giovedì 23 luglio 2015

IERI IL “FASCISTA” OGGI “L’OMOFOBO”



CAMBIANO I TEMPI MA L’OPERAZIONE E’ LA STESSA.

In quarant’anni al Pci e ai suoi eredi sono crollati addosso muri e miti. Per dimostrare la propria esistenza in vita resta solo l’affermazione del relativismo.

Negli anni Settanta Augusto Del Noce ha descritto in modo mirabile lo sforzo del Pci, alla scuola di Gramsci, di egemonizzare culturalmente la società; l’esito era stato un vero e proprio “mutamento del senso comune”.

Del Noce spiegava come funzionale a tale strategia fosse la sostituzione al tradizionale avversario capitalistico-borghese dell’avversario “fascista”: il Pci creava il “mito del fascismo”, e attraverso questa trasfigurazione il concetto di fascismo veniva dilatato fino a ricomprendere chiunque fosse contrario al comunismo, pur non avendo nessuna simpatia per Mussolini.
Giudice in ultima istanza restava il Partito comunista, che – direttamente o attraverso le sue cinghie di trasmissione nel corpo sociale – conferiva o negava patenti di legittimazione politica e culturale.

Sono trascorsi quarant’anni.
Al Pci e ai suoi eredi sono crollati addosso muri e miti, e gli ambiti decisionali sono sempre più ristretti, specie in economia. Per dimostrare la propria esistenza in vita resta solo l’affermazione del più assoluto relativismo: Hollande insegna a non farsi illusioni su ipotetici accordi che limitino il danno.

È in corso una operazione ideologica che ha analoghe pretese egemoniche: con una sorta di transfert al “mito del fascismo” si sostituisce il “mito dell’omofobia”, e in quest’ottica “omofobo” non è chi offende una persona per le sue tendenze omosessuali, ma chiunque ritenga un valore la famiglia fondata sul matrimonio uomo-donna, la famiglia aperta alla vita, la trasmissione della vita attraverso la procreazione naturale.

È “omofobo” chi, pur con argomenti ragionevoli, dissente dall’ortodossia del gender.
Già adesso gli va impedito di parlare, va escluso dagli ambiti accademici. È una declinazione concreta, molto evidente, della dittatura del relativismo.
Basta saperlo, per regolarsi di conseguenza.
ALFREDO MANTOVANO

LA SCELTA DI NERONE

Il bravo Nerone, che voleva, per cosi dire, impalmarsi il suo “preferito”, aveva una difficoltà: a Roma non era permesso sposarsi tra maschi. Lui aggirò la difficoltà: dichiarò di essere una femmina, e il problema fu risolto. Successivamente, con una simpatia successiva, la parte del marito toccò a lui…

Noi non abbiamo gli imperatori, ma abbiamo i giudici di Cassazione.


Che, pare, abbiano rimosso la necessità dell’operazione chirurgica per poter cambiare sesso. Rendendo così di fatto inutile la Cirinnà e i suoi matrimoni – pardon, unioni civili – gay.
Perché è chiaro: basta cambiare di sesso, sposarsi (ormai legittimamente) e ricambiare perché divenga possibile quello che era impossibile.

Impossibile in un mondo dove non è il capriccio a plasmare la realtà; ma si tratta, sembra, ormai proprio di un altro mondo.

Qui c’è Nerone.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine


martedì 21 luglio 2015

IL GAIO MARXISMO


di Andrea Cangini

«eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socioculturali fondate sull’impropria ‘identità costretta’ in ruoli già definiti dalle persone in base al sesso di appartenenza».
SI VA diffondendo ormai da tempo un’ideologia sottile e perciò affilata in base alla quale le identità “naturali” non esistono, e se esistono vanno soppresse.
Identità nazionali, identità familiari, identità sessuali.
Il rispetto, la tolleranza e la parità dei diritti non c’entrano, è che il mondo gira al contrario e per tutelare le minoranze (cosa, ovviamente, buona e giusta) si segano in blocco le radici della maggioranza. Per scongiurare i nazionalismi, ad esempio, si smontano gli Stati e si stigmatizzano le nazioni. «Padre» e «madre» sono considerate parole provocatorie, si propende ormai per «genitore A» e «genitore B» e, tra A e B, i figli possono scegliersi il cognome che preferiscono. In una scuola romana, caso non raro, è stato deciso di sopprimere la festa del papà e quella della mamma per non urtare la sensibilità degli scolari che hanno perso i genitori o vivono in famiglie per così dire “diverse”. Per non turbare chi crede in un diverso dio, invece, un consistente moto d’opinione tira a far sparire i crocifissi dai luoghi pubblici e, sotto Natale, i presepi dalle piazze dei paesi.
È una forma di marxismo contemporaneo: l’uguaglianza imposta per legge; con la legge che spesso crea nuove disuguaglianze.
AD ESEMPIO, il caso della parità uomo-donna nei consigli di amministrazione piuttosto che nelle liste elettorali, il reato di femminicidio per cui uccidere una donna è cosa di per sé più grave che uccidere un uomo, le aggravanti per le offese «omofobe» o razziste. E quando la legge (ancora) latita, avanza un orientamento culturale che chiama «bullismo» anche il minimo screzio tra adolescenti, che vede il «machismo» in ogni manifestazione virile, che contesta l’autorità paterna in nome dell’amicizia tra genitori e figli.
Punta più avanzata di questa rivoluzione culturale è l’utopia “gender”. L’idea, cioè, che la natura non conti, che la realtà non esista e che ogni desiderio debba essere reale.

E COSÌ, mentre l’ufficio di statistica neozelandese istituzionalizza il “terzo sesso” e la Cassazione italiana fa altrettanto con i cambi di genere in assenza di conseguenti operazioni chirurgiche, l’omosessualità diventa la regola in televisione e nelle scuole si insegna a, come recita un progetto di legge del Pd, «eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socioculturali fondate sull’impropria ‘identità costretta’ in ruoli già definiti dalle persone in base al sesso di appartenenza».

POI ci si stupisce se, finanziati dalla Regione e incoraggiati dal Comune, negli asili di Trieste i bambini vengono trastullati col «gioco del rispetto». Ovvero, i maschi si devono vestire da femmine, le femmine da maschi, poi li si filma e gli si chiede «come si sentono» nei nuovi panni.
Bel gioco davvero.
Nulla è reale, dunque, tutto è relativo.
L’Occidente decade, le identità si perdono, le radici si mozzano. La libertà è assoluta; la confusione, di conseguenza, pure.
Mai stati così liberi di scegliere, mai stati così soli e sbandati.
di Andrea Cangini
da ilrestodelcarlino

21 luglio 2015

LE LEZIONI INASCOLTATE DELLA STORIA


Angelo Panebianco, Il Corriere della sera Lunedì 20 Luglio, 2015
 l'abbaglio comunista su Stato e mercato: un esiziale errore antropologico , una concezione sbagliata, semplicistica, della natura degli esseri umani, unito all’illusione prometeica , alla presunzione di poter forgiare, attraverso lo Stato, l’uomo nuovo.


C he rapporto c’è fra il marxismo esibito da certi ministri ed ex ministri del governo Tsipras e il Crocifisso con falce e martello regalato dal presidente
boliviano Morales a papa Bergoglio? Sono entrambi figli di una grande
rimozione, sono la testimonianza del fatto che tante persone, forse i più,
preferiscono non ascoltare le lezioni della storia se ciò può mettere a rischio le loro più radicate convinzioni.

È la ragione per cui, secondo un detto attribuito ad Albert Einstein, è più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.
Quando nel novembre del 1989 crollò il Muro di Berlino e, due anni dopo, nel
1991, con l’implosione dell’Unione Sovietica, si chiuse l’era iniziata con la
Rivoluzione del 1917, moltissimi in giro per il mondo si scrollarono di dosso i
calcinacci di quel muro, fecero buon viso a cattivo gioco ma evitarono anche di scavare alla ricerca delle ragioni di un così grandioso fallimento. Quasi
nessuno (tranne pochissimi, e cioè i migliori) scelse di riflettere seriamente sul passato, pochi fra coloro che da quella utopia erano stati ammaliati si posero pubblicamente il problema del come e del perché, pochi decisero di fare i conti con i propri trascorsi errori di giudizio.

I più evitarono così di assimilare la principale lezione: si era dimostrata falsa, falsissima, l’idea che, sempre e comunque, il mercato sia il problema e lo Stato la soluzione. La falsità di quella tesi è all’origine del fallimento del comunismo.
Non volendo prenderne atto, molti si raccontarono fole: anziché al nucleo duro della dottrina attribuirono il fallimento a fatti contingenti, come la presa del potere da parte di criminali quali Stalin, Pol Pot, eccetera.

Ma l’errore, invece, stava proprio nella dottrina.
I liberali non ebbero bisogno di aspettare il crollo del comunismo sovietico per saperlo: grazie a tanti importanti lavori che si erano accumulati nel tempo, ad esempio gli scritti dell’italiano Luigi Einaudi sul mercato e sull’economia collettivista o il grande dibattito degli anni Venti Trenta,
animato dagli economisti austriaci, sulla impossibilità della pianificazione socialista, i liberali sapevano benissimo perché le ricette statal-collettiviste
fossero economicamente disastrose.

E sapevano anche perché fossero nemiche delle libertà civili e politiche. Era, in età pretelevisiva e preInternet, la domanda retorica nota a tutti i liberali: se le cartiere appartengono allo Stato come è possibile la libertà di stampa?
Era inoltre già allora chiaro (a chi avesse il desiderio di capire) quali fossero le
cause ultime dell’abbaglio comunista su Stato e mercato: un esiziale errore
antropologico , una concezione sbagliata, semplicistica, della natura degli esseri umani, unito all’illusione prometeica , alla presunzione di poter forgiare, attraverso lo Stato, l’uomo nuovo.

Erano insomma a disposizione di chiunque volesse usufruirne le
argomentazioni in grado di spiegare perché l’applicazione di quella dottrina
dovesse necessariamente sfociare nel totalitarismo politico e nel disastro
economico.
Ma neppure dopo la fine della Guerra fredda molti di coloro che in precedenza avevano rifiutato con sdegno quelle argomentazioni in quanto «reazionarie e di destra» si fermarono a rifare i conti, a prendere atto dei propri errori.

Ecco perché, come se niente fosse, gli stessi o i loro discendenti ripropongono oggi ricette fallimentari: quando si dice che l’economia capitalista danneggia i poveri e va quindi corretta con dosi massicce di collettivismo, non solo si parte da una falsa premessa (è dimostrato che l’economia di mercato migliora la condizione dei poveri assai più di quanto non sia in grado di fare il
collettivismo) ma si invocano anche pessimi rimedi: le stesse stolte politiche, grosso modo, per mesi e mesi accarezzate da quei sessantottini in ritardo che componevano il governo Tsipras, quelli che, sulla pelle dei loro concittadini, giocavano alla Rivoluzione con i soldi degli altri.

Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, la falce e il martello del
Crocifisso regalato a Bergoglio non è simbolo di giustizia ma di oppressione, il segno distintivo di una utopia che ha generato mostri. Per inciso, il gesto del presidente Morales potrebbe anche essere interpretato come un inconsapevole insulto alla memoria di Giovanni Paolo II che quel simbolo combatté per tutta la vita, nonché ai milioni di uomini che sotto bandiere con falce e martello sono vissuti in schiavitù per decenni (e una parte ci vive ancora).

In uno dei momenti convulsi che precedettero la fine dell’Urss un grande
corteo si snodò per le strade di Mosca. Innalzava striscioni che, citando una
vecchia barzelletta sovietica, portavano la scritta «Proletari di tutto il mondo scusateci».
Coloro che sostenevano quegli striscioni non potevano immaginare che, fuori dalla Russia, migliaia e forse milioni di persone avrebbero fatto finta che non ci fosse nulla di cui scusarsi.

domenica 12 luglio 2015

GIACOMO BIFFI: L'IMMIGRAZIONE E IL FUTURO DELL'EUROPA

CONCLUSIONI DI  UN INTERVENTO DEL CARDINALE BIFFI ALLA FONDAZIONE MIGRANTES
BOLOGNA 27 OTT0BRE 2000
In un'intervista di una decina d'anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: "Ritiene anche Lei che l'Europa o sarà cristiana o non sarà?". Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.

Io penso - dicevo - che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la "cultura del niente", della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa "cultura del niente" (sorretta dall'edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all'assalto ideologico dell'Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell'avvenimento cristiano come unica salvezza per l'uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell'antica anima dell'Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.

Purtroppo né i "laici" né i "cattolici" pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I "laici", osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l'ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I "cattolici", lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all'ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell'antica fede.

E' il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.
ECCO IL TESTO COMPLETO
Giacomo Biffi: Sull'immigrazione
Intervento dell'arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000

Premessa

Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell'immigrazione nell'Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l'inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano - tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana - sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.

I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizzazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell'emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni.

A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere - come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana - senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l'indole multiforme dell'accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall'immigrazione sono già in atto.
 

sabato 11 luglio 2015

11 LUGLIO: SAN BENEDETTO PATRONO D'EUROPA

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro Mercoledì, 9 aprile 2008
(...)

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. 
Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. 

Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. 
Abbazia Benedettina di Melk, Austria

Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. 

Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. 

Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). 

Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

Leggi anche 
L Europa Nella Crisi Delle Culture: L'ultima Conferenza Del Cardinale Joseph Ratzinger (Subiaco, 1° Aprile 2005)

http://magisterobenedettoxvi.blogspot.it/2008/02/leuropa-nella-crisi-delle-culture.html



CARDINALE GIACOMO BIFFI:"LA VERITÀ TOTALE SULL'UOMO? LEGGETE PINOCCHIO. LA FUGA DELLA CREATURA DAL CREATORE E IL SUO RITORNO"

QUESTA MATTINA, 11 LUGLIO 2015, 
E’ MORTO IL CARDINALE GIACOMO BIFFI

martedì 7 luglio 2015

BENEDETTO XVI : LA MUSICA DI DIO


Il 4 luglio Benedetto XVI, a Castelgandolfo, ha ricevuto due lauree honoris causa.
A conferirgliele è stato il cardinale Stanislaw Dziwisz, già segretario di Giovanni Paolo II e oggi arcivescovo di Cracovia. Il dottorato honoris causa gli è stato assegnato dalla Pontificia Università “Giovanni Paolo II” di Cracovia e dall’Accademia di Musica di Cracovia.

PASSAGGIO DELLA CROCE
In questa circostanza dopo un lungo silenzio il papa ha dette alcune cose: ha parlato del grande amico, il pontefice polacco (“Senza di lui il mio cammino spirituale e teologico non è neanche immaginabile”) e poi della musica che era l’oggetto del dottorato.
Papa Benedetto – pur nella brevità del discorso – ha incantato (come al solito), e ha detto cose di vera attualità, e ha dispiegato il mistero di bellezza della musica.

AMORE, MORTE E DIO
Ha detto che sono specialmente tre i luoghi da cui la musica sgorga:

·        “l’esperienza dell’amore” che apre alla creatura “una nuova grandezza e ampiezza della realtà”;  
·        l’esperienza della tristezza”, specie quando si viene toccati “dalla morte e dal dolore”.
·        Infine il terzo luogo “è l’incontro con il divino”.

Osserva il papa:
“Forse è possibile affermare che in realtà anche negli altri due ambiti – l’amore e la morte – il mistero divino ci tocca e, in questo senso, è l’essere toccati da Dio che complessivamente costituisce l’origine della musica (…) Si può dire che la qualità della musica dipende dalla purezza e dalla grandezza dell’incontro con il divino, con l’esperienza dell’amore e del dolore. Quanto più pura e vera è quell’esperienza, tanto più pura e grande sarà anche la musica che da essa nasce e si sviluppa”.

A questo punto Ratzinger ha messo il dito su una piaga. Ha ricordato che con la riforma liturgica postconciliare è riemerso l’“antichissimo contrasto” tra chi vuole la musica sacra nella liturgia e chi privilegia la partecipazione attiva dei fedeli.
Benedetto XVI ha risolto il conflitto genialmente, dicendo che proprio la liturgia celebrata da San Giovanni Paolo II nei suoi tantissimi viaggi per il globo, davanti a miliardi di esseri umani, ha mostrato “tutta l’ampiezza delle possibilità espressive della fede nell’evento liturgico” e pure come la “grande musica della tradizione occidentale non sia estranea alla liturgia, ma sia nata e cresciuta da essa”.

Il papa ha poi sottolineato l’unicità cristiana (per tutti coloro che credono che tutte le religioni siano uguali):
·        “Nell’ambito delle più diverse culture e religioni” ha detto “è presente una grande letteratura, una grande architettura, una grande pittura e grandi sculture. E ovunque c’è anche la musica. E tuttavia in nessun altro ambito culturale c’è una musica di grandezza pari a quella nata nell’ambito della fede cristiana: da Palestrina a Bach, a Händel, sino a Mozart, Beethoven e Bruckner. La musica occidentale è qualcosa di unico, che non ha eguali nelle altre culture. Questo ci deve far pensare”.
Dopo questo accenno all’occidente ha aggiunto (e fate attenzione alla drammaticità delle prime parole):
·        Non conosciamo il futuro della nostra cultura e della musica sacra. Ma una cosa è chiara: dove realmente avviene l’incontro con il Dio vivente che in Cristo viene verso di noi, lì nasce e cresce nuovamente anche la risposta, la cui bellezza proviene dalla verità stessa”.

Ha concluso:
Quella musica, per me, è una dimostrazione della verità del cristianesimo. Laddove si sviluppa una risposta così, è avvenuto l’incontro con la verità, con il vero creatore del mondo. Per questo la grande musica sacra è una realtà di rango teologico e di significato permanente per la fede dell’intera cristianità, anche se non è affatto necessario che essa venga eseguita sempre e ovunque. D’altro canto è però anche chiaro che essa non può scomparire dalla liturgia e che la sua presenza può essere un modo del tutto speciale di partecipazione alla celebrazione sacra”.

Poche affascinanti parole, semplici, ma potenti per intelligenza della realtà e genialità cattolica. 

(da un articolo di A. Socci, Libero 5 luglio 2015)


lunedì 6 luglio 2015

QUESTA NUOVA “RELIGIONE” AMBIENTALISTICA PUNTA A RENDERE INUTILE LA CHIESA CATTOLICA

Piano a esaltare l’ambientalismo post enciclica

di Ettore Gotti Tedeschi | 04 Luglio 2015 DA ILFOGLIO

 La rubrica di mercoledì in prima pagina a frima Maurizio Crippa ha stimolato in me la seguente riflessione “indignata”. 

