giovedì 24 agosto 2017

GAY SCOUT DELL’AVVENIRE


 di Costanza Miriano

Il problema della pagina che l’Avvenire ha dedicato domenica al caso degli scout omosessuali è principalmente la collocazione all’interno del giornale: la pagina denominata catholica. Sarebbe stato più appropriato la pagina varie, o altro, o liquida, se si preferisce il latino. Perché nel modo di affrontare la questione non c’è assolutamente niente di cattolico. Se si fosse affrontata la conversazione in un qualsiasi salotto di gente non credente, ovviamente aperta, multiculturale, di larghe vedute, refrattaria ai dogmi come impone il pensiero medio, non retriva come noi cattolici che pensiamo che la Verità sia una sola possibile, gente che beve uno spritz la sera in riva al mare, sarebbero venute fuori più o meno le stesse conclusioni. Conclusioni di buon senso, forse, ma incuranti delle posizioni del magistero della Chiesa, e persino del Papa a cui forse credono di conformarsi: il caso è sempre da affrontare, bisogna discernere, includere eccetera eccetera.
Ma entriamo nel merito, con un’ultima nota preliminare. Accettare la parola gay senza neanche un cosiddetto davanti significa inchinarsi alla mentalità omosessualista di cui quella parola è figlia. La parola gay non è mai usata nei documenti della Chiesa, e si sa che la lingua è la prima scelta culturale che possiamo fare.
Il caso, noto, è quello del capo scout di Staranzano, vicino Gorizia, che ha deciso di celebrare un’unione civile con il compagno in comune, festeggiando e dando il rilievo pubblico che una scelta definitiva e importante come questa merita. La reazione del parroco, don Francesco Maria Fragiacomo è da cattolico e da sacerdote (si vede che non era a bere lo spritz con quegli altri che hanno ispirato la pagina di Luciano Moia), perfetta: “Come cittadino ognuno può fare quello che gli consente la legge dello Stato. Come cristiano, però, devo tener conto di quale sia la volontà di Dio sulle scelte della mia vita. Come educatore cristiano, in più, devo tener conto della missione e delle linee educative della Chiesa e della mia associazione cattolica”. Perfetto, da manuale. Normale, ovvio, oserei dire, per un sacerdote. Se vuoi insegnare a un bambino la matematica la devi conoscere, se gli vuoi insegnare il russo lo devi saper parlare, se vuoi educare in modo cattolico devi sapere cosa dice la Chiesa, e non puoi fregartene della tradizione, il magistero, gli insegnamenti della Chiesa costati il sangue a Cristo e a duemila anni di testimoni. Se invece vuoi insegnare ai bambini che è bello aiutare i vecchietti ad attraversare la strada, e saper costruire tende nel bosco, be’, non c’era bisogno del sangue di Cristo. Quella è una bella sfida educativa, e lo dico davvero, senza ironia: si può insegnare l’educazione ai bambini, a cavarsela nella natura e ad aspettare gli altri. Belle cose. Ma siamo su un piano umano. Un educatore cattolico è un’altra cosa. La fede in Cristo è una novità, una rottura, è una notizia. Non c’entra niente coi buoni sentimenti, l’afflato fraterno, la gentilezza, l’inclusività, che sono solo conseguenze secondarie di un cuore posseduto da Cristo. Il cristiano non è uno buono, è uno cattivo come tutti che mendica da Cristo un cuore nuovo. La fede, soprattutto, non è nostra proprietà: ci è consegnata da duemila anni di storia, e noi a nostra volta la consegneremo.
Cosa scrive invece l’Avvenire, nel pezzo del collega, nel quale peraltro Dio non è nominato manco di striscio?
“Non si tratta solo di stabilire se il capo scout abbia offerto una testimonianza di vita coerente con la proposta cristiana sul matrimonio e la famiglia”! incredibile. Parole che gridano vendetta. Certo che non si tratta di stabilire questo! Un’unione tra due persone dello stesso sesso NON è coerente con la proposta cristiana sul matrimonio, tanto meno sulla famiglia (perché a due maschi i figli non possono nascere, a meno che il collega non voglia ammettere che li possano comprare o adottare, cosa su cui almeno Avvenire ha le idee chiare, è stato il primo giornale a combattere l’utero in affitto, mentre sulle adozioni non saprei, ho sentito cose che mi fanno pensare a una posizione più morbida, temo).
 La proposta educativa su affettività e sessualità, continua Moia, “va riformulata e riattualizzata”. Peccato che da nessuna parte nel magistero della Chiesa esiste questa proposizione di intenti.
È davvero gravissima la confusione che ingenera l’articolo.


