martedì 6 settembre 2016

QUANDO LA SATIRA E’ SCHIFOSA


MASSIMO GRAMELLINI

La vignetta di Charlie Hebdo che comprime in una lasagna i cadaveri dei terremotati di Amatrice è semplicemente schifosa. E la vignetta successiva, che spiega come il bersaglio della prima non fossero i morti ma la mafia che ha costruito le case, è banalmente razzista. Allora, siamo o non siamo ancora Charlie? Nel domandarmelo ho pensato al funzionario nordcoreano fucilato dalla contraerea di Kim Jong-un per essersi appisolato durante una riunione. Ho sempre considerato disdicevoli le persone che si appisolano durante le riunioni, specie mentre sto parlando io. Infatti non è stata la pennichella a farmi sentire solidale con lui, ma la reazione omicida del tiranno.  

«Je suis Charlie» voleva e vuole dire proprio questo. Nessuno può essere multato, imprigionato, ferito o ucciso per avere pubblicato una vignetta ributtante sull’Islam (o sul terremoto). Non è solo la libertà di espressione ad avere un limite nella legge, ma anche quella di critica. Nemmeno Charlie, però, può continuare a ostentare il marchio del perseguitato che si è guadagnato sul campo per indignarsi di fronte al ribrezzo che provoca nei benpensanti, e nei pensanti in genere, la sua satira meschina. E meschina non perché attinge ai luoghi comuni più frusti sull’Italia (mafia e pastasciutta), ma perché i piedi che spuntano dalla lasagna potrebbero essere quelli della piccola Giulia che non si è riusciti a estrarre viva dalle macerie. La satira può uscire dalla testa o dalla pancia. Questa è uscita direttamente dal sedere (scusate, è satira). 

03/09/2016 tratto da la stampa


sabato 3 settembre 2016

CAMISASCA: TU SEI UN BENE PER ME


Dio non vive sulla morte di ciò che lo circonda, ma apre il suo infinito a tutto ciò che ha voluto e creato: l’uomo gloria di Dio e l’universo gloria dell’uomo.

«Tu sei un bene per me»: a chi possiamo dire queste parole? A tutti? Soltanto ad alcuni? E a chi, in particolare? Mi viene alla mente un episodio del Vangelo, riportato da Matteo e Marco con delle varianti:Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna? Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo (Mc 10,18; cfr. Mt 19, 16-17). 

Solo Dio è bene. Sei tu, Signore, l’unico mio bene (cfr. Sal 15,2). Egli è l’unico necessario. «Solo Dio basta», scriveva santa Teresa D’Avila.


Forse bisogna giungere a questa profondità nel pozzo della vita, là dove, dopo aver assaporato tutte le acque, alla ricerca di quella che possa infine colmare la sete, si scopre che essa, la sete, rimane, anzi si accende sempre di più. E allora ci si mette a gridare come Gesù sulla croce: “Ho sete”  (Gv 19,28). A quel grido solo l’Infinito poté rispondere.

A questo punto, probabilmente, si cominciano a dipanare una serie di risposte alle domande che ho posto all’inizio. Chi è quel Dio che pretende di essere l’unico bene? È un Dio esclusivo, che vuole restare solo con l’amato? Lo amerebbe veramente se volesse affermare l’unicità del suo amore cancellando tutto ciò che di bene l’altro porta con sé?
In realtà il Dio “che basta” si rivela, a chi arriva a scoprirlo dopo i tanti itinerari della vita, come un Dio che ama, anzi un Dio che è l’amore stesso e perciò la fonte di ogni amore, un Dio che è Padre, che ha generato un Figlio, e il loro rapporto di donazione reciproca è una terza persona: lo Spirito.

«S’aperse in nuovi amor l’etterno amore» ha scritto Dante nella sua Divina Commedia (Par. XXIX, 18). “Solo Dio è buono”, “Dio mi basta” e altre espressioni simili devono perciò essere lette in modo inclusivo e non esclusivo. Dio non vive sulla morte di ciò che lo circonda, ma apre il suo infinito a tutto ciò che ha voluto e creato: l’uomo gloria di Dio e l’universo gloria dell’uomo. Dio vide che era cosa buona (cfr. Gen 1,4ss): è il ritornello che, all’inizio del libro della Genesi, conclude ogni singolo giorno della creazione. Bene è dunque tutto ciò che scaturisce dalle mani di Dio e tutto ciò che ci conduce a lui.

«Tu sei un bene per me» può essere dunque la frase romantica di chi guarda l’altro solo attraverso un fragile sentimento o addirittura di chi pensa di potere fare dell’altro quello che vuole, ma, grazie a Dio, può essere invece il riconoscimento dell’importanza dell’altro nel mio cammino verso la comunione con il creato e il creatore.

Questo “tu”, come Dio, ha molto spesso il volto dell’imprevedibilità e della novità assoluta, mi obbliga a una nuova disponibilità della mente e del cuore, a una nuova apertura e scoperta, mostra il peso del fratello come sacramento del divino. Dire all’altro: «Tu sei un bene per me» coincide con l’inizio di una nuova amicizia e con i cieli e la terra nuova di cui parla l’Apocalisse (cfr. Ap 21,1).

In questo cammino ogni giorno viene superata l’estraneità, l’inimicizia. Lo straniero, l’estraneo viene accolto come fratello nella mia casa.

venerdì 2 settembre 2016

FERTILITY DAY. DUE PAROLINE A RENZI, IL “BENALTRISTA”


Settembre 2, 2016 
Come dice la Roccella, il premier sa che esiste una questione demografica, ma boccia la campagna della Lorenzin perché “serve ben altro”: qualcuno gli ricordi che è il capo del governo.

