lunedì 10 ottobre 2016

"SOTTOMESSI AD OGNI MODA IN VIGORE”, “AD OGNI MENZOGNA/ E PENSARE CHE ERANO LIBERI!” (MILOSZ)


 “A che serve un poeta in tempi miserabili?”, si chiedeva già Friedrich Hölderlin, duecento anni fa. 

Oggi potrebbe trovare una risposta davvero sorprendente: può servire a magnificare e a vendere la pommarola.
In tv si vede spesso infatti lo spot di un’industria alimentare – che vende appunto passato di pomodoro – dove si declamano i versi di Pablo Neruda in “Ode al pomodoro”, con una stupenda musica per pianoforte in sottofondo.
Può sembrare dissacrante, ma in realtà quei versi sono davvero suggestivi e lo spot è molto bello: va dato atto almeno all’industria del passato di pomodoro di ricordarsi della poesia.
E anche di saperla proporre perché la poesia è un’arte che concerne la musicalità del linguaggio e va ascoltata più ancora che letta.

POESIA VINCE IDEOLOGIA
Ben venga dunque l’industria del pomodoro a ricordarci la grandezza della poesia. Visto che non se lo ricordano i media, l’editoria e soprattutto la scuola che fa detestare la poesia ai giovani, non facendone capire la natura.
La poesia infatti non è prosa messa in una forma bizzarra, ma è come uno spartito musicale: chiunque rimane incantato ascoltando le “Quattro stagioni” di Vivaldi, ma nessuno (soprattutto se non sa nemmeno leggere le note) sarebbe sedotto dallo spartito cartaceo con i segni sul pentagramma.
Ed è proprio questo che fa la scuola: dà agli studenti dei geroglifici… Cosicché i giovani, che per natura sono alla ricerca di se stessi e del senso della vita, finiscono per ignorare e odiare quel prezioso scrigno che parla di loro e delle loro anime.
Non incontrano mai veramente Leopardi, Dante, Baudelaire, Pessoa, Montale, Rimbaud o Saba e Tasso. Devono accontentarsi di Jovanotti, Fedez, Fabio Volo, Maria De Filippi e J-Ax.
Del resto non ci sono più grandi poeti viventi in Italia. Nemmeno poeti “impegnati” come – appunto – era Neruda. Li rimpiango, perché la poesia ha questo di straordinario, che spacca anche le gabbie ideologiche del poeta, perché – quando c’è un vero poeta – l’intuizione del mistero della vita e la commozione della bellezza e lo stupore dell’essere e della sua mortalità, prevalgono sulle ideologie.
Così è stato per Leopardi, ma anche per intellettuali comunisti come Neruda o Louis Aragon. Che hanno scritto meravigliose poesie sulla vita, il dolore e l’amore.
Voglio ricordare l’incipit della più bella di Aragon:
“Nulla appartiene all’uomo. Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio.
Non esistono amori felici…”.

ITALIA SENZA POETI
Dunque il 750° anniversario della nascita di Dante – colui che ha “inventato” la lingua italiana – vede la sparizione dei poeti nel “bel paese là dove ‘l sì suona”, (Inf. XXXIII, 80).
Il fatto è rimasto pressoché inavvertito, segno che siamo proprio nel “tempo della miseria”. Ricordo un tempo in cui i poeti parlavano anche al pubblico popolare, com’è giusto che sia.
Nello sceneggiato dell’”Odissea”, trasmesso dalla Rai di Bernabei, ogni puntata era introdotta – nientemeno – da Giuseppe Ungaretti. E lo ricordo ancora, Ungaretti, che recitava in Tv la sua poesia “Tu ti spezzasti”. E poi in una lunga intervista in bianco e nero con Pier Paolo Pasolini, che fece un’analoga intervista a Ezra Pound per la Rai.
Pasolini stesso è stato un poeta civile dalle intuizioni geniali. Nell’Italia del boom economico e della fine della millenaria civiltà contadina scriveva:
“Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui assisto, per privilegio d’anagrafe
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più”.
Uno dopo l’altro sono scomparsi tutti i nostri poeti. Certo, c’è tanta gente che scrive versi (più di quanti ne abbia letti).
Magari ce ne potrà essere qualcuno che si rivelerà di valore, ma oggi i grandi poeti, quelli che esprimono la coscienza più profonda di un popolo e la più viva intuizione della condizione umana, non ci sono più.
Dovremmo davvero fondare la “Società dei poeti estinti”, vagheggiata nel film “L’attimo fuggente” che rappresentava meravigliosamente l’incanto che un classe di adolescenti prova nello scoprire la poesia, grazie a uno strano e suggestivo professore.
Quei ragazzi scoprono infatti che i “poeti estinti” nei loro versi sono più vivi dei viventi (o meglio: di noi “morenti”).