L’ambientalismo, così esaltato soprattutto post Enciclica Laudato si’, sta diventando la “maschera della ipocrisia” di chi ha ispirato e supportato le vere, e non riconosciute, origini della crisi economica (e perciò della povertà e diseguaglianze accentuate) e del degrado ambientale: i profeti della chiesa neomalthusiana e gli apostoli della medesima dottrina, che negli ultimi quarant’anni hanno propugnato la riduzione (se non la fine) delle nascite su questa terra. Riuscendo però a ottenerla solo in occidente. E proprio questa dottrina ha originato la crisi e il degrado.

La crisi economica infatti è originata dal crollo della natalità in occidente e dalla folle politica economica adottata per compensare la conseguente riduzione della crescita del pil, cioè aumentare i consumi individuali. La povertà progressivamente conseguente è derivata dalla delocalizzazione produttiva in aree del pianeta a basso costo e conseguente reimportazione di beni precedentemente prodotti internamente, ma costosi. Da questa scelta è derivata la deindustrializzazione dell’occidente e l’industrializzazione dell’oriente. L’occidente diventa un area economica di consumatori sempre meno produttori e l’oriente diventa un area di produttori non ancora consumatori. Ma per quanto tempo ancora?

Riuscire a bloccare la natalità e produrre crescita zero della popolazione, però, ha generato una “sorpresina”: l’invecchiamento della popolazione e la crescita conseguente dei suoi costi di pensioni e sanità, compensati da un proporzionato incremento delle tasse , che riducono a loro volta il potere di acquisto e gli investimenti.

A sua volta il famoso “degrado ambientale” è frutto dei due fenomeni sopra sintetizzati: 1) delocalizzazione in Asia e superproduzione accelerata in questi paesi non ancora interessati e sensibili all’ambiente, ma con consumi energetici in crescita esponenziale . 2) Il superconsumismo in continua crescita e sempre più a debito nei paesi occidentali per sostenere la continua crescita del pil. Si pensi che tra il 1998 ed il 2008 quasi l’80 per cento del prodotto interno lordo americano cresce grazia all’indebitamento delle famiglie americane , che passa dal 68 al 96 per cento del pil. Debito che poi non viene pagato, le banche rischiano il fallimento e il governo interviene…

La stessa crisi europea è stata influenzata indirettamente dal tentativo di soluzione della crisi negli Stati Uniti. Quando nel 2008, per salvare le banche americane venne di fatto “nazionalizzato” il debito delle famiglie, il debito pubblico crebbe enormemente e fu in gran parte collocato sugli investitori di debito sovrano, che investirono in debito Usa e non più in debito europeo (greco, italiano…) grazie anche ai rating penalizzanti che ci vennero inflitti. Perciò son rimasto molto sorpreso leggendo su più giornali italiani che si esprime meraviglia che la crisi greca interessi Obama e gli Stati Uniti , essendo solo un problema europeo…

Ma la mia vera sorpresa si riferisce alla commedia della ipocrisia che sta andando in scena per poi passare alla storia. E’ sorprendente intendere che chi ha prodotto il problema (crisi e ambiente) è lo stesso che ora propone le soluzioni. 

Le vere soluzioni proposte sono proprio l’origine del problema. Ma in gioco c’è sempre l’uomo, la vita umana, le nascite e le morti, che si vogliono gestire per la “protezione del pianeta”. A volte mi viene il sospetto che si sia persino facilitato il degrado ambientale proprio per imporre l’ambientalismo quale religione universale che accomuni gli intenti e gli interessi dell’intera umanità e in più riesca anche a disintermediare la chiesa cattolica, maggior autorità morale al mondo capace di difendere.


AMBIENTE SÌ MA IL CUORE DELL'ENCICLICA È IL DEGRADO ETICO DELL’UOMO


di Ettore Gotti Tedeschi | 18 Giugno 2015

Caino (citato per altri scopi nel secondo capitolo dell’enciclica) fu in realtà il primo “ambientalista “ della storia . Si può supporre che la gelosia che lo spinse a uccidere Abele fosse dovuta al fatto che quest’ultimo deteriorava l’ambiente. Abele, infatti, inquinava la terra allevando troppi armenti. Ma non solo: sacrificando i migliori agnelli a Dio, inquinava l’aria con fumi di animali bruciati. Un vero inquinatore, e antianimalista! La coscienza ambientalista di Caino non poteva tollerarlo.


Catturata l’attenzione del lettore con questa ironica introduzione, di seguito proporrò anzitutto la mia lettura e interpretazione dell’enciclica; una lettura che prescinde da molti riferimenti complessi che vorrebbero un commento ben più vasto. Ma questa sintesi rappresenta – secondo me, attenzione – il Magistero di Papa Francesco e della Chiesa. Successivamente, proporrò alcune considerazioni generali testo diffuso oggi.

La mia sintesi dello spirito – o messaggio principale – dell’ enciclica è questa: 

Il degrado ambientale è conseguenza del degrado etico dell’uomo, causato dal peccato, che rompe il rapporto scienza-religione. 

A quest’uomo è sfuggito di mano il senso della vita e delle azioni, ha smesso di nutrirsi intellettualmente e spiritualmente, trasformandosi in uomo materialista, privilegiando solo la soddisfazione materiale e convertendosi in consumatore eccessivo; un uomo dal comportamento irresponsabile. Detto comportamento ha progressivamente influenzato il suo stesso pensiero, lasciandolo suggestionare da una visione nichilista che lo ha portato non solo a non comprendere la natura, ma anche a non rispettarla, usando male la sua stessa libertà. A questo uomo, tecnologicamente avanzato ma impreparato e immaturo in sapienza, è sfuggito di mano anche lo stesso potere tecnologico, arrivando a usarlo in modo irresponsabile.

Perdendo Dio, infatti, l’uomo è arrivato a esasperare il relativismo dottrinale lasciando che gli strumenti a sua disposizione (tecnologici, economici) prendessero autonomia morale, per poi – come era prevedibile – sfuggirgli di mano. Per risolvere il problema del degrado ambientale, va cambiato il cuore dell’uomo e il suo comportamento, non tanto gli strumenti tecnologici. L’uomo va riportato a rispettare la creazione, e il primo passo è cominciare a rispettare la vita umana. Non è tanto la riduzione del numero di persone al mondo o le tecniche nuove che porranno rimedio agli errori, quanto i riferimenti a valori ed etiche comportamentali adeguate. Non si deve divinizzare la natura, bensì cambiare l’uomo ricollocandolo al suo posto nel creato, restituendogli il ruolo voluto da Dio. Ciò, naturalmente, ricollocando prima Dio al suo posto. E il compito di cambiare l’uomo è responsabilità della Chiesa, che deve prendersi carico della sua rieducazione. Insegnandogli a praticare le virtù secondo spiritualità cristiana ,con la preghiera, i sacramenti, e naturalmente con il suo Magistero (quale è questa enciclica).

