mercoledì 11 maggio 2016

I CORAGGIOSI RISCHIANO GLI ALTRI METTONO LA FIDUCIA

Renzi, non ci dimenticheremo

Dichiarazione di Gandolfini

“Renzi premier delle lobby, ignorato il popolo”

Renzi pone la questione di fiducia sulle unioni civili dimostrando ancora una volta di essere il premier delle lobby e non del popolo. La legge istituisce infatti un matrimonio gay – come confermano i parlamentari vicini agli ambienti Lgbt che parlano di uguali diritti e doveri - e consente le adozioni a coppie della stesso sesso grazie al comma 20 che dà carta bianca ai tribunali dei minori”.

Su questi due punti la stragrande maggioranza del popolo italiano ha più volte
espresso la sua contrarietà in tutti i sondaggi e con i due grandi Family Day che nel giugno e gennaio scorso hanno visto la partecipazione di milioni di persone.
Questo popolo è stato pervicacemente ignorato dal governo che ha portato avanti il ddl violando tutte le prerogative del dibattito parlamentare e da una maggioranza che, la scorsa settimana, si è perfino rifiutata di votare le mozioni che impegnavano l’esecutivo con atti concreti tesi contrastare e sanzionare ogni forma di maternità surrogata”.

 Siamo di fronte all’azione del governo più antidemocratico della storia della Repubblica. Facciamo quindi appello a tutti i parlamentari che hanno cuore il futuro della famiglia e il diritto dei bambini a non essere programmati orfani di padre o di madre affinché votino liberamente secondo le loro coscienze. E alla luce dei molti profili di incostituzionalità evidenziati anche in un documento presentato al Quirinale, chiediamo inoltre al Presidente della Repubblica Mattarella di rinviare la legge alle Camere”.


 Roma, 10 maggio 2016 Comitato Difendiamo i Nostri figli

martedì 10 maggio 2016

NOI CRISTIANI COSTRUTTORI DI NAZIONI

 Don Giussani su solidarietà, carità e opere

Maggio 9, 2016 Luigi Giussani

Come si rimette in piedi un popolo dopo la tempesta? Oggi “la crisi”, allora il terremoto del Friuli. Ma le parole di don Giussani a Tarcento nel 1986 restano una grande lezione per l’Italia e per la Chiesa

Pubblichiamo l’intervento di don Luigi Giussani al convegno “Nella carità la solidarietà diventa opera”, organizzato da Comunione e Liberazione il 25 ottobre 1986 a Tarcento (Ud) in occasione del decimo anniversario del terremoto del Friuli. Di quella terrificante catastrofe che la sera del 6 maggio 1976 uccise quasi mille persone, cade in questi giorni il quarantennale. Anche la scuola paritaria “Mons. Camillo Di Gaspero”, fondata a Tarcento da don Antonio Villa proprio per i bambini delle famiglie friulane terremotate, celebra nel 2016 il quarantesimo anniversario dalla nascita.

Dal commovente intervento del signor sindaco, da lì in poi, mi sono detto continuamente che il mio intervento oggi è quasi una presunzione, e comunque non può che essere troppo astratto di fronte alla ricchezza di ricordi, alla precisione di dati e al richiamo concreto e preciso a tutto ciò che deve continuare. Perciò io domando scusa di avere accettato questo invito a intervenire, dico a intervenire per parlare. Evidentemente il nesso con tutta la grande opera di generosità che è stata ricompiuta da tutti, il nesso che io sento è immediatamente con i miei amici di Cl, ma nello stesso modo con tutti gli uomini di buona volontà che di fronte al dolore dell’uomo, di fronte al bisogno umano, immediatamente si mettono in azione. Per questo è molto importante che la nostra riunione di oggi si senta in continuità ideale, o almeno in collusione ideale, con il raduno che si svolge sul volontariato e con le altre riunioni di realtà cristiane che commemorano in questo decennale i fasti di bontà che sono stati compiuti allora. Ma con i miei amici di Cl ovviamente c’è un nesso, dicevo, più immediato.

Avete cantato prima «la tristezza che c’è in me ha mille secoli»: rispondere al bisogno, alla necessità, al dolore dell’uomo, in sé è, salvo la nube o la nebbia di giusto, umano auto-compiacimento, è sempre triste o minaccia di essere sempre triste, perché il nostro contributo risolve quel momento, e dopo?
E il nostro contributo non impedisce la possibilità del dolore e dell’insorgere di un bisogno nuovo, dopo. È come se, pur potendo realizzare qualcosa al momento tragico, o realizzando qualcosa al momento tragico, se non si è trascinati via dall’urgenza distraente dell’azione, uno capisce quanto le sue energie siano importanti di fronte – diciamo una parola grossa – al male, perché anche un terremoto è un male, come la morte è un male. È vero che essa è un male che ha una radice che precede la fattispecie dell’accadimento, è un male che ha radice in una scompostezza dell’uomo; infatti se non riusciamo ad arrivare immaginativamente alla scompostezza originale che è il peccato primo, da cui la Bibbia dice essere nati tutti i disagi dell’uomo, però possiamo benissimo constatare un’altra scompostezza, quella per cui potrebbe essere molto di meno il dolore dell’uomo, potrebbe essere molto di meno l’angustia e le necessità, se fossimo coerenti, coerenti nel senso di stretti gli uni agli altri, oltre che coerenti dal punto di vista morale, coerenti con quello che giudichiamo giusto, con quello che ammettiamo come ideale.


