venerdì 15 giugno 2018

CAOS MIGRANTI INTERVISTA A MONS. PENNISI


Europa irresponsabile, serve un'ospitalità condivisa
Mentre Francia e Italia si scontrano sulle politiche di accoglienza, la nave Diciotti è arrivata a Catania con 932 migranti. Il commento di MICHELE PENNISI, arcivescovo di Monreale (Palermo)

14 GIUGNO 2018 ilsussidiario 
I paesi europei hanno lasciato l'Italia sola. Integrare si può e si deve, ma con intelligenza: non si possono accogliere tutti, dice al Sussidiario mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale (Palermo). La Sicilia è la frontiera dell'immigrazione italiana, e proprio mentre Francia e Italia si scontrano sulle politiche di accoglienza, la nave Diciotti è arrivata a Catania con 932 migranti. 
Monsignor Pennisi, cosa pensa del caso Aquarius
Si tratta di una situazione ambigua, perché gli immigrati sono stati trasbordati sull'Aquarius anche da navi militari italiane (la motovedetta della guardia costiera italiana CP319, ndr). Poco fa è attraccata a Catania la nave Diciotti, con quasi mille migranti a bordo. Che gli altri siano stati lasciati in balia del mare, mi pare una cosa strana.
E cosa pensa di questo cambio di passo nelle politiche migratorie italiane?
Obiettivamente, il passo compiuto dal governo di alzare un po' la voce ha richiamato l'Europa alle sue responsabilità. L'Unione Europea non può limitarsi a pacche sulle spalle e telefonate di solidarietà, deve affrontare in modo responsabile questo fenomeno che non è di breve durata ma epocale. Però i paesi europei hanno lasciato l'Italia sola, questo va detto.
E adesso?
Alzare la voce qualcosa può smuovere, ma non risolve il problema. Tocca agli Stati rendersi reciprocamente interlocutori per affrontarlo in modo serio. Il regolamento di Dublino va cambiato, ma anche qui c'è qualcosa di contradditorio: i governi amici del nostro attuale governo sono quelli (il gruppo di Visegrad, ndr) che poi nei fatti hanno chiuso a che tutti i paesi europei possano accogliere una quota di immigrati.
A questo proposito, che soluzione auspica?
Se il flusso dei migranti venisse suddiviso in modo ragionevole fra Grecia, Malta, Italia, Francia e Spagna e se anche altri paesi fossero ricettivi, faremmo un serio passo avanti. 
Il governo intende consentire di sbarcare solo a navi militari italiane, non a quelle di Ong, che sono a tutti gli effetti navi private. 
Non si può generalizzare. Conosco Ong che fanno un lavoro umanitario assolutamente meritorio, ma qualcuno nutre il sospetto, da provare, che qualche Ong abbia un accordo con i mercanti libici di carne umana. 
Lei che dice?
Se queste Ong impegnate sul campo battono bandiera tedesca, olandese, spagnola eccetera, perché Germania, Olanda, Spagna non si fanno carico di quei migranti? Potrebbero attraccare in un porto italiano e poi far proseguire le persone nei paesi di destinazione.
Qual è la soluzione che la convince di più?
Quella dei corridoi umanitari, perché con la collaborazione di ambasciate e consolati si identificano le persone bisognose di protezione e il loro viaggio è tutelato. Ho conosciuto un immigrato che ha speso 7mila euro per venire in Italia dal Bangladesh e poi è stato derubato in Libia.
La crisi migratoria nasce nell'Africa subsahariana. Senza un impegno su quel fronte, non resteremo sempre impotenti?
Non conosco bene gli Stati dell'Africa subsahariana, tranne il Burkina Faso dove un mio ex alunno è direttore della Caritas della capitale, però posso dire senz'altro che laggiù l'Europa non c'è. Ci sono le organizzazioni umanitarie, ci sono i singoli stati, e tra questi la Cina, che fanno i loro interessi. Ogni politica di sviluppo funziona se le persone vengono aiutate sul posto. Conosco la Tanzania, è uno Stato con una stabilità politica, laici e gruppi cristiani di ogni confessione stanno investendo molto in istruzione e sanità, anche la mia diocesi ha fatto la sua parte: abbiamo attrezzato una sala parto in un villaggio, tempo addietro abbiamo costruito asili, un convitto per ragazze di un liceo scientifico. La Tanzania non solo in questi anni non ha mandato nessun migrante, ma ha accolto circa un milione di profughi dagli Stati confinanti. 
Qual è il cuore di una vera politica di sviluppo?
Un aiuto alle persone fuori da logiche speculative. Purtroppo la collaborazione internazionale fatta attraverso i governi spesso ha finanziato i governi locali, non le opere e i popoli.
E il cuore di una politica migratoria?
Saper tenere conto di vari fattori, prima di tutto l'accoglienza ma anche la sicurezza.
Si possono accogliere tutti?
No. Occorre un'accoglienza aperta, benevola ma equa. Di nuovo, parlo delle realtà che conosco, non mi pronuncio su ciò che accade da altre parti. In Sicilia la gente è accogliente, ci sono comuni dove gli immigrati, invece di essere fatti oziare, vengono impiegati in piccoli lavori socialmente utili. E' un inizio di integrazione, a mio modo di vedere fondamentale. Nella mia diocesi c'è un piccolo comune, Roccamena, dove un bambino immigrato è stato battezzato, il sindaco gli ha fatto da padrino, è stata una festa per tutti. Nel  comune Balestrate in questi giorni si svolge un campo estivo per bambini da 3 a 5 anni al quale partecipano due bimbi nigeriani, due cinesi e alcuni venezuelani. A Montelepre si tiene ogni anno una sacra rappresentazione della Bibbia con centinaia di personaggi, in questi anni si sono coinvolti anche i migranti. 
Avete strutture diocesane che ospitano immigrati?
No, lo facciamo nelle parrocchie, dove questo è possibile, a spese nostre, senza volere nulla dalla prefettura. La Caritas mi ha detto che in questi anni abbiamo accolto circa 750 migranti spendendo 30mila euro dei fondi dell'8 per mille. Possiamo provvedere all'emergenza, poi tocca alle prefetture.
Perché ci tiene a sottolinearlo? 
Perché le soluzioni non possono essere estemporanee, le persone vanno sistemate in modo dignitoso altrimenti l'accoglienza diventa controproducente.
Cosa pensa dell'ipotesi di rimandare indietro i migranti economici?
Non sono d'accordo, la Sicilia è stata per decenni una terra di emigrazione, e lo è stata per necessità economiche. Non è facile distinguere, mi rendo conto, e certamente la cosa va razionalizzata. Non si possono accogliere tutte le persone possibili e soprattutto quelle che si accolgono bisogna integrarle. Perché questo avvenga al meglio ci vogliono centri piccoli, vedere fino a 4mila persone di etnie e religioni diverse in un Cara (centro accoglienza richiedenti asilo, ndr) come quello di Mineo non ha senso, fa male a noi e a loro.
Dal punto di vista operativo, quali sono i pilastri dell'integrazione?
Una organizzazione di carattere amministrativo molto efficiente, persone culturalmente senza pregiudizi e rispetto della sicurezza. Se qualcuno delinque, deve sapere che viene subito rispedito a casa.
(Federico Ferraù)