Se questa mia sintesi fosse corretta, da ora in avanti non possono più esser messi in discussione – se mai lo fossero stati in precedenza – i punti di Magistero di seguito espressi: l’origine del comportamento che porta al degrado ambientale è il peccato e la perdita di Dio. E’ pertanto il degrado morale che comporta il degrado ambientale. Perciò è l’uomo che va cambiato, non gli strumenti tecnici, ed è la Chiesa responsabile di portare Dio al suo posto e restituire all’uomo il suo ruolo.

Considerazioni generali sull’enciclica possono esser utili solo al fine di spiegare alcuni punti che possono esser confondenti, ma soprattutto interpretabili arbitrariamente con l’obiettivo di metter in discussione quanto sopra sintetizzato sul messaggio chiave del documento.

Possono meritare precisazioni alcuni punti, che possono determinare confusioni circa le cause e gli effetti. Faccio solo tre esempi rintracciabili nell’enciclica.

Primo. Gli eccessivi consumi dell’uomo materialista che caratterizzano da più di trenta anni la cosiddetta civiltà consumistica sono causa – ma indiretta e a sua volta provocata – dell’inquinamento ambientale. Il consumismo (all’inizio soprattutto negli Stati Uniti) è stato effetto, conseguenza di politiche economiche mirate a compensare la dinamica negativa della crescita del prodotto interno lordo dovuta al crollo del tasso di natalità nel cosiddetto mondo occidentale. Come potrebbe infatti crescere in modo reale, nel tempo, il pil se la popolazione non cresce e invecchia? La risposta è che questo può accadere solo facendo crescere i consumi individuali. Ma ciò ha richiesto crescita di potere di acquisto, ottenuta delocalizzando produzioni in aree a basso costo, che hanno provocato una rapida industrializzazione in paesi impreparati e ancora insensibili alla protezione dell’ambiente. Tuttavia, ha prodotto anche deindustrializzazione nei paesi consumatori, spaccando il mondo in stati consumatori e non più produttori e stati produttori e non ancora consumatori, creando così le premesse per una instabilità economica globale e una maggiore indifferenza al problema ambientale. Poiché i consumi non bastavano a sostenere gli effetti dei costi conseguenti l’invecchiamento della popolazione, il modello consumistico adottato ha preteso il ricorso al debito dei consumatori; e quando questo è diventato insostenibile il sistema è crollato. Questo spiega anche il ruolo delle banche incoraggiate a sostenere detto sistema a debito, e pertanto la decisione di sostenerle quando si son trovate in difficoltà. Ma questi sono stati tutti una serie di effetti. E’ il crollo delle nascite nel mondo occidentale, dovuto alle dottrine neomalthusiane, la causa prima ed originale.

Secondo. La miseria materiale non è causa della miseria morale, ma ne è effetto, conseguenza. L’inequità non è l’origine dei mali, è conseguenza del peccato che provoca nell’uomo sentimenti di egoismo, avidità, indifferenza. Se questi sentimenti permanessero, anche una ripartizione equa delle risorse produrrebbe successive alterazioni dannose e penose.
Terzo. La causa di tanti errori nella applicazione di modelli tecnici scientifici non è l’ostacolo posto da criteri di valutazione morale. La causa sta nel voler negare il rapporto tra fini e mezzi e pensare che scienza e tecnica debbano avere autonomia morale.

Chi è così preoccupato di negare i tre punti esemplificativi sopra citati? Lo è il pensiero della gnosi, convinto di poter rifare la creazione (imperfetta) e ricostruire l’uomo, altrettanto imperfetto. I suoi seguaci vorrebbero l’ambientalismo quale religione universale nel mondo globale verso cui indirizzare tutte le altre spiritualità al fine di ridimensionare il valore unico di dignità dell’uomo creatura di Dio. Ma per esser più convincenti sul tema ambiente, per esempio, queste persone sostengono che chi nega le loro tesi ha interesse a sostenere lobby varie. Magari facendo finta di ignorare che la “resource revolution” legata al “climate risk”, conseguente a proposte di soluzione dell’ambientalismo, sono anch’esse business. Ma soprassediamo.

Concludo ricordando che per risolvere un problema di questa importanza non sono gli effetti che vanno corretti, bensì le cause vere, che pertanto vanno ben individuate. Altrimenti si rischia di peggiorare gli effetti stessi. Quasi sempre le cause vere coincidono con la negazione di leggi naturali secondo la creazione. Questa enciclica, se io l’ho ben capita, lo spiega molto bene in continuità con il precedente Magistero degli altri pontefici.


DA ILFOGLIO.IT

TEOLOGIA, ANTROPOLOGIA, ED ECOLOGIA INTEGRALE

NELL’ENCICLICA “LAUDATO SI’” DI PAPA FRANCESCO LA LODE A DIO PER IL CREATO DIVENTA APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ SOLIDALE

L’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco è la prima enciclica interamente dedicata alla cura del creato secondo la visione cristiana. Dobbiamo essere grati al Santo Padre per averci dato questo insegnamento di grande ampiezza e sistematicità. Questa enciclica rappresenta una organica sistemazione della sapienza accumulata dal magistero pontificio più recente, sulla scorta naturalmente dell’insegnamento biblico ed evangelico e alla luce delle verità della fede cattolica.


Non può non essere notato, in particolare, che l’enciclica Laudato si’ si collega espressamente in più punti alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, che viene ripetutamente citata. Ed infatti era stata questa enciclica ad affrontare per la prima volta in modo ampio e culturalmente approfondito due tematiche che ora Papa Francesco ulteriormente sviluppa.