Un orizzonte più vasto

lunedì 9 maggio 2016

IL CIELO NON E' UNO SPAZIO, MA UNA PERSONA

RATZINGER E L'ASCENSIONE 

"IL CIELO NON E' UNO SPAZIO, MA UNA PERSONA: IL DIO-UOMO. QUINDI L'ASCENSIONE NON SIGNIFICA LA TEMPORANEA ASSENZA DI DIO FRA NOI, MA LA FORMA NUOVA DELLA SUA PRESENZA, DOVUNQUE, PER CIASCUNO"
.
"Che significato ha [...] l'ascensione al cielo di Cristo? 
Significa credere che in Cristo l'uomo [...] è entrato, in modo inaudito e nuovo, nell'intimità di Dio. Significa che l'uomo trova per sempre spazio in Dio. 
Tavoletta in avorio ca. 400 d.C. 
 Bayerisches Museum, München
Il cielo non è un luogo sopra le stelle [...]: è il trovar posto dell'uomo in Dio e questo ha il suo fondamento nella compenetrazione di umanità e divinità nell'uomo Gesù crocifisso ed elevato. Cristo, l'uomo che è in Dio, è al tempo stesso il perpetuo essere aperto di Dio per l'uomo. 

Egli stesso è, quindi, ciò che noi chiamiamo 'cielo', poiché il cielo non è uno spazio, ma una persona, la persona di colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in lui. Pertanto, l''ascensione al cielo' può divenire un processo che si verifica nella nostra vita di tutti i giorni.

[...] Per essi [i discepoli], quindi, l'ascensione non possedeva quel significato errato che noi abitualmente le assegnamo: la temporanea assenza di Cristo dal mondo. Significava piuttosto la nuova, definitiva e insopprimibile forma della sua presenza, in virtù della sua partecipazione alla potenza regale di Dio. In tal senso, la teologia giovannea poté praticamente presentare come tra loro intrecciati la resurrezione ed il ritorno di Cristo [...]: nella resurrezione di Gesù, grazie alla quale egli è ora per sempre in mezzo ai suoi, è già iniziato il suo ritorno" 

.
Joseph Ratzinger, 

(in "Dogma e predicazione").

domenica 8 maggio 2016

L'EUROPA COME CONTINENTE CULTURALE

Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani
Joseph Cardinal Ratzinger
Biblioteca del Senato 
Sala Capitolare del Chiostro della Minerva
 
13 maggio 2004
L’Europa - Cos’è essa propriamente? Questa domanda è stata sempre nuovamente posta, in maniera espressa, dal cardinal Józef Glemp in uno dei circoli linguistici del Sinodo Episcopale sull’Europa: dove comincia, dove finisce l’Europa? Perché ad esempio la Siberia non appartiene all’Europa, sebbene essa sia abitata anche da europei, la cui modalità di pensare e di vivere è inoltre del tutto europea? E dove si perdono i confini dell’Europa nel sud della comunità di popoli della Russia? Dove corre il suo confine nell’Atlantico? Quali isole sono Europa, e quali invece non lo sono, e perché non lo sono? In questi incontri divenne perfettamente chiaro che Europa solo in maniera del tutto secondaria è un concetto geografico: l’Europa non è un continente nettamente afferrabile in termini geografici, ma è invece un concetto culturale e storico.
CONFERIMENTO DEL PREMIO CARLO MAGNO
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Roma, Sala Regia, Venerdì, 6 maggio 2016

(…) Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.(…)


La sintesi pericolosa di Papa Francesco
Bene sulla “stanchezza dell’Europa”, meno sull’“identità multiculti”
ILFOGLIO | 06 Maggio 2016

E’ un discorso ambizioso e importante quello che Papa Francesco ha tenuto di fronte ai leader europei venuti a Roma per consegnargli il Premio Carlo Magno, che ogni anno si assegna a nome della città tedesca di Aquisgrana. Bergoglio ha denunciato “la rassegnazione e la stanchezza” che non appartengono all’anima dell’Europa, ha parlato con ragione e con forza di “un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale”, mettendo in luce la crisi dell’umanesimo che l’ha resa grande, crisi demografica oltre che culturale. Poi però Francesco, oltre a infierire ancora sul profitto (“un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti” cui preferire “un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra”), ha introdotto qualcosa di nuovo nel dibattito, senza precedenti in bocca a un pontefice: “L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità multiculturale”. 

Questo non è vero. L’Europa è stata ed è liberale, atea, cristiana, ebraica, avendo saputo costruire una sintesi unica nella storia della civiltà dopo essere rinata dalle ceneri della Shoah. Il multiculturalismo è una ideologia e una prassi del tutto nuova che risale agli anni Settanta, assente persino dal vocabolario e dall’immaginario politico degli Schuman e degli Adenauer invocati da Bergoglio, una prassi ripudiata anche da quei leader che gli hanno consegnato il Premio Carlo Magno. Papa Francesco parla della necessità di “integrare in sintesi sempre nuove”. 

Qual è questa nuova sintesi? Oggi un cristianesimo che appare spento, sempre più marginale, sempre più ininfluente, nei numeri e nella presenza sulla scena pubblica, si trova di fronte alla marea demografica islamica e alla sfida teologica e identitaria che essa sta portando all’Europa.

Una sintesi fra l’Europa e l’islam, inteso come la umma da un miliardo di persone e non come singoli individui come accade in America, non è possibile. 

Alla base dei diritti umani giustamente evocati da Francesco, delle conquiste dell’Illuminismo, della stessa idea moderna di coscienza, sta la scelta cristiana e cattolica in favore del diritto di natura e della legge di ragione. Il multiculturalismo è un’altra cosa. 

E’ l’ibridazione fra le culture, è il meticciato militante, è la banlieue, è la moschea che sorge sulle rovine di una chiesa, è il trapasso identitario, è il ghetto comunitarista, è una ricetta che tanto male ha fatto a quella immigrazione che Francesco nel suo discorso ha chiesto giustamente di governare e di non respingere con i reticolati. E’ questo che Ayaan Hirsi Ali e altri dissidenti dell’islam hanno chiesto all’Europa: accogliete, ma poi assimilate. Il multiculturalismo non è la strada per la sintesi chiesta da Bergoglio. 

E’ la via del disastro.  

mercoledì 4 maggio 2016

COME VOTEREI ALLE PROSSIME AMMINISTRATIVE

ASSUNTINA MORRESI
3 Maggio 2016

Cosa voterei alle prossime amministrative, se abitassi a Roma o Milano? E perché? Credo valga la pena confrontarsi pubblicamente su questo, vista la delicatezza del momento, specie per noi cattolici. E ragionarci su. La prendo da lontano, ma non troppo.
Premessa: finchè è esistita, ho votato DC, e per qualche anno ne ho avuto pure la tessera. La gran parte dei cattolici militanti votava DC. Era il nostro partito di riferimento, aveva impedito che i comunisti salissero al potere. E’ anche la mia storia e non la rinnego.
Eppure, in un’Italia ancora cattolica nel comune sentire, con la DC con la maggioranza dei voti, con una Chiesa che ancora contava parecchio nel paese, con papi come Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla prima ondata dei cosiddetti “diritti individuali”, le prime battaglie antropologiche quando ancora non c’erano le nuove tecnologie, abbiamo perso clamorosamente.
Per essere ancora più chiara: con un partito cattolico in maggioranza e al governo, in un paese ancora cattolico nel suo sentire comune, con una chiesa importante, la DC e i cattolici sono stati sonoramente sconfitti sulle prime battaglie, divorzio e aborto. 1974 e 1981: l’inizio della fine, abbiamo perso, e male, tanto male.
2005-2007: vittoria al referendum sulla fecondazione assistita, affossamento delle unioni civili. Sono passati quasi trent'anni, il paese è più secolarizzato, la DC non c’è più, eppure chi come me ha vissuto i due periodi (il referendum del 1981 è stato il mio primo impegno pubblico, sono nata nel 1963), ha la chiarissima consapevolezza della sconfitta disastrosa di allora e della vittoria di trent’anni dopo.
Perché?
Sicuramente abbiamo avuto un grande cardinale a guidare la chiesa italiana, Camillo Ruini, che ci manca tantissimo. Purtroppo insostituibile. Un cardinale intelligente che non ha mai inseguito l’idea di un partito cattolico – lasciava che i cattolici si candidassero in tutti i partiti, anche se il suo cuore non batteva certo a sinistra. Eppure in quel periodo, tutti i governi (Berlusconi, Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi pure alleato con Fini….vi ricordo che l’unico presidente del consiglio cattolico dal 1994 e per vent'anni è stato Prodi, e ho detto tutto) hanno resistito all’urto della grande ondata della questione antropologica.

Per più di venti anni, niente unioni civili, niente testamento biologico (e Ignazio Marino andava forte), di eutanasia neanche a parlarne, il divorzio era ancora lungo, niente droghe libere (e i radicali erano in parlamento), di legge sull’omofobia neanche l’ombra, la Legge 40 che consentiva solo l’omologa e che anche adesso, nonostante gli attacchi delle potenti lobby affaristiche della fecondazione assistita, ha ceduto solo allo strapotere dei giudici, e in alcuni punti ancora resiste, incredibilmente  – solo coppie eterosessuali, niente embrioni alla ricerca, divieto alla surroga.
Perché?
Perché rispetto ad un partito di riferimento, per noi cattolici ha funzionato molto di più la contrapposizione destra/sinistra. Ha funzionato il bipolarismo.
Perché il mondo è cambiato, e la sinistra post-muro-di-Berlino si è identificata ancora di più con i “diritti individuali”. Chiunque militi nel Pd, anche se personalmente autenticamente cattolico, non può opporsi a certi provvedimenti né impedirli, perchè sono identificativi della sinistra. Le unioni civili erano nel programma di Bersani, e Renzi le ha riprese, perché una sinistra che non abbracci la causa LGBT non è sinistra.
La destra, invece, non si caratterizza con queste tematiche, che non sono tipiche del suo elettorato, in stragrande maggioranza conservatore sul piano antropologico: anche nella secolarizzazione dei tempi, i “nuovi diritti” non sono in agenda, ma eventualmente opzioni di singoli. E quindi i laici di destra che inseguono i “nuovi diritti” diventano residuali, irrilevanti politicamente: persino adesso, con Berlusconi al tramonto, il partito capeggiato dal laico Brunetta ha votato contro la legge sull’omofobia, così come qualche anno fa è stato il laicissimo Cicchitto a bloccare le unioni civili attraverso una pregiudiziale di costituzionalità (cioè ha votato per la non costituzionalità di un provvedimento che riconosceva blandamente le unioni gay). Unioni gay che non sono mai entrate nel loro programma di governo, e i berlusconiani pascalizzati (centrodestra) si sono compattati contro le unioni civili (centrosinistra).
Basta vedere le mozioni sull’utero in affitto. Non sono state ancora discusse perché il Pd non riesce a trovare un accordo interno su un testo condiviso, alla Camera:  una buona parte del Pd non riesce a condannarlo senza se e senza ma. E’ roba del loro Dna. Alla fine dei conti, abbiamo visto che Gasparri e Malan a destra hanno avuto molta più agibilità politica e sono stati molto più efficaci dei ministri cattolici Del Rio e Madia, nel Pd.
E di esempi potremmo farne molti altri.
Ma, in conclusione, in una situazione di bipolarismo destra/sinistra, se vince la sinistra non può che portare avanti le politiche dei “diritti individuali”, altrimenti non è sinistra. La destra invece non li mette in agenda, perchè condizionata dal suo elettorato, in larga parte antropologicamente conservatore: certi provvedimenti non li porta avanti, perché i suoi temi caratterizzanti sono altro – sicurezza, meno tasse, meno statalismo. 
Nel nostro sistema bipolare – alla fine il ballottaggio è fra due - un partito cattolico non può che essere drasticamente minoritario, destinato all’assoluta irrilevanza. Può solo togliere voti alla destra.
Con certa magistratura che ci ritroviamo, che fa e disfa le leggi a suo piacimento, con un’Europa invasiva sui “nuovi diritti” e indifferente a quelli “vecchi” (v. migranti), con un paese che galoppa verso la secolarizzazione, con la chiesa che ha scelto di tirarsi fuori dalla mischia per lasciare un’eventuale iniziativa ai laici, con la lobby gay sempre più pressante, io mi domando: un partito cattolico? Ma di che stiamo parlando?
Forse di una consolazione individuale, ma a me non basta.
Io voglio vincere. Io voglio costruire un’alternativa alla sinistra. Quindi devo cercare di costruire un nuovo centrodestra, che abbia possibilità di vincere. Un’alternativa che non può essere la Lega: importante come alleato, ma irrimediabilmente localizzato in alcune regioni del Nord, inesistente al Sud. Tanto meno un piccolo partito che per tre quarti sta nel Lazio, come quello della Meloni, che non è mai cresciuto e che non crescerà mai più se cercano di imitare Le Pen.
Per vincere bisogna ricostruire un centrodestra: è questa la priorità, adesso, in questo momento. Ricostruire le alleanze perdute, e ripartire per cercare una nuova leadership. 

Per questo, se abitassi a Milano voterei Parisi e a Roma voterei Marchini, perché questo è il voto utile per ripartire con il centrodestra, l'unico "contenitore" in cui possiamo trovare agibilità politica per i temi a noi più cari. 

INIZIA LA TERZA FASE DEI CATTOLICI IN POLITICA?

:All'inizio i cattolici furono "corpo" (cioè un partito, la DC), poi sono stati "spirito" (ovvero, un'influenza culturale). Ora si apre una terza fase totalmente nuova.

DI ANTONIO IANNACCONE

Qualche giorno fa il nuovo movimento politico “Popolo della Famiglia”, il PDF, ha compiuto un mese di vita: un tempo giusto, crediamo, per dare un giudizio su di esso alla luce del momento politico che stiamo vivendo, oltre le chiacchiere dettate dalla cronaca.
E qual è in soldoni il dato più significativo della presente storia italiana? Che si può dire chiusa la seconda fase dei cattolici in politica.

La prima fase del cattolicesimo politico coincide naturalmente con la storia della Democrazia Cristiana, la DC, nata per contrastare sul suo stesso campo – il “partito” - il blocco comunista e la sua minaccia di estendere il totalitarismo alla nazione italiana.
Questa storia è terminata nel 1994, l’anno che ha sancito la fine dei partiti anti-comunisti, DC in primis, ad opera della stampa e della magistratura.
In quest’anno è cambiata la forma dell’azione politica dei cattolici: non più “partito”, ma “influenza culturale”. 
In sostanza, il cattolicesimo politico, ucciso come partito dall’alleanza del potere informativo e giudiziario sotto il segno dell’egemonia culturale comunista, ha dovuto sopravvivere influenzando culturalmente i due blocchi rimasti sul campo: Forza Italia e il PDS, il partito reduce del comunismo. Insomma, il terreno della lotta diventa quello che il “nemico” comunista aveva imposto: per usare il linguaggio di Gramsci, quello dell’Intellettuale Collettivo (il blocco di potere – giornali, tv, istituzioni -  dove si decide il pensiero di una società).

Così, si è entrati nel secondo capitolo del cattolicesimo politico, il quale ora non è più “un corpo” (il partito) ma è “uno spirito” che influenza dall’interno i partiti rimasti sul campo. In particolare, l’ideale democristiano è “trapiantato” come anima razionale in Forza Italia e ha permesso a quest’ultima di vivere oltre le sue stesse possibilità iniziali, essendo essa originariamente una pura aggregazione sentimentale di popolo (intorno a un carisma personale) nata da un’avversione all’egemonia culturale comunista.

Siamo arrivati quindi ai giorni nostri: ora che cosa accade?
Dopo la morte del “corpo-partito” del 1994, ora muore anche lo spirito, ovvero l’influenza culturale del cattolicesimo nei partiti. L’enorme potere egemonico dell’Intellettuale Collettivo certifica il suo dominio sulla società inghiottendo anche l’anima culturale cattolica: in particolare, la fine dell’influenza culturale dei cattolici nella politica avviene quando il NCD – l’anima cattolica che lascia Forza Italia e così la svuota – decide di suicidarsi votando la legge Cirinnà voluta dall’Intellettuale Collettivo contro il fiume di popolo sceso nelle piazze.

È singolare che la fine del cattolicesimo politico sia stata decretata da due cattolici, Renzi e Alfano, ma non del tutto incomprensibile: la sua morte, infatti, non avveniva per mancanza di consenso (bastava ascoltare il popolo sceso in piazza) e quindi non poteva che essere un suicidio ad opera di cattolici.

Ma a questo punto la domanda è: qual è adesso lo scopo del potere egemonico dilagante? 

Conquistata la politica e la cultura, che cosa si propone? Dopo aver occupato la società, non resta che arrivare a esercitare il potere su un livello più profondo: la stessa struttura dell’essere umano. E difatti il cuore dello scontro è nel luogo in cui ha origine l’uomo e in cui si definisce la sua identità e la sua radicale dipendenza strutturale: la famiglia.

Ancora una volta, nel 2016 come nel 1994, la vera “posta in gioco” non è percepita dalla classe politica e intellettuale, ma dal senso comune del popolo italiano legato alle sue radici cristiane, il quale ora si riversa a fiumi nelle piazze dei Family Day, sfidando ogni potere culturale, politico, anche religioso per difendere la struttura originaria dell’uomo (la differenza uomo-donna) dall’aggressione del potere.

Ora quindi deve svilupparsi il terzo capitolo dei cattolici in politica, a meno che non si voglia teorizzare il ritiro dei cattolici dalla scena pubblica ovvero una gigantesca omissione di soccorso verso una società agonizzante. 
La domanda quindi è: quale via deve perseguire questa nuova modalità di impegno, dopo aver esaurito la forma “partito” e la forma “influenza culturale”? Rimane un’unica strada: se l’egemonia culturale ha invaso tutti i luoghi del potere, resta solo il popolo.

Non sappiamo se l’intuizione di Mario Adinolfi e Gianfranco Amato sia la forma definitiva della risposta, ma quella da loro iniziata appare l’unica via percorribile: ripartire dal popolo (del Family Day) e portare la sua carne viva nell’agone politico, come estrema forma di testimonianza contro il potere che vuole impadronirsi della natura umana. In greco, la parola testimonianza si traduce “martirion”. 
Se il potere occupa tutti gli spazi e vuole rifare l’uomo fin nella carne, rendendolo una pura autonomia disperata, rimane solo la carne viva del proprio essere per testimoniare il bene, anche in politica. Come ai tempi dei primi cristiani.

[Pubblicato su La Croce del 12/04/2015] 



CHIESA DI BOLOGNA LA MUSICA È CAMBIATA.



Il bergogliano Zuppi tra moschee e feste del lavoro



I nostalgici delle acute digressioni del cardinale Giacomo Biffi si mettano il cuore in pace. Gli estimatori delle intemerate in difesa di famiglia e vita lanciate dal pulpito della basilica di San Pietro dal cardinale Carlo Caffarra se ne facciano una ragione.

E non poco. In quella Curia in cui gli ultimi Pontefici avevano piazzato arcivescovi dalle salde convinzioni conservatrici per tenere a bada un popolo di fedeli animato dalle pulsioni del cattolicesimo di sinistra (d'altronde, è sotto le Due Torri che ha seminato un certo Giuseppe Dossetti e lì i suoi allievi continuano a operare), ebbene proprio a Bologna Papa Francesco ha spedito un arcivescovo bergogliano doc come monsignor Matteo Maria Zuppi, espressione della Comunità di Sant'Egidio guidata dall'ex ministro montiano Andrea Riccardi.

Il nuovo corso impresso da Jorge Mario Bergoglio alla Chiesa universale, se non altro a livello simbolico e di comunicazione, ha così fatto capolino anche lungo la via Emilia.
Da quando pochi mesi fa si è insediato in via Altabella, monsignor Zuppi ha inanellato una serie di interventi da fare accapponare la pelle ai fedeli più legati alla tradizione e alla difesa dei valori cristiani.

In una delle sue prime uscite pubbliche ha auspicato la costruzione di una grande moschea a Bologna, giustificando questa esigenza con il fatto che tutte le grandi città ce l'hanno e dicendosi convinto che le stesse feste islamiche dovrebbero essere accolte pure nelle scuole.
Tutto questo mentre in un istituto della città veniva impedito al sacerdote di turno di impartire la benedizione ai locali, con tanto di ricorso al Tar di alcuni genitori spinti da una certa dose di laicismo.

Ma Zuppi (che vuole più modestamente essere chiamato soltanto don Matteo) non si è fermato qui. Con il sindaco (e ricandidato del Pd) Virginio Merola ha pure visitato un centro islamico cittadino, accolto con tanto di bacio dall'imam. Poi ha partecipato a una serie di iniziative insieme al giovane portavoce della comunità islamica bolognese Yassine Lafram, con il quale pare sia nato un particolare feeling.

Se da una parte c'è un'accelerazione mai vista sotto il profilo del dialogo con la comunità musulmana locale, dall'altra nella nuova direttrice pastorale lanciata da monsignor Zuppi c'è anche l'avvio di un progetto sulla gestione degli utili Faac (il colosso dei cancelli ereditato dalla Curia di Bologna) per favorire iniziative di microcredito, sostegno ai disoccupati e alle famiglie bisognose, reinserimenti lavorativi.

La ciliegina sulla torta l'arcivescovo bergogliano se l'è però tenuta per questa domenica, quando per la prima volta nella storia cittadina il numero uno della Chiesa sotto le Due Torri parteciperà alla manifestazione dei sindacati per la festa del Primo Maggio. Zuppi sarà infatti all'iniziativa promossa da Cgil, Cisl Uil, ancora una volta con il leader degli islamici bolognesi Lafram.


La Cisl, con il segretario provinciale Alessandro Alberani (vicino al sindaco Merola), è andata in visibilio per questa notizia, ma grande soddisfazione è stata espressa anche dalla rossa e sinistrorsa Fiom-Cgil. 

Insomma, i cattolici bolognesi con sensibilità più moderate, liberali e conservatrici se ne facciano una ragione: la musica nella Chiesa felsinea è cambiata. O si adeguano, oppure aspettano il prossimo turno.

 di Raffaele Porrisini 
TRATTO DA ITALIA OGGI


martedì 3 maggio 2016

GLI ESERCIZI DELLA MISERICORDIA

Esercizi spirituali
Rimini, in 22mila agli Esercizi con Carrón
Giorgio Paolucci
3 maggio 2016
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Rembrandt, il figliol prodigo
«Ti ho amato di un amore eterno, ho avuto pietà del tuo niente». Le parole del profeta Geremia e la riproduzione del quadro di Rembrandt che raffigura l’abbraccio commosso del padre al figliol prodigo tornato a casa, hanno fatto da sfondo agli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione guidati da don Julián Carróndavanti a 22mila persone radunate alla Fiera di Rimini e ad altre migliaia collegati da 16 Paesi.

Al centro, il tema della misericordia di Dio che ricrea e rilancia l’uomo tirandolo fuori dalla palude dei suoi limiti, ma che non si sostituisce alla sua libertà. Citando Benedetto XVI, il sacerdote spagnolo ricorda che l’amore di Dio bussa sommessamente, senza clamori, alla porta dei nostri cuori. Non si impone, si propone. Spetta all’uomo il compito di misurare la capacità del cristianesimo di corrispondere alle sue esigenze profonde. Il genio di papa Francesco sta nell’avere offerto a tutti, con il Giubileo della misericordia, la possibilità di sperimentare la tenerezza di un abbraccio senza misura, capace di accogliere ogni errore. E nell’avere spronato i cattolici a lanciarsi in campo aperto, nelle periferie geografiche ed esistenziali del mondo, perché siano testimoni di quell’abbraccio.

È un continuo riferimento ai due Papi viventi quello che Carrón evoca, sottolineando una continuità tra Ratzinger e Bergoglio da molti negata e che lui da tempo insistentemente ripropone. Entrambi profondamente consapevoli del crollo di evidenze un tempo indiscusse che costringe la Chiesa a mostrare con i fatti quanto sappia essere moderna, cioè capace di rendere ragione della sua permanente attualità in quello che non è più solo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, testimoniare Cristo come un fatto presente e da tutti incontrabile, come un avvenimento: era questa la febbre che ardeva nel cuore di don Giussani, ricorda celebrando la Messa il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, ed esprimendo il suo apprezzamento e la paternità con cui da tempo segue il cammino del movimento, che ricambia con un lunghissimo applauso.

La misericordia di Dio non si ferma davanti ai nostri limiti, insiste Carrón, che ripercorre il dialogo serrato tra Gesù e Pietro sul lago di Tiberiade. Pochi giorni prima l’apostolo aveva tradito il maestro, ma davanti alla sua domanda (“Mi ami tu?”) dice nuovamente il suo “sì”, esprime l’affezione profonda per chi ha rivoluzionato la sua vita. Sta qui – in questo riconoscimento di un amore capace di muovere l’esistenza, più che in una coerenza di comportamenti o in una precettistica priva di fascino – la fonte della vera moralità. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di cambiare.

«Francesco ci ricorda che Dio non si stanca mai di passare e ripassare per le piazze dell’undicesima ora per riproporre il suo invito d’amore. Non si scandalizza dei limiti umani, con Lui la partita può sempre ricominciare».

Come ha scritto Simone Weil: «Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire ad amarlo. Attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è questa attesa. Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore». Il compito dei cristiani, chiosa il presidente della Fraternità di Cl, è riverberare nel mondo questa infinita tenerezza, in una dedizione appassionata agli uomini e al loro destino. Essere un seme di umanità nuova, senza pretese egemoniche ma con la certezza di essere testimoni della novità che il mondo aspetta.


lunedì 2 maggio 2016

“ANDATE AVANTI COSÌ"


 Questo l'incoraggiamento del Papa a Massimo Gandolfini, presidente del “Comitato Difendiamo i nostri figli”, durante l'udienza del 29 aprile scorso in Vaticano.

UNITI SI VINCE (editoriale della Croce)

Con pazienza l’esperienza dei Family Day ha attraversato il silenzio ostile di segmenti della gerarchia ecclesiastica il 20 giugno 2015 e un silenzio più ovattato in occasione del raduno del Circo Massimo del 30 gennaio scorso.

Proprio mentre la legge sulle unioni omosessuali sta per essere definitivamente approvata dal Parlamento italiano arriva un importante gesto di Papa Francesco, che concede al portavoce del Family Day, Massimo Gandolfini, un’udienza privata carica di significati e di messaggi precisi.

Si tratta di messaggi finalizzati a responsabilizzare definitivamente con nettezza il laicato cattolico, che da oggi non potrà più mascherarsi dietro scuse puerili come quella di essere “megafono del male” quando si attivano iniziative che quel male vogliono combattere.

Le parole di Papa Francesco fanno comprendere che un laicato cattolico unito nel contrasto a normative che vogliono umiliare la famiglia e determinare la vittoria di una visione antropologica che trasforma le persone in cose avrà sempre al proprio fianco, inevitabilmente, la forza
di Pietro.
Sta però ai laici stessi non esprimere debolezze e frazionismi, puntando con chiarezza a risultati precisi e necessari.
Quando in Parlamento si affaccia l’ipotesi concreta del varo di normative ispirate dal maligno, il cristiano con coscienza rettamente formata non può che battersi con ogni sua forza, sia esso un deputato o un senatore, sia esso un semplice battezzato che però vuole essere fedele all’insegnamento di Cristo. Uniti si vince, è questo il messaggio di Papa Francesco.


“Spetta a me, in quanto Papa, ribadire i principi che sono patrimonio secolare della Chiesa.
Spetta a voi, che siete laici con una coscienza ben formata, protrarre l’impegno per difendere questi principi nella società”
(Papa Francesco al dott. Gandolfini)


CHI HA FATTO VERAMENTE LA BATTAGLIA SULLA CIRINNÀ


1 Maggio 2016
ASSUNTINA MORRESI

Ma è vero che la Meloni è la rappresentante del popolo del Family Day, come scrive oggi un quotidiano romano?

Non credo proprio. Penso piuttosto che si tratti di una pessima strumentalizzazione della campagna elettorale della Meloni alle comunali di Roma, campagna che adesso per lei è tutta in salita, dopo il ritiro di Bertolaso e la raggiunta unità del centrodestra da cui proprio la Meloni è restata fuori.

Ma veniamo ai fatti.
I politici più agguerriti che hanno portato avanti la battaglia sulle unioni civili - Giovanardi, Quagliariello, ma anche Formigoni, Sacconi, Gasparri, Malan al Senato, e poi Roccella e Pagano alla Camera, a Roma sostengono tutti Marchini. E qualcosa vorrà pur dire.