Il giornale della Cei dovrebbe avere stampato in fronte il magistero, non è Repubblica! Gli appelli del magistero a cui fa riferimento il collega sono sempre affinché si trovi un modo per la cura pastorale delle persone omosessuali: perché, come ha detto il Papa, nessuno giudica un omosessuale che cerca Dio. Ma gli omosessuali sono chiamati alla castità (e la scelta dello scout di civilunirsi pubblicamente immagino non vada in questo senso). Gli atti omosessuali continuano a essere giudicati dalla Chiesa oggettivamente disordinati, anche se Moia si affretta a sottolineare che in Amoris laetitia questo giudizio non è ripetuto. Sottolineatura in mala fede perché il Papa ha sempre detto che sull’omosessualità lui la pensa come il catechismo, e il catechismo non è cambiato. Il Papa ha detto che il gender è uno sbaglio della mente umana, e che insegnarlo nelle scuole è come mettere i bambini in campi di rieducazione nazista o comunista. Parole sinceramente di una durezza inequivocabile. Ma è così difficile capire che la condanna della propaganda omosessualista e il giudizio sugli atti omosessuali NON è in contrasto con l’accoglienza delle persone, ma anzi, significa volere il vero Bene delle persone? Richiamare qualcuno alla castità significa dirgli “tu sei chiamato a un amore più grande”, e io, Chiesa, ti accompagno nel tuo cammino per arrivarci. La tua verità non è nella tua tendenza sessuale, sia che sia etero sia che sia omo, cioè che qualcosa nella tua storia abbia incrinato il disegno di Dio su di te. Inoltre il Papa in AL quando parla delle famiglie delle persone omosessuali parla delle famiglie di origine, mai e poi mai si è sognato di definire famiglia un’unione civile. E scrive che coloro che manifestano la tendenza omosessuale devono avere gli “aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio sulla loro vita”. Non scrive benediciamo le unioni civili, ma accompagniamo le persone che vivono questa tendenza alla ricerca di Dio. Parla di ricerca, di un cammino da fare, della ricerca di un percorso per chi cerca Dio pur dovendo fare i conti con una condizione, che, l’esperienza lo dice, può anche essere temporanea, perché ancora nessuno ha dimostrato l’esistenza di una omosessualità innata.

Fermiamoci dunque davanti al mistero che è ogni persona. Sono d’accordo. Non giudichiamo le persone, come non siamo in grado di fare neppure con noi stessi. Non condanniamo, come Gesù non ha condannato. Ma ricordiamo che il giudizio che Gesù ha dato sulla realtà, al quale cerca da due millenni di conformarsi la Chiesa, è invece un giudizio chiarissimo sulle cose, un giudizio che è un aiuto alla nostra fragilità, alla fatica che il cammino per conformarci a quel giudizio ci chiede. Giudicare non è una brutta parola, anzi, da quando Cristo è venuto a dircelo morendo per amore nostro, il giudizio, la Verità, ci rende liberi. Dal nostro peccato, dalle nostre schiavitù. Flessibilità e inclusività e accoglienza sono per gli uomini, non per le loro bugie che li condannano alla sofferenza. Ci sono tante piccole realtà cattoliche che da anni, nel silenzio, cercano di accompagnare le persone omosessuali, come Courage, Luca Di Tolve, Chiara Atzori, e psichiatri come Tonino Cantelmi che cercano di affrontare la cosa nella libertà dal pensiero unico.
La pagina di domenica scorsa mi sembra aderente alla linea molto morbida adottata da Avvenire sul tema delle unioni civili: sabato abbiamo avuto un incontro sulla famiglia col direttore Tarquinio sul tema famiglia, a Sanremo, e la percezione mia e di molti presenti (avvalorata dalla pagina sugli scout), quando si è affrontato il tema, è che il direttore non fosse contrario al riconoscimento di “alcuni diritti” (in realtà come ho cercato di dire i diritti già c’erano prima della legge Cirinnà, il cui vero obiettivo è culturale) alle persone dello stesso sesso che decidano di unirsi, purché si preservi la differenza rispetto alle unioni tra uomo e donna. Sarei molto contenta di essermi sbagliata e di scusarmi per quanto ho scritto, se venissi smentita chiaramente. Ma mi pare che le conclusioni implicite del discorso ampio e articolato del direttore su natura e cultura, sulla necessità di non giudicare i sentimenti di nessuno, e sui diritti dei “figli” di coppie dello stesso sesso fosse questa. Ripeto, aspetto smentita, anzi la anelo, perché è rimasta solo la Chiesa a dire la Verità alle persone omosessuali, a prospettare loro un altro modo di guardare alla loro storia, e sarebbe per me una grande gioia vedere una Chiesa coraggiosa e unita, senza paura di sembrare fuori moda, orgogliosa di essere erede di Cristo e della Verità, con la certezza che tutti, anche i più insospettabili di noi, dentro siamo incoerenti bugiardi gretti e incapaci di qualsiasi bene, qualunque sia la tendenza sessuale, e che solo Cristo viene a dirci le parole che ci liberano e ci rendono felici.
Pubblicato su La Verità del 22 agosto 2017


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