lunedì 17 aprile 2023

LA PRIMA GALILEA DELL'INCONTRO

 

PAPA FRANCESCO

Basilica di San Pietro
Sabato Santo, 8 aprile 2023


(…) le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, dice il Vangelo, «abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (v. 8). Portano la notizia che cambierà per sempre la vita e la storia: Cristo è risorto! (cfr v. 6). E, al tempo stesso, custodiscono e trasmettono la raccomandazione del Signore, il suo invito ai discepoli: che vadano in Galilea, perché là lo vedranno (cfr v. 7).

Ma, fratelli e sorelle, ci domandiamo oggi: che cosa significa andare in Galilea?

Due cose: da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti (cfr Mt 4,15), uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro.

Ghirlandaio
La vocazione dei primi Apostoli
Cappella Sistina 1481


E dall’altra parte – e questo è molto bello –, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato. 

Lì il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli. Dunque andare in Galilea è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la “memoria del futuro” con la quale siamo stati segnati dal Risorto.

Ecco allora che cosa fa la Pasqua del Signore: ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia; ma, per fare questo, la Pasqua del Signore ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù, dove è stata la prima chiamata.


Ci chiede, cioè, di rivivere quel momento, quella situazione, quell’esperienza in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita. Fratelli e sorelle, per risorgere, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno di ritornare in Galilea, cioè di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, alla memoria concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. E questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti. Ricorda e cammina.


Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea.

È il “luogo” nel quale hai conosciuto Gesù di persona, dove per te Egli non è rimasto un personaggio storico come altri, ma è divenuto la persona della vita: non un Dio lontano, ma il Dio vicino, che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro. Fratello, sorella, fai memoria della Galilea, della tua Galilea: della tua chiamata, di quella Parola di Dio che in un preciso momento ha parlato proprio a te; di quell’esperienza forte nello Spirito, della più grande gioia del perdono provata dopo quella Confessione, di quel momento intenso e indimenticabile di preghiera, di quella luce che si è accesa dentro e ha trasformato la tua vita, di quell’incontro, di quel pellegrinaggio…

Il lago di Tiberiade

Ognuno sa dov’è la propria Galilea, ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo al passato, il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua. Ricorda la tua Galilea, fanne memoria, ravvivala oggi. Torna a quel primo incontro. Chiediti come è stato e quando è stato, ricostruiscine il contesto, il tempo e il luogo, riprovane l’emozione e le sensazioni, rivivine i colori e i sapori. Perché tu sai, è quando hai dimenticato quel primo amore, è quando hai scordato quel primo incontro che è cominciata a depositarsi della polvere sul tuo cuore. E hai sperimentato la tristezza e, come per i discepoli, tutto è sembrato senza prospettiva, con un macigno a sigillare la speranza. Ma oggi, fratello, sorella, la forza di Pasqua invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia; il Signore, esperto nel ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura, vuole illuminare la tua memoria santa, il tuo ricordo più bello, rendere attuale quel primo incontro con Lui. Ricorda e cammina: ritorna a Lui, ritrova la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea, torna nella tua Galilea. (…)

Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù in Galilea, incontriamolo e adoriamolo lì dove Egli attende ognuno di noi. Ravviviamo la bellezza di quando, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, alla Galilea del primo amore: ognuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorgiamo a vita nuova!

 


sabato 15 aprile 2023

FARNETICANTI E CRIMINALI LE AFFERMAZIONI SU SAN GIOVANNI PAOLO II

 

ACCUSE ASSURDE E INFAMANTI

 


Pensate che cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse andato in televisione ad affermare, sulla base di un “sentito dire” proveniente da una fonte anonima e senza lo straccio di un riscontro o testimonianza anche soltanto di terza mano, che vostro padre o vostro nonno di notte usciva di casa e insieme a qualche “compagno di merende” andava in giro a molestare ragazze minorenni. E immaginate che cosa sarebbe successo se il vostro parente, ormai defunto, fosse universalmente conosciuto e da tutti stimato, a motivo di qualche importante ruolo ricoperto. Non avremmo forse letto commenti ed editoriali indignati per il modo inqualificabile con cui è stata lesa la buona fama di questo grande uomo, amato da tanti?

È accaduto davvero, purtroppo, con san Giovanni Paolo II, pontefice della Chiesa cattolica dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005. L’accusa è stata lanciata da Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel centro di Roma in un pomeriggio di giugno del 1983. Pietro, in presenza del suo avvocato Laura Sgrò che annuiva, ha raccontato nel corso della trasmissione Di martedì condotta su La7 in prima serata da Giovanni Floris, che Papa Wojtyła la notte usciva in compagnia di qualche monsignore per andare a cercare ragazzine. Il tutto è stato presentato come indiscrezione credibile, accompagnata da qualche sorrisino ammiccante, come se si parlasse di un segreto di Pulcinella.

Prove? Nessuna. Indizi? Men che meno. Testimonianze almeno di seconda o terza mano? Neanche l’ombra. Solo anonime accuse infamanti. Parole che Pietro Orlandi ha accompagnato all’audio attribuito ad un sedicente membro della Banda della Magliana il quale asserisce — anche lui senza prove, indizi, testimonianze, riscontri o circostanze — che Giovanni Paolo II «pure insieme se le portava in Vaticano quelle», intendendo Emanuela e altre ragazze: per porre fine a questa “schifezza” il segretario di Stato di allora si sarebbe rivolto alla criminalità organizzata per risolvere il problema.