martedì 12 giugno 2018

PUO’ NASCERE UNA NUOVA DESTRA?



 MAURO MAGATTI

Sovranista e populista sono i due termini usati per tratteggiare il profilo dei nuovi partiti di destra che si stanno affermando in tutto il mondo. Ampiamente indeterminate e per certi versi confuse, sono però queste le parole utilizzate dai leader emergenti per marcare una discontinuità dall’eredità neo-liberista e globalista di Reagan e Thatcher.
 
Discontinuità che viene cercata nel momento in cui il modello della globalizzazione non è più in grado di creare integrazione attraverso una crescita trainata dalla liberalizzazione dei mercati finanziari. Il cambio di direzione è netto: per affrontare la stagione nella quale viviamo occorre una nuova centralità dello stato come attore fondamentale per difendere gli interessi nazionali in un contesto diventato molto più turbolento e conflittuale.

È questa la via lungo la quale diventa possibile — nella prospettiva dei partiti della nuova destra — riannodare i fili della crescita economica, dell’integrazione sociale e del consenso politico. Come in tutti i cambiamenti di fase, il nuovo schema spiazza il modo di pensare abituale e produce effetti inattesi: non deve dunque stupire che, in tutto il mondo, vi siamo schiere di esperti che non capiscono quelle che sta accadendo. Nè che siano i ceti popolari quelli che in America votano per un miliardario come Trump o che da noi approvano la flat tax, manifestamente a vantaggio dei più ricchi.

Nelle scorse settimane, l’abilità di Salvini è stata quella di attirare il M5S lungo questa strada che costituisce sin dall’inizio l’obiettivo della sua azione.Per quanto scaltra — tanto da essere riuscita a portare a casa, contro tutto e tutti, l’inedita compagine di governo guidata da Conte — la mossa del leader leghista è destinata a scontrarsi con due questioni che saranno poi determinanti nel segnare il destino della Lega, del governo e dell’Italia.

La nuova destra — sovranista e populista — nasce dal naufragio dell’ordine liberale sorto con il 1989. Nel mondo multipolare nel quale ci troviamo oggi a vivere, sono gli stessi interessi economici a rendersi conto di aver bisogno di una politica forte per gestire le tensioni interne (vedi la centralità delle immigrazioni) ed esterne (come si vede dal ritorno di temi quali i dazi o la sovranità monetaria). Per giocare la partita della «seconda globalizzazione» — dove vi sono attori politici diversi in aperta competizione tra loro — occorre una stato autorevole. Esigenza talmente forte da tradursi fuori dall’occidente nella moltiplicazione di regimi autocratici. E proprio qui sta il punto: nel quadro della Ue, l’Italia ha la forza e la stazza per giocare da sola questa partita? In positivo, la sfida di Salvini potrebbe costituire l’occasione per rinegoziare i trattati europei in un modo più favorevole rispetto agli interessi italiani. In negativo, il rischio è che il gioco sia troppo difficile e che il leader leghista sia costretto a venire risucchiato nella logica indipendentista del «fuori euro». Esito che — tenuto conto del livello del debito e di credibilità che abbiamo — porterebbe all’Italia solo un sacco di guai.