I MIEI POETI
All’inizio del mio lavoro mi è capitato di frequentare e intervistare – per mia fortuna – diversi poeti.
Ho studiato all’Università con un professore d’eccezione e poeta come Franco Fortini, sono stato amico di Mario Luzi. E poi Carlo Betocchi, Giovanni Testori, Giorgio Caproni, Piero Bigongiari.
Ricordo, più di trent’anni fa, il Nobel Czeslaw Milosz e Josif Brodskij a un congresso dei poeti tenutosi a Firenze.
Proprio Milosz, lituano-polacco, vissuto esule in America negli anni in cui il comunismo era stato imposto all’Europa dell’est, aveva vivissimo il senso della missione civile e spirituale dei poeti: “Che cos’è la poesia, che non salva/ Né le nazioni né gli uomini…/ La complicità alle menzogne ufficiali/ Una canzone di ubriachi/…Un romanzetto per signorine”.
Quando il sindacato “Solidarnosc”, nella Polonia di Giovanni Paolo II, assestò il primo colpo al sistema comunista, nel 1980, Lech Walesa volle e ottenne che, davanti ai cantieri navali di Danzica, fosse eretto un monumento in memoria degli operai uccisi dalla polizia del regime comunista durante la rivolta del 1970.
E’ composto da tre altissime croci che si stagliano nel cielo, sotto le quali sono incisi proprio i versi di Milosz:

“Tu che hai ferito l’uomo semplice
sghignazzando sulla sua sventura
E confondendo il bene e il male
Insieme a quei buffoni che intorno a te si assiepano,
Anche se tutti ti si prostrassero
Celebrando la tua saggezza e il tuo valore,
Medaglie d’oro coniando in tuo onore,
Felici perché sono, ancora un giorno, salvi,
Non sentirti al sicuro. Il poeta non scorda.
Uccidilo: ne nascerà uno nuovo.
Saranno scritti gli atti e le parole.
Meglio per te l’inverno, al sorgere del sole,
Un ramo curvo sotto il peso e la corda”.

Sventurate dunque le generazioni che non hanno poeti. Che ricordano. Anche noi, europei dei paesi democratici. Milosz ci vedeva “sottomessi ad ogni moda in vigore”, “ad ogni menzogna/ e pensare che erano liberi!”.
.
Antonio Socci

Da “Libero”, 7 ottobre 2016

giovedì 6 ottobre 2016

UN POPOLO IN CAMMINO

Un popolo in cammino
          (Verso l’abbazia del Monte di Cesena)
FRANCO CASADEI

  Pellegrinaggio di Comunione e Liberazione 
alla Porta Santa della Misericordia all’’Abbazia di Santa Maria del Monte di Cesena,
                1 ottobre 2016

In alto a dx l'Abbazia del Monte

Un popolo di padri e madri
con i neonati in braccio o sopra i passeggini,
ragazzi e ragazze ancora in fioritura
e nonni bianchi e anche un po’ piegati.

Una folla in cammino
 in questa terra di transito e di prova
  ̶  gli uomini tutti sono stranieri in questa vita  ̶
si fa pellegrina verso l’abbazia del Monte,
dove la casa della Madre di tutti e di ciascuno
dall’alto veglia e protegge la Romagna.



In coro si prega e si canta in lenta processione,
riconoscenti delle grazie ricevute,
mendicanti di misericordia per una vita di cadute
e di luce per quanto ancora avvolto nel mistero.

Ascendere passo passo in lunga fila
alle pendici dei colli che abbracciano Cesena,
ammirarne il verde degli orti e dei giardini
e man mano aprirsi agli occhi
i crinali dei monti più lontani
i vigneti e le case contadine
i profili di monasteri benedettini
e dei conventi francescani.


A poco a poco fa bella vista di sè Cesena
adagiata tra 'l piano e 'l monte,
la Rocca dei Malatesta, il suo bastione
e i campanili a guardia di tetti e case.

E Bertinoro che vigila su questa terra romagnola
e il suo ultimo lembo di pianura.
Lontano, là all’orizzonte infinito il mare
che nei giorni di chiaro
regala il bianco delle vele.