Una follia. E non lo diciamo perché Karol Wojtyła è santo o perché è stato papa. Anche se questo massacro mediatico intristisce e sgomenta ferendo il cuore di milioni di credenti e non credenti, la diffamazione va denunciata perché è indegno di un Paese civile trattare in questo modo qualunque persona, viva o morta, che sia chierico o laico, papa, metalmeccanico o giovane disoccupato. È giusto che tutti rispondano degli eventuali reati, se ne hanno commessi, senza impunità alcuna o privilegi. È sacrosanto che si indaghi a 360 gradi per cercare la verità sulla scomparsa di Emanuela. Ma nessuno merita di essere diffamato in questo modo, senza neanche uno straccio di indizio, sulla base dei “si dice” di qualche sconosciuto personaggio del sottobosco criminale o di qualche squallido anonimo commento propalato in diretta Tv.

di ANDREA TORNIELLI Da L’Osservatore Romano

14 aprile 2023

 

Nota del Crocevia

Durante un telegiornale, e stata data con una certa enfasi l’informazione che l’Orlandi era stato ascoltato «per otto ore», fino a notte fonda, dal Promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi. Otto ore sono tante, e mettere in risalto il particolare da parte dei media ha un significato molto chiaro, a livello di sottotesto: “quelli di prima volevano coprire le cose, quelli di adesso invece sì che vogliono vederci chiaro e andare fino in fondo!».

Dopo la pratica demolizione del magistero di Giovanni Paolo II, in corso da diversi anni fuori e dentro la chiesa, negli ultimi tempi si scorgono i segni di un attacco diretto alla sua persona. In un contesto del genere, esporsi da parte di una tv anche solo al sospetto di fare da sponda a personaggi come quell'Orlandi, responsabile di affermazioni infami come quelle che sono state formulate, sarebbe un pericoloso segnale della fine della credibilità di un giornalismo straccione e miserabile.

 

 

venerdì 14 aprile 2023

ABORTO: IL SILENZIO DEI VESCOVI E’FIGLIO DELLA "NUOVA" TEOLOGIA

 SANDRO FONTANA

Come mai nessun vescovo ha avuto nulla da dire di fronte alla difesa della Legge 194 fatta dal cardinale Zuppi, presidente della CEI? I motivi sono vari, ma il principale risiede nella formazione teologica che hanno ricevuto, che nega la metafisica e privilegia un pastoralismo spericolato.


I vescovi italiani tacciono. Dalla gerarchia ecclesiastica arrivano idee ostiche su ammissione dei divorziati all’Eucarestia, benedizione in chiesa delle coppie omosessuali, aperture al riconoscimento giuridico delle stesse, disponibilità alla discussione sul suicidio assistito, consenso alla legge 194 sull’aborto e altro ancora … ma i singoli vescovi tacciono. L’ultimo esempio è stato quando, nei giorni scorsi, il cardinale Matteo Zuppi [vedi QUI e QUI] ha detto in una intervista che la legge 194 non si tocca e che rappresenta una traduzione laica importante. Anche in questo caso non si è udita una parola da parte di alcun vescovo italiano.
La stonatura di questo atteggiamento è piuttosto evidente
: da un lato l’errore dell’autorità ecclesiastica a capo di tutti i vescovi italiani su un problema di etica pubblica di cui la Chiesa dovrebbe essere maestra, dall’altra il silenzio dei vescovi da quella stessa autorità rappresentati. Nessun “non in mio nome!”. È plausibile che, di punto in bianco, tutti i vescovi italiani siano passati da fieri oppositori all’aborto a difensori della legge che lo permette solo perché il cardinale Zuppi ha deciso così?

La questione merita qualche considerazione.

 

Ogni singolo vescovo è il primo “dottore” nella propria diocesi. Spetta a lui confermare i fedeli nella fede e nella morale e conservare integra la dottrina. Le conferenze episcopali, sia regionali che nazionali, non sostituiscono i singoli vescovi nella loro specifica funzione ministeriale. È grave che stia avvenendo il contrario. Il Presidente della CEI fa un passo senza ritorno, come è appunto legittimare una legge che permette l’uccisione nel grembo materno di un innocente, passo che comporta la negazione di una numerosa serie di principi di teologia morale tradizionali, e i singoli vescovi non dicono una parola.
Una parola la si può dire in molti modi. Direttamente: scrivendo una Nota per i fedeli che ribadisca i principi e i contenuti tradizionali. Indirettamente: organizzando un convegno diocesano concluso dal vescovo allo scopo medesimo di confermare la dottrina cattolica. Senza contare poi altri mezzi come scrivere in via personale al cardinale presidente della CEI, chiedendo spiegazioni delle sue parole o dissociandosi, oppure collegarsi con altri vescovi per far emergere una posizione ortodossa. Non serve polemizzare, è sufficiente precisare, perché il vescovo deve proteggere i propri fedeli che, sentendo Zuppi, potrebbero ritenere ormai lecito l’aborto.