Luigi Amicone

Nel cumulo di macerie che si staglia in Italia, dove non c’è buona azione o buona pratica che non riceva immediata stroncatura polemica, normale che una buona iniziativa come il “fertility day” sollevi pernacchi e sputi tra l’élite innamorata della propria infecondità, avarizia e singletudine da zitella acida.
 
La reazione politicamente corretta all’iniziativa di mamma ministro Lorenzin ci sta, eccome. Vuoi che in un Paese alla deriva della sazietà suicida delle classi dominanti, in un paese che tra vent’anni parlerà mandarino e arabo, ma i cui capi restano ciechi e subalterni alla raffinatezza del matrimonio gay piuttosto che alla modernità (rispetto ai cornetti, alle merendine e alle macchinette del caffè) della Ru486 o del palloncino (che non si chiama più goldone ma “prevenzione”), alla fine non si alzi anche il gatto furbastro del primo ministro che capito dove tira il vento prende “le distanze” dall’iniziativa del suo stesso ministro del suo stesso governo?

Eh già. “Ci vuole ben altro” nel paese del benaltrismo. E vuoi dare torto a Eugenia Roccella? «Renzi prende le distanze da una delle pochissime buone iniziative del suo governo, il fertility day del ministro Lorenzin. Il presidente del Consiglio ammette che esiste una questione demografica, ma boccia la campagna d’informazione e di prevenzione per la fertilità e si rifugia nel luogo comune del “serve ben altro”, ovvero interventi strutturali. Qualcuno lo informi che, essendo il capo del governo, se ritiene necessario fare altro, il compito spetta a lui».

Dopo di che, punto secondo, la Roccella non ha nemmeno torto a raccontare l’elementare, Watson: «Troppe sono le coppie, e soprattutto le donne, che, sulla base di notizie sommarie o sbagliate, rimandano la genitorialità oltre i limiti biologici e vivono poi amare delusioni quando scoprono che anche la procreazione assistita, dopo una certa età, ha tassi di successo irrilevanti». Quindi, intanto che “occorre ben altro”, bisogna schifare una delle poche cose intelligenti che fa il governo di un venditore di tappeti tedeschi usati?

Punto terzo, sempre della suddetta e amabile ex radicale convertita al buon senno cattolico, «la questione demografica non sarà risolta dal fertility day, ma gli attacchi che l’iniziativa sta subendo sono incomprensibili o strumentali».
Strumentali è sicuro. Ma incomprensibili no. Infatti, cosa ti devi aspettare di nuovo nel paese dei rosicon-sfascisti, delle puzzette in forma di editoriali e della lingua indignata che lava i panni nell’Arno dei Rizzo&Stella tutti i santi day?

Ps. Nella serata di ieri mamma Lorenzin ha fatto sapere che non voleva offendere nessuno, che gettava la spugna, che «rimoduleremo il messaggio». E bravi. Avanti così, con il piagnisteo scassatutto.

giovedì 1 settembre 2016

UN MEETING CHE TRACCIA LA STRADA

dal blog di EMANUELE POLVERELLI

CAMBIAMENTO DI PELLE, MA NON GENETICO


È veramente poco interessante, come sostiene Renato Farina su il Giornale, la discussione sui media relativa ai presunti o reali “nuovi corsi” di CL (“Non ho nessuna voglia di spiegare la nuova pelle e ripetere le vecchie palle su Cl”). Ciò che manca in questi dibattiti – interni o esterni che siano  – è quanto lo stesso Farina ricorda alla fine del suo pezzo (“Polemiche mediatiche ogni volta diverse, ma qui è il posto dove si rinnova l’unica domanda seria: che cosa vogliamo farne della nostra vita?”). Fuori di questo semplice riconoscimento vi è ideologia, ovvero la sostituzione alla realtà di proprie interpretazioni riduttive, generalmente legate a un progetto o un interesse specifico. Un esercizio quanto mai comune, purtroppo, e decisamente anti giussaniano.

Chiarito ciò e superate le polemiche da mercato rionale (anche se targate Repubblica), così come quelle su presunte modalità migliori di affrontare problemi di complessità geopolitica irrisolta da mezzo secolo (vedi crisi di Cuba), si può tornare a parlare di un Meeting che in tanti hanno definito tra i più belli di sempre per ricchezza di spunti e di proposta.
Provo semplicemente a raccontare il “mio Meeting” come ho sempre fatto, fin da quando scrivevo per La Voce, senza alcuna pretesa ovviamente di interpretare il “messaggio del Meeting” (se mai vi è un qualcosa di simile).

Parto dalla testimonianza del 19 agosto di monsignor Camillo Ballin, Vicario apostolico dell’Arabia del Nord, durante l’incontro Vivere da cristiani. Il vescovo ha chiarito come si possa vivere e affermare che l’altro è un bene anche in una condizione difficilissima e di grandi limitazioni di azione. È la risposta ad una domanda che in tanti prima del Meeting avevano: come si può dire “tu sei un bene per me”, quando l’altro non ti sopporta, non ti vuole, agisce per sopprimerti?
Mons. Ballin dichiara di “non aver mai convertito nessuno” (ha raccontato che i pochi che, arabi, avevano chiesto di battezzarsi erano in realtà spie mandate dal governo per farlo cadere in trappola, e ha ricordato che chi abbandona l’Islam in quei paesi è destinato alla morte -), ma ha testimoniato una fede interamente vissuta  e ha definito  la loro terra come una terra ricca poiché  “noi mandiamo nei vari paesi del mondo una ricchezza molto più grande dell’esportazione del petrolio, mandiamo discepoli di Gesù Cristo” (ndr: cliccando su questi link si rimanda alla posizione esatta del video. In questo caso, mons. Ballin prosegue fino a commuoversi mentre racconta quanto grande sia la sua gioia allorché incontra in quelle terre un cristiano che riesce a testimoniare con la propria vita la bellezza della fede). Una posizione, quella del prelato, che (senza nascondere alcun problema e negare le necessarie azioni) spazza via ogni tentazione di contrapposizione e di polemica, -o di lamento -, per affermare un positivo possibile da subito e per giunta con chi è nemico.
È proprio la testimonianza dei cristiani sofferenti per la propria fede nel mondo a guidare, già da anno scorso,  la posizione da tenersi nei confronti dell’Islam  ma anche nei confronti delle sfide che si vanno aprendo su tutto il mondo. Ed è la posizione di chi vive, con una tenacia che ha dell’incredibile, la speranza della fede in maniera incrollabile.

