte. Il Pci è al margine, isola di purezza che galleggia in un mare d’irrealtà. Quando scoppia Tangentopoli e la procura di Milano si appresta a tagliare la testa del leader socialista, i comunisti appena decomunistizzati si guardano bene dal dire che aveva ragione lui e dal difenderlo: ne vogliono invece lo scalpo per averli sconfitti sulla scala mobile. Ma la vendetta non arriva: arriva invece Berlusconi. Che per altri venti anni li allunga sul lettino. Chi può davvero pensare che questa volta la sinistra “first blood” gliela possa fare?
 Lanfranco Pace da ilfoglio