Mons. Camisasca dopo lo strappo del Sinodo di Germania su coppie gay e celibato dei preti: «Tanto più saremo assillati dal numero, tanto più le persone ci lasceranno. La Chiesa è “indietro” perché è chiamata da Cristo a stare dietro di Lui»
Pietro Piccinini Tempi
presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Bätzing(foto Ansa)
L’annunciato
strappo della Chiesa tedesca alla fine è arrivato: venerdì
scorso l’Assemblea del Cammino sinodale in corso da mesi in Germania ha votato a stragrande maggioranza a favore delle
celebrazioni per la benedizione delle coppie dello stesso sesso, chiedendo
anche la messa in discussione del celibato sacerdotale.
I giornali lo hanno definito «un guanto di sfida storico al Vaticano», e del resto lo stesso papa Francesco, da parte sua, finora non ha risparmiato richiami anche molto netti rispetto al metodo scelto dai vescovi e dai laici tedeschi che da oltre un anno discutono di come andrebbe riformata la Chiesa. L’ultimo poche settimane fa, quando il Pontefice ha definito il Sinodo di Germania «elitario», «non serio» e a rischio ideologia.
Non condivide merito e metodo della “Synodaler Weg” nemmeno monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia, teologo, fondatore e a lungo superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo. Oltre ad avere dato recentemente alle stampe un libro che intende essere proprio un “contributo per una riforma nella Chiesa” (La luce che attraversa il tempo, edizioni San Paolo, qui la nostra recensione), nell’aprile scorso Camisasca ha sottoscritto con altri 69 vescovi di tutto il mondo una lettera per chiedere ai confratelli di Germania di non rischiare uno scisma per conformarsi alla mentalità del mondo. A lui abbiamo chiesto un giudizio sulla nuova “fuga in avanti” della Chiesa tedesca.
Monsignore, perché la Chiesa non può
benedire le coppie dello stesso sesso, come invece intendono fare i vescovi
tedeschi a partire dal 2026?
Benedire da parte di Dio significa
approvare e anzi innervare con la Sua grazia una realtà della natura. Il
matrimonio inteso come unione tra l’uomo e la donna in vista di una vita
vissuta assieme nell’amore e aperta al dono dei figli è un evento naturale di
cui parlano già i primi capitoli della Bibbia, in particolare Genesi 1 e 2.
Esso è stato assunto da Gesù affinché diventasse una strada di realizzazione
della Chiesa e della vita personale.
Non si
può dunque benedire ciò che esce da questo progetto della natura e di Dio.
Quando parlo di natura intendo la realtà così come è stata voluta da Dio e non
una realtà lontana da Dio. Natura non vuol dire realtà indipendente da Dio.
Già quindi nella descrizione del libro
della Genesi si parla di un evento inserito nel disegno di Dio, prima ancora
del matrimonio cristiano. Il matrimonio in qualunque cultura e storia,
indipendente dalla fede, nel disegno di Dio è già contrassegnato dall’incontro
fra l’uomo e la donna, dalla sua unità (non ci si può sposare con altri) e
dalla sua indissolubilità. Per questo il sacerdote può benedire le persone, ma
non può benedire ciò che non solo esula dal piano di Dio ma lo contrasta.
Naturalmente questo non è un giudizio né sulla fede né sull’amore delle persone, ma sul significato che il loro gesto vissuto in pubblico davanti alla Chiesa potrebbe indicare per tutti.
Altra richiesta a Roma approvata
dall’Assemblea del Cammino sinodale tedesco è quella di «riesaminare il nesso
tra consacrazione e obbligo del celibato». Quest’ultimo, si sente dire spesso,
è una delle cause della crisi delle vocazioni e non aiuta l’equilibrio
affettivo dei sacerdoti. Lei ