venerdì 19 marzo 2021

RACCONTARE IL VANGELO IN VERSI: L'ULTIMA FATICA DI FRANCO CASADEI

 di MARINO MENGOZZI

Il Vangelo, si sa, è la “buona notizia”: nessun tempo come il nostro ha necessità di buone notizie, mai l’uomo è stato tanto assetato di speranza. E la speranza arriva da una buona notizia. Le parole più audaci – perché più vere – sono custodite proprio nel Libro della Parola, di quel logos che sta all’origine di tutto, come enuncia solennemente il prologo del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Vervo era Dio».

Che cosa accade se la Parola incrocia la parola poetica? La veste di verità e la traveste da messaggera di speranza.

Il compito che si è assunto Franco Casadei con questa nuova raccolta – Nostro fratello Giuda. Il Vangelo in poesia, Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2021 – è anche una sfida coraggiosa: portare all’uomo e alla sua odierna mendicanza i tesori dei Vangeli trasfigurati e semplificati nella forma del linguaggio poetico, che scarnifica il messaggio adornandolo di bellezza ordinata, misurata e gratuita.

Già il titolo intriga, soprattutto perché dissonante al primo impatto: Giuda è il prototipo di traditore del Maestro e del suo Vangelo, dunque come si legano e accostano i due soggetti? E perché mai l’autore qualifica l’Iscariota “fratello” e gl’intesta l’intera silloge a partire dall’onore della copertina?

Gli interrogativi erano già chiari al poeta, che opportunamente premette «Come è nato questo libro»: e da qui deve partire il lettore, non senza aver prima apprezzato quale lanterna necessaria e sicura l’autorevole Prefazione del vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, mons. Massimo Camisasca, che addita – con la consueta efficacia – la chiave di lettura del testo e dei suoi fattori primari: esperienza, dramma esistenziale, grido dell’uomo, ricerca del senso, ragioni della speranza.

Casadei parte dalle suggestioni di un incontro con madre Anna Maria Cànopi (1931-2019), carismatica monaca benedettina fondatrice dell’abbazia Mater Ecclesiae nell’isola di San Giulio sul lago d’Orta, e della lettura della celebre omelia del Servo di Dio don Primo Mazzolari (1890-1959) tenuta a Bozzolo il Giovedì Santo del 1958, incentrata proprio su «Giuda, fratello nostro». Non può non commuovere il pianto amaro – lo stesso, si badi, di Pietro! – di questo discepolo che arriva a vendere per trenta denari il suo Maestro, così come non può non coinvolgere ogni uomo quella sua scandalosa e orribile azione (chi infatti può dire di non aver mai tradito?).

Parte dunque dal tradimento il viaggio poetico, scandito in tre tappe/sezioni: 1. «Ed io che sono?» (la più affascinante delle domande di Giacomo Leopardi); 2. «Ciò che occorre è un Uomo» (un famoso incipit di Carlo Betocchi); 3. «E duemila anni dopo?» (con esergo da Thomas Stearns Eliot); tre fra i più amati ispiratori del cammino poetico ed esistenziale dell’autore.

Nel percorso dei testi (57 in totale) s’innesta il Vangelo, “tradotto” da Casadei, cioè esposto e indagato per episodi e personaggi lungo la vicenda terrena di Gesù di Nazareth (dall’Annunciazione alla Pentecoste), ruminato e introiettato, antologizzando e suscitando questioni e domande che investono e interpellano la nostra vita, portandola – ecco la buona notizia! – dalla caduta al risollevamento, dalla disperazione alla speranza, dalle tenebre alla luce, dal tradimento alla misericordia e alla redenzione.

LORENZO LOTTO
Annunciazione di Recanati
 Il Vangelo della nostra memoria ha grande familiarità con pagine, parabole e personaggi peculiari, con episodi e figure da sempre transitati pure nel linguaggio figurativo (pensiamo alla Biblia pauperum della straordinaria stagione medievale, dove le pareti delle chiese si trasformavano in mirabili pagine illustrate): Casadei li sceglie con destrezza e ne rinnova il racconto in forma asciutta e suadente, efficace e autorevole.


Così L’Annunciazione: «Il momento decisivo / per il destino del mondo / è avvolto dal silenzio»;

così L’anno zero: «Il vasaio si è fatto argilla, / è voluto venire /inaugurando l’anno zero»; così I Re Magi: «per loro contava la verità / – non l’opinione – / e la verità si incontra, / non si può inventare»;

così Il primo annuncio: «Dio non è oltre le stelle, / ma è all’opera fra le colline e il lago / […] Ogni strada del mondo è Galilea»;

così Zaccheo: «Mi si aprì, senza volerlo, il cuore. / Non capii del tutto quel che mi accadeva, / ma Lui era lì / e questa impensata misericordia mi bastava»;

così Il figliol prodigo: «Dio non regge il dolore dei suoi figli, / si arrende / e quando il mondo li considera perduti / Lui li abbraccia come fossero rinati»; e via poetando.

Fra i vari tratti distintivi, merita segnalare l’esito felice delle chiuse, come a ricapitolare il messaggio prima di premere il “tasto invia”:

«Le bilance di Dio / non pesano il quanto, / ma il come» (Il quanto e il come);

«L’ovile non sarà mai una prigione, / ma una soglia spalancata / in transumanza verso il destino» (Il Buon Pastore);

«Tutti guariti, uno solo salvato. / Nella guarigione si chiudono le piaghe, / nella salvezza rifiorisce la vita» (I dieci lebbrosi);

«La salvezza ha il colore del sangue, / estratte le spine, vola felice / il pettirosso nella luce che si sgrana» (Il sepolcro vuoto);

«la Parola è di un Altro, / noi soltanto voce» (Non noi).

Questa è una raccolta lirico-narrativa (al limite di una nuova forma catechetica?) che manifesta mestiere e, di più, vocazione: il primo sa porgere con navigata politezza, la seconda àncora alla realtà il dato esperienziale; così l’io del poeta sollecita e accompagna il tu del lettore ed entrambi si avviano su un cammino in compagnia e amicizia.

L’amicizia speciale e sincera dei poeti: che può risultare sofferta là dove gli aneliti s’incontrano e sovrappongono, ma che infine denuda la zavorra, spariglia il superfluo e produce una sconosciuta, lucida serenità.               

mercoledì 17 marzo 2021

RINTOCCHI DI REALTÀ NELLA SAGA DEI DEM (AMERICANI)

Relax internazionale. Biden a Putin: è un killer

Non sapendo come innescare una guerra, Joe Biden ha detto che Vladimir Putin è un "un killer". Così, giusto per rasserenare il clima internazionale. 

In Russia non l'hanno presa benissimo. Il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, ha commentato le parole di Biden dicendo che "gli attacchi" contro Putin "sono attacchi contro il nostro Paese. Biden con la sua dichiarazione ha offeso i cittadini del nostro Paese, è un'isteria causata dall'impotenza. Putin è il nostro presidente e gli attacchi contro di lui sono attacchi contro il nostro Paese".

Biden è da seguire con grande attenzione, la sua politica estera è quella di una potenza che non c'è più e sembra non essersi reso pienamente conto del cambio di scenario globale innescato dalla pandemia. Siamo già dentro un nuovo ordine mondiale.

Al confine col Messico. Biden ai migranti: non lasciate le vostre case

Com'era la storia che non c'è una crisi al confine americano? Dice Joe Biden, democratico, eletto alla Casa Bianca da legioni di no border: "Non lasciate le vostre case". Sono state pubblicate le foto di migliaia di migranti al confine tra Messico e Stati Uniti, ma la Casa Bianca per giorni ha negato che vi fosse una crisi al confine.

Poi la realtà ha fatto rintoccare la campana anche per Biden che ha ammesso l'esistenza del problema.

Sono le conseguenze dei suoi annunci elettorali.

Spiega il segretario alla sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, che "la situazione al confine sud-ovest è difficile. Stiamo lavorando tutto il giorno per gestirla e continueremo a farlo", ha detto aggiungendo che "ci vorrà del tempo e non vacilleremo nel nostro impegno per avere successo".

Numeri: a febbraio più di 100.000 migranti illegali sono stati arrestati al confine, tra cui più di 70.000 adulti soli, quasi 20.000 persone con famiglia e ben 9.457 minori non accompagnati, di cui parecchi malati. Dunque, ecco la giravolta spaziale di Biden su Fox News: "Francamente, è  qualcosa che il nostro paese non può gestire. È una crisi come raramente abbiamo avuto e certamente non abbiamo mai avuto ai confini. Ma la situazione è destinata a peggiorare".

Riepiloghiamo: i vaccini sono quelli dell'Operazione Warp Speed (ammininistrazione Trump) e sono America First (e li daremo agli paesi solo se "ci sarà un surplus"), i confini sono chiusi ("e non lasciate le vostre case"), la Cina è un problema di rispetto delle regole sul commercio e dei diritti umani e così non va bene (e "Xi è un dittatore"), le sanzioni sull'Iran restano. E naturalmente Putin "è un killer".

Ci fermiamo qui, dicono che alla Casa Bianca ci sia Biden e non più Trump.

 

Tratto da List del 17 marzo 2021

CHI ERO IO PER GIUDICARE?


“Si possono benedire le coppie gay?”.

“No”, risponde il Vaticano con l'ok del Papa. 

 

Domanda: "La Chiesa dispone del potere di impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso?”. Risposta: “No”. Fine dei discorsi.

Non è un riassunto giornalistico di una questione da tempo aperta e delicatissima, quella della benedizione delle coppie gay: è la risposta (responsum) che la congregazione per la Dottrina della fede ha dato a un dubium pervenuto.

Un interrogativo sempre più diffuso, soprattutto in quelle conferenze episcopali che da più di un anno lavorano a rivoluzioni profonde nella dottrina e nella pastorale, nonostante i moniti papali e curiali. E' un colpo non da poco quello inflitto ieri dall'ex Sant’Uffizio alle istanze tedesche. 

Perfino il presidente dei vescovi di Germania, mons. Georg Batzing, nella sua lista di richieste - tra cui spiccano come è noto l’ordinazione delle donne e la resa facoltativa del celibato sacerdotale, pilastri del percorso sinodale biennale - aveva detto che tutto sommato non c’erano elementi ostativi a tale pratica e oggi spiega che quello pubblicato ieri dal Vaticano “è solo un parere”. 

Invece no. Non è solo la nota esplicativa firmata dal cardinale Luis Ladaria S.I. a stabilirlo con chiarezza cristallina - “Non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimo-nio (vale a dire, fuori dell'unione indissolubile di mi uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle persone dello stesso sesso" - ma a rilevare è la constatazione che il Papa è perfettamente daccordo: Francesco, infatti, “è stato informato e ha dato il suo assenso alla pubblicazione del suddetto Responsum ad dubium, con annessa Nota esplicativa”.

Immaginabile la reazione emotiva che subito ha inondato siti internet, blog e social. Ma come? Si domandavano i più, ma non era il Papa del chi-sono-io-per-giudicare, quello premiato dalla rivista americana rivolta a lettori lgbt The Advocate come uomo dell'anno nel 2013? Sì,era lui.

Il PAPA DICE “NO”

L'errore è stato quello di scegliere ciò che delle parole papali, dei suoi scritti e dei suoi discorsi a braccio risultava utile per sostenere una certa “narrazione”. Sarebbe stato sufficiente leggere quanto ha detto sul gender paragonato a “una guerra mondiale per distruggere il matrimonio” (in Georgia nel 2016) e a uno “sbaglio della mente umana che fa tanta confusione” (a Napoli, nel 2015 )- solo per fare due esempi – e proporlo al pubblico fedele con la stessa profondità con cui si presentano i discorsi sul surriscaldamento climatico e la deforestazione amazzonica.

Subito sarebbe risultato chiaro che la linea di Francesco sul tema in oggetto e sempre stata quella della continuità. Anzi, semmai ha usato toni più duri e - in qualche caso – assai poco politicamente corretti.

Più che prestare attenzione alla linea del Pontefice si è voluto costruire un santino da portare in tasca ed esibire ad assemblee di partito, convegni liberal, sit-in rivendicanti diritti e pari opportunità.

Cercando frasi a effetto del Papa ganzo e decontestualizzandole.

Un problema, questo delle benedizioni, che per Francesco non esiste: “La Chiesa non benedice né puo benedire il peccato: benedice l'uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui”. (Fonte: udienza generale del 2 dicembre 2020).

Ecco perche, “la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso”.

Matteo Matzuzzi

da Ilfoglio 16 marzo


lunedì 15 marzo 2021

LA QUARTA ONDATA: ISTRUZIONI PER EVITARLA

LA TENTAZIONE DI PENSARE CHE IL VACCINO RISOLVERÀ TUTTO E PRESTO

14 MARZO 2021 - DI LUCA RICOLFI

Monet Ninfee 
(in uno stagno le ninfee raddoppiano ogni notte)


Scenario A
. Arrivano i vaccini promessi. Il generale Figliolo fa miracoli, e riesce a far vaccinare il 70% della popolazione entro l’estate. Pochi si spaventano per i casi di reazione avversa, come quelli di questi giorni con AstraZeneca. Le aziende farmaceutiche cominciano a produrre vaccini anche per gli under 16, il che permette di portare la percentuale di vaccinati intorno all’80%. Non emergono, né in Italia né altrove, varianti più trasmissibili o letali di quelle attualmente in circolazione. Gli studiosi scoprono che i vaccinati non trasmettono il virus, o lo fanno in misura molto ridotta. L’arrivo della bella stagione abbatte drasticamente la circolazione del virus, nonostante cospicui flussi turistici in entrata e in uscita. A settembre, dopo un’estate abbastanza tranquilla, tutte le attività ripartono, e il numero di nuovi casi resta molto basso. I pochi focolai che si ripresentano vengono facilmente spenti con il tracciamento e, nei casi più ostici, con pochi, brevi, circoscritti lockdown. Il Papa in persona propone che Mario Draghi sia proclamato santo, ancor prima della sua trionfale elezione alla presidenza della Repubblica.

Se questo, che tutti sogniamo, fosse lo scenario che effettivamente ci attende, la politica sanitaria in atto sarebbe abbastanza razionale, ancorché leggermente cinica. Il rifiuto della linea Ricciardi (lockdown breve e durissimo subito) avrebbe un costo di parecchie migliaia di morti, ma almeno si tratterebbe dell’ultimo tributo al virus. Detto in altre parole: andremmo avanti ancora 3-4 mesi con centinaia di morti al giorno, ma poi l’epidemia si spegnerebbe. E noi incasseremmo il vantaggio di non spendere altri miliardi di euro per controllare l’epidemia con le solite cose che invano si sono chieste al governo Conte, e altrettanto invano una sparuta minoranza sta continuando a chiedere al governo Draghi.

Ma è verosimile lo scenario A? Prima di provare a rispondere a questa domanda vediamo lo scenario opposto.

Scenario B. Le dosi acquisite entro l’estate non sono sufficienti ad attuare il piano vaccinale. Continuano a non essere disponibili vaccini per gli under 16. I (rari) casi di reazioni avverse fanno crescere la quota di popolazione che rifiuta i vaccini. Gli studiosi scoprono che con alcuni (se non tutti) i vaccini utilizzati i soggetti vaccinati continuano a trasmettere il virus. La scelta di vaccinare senza aver prima ridotto la circolazione del virus favorisce la formazione di varianti ancora più trasmissibili. La individuazione delle nuove varianti è sempre tardiva, perché nel frattempo non si è rafforzata a sufficienza la capacità di sequenziamento. L’estate, grazie alla vita all’aperto, conduce sì a un rallentamento dell’epidemia, ma non a una drastica riduzione del numero di nuovi casi, perché i flussi turistici favoriscono la circolazione del virus e l’introduzione di nuove varianti. A settembre quasi tutte le attività riprendono e, dopo poche settimane, ci si accorge dell’arrivo della quarta ondata (la terza, anche se non tutti se ne sono accorti, è quella in corso). A quel punto al governo Draghi vengono rivolti gli stessi (sacrosanti) rimproveri a suo tempo rivolti al governo Conte: non aver rafforzato il trasporto pubblico locale, non aver messo in sicurezza le scuole, non aver varato un protocollo ufficiale di cure domestiche, non aver potenziato il tracciamento, non aver controllato adeguatamente le frontiere, eccetera.

E’ verosimile lo scenario B? O è più verosimile lo scenario A?

A mio parere sono entrambi inverosimili, perché il primo ipotizza che quasi tutto vada per il verso dritto, e il secondo che quasi tutto vada per il verso storto. E’ molto più probabile che, di qui alla fine dell’anno, lo scenario con cui dovremo fare i conti sia intermedio fra l’iper-ottimistico scenario A il catastrofico scenario B. E’ verosimile, in altre parole, che la vaccinazione di massa riduca la circolazione del virus e la mortalità, senza tuttavia condurre alla sostanziale soppressione del virus, come invece è accaduto nei paesi del Pacifico (dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Australia alla Nuova Zelanda).

Se questo scenario intermedio è plausibile, la politica sanitaria finora adottata dal nuovo governo non è razionale. Ad essa mancano infatti sia i tasselli preventivi classici (quelli dimenticati da Conte), sia i tasselli – li chimerò tasselli tardivi – su cui una certa consapevolezza sta emergendo solo negli ultimi tempi, grazie alla meritoria opera di studiosi indipendenti.

Senza ripercorrere qui la lista delle omissioni del governo Conte (chi fosse interessato può consultare la petizione del 2 novembre sul sito della Fondazione Hume), vorrei ricordare almeno cinque fra le misure con il rapporto costi-benefici più favorevole. Considerate tutte insieme, costerebbero meno di 2 miliardi, ovvero meno dell’1% del Recovery Fund, e una frazione minuscola dei tanti scostamenti di bilancio varati fin qui.