 

I motivi di questo atteggiamento dei vescovi sono tanti e di diverso ordine. Uno è senz’altro il rispetto in buona fede per i superiori nella gerarchia ecclesiastica. Prima di prendere posizione anche leggermente in contrasto con quanto stabilito in alto, un vescovo ci pensa più volte e poi finisce per aderire o per tacere (anche se – bisogna dirlo – ai tempi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI questo pudore c’era molto meno). Questo è comprensibile ma non sempre giustificabile perché può trasformarsi in un atteggiamento corporativo: sostenersi comunque a vicenda, non interferire l’uno nello spazio dell’altro come tanti piccoli sovrani assoluti, coprire sempre e ad ogni costo.

 

In questo particolare momento, poi, gioca certamente anche un altro fattore. Non c’è nella gerarchia ecclesiastica un buon clima di fiducia reciproca. Molti vescovi si chiudono sospettosamente in se stessi, soprattutto quelli che hanno qualche perplessità sui numerosi e veloci cambiamenti in atto. Formalmente nella Chiesa si viene invitati ad esprimersi senza timori, ma nella realtà i timori dei vescovi a parlare sono piuttosto estesi. Ci si confida solo tra amici molto stretti, nelle riunioni può diventare pericoloso esprimersi in modo schietto, qualcuno che potrebbe riferire più in alto c’è sempre. L’apparato ecclesiale sospetta dei vescovi renitenti ai cambiamenti e i vescovi che sospettano dell’apparato ecclesiale tacciono. Nei momenti di confusione e di attriti, inoltre, c’è sempre una zona grigia che non si compromette e aspetta che i tempi cambino. Capita così anche tra i vescovi italiani che vivono ormai un contesto dove è possibile fare carriera in fretta, perché le vecchie regole sono saltate, ma è anche possibile cadere repentinamente in basso.

 

Il motivo principale, tuttavia, mi sembra un altro. La gran parte ormai dei vescovi italiani, e soprattutto quelli nominati durante questo pontificato, ha ricevuto una formazione teologica che li orienta a condividere le transizioni ecclesiali in atto, compresa magari quella dell’accettazione di una legge abortista. Hanno studiato tutti in seminari nei quali spiegare San Tommaso era vietato e in quei seminari essi stessi hanno insegnato prima della nomina episcopale. Da giovani sacerdoti diocesani hanno frequentato università pontificie e facoltà teologiche imbevute della nuova cultura cattolica, hanno avuto per maestri i produttori della nuova teologia morale cattolica, gli esegeti avanguardisti e i pastoralisti spericolati.

Certamente, non si può generalizzare, ma la generazione di vescovi che ancora aveva studiato con i maestri della teologia metafisica non c’è più, sostituita da chi ha avuto per maestri i negatori di quella teologia metafisica.  

I vescovi non scendono dal cielo all’improvviso. Il vescovo che nella propria formazione non ha mai incontrato Gilson o Garrigou-Lagrange non faticherà ad acconsentire all’errore del cardinale Zuppi sull’aborto.

 

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https://www.provitaefamiglia.it/blog/aborto-chiediamo-al-cardinale-zuppi-un-chiarimento-sulla-194

 

NORDIO: «ROSARIO LIVATINO CI HA INSEGNATO COS’È LA CARITÀ»

Il ministro della Giustizia è intervenuto a Padova ad un convegno di presentazione della mostra dedicata al magistrato ucciso dalla mafia.

Siamo nel Palazzo di Giustizia di Padova, dove, su iniziativa del Centro culturale Antonio Rosmini, è stata allestita la mostra “Sub Tutela Dei”, dedicata al primo magistrato proclamato beato, Rosario Livatino.

Davanti a una nutrita platea, presente il magistrato Domenico Airoma (coautore assieme ad Alfredo Mantovano di Un giudice come Dio comanda, volume dedicato alla figura del giudice ucciso dalla mafia), Nordio ha celebrato la figura del «collega Livatino».

Dov’è la giustizia divina?

E lo ha fatto in modo inusuale, colto e profondo, ricordando che Livatino è un «martire religioso» perché «noi non ci troviamo di fronte a un magistrato caduto nell’adempimento del dovere, ma davanti a qualcuno che ha fatto qualcosa di più: ha perdonato i suoi assassini. Una scelta che solo alcuni sanno fare». È su questo aspetto, il perdono, che Nordio ha incentrato il suo intervento. «Livatino era una persona integerrima che è stato ucciso dai mafiosi e noi ci chiediamo: perché? Dov’è la giustizia divina? Dov’era la giustizia divina mentre veniva ucciso dai briganti? È la domanda che si fa il laico, ma anche l’uomo religioso».

La virtù più importante

Nordio ha dunque ricordato come la nostra cultura, impregnata dal pensiero veterotestamentario, sia da sempre tesa a rispondere a questa domanda. L’ingiustizia del giusto che viene assassinato allora “trova una composizione solo nelle parole di questo martire che perdona quelli che lo stanno assassinando. Le ultime sue parole sono state di perdono. E dunque la lezione che dobbiamo trarne, più che una lezione giuridica o una lezione professionale, una lezione di toga, è ovviamente una lezione etica. La risposta, ha detto Nordio, «si trova solo nel Nuovo Testamento perché il Creatore si è immolato sulla Terra per redimere i peccati altrui. Si è messo alla pari del reo che viene punito. L’ingiustizia è stata riparata dal Creatore del mondo. È questa la visione di Livatino. Ed è questa la differenza tra il servitore dello Stato e il santo». La giustizia umana non può tutto, ha detto Nordio. «Essa interviene solo dopo l’ingiustizia. Se viene a mancare la fede nelle istituzioni umane e la speranza in Dio, resta la terza virtù che san Paolo dice essere la più importante: la carità. È questo ciò che ha fatto Livatino perdonando i suoi assassini, ed è questa la lezione che ci lascia»

Giustizia significa riconoscere a ciascuno il suo.

Al meritevole un premio, al colpevole una condanna. Le infinite ingiustizie di questo mondo, tra cui la morte di Livatino, come potranno trovare soddisfazione? Come potranno essere punite? Questa è la domanda che Nordio pone alla coscienza di noi tutti. Potrà riuscire la giustizia umana, quella laica per intenderci, a compensare tutto questo oceano di iniquità? No. Potrà la fede e la speranza in Dio? Sì, ma solo se saranno fondate – e lo sono – nella carità che sgorga dal sacrificio di Cristo che ha pagato, lui innocente, il debito per tutti, che ha voluto risarcire ogni più piccolo danno provocato da ogni nostro peccato. A noi tocca meritarci i meriti di Cristo.

Ecco che il beato Livatino diventa in questo alter Christus perché condanna i suoi carnefici con il suo perdono, perché li punisce con la carità che tutto copre. Dunque non può esistere vera giustizia umana senza riconoscere che questa sgorga dal costato aperto di Cristo.

 

 

sabato 8 aprile 2023

BENEDETTO XVI IL SABATO SANTO E LA MORTE DI DIO


 “'Dio è morto' è la più citata e abusata delle battute di Nietzsche”, ha commentato Anna Khachiyan in un recente episodio del podcast “Red Scare”. "E penso", ha risposto Dasha Nekrasova, la sua co-conduttrice, "come cristiani dovremmo davvero essere grati a Nietzsche".

Il defunto papa Benedetto XVI può essere annoverato tra i teologi cristiani che riconoscono il loro debito nei confronti del padre del pensiero postmoderno. La controversa dichiarazione di Friedrich Nietzscheda La gaia scienza fu oggetto di esplorazione in diverse riflessioni dell'allora cardinale Ratzinger sul Sabato Santo. Quando Nietzsche dichiara la morte di Dio, intende dire che il quadro culturale che un tempo "sosteneva" la fede e la moralità cristiane si è eroso, rendendo così la fede in Dio irrilevante per la vita nell'Europa moderna.

Nel 1998, gli scritti di Ratzinger sul Sabato Santo, sono stati raccolti insieme a dipinti e commenti dell'artista americano William Congdon in una raccolta intitolata The Sabbath of History . Sebbene Congdon - un convertito al cattolicesimo comunemente associato al movimento espressionista astratto - non abbia mai incontrato Ratzinger, entrambi gli uomini erano profondamente attratti e perplessi dai misteriosi eventi del Sabato Santo.

Nel libro Ratzinger descrive come il Sabato Santo abbia avuto per lui un significato particolare, essendo nato e battezzato proprio quel giorno del 1927. presenza” che associava al Sabato Santo. È un giorno sospeso tra l'“umanità visibile” del Venerdì Santo e la “divinità radiosa” della domenica di Pasqua.

Il Sabato Santo, il corpo di Cristo, brutalizzato il Venerdì Santo, giaceva nel sepolcro. Ricordiamo in questo giorno la misteriosa affermazione del Credo degli Apostoli: che Cristo “ discesit ad infernos ”, è disceso agli inferi. La Chiesa ci racconta, secondo un'antica omelia , che all'inferno Gesù liberò «dalle loro pene il prigioniero Adamo e la sua compagna di prigionia Eva», cercandoli come «pecorella smarrita».

Ratzinger è cauto nell'interpretazione della parola “inferno”, preferendo lasciarla avvolta nel mistero. Suggerisce che gli inferni in questo caso possono essere meglio compresi nel contesto della parola ebraica sheol o del greco omerico hades , riferendosi a un ultimo abisso caratterizzato dalla "estrema solitudine", la "perdita di ogni comunicazione" e dove "l'amore non non penetrare”.

Eppure, «il morire di Dio in Gesù Cristo è al tempo stesso espressione della sua radicale solidarietà con noi», scrive Ratzinger. “Il mistero più oscuro della nostra fede è allo stesso tempo il segno più luminoso di una speranza senza limiti”. Il silenzio di Dio nel Sabato Santo, la sensazione che Egli non risponda alle nostre preghiere, non è un motivo per piangere la sua morte definitiva. Piuttosto segna un periodo in cui attendiamo con ansia il suo risveglio da un “sonno divino”, come dice Ratzinger, paragonandolo al tempo in cui Cristo dormì sulla barca durante una tempesta.

Ratzinger osserva che l'annuncio di Nietzsche sulla morte di Dio «è stato preso quasi alla lettera dal linguaggio della tradizione cristiana». Piuttosto che tentare di confutare l'affermazione di Nietzsche, Ratzinger provoca i credenti a lasciarsi pungere la coscienza e a mettere in discussione i fondamenti delle loro convinzioni. 

William Congdon: Crocefisso n.9
«Lo abbiamo ucciso», continua Ratzinger, «rinchiudendolo in modi di pensare antiquati, relegandolo a una pietà priva di realtà, che diventa sempre più slogan devozionale o curiosità archeologica». Riduciamo Dio a un insieme di riti e regole da seguire, non permettendoci di sentire pienamente il nostro bisogno del suo amore e abbracciandolo in tutta la sua grandezza e mistero. Quando i credenti vivono con tiepidezza la loro fede e perdono di vista ciò che sta alla radice delle loro convinzioni, come possono i non credenti essere convinti dalla loro testimonianza?

In The Sabbath of History , Ratzinger ricorda di aver assistito da bambino alla liturgia del Sabato Santo quando le finestre della chiesa erano completamente coperte di tende. Sebbene la "luce dall'esterno e dall'alto non penetri", sapeva che "la luce stava aspettando". Ecco perché confida che il Sabato Santo sia “pieno del mistero della speranza”.

Questa immagine dell'edificio della chiesa oscurata era per Ratzinger il simbolo della "situazione del nostro mondo" alla fine degli anni '60. “Non è [il sabato santo]”, chiede, “in modo misterioso il nostro giorno? Il nostro secolo non comincia forse a diventare un grande sabato santo”, ipotizza, “quando un vuoto gelido cresce anche nel cuore dei discepoli?”

Nel periodo che ha preceduto il Concilio Vaticano II, Ratzinger si è distinto da coloro che si aggrappavano strettamente ai quadri teologici del passato, così come da coloro che si affrettavano a farla finita con la tradizione ecclesiale in nome del progresso. Con lo stile dialettico di uno studioso veterano, ha affrontato l'abisso del dubbio portato dal pensiero postmoderno e dalla rivoluzione culturale degli anni '60. Non ha mai compromesso le sue convinzioni o l'obbedienza alla Chiesa, ma non ha avuto paura di porre domande fondamentali sulla fede e di dialogare con i non credenti.

“Proprio come partecipe delle esigenze della nostra generazione mi sono sentito chiamato a dare voce alla speranza che nella verità è sempre particolarmente vicina nell'ora del silenzio e delle tenebre”,

Mons. Joseph Ratzinger
ha scritto. Questo metodo di rispondere ai tempi guadando l'oscurità del dubbio piuttosto che affrontandolo "dall'esterno" segna il tono del suo testo fondamentale del 1968 Introduzione al cristianesimo . (...)

Il partner di Ratzinger in The Sabbath of History , William Congdon, è stato profondamente colpito dalle immagini della sofferenza umana che ha incontrato mentre era schierato durante la seconda guerra mondiale. "Le sofferenze dei morenti", ha affermato, "mi rivelano la mia vera identità". Il suo uso generoso della vernice nera sulle sue tele era un gesto di lutto ma anche di speranza di fronte alla sofferenza. La luce può emergere solo dall'oscurità, che di per sé è un evento miracoloso.

Sebbene la conversione di Congdon nel 1959 abbia sollevato le sopracciglia nella comunità artistica, la sua serie di dipinti di Cristo crocifisso e nella tomba ha ottenuto il plauso della critica. Queste immagini sono state il “soggetto supremo” della sua vita, poiché l'incontro con Cristo gli ha fatto “scoprire che il suo dramma sulla croce” era anche suo. Congdon si riferiva spesso alle “strade” che percorriamo come esseri umani, disseminate di sofferenza e violenza, come al “Corpo morente di Cristo… calpestato come se il traffico del 'peccato' lo avesse attraversato per tutta l'eternità o da allora, quello che era un corpo, è diventato una macchia”. (...)

Il Sabato Santo restiamo sospesi in quello stato sgradevolmente misterioso tra la morte e la risurrezione di Cristo; tra le nostre sofferenze quotidiane e la speranza che ci è stata promessa. Siamo provocati dal silenzio di Dio, dal suo sonno. In momenti così confusi - il momento della morte di Dio - è facile per noi fuggire verso il dubbio e la disperazione più totale, o intorpidirci con un ottimismo sentimentale.

Ma possiamo anche invitarlo nel nostro personale abisso, gridando con Ratzinger al Dio addormentato: «Svegliati, non lasciare che le tenebre del Sabato Santo siano infinite, lascia che un bagliore di Pasqua scenda anche nei nostri giorni... sprofondiamo nell'oscurità; non lasciare che la tua parola sia annegata nelle battute di questi giorni. Signore, aiutaci, perché senza di te periremmo. Amen."

 

Stephen G. Adubato

Stephen G. Adubato ha studiato teologia morale alla Seton Hall University e attualmente insegna religione e filosofia. Scrive su “Americamagazine.org” da cui è tratto questo testo.

 

venerdì 7 aprile 2023

LA RISURREZIONE DI CRISTO È UN AVVENIMENTO

La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un’impronta indelebile (Benedetto XVI Pasqua 2011)

Giotto: La Risurrezione di Cristo, Scrovegni


Dobbiamo saper guardare con realismo la Passione della Chiesa e la fine di una Cristianità vecchia di 16 secoli, che abbiamo davanti agli occhi, trovando nel Risorto la fonte di ogni speranza.   

La  Chiesa è eterna, ci sarà sempre un gruppo di fedeli, sia pure sparuto, a costituirla.

Ma la Cristianità è qualcosa di completamente diverso, si tratta di una civiltà ispirata, ordinata e guidata dalla Chiesa: un certo modo di vivere, una visione dei confini tra il bene e il male, un mondo coerente con tutti gli ambiti della vita. La Risurrezione di Cristo ci invita a perseverare nella prospettiva di una Cristianità restaurata, di una Chiesa risplendente di gloria.

Solo Dio conosce il quando e il come, a noi è chiesto di non disertare, di non scandalizzarci, di non avere paura, di restare fedeli alla Verità, di dedicare ogni nostro sforzo alla causa del Regno di Dio. La nostra fedeltà sarà premiata!

IL CROCEVIA

mercoledì 5 aprile 2023

LA LETTERA DEI VESCOVI SCANDINAVI: L’ARCOBALENO BIBLICO E QUELLO LGBT

A CHE PUNTO SIAMO

Il conflitto pro o contro la benedizione delle coppie omosessuali sta fornendo all’opinione pubblica un’immagine della Chiesa del tutto appiattita su quella altrettanto conflittuale della società secolare.

Ci sono i vescovi tedeschi e belgi che l’approvano e la praticano. C’è qualche cardinale, come Gerhard Müller, anche lui tedesco, che per questo li bolla come eretici e vuole che siano sottoposti a processo canonico. C’è un altro cardinale, Jean-Claude Hollerich, lussemburghese e gesuita, che invece preme per un ancor più generale “cambiamento di paradigma” nella prassi e nella dottrina della Chiesa in materia di sessualità. C’è la Santa Sede che vieta la benedizione delle coppie, e la vieta con l’”assenso” scritto del papa.

dal Corriere della Sera

Ma c’è Francesco che questo assenso se lo rimangia subito dopo, promuove Hollerich a numero uno del sinodo mondiale in corso e lo ringrazia per il gran lavoro che fa, ma anche si dice scontento del sinodo tedesco perché troppo “guidato da un’élite” invece che dal buon popolo. E comunque lascia che i vescovi novatori facciano ciò che vogliono, come ha raccontato entusiasta uno di loro, il belga Johan Bonny, ai colleghi del sinodo di Germania: che cioè il papa in persona, incontrando i vescovi del Belgio in visita “ad limina”, li ha incoraggiati ad andare avanti con le loro benedizioni.

Sta di fatto che in questo confuso rumore di battaglia svaniscono le ragioni vere e profonde, antropologiche e bibliche, a sostegno della visione cristiana della sessualità. Al punto che chi ci prova a esporre tali ragioni con competenza e pacatezza sembra dire qualcosa di mai detto, di straordinario, di finalmente nuovo e rivelatore, lo si condivida o no.

È un po’ ciò che si prova leggendo la “Lettera pastorale sulla sessualità umana” che i vescovi della Scandinavia hanno fatto circolare oggi tra i loro fedeli, in questa quinta domenica di Quaresima.

A firmare questa inusuale lettera pastorale sono i vescovi della Scandinavia, cioè di Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Finlandia, tra i quali un cardinale. Sono a capo di comunità cattoliche numericamente esili. Ma l’alta qualità dei loro interventi è stato un elemento di sorpresa, ad esempio, nella recente assise che ha riunito a Praga le rappresentanze di tutti gli episcopati d’Europa. Lì i vescovi scandinavi non erano certo al traino dei loro spericolati colleghi di Germania o del Belgio. E il loro voto è stato decisivo anche nella successiva nomina del nuovo presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione Europea, dove al posto di Hollerich è stato eletto il molto più moderato Mariano Crociata.

Ecco dunque la lettera dei vescovi di Scandinavia.

Conferentia episcopalis Scandiae

LETTERA PASTORALE SULLA SESSUALITÀ UMANA

Quinta domenica di Quaresima 2023

Cari fratelli e sorelle,

I quaranta giorni di Quaresima sono un richiamo ai quaranta giorni in cui Cristo digiunò nel deserto. Ma non solo. Nella storia della salvezza, i tempi di quaranta giorni segnano varie tappe nell’opera della redenzione portata avanti da Dio e che continua ancor oggi. Un primo intervento ebbe luogo ai giorni di Noè. Avendo visto la rovina operata dall’uomo (Genesi 6,5), il Signore sottopose la terra a un battesimo purificatorio. “Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti” (Genesi 7,12). Da qui un nuovo inizio.

Quando Noè e i suoi parenti tornarono in un mondo ripulito dall’acqua, Dio fece il suo primo patto con “ogni carne”. Promise che mai più il diluvio avrebbe distrutto la terra. Agli uomini chiese giustizia: onorare Dio, costruire la pace, essere fecondi. Siamo chiamati a vivere beati sulla terra, a trovare gioia gli uni negli altri. Il nostro potenziale è meraviglioso finché ricordiamo chi siamo: “perché a immagine di Dio, Egli ha fatto l’uomo” (Genesi 9,6). Siamo chiamati a dare compimento a questa immagine attraverso le scelte di vita che facciamo. Per ratificare la sua alleanza, Dio pose un segno nel cielo: “Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando apparirà l’arco sulle nubi, io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra” (Genesi 9,13, 16).

Il segno dell’alleanza, l’arcobaleno, oggi è rivendicato come simbolo di un movimento allo stesso tempo politico e culturale. Riconosciamo quanto c’è di nobile nelle aspirazioni di questo movimento. Le condividiamo nella misura in cui parlano della dignità di tutti gli esseri umani e del loro desiderio di visibilità. La Chiesa condanna ogni ingiusta discriminazione, qualunque sia, anche quella che si fonda sul genere o sull’orientamento sessuale. Dissentiamo da esso, tuttavia, quando il movimento propone una visione della natura umana che astrae dall’integrità incarnata della persona, come se il sesso fosse qualcosa di accidentale. E ci opponiamo quando tale visione viene imposta ai bambini come una verità provata e non un’ipotesi ardita, e imposta ai minori come un pesante carico di autodeterminazione al quale non sono preparati. È curioso: la nostra società tanto preoccupata per il corpo, di fatto lo prende alla leggera, rifiutando di vedere il corpo come segno di identità, e supponendo di conseguenza che l’unica individualità sia quella prodotta dall’autopercezione soggettiva, costruendo noi stessi a nostra immagine.

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martedì 28 marzo 2023

GLI INCONTRI DEL CROCEVIA: DISFORIA DI GENERE


 Riprende giovedì 30 marzo alle 20,45 nella sala Conferenza "E. Cacciaguerra", il “Percorso elementare di cultura” del Crocevia sul tema “Giudizio è testimonianza". 

Il tema della serata è "Disforia di genere in età evolutiva: un tentativo di orientarsi su un tema complesso". Interverrà Ivo Colozzi, professore dell'Università di Bologna. 

L’approccio al tema della transessualità richiede un atteggiamento di grande prudenza, umana e sociale, e di altrettanto grande competenza scientifica, affermano i promotori.
Vanno evitate manipolazioni ideologiche e derive emotivo-demagogiche, al fine di evitare di fare danni più grandi del problema che si intenderebbe risolvere.
Il primo passo necessario è la spiegazione dei termini e dei contenuti ad essi collegati. 

La “transessualità” è la condizione per cui una persona di sesso maschile o femminile si percepisce appartenente al sesso opposto e aspira e desidera assumerne le caratteristiche anatomiche e comportamentali, sessuali e sociali.Sul piano clinico, questa condizione viene denominata “disturbo dell’identità di genere” o “disforia di genere” (DG), dal greco “dis”=male e “foria”=sopportare. 

Il transgenderismo è, invece, un movimento socio-culturale nato negli Usa negli anni ’80, che sostiene la separazione e non-interdipendenza fra sesso biologico (si parla di “sesso assegnato alla nascita”) e ”genere”, essendo quest’ultimo un prodotto culturale, sociale, emotivo, strettamente soggettivo che, in quanto tale, è totalmente slegato dalla sessuazione naturale.

IL VIDEO DELL'INCONTRO SARA' A DISPOSIZIONE QUANTO PRIMA  NEL SIDEBAR DESTRO DEL BLOG, ASSIEME AGLI ALTRI VIDEO

ALEPPO, UNA CITTA' COL CUORE CHE BATTE ANCORA

 

PARROCCHIA LATINA DI SAN FRANCESCO SAVERIO

Aleppo, Siria


Fratelli e sorelle in Cristo.

Pace e bene da Aleppo.

Aleppo, una città determinata a sopravvivere, una città con un cuore che batte ancora dopo anni di guerra e devastanti terremoti.

Voi sapete che la nostra gente ha vissuto una tragedia dopo l’altra; portando la croce e percorrendo la via del Calvario. la croce della paura e della povertà, la croce dell'incertezza di ciò che riserva il futuro.

Fratelli, non c'è dubbio che la vita ad Aleppo sia cambiata radicalmente a causa dei due terremoti. Un’esperienza forte, potente c violenta che richiederà del tempo per essere superata.

Oggi la città sta gradualmente tornando alla normalità, ma molte famiglie sono ancora sfollate poichè innumerevoli case sono diventate invivibili e molte scuole, persino edifici universitari, hanno subito danni. Quindi, la prima Sfida è ricostruire e riparare questi edifici.  Le chiese di Aleppo hanno lanciato un'iniziativa unitaria congiunta per restituire case e pace alle loro famiglie.


Abbiamo anche dato il nostro contributo invitando tecnici ed ingegneri post-sisma provenienti dall’ltalia per aiutarci a valutare lo stato degli edifici. Così abbiamo accolto qui nel nostro convento francescano quattro di loro, che hanno fatto sopraluogo sulle chiese ed alcuni edifici e, in collaborazione con il comune del governatorato di Aleppo, hanno fornito una preziosa assistenza nella valutazione dei danni e nell'assistenza alla riparazione.

ln parrocchia abbiamo ripreso le consuete messe e preghiere dopo aver messo in sicurezza la chiesa. Inoltre, celebriamo ancora ogni venerdì la Via Crucis alla quale partecipano tutte le confraternite e le famiglie presenti in chiesa.

Cerchiamo anche di contribuire al ripristino della vita normale riprendendo le attività con tutte le confraternite, per tutte le età, come la confraternita Simone ed Alma, che accoglie gli anziani e offre loro sostegno e compagnia umana e spirituale, gli Scout, il Centro del Catechismo. il venerdì e la domenica, la Legio Mariae, la confraternita di Sant’Antonio di Padova, il doposcuola, ecc. Inoltre, ad Aleppo est, abitata esclusivamente da povere famiglie musulmane, cerchiamo di aiutarle e fornire loro un sostegno psicologico e un pò di materiale di prima necessità attraverso i quattro centri di assistenza francescani ivi presenti.

Inoltre la nostra mensa di beneficenza "Cinque pani e due pesci" continua a fornire pasti quotidiani a tutti i bisognosi della nostra città.