Il secondo nodo ha a che fare con le contraddizioni che derivano dal contratto siglato con i M5S. In effetti, con il passaggio elettorale e la formazione del governo, il movimento di Grillo ha ormai subito una doppia trasformazione. Da un parte, si è meridionalizzato: a sorpresa, la rete si è rivelata il canale attraverso cui si sono coagulati gli interessi di quei gruppi che, concentrati nelle regioni più marginali, non riuscivano a far sentire la propria voce; effetto enfatizzato dalla scelta di un leader napoletano come Luigi Di Maio. Dall’altra parte, il Movimento ha ulteriormente accentuato la propria propensione «statalista»: per affrontare gli interessi che lo hanno votato, la soluzione adottata é anche la più semplice, e cioè la vecchia idea di stato visto come ente pagatore in ultima istanza.La proposta del reddito di cittadinanza è la sintesi di questa doppia metamorfosi. Il problema è che ciò è destinato a creare un corto circuito col disegno di Salvini: quanto più lo stato sarà spendaccione e assistenzialista, realizzando le pro-messe del contratto di governo, tanto più perderà di credibilità, finendo così per indebolirsi.

Gli esiti di questa secondo contraddizione possono essere solo due: o l’uscita dall’Euro sull’onda dall’ipotesi che la sovranità monetaria possa essere la via per concretizzare le promesse fatte agli elettori. Tesi falsa, che condannerebbe l’italia a un destino greco-argentino. Oppure la distruzione della coalizione di governo, spingendo le Lega a ricostruire il centro destra dopo aver spaccato il M5S. Esito molto più probabile. Ma non si tratterà comunque di un «ritorno a casa», quanto piuttosto di una profonda mutazione: una nuova destra post-berlusconiana, molto più conservatrice e nazionalista nei modi e nei toni, tentata di usare registri fortemente antieuropei e antistranieri, strumentalizzando i riferimenti cristiani come base culturale delle proprie posizioni. Insomma, un’altra storia.

9 giugno 2018 CORRIERE DELLA SERA



lunedì 11 giugno 2018

DALL’IDEOLOGIA AL REALISMO: IL PERCORSO DELLA LEGA PUO’ ESSERE UTILE ALL’ITALIA?




UN INTERVENTO DI ANTONIO SOCCI

Il fenomeno politico più sorprendente della terza Repubblica (e in ascesa) è la Lega di Matteo Salvini. Alle elezioni del 4 marzo ha conquistato la leadership del centrodestra, poi è diventata il pilastro del nuovo governo (a cui dà la sua forte impronta), miete consensi anche al Centro e al Sud Italia ed è accreditata dai sondaggi nazionali fra il 25 e il 28 per cento.

Il Pensatore, Auguste Rodin, Museo Rodin, Parigi        
Eppure il Giornale Collettivo del Pensiero Unico e gli intellettuali ne parlano solo per scagliare anatemi e sberleffi. Irrisione e demonizzazione. Nessuno che rifletta su quello che sta accadendo o che spieghi la clamorosa esplosione di consensi per Salvini, che di certo non è dovuta a qualche campagna mediatica perché – anzi – la sua Lega ha tutti contro: l’establishment, i media e la rete.

Tutti a coprirla di critiche e perfino di fango. Cosa che rende ancora più straordinario il consenso massiccio degli italiani per il leader lombardo.
Quando la Lega Nord irruppe con Bossi nel panorama politico la demonizzavano accusandola di attentare all’unità del Paese. Oggi scagliano contro la Lega di Salvini l’accusa opposta: quella di sovranismo e di nazionalismo.
Questo capovolgimento di accuse potrebbe far pensare a un ribaltamento politico della Lega. In realtà è il contrario.

Documenta il ribaltamento politico dell’establishment che prima era statalista e centralista e dopo ha svenduto la sovranità nazionale italiana (sovranità monetaria, politica ed economica) alla signoria dei mercati globali e alla tecnocrazia dell’Unione Europea, facendo dell’Italia una colonia dei mercati, della Germania e della Francia (entrambe le versioni dell’establishment – statalista o europeista – hanno in comune un fisco vessatore e dissanguatore).

Il percorso dalla Lega Nord di Bossi alla Lega di Salvini ha una sua forte coerenza. Salvini è rimasto fedele all’identità originaria e se oggi va forte in tutta Italia “significa che la semente era buona” come ha detto Umberto Bossi.

Non a caso Salvini continua a portare sulla giacca la spilla di Alberto da Giussano che simboleggia la battaglia di libertà dei comuni italiani contro l’imperatore germanico Federico Barbarossa. Riferimento storico che appare ancora più significativo oggi che la Lega guida la battaglia contro la nuova egemonia imperiale tedesca.

Del resto Alberto da Giussano e la battaglia di Legnano facevano già parte della nostra cultura nazionale come simboli del Risorgimento contro l’occupazione straniera dell’Italia: il nostro stesso Inno nazionale, scritto da Mameli nel 1846, evoca Legnano (“Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano”). Ci sono poi “La battaglia di Legnano” di Giuseppe Verdi e la “Canzone di Legnano” di Giosuè Carducci.

Contro lo strapotere imperiale tedesco, la difesa dell’indipendenza municipale fatta dai Comuni della Lega Lombarda (col sostegno della Chiesa di Alessandro III), nel 1176, fu giustamente interpretata dal Risorgimento, nel XIX secolo, come una difesa della stessa nazione italiana schiacciata dall’Impero germanico-europeo.

E questo legame profondo fra identità municipale e identità nazionale (tipico dell’Italia), colto dal Risorgimento, è anche ciò che unisce le due stagioni storiche della Lega.