           

Cari amici,
                    mi permetto di inviarvi una riflessione in versi sul pellegrinaggio di sabato pomeriggio al Monte.
Per me una esperienza straordinaria, di fede e di comunione in un contorno paesaggistico che ha dato al gesto ulteriore suggestione.
Cesena è apparsa in tutta la sua bellezza: le colline, il verde, la Rocca, 4 fra conventi e monasteri, i campanili delle nostre chiese e, lontano, oltre l’ultimo lembo di pianura, il mare.
Grati a Dio di tanta sovrabbondante bellezza.

Franco Casadei

Le foto sono di Giorgio Marini


LA SOCIETÀ DEGLI ANGELI

“Il Papa ha ragione, la teoria del gender è una guerra alla civiltà occidentale”.
 Intervista alla filosofa Bérénice Levet, docente all’Ecole Polytechnique e al Centro Sèvres

di Giulio Meotti | 05 Ottobre 2016 ILFOGLIO

Roma. La ministra francese dell’Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, è “dispiaciuta” per l’affermazione di Papa Francesco, “leggera e infondata”, che accusa i manuali scolastici francesi di diffondere “un indottrinamento sulla gender theory”, una “colonizzazione ideologica”, che il Pontefice ha paragonato a una “guerra mondiale”.

IDEOLOGIA
Ma a Parigi c’è una pensatrice laica che plaude alle parole di Francesco. E’ la filosofa Bérénice Levet, studiosa di Hannah Arendt, docente all’Ecole Polytechnique e al Centro Sèvres, autrice con Alain Finkielkraut di “Un coeur intelligent”, ma  famosa soprattutto per il libro “La théorie du genre, ou le monde rêvé des anges” (Grasset), che si è unita al campo di quelle accademiche, come Claude Habib, che esaltano la polarità sessuale invece di volerne la morte. Levet ha definito il ministro Belkacem “Robespierre in gonnella”.

Il Papa ha ragione”, dice al Foglio Bérénice Levet. “Questa del gender è una guerra per neutralizzare la differenza sessuale, una forma di neopuritanesimo contro il desiderio eterosessuale e per parificarlo a quello omosessuale. I sostenitori del gender si inebriano dell’obsolescenza delle identità e della ‘flessibilità sessuale’. E’ una rottura dell’ordine naturale e biologico. La civiltà deve diventare una relazione fra individui indifferenziati.

Dal momento in cui tutto è ‘costruito’, tutto può essere decostruito. La scuola è impegnata in una politica di ingegneria sociale. C’è una volontà di trasformare la società per ottenere un relativismo completo. Se c’è una lezione dal totalitarismo nazista e stalinista, è che l’uomo non è un materiale che può essere modellato”.

La teoria è ideologia, nel senso letterale, come è intesa da Hannah Arendt: “I suoi assiomi, le idee, diventano logica implacabile. Le identità sessuali sono puri edifici storici, la differenza è solo anatomica. E’ quindi necessario, se vogliamo vivere in un mondo giusto e uguale, decostruire l’ordine di genere.

E costruire il corpo politico esclusivamente su individui ridotti a una presunta neutralità, angeli, per definizione genderless”. Secondo Levet, dietro questa teoria c’è una “ossessione del desiderio, un’aspirazione a esorcizzare la carica erotica delle donne”. Si tratta di un nuovo puritanesimo, appunto: “L’innocenza originaria sarebbe stata persa quando la levatrice annunciò ai genitori il sesso del bambino.

Le nuove tecnologie riproduttive incoraggiano questo puritanesimo. La procreazione senza macchia non è più il privilegio di Maria”. Femministe e Lgbt hanno un nemico comune: “L’eterosessuale bianco occidentale”. E condividono lo stesso obiettivo: “Un mondo in cui la prima coppia, per dirla in senso figurato, non è più Adamo ed Eva. Una società umana la cui alterità sessuale, ovvero l’eterosessualità, non è più il fondamento. Abolire la struttura di genere delle società, questa è l’agenda politica di femministe e Lgbt”.

Quali sono le origini culturali di questa teoria che oggi spopola nella gauche francese ma non solo (pensiamo ai campus americani)? “La decostruzione di Derrida e Foucault che parlava della ‘morte dell’uomo’”, conclude Levet. “E’ una guerra contro la civiltà occidentale”. E’ anche la schizofrenia della sinistra. “E’ l’islamo-goscismo. La sottomissione della donna nell’islam? Meglio occuparsi di Dominique Strauss-Kahn”.


IL LINK sottostante, che riporta un articolo di ieri di Repubblica, è l’esempio evidente di come lo stravolgimento del significato delle parole è il pane quotidiano della schizofrenia della sinistra.

mercoledì 5 ottobre 2016

IL POLITICAMENTE CORRETTO CHE VIVE DI RETORICA


L Ungheria che non c è e la realtà che avanza

Com’era la storia del referendum ungherese sui migranti perso da Orbán e vinto dall’Europa?
Il Telegraph informa che Repubblica Ceca e Serbia l’hanno interpretata in maniera diversa rispetto ai titoli impaginati ieri dai quotidiani italiani.

Dice Tomislav Nikolic, presidente serbo: “Chiuderemo i nostri confini”. Dice Milos Zeman, presidente della Repubblica Ceca: “Io sono per la deportazione di tutti i migranti economici”.

Come sempre la realtà si incarica di rimettere a posto le pedine sulla scacchiera: la sconfitta di Orban è immaginaria, gli effetti del referendum di Budapest invece sono reali e cominciano a diffondersi, i tre milioni di No hanno accelerato il gioco delle frontiere a est, l’Europa finirà per implodere non per la presenza del premier ungherese, ma per l’assenza di una classe politica che sappia leggere la realtà senza confonderla con i suoi desideri.

Qualche esempio? Ce l’abbiamo in casa, viene dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, intervistato dalla Stampa, è su un’altra dimensione: “Quel voto è una sconfitta per chi l’ha promosso”.


Il titolare della Farnesina si riferisce all’Ungheria e non capisce – o non vuol capire – che il referendum ungherese in realtà è un altro mattone sul muro europeo. Il pensiero politicamente corretto pensa che quel muro si possa abbattere con la retorica. Occhio alla testa e tanti auguri.

tratto da Il Foglio - LIST

UN'IDEA AMERICANA

Riro Maniscalco
mercoledì 5 ottobre 2016 da ilsussidiarionet


Ogni giorno un santo. A casa nostra lo sappiamo bene perché tutte le mattine mia moglie ne dà pubblicamente notizia. Siccome non abitiamo più tutti sotto lo stesso tetto, talvolta l'annuncio viaggia via telefono o attraverso la chat di famiglia (sempre molto attiva). Una volta ricevevamo puntuali aggiornamenti anche su compleanni ed anniversari, ma per quelli ormai ci sono i social media. Invece rispetto ai santi l'interesse — e di conseguenza il giro di informazioni — scarseggia. Il santo del giorno lo conoscono in pochi. Da noi invece si sa. Oggi per esempio (ieri per voi che leggete) è san Francesco. Francesco e santa Caterina, patroni d'Italia. Una volta era una festività nazionale e lo sapeva anche il gatto (oltre al lupo d Gubbio). Tanti se lo ricorderanno ancora, ma chissà anche quanti non lo sanno.

L'altro giorno invece, 2 ottobre, era una festa particolare e per noi Maniscalco una ricorrenza molto sentita. Il 2 ottobre, dal lontano 1411, Santa Romana Chiesa celebra gli Angeli Custodi. Ho sempre amato gli Angeli Custodi da quand'ero piccolino. L'idea di qualcuno che mi tenesse sempre segretamente sott'occhio, con tutti i casini che combinavo senza tregua, mi rassicurava. E forse mi stavano simpatici anche perché delle preghiere che si recitavano con la mamma prima di dormire quella degli Angeli Custodi era l'unica in italiano. Molto più praticabile di quell'improbabile mix di latino e dialetto con cui si masticavano il Pater, l'Ave ed il Gloria.
Per noi Maniscalco quel giorno, il 2 di ogni ottobre, riporta alla mente, agli occhi ed al cuore le immagini del drammatico intervento chirurgico d'urgenza cui venne sottoposto il nostro bambino che sembrò sul punto di tornarsene da dove era arrivato poco più di venti giorni prima. Il "bambino" oggi ha trent'anni, una moglie, un figlio, e quel figlio ha il suo Angelo Custode. Anzi, tanti Angeli Custodi cosi come gli altri sette nipoti che abbiamo ricevuto in dono (per ora…).

Angeli Custodi di diversa natura, pure con i loro difetti, ma presenti: i nonni. Cos'altro sono i nonni?
Anche i nonni da un po' di tempo hanno la loro festa. Lo crediate o no, fu un'invenzione americana. Come Abraham Lincoln aveva ceduto a Mrs. Hale rispetto a Thanksgiving, cosi Jimmy Carter accolse l'insistenza della signora McQuade, casalinga, madre di 15 figli e nonna di 40 nipoti. Cosi in Italia il 2 ottobre, nella giornata degli Angeli Custodi, si celebrano i nonni. Certo, nessun nonno è perfetto, ma anche gli angeli hanno avuto i loro problemi. Al catechismo non andavo mai, ma mi ricordo quell'immagine (e didascalia) di Lucifero sul libretto che mi avevano dato. 

Dipende tutto dalla libertà, dalla gratitudine e dalla letizia con cui si vive il compito. Cambieranno le circostanze, mancheranno le ali, ma il compito della vita resta lo stesso.
I nonni lo sanno, ma se lo possono dimenticare, cosi come il mondo si può dimenticare degli Angeli Custodi, di Francesco e di tutti i santi.

Nonni e Angeli Custodi…. sembrano cose troppo semplici, cose da bambini. Qua ci sono guerre, elezioni, referendum…   
Mi viene in mente quel "pensiero improvviso" di Sinjavskij: "Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro". Proprio come i nonni e gli Angeli Custodi.


lunedì 3 ottobre 2016

FRANCESCO, GAY E GENDER

Un Papa poco politicamente corretto critica le colonizzazioni ideologiche del pensiero unico sulla sessualità, ma ricorda che gli omosessuali non vanno demonizzati, anzi. Analisi delle parole di Bergoglio dopo il suo viaggio nel Caucaso.

di Matteo Matzuzzi | 03 Ottobre 2016 ILFOGLIO

Roma. L’ultima volta che aveva parlato in modo esplicito di gender, Francesco l’aveva definito come “l’espressione di una frustrazione”.
Poco prima – parlando con i giovani riuniti a Napoli, nel marzo d’un anno fa – parlò di “uno sbaglio della mente umana che fa tanta confusione”.
A Tbilisi, sabato, aveva usato una delle metafore più gravi nel registro che è solito usare: guerra mondiale contro il matrimonio.
Ieri, conversando con i giornalisti sull’aereo che lo riportava a Roma dopo i tre giorni trascorsi nel Caucaso, ha chiarito che si riferiva “a quella cattiveria che oggi si fa con l’indottrinamento”. Il Papa ha raccontato quanto gli disse un padre francese con un figlio di dieci anni: “Alla domanda ‘cosa vuoi fare da grande’ ha risposto: la ragazza! Il padre si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria gender, e questo è contro le cose naturali.

Una cosa è la persona che ha questa tendenza, o anche che cambia sesso. Un’altra – ha aggiunto – è fare insegnamenti nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità: io chiamo questo colonizzazione ideologica”.

Quanto detto a Tbilisi ha fatto rumore, vuoi perché s’è trattato di una frase pronunciata all’estero in un viaggio delicato e irto di ostacoli (palesati con l’assenza ben visibile della delegazione ortodossa alla messa celebrata dal Pontefice di Roma sabato mattina in Georgia), vuoi perché pronunciata a braccio e quindi carica dell’emozione che la lettura d’un discorso scritto, corretto e bilanciato non può offrire.
Padre Antonio Spadaro, direttore gesuita della Civiltà Cattolica, ha spiegato tramite Twitter che il Papa “non intende attaccare teorie” bensì che “si esprime contro le ideologie, di ogni segno che colonizzano l’esperienza umana”. Francesco, però, è stato ben più chiaro e diretto di quanto tentino di fare le riletture ex post che finiscono inevitabilmente per diluire nel politicamente corretto il pensiero di Bergoglio.

Il Pontefice, infatti, stava rispondendo a una domanda diretta, postagli da una madre di famiglia, preoccupata dalle “nuove visioni della sessualità come la teoria gender la marginalizzazione della visione cristiana”. Come ha precisato il Papa, è necessario distinguere tra la somministrazione ideologica (che si fa anche a scuola) e le persone che “si devono accompagnare”. “Nella mia vita di sacerdote – ha aggiunto Francesco – di vescovo e di Papa io ho accompagnato persone con tendenze e anche pratiche omosessuali. Li ho avvicinati al Signore e mai li ho abbandonati”. Ma quando c’è stato da combattere le tante colonizzazioni ideologiche, Bergoglio spesso si è messo in prima fila, pur evitando l’arroccamento dietro fortini che ovunque si sono dimostrati facilmente espugnabili.

Nel 2010, mentre in Argentina si discuteva l’approvazione del disegno di legge che legalizzava il matrimonio e le adozioni omosessuali, l’allora arcivescovo di Buenos Aires inviò una lettera a un gruppo di monache di clausura in cui esplicitava la sua posizione sul tema. “E’ in gioco – scriveva – l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. E’ in gioco la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo e privati della loro maturazione umana”, “è un tentativo distruttivo del disegno di Dio”. Non è – chiariva – “solo un disegno di legge, ma è una mossa del padre della menzogna che cerca di confondere e ingannare i i figli di Dio”.


Non più tenero si è mostrato in relazione all’aborto e all’eutanasia, che pure trova diverse espressioni dialoganti anche all’interno della stessa chiesa cattolica. Ricevendo in Vaticano l’Associazione dei medici cattolici italiani, disse che “il pensiero dominante propone a volte una ‘falsa compassione’: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre”.

LA CASSAZIONE E CATALANO

La Cassazione dice che la Costituzione non vieta alle coppie gay di "generare". 
Aggiungiamo: ma nemmeno agli asini di volare
di
 | 01 Ottobre 2016


Non serviva scomodare la Corte di Cassazione per dirlo. Bastava Catalano, indimenticabile personaggio delle ovvietà di “quelli della notte”: la Costituzione italiana non vieta a due persone dello stesso sesso di “generare figli”. E invece l’ha detto proprio la Cassazione! Il fatto è che i giudici non sanno più che inventarsi per essere sicuri che anche l’Italia riconosca la genitorialità per coppie gay: e quindi ci è toccato sentire pure questa frase surreale, cuore della sentenza con cui la Cassazione ha consentito di trascrivere l’atto di nascita di un bambino nato in Spagna da una coppia lesbica (una ha messo l’ovocita e l’altra ha partorito) e sicuramente da un uomo, presumibilmente un “donatore” di sperma. Il padre è cancellato, la madre raddoppiata.
L’avesse detto uno studente all’esame di diritto costituzionale, l’avrebbero cacciato su due piedi. Invece adesso fa parte della giurisprudenza italiana. Continuando il ragionamento – tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso, a prescindere dal fatto che esista o no – da oggi siamo certi che la nostra costituzione consente, perché non vieta, nell’ordine:  il volo degli asini, lo schiamazzo notturno dei fantasmi, l’atterraggio degli ufo nelle aree urbane, la reincarnazione.
Quest’ultimo punto soprattutto ci conforta, viste le notizie dalla Cina, a proposito della quale Antonio Socci riferisce che “al Capitolo V (articoli 36-39) dei nuovi regolamenti sulle attività religiose del regime comunista di Pechino, si dispone che è vietato reincarnarsi senza il permesso del Partito”. Si tratta di una disposizione per “controllare” le reincarnazioni dei “budda viventi”, che devono fare domanda ad apposito dipartimento. Tutto vero (v. anche Bernardo Cervellera, direttore di Asia News) e per niente divertente, visto che fa parte delle repressioni sanguinose antitibetane da parte del regime comunista cinese. Ma il tasso di assurdità è lo stesso di quello espresso dall’ideologia dominante, che si serve anche di certi tribunali. Forse perché sempre di regimi si tratta: gratta gratta...


DUE CHIACCHIERE CON CHESTERTON

IL PAPA, L’ANNUNCIO, LA VERITÀ. 

·         scritto da Aldo Maria Valli
Domenica 25 settembre, mentre il papa in piazza San Pietro pronuncia l’omelia nella messa per il giubileo dei catechisti, a un certo punto mi sento tirare per la giacca.
Mi volto di qua, mi volto di là, ma non vedo nessuno. Mistero. Poi di nuovo quella tirata. Ed ecco lì, accanto a me, l’anima di Gilbert Keith Chesterton!
Non c’è dubbio. È proprio lui: il buon vecchio Gilbert, con tanto di baffoni spioventi e occhialetti in bilico sul naso!