Alcuni di loro, poi - Giovanardi, Quagliariello, Roccella - sono addirittura usciti dall'NCD, contro la politica "morbida" del partito sulle unioni civili.

Ma soprattutto, adesso la battaglia è alla Camera, in commissione Giustizia. Una battaglia molto difficile e finora trasversale, fatta anche di sedute notturne, a suon di emendamenti firmati da esponenti di gruppi diversi che si sono alleati su questo tema: Roccella, Pagano, Molteni, Gigli, Palmieri. 

E dove sono quelli di Fratelli d'Italia? Cosa hanno fatto finora? Non si è visto uno del gruppo di FdI neanche di passaggio: La Russa, Meloni, Rampelli, dove siete stati finora? Cosa avevate di meglio da fare?

Sono i grandi assenti, altro che rappresentanti del Family Day!!!!

IL FASCISMO E’ ANZITUTTO UNO “STILE” DI TRATTARE GLI ALTRI.


Scrive De Maistre: “una controrivoluzione non deve essere una rivoluzione in senso contrario”

Ossia il post-fascismo deve essere non un fascismo di segno contrario (antifascismo) ma il contrario del fascismo (dunque libertà e non violenza).

È stato proprio il 25 aprile, festa della Liberazione nazionale, 71° della fine della seconda guerra mondiale, a testimoniare che questo Paese alleva in sé la permanente virulenza del fascismo.

A Milano, in piazza S. Babila, l'ennesima contestazione delle bandiere della Brigata ebraica (composta, allora, da uomini e da donne doppiamente eroici, perché rischiavano consapevolmente la loro vita due volte, come combattenti e come ebrei), dietro le quali sfilavano anche i pochi superstiti tra i circa duemila partigiani ebrei che avevano militato nelle file della Resistenza italiana. Protestavano i soliti sostenitori di tante cause perse (dai NoTav ai NoTriv) che hanno ritenuto di conquistare una sorta di legittimazione morale appropriandosi della causa palestinese.

A Roma, in margine alla cerimonia all'Altare della Patria, militanti del Movimento 5 stelle sono corsi in Piazza Colonna per gridare «Onestà, onestà», testimonianza questa, insieme ad altre aggressioni verbali (compreso il sistematico recarsi davanti alle abitazioni di avversari politici) di una concezione squadristica.

Infine nella Napoli del paladino della giustizia De Magistris, la candidata sindaco Valeria Valente del Pd è stata costretta a lasciare la manifestazione dalla feroce contestazione dei «lazzari» del sindaco in carica e di personaggi che, con l'antifascismo, non hanno nulla da spartire.


 Se il 25 aprile ha, nel 2016, un senso, esso sta proprio nella riaffermazione dei valori di libertà. Questi non si conquistano una volta per tutte. Vanno riconquistati giorno per giorno.

venerdì 29 aprile 2016

UN CARISMA DA RISCOPRIRE

 “OCCORRE LA FORZA DI
METTERSI CONTRO”

Tratto da : NON POSSIAMO TACERE (pag. 74-76)
Di Mangiarotti –Graziola


(omissis) 

Si tratta di cogliere anzitutto lo spirito (di don Giussani) che lo ha mosso, per poter capire bene anche la lettera delle sue singole affermazioni. Tenendo presente questo spirito si evita l’errore di interpretare male certi suoi giudizi storici: essi infatti oggi si possono facilmente applicare ad un oggetto sbagliato, fraintendendo completamente il loro significato originale. Lo si visto sopra parlando della sua opposizione alla riduzione del Cristianesimo ai valori: egli parlava dei ‘valori comuni’ imposti dal potere e non intendeva in nessun modo negare la necessità per i cristiani di battersi per la difesa dei valori inalienabili della legge di Dio. Anzi, tutto il suo richiamo a costituire comunità cristiane di ambiente (scuola, università, lavoro, quartiere, città, nazione) era sempre collegato all’esortazione al coraggio dell’annuncio pubblico della verità.
Strasbourg, Saint-Pierre-le-Jeune,XIV secolo

Per questo esisteva il ‘raggio’, cioè il raduno pubblico e aperto a tutti della comunità di ambiente per sfidare ciascuno ad un paragone con l’ideale cristiano. Per questo esistevano le ‘iniziative’, cioè i gesti pubblici della comunità di ambiente, quali convegni, conferenze, testimonianze, viaggi, libri, per favorire al massimo l’incontro con la gente e aiutarla a conoscere in modo vivo e integrale l’annuncio cristiano e il suo giudizio sulla realtà.

Il Movimento è nato per realizzare questa presenza là dove essa non c’era o dormiva o taceva. Don Giussani lo racconta con le sue parole, tratte da uno dei testi fondativi della realtà di Comunione e Liberazione: Il cammino al vero è un'esperienza (ed. SEI, Torino 1995) è una testimonianza già a tutti nota, ma si provi a fare attenzione ai termini precisi che in essa vengono usati:

“Durante un viaggio in treno verso il litorale adriatico attaccai discorso per caso con un manipolo di studenti. Li trovai paurosamente ignoranti circa la natura e lo scopo della vita cristiana e della Chiesa.
Pensai allora di dedicarmi alla ricostituzione di una testimonianza cristiana nell’ambiente scolastico in cui risultava di fatto assente una presenza cristiana e dove si era fatta invece pressante la battaglia anticattolica dei professori e dei gruppi portatori di idee e valori laicisti. (p. VIII)”
Egli specifica che non si trattava solo di riscoprire l’essenziale ‘teologico’ del Cristianesimo, ma anche ciò che esso produce come impegno culturale dentro l’ambiente: “La nostra decisione per l’essenziale produsse, senza programmi ma come immediato sviluppo di cultura e di energia affettiva, le piccole e grandi battaglie culturali in cui i giovani di GS si coinvolsero con generosità e coraggio: prima fra tutte quella citata per la libertà di educazione in un contesto ideologico ed ecclesiastico insensibile quando non ostile a ogni contestazione di quel tipo di involuta libertà di coscienza, e quindi di educazione ed espressività culturale, di cui oggi vediamo le gravi conseguenze e le più subdole applicazioni. (p. X)”