La prima di queste due tematiche è quella della tecnica. La Caritas in veritate vi aveva dedicato un intero capitolo e la Laudato si’ la affronta con completezza, parlandone in modo diffuso. Lo sviluppo della tecnica ha portato i suoi frutti, ma anche ha rivelato le debolezze dello spirito di tecnicità, che ora Papa Francesco chiama il paradigma tecnocratico. E’ un paradigma di possesso e di autoesaltazione individualistica che dà agli uomini il senso del potere senza però quello della responsabilità. Papa Francesco utilizza molto, qui, il pensiero di Romano Guardini, pensatore molto caro anche a Benedetto XVI.

Il secondo tema della Caritas in veritate che transita nella Laudato si’ per esservi sviluppato è quello del rapporto con la natura. Comunemente viene detto il problema ambientale o ecologico. La prospettiva della Laudato si’, però, è più ampia, come dirò meglio più avanti, come più ampia era la prospettiva della Caritas in veritate. Non esiste un problema solamente ecologico, o della natura intesa unicamente in senso ambientale.

Il problema ecologico è prima di tutto un problema antropologico e, infine, un problema teologico, ossia del rapporto della creatura col Creatore. C’è, quindi, una chiara linea di sviluppo tra le due encicliche.

Papa Francesco dice che la sua prima enciclica va ad arricchire l’insegnamento sociale della Chiesa. Il motivo non è dato solo dal fatto che oggi la questione ecologica è percepita da molti come un problema sociale emergente. Certo, anche questo ha la sua importanza. Dipende però soprattutto dal fatto che la tutela del creato, nella sua capacità di riconciliare, se bene intesa, l’uomo con la natura, compresa la propria natura, e con il Creatore, può essere una “chiave” dell’intera questione sociale. Dalla natura, afferma Papa Francesco, l’umanità trae le condizioni di vita, ma trae anche i motivi di vita, se è capace di vederla secondo l’insegnamento di Dio. Il creato ci parla e la cura per esso è anche cura dell’uomo secondo il progetto di Dio. Ed invero, nella Laudato si’, Papa Francesco tocca tanti temi che, a prima vista, non verrebbero ascritti alla questione del creato: parla della famiglia e della vita, del lavoro e dell’impresa, dello sviluppo e della povertà. Come se il rapporto con il creato e il Creatore fosse un punto di vista integrale sulla vita sociale.

Non manca, il Papa, di toccare in più punti il rapporto tra la tutela della vita umana e della famiglia e la cura per il creato. Benedetto XVI aveva approfondito questo legame, che veniva da lui proposto nella Caritas in veritate come un segno fortemente distintivo della visione cattolica dell’ecologia, vale a dire la sua relazione con l’ecologia umana, già ampiamente proposto da Giovanni Paolo II. Papa Francesco parla di aborto e di diritti dell’embrione umano, contrasta l’idea di una pianificazione familiare imposta politicamente e sfida il modello neomalthusiano secondo cui la salvezza dell’ecosistema dipenderebbe dalla riduzione pianificata delle nascite. Secondo lui questa è una ideologia che rientra nel paradigma tecnocratico proprio della ragione strumentale che la Laudato si’ denuncia. 
Papa Francesco fa anche notare la contraddizione di tanti movimenti ecologisti che difendono l’ambiente naturale ma non l’ambiente umano. La natura, se intesa come il creato, non può essere assunta a pezzi, ma in modo integrale. E’ un disegno unico ed unitario.
E’ questo il senso dell’espressione “ecologia integrale” che il Papa adopera spesso. L’aggettivo integrale non sta qui a significare il radicalismo di una ideologia.

Papa Francesco sa bene che anche i movimenti ecologisti sono spesso vittime di una ideologia semplificatoria e riduttiva. Integralità significa piuttosto: attenzione a tutte le interconnessioni, orizzontali ma soprattutto verticali, e potrebbe essere intesa anche come globalità, secondo l’ottica del tutto. E’ molto attento Papa Francesco a mettere in evidenza le relazioni, i collegamenti vitali, le forme della collaborazione comunitaria come risposta alla globalità interconnessa dei problemi. Questo deriva dal fatto che il creato è un “tutto”, non una somma di particolari, ma un senso unitario e coordinato, un unico discorso sull’uomo. Di questa ecologia “integrale”, Papa Francesco mostra tutti gli aspetti, da quello sociale a quello culturale, da quello proprio della vita quotidiana su su fino a quello sacramentale ed eucaristico. Tutto si tiene, ma ciò che tiene il tutto è sempre la vita cristiana, la vite del tralcio innestato in Cristo. Papa Francesco spinge il discorso molto in alto, fino a parlare della Santissima Trinità. I dogmi della fede cattolica non sono privi di significato per la nostra vita su questa terra e per lo stesso modo di trattare la terra.

Farà forse discutere l’espressione “conversione ecologica” e non è escluso che questo punto possa venire strumentalizzato, assieme ad altri, da parte dei movimenti ecologisti troppo condiscendenti con lo spirito del mondo. Il Papa fa molti esempi concreti e quotidiani, piccoli, se vogliamo, ma questo non significa che all’impegno ecologico egli non dia un significato molto alto e completamente cristiano, ossia collegato con l’intera dottrina della fede. Anche la “conversione ecologica” va intesa in questo senso alto. Conversione non a risparmiare acqua o a non sprecare energia, ma conversione al Creatore di cui il creato esprime la magnificenza e la bontà. In questa luce, anche i piccoli atti quotidiani di rispetto delle cose, degli animali, dell’ecosistema e dei nostri fratelli più poveri possono assumere il significato di essere segni visibili di una conversione più profonda.

E’ presente nella Laudato si’ una attenzione particolare per il tema della povertà e dei poveri. Non stupisce in Papa Francesco. La povertà non si spiega mai solo in termini economici e la lotta alla povertà non si fa mai solo con interventi economici. A pagare la noncuranza per il creato sono soprattutto i poveri. Ma spesso le ideologie che hanno millantato di difendere i poveri sono state le principali distruttrici dell’equilibrio naturale. Il nesso tra degrado ambientale e povertà c’è, ma la soluzione sta nella capacità di vedere il problema dal punto di vista dell’intero: dell’ecologia integrale. Lì anche i poveri trovano il loro posto, perché se cambiano i cuori e si rappacificano con il creato e il Creatore, anche le relazioni umane si arricchiranno.

Il Papa chiama “consumismo” un atteggiamento della mente e del cuore: adoperare le relazioni e le persone come strumenti. Il pericolo che di questa espressione dell’enciclica si impossessino ideologie sociali ed economiche di retroguardia c’è.