«Scusa Gilbert – gli dico – non vedi che sono in diretta tv? Che vuoi?».
L’anima di Chesterton mi guarda e poi indica il testo del papa. Mi invita a dare un’occhiata ai primi paragrafi, ma io proprio non posso: sto lavorando, che diamine!
Dico a Chesterton di portare pazienza. Gli risponderò quando avrò un minuto di calma, cosa assai difficile, per la verità, per un povero cronista.
Oggi comunque un minuto ce l’ho, e dunque vediamo: cos’è che voleva farmi notare l’amico Gilbert?
Ah, ecco, sì, questa frase del papa: «È amando che si annuncia Dio-Amore: non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale. Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia. Non si parla bene di Gesù quando si è tristi; nemmeno si trasmette la bellezza di Dio solo facendo belle prediche. Il Dio della speranza si annuncia vivendo nell’oggi il Vangelo della carità, senza paura di testimoniarlo anche con forme nuove di annuncio».
Beh, mi sembra un passo molto bello, molto condivisibile, molto…
Ma, che succede? Di nuovo mi sento tirare per la giacchetta.
«Oh, eccoti qua! Bentornato mister Chesterton! Dunque, perché mi chiedevi di rileggere questo passo?».
«Ma come – bofonchia Gilbert succhiando un sigaro puzzolente – non noti qualcosa che non va?».
«Veramente no. Mi sembrano pensieri pieni di fede in Dio e amore per le persone».
«Sei proprio un giornalista, superficiale come tutti quelli della tua specie! Leggi e rifletti. Il papa dice che Dio, che è Amore, si annuncia amando. Ma che significa amare? Qui sta il punto».
«E il papa mi sembra chiaro nella risposta: significa non cercare di convincere, non imporre la verità, non irrigidirsi su qualche obbligo religioso o morale, bensì incontrare le persone, prestare attenzione alle loro storie, ai loro cammini. E farlo con gioia, non con la faccia corrucciata. Non è bellissimo?».
Nuvoletta di fumo dal sigaro.
«Amare – dice Gilbert – significherebbe dunque incontrare le persone, e sorridere…».
«Esatto».
«Ma che significa incontrare le persone?».
«Beh, credo che significhi cercare di capirle, consolarle, dire loro qualche parola buona, mettersi nei loro panni, senza giudicare, senza provocare disagio…».
Altro fumo dal sigaro, sempre più puzzolente.
«Ma non ti sembra, amico mio, che questo lo facciano già in tanti? Voglio dire: ovunque puoi trovare qualche forma di consolazione sotto forma di incontro, accompagnamento e compagnia bella. Io, francamente, dalla Chiesa mi aspetterei qualcos’altro. Qualcosa di più. Mi aspetterei l’annuncio della Verità. E poi, a dirla tutta, se c’è qualcuno che ogni giorno viene messo a disagio, in questo mondo scristianizzato e ormai pagano, è proprio il credente cattolico. Il problema non è che noi possiamo mettere a disagio gli altri: il problema è che gli altri mettono continuamente a disagio noi!».
«Senti Gilbert, tu sai che al papa sta molto a cuore la misericordia. Inoltre non credo proprio che lui suggerisca di rinunciare all’annuncio della Verità».
«Ah, la misericordia! Anche in questo caso, tutto considerato, penso che dovrebbe essere il mondo a dimostrare un po’ di misericordia verso noi cattolici!».
«Vedo che ti piace rivoltare la frittata…» .
«Non rivolto un bel niente. Sono realista».
«D’accordo, ma non puoi dire che non ci sia bisogno di incontro, di accompagnamento…».
«Bah! Che cosa significa incontrare? E accompagnare? Incontrare le persone, da quel che intuisco, vorrebbe dire fare i conti con le loro singole situazioni. Vorrebbe dire comprenderle. Giusto? Ma qui siamo, se mi si passa il termine, in pieno situazionismo spirituale. E come la mettiamo con la verità? Anzi, con la Verità?».
«Gilbert, vedo che non vuoi capire. La verità, anzi la Verità, la si testimonia proprio nell’incontro, nell’accompagnare l’altro con amicizia e spirito di comprensione. Immagino che il papa intenda questo. È un impegno che richiede molta passione, molta fatica. Ben più facile è limitarsi a enunciare qualche precetto facendolo cadere dall’alto, senza coinvolgersi».
«Uhm! Non mi convinci. Gesù incontrava tutti, e va bene, ma certamente non rinunciava ad annunciare la Verità, anche in modi bruschi, e a ribadire la validità dei comandamenti, con tutte le conseguenze morali che ne derivano. “Non sono venuto a portare la pace, ma una spada…”».
«Ma, scusa, come non essere d’accordo con il papa quando raccomanda di non irrigidirsi attorno agli obblighi religiosi e morali?…».
«Io non so che cosa intenda con il verbo “irrigidirsi”. Quello che so è che senza obblighi religiosi, e dunque morali, l’idea di verità resta vuota, senza sostanza, come un sacco pieno d’aria».