La Lega di Salvini infatti ha avuto la capacità di capire cosa stava accadendo col ciclone della globalizzazione (che ha portato pure le migrazioni di massa), con il dominio della finanza sugli stati e con le conseguenze di Maastricht e della moneta unica: una distruzione di tutte le identità (nazionali, statuali, regionali, municipali, culturali, religiose e personali) e una distruzione del benessere.
E’ stata l’intuizione di Salvini che non è un intellettuale, ma (come Bossi agli inizi della Lega) è un vero politico che sta fra la gente e per questo sa percepire molto meglio degli intellettuali quello che accade.

Salvini ha saputo attrarre attorno al suo progetto persone e aree diverse. Anche alcuni della sinistra anticonformista e molti elettori di sinistra.
Perché è stata la Lega a capire e denunciare le tragedie di questa globalizzazione che è una “glebalizzazione” dei popoli (copyright Diego Fusaro). Contro Salvini si è scatenata la Sinistra ufficiale e il suo apparato mediatico. Perché la Sinistra è stata il braccio operativo delle élite globali.

Così la Lega è stata irrisa e demonizzata come del resto Donald Trump e Vladimir Putin. Eppure sono proprio questi leader a rappresentare la speranza di riscossa dei loro popoli.
Da noi la vecchia sinistra resta un rottame politico del ’68 e del comunismo (anche del cattocomunismo) che, dopo aver assecondato la demolizione degli stati nazionali e dello stato sociale, ora si aggrappa alla Merkel e a Macron. Cioè alla vera destra. Così la sinistra si è suicidata.

Con lei, e con “questa” Europa franco-tedesca, l’Italia ha subito l’esproprio del primo “bene comune” (la moneta), della sua sovranità, un’emigrazione di massa disastrosa, l’impoverimento del ceto medio, la crescita zero del pil e si è perso un quarto della produzione industriale. Inoltre è triplicata la povertà assoluta, è esplosa la disoccupazione giovanile, sfasciata la sanità, attaccate le pensioni, le periferie ridotte al degrado e il Sud alla marginalità.

In pratica sono stati demoliti insieme lo stato nazionale e lo stato sociale.
Ecco perché un intellettuale di sinistra come Alberto Bagnai, economista di raffinata cultura, è approdato alla Lega senza rinnegare i suoi valori. Tempo fa scrisse: “Il motivo per cui la sinistra non vuole confrontarsi col concetto di nazione è evitare di confrontarsi col concetto di tradimento”.
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Antonio Socci
Da “Libero”, 10 giugno 2018

venerdì 8 giugno 2018

ANGELO SCOLA : IL SIGNIFICATO DEL BENE COMUNE


 Con il post n. 2000 riprendiamo un intervento del 2012 del Card. Angelo Scola, sul tema del BENE COMUNE, argomento che il Crocevia ha ripreso più volte nel corso degli ultimi anni

1.      Il “bene comune”: un valore non più ovvio

Sarebbe del tutto illusorio pensare che il mero ricorso alla categoria di “bene comune” possa fungere oggi da punto di riferimento per l’edificazione della vita sociale. Basti riflettere sul dato che questa categoria teorica è propria di una “etica sostantiva”, un’etica che veicola, quindi, una determinata concezione del bene umano. Etiche sostantive non possono di fatto essere poste alla base di società pluralistiche come quelle attuali. Il significato della categoria di “bene comune” è infatti assai problematica nell’odierna condizione sociale pluralistica che, con Maritain, possiamo definire di babélisme: «La voce che ciascuno proferisce non è che un puro rumore per i suoi compagni di viaggio». In questo senso potremmo dire che viviamo una crisi comunicativa. Non riusciamo a raggiungere una concezione universale dell’uomo come orizzonte di una comune intesa. In assenza di questo codice, la pluralità fa problema, tanto più che l’aumento e l’accelerazione dei flussi migratori (processo di meticciato di civiltà) hanno decisamente cambiato l’assetto del mondo: i “diversi” che noi siamo si trovano – volenti o nolenti – a dover progettare una convivenza, senza poter più contare sui grandi racconti del passato, su quelle potenti narrazioni che suggerivano d’emblée le coordinate del bene comune. Sembra che oggi non sia più possibile raccontare in modo credibile la verità circa l’esperienza umana.
Giussani, Balthasar e Scola (dal sito di CL)
Viviamo ormai nella convinzione più o meno esplicita che la ragione umana sia uno strumento debole, incapace di portare a termine il compito di conoscere la realtà e di stabilire valori da tutti condivisibili. Considerata l’atmosfera che respiriamo, si capisce quanto sia divenuto difficile comunicare tra persone e soggetti associati che hanno concezioni del mondo così diverse e contrastanti. Non è un caso che le democrazie siano oggi per lo più in crisi. Dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose o è invece possibile trovare strade percorribili per il recupero del valore sostanziale del “bene comune” in vista dell’edificazione di una società che renda possibile la “vita buona”? La difficoltà a comunicare a questo livello costitutivo della vita civile va considerata come un grave sintomo da non sottovalutare, se vogliamo difendere lo spazio politico di una convivenza democratica. Habermas è sempre stato particolarmente attento a questo indicatore: «La condizione in cui si trova una democrazia si può accertare solo sentendo il polso del suo spazio pubblico politico».

2.     Bene comune e comunicazione

Per un tale ricupero è imprescindibile partire da quella che possiamo chiamare l’esperienza elementare ed integrale, comune all’uomo di ogni epoca. Essa parla una lingua che è come una sorgente perenne: niente e nessuno la può spegnere. Attraverso le grandi ed universali parole della vita e della morte, dell’amore, della giustizia e della pace, il fiume carsico della questione non posta improvvisamente riaffiora: «Ed io che sono?»; «Alla fine chi mi assicura?». Così l’io e l’altro, nell’unità duale insuperabile di individuo e comunità, che caratterizza l’uomo in quanto creatura, tornano alla ribalta. A livello dei rapporti interpersonali, che possiedono un obiettivo primato nell’umana convivenza, la comunicazione riconosce l’unicità di ogni singolo uomo e nella maggioranza degli uomini giunge ad affermare il Fattore personale e trascendente che ne custodisce gelosamente l’assoluta dignità. Tuttavia non è possibile fermarsi a questo livello del problema. Infatti il terzo compare sempre e tra i tre (la società) è necessario che si stabilisca un ordine (istituzioni, politica, Stato), per impedire che la possibile assolutezza della gratuità nel rapporto io-tu diventi ingiustizia rispetto al terzo: «L’io appunto in quanto responsabile verso l’altro e verso il terzo, non può restare indifferente alle loro interazioni e, nella sua carità per l’uno, non può liberarsi dal suo amore per l’altro (…) Ecco l’ora della giustizia inevitabile che la stessa carità esige». È importante sottolineare quindi che l’apparire del terzo è un dato costitutivo dell’umana esperienza. Basta pensare al rapporto del bambino con il padre in relazione a quello con la madre. È il padre a porre originariamente la questione del terzo. La libertà del figlio, che incontra nel rapporto con la madre la sua prima identificazione, è dolorosamente condotta dalla presenza del padre a quel salutare scambio col reale che gli evita la chiusura autistica. Fin da questo livello elementare la presenza del terzo introduce, per così dire, al principio di realtà. La relazione familiare (padre, madre, figlio) rappresenta in nuce l’avvenimento della communitas, cioè della società e, in questo modo, ci permette di prendere coscienza dell'originaria socialità dell'uomo. A questo punto è possibile, proprio a partire dalla considerazione di questa esperienza comune ad ogni uomo, affermare che la relazione costituisce un bene condiviso che, se viene assunto consapevolmente, può essere riconosciuto come il bene comune, il bene dell’essere insieme all’interno delle odierne società pluralistiche. L’identità umana infatti documenta che costitutivamente la persona è un io-in-relazione. Il bene sociale primario dell’essere insieme, che trova nella relazione e, pertanto, nella comunicazione la sua punta espressiva, deve essere scelto da tutti i soggetti che abitano la società civile, come bene politico.

3.     Per una riformulazione del “bene comune”

AFFERMAZIONI FORTI


BERLICCHE
Il Corriere ha definito “affermazioni forti che hanno sollevato un polverone sui social” il fatto che il neoministro Fontana abbia detto “credo e dico (…) che la famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà”.

Hanno ragione. Sono affermazioni molto forti. Era ora, dopo anni di affermazioni deboli e inconsistenti. “Un bambino può avere due mamme o due papà”, ad esempio: sarebbe interessante sapere fisicamente come questo sia possibile. E’ ovvio che in questo secondo caso non si parla di niente di reale. Il bambino di cui parla Fontana è una persona concreta; l’altro un oggetto legale, di desiderio, un costrutto ideologico ad uso e consumo di uno stile di vita intrinsecamente sterile che non accetta di esserlo.
E’ il pensiero debole di chi non sa stare al mondo, e quindi si inventa un universo dove il bianco non sia bianco e il nero non sia nero, i bambini si possano comprare, fabbricare o, se sgraditi, eliminare. Dove tutto ciò che è reale può essere messo in dubbio, e il dubbio diventa l’unica cosa reale. Così che non è permesso opporsi al fatto che tutto sia permesso, e dire il vero è accolto da strilli scandalizzati e increduli.
Se si fosse in pericolo, chi si affiderebbe a qualcuno di debole?  Ecco, noi siamo in pericolo di smarrire ciò che ci rende umani. Affermare debolmente una cosa vuol dire non crederla davvero. Cioè raccontare balle, sollevare polvere. Che questa sia la normalità invocata da alcuni la dice lunga…

giovedì 7 giugno 2018

CI PROVIAMO A LEGGERE UN LIBRO


LEONARDO LUGARESI
Con qualche amico abbiamo pensato di trovarci ogni tanto per aiutarci ad affrontare la lettura di un “libro imperdibile”, cioè di un testo che consideriamo veramente importante ma che magari non è proprio il tipo di lettura che si fa la sera prima di addormentarsi o mentre si è nella sala d’attesa del dentista. Una  presentazione del libro e un dialogo per mettere insieme impressioni e difficoltà di lettura possono essere un modo semplice per aiutarci a riprendere una pratica, quella della formazione culturale, che oggi è sempre più necessaria e allo stesso tempo sempre più difficile da mantenere.
Vedremo se funziona. Il primo incontro lo facciamo giovedì 7 giugno alle ore 21 a Cesena, in via Serraglio presso la sede di Assiprov. Chi è interessato e vuol partecipare è il benvenuto. 
Qui di seguito riporto una breve scheda di presentazione del libro con cui abbiamo scelto di cominciare.
Hans Urs von Balthasar, Luigi Giussani, L’impegno del cristiano nel mondo, trad.it. Milano, Jaca Book, 20173.

Il libro raccoglie un ciclo di conferenze tenute dai due autori nel 1971 ad un gruppo di universitari svizzeri di Comunione e Liberazione.
Non è, come si potrebbe pensare dal titolo, un libro su “cristianesimo e società” o “cristianesimo e politica”, un libro incentrato sull’etica, cioè su come il cristiano deve agire nella società e nella politica. Il fulcro del libro è nell’approfondimento della natura dell’impegno di Dio con il mondo e del rapporto teologico tra l’impegno di Dio e l’impegno del cristiano. Cioè nell’incontro tra due libertà. La rilevanza del tema della libertà, come osserva anche Carrón nella sua prefazione, è essenziale per comprendere il discorso dei due autori.
La libertà del cristiano, però, è costituita dalla libertà di Dio, si radica nella sua azione liberante: «La nostra libertà è inseparabile dall’essere stati liberati» (p.33). Questo aspetto è quello fondamentale: ciò di cui Balthasar e Giussani parlano è la radice e la “sostanza teologica” dell’agire cristiano. Ed è su questo che la lettura di questo libro può risultare particolarmente importante per noi oggi, a distanza di quasi cinquant’anni. Il pericolo di separare i due piani, quello della teologia e quello della morale e della politica, è infatti oggi più grande che mai e lo si riscontra in entrambe le posizioni che si affrontano nel dibattito aperto nella chiesa: sia in quella di chi, giustamente preoccupato di difendere i principi della morale cristiana e, in senso più ampio, i contenuti e le strutture della civiltà o dell’antropologia cristiana, finisce però per correre il rischio di ridurre la fede nella persona di Gesù Cristo ad un presupposto da cui partire per concentrarsi su ciò che viene percepito come più determinante: i valori della cultura cristiana; sia nella posizione contraria di chi, proprio per evitare questo pericolo, vuole sì concentrarsi sul rapporto personale con Cristo e sulla corrispondenza del cuore all’incontro con lui, correndo però il rischio di rinunciare di fatto ad affrontare – nell’esperienza, il che significa attraverso l’esercizio del giudizio (senza del quale non si dà esperienza) la realtà concreta del mondo, in tutta la complessità dei suoi fattori.
Invece il punto a cui questo libro ci richiama è proprio quello dell’unità, che non può che essere teologica, tra l’impegno di Dio verso il mondo – che è Grazia, atto assolutamente libero e gratuito di Dio il quale, a partire dalla Creazione sceglie irrevocabilmente di coinvolgersi con il mondo – e la risposta, altrettanto assolutamente libera, del cristiano, che accetta di essere “preso dentro” l’iniziativa di Dio e di diventarne lo strumento.

È solo nell’intima connessione con l’iniziativa di Dio («permanere nella sorgente» è la bella immagine di Balthasar) che ogni divisione ed antitesi si ricompone in unità: a partire da quella per cui è vero che Dio ama, vuole salvo e in certo modo si rivela a tutto il mondo ben al di là dei confini visibili della chiesa (qui Balthasar riprende criticamente la nozione di “cristianesimo anonimo” di Rahner), ma questo non significa affatto che la chiesa diventi superflua perché Dio sceglie un popolo per portare a tutti la salvezza. Allo stesso modo, anche la contrapposizione tra persona e comunità è tolta dal fatto che Dio sceglie un popolo, ma il suo rapporto con il popolo passa attraverso il rapporto con le singole persone (Abramo, Mosé, Davide e soprattutto Maria). Lo stesso può dirsi per altre apparenti antinomie che vengono toccate nel libro, come quella tra Legge e libertà, quella tra contemplazione e azione e così via.
Qui mi pare che ci sia una chiave di lettura fondamentale per comprendere il testo. In questa prospettiva, Balthasar e Giussani dicono cose illuminanti su molti temi che potremo riprendere insieme quando ci incontreremo, come ad esempio il ruolo della chiesa nel mondo (pp.43-45; 92-94) o il problema del rapporto tra natura e grazia (pp.68-71).

Data la difficoltà del testo, penso che sia molto utile se chi lo ha già letto o lo sta leggendo indichi i passi che desidera che vengano ripresi e possibilmente chiariti attraverso il lavoro comune. Per lo stesso motivo, è opportuno che chi è intenzionato a leggerlo se lo procuri prima dell’incontro, in modo da averlo sottomano quando ci lavoreremo insieme.

REFERENDUM IN IRLANDA: A USCIRE SCONFITTA È LA CHIESA



La Chiesa perde così la trascendenza rispetto al proprio tempo e finisce per assimilarne le categorie mondane e perfino il linguaggio. Essa termina di combattere, perché non vede più il proprio tempo dal punto di vista dell’eternità e quanto muta dal punto di vista di quanto non muta. Accettando la modernità per motivi pastorali, la Chiesa finisce per accettarne la dottrina. Nel caso del referendum irlandese la Chiesa ha brillato per afasia ed assenza.