Prima di giungere all’esplicitazione più diretta del tema del Meeting, facciamo un rapido passaggio sull’incontro, sempre del 19 agosto, che aveva a tema i rapporti di Guardini e Giussani con la modernità. Sono interessanti, infatti, alcuni chiarimenti  di argomenti che non possono essere ridotti a mito, come purtroppo, ascoltando alcuni dibattiti recenti, pare accadere. Ci riferiamo alla banalizzazione e idolatria di un’età stupenda come il Medio Evo – (vedi quanto afferma qui Borghesi) – che merita la considerazione e l’analisi articolata della storia e non di una vulgata di segno uguale ed opposto rispetto a quella illuministica.

L’incontro sul tema del Meeting, ricco di riferimenti personali e con una toccante conclusione, è con lo scrittore Luca Doninelli, tema chiarito però in maniera rapida ed estremamente efficace anche dalla docente russa Tat’jana Kasatkina, Direttore del Dipartimento di Teoria della Letteratura presso l’Accademia Russa delle Scienze, la quale, esplicando il tema del Meeting rispetto alla letteratura (l’incontro era La Vita Viva. Leggendo gli “Scritti dal Sottosuolo” di Dostoevskij) ha chiarito la dinamica dell’altro come essenziale per il respiro dell’io. In un successivo incontro informale, la Kasatkina ha offerto una sorta di fondazione teoretica di questa affermazione. Ha specificato che l’uomo, in quanto uomo, non vive del suo istinto ma della libertà. Tuttavia vivere nella libertà risulta difficile, scomodo, disagevole. Pertanto ecco affiorare la necessità di sostituire l’istinto con parametri di comportamento fissi, regole morali o modelli culturali che determinano sé e la società. In questo modo però si disperde nuovamente la libertà (ciò che vi è di più autenticamente umano), accomodata in consueti schemi, ripetuti meccanicamente. Ciò da cui ci si era liberati, la rigidità meccanica dell’istinto, torna in forma diversa. L’altro, dunque, con la sua forza dirompente, è l’opportunità del rifiorire della libertà. L’altro, con cui entro in scontro, mi obbliga al cambiamento, sempre scompagina le mie misure, ed è l’ occasione per recuperare la dimensione della libertà, della scelta, del mettersi in gioco. Ovvero la dimensione autentica dell’io. Una dimensione sempre drammatica e che Dostoevskij descrive persino come infernale. Durante l’incontro su Dostoevskij, la Kasatkina aveva magistralmente delineato la dialettica dell’io e dell’altro, a questo punto dell’incontro fino alla conclusione (5 minuti), punto complesso e tutto da meditare, che ci porta completamente all’interno della famosa frase evangelica “ama il tuo nemico”.
Non difficile dunque comprendere perché l’intervento di Antonio Spadaro, che ha descritto la geopolitica del papa, intesa come geopolitica della Misericordia, risulti centrale, e programmatica, in più di un passaggio. Spadaro, che ha candidamente confessato che “le cose che dico non le ho ancora capite” e il cui intervento merita molteplici analisi, ha parlato di superamento del Costantinismo, ovvero la grande utopia di costruire il Regno di Dio sulla terra, propria poi di tutto il Medio Evo, ma anche di tante forme di presenza dei cattolici nella società fino all’altro ieri (il suo riferimento è stato al “partito” dei cattolici). È questo il passaggio più delicato e che sicuramente farà più discutere, ma la precisazione di queste affermazioni e la riflessione che seguirà nei prossimi mesi saranno sicuramente decisivi per tutta la Chiesa e la società intera.
In questi passaggi, qui sommariamente delineati, si avverte la presenza del respiro della storia, di prospettive cioè che si vanno aprendo a dimensioni, universali, tali da abbracciare l’umanità intera. È la stessa vibrazione che, nell’incontro con don Giussani, ha generato quel cordone ombelicale che ci lega al mondo e che a sua volta ha fatto nascere il Meeting.
Dove porti questa dimensione di cambiamento epocale non lo sappiamo. Certamente sarebbe folle non accettare la sfida che abbiamo di fronte, in nome di una presunta fedeltà al movimento, individuata in certe forme e in certi temi, quando in questi 60 anni siamo stati capaci di una crescita e maturazione impressionante, attraversando fasi tra loro decisamente eterogenee.
Se è vero, come tutti ammettiamo e gli ultimi papi incessantemente hanno ripetuto,  che siamo non “in una epoca della crisi, ma all’interno della crisi di un’epoca”, non possiamo rimanere fermi, pena l’afonia, ovvero l’incapacità di parlare all’uomo di oggi, oppure pena il destino di costruire un piccolo residuo della storia, destinato a tradire la vocazione “cattolica” (universale) dell’incontro con Cristo.
Non son certo queste le “minoranze creative”, di cui si parlava qualche anno fa…
Occorre invece avere coraggio. Lo stesso che Giussani ebbe entrando nelle scuole, armato solo di Cristo e della ragione. Il coraggio che il papa riconosce al Meeting, proprio all’inizio del suo discorso di saluto.
Ed è proprio il papa, che CL convintamente segue, che indica l’unica realtà capace di “tenere” di fronte a questa situazione drammatica:  l’esperienza di Cristo, presente in una comunità umana prossima e visibile, e che si manifesta in una sorta di abbraccio, come ascoltiamo ripetere incessantemente sia dal papa che da CL.
Cristo: una presenza “altra” che rigenera la vita.
Ma questo non è ciò che sempre ci ha detto don Giussani?