«Scusa tanto, caro il mio Gilbert, ma il papa ricorda, e secondo me fa bene, che il Signore non è un’idea, ma una Persona. Nessuno si innamora di un’idea, per quanto alta e nobile possa essere, né tanto meno di un precetto o di un obbligo religioso o morale. L’amore per una persona è qualcosa di caldo, di vitale. Bisogna fare i conti con tutto: gli errori, le cadute, le contraddizioni…».
Fumo di sigaro a tutto spiano.
«Certo, certo. Ma Gesù è il Maestro. E il maestro insegna. E gli insegnamenti di un maestro sono fatti di contenuti. E nei contenuti il discepolo trova le indicazioni per la vita di quaggiù e soprattutto per guadagnarsi quella di quassù. Trova oggettivamente la differenza tra bene e male, tra virtù e peccato. Incontrare, ascoltare, accogliere e accompagnare sono verbi che suonano bene alle orecchie della modernità, ma che significano? Bisogna riempirli di contenuti!».
«Senti, Gilbert. Tu sei nato nel 1874 e passato a miglior vita nel 1936. Ti rendi conto? Da allora tutto è cambiato, non siamo più nello stesso mondo! Adesso abbiamo la società liquida, il pensiero debole, tutte queste cose, e tu mi vieni a parlare di contenuti oggettivi. L’uomo di oggi ha bisogno di altre parole, di altri metodi. Cerca di capire…».
L’anima di Chesterton, piuttosto corpulenta a dire il vero, incomincia ad agitarsi.
«Capisco fin troppo bene, vecchio mio. E vedo che anche nella Chiesa è entrata la filosofia della situazione, del singolo caso. Per cui non c’è più una verità oggettiva, ma c’è soltanto una verità soggettiva: tante verità quanti sono i soggetti, quante sono le condizioni di vita dei soggetti. Ne prendo atto. Ma sai come si chiama questo?».
Pausa con fumo.
«Dimmelo tu, Gilbert».
«Si chiama relativismo, vecchio mio».
«Senti Gilbert, adesso esageri. Restiamo alle parole del papa. Poco prima della frase che mi hai chiesto di rileggere, Francesco dice che non bisogna stancarsi di mettere al primo posto l’annuncio della risurrezione del Signore, e aggiunge che “non ci sono contenuti più importanti” e che “nulla è più solido e attuale”. Eccola qua la verità oggettiva, che ti sta tanto a cuore. Nero su bianco».
«È vero, e trovo che il papa abbia fatto molto bene a ricordarla. Ma mi sarei aspettato che, subito dopo, dicesse: ecco la verità che siamo chiamati a proclamare a tutti, specie in un mondo che va nella direzione della melassa situazionista, ecco l’annuncio da proporre incessantemente e che inevitabilmente deve sostanziarsi in precisi obblighi religiosi e morali, perché altrimenti si resta nel vago e si sfocia nella falsità. E la menzogna, come sai, non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità».
«Oh Gilbert, ti prego! Non è il caso che citi le tue famose parole. Resta il fatto che secondo me sei davvero troppo critico».
Altro sigaro, altro fumo.
«Certo che sono critico, nel senso etimologico della parola. Criticare viene da krino, cioè giudicare, nel senso di distinguere. L’uomo dotato di ragione è un uomo che distingue. Ma voi avete perso questa buona abitudine: mettete tutto insieme, e così avete perso anche il desiderio di cercare la verità. La maggior parte delle filosofie moderne non sono filosofia, ma dubbio filosofico».
«Gilbert, ti prego, ho detto basta con le autocitazioni. Non è elegante».
«D’accordo, ancora una e poi basta: tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla. Ecco il problema. Siete saturi di sentimentalismo. Niente più ragione, solo sentimentalismo centrato sulle singole situazioni. Di qui tutta la retorica dell’incontro, dell’accompagnare. Ma l’incontro va riempito di contenuti oggettivi: altrimenti, perché incontrarsi?».
«Senti, Gilbert, io non credo proprio che il papa, quando dice di non irrigidirsi attorno ai principi morali, voglia rinunciare ai contenuti. Propone solo un metodo che lui ritiene giusto per l’uomo di oggi».
Fumo, molto fumo di sigaro.
«Ah! Però dice che la bellezza di Dio non si trasmette solo  facendo belle prediche. E, dicendo questo, lascia intendere che chi è attento ai contenuti alla fine è un formalista, anche un po’ musone. Ma se c’è qualcosa di peggio dell’odierno indebolirsi dei grandi principi morali, è l’odierno irrigidirsi dei piccoli principi morali».
«Gilbert! L’avevi promesso: niente più citazioni tratte da te stesso! Guarda, io credo che questa nostra conversazione non abbia molti sbocchi. E poi adesso ho da fare».
«D’accordo. Ma a voi cattolici contemporanei, che siete tanto presi dall’aggiornamento e non avete più riguardo per la filosofia cristiana, vorrei dire ancora una cosa: una nuova filosofia in generale significa in pratica l’espressione di qualche vecchio vizio».
«Gilbert! Sei incorreggibile! Lasciatelo dire,  vecchio scorbutico! La prossima volta non ti lascerò tanto spazio! Capito? Ehi, Gilbert? Gilbert!?».
Niente, se n’è andato.
E guarda qui quanti mozziconi di sigaro. Ora mi tocca anche pulire.
Aldo Maria Valli