LA PRIMA MISURA, invano invocata da centinaia di scienziati fin dai primi mesi dell’epidemia, è la messa in sicurezza delle scuole mediante impianti di filtrazione dell’aria. Caldeggiata dall’ing. Giorgio Buonanno e da centinaia di scienziati fin dai primi mesi dell’epidemia, in Italia è stata varata in modo strutturale solo dalla regione Marche, ed è uno dei cavalli di battaglia “costruttivi” di Giorgia Meloni. Il costo per dotare tutte le aule scolastiche italiane di filtri HEPA è dell’ordine di 300 milioni di euro, circa la metà della spesa per i banchi a rotelle.

LA SECONDA MISURA, incredibilmente ignorata fin qui, è l’attuazione del piano Crisanti per aumentare il numero di tamponi e rafforzare il tracciamento. Il costo è di circa 600 milioni di euro.

LA TERZA MISURA, anch’essa caldeggiata da decine di scienziati (e in particolare dal prof. Giancarlo Isaia, presidente dell’Accademia di Medicina di Torino), è la somministrazione controllata di vitamina D per rafforzare le difese immunitarie contro il Covid (per un resoconto si vedano i contributi di Mario Menichella sul sito della Fondazione Hume). Si tratta di una misura già da tempo in vigore nel Regno Unito, e finora presa seriamente in considerazione solo dalla Regione Piemonte. Il costo è talmente basso che non richiede necessariamente stanziamenti pubblici.

UNA QUARTA MISURA è il potenziamento, eventualmente in accordo con le Università, delle capacità di sequenziamento del virus, uno dei talloni d’Achille dell’Italia. Il costo dipende ovviamente dall’ambiziosità degli obiettivi, ma pare fuori discussione che l’individuazione precoce di varianti pericolose potrebbe diventare sempre più cruciale per spegnere tempestivamente i focolai più pericolosi. (in pochi giorni il virus  raddoppia , come le ninfee in uno stagno)

INFINE UNA MISURA A COSTO ZERO ma di puro buon senso potrebbe essere il varo di un protocollo nazionale ufficiale, il più possibile condiviso, di cura del Covid nelle fasi inziali, che superi l’attuale balcanizzazione delle cure domestiche, con la sconcertante coesistenza di protocolli più o meno fantasiosamente denominati (Remuzzi, Bassetti Galli, ecc.).

Capisco che la tentazione di pensare che il vaccino risolverà tutto e presto sia, per i governanti, quasi irresistibile. Ma credo che l’esperienza passata, in cui la sordità dei politici e delle autorità sanitarie agli appelli degli scienziati già ci è costata prima l’arrivo della seconda ondata (ottobre), poi quello della terza (febbraio), dovrebbe indurre a fare tutto il possibile per evitare – almeno – l’arrivo della quarta.

Pubblicato su Il Messaggero del 13 marzo 2021

 

domenica 14 marzo 2021

DON ANTONIO ANASTASIO: UMILE E GRANDE

 OMELIA di mons. Massimo Camisasca per il funerale

Cari fratelli e sorelle,

avevamo pregato e sperato. In migliaia. Passando dai momenti più cupi, all’inizio della malattia, subito dopo Natale, a quelli più recenti, pieni di un miracoloso stupore. Abbiamo pregato: «Guarisci, Signore, il nostro Anas, se questa è la tua volontà». Abbiamo chiesto un miracolo e un miracolo c’è stato: quello di tante persone radunate via internet per pregare assieme ogni sera, segno di un affetto straordinario e della fede implorante di un popolo intero.

 Tanti di noi sono stati interrogati dalla malattia di Anas, hanno conosciuto la sua opera di guida quasi nascosta di centinaia e centinaia di giovani, la sua dedizione di prete tra i giovani a Grosseto, a Roma in Seminario, a Fuenlabrada in Spagna, a Milano come cappellano universitario.

La multiforme personalità di Anas non si può certo racchiudere in settori, ma certo i giovani sono stati la sua passione. Rivelare Cristo ai giovani è stato l’anelito continuo della sua vita.

Spiritualmente Anas era un passista, un camminatore delle lunghe distanze. Poteva non colpirti in un primo momento, ma non ti abbandonava, non ti lasciava mai, te lo trovavi a fianco, come un padre, o un amico, o un consigliere, un collaboratore prezioso. La sua caratteristica principale penso sia stata la mitezza. Anas era uno di quei miti di cui parla Gesù nel Vangelo. Quelle anime umili e grandi assieme che sanno portare anche drammi e divisioni, ma scavano dentro i cuori i sentieri bellissimi dell’amicizia e della fedeltà.

Pensare alla persona e alla vita di Anas mi riempie di gratitudine a Dio. In meno di trent’anni di sacerdozio ha avuto una schiera infinita di figli, debitori a lui della scoperta del peso della vita, dell’apertura all’amore, alla poesia, alla musica, a Dio. In una parola, all’esistenza consapevole e vera. Quanto ci hanno accompagnato le sue canzoni, i suoi versi, le sue riflessioni, i suoi libri! Per tutto questo Anas si è manifestato come un vero figlio di don Giussani. In un temperamento diversissimo, aveva ereditato il centro del suo carisma: Chi mi segue avrà il centuplo e la vita che non finisce.

Per otto anni è stato al mio fianco come vice-rettore e poi rettore del Seminario della Fraternità. Anni bellissimi e frementi che non posso riassumere. Anas è nel cuore di tutti coloro che ha accompagnato all’ordinazione sacerdotale. Loro potranno raccontare, assieme ai suoi antichi e nuovi figli di Grosseto, Fuenlabrada e Milano. Il tempo rivelerà il peso di tutti questi anni.

La Fraternità san Carlo è nuovamente visitata da nostra sorella morte corporale. Io, dopo la scomparsa di Maffucci e di Anas, mi sento decisamente più vicino al compimento, all’essenziale, più sicuro della protezione dal Cielo di tanti e tanti amici che ora vi abitano.

Una parte importante di noi è già nell’eterno. Ringrazio Dio di aver visto sulla terra vite così grandi, così compiute. Anas, per esempio, scriveva benissimo, parlava di Dio e di Cristo in modo affascinante. Il solco che ha tracciato rimane come seme di fecondità.

 Impariamo da lui la mite radicalità con cui ha lasciato plasmare la sua mente e il suo cuore da Cristo, che ha amato nella vita del Movimento e della Fraternità San Carlo.

Non posso poi dimenticare un tratto importante della sua personalità. Importante per tutti noi. Anas aveva imparato a smorzare le tensioni, le divisioni, le liti. Cercava conciliazione e unità, anche correndo il rischio di esagerare. Ma non perdeva tempo, andava all’essenziale.

Oggi, consegnando la sua vita a Dio, chiediamo al Padre di ogni grazia questo dono: amare tutto ciò che ci lega a Cristo e disprezzare tutto ciò che ci allontana da lui.

Amen.

venerdì 12 marzo 2021

ARCIVESCOVO CREPALDI: CONTRO L’ABORTO MAGGIORE FORMAZIONE E IDEE CHIARE SULLA LOTTA DA FARE


 
Eccellenza, uno dei temi più caldi del momento per quanto riguarda i “diritti” ma anche le implicazioni etiche e morali è sicuramente l’aborto. Un argomento che in realtà è sempre stato divisivo, fin dal referendum di oltre 40 anni fa. Oggi qual è il miglior approccio per affrontarlo rimanendo fedeli alla concezione pro-life?

 
Rispondo dapprima a questa ultima parte della domanda, per riprendere poi la sua osservazione sulla “divisività” dell’aborto. L’aborto volontario è una delle azioni che la morale cattolica considera essenzialmente cattive davanti alle quali non c’è discrezionalità, bisogna solo non farle e contrastarle.

Ciò che rende un’azione buona o cattiva è il fine, che determina la sua specie e il suo contenuto materiale. Nel caso dell’aborto la specie è la soppressione di una vita umana innocente. Per questo il suo fine non è mai accettabile. Con ciò non si entra nella questione della responsabilità personale, che riguarda la coscienza alla quale solo Dio ha accesso. Dato che l’aborto è questo, allora la pubblica autorità deve impedirlo e deve rimuovere le condizioni culturali, sociali o economiche che lo favoriscono. In altre parole l’autorità politica deve attuare delle politiche per la vita. Non vedo altre modalità di azione per chi è pro-life: agire e premere per un cambiamento dalla cultura della morte alla cultura (e alla politica) della vita.
Quanto alla “divisività” del tema, devo riconoscere che oggi questa paura rischia di paralizzare la stessa attività pastorale, per cui si preferisce non parlare dell’aborto appunto per non dividere la comunità cristiana dagli altri e la comunità cristiana stessa al proprio interno. Vorrei però ricordare che l’unità non è un fine in se stessa (non qualunque unità è buona) ma richiede la verità: l’unità si fa nella verità. Senza verità essa è una unità apparente e, in concreto, una disunità.  
Credo inoltre che sia sbagliato e controproducente pensare di convergere, appunto per non creare divisioni, nel riconoscimento della legge 194 che ha aperto in Italia all’aborto. Quella legge, pur dichiarando in apertura di difendere la vita, in realtà è contro la vita e non può essere accettata.
 
Alcuni, anche all’interno del mondo ecclesiastico, sono stati attaccati per aver accostato l’aborto alla pena di morte e, in generale, all’omicidio. Lei cosa ne pensa?
 
Non c’è alcun dubbio, né scientifico né filosofico, che la gestazione, se continuata, farebbe nascere un essere umano, appartenente alla nostra stessa specie. L’interruzione volontaria della gravidanza uccide un essere umano, come ogni semplice ecografia mostra con le sue immagini.
Il paragone con la pena di morte, invece, va precisato. La pena di morte è comminata verso una persona ritenuta colpevole. L’aborto, invece, è fatto nei confronti di una persona innocente. Questa persona è ritenuta “colpevole” di qualcosa che non ha fatto perché non poteva farla. Nei suoi confronti c’è come una “attribuzione collettiva di colpa” che, come notava lo storico Ernst Nolte, è tipica dei regimi totalitari. Il bambino in grembo è “colpevole a prescindere”.
 
La Chiesa ha sicuramente avuto sempre un ruolo importante. Lei, da sacerdote prima e vescovo poi, come si accosta a questo tema e quali insegnamenti porta nel suo magistero?
 
Una grande parte del mio servizio alla Chiesa l’ho svolto nel campo della Dottrina sociale della Chiesa, dapprima all’ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana e poi come Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Posso dire, quindi, di aver affrontato il problema dell’aborto non solo dal punto di vista della bioetica ma anche della bio-politica, non solo quindi come questione di morale personale ma anche di morale pubblica. La mia collaborazione alla Santa Sede durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI fino al 2009, quando sono stato nominato vescovo di Trieste, ha riguardato molte attività di quel Dicastero riguardanti la problematica di cui ci stiamo occupando. In particolare, però, vorrei segnalare la pubblicazione del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (2004) e l’enciclica Caritas in veritate (200)) di Benedetto XVI. Il Compendio parla diffusamente e in modo preciso dell’aborto all’interno del progetto di Dio sull’umanità al cui servizio si pone la Dottrina sociale della Chiesa. La Caritas in veritate mette bene in luce come il tema della vita sia fondamentale per lo sviluppo. Questi concetti li ho sviluppati in numerosi miei libri e nell’attività dell’Osservatorio cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa che ho fondato nel 2004.
Ritengo che questo modo di affrontare l’aborto in senso pubblico, sociale e politico sia fondamentale ancora oggi, e forse oggi più di ieri. Infatti le leggi e le politiche distruttive della vita e della famiglia – due concetti strettamente legati tra loro – sono di gran lunga aumentate. Però devo anche dire che su questo tema della coerenza pubblica dei cattolici sui temi della vita e della famiglia, che ho affrontato soprattutto nel libro “Il cattolico in politica”, le cose lasciano molto a desiderare.
 
Spesso il tema dell’aborto diventa così caldo e divisivo che si finisce con lo scontro, tra pro-life e pro-choice. Secondo lei come si può arrivare ad una formazione e un dibattito realmente utili per la salute delle donne e dei bambini in grembo?
 
Mi sembra che sia doveroso tenere conto di due aspetti o esigenze. La prima è la constatazione, biblica e teologica, che le logiche del mondo portano in sé qualcosa di non conciliabile col Vangelo e questo durerà sempre, fino alla fine dei tempi. Data la condizione decaduta dell’uomo dopo il peccato, il mondo mantiene la tendenza a fare senza Dio o contro Dio. Questa tendenza si concentra in modo particolare proprio sulla vita e sulla famiglia. Su questi temi non è in atto un semplice confronto di opinioni tra la Chiesa e il mondo, in ballo c’è qualcosa di molto più rilevante, una tensione propriamente religiosa. Ricordo questo non per demonizzare o escludere, ma per cercare di evitare forme di irenismo ingenuo e inconcludente nei rapporti con il mondo cosiddetto pro-choice.
Il secondo aspetto è che il mondo pro-life deve prima di tutto rafforzare se stesso, prima di pensare di misurarsi con l’altro fronte. E’ vero che anche nel confronto si matura, ma oggi il mondo cattolico e, in generale, quanti sono a favore del rispetto assoluto della vita, è alquanto diviso. In questo momento, per esempio, lo vediamo anche a proposito della questione “vaccini”, che qui non voglio toccare, ma che mi sembra metta in evidenza appunto la frammentazione di cui parlavo. Due percorsi devono essere fatti insieme e in modo convergente: da un lato le nostre comunità cattoliche devono tornare, senza paura, a parlare di questo tema e a indicare la visione della sana ragione e della Chiesa, dall’altro bisogna procedere con una formazione più diffusa e solida, non estemporanea ma sistematica. Solo su queste basi si può poi confrontarsi in campo aperto.
 

lunedì 8 marzo 2021

IL PAPA IN IRAQ PELLEGRINO FRA I MARTIRI DEL NOSTRO TEMPO

 di Matteo Matzuzzi, da Il Foglio - Newmann

Tante sono le immagini iconiche che si sono susseguite in questi tre giorni intensi idealmente trascorsi in compagnia del Papa in Iraq. Da venerdì a domenica, prima della partenza di questa mattina, sono state giornate piene e ricche di momenti che hanno segnato un pellegrinaggio nella terra dei martiri del nostro tempo destinato a entrare nella Storia. Frase abusata, certo, ma mai come stavolta concreta.

Papa Francesco a Mosul libera una colomba

Si è detto e scritto che questo è il viaggio più importante del pontificato, altri hanno sostenuto che è il più importante dell'ultimo ventennio. Di sicuro sta già facendo la Storia. E non solo per le foto di rito che per ore hanno invaso le timeline di Twitter o le bacheche di Facebook, da quella con il Grande ayatollah Ali al Sistani alle due messe celebrate a Baghdad ed Erbil. Sta facendo la Storia perché – banalissimo dirlo, ma è la verità – il Papa è andato lì. A confermare nella fede popoli stremati, offesi e vilipesi, che hanno preferito in non pochi casi perdere tutto per salvare la fede (rileggersi le testimonianze ascoltate in questi giorni per farsi un'idea). In questi anni anche sul Foglio abbiamo ampiamente dato conto della persecuzione, sia quella "in guanti bianchi" sia quella che ha inciso nella carne di famiglie costrette all'esodo dopo che le loro case erano state marchiate dalla "N" di nazareno. Il Papa era lì. Nessuno, quattro anni fa, avrebbe potuto immaginarlo. 
Ci arrivavano le immagini della profanazione, della cattedrale di Qaraqosh trasformata in poligono di tiro per aspiranti jihadisti califfali, che nelle pause tra un colpo e l'altro decapitavano le statue della Vergine o sfregiavano il tabernacolo. Che effetto, allora, vedere ieri mattina il Papa davanti all'altare restaurato, mentre la folla alle sue spalle gioiva. La sintesi migliore l'ha offerta Francesco, quando nel suo discorso ha detto che "con grande tristezza, ci guardiamo attorno e vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra. Quante cose sono state distrutte! E quanto dev’essere ricostruito! Questo nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio e al suo Figlio, vincitore del peccato e della morte. Anche in mezzo alle devastazioni del terrorismo e della guerra, possiamo vedere, con gli occhi della fede, il trionfo della vita sulla morte".

Un viaggio nella Storia perché l'Iraq martoriato è oggi il centro di quella che il Papa già nel 2014 definì la "Terza guerra mondiale a pezzi"
Qaraqosh, la Cattedrale ricostruita
. E' il centro di tutte le contraddizioni politiche e geopolitiche. Lacerato per vie etniche e religiose, appetito da potenze occidentali e mediorientali (va di moda sempre parlare dei cattivi americani ma raramente si ricorda l'interesse iraniano per le vicende del grande vicino), vittima di scorribande jihadiste. E perennemente instabile. Anche per questo tanti avevano sconsigliato al Papa di andare là: troppi rischi, sia legati alla sicurezza che alla diplomazia. E poi l'incontro con al Sistani, il grande leader sciita. Cosa avrebbero detto i sunniti? Tutto faceva pendere la bilancia dalla parte dei dubbiosi e dei contrari. Ma il Papa si è impuntato, e ha avuto ragione. Testimone tra i testimoni. Il cristianesimo è nato dal sangue dei suoi martiri, e oggi che i martiri "sono più che nei primi secoli", il Papa non poteva deludere ancora una volta il popolo iracheno dopo che ventidue anni fa Saddam Hussein proibì a Giovanni Paolo II di mettere piede a Ur. L'aveva detto mercoledì scorso al termine dell'Udienza generale: "Il popolo iracheno ci aspetta; aspettava san Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare. Non si può deludere un popolo per la seconda volta. Preghiamo perché questo viaggio si possa fare bene".

La Messa ad Erbil

Al termine della messa celebrata a Erbil, Francesco ha detto: "Abbraccio i cristiani delle varie confessioni: in tanti qui hanno versato il sangue sullo stesso suolo! Ma i nostri martiri risplendono insieme, stelle nello stesso cielo! Da lassù ci chiedono di camminare insieme, senza esitare, verso la pienezza dell’unità". 