L’esito del referendum irlandese sull’aborto è una tragica sconfitta per l’Irlanda che comincerà a uccidere sistematicamente i propri figli. L’approvazione di una legislazione abortista uccide una nazione e un popolo, perché lo fa andare contro-natura nel punto più delicato e importante, gli fa negare l’accoglienza nel momento sorgivo e più decisivo, lo educa a pensare che ciò che è legale sia anche buono, abituandolo a non distinguere più tra carnefice e vittima. Il riconoscimento legale dell’aborto è per un popolo una morte spirituale che lo priva della sua coscienza, lo obbliga a vivere perennemente col rimorso senza chiamarlo tale, lo lacera in quanto c’è di più originariamente sacro e mette nelle mani dei cittadini l’indisponibile. Quando l’indisponibile diventa disponibile tutto è perduto.
La sconfitta della vita, del buon senso, della naturale umanità, della maternità e della paternità che è seguita al referendum irlandese conferma tre punti di grande rilevanza per la lettura della storia dei nostri tempi. 

Il primo è che la secolarizzazione religiosa porta con sé sempre anche la secolarizzazione etica. L’Irlanda, forse ultima in Europa, ha subito negli ultimi decenni un forte processo irreligioso che le ha fatto raggiungere velocemente il deserto già raggiunto da tempo da altri Paesi europei. Si è trattato di un processo devastante e violento che ha sradicato da quel popolo il suo legame naturale e storico con la fede cattolica. I fautori della laicità direbbero che ciò non rappresenta di per sé un pericolo, perché la società può comunque coltivare e difendere valori naturali legati alla vita e alla famiglia anche senza il sostegno della religione. Ma questo non è vero, e proprio il referendum irlandese è lì a dimostrarlo.

Il piano della ragione naturale, che in linea di diritto dovrebbe essere in grado di riconoscere il valore assoluto della vita anche senza fare riferimento alla rivelazione cristiana, in realtà non ci riesce senza essere sostenuto in ciò dalla fede cattolica. Dio ha voluto che anche la legge naturale fosse oggetto di rivelazione e ha posto la Chiesa a sua tutela. Se la rivelazione e la Chiesa sono estromesse dalla scena pubblica, la legge naturale viene perduta.

Il secondo è che quando un popolo si modernizza è inevitabile che succeda quanto ho descritto nel primo punto, ossia che venga escluso Dio dalla vita pubblica e, di seguito, anche i più naturali tra i valori vengano dissolti. Non mi sembra che esistano esempi storici che contraddicano questa constatazione. Ciò significa che nella modernità c’è qualcosa di essenzialmente inquinato ed inquinante.
Intendo qui per modernità non un’epoca cronologica ma una categoria culturale, che sostituisce la natura con la storia, la verità con la libertà, l’intelligenza con la volontà, la volontà con la prassi, i doveri con i diritti, i diritti con i desideri, la realtà con la coscienza, la conoscenza con l’interpretazione. L’ingresso nella modernità intesa in questo senso comporta sempre dei danni spirituali e una decomposizione del quadro di senso che nelle epoche precedenti era coeso e solido. Nel modo di pensare proprio della modernità come categoria mentale ci sono degli errori fondamentali le cui influenze fanno trattenute e combattute, in caso contrario l’esito confermato anche in Irlanda è inevitabile.

Il terzo è il pericolo che l’ingresso di un popolo nella modernizzazione alla lunga spinga la Chiesa stessa ad entrarvi, pensando, nel caso contrario, di non poter incontrare pastoralmente l’uomo contemporaneo. Solo che, nell’illusione di incontrare l’uomo contemporaneo collocandosi essa stessa nel suo orizzonte di modernità, essa finisce per accettare la modernità come categoria mentale e morale. La modernità in senso cronologico (incontrare l’uomo contemporaneo) viene confusa con la modernità in senso culturale e morale (con tutti i suoi errori). La Chiesa perde così la trascendenza rispetto al proprio tempo e finisce per assimilarne le categorie mondane e perfino il linguaggio. Essa termina di combattere, perché non vede più il proprio tempo dal punto di vista dell’eternità e quanto muta dal punto di vista di quanto non muta.

Accettando la modernità per motivi pastorali, la Chiesa finisce per accettarne la dottrina. Nel caso del referendum irlandese la Chiesa ha brillato per afasia ed assenza. Nessuna mobilitazione di popolo, nessun intervento da Roma, nessun aiuto da parte degli episcopati europei, eppure si trattava dell’ultimo Paese del nostro continente ad avere finora resistito contro la morte di Stato. É sotto gli occhi di tutti, del resto, che la Chiesa ha da tempo cessato di combattere per la vita e di mobilitare sistematicamente le coscienze contro l’aborto. Ciò significa che le categorie intellettuali della modernità sono penetrate a fondo anche dentro di essa e l’hanno resa mondanamente innocua.

Stefano Fontana da lanuovabussola

I DUE POPULISMI


Tra Lega e Cinque Stelle ci sono punti in comune, ma anche forti differenze. Non è sicuro che il matrimonio appena celebrato sarà un’unione duratura


foto La Stampa

Non è sicuro che il matrimonio appena celebrato fra i 5 Stelle e la Lega possa dare vita a un’unione duratura. La condivisione del potere, naturalmente, è di per sé una garanzia di durata. Così come l’esistenza di notevoli, e a tutti note, affinità ideologiche: il sovranismo (frutto di una condivisa diffidenza per l’Occidente e per certi aspetti della società aperta e globalizzata), una comune esaltazione del «popolo» contro le élites di ogni genere, eccetera. Però, accanto alle somiglianze ci sono anche rilevanti differenze. Alcune di queste differenze sono così marcate da far pensare che l’alleanza fra i due partiti diventerà in breve tempo molto conflittuale. Il Movimento 5 Stelle non è un oggetto misterioso. Chi conosce la storia del populismo latinoamericano non ha particolari difficoltà a inquadrarlo. Si tratta della variante italiana di un fenomeno che in America Latina si è riproposto in varie epoche e con varie denominazioni: peronismo, aprismo, varghismo, chavismo, eccetera.