Carissimi, con la fede del cieco che chiese a Gesù di aprirgli gli occhi perché potesse vedere, noi ad Aleppo crediamo che il Signore non ci lascerà, anzi tenderà la sua mano attraverso voi verso di noi, verso ogni persona sofferente e addolorata, a ogni persona povera e affamata, a ogni persona sola e senza speranza, e insieme aiuteremo Aleppo a rialzarsi in piedi, rispolverando le sue macerie, per risorgere di nuovo con la forza di Cristo.

La Pasqua si avvicina e non c'è dubbio che la gioia della risurrezione del Signore riempirà i cuori sempre tristi e restituirà la speranza agli occhi addolorati.

FR. BAHJAT

Cristo è risorto... e con Lui anche noi risorgeremo.

Fr. Bahjat Elia Karabach.ofm

Aleppo, 20/3/2013

lunedì 27 marzo 2023

GERMANIA RITORNO A LUTERO?

Il Cammino sinodale tedesco si è concluso con il via libera a un programma di svolta che in autunno minaccia di travolgere Roma.

 Anche perché la Germania è solo l’avanguardia di una Chiesa che vuole profonde riforme. Ora che il Synodale Weg, il Cammino sinodale tedesco si è concluso, le carte sono tutte ben visibili sul tavolo, ed è quindi possibile capire la portata delle richieste avanzate, anche se non si sa bene a chi, considerato che più d’un vescovo e molti laici che hanno partecipato al lungo percorso hanno fatto intendere – chi più esplicitamente, chi meno – che l’opinione di Roma conta, ma fino a un certo punto.

Statua di Martin Lutero nella sala Paolo VI

Lo stesso presidente della Conferenza episcopale, mons. Georg Bätzing, in una recente intervista televisiva ha dichiarato la propria (ovvia) disponibilità a discutere con il Vaticano, anche se – ha precisato – “la nostra azione non cambierà”.
A ogni modo, è innegabile che il Cammino sinodale della Chiesa tedesca abbia avuto, e continui ad avere, una rilevanza globale. I delegati erano 230, rigorosamente divisi in gruppi di lavoro (i quattro forum), vi hanno partecipato tutti i vescovi e moltissimi laici. Si potrebbe dire che il “Popolo di Dio”, che è infallibile in credendo, era presente a Francoforte, parentesi su Zoom causa lockdown compresa.

Ma cosa hanno deliberato in Germania?

Innanzitutto, il via libera alla benedizione delle coppie formate da persone dello stesso sesso, quindi il sì al riaccostamento all’eucarestia per i divorziati risposati.

Sono stati approvati testi importanti (quindici, nel complesso), come quello che punta al diaconato femminile chiedendo – stavolta al Papa – che sia resa possibile, un domani, anche l’ordinazione sacerdotale delle donne. Voto favorevole all’eliminazione dell’obbligo del celibato per i preti, al fatto che le donne e i laici predichino durante la messa.


E poi la diversità di genere, che va capita, compresa e accompagnata: 38 vescovi hanno votato sì, 7 no e 13 hanno preferito astenersi. Qui l’assemblea ha penato parecchio: la prima bozza, intitolata “Vivere in rapporti che funzionano. Linee di fondo di un’etica sessuale rinnovata”, era stata bocciata lo scorso settembre, non avendo ottenuto i due terzi dei voti favorevoli. Alla fine, dopo settimane di lavoro, è stato trovato un compromesso che ha deluso quanti spingevano sull’acceleratore. Eppure, nel testo approvato, si leggono critiche al “Magistero che ignora l’esistenza di varianti non binarie” e si arriva a chiedere che nei registri battesimali sia consentito di non indicare il genere del bambino o, se proprio non si vuole lasciare libera la casella, la facoltà di scrivere “diverso”. Esulta, per l’approvazione del documento sul diaconato femminile, il vescovo di Fulda, mons. Michael Gerber, che ora auspica che tale apertura sia intesa per tutti i ministeri ordinati. Dopotutto, l’80 per cento dei vescovi ha approvato la richiesta che il Pontefice riveda l’Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II, che si conclude in un modo che più netto non si potrebbe: “Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

 Definitivo, dunque. Lo stesso Papa Francesco più volte s’è soffermato su tale parola, per dire che “la questione è chiusa”. Qualcuno, come la superiora francescana Katharina Ganz, la pensa diversamente e avrebbe sperato in qualcosa di più: s’è detta dispiaciuta che la priorità ce l’abbia il diaconato femminile. Lei avrebbe voluto subito il sì alle donne prete sull’altare. Le conclusioni del Synodale Weg non sono mai state in dubbio: senza considerare il laicato attivo in Germania, la schiacciante maggioranza dell’episcopato era a favore del “piano di riforme”, a cominciare dall’ex presidente, il cardinale Reinhard Marx, che pure guida la diocesi di Monaco, madre della Baviera da sempre fedele a Roma. Fu lui, durante il Sinodo universale sulla famiglia a far capire che le acque del Reno erano tornate a scorrere impetuose nel Tevere, dicendo a confratelli, giornalisti e popolo che non sarebbe stata più Roma “a dirci quello che dobbiamo fare qua”. A quasi un decennio di distanza, gli fa eco il confratello mons. Franz-Josef Overbeck, stanco dei freni imposti dal Vaticano: a suo giudizio, la Chiesa in Germania può anche fare da sola in certi campi, senza attendere arcaici nulla osta spediti da Oltretevere.

Matteo Matzuzzi, da Il Foglio

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