A Mosul, davanti alle rovine della chiesa, Francesco ha ricordato l'esodo e la persecuzione dei cristiani. Dopo la testimonianza di Padre Raid, il Papa ha detto: "Grazie tante, Padre Raid. Lei ci ha raccontato dello sfollamento forzato di molte famiglie cristiane dalle loro case. Il tragico ridursi dei discepoli di Cristo, qui e in tutto il medio oriente, è un danno incalcolabile non solo per le persone e le comunità interessate, ma per la stessa società che si lasciano alle spalle. In effetti, un tessuto culturale e religioso così ricco di diversità è indebolito dalla perdita di uno qualsiasi dei suoi membri, per quanto piccolo. Come in uno dei vostri tappeti artistici, un piccolo filo strappato può danneggiare l’insieme. Lei, Padre, ha parlato dell’esperienza fraterna che vive con i musulmani, dopo essere ritornato a Mosul. Lei ha trovato accoglienza, rispetto, collaborazione. Grazie, Padre, per aver condiviso questi segni che lo Spirito fa fiorire nel deserto e per averci indicato che è possibile sperare nella riconciliazione e in una nuova vita".
 
La Vergine Maria a Qaraqosh
Più tardi, a Qaraqosh, ha parlato della statua della Vergine da poche settimane tornata a svettare sulla cattedrale: "Mentre arrivavo con l’elicottero, ho visto la statua della Vergine Maria su questa chiesa dell’Immacolata Concezione, e ho affidato a lei la rinascita di questa città. La Madonna non solo ci protegge dall’alto, ma con tenerezza materna scende verso di noi. La sua effigie qui è stata persino ferita e calpestata, ma il volto della Madre di Dio continua a guardarci con tenerezza".

 

Ha parlato anche di terrorismo. A Ur, quando ha detto che "noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione. Anzi, sta a noi dissolvere con chiarezza i fraintendimenti. Non permettiamo che la luce del Cielo sia coperta dalle nuvole dell’odio! Sopra questo paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza. Ne hanno sofferto tutte le comunità etniche e religiose. Vorrei ricordare in particolare quella yazida, che ha pianto la morte di molti uomini e ha visto migliaia di donne, ragazze e bambini rapiti, venduti come schiavi e sottoposti a violenze fisiche e a conversioni forzate. Oggi preghiamo per quanti hanno subito tali sofferenze, per quanti sono ancora dispersi e sequestrati, perché tornino presto alle loro case".

SANREMO 2021: QUOS DEUS PERDERE VULT, DEMENTAT PRIUS

 +ANTONIO SUETTA   VESCOVO DI VENTIMIGLIA – SAN REMO


A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71 edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto.

Il mio intervento, a questo punto doveroso, è per confortare la fede “dei piccoli”, per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima.

Un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che “quos Deus perdere vult, dementat prius”.

Quanto al premio “Città di Sanremo”, attribuito ad un personaggio, che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d’origine, trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente “non in mio nome”. 

Sanremo, 7 marzo 2021.

+Antonio Suetta                                                                              

Vescovo di Ventimiglia – San Remo

domenica 7 marzo 2021

SPES CONTRA SPEM: IL PAPA PORTA LA SPERANZA IN MEDIO ORIENTE

 MYRIAM DI QARAQOUSH SEI ANNI FA , 

SENZA CASA E IN UNA TENDA

 SI AFFIDAVA TOTALMENTE A DIO 

E NON AVEVA PERSO LA SPERANZA.

SPES CONTRA SPEM


MYRIAM NON RIPETE PAROLE VUOTE

MA ESPRIME UNA COSCIENZA

RISENTIRLA E' SEMPRE UN RESPIRO NUOVO

DA DOVE PROVIENE QUESTA MATURITA' DI FEDE?


https://youtu.be/nZ-yT1w5Cto

( il video non compare in alcuni cellulari

qui sopra il link)



L’ATTESA MESSIANICA DEL VACCINO E IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE

 A prescindere dalla gestione dell’ultimo anno di Covid, che  è stata infelice, occorre non farsi prendere la mano da un ottimismo pericoloso dall’arrivo del vaccino, che è l’arma che ci fa sperare in un futuro più roseo anche se non ancora alle porte.

C’è l’ottimismo della volontà ma anche il pessimismo della ragione: se l’attesa messianica del vaccino avvolgerà tutto e tutti, quasi niente cambierà per davvero, e nessuno si sentirà chiamato a rispondere delle sue azioni.

Tralasciamo quello che il governo precedente NON ha fatto:

un piano di vaccinazione “militarizzato” (vedi l’America dove prima Trump e poi Biden hanno affidato alla logistica dell’esercito tutta l’organizzazione, cosa che Draghi ha immediatamente copiato),

aumento dei posti letto ospedalieri, e dei posti letto di terapia intensiva,

 la saturazione dei mezzi pubblici (tutte cose fattibili nel corso degli ultimi dieci mesi),

 e anche quello che ha fatto male (Lockdown tardivi, numero di tamponi inadeguato, mancanza di dispositivi di tracciamento, indicazioni errate sull’uso delle mascherine divieti enunciati e poi dimenticati, frontiere chiuse tardi o riaperte anzitempo, in omaggio a una malintesa volontà di non discriminare).

Ci sono due cose da fare oggi, una la deve fare lo stato, e cioè fare meglio quello che finora ha fatto male o in modo intempestivo come ho detto sopra, e l’altra la devono fare i cittadini, e sono quelle semplici cose che tutti sappiamo: regole di comportamento, distanziamento, mascherine, areazione locali, lavaggio mani.

Non c’è un'unica modalità strategica per vincere, ne occorrono molte perché ogni misura da sola è insufficiente e lacunosa:  ma attenzione,  non basta adottarle, è cruciale che le si faccia rispettare. Non c’è un modello unico, ma non ci si può permettere il lusso di avere come unica arma il Lockdown, specie se tardivo come oggi. E si è visto che imporre il lockdown, usato tardi e nella sequenza sbagliata, non è bastato a fermare il virus, e ha mandato a picco l’economia.