Il Papa parla di “mercato” o di “logica di mercato” intendendo la mentalità del possesso tecnocratico applicata all’economia, senza le precise distinzioni fatte per esempio da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus. Ed anche qui il pericolo suddetto può riconfermarsi. Ma al fondo del suo discorso afferma che la povertà non è solo un problema economico o sociologico. Essa dipende da come gli uomini si rapportano a Dio e al suo progetto di salvezza su di loro che ha avuto inizio con la creazione.

L’enciclica scende anche sul terreno delle teorie scientifiche e sulle prospettive pratiche di gestione ambientale. Utilizza concetti presi dalla sociologia contemporanea, come quello di “decrescita” o di “sostenibilità”, ancora oggetto di dibattito. Si muove, insomma anche sul terreno del possibile e di quanto potrebbe anche essere altrimenti. Affronta anche temi spinosi e contrastati come quello dell’uso degli OGM in agricoltura. Talvolta lo fa per raccogliere dati come base per una proposta etica e religiosa, altre volte presenta il problema controverso ed auspica un ulteriore approfondimento, come nel caso degli OGM, ma senza prendere posizione. In altri casi ancora usa espressioni oggi molto adoperate, ma cercando di collocarle in un  contesto più ricco di significato, per emanciparle da prospettive riduttive.

S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

Vescovo di Trieste

RITORNARE A BENEDETTO

Ben venga l’Opzione Benedetto, purché sia Benedetto XVI (con Francesco)

Abbandonare il campo di battaglia (anche politico) per creare spazi di libertà formativi, educativi e scolastici per sopravvivere? 
Non funzionerà, dice Introvigne. Così a vincere sarà il “Padrone del mondo”

di Massimo Introvigne | 05 Luglio 2015

Ferve negli Stati Uniti, dove mi trovo, il dibattito sull’Opzione Benedetto proposta da Rod Dreher, che il Foglio ha avuto il merito di fare conoscere in Italia. 

La tesi di Dreher va capita bene. Non è una “scelta religiosa” che invita i cristiani a ritirarsi nelle sagrestie. Non chiede di disinteressarsi dei grandi problemi antropologici e morali. Ma sostiene che interessarsene è possibile solo con una lunga marcia che parta, nello stile di san Benedetto, dalla formazione e dalle piccole comunità

Lo scontro frontale porterebbe invece alla sconfitta. La culture war – pensa Dreher – è stata combattuta con onore ma è finita e, come dimostra la sentenza della Corte suprema sulle nozze gay, i cristiani l’hanno persa. In Italia queste tesi sembrerebbero portare acqua al mulino di chi ha scelto di non partecipare alla manifestazione del 20 giugno a piazza San Giovanni e anche di qualche ecclesiastico d’alto bordo che la pensa nello stesso modo. Ma non è colpa di Dreher. Vorrei dunque esaminare la sua tesi prescindendo, almeno in prima battuta, dal caso italiano.


Leggendola da sociologo, penso anzitutto che la strategia Dreher possa sedurre e sembrare inizialmente ragionevole: anche perché ha un precedente storico di successo. L’ha adottata, di fronte alle sconfitte politiche e militari, il fondamentalismo islamico. Negli anni Ottanta, dopo l’assassinio di Sadat (1918-1981) in Egitto (1981) e il colpo di stato militare in Turchia (1980), le dittature militari medio orientali hanno sconfitto il fondamentalismo islamico sul piano della repressione e della polizia. Molti suoi leader sono stati impiccati. Mentre una minoranza ha reagito con il terrorismo, la dirigenza più avveduta dell’islam politico, almeno in Egitto e in Turchia, ha proposto un patto non scritto al laicismo dominante dei regimi militari. Il patto suonava più o meno così: voi gestite lo stato in modo (più o meno) laico, con leggi che ci ripugnano, e noi non reagiamo a queste leggi con la violenza. In cambio, tacitamente, ci lasciate creare degli spazi islamizzati, delle micro società dove noi e i nostri figli possiamo vivere in pace secondo la nostra interpretazione del Corano. Questo patto è poi saltato nel XXI secolo – anche se oggi in Egitto, a fronte di un terrorismo che il regime non riesce a controllare, c’è chi pensa di riproporlo – ma è andato avanti per decenni con risultati perfino spettacolari. I regimi laicisti sono sopravvissuti senza scossoni per molti anni, e nel frattempo le micro società islamizzate dei fondamentalisti sono cresciute e sono prosperate.


Non credo affatto che Dreher abbia consapevolmente in mente i Fratelli musulmani o l’islam politico turco negli anni precedenti alle vittorie elettorali di Erdogan, ma oggettivamente una somiglianza c’è. Ed è un modello che a lungo ha funzionato. Tutto bene, allora? Non proprio. Per due motivi. Il primo è che il relativismo occidentale è molto più raffinato e intrinsecamente malvagio della logica da caserma, sia pure talora condita con una salsa massonica, di qualche dittatura militare medio orientale. Non a caso Papa Francesco ha paragonato più di una volta la dittatura del “pensiero unico” in occidente con il regime dell’Anticristo nel vecchio romanzo “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson (1871-1914). Questo significa che, a differenza di un qualche generale del medio oriente, i “padroni del mondo” occidentali capiranno il pericolo, anzi lo hanno già capito, e – san Benedetto o no – stroncheranno senza pietà i ridotti alternativi dove si vive e si forma in modo diverso dal pensiero unico.