Le componenti sono sempre le stesse: un caudillo, un nemico ufficiale (sul piano interno: l’oligarchia, le élites; sul piano internazionale: i gringos, gli Stati Uniti), l’ostilità di principio alla democrazia liberale e all’economia di mercato, un piano di drastica ridistribuzione di risorse dalla classe media ai campesinos e, più in generale, ai poveri comunque identificati.
È futile discettare sul fatto se i 5Stelle siano di destra o di sinistra. Non sono né l’una né l’altra cosa (oppure — il che è esattamente lo stesso — sono tutte e due le cose insieme). Come i loro parenti latinoamericani, hanno proprietà camaleontiche: ferme restando le caratteristiche sopra indicate possono adottare con disinvoltura, a seconda delle circostanze, politiche che gli osservatori giudicheranno «di destra» oppure «di sinistra».

Si capisce perché i 5Stelle si siano sempre più caratterizzati come un partito della ribellione meridionale, perché si siano meridionalizzati dal punto di vista elettorale. La ragione è che nel Mezzogiorno gli anticorpi contro il populismo in salsa latinoamericana sono più deboli che al Nord.
Si capisce anche quale sia il senso del sovranismo in variante 5Stelle. Per loro, uscire dall’euro, se mai fosse possibile, significherebbe avere la possibilità di «stampare moneta», essere in grado di facilitare, tramite la spesa pubblica, un massiccio trasferimento di risorse dal Nord al Sud e dalle classi medio-alte alle loro potenziali clientele. L’economia del Paese sprofonderebbe, certamente. Ma per questo tipo di movimenti tale prospettiva non è particolarmente preoccupante. Come mostra la storia latinoamericana (dai peronisti ai chavisti), basta avere agganciato saldamente il «popolo», basta avere costruito un’ampia clientela, e non si verrà cacciati dalle stanze del potere nemmeno dopo avere provocato una débâcle economica generale.
Veniamo ora al caso della Lega. Sulle affinità con i 5Stelle si è già detto. Ma ci sono anche le differenze. La principale delle quali ha a che fare con il diverso insediamento sia territoriale che sociale dei due partiti. Così come i 5Stelle , pur meridionalizzandosi, raccolgono consensi al Nord, la Lega — trasformata da Salvini in un movimento nazionale — ha visto crescere il proprio peso al Sud. Ma resta che i suoi punti di forza non sono lì. Come è stato spesso osservato, le due proposte-simbolo della flat tax (leghisti ) e del reddito di cittadinanza (5Stelle) confermano la vocazione, rispettivamente, «nordista» degli uni e «sudista» degli altri.

Quali sono le motivazioni principali del voto alla Lega? Sembra lecito riassumerle con due parole: tasse e immigrazione. Chi vota per la lega, per lo più, vuole meno tasse oppure meno immigrati oppure tutte e due le cose insieme.
Certamente nella Lega ci sono state (prima di Salvini) e ci sono tuttora più «anime». Ne alimentano il consenso non solo la rivolta fiscale e l’opposizione a una politica dell’immigrazione che chi vota per la Lega considera lassista e dannosa per gli italiani ma anche, in certe componenti (quelle popolane, con più basso livello di istruzione), l’ostilità, alimentata dal mito della «piccola patria», dalla nostalgia per le antiche comunità, alla società aperta: sono componenti che chiedono frontiere chiuse non solo agli immigrati ma anche all’Europa. A queste diverse anime corrisponde un elettorato composito, socialmente eterogeneo. È certo però che una parte non facilmente quantificabile ma sicuramente non piccola dell’elettorato leghista del Nord è composta da settori di classe media (imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti) che vogliono sì meno tasse e una diversa politica dell’immigrazione ma che avrebbero da perdere tantissimo — tanto quanto buona parte del resto del Paese — se Salvini desse seguito agli sbandierati propositi anti- europei. Come ha scritto Dario Di Vico (Corriere, 29 maggio), c’è un ampio mondo imprenditoriale lombardo , per esempio nel Varesotto, che vota più o meno compatto per la Lega ma che non può approvare una scelta anti-europea: un mondo che ha un vitale interesse nella permanenza dell’Italia nell’euro.
Ciò significa che Salvini deve barcamenarsi fra due esigenze: tenere conto delle richieste di quella parte del suo elettorato che è spaventata dall’economia globalizzata ma anche non esagerare, non farsi prendere la mano da impulsi che potrebbero metterlo in rotta di collisione con altre parti dello stesso elettorato. Contratto o non contratto, Savona o non Savona, al molto che unisce 5Stelle e Lega va aggiunto il molto che li divide.
Forse troveranno il modo di far convivere, con reciproca soddisfazione, le diversissime esigenze dei loro diversissimi elettorati. Forse, invece, cominceranno presto a darsele di santa ragione.

tratto da Corriere della sera 1 giugno  2018