il testo contiene molti link su You tube cliccando i quali si possono seguire gli incontri commentati

mercoledì 31 agosto 2016

DON FABIO BARONCINI, GIUSSANI E CL



Tra i primi a seguire don Luigi Giussani, per 40 anni gli è stato a fianco nella guida di Comunione e Liberazione. Ora, appena celebrati i 50 anni di sacerdozio, in questa intervista don Fabio Baroncini racconta la sua vocazione («la testimonianza che Dio è fedele») e il suo incontro con don Giussani («la scoperta che Cristo è la salvezza per ogni uomo»). E lascia un compito: «Resistere, resistere....»

La lunga vita sacerdotale? «È vedere realizzata la promessa di Dio». Don Giussani? «Per me ha significato scoprire che Gesù Cristo è la salvezza per tutti gli uomini, scoprire l’orgoglio di essere cristiani». Comunione e Liberazione? «Non ha ancora realizzato la genialità di Giussani». A parlare così è don Fabio Baroncini, che del movimento fondato dal servo di Dio don Luigi Giussani non è soltanto uno della prima ora, ma è stato parte del ristretto gruppo di amici che per 40 anni ha condiviso con Giussani la responsabilità del movimento. 
Don Fabio Baroncini e Lidia Giussani

Lo incontro in un caldo pomeriggio di fine luglio nella canonica della sua parrocchia di San Martino a Niguarda, un paesino inglobato nella città di Milano, a due passi dal famoso Ospedale Maggiore Ca’ Granda. A 74 anni, e dopo 30 anni da parroco in questa chiesa, tra pochi giorni lascerà questa casa parrocchiale perché si è dovuto dimettere per motivi di salute e si trasferirà in un nuovo appartamento. Incontrandolo oggi, in questo uomo alto e magro, reso curvo e fragile dalla malattia, che cammina con difficoltà e parla con un filo di voce, apparentemente è difficile riconoscere quel prete “montanaro” che con agilità fuori dal comune guidava i suoi ragazzi su tutte le montagne delle Alpi – anche in escursioni notturne – per fare apprezzare il gusto della bellezza del Creato. Eppure, proprio in questa fragilità risalta ancora di più un’energia che non viene dall’uomo, quello spirito indomito e quella urgenza di rendere presente a tutti il fatto cristiano che ancora oggi, a dispetto della debolezza fisica, lo vede girare instancabilmente per tante famiglie, gruppi, comunità di giovani e vecchi di Cl, per rendere presente il carisma di don Giussani. Don Fabio Baroncini ha appena celebrato i 50 anni di sacerdozio: venti anni passati da coadiutore a Varese, dove è stato l’anima di una delle comunità più numerose e vivaci di Cl e che per l’occasione gli ha dedicato una grande festa, e poi trenta da parroco a Milano.

Don Baroncini, come sintetizzerebbe questi 50 anni di vita sacerdotale?
Sono la testimonianza della fedeltà di Dio al compito che ci dà, alla vocazione cui ci chiama. Arrivato a 50 anni della mia ordinazione sacerdotale vedo oggi che il Signore è stato fedele. All’inizio ho dovuto rischiare sulla speranza, cioè sulla certezza che il futuro mi avrebbe restituito quello che io desideravo, quando tutto apparentemente sembrava dire il contrario. Oggi, dopo 50 anni di vita sacerdotale, dico che questa fedeltà di Dio l’ho verificata.

Come si concretizza questa fedeltà? In cosa consiste questa promessa realizzata?Consiste nel fatto che la mia vita così com’è, con le sue banalità quotidiane, può essere un’offerta a Dio attraverso la quale tanta gente, mi pare di poter dire, abbia creduto in Gesù Cristo. 

In 50 anni di sacerdozio sono sicuramente tanti i fatti e le suggestioni che varrebbe la pena fossero raccontati. Ma quale aspetto in particolare l’ha colpita?
Mi ha sempre colpito la stima di cui sono stato circondato come prete, da tanta brava gente. Ricordo che quando sono diventato parroco qui a Niguarda, andai a parlare con monsignor Ferrari, che era vicario generale di Milano. E lui mi disse: “Guarda, a Niguarda troverai tanta brava gente, che ti darà quello che potrà. E infatti a Niguarda la cosa che mi ha stupito in questi tempi recenti è di quanto la gente voglia bene ai suoi preti. 

TUTTO IL MONDO SARA’ CONTRO DI TE

 “Immaginate, al contrario, uno che resiste… Questo è il cristiano, nella storia questo è il cristiano, e se non è così non è cristiano…. Resistenti bisogna essere. Come resistenti? Resistenti, resistenza…rivoluzione: è un rivoluzionario, e un rivoluzionario deve essere combattivo.

Qual è l’unica risposta all’omologazione? Fare la rivoluzione. Non è un concetto mio, è un concetto di Gesù, è la prima parola detta da Gesù: “Cambiate mentalità”, cambiate modo di giudicare, di vedere, di sentire, di gustare, di amare, di fare le cose.
(…) Cosa vuol dire, dunque, essere contrari alla omologazione generale? Se sei contrario alla omologazione generale non potrai essere riconosciuto, non potranno lodarti, i giornali non parleranno di te, a meno di far scandalo contro di te, le televisioni non riprenderanno la tua faccia (…).
Se sei così, tutto il mondo sarà contro di te, eppure capirai che lo scopo della vita e il gusto della vita starà proprio nel continuamente gridare al mondo, incominciando da chi ti è vicino di banco, quello che il tuo cuore e i cuori di tutti desiderano dalla loro origine (…).

Non puoi non essere perseguitata, amica mia, non puoi non essere odiata. Ma è nel dolore di questa persecuzione che tu coverai il seme luminoso e caldo della messe finale, del significato ultimo del mondo, che un giorno tutti – tutti! – riconosceranno, tutti dovranno riconoscere e diranno: ‘Aveva ragione, aveva ragione!’. Al di fuori di questo scopo non c’è più né affezione, né amicizia”.
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DON LUIGI GIUSSANI

da Realtà e giovinezza. La sfida, (Ed. Sei, p. 86)

sabato 27 agosto 2016

SE LA FEDE SI RIDUCE A SENTIMENTO

 “False accuse alla Chiesa. Quando la verità smaschera i pregiudizi”

LUTERO E LA DEMOLIZIONE DEL CATTOLICESIMO
MONS. LUIGI NEGRI


«Chiamiamo le cose con il loro nome, Lutero non voleva riformare, ma ha obiettivamente demolito la Chiesa. Ha ridotto la fede a sentimento e soppresso la realtà ecclesiale nella sua sacramentalità. E' inesatto e parziale dire che è stato un riformatore non capito». Sono parole di monsignor Luigi Negri, che domenica sera al cinema Tiberio di Rimini ha presentato in un affollato incontro pubblico il suo ultimo libro, la nuova edizione aggiornata di "False accuse alla Chiesa. Quando la verità smaschera i pregiudizi", editore Gribaudi, con una presentazione di mons. Luigi Giussani.

Fra i dieci capitoli del lavoro, scritto nello stile vigoroso e sintetico che contraddistingue l'autore, uno è dedicato appunto al protestantesimo, un tema attualissimo visto l'ormai prossimo cinquecentenario delle origini. Rispondendo alla domanda del moderatore su cosa fosse accaduto nel 1517 e anni seguenti, ha spiegato l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio:
Lutero affigge le 95 tesi sulla porta della chiesa
del castello di Wittenberg

«Lutero ha iniziato la riduzione della fede a sentimento. Sotto la spinta di tante problematiche, anche personali e morali, ma è indubbio che da Lutero in poi la fede non è una cosa oggettiva, un incontro reale e storico che continua a seguirmi: è un sentimento. Detto nelle sue formulazioni più radicali: se senti di essere salvato sei salvato; se non senti di essere salvato non sei salvato».
Il sentimento si provoca nella lettura della Sacra Scrittura. Per cui la realtà ecclesiale nella sua concretezza, non solo non è più necessaria ma anche è sostanzialmente dannosa. La Chiesa costituisce una forma di mediazione indebita tra Cristo e la persona. Ma il Cristo che il protestante sostiene di incontrare, è un Cristo che finisce molto rapidamente ad essere il contenuto del messaggio scritturistico, interpretato adeguatamente dagli esegeti.

Le cose bisogna chiamarle con il loro nome, Lutero non voleva riformare, non so se in partenza avesse questo desiderio, ma di fatto obiettivamente ha demolito la Chiesa. Quando ha iniziato la sua demolizione, la Chiesa cattolica era fiorente in quasi tutta Europa. Ma se la fede è un problema individuale, soggettivo, non si può neanche vedere la Chiesa, la vera Chiesa che è quella degli eletti è segreta: la vede solo Dio e uno la individua nella sua coscienza. Perciò non c'è una storicità della Chiesa degli eletti, c'è la storicità della Chiesa tedesca, inglese, francese....
Abbinato a questo c'erano enormi possessi economici e fondiari: i grandi ordini cavallereschi tedeschi possedevano due terzi delle campagne. Ecco, una cosa che non c'entra assolutamente con la fede cattolica e che se non verrà mai superata dai luterani impedirà il ritorno, oltre il fatto che le donne sono anche vescovesse, è che è stata creata la Chiesa di Stato. Lutero dice: in tutta questa massa di realtà ecclesiale, io chiedo ai principi della nazione tedesca di proteggerci. Così nasce la Chiesa tedesca.  In Inghilterra c'è la chiesa anglicana, a Praga la chiesa ussita e così via. Così, per la prima volta, la qualificazione ecclesiale non è la fede, ma essere tedeschi, inglesi, francesi eccetera.

Riduzione psicologistica e spiritualistica della fede, e soppressione della realtà ecclesiale nella sua sacramentalità: Lutero non ritiene che la Chiesa sia sacramento, anche perché ha fatto praticamente scomparire quasi tutti i sacramenti, tranne il battesimo.
Noi ci siamo trovati di fronte, in questi tre secoli, a un tentativo di demolizione dall'interno della Chiesa che è di carattere protestantico. Quando alcuni grandi uomini di Chiesa come Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II parlavano di un cripto-protestantesimo presente nella realtà della Chiesa cattolica, dicevano che il nemico protestante non era fuori, il nemico protestante si era saldamente insediato all'interno della Chiesa.

Questo è Lutero. Se si dice un'altra cosa, se si dice che è stato un grande riformatore ma la Chiesa non l'ha capito, eccetera, si dicono cose certamente parziali e inesatte".

UN ROTTAME ALLA DERIVA


Questo è il destino di CL che vogliono i giornaloni e le "intelligenze" radicali e laiciste del paese. Questo è quello che auspica Dario Di Vico nella lapide scolpita nel Corriere di ieri ( qui ). 
Un movimento ininfluente, lontano dalla politica, giovanilista e spiritualista, obbediente e funzionale al potere, lontano dalla baldanza originaria e dalla presenza generata da don Giussani.



Giudicare tutto per essere felici» (a costo di essere definiti «integralisti») è il titolo di una mostra del meeting dedicata a MILANO STUDENTI che dice esattamente com’era GS e come sarà CL

Agosto 26, 2016 Leone Grott
Una mostra al Meeting di Rimini ha raccontato “Milano studenti”, il giornalino nato al liceo Berchet dove insegnava don Luigi Giussani


Costava 50 lire una copia di Milano Studenti, il giornale fatto da alcuni ragazzi di Gioventù Studentesca che frequentavano il liceo classico Berchet. Ogni numero era un’esplosione di vita, incontri, giudizi e non è un caso che senza finanziamenti sia uscito tutti i mesi dal 1957 al 1968 con una tiratura di 2 mila copie, all’inizio, fino a 10 mila. La storia di questo mensile ricalca e riproduce fedelmente quella di Gs, il movimento fondato da don Luigi Giussani che poi prenderà il nome di Comunione e Liberazione.

LA BALDANZA. La mostra ha fatto parte di quelle presentate al Meeting di Rimini, anche se rispetto alle altre era un po’ nascosta, arrangiata com’era dietro l’enorme schermo della Hall Sud della Fiera. L’apertura al mondo, la profondità, la capacità di ricercare la verità in tutto e di giudicare tutto di Milano Studenti, dal lavoro all’arte, dalle encicliche al marxismo, dall’islam alla pena di morte, rispecchiano perfettamente quella «baldanza» con cui don Giussani è entrato per la prima volta al Berchet nel 1954 e che ha cambiato la vita dei suoi alunni.

DIALOGO «DA INTEGRALISTI». Da quell’incontro è nato un giornale capace di dialogare con tutti, non per scambiare semplicemente opinioni ma per «proporre e ricercare la verità», atteggiamento allora (ma anche oggi) considerato «da integralisti», come spiega la guida della mostra. Un giornale che si occupava di tutto secondo la ragione, «perché la fede c’entra con tutto». Lo testimoniano gli articoli, incontri o interviste su Pavese, Pasternak, Camus, Congdon, Montale.

LA LETTERA DI CALVINO. Su quelle pagine apparve anche una lettera di Italo Calvino che ringraziava Milano Studenti perché il loro articolo dopo la pubblicazione di La giornata di uno scrutatore, libro molto disprezzato dalla critica al tempo per essere troppo impregnato di senso religioso, «è uno dei più seri che ho avuto e voglio ringraziarvi. Era proprio questo tipo di critica che volevo muovere, mentre invece la grande maggioranza della critica è stata d’una banalità e superficialità scoraggiante». Questo non impedirà a Calvino, anni dopo, di prendere una posizione nettamente diversa ad esempio sull’aborto e a loro, insieme a don Giussani, di opporsi nettamente.

MISSIONE IN BRASILE. Si documentano poi le battaglie per la libertà di educazione e la parità scolastica, l’apertura fino ai confini del mondo che ha portato i primi studenti diventati universitari a partire per il Brasile in missione, i grandi convegni su temi di attualità, l’invasione della Bassa milanese per le prime volte della caritativa con l’obiettivo di «condividere il senso della vita», le esperienze di «testimonianza comunitaria e non solo individuale».

«PER LA FELICITÀ». La mostra ha presentato i numeri che vanno dal 1958 al 1963 del mensile fondato da Claudio Risé e Amelia Bocchini. Milano Studenti interromperà le pubblicazioni nel 1968, ma rileggere quegli articoli è utile per capire le origini e l’anima del movimento fondato da don Giussani. La mostra si chiudeva proprio con le sue parole, pronunciate anni dopo, ricordando il suo primo giorno al Berchet: «Mi rivedo in quel momento, con il cuore tutto gonfio del pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo, è il cuore della vita dell’uomo: questo annuncio quei giovani dovevano iniziare a sentirsi dire e a imparare, per la loro felicità». 

Da qui è nato anche il Meeting di Rimini.



Agosto 26, 2016 Leone Grotti

venerdì 26 agosto 2016

CHE COSA DONA ALLA NOSTRA VITA L’ASSUNZIONE DI MARIA?


 Pubblichiamo uno stralcio dell’omelia pronunciata il 15 agosto 2012 da Benedetto XVI in occasione della solennità dell’Assunzione di Maria.

           (...) Che cosa dona al nostro cammino, alla nostra vita, l’Assunzione di Maria? 


Tiziano Vecellio
Venezia, Chiesa di Santa Maria dei Frari
Ma c’è anche l’altro aspetto: non solo in Dio c’è spazio per l’uomo; nell’uomo c’è spazio per Dio. Anche questo vediamo in Maria, l’Arca Santa che porta la presenza di Dio. In noi c’è spazio per Dio e questa presenza di Dio in noi, così importante per illuminare il mondo nella sua tristezza, nei suoi problemi, questa presenza si realizza nella fede: nella fede apriamo le porte del nostro essere così che Dio entri in noi, così che Dio può essere la forza che dà vita e cammino al nostro essere. In noi c’è spazio, apriamoci come Maria si è aperta, dicendo: «Sia realizzata la Tua volontà, io sono serva del Signore». Aprendoci a Dio, non perdiamo niente. Al contrario: la nostra vita diventa ricca e grande.

E così, fede e speranza e amore si combinano. Ci sono oggi molte parole su un mondo migliore da aspettarsi: sarebbe la nostra speranza. Se e quando questo mondo migliore viene, non sappiamo, non so. Sicuro è che un mondo che si allontana da Dio non diventa migliore, ma peggiore. Solo la presenza di Dio può garantire anche un mondo buono. Ma lasciamo questo.