Ce ne sono già le avvisaglie nel nord Europa, dove i protestanti fondamentalisti e conservatori fanno esattamente quello che suggerisce Dreher: non partecipano al gioco politico, non contestano in modo militante le leggi ostili alla vita e alla famiglia ma cercano di vivere in pace, formarsi e formare altri in comunità e scuole protette e separate

Di recente ho intervistato i responsabili di due di queste comunità protestanti. Entrambe sono continuamente vessate da ispezioni della polizia e delle autorità scolastiche. In un caso – una scuola svedese – le ispezioni hanno ammesso che il livello dell’insegnamento è ottimo, ma hanno minacciato la chiusura se l’uniforme scolastica continuerà a essere diversa per ragazzi (pantaloni) e ragazze (gonna), il che è contrario all’ideologia di genere il cui insegnamento teorico e pratico è obbligatorio in Svezia anche nelle scuole non statali. Nell’altro caso, in Germania, il fatto che i bambini siano talora corretti con punizioni corporali – non si tratta di chissà quali tremende violenze, ma di qualche sculacciata – ha portato alla sottrazione ai genitori dei figli, che sono stati dati in affido a famiglie “normali”. In una serie di raid poliziotti tedeschi in assetto di guerra hanno messo a soqquadro la comunità e portato via i bambini. Si dirà che si tratta di “sette”: ma è il principio che conta, e comunque per un certo laicismo è una “setta” chiunque insegna ai bambini cose che non piacciono ai poteri forti. Non illudiamoci. Nell’Europa del politicamente corretto le isole di vita alternativa non saranno tollerate. E neppure negli Stati Uniti. Anche lì ci sono già le avvisaglie, con pasticcieri cristiani costretti a preparare torte per i “matrimoni” omosessuali e i primi pastori denunciati perché si rifiutano di “sposare” persone dello stesso sesso.

Un secondo motivo che mi rende perplesso sulla proposta di Dreher è che, quand’anche i “padroni del mondo” stipulino una qualche sorta di patto non scritto per lasciare sussistere le isole “benedettine”, questi patti non sono mai stipulati senza riserve mentali. Era successo così anche in medio oriente. Il laicismo dominante fingeva di tollerare gli spazi islamizzati ma nello stesso tempo metteva in atto tante piccole strategie per farli sparire. Come accennato, queste strategie da noi sono molto più raffinate e nello stesso tempo talora più brutali. Quanto agli islamici, non pensavano di rimanere nelle loro riserve islamizzate in eterno. Di lì un giorno volevano uscire per prendere il potere. Ha funzionato – e continua, con qualche scossone, a funzionare – in Turchia. Ha funzionato per poco in Egitto, dove i Fratelli musulmani hanno prima conquistato e poi perso il potere. Ma la strategia era chiara. Il patto c’era, ma nessuno lo aveva stipulato in buona fede.

Questa è, ultimamente, la domanda da porre a Dreher. Spazi di libertà, soprattutto formativi, educativi e scolastici, per fare che cosa? Semplicemente per sopravvivere? Non funzionerà. 

Verrà la polizia a scuola per portarci via i bambini, magari inventando maltrattamenti e preti pedofili inesistenti. E se anche questo non dovesse succedere, la stretta dall’esterno si farà sempre più soffocante, fino a uccidere. Diamo retta a Papa Francesco: rileggiamo “Il padrone del mondo” e sapremo che ci aspettano, come ha detto il Pontefice, i “sacrifici umani”. Oppure, come per i Fratelli musulmani o l’islam politico turco, pensiamo a spazi da fare crescere in silenzio per trasformarli un giorno in un progetto politico che punti all’egemonia sulla società? In questo secondo caso, la domanda ulteriore è se è possibile immaginare la riconquista, a partire da spazi che crescono, di una società che nel frattempo si sarà moralmente sfasciata. Comunque lo si giri, un patto che preveda di accettare senza combattere – in piazza e nella politica, non solo in piccoli mondi alternativi – processi socialmente distruttivi come il “matrimonio” e le adozioni omosessuali sembra infilare i “buoni” che lo sottoscrivono in una trappola per topi da cui non c’è via d’uscita. E dove non c’è neppure molto formaggio.

Altrove, invece, il formaggio c’è. Non un sondaggio, ma i risultati dei referendum celebrati negli anni scorsi negli Stati Uniti hanno rivelato che in Mississippi l’86 per cento dei cittadini si oppone al “matrimonio” omosessuale, e in Georgia – dove c’è una delle grandi tecno-metropoli americane, Atlanta, sede di quella società Coca-Cola che ha celebrato in modo particolarmente enfatico la sentenza della Corte suprema – il 76 per cento. I sondaggi sono meno certi dei dati elettorali, ma da uno affidato dal Mattino di Napoli alla Ipr Marketing quattro giorni dopo piazza San Giovanni è emerso che l’85 per cento degli italiani è contrario alle adozioni omosessuali, cioè – almeno implicitamente – alla legge Cirinnà, che di fatto apre alle adozioni. Prima di dire che gli oppositori – cristiani e non – si sono ridotti a una piccola minoranza, proporrei di ripetere certi conteggi.

L’Opzione Benedetto è allora totalmente sbagliata? No, se integra prima san Benedetto con Benedetto XVI e poi Benedetto XVI con Papa Francesco. Benedetto XVI, almeno per l’Europa, aveva in mente anche lui un cattolicesimo di minoranza che trovasse la sua forza nella cultura e nella formazione, ma – dove si poteva, come nell’Italia del Family day del 2007 – non era contrario a che si scendesse in piazza. E prima di dichiarare perdute le battaglie le combatteva: pensiamo ai suoi interventi sul caso Lautsi, cioè sulla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di vietare la presenza del crocefisso nelle scuole italiane, poi rovesciata in Appello grazie anche all’attivismo della Santa Sede.

Certo, per combattere le battaglie ci vogliono persone disposte ad ascoltare il richiamo della chiesa secondo cui un mondo diverso è possibile. Ce ne vogliono di più. E qui Benedetto XVI va integrato con Papa Francesco, che ha ripreso nell’enciclica Laudato si’ la grande lezione di Papa Ratzinger sul dominio della tecnocrazia e dei poteri forti e la necessità di resistere. Distratti dal dibattito sul clima, molti non hanno visto che sta lì il cuore dell’enciclica. Come resistere però alla tecnocrazia? Papa Francesco propone due vie: riscoprire l’amore di Dio a partire dalle prime verità della fede e riscoprire la bellezza. A questo servono le comunità “benedettine” di Dreher: ben vengano. Ma poi, per ripetere la parola più usata da Papa Francesco, da queste comunità bisogna “uscire” per giocare la partita e cercare di vincerla. Senza farsi imporre dai poteri forti la tesi secondo cui non c’è più nessuna partita perché è stata fischiata la fine e si tratta solo di accettare la sconfitta. Papa Francesco ripete spesso che “il tempo è superiore allo spazio”. Non siamo topi in un labirinto il cui percorso è già stato stabilito per noi dai poteri forti, ma uomini e donne liberi di creare il nostro futuro. Basta crederci. Il tempo non è scaduto.