 

E non usate il vaccino come alibi per non fare ancora una volta quel che andrebbe fatto.

La zona gialla a gennaio (nonostante migliaia di contagiati in più ogni giorno) ha portato alla terza ondata. In Italia e in Europa qualche migliaio di casi positivi al giorno non fanno nessuna impressione. In nazioni come Giappone e Nuova Zelanda, per esemplificare, al contrario anche solo 10 o 100 casi al giorno fanno scattare l’allarme (ad Auckland per pochi casi è stata messa in lockdown tutta la città di un milione e 600 mila abitanti, ed è stata bloccata anche l’America’s Cup!). E tutte le misure di contrasto sono state immediate.

In Italia l’approccio è stato diverso: si mirava a tenere aperte le attività economiche fino a quando si profilava all’orizzonte il disastro sanitario. Di qui l’illusione che si possa permettere al numero di infetti di crescere senz’altro limite che il numero dei posti letto in ospedale, senza intervenire immediatamente. In questo semestre sarà impossibile cancellare il danno che è stato fatto!

In questo ultimo anno abbiamo tutti sofferto molto, anche chi non è stato direttamente colpito dal lutto. Secondo gli psicologi siamo precipitati in piena sindrome adolescenziale. Stanchi, irritabili, lunatici e insofferenti a tutto, anche a noi stessi. Hanno ripreso voce paradossalmente anche i no-vax. Tutte le opinioni sono rispettabili, ma queste non  possono essere condivise, perché ogni persona vaccinata è un aiuto non solo a sé stessa ma anche a tutta la collettività.

Altrimenti cosa dovremmo fare? Attendere il mero trascorrere del tempo perché prima o poi tutte le epidemie finiscono?

IL CROCEVIA

7marzo 2021

 

giovedì 4 marzo 2021

PANDEMIA, CAMPAGNA DI PREGHIERA LANCIATA DA MONS. MASSIMO CAMISASCA


Ai preti, diaconi, religiosi, laici della nostra Chiesa

A tutti gli uomini e le donne di buona volontà

Cari fratelli e sorelle,

cari amici,

    da più di un anno ormai siamo attraversati da una terribile pandemia, che assume volti sempre nuovi e misteriosi. Essa scuote le nostre esistenze, ci segna con la malattia e la morte, spesso lontana e isolata, di molti nostri famigliari e amici. Ci allontana gli uni dagli altri. Ha obbligato la chiusura di tante nostre imprese. Ha allontanato i nostri ragazzi dalla scuola e dai loro amici. Ha provocato nuove, gravi povertà. Ha creato disagi psichici di gravissima portata che necessiteranno di lungo tempo per poter essere curati. Soprattutto ha indebolito la nostra speranza. Per molti, purtroppo, tutto ciò ha rappresentato una ragione sufficiente per allontanarsi dalla vita quotidiana della Chiesa, dalla catechesi, dalla celebrazione eucaristica.

                Non sappiamo quando questa pandemia terminerà. Ora sta passando di mutazione in mutazione. Speriamo che le vaccinazioni, che hanno subito rallentamenti, possano in futuro essere decisive.

Durante questi mesi abbiamo assistito al lavoro intenso e talvolta eroico di moltissimi medici e operatori sanitari, all’assistenza di tanti famigliari. Abbiamo goduto della preghiera di molta parte del popolo cristiano, in primo luogo del Papa, che ci ha spinti a confidare in Dio.

Accanto a tutto questo, si è insinuata nelle nostre menti una forma subdola di materialismo ateo che ci ha fatto rivolgere alla scienza come all’unico approccio possibile per l’affronto del male. Mentre rinnoviamo il nostro grazie agli scienziati e ai ricercatori e li invitiamo a continuare nella loro opera, siamo assieme consapevoli che la scienza non detiene le chiavi ultime della vita: esse stanno in Dio, nostro Padre, che segue, guida e corregge la nostra esistenza. Benché Egli non sia l’origine del male, in questo mondo imperfetto, segnato dal peccato e dalla morte, Dio si serve del male per la nostra conversione, per richiamarci a ciò che è essenziale, a ciò che resta, alla vita che non finisce.

Chiediamo perciò a Lui, con animo filiale e insistente, la conversione dei nostri cuori e delle nostre giornate per ottenere dalla sua misericordia la fine della pandemia. Preghiamo al mattino e alla sera, in ogni famiglia e comunità, attraverso l’intercessione di Maria Santissima e di san Giuseppe, affinché cessi questo male e sia rinnovato il bene nella nostra terra e nelle nostre vite.

Suggerisco una preghiera che, per la sua brevità ed essenzialità, può essere recitata da soli o assieme a famigliari ed amici, appena alzati, prima di dormire o all’inizio del pranzo e della cena.

 

PER LA LIBERAZIONE DALLA PANDEMIA NELLA CONVERSIONE DEI CUORI

                                                                                                                             

A Te, Signore Onnipotente e Misericordioso,

rivolgiamo la nostra supplica:

allontana da noi il peccato

che ha fatto entrare la morte nel mondo.

Conduci a te i nostri cuori

e liberaci dalla pandemia che affligge le nostre esistenze

e quelle di tanti nostri fratelli e sorelle.

Ridonaci la gioia dell’incontro,

la fatica del lavoro,

la certezza della vita che non finisce.

Riaccendi in noi la sete e la gioia per i sacramenti

della Riconciliazione e dell’Eucarestia.

Aiutaci ad essere vicini a chi soffre.

Guarisci i nostri malati,

assisti in modo particolare i nostri ragazzi e le loro famiglie.

Dona a tutti la conoscenza di Te, Padre Creatore,

del tuo Figlio Salvatore

e dello Spirito Santo Consolatore.

Per l’intercessione di Maria Santissima

e di san Giuseppe, patrono della Chiesa,

ottienici presto questa grazia

che ti chiediamo con animo fiducioso e filiale.

Gloria al Padre… (3 volte)

Reggio Emilia, 4 marzo 2021

+Massimo Camisasca