Una cosa, una speranza è sicura: Dio ci aspetta, ci attende, non andiamo nel vuoto, siamo aspettati. Dio ci aspetta e troviamo, andando all’altro mondo, la bontà della Madre, troviamo i nostri, troviamo l’Amore eterno. Dio ci aspetta: questa è la nostra grande gioia e la grande speranza che nasce proprio da questa festa. Maria ci visita, ed è la gioia della nostra vita e la gioia è speranza.

Cosa dire quindi? Cuore grande, presenza di Dio nel mondo, spazio di Dio in noi e spazio di Dio per noi, speranza, essere aspettati: questa è la sinfonia di questa festa, l’indicazione che la meditazione di questa Solennità ci dona. 
Maria è aurora e splendore della Chiesa trionfante; lei è la consolazione e la speranza per il popolo ancora in cammino, dice il Prefazio di oggi. Affidiamoci alla sua materna intercessione, affinché ci ottenga dal Signore di rafforzare la nostra fede nella vita eterna; ci aiuti a vivere bene il tempo che Dio ci offre con speranza. 

Una speranza cristiana, che non è soltanto nostalgia del Cielo, ma vivo e operoso desiderio di Dio qui nel mondo, desiderio di Dio che ci rende pellegrini infaticabili, alimentando in noi il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore. Amen.


SPADARO: FRANCESCO, LA POLITICA DELLA MISERICORDIA

INT.
Antonio Spadaro
giovedì 25 agosto 2016


"Francesco sa bene che la pace 'pura' non esiste, ma sa anche che la Misericordia cambia il mondo", dice padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, a ilsussidiario.net, alla vigilia del suo incontro al Meeting di Rimini su "La diplomazia di Francesco". Ma per papa Bergoglio la misericordia non è solo "il nome di Dio", è anche — e forse proprio per questo — una categoria politica.

Un accostamento, quello di misericordia e politica, che certo non viene spontaneo.
Incontrando il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, l'11 gennaio scorso Papa Francesco ha evocato la misericordia otto volte. Dio agisce nella vita delle persone, ma anche dentro i processi storici dei popoli e delle nazioni, pure i più complessi e intricati. Così la misericordia di Dio si inserisce all'interno delle vicende di questo mondo, anche delle società e dei gruppi umani. Francesco esprime uno spirito profetico che incide sulla politica alta.

Ma in che modo questo principio si traduce in politica?
Concretamente la misericordia come categoria politica in estrema sintesi significa: non considerare mai niente e nessuno come definitivamente "perduto" nei rapporti tra nazioni, popoli e Stati. Questo è il nucleo del suo significato politico.

Eppure, un magistero ispirato alla misericordia sembrerebbe andare in direzione contraria rispetto a relazioni basate su strategie e rapporti di forza. Perché non è così?
Perché la presenza misericordiosa di Dio può mutare un tempo di miseria geopolitica nella "pienezza del tempo" cristiana. Questa dunque è la potenza della misericordia: mutare il significato dei processi storici, sciogliendone le fangosità e travolgendone i detriti.

Un'utopia?
No. Francesco sa bene che la pace "pura" non esiste e che l'uomo deve sempre affrontare i conflitti; magari "accarezzandoli", come egli ha più volte affermato. Il conflitto è ineliminabile nella dinamica dei rapporti umani, e dunque anche in quelli internazionali. Ma sa anche che la Misericordia cambia il mondo.

Che cos'è la "paziente empatia" di cui si parla nella Evangelii Gaudium e qual è il suo ruolo nell'azione pubblica, e dunque anche politica, di papa Francesco?
La posizione voluta dal Papa consiste nel non dare torti e ragioni, perché alla radice comunque c'è una lotta di potere per la supremazia regionale, definita dal Papa "vana pretesa". Non c'è dunque da immaginare uno schieramento per ragioni morali, ma si impone la necessità di vedere il quadro da un'ottica differente.

Papa Francesco si è rivelato decisivo in varie questioni dello scenario internazionale. In che modo papa Bergoglio fa le sue scelte?
La misericordia si delinea politicamente in libertà fluida di movimento, in non accettazione di schieramenti rigidi. Tutto questo mette in moto logiche imprevedibili, proprie di una visione poliedrica. La logica qui è flessibile, elastica, in fondo espressione di un pragmatismo positivo. La sua è una geopolitica non deterministica, che scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli.

Per intenderli e sovvertirli. In che modo entra qui in gioco la scelta delle periferie? Essa dopotutto riguarda lui stesso, un papa venuto dalla "periferia sud del mondo"…
In una intervista a La Cárcova News, un giornalino di quartiere legato a una villa miseria, Francesco ha chiarito che cosa egli intenda per "periferia". Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa. E ha fatto un esempio: "l'Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all'Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un'altra cosa". Lo sguardo di Bergoglio è, dunque, quello di Magellano e vuole continuare ad esserlo.

Che cos'è la pace per papa Francesco?
Costruire la pace, per Bergoglio, significa agire sui quadranti più delicati della politica internazionale in nome degli "scarti", dei più deboli. Le iniziative di pace, in un mondo che vive una drammatica "terza guerra mondiale a pezzi" — oltre 30 pezzi nel globo —, devono essere sempre collegate ai due grandi temi sociali che preoccupano maggiormente il Papa: la pace sociale e l'inclusione sociale dei poveri. Riprendendo la Populorum progressio del beato Paolo VI, egli esprime la convinzione che "una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza" (Evangelii Gaudium 219).

Papa Francesco è certamente molto preoccupato per il Medio oriente, come di altri fronti caldi. A chi si appoggia?
La Santa Sede ha stabilito o vuole stabilire rapporti diretti e fluidi con le superpotenze, senza voler entrare in reti precostituite di allean­ze e influenze. E questo in un quadro internazionale molto diverso da quello vissuto fino a pochi anni fa e che richiede — in particolare per il Medio Oriente — soluzioni ben diverse da quelle già sperimentate in passato. Francesco lo ha capito, tra l'altro, decidendo il viaggio a Sarajevo e verificando la precarietà degli accordi di Dayton.