Affermando che “il richiamo cristiano deve essere deciso come gesto”, specificava una serie incalzante di osservazioni che smascherano senza pietà tutte le nostre ipocrisie e indicano una strada inequivocabile:

1) La prima condizione per raggiungere tutti è una iniziativa chiara di fronte a chiunque.
2) Può essere illusione ambiguamente coltivata quella di introdursi nell’ambiente o di proporsi alle persone con una indecisione tale da sminuire il richiamo, nel timore che il suo urto contro la mentalità corrente indisponga gli altri verso di noi, e crei insormontabili incomprensioni e solitudini. Si possono così cercare, magari con ansiosa scaltrezza, accomodamenti e camuffamenti che rischiano troppo facilmente di
rappresentare dei compromessi dai quali è poi assai arduo liberarsi.
3) Non dobbiamo dimenticarci che questa «mentalità corrente» non esiste solo al di fuori di noi, ma ci permea fin nel profondo. Per cui l’indecisione nell’affrontarla può costituire una posizione rovinosa per noi stessi.
4) Per essere onesti, ad un certo momento occorre porsi di fronte ai problemi seri, non solo nell’ambito interiore della propria coscienza, ma anche nel dialogo con gli altri.
5) Per questo occorre la forza di mettersi contro, che è quanto Cristo ci ha chiesto per farci entrare nel Regno: «Chi avrà avuto vergogna di me di fronte agli uomini, anch’io avrò vergogna di lui di fronte al Padre mio».
6) Forza, cioè coraggio («virtus», in latino): in fondo ciò che occorre è un po’ di quella virtù con cui Matteo, Zaccheo e la Maddalena affermarono la loro scoperta cristiana di fronte all’ambiente in cui erano immersi. O, se si vuole, ciò che occorre è rinnovare la testimonianza di Stefano di fronte al Sinedrio: sfidare l’opinione di tutti per seguire Gesù (pp. 5-6).

Affermando poi che “il richiamo cristiano deve essere integrale nelle dimensioni”, spiegava proprio ciò che sopra abbiamo cercato di dimostrare con le nostre povere parole, cioè che è esattamente una autentica vita cristiana che per poter essere tale esige di non perdere la sua dimensione culturale, vale a dire la capacità di annunciare tutta la verità insegnata da Cristo.

Ecco alcuni dei punti del capitolo dedicato a questo argomento:
“3) Affinché un gesto sia completo occorre che abbia tutte le sue dimensioni fondamentali: quelle che definiscono con precisione e fedeltà il suo volto vero.
4) Oscurare o trascurare qualcuna delle dimensioni che il gesto deve avere come sua natura e suo destino, sarebbe fare di quel suo volto una maschera, cioè una illusione se non una menzogna. L’integralità delle dimensioni in un gesto non è semplicemente questione di ricchezza o di pienezza, ma è una questione addirittura di vita o di morte per il gesto stesso; poiché senza l’impostazione almeno implicita di tutte le sue fondamentali dimensioni, il gesto non è povero, ma addirittura manca di verità, è contraddittorio alla sua natura, è ingiusto.
5) Le dimensioni naturali di un gesto sono profondamente legate tra di loro. Così, quanto più intensamente se ne vive una, tanto più ci si rende disponibili a vivere le altre.
Le dimensioni del richiamo cristiano sono: - cultura – carità - cattolicità. (pp. 12-13)”

Occorre la forza di mettersi contro la mentalità corrente, di sfidare l’opinione di tutti per seguire Gesù, di non privare l’esperienza cristiana della sua dimensione culturale. E’ impossibile non cogliere la grandezza di questo carisma, sia in queste parole chiare e nette, sia nella storia che esse hanno generato dentro la società. Il Movimento non può rinnegare tutto questo: è per esso stesso una questione di vita o di morte.

E non è solo una questione ciellina. Ciò che don Giussani ha insegnato e testimoniato per poter vivere la presenza cristiana dentro il mondo di oggi è stato riconosciuto dalla Chiesa come un carisma donato dallo Spirito Santo per il bene di tutta la Chiesa medesima e dell’umanità. Eppure ancora oggi questo metodo viene rifiutato da moltissimi cristiani perché ‘ciellino’ o ‘integralista’, e si cerca di sostituire ad esso una serie interminabile di
piani e progetti umani il cui esito è sotto gli occhi di tutti.

Il mondo di oggi non può incontrare Cristo se i cristiani non accettano di mettersi insieme in ogni ambiente in cui si trovano per vivere la fede nella sua integralità e per fare tutto ciò pubblicamente. Gli uomini attendono disperatamente questa carità da parte nostra, anche quando sembrano odiarla: dovranno attendere ancora a lungo?
 Continueranno ancora per molto tempo i cristiani ad essere invisibili negli ambienti in cui l’uomo moderno forma se stesso, la sua cultura, la sua esistenza, la sua missione? Si rifiuteranno i discepoli di Cristo ancora per altri decenni di mettersi insieme e di proporre a tutti la vita nuova e la cultura nuova che a loro sono state donate?

Noi umilmente ma convintamente crediamo che don Giussani, il cui processo di beatificazione è in corso, un giorno giungerà agli onori degli altari: possa egli dal Cielo urgere perché i cristiani abbiano il coraggio di compiere al più presto la loro missione.

Tratto da : NON POSSIAMO TACERE (pag. 74-76)
Di Mangiarotti –Graziola