Francesco e la Cina.
Con la Cina il ponte è aperto e il dialogo prosegue.

Francesco e l'Europa.

Se l'Europa considera se stessa solo come uno spazio, allora prima o poi verrà — ed è già venuto — il momento della paura, del timore che lo spazio sia invaso, perché lo spazio va innanzitutto difeso. Se invece l'Europa è da considerarsi come un processo in fieri allora si comprende come esso metta in movimento energie, accettando le sfide della storia.

Ancor prima di essere in guerra-a-pezzi, il mondo non comprende più se stesso:  sembra mancare una chiave di lettura unitaria di quanto sta accadendo. Cosa vede il papa?
Papa Francesco soprattutto è consapevole del fatto che la prima e la seconda guerra mondiale vertevano sulla redistribuzione della potenza fra i principali attori mondiali. La "terza guerra mondiale a pezzi" invece minaccia di scaturire dalla loro relativa impotenza, mentre osserviamo il diffondersi a macchia d'olio di territori non governati o a bassissima pressione istituzionale.

Cosa le suggerisce in proposito il titolo del Meeting, "Tu sei un bene per me"?
"Mai senza l'altro" era il titolo di un libro di Michel de Certeau. La mia vita non è mai concepibile senza l'altro, senza il tu. La vera tragedia non è il conflitto, ma la separazione. La tragedia accade soltanto quando si rinuncia all'altro e ci si separa. In questo senso, ad esempio, Francesco insiste sull'inserimento delle differenze (di epoche, di nazioni, di stili, di visioni…) nel processo di costruzione dell'Europa che, nata dall'incontro di civiltà e popoli, nasce per includere, non per contrapporre o escludere.

(Federico Ferraù)

IL CARDINALE JOSEPH RATZINGER SULLA PREGHIERA (NON SULLA MESSA) INTERRELIGIOSA.


Domenica 31 luglio scorso, all’indomani dell’uccisione di Padre Harmel mentre celebrava la Santa Messa in una Chiesa della Normandia, in tutta Italia circa 20 mila musulmani hanno partecipato alla Santa Messa nelle Chiese cattoliche.  
Sull’argomento della preghiera in comune tra religioni diverse – argomento diverso e meno impegnativo della Santa Messa in comune – pubblichiamo quanto sosteneva il cardinale Ratzinger dopo le perplessità che in molti aveva suscitato la preghiera interreligiosa per la pace di Assisi nel 1986 per volontà di Giovanni Paolo II.
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“Mentre nel caso della preghiera multireligiosa si prega nello stesso contesto, ma separatamente, la preghiera interreligiosa  significa un pregare insieme di persone e gruppi di diversa appartenenza religiosa. E’ possibile fare questo in tutta verità e onestà?: ne dubito. Comunque devono essere garantite tre condizioni elementari, senza le quali tale pregare diverrebbe la negazione della fede:

1-    Si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o cosa sia Dio e perciò se c’è unanimità di principio su che cosa sia il pregare: un processo dialogico in cui io parlo ad un Dio che è in grado di udire ed esaudire. In altre parole: la preghiera comune presuppone che il destinatario, e dunque anche l’atto interiore rivolto a Lui, vengano concepiti, in linea di principio, allo stesso modo. Come nel caso di Abramo e Melchisedek, di Giobbe e di Giona, deve essere chiaro che si parla col Dio unico che sta al di sopra degli dèi, col Creatore del cielo e della terra, col mio Creatore. Deve essere chiaro dunque che Dio è “persona”, vale a dire che può conoscere e amare; che può ascoltarmi e riprendermi; che Egli è buono ed è il criterio del bene, e che il male non fa parte di Lui. A partire da Melchisedek, possiamo dire, dev’essere chiaro che Egli è il dio della pace e della giustizia. Qualsiasi commistione tra la concezione personale e quella impersonale di Dio, tra Dio e gli dèi, dev’essere esclusa. Il primo comandamento vale anche nell’eventuale preghiera interreligiosa.

2-    Sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera. Io considero le richieste del Padre Nostro  il criterio di ciò che ci è consentito implorare da Dio, per pregare in modo degno di Lui. In esse si vede chi e come è Dio e chi siamo noi. Esse purificano la nostra volontà e fanno vedere con che tipo di volontà stiamo camminando verso Dio, e che genere di desideri ci allontana da Lui, ci metterebbe contro di Lui. Richieste che fossero in direzione opposte alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, di nessun tipo di preghiera.

3-    L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. Questo criterio non riguarda solo chi è cristiano, che non dovrebbe essere indotto in errore, ma, alla stessa stregua, anche chi non è cristiano, il quale non deve avere l’impressione dell’interscambiabilità delle “religioni” e che la professione fondamentale della fede cristiana sia di importanza secondaria e sia dunque surrogabile. Per evitare tale errore bisogna pure che la fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano. Il documento di Bose citato, al riguardo, dice, a ragione, che la partecipazione alla preghiera interreligiosa non può mettere in discussione il nostro impegno per l’annuncio di Cristo a tutti gli uomini. Se chi non è cristiano potesse o dovesse trarre, dalla partecipazione di un cristiano, una relativizzazione della fede in Gesù Cristo, l’unico Redentore di tutti, allora tale partecipazione non dovrebbe vere luogo- Infatti essa, in qualche caso, indicherebbe la direzione errata, orienterebbe all’indietro invece che in avanti nella storia delle vie di Dio”.

Joseph card. Ratzinger

(da “Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo”, Cantagalli, Siena 2003, pp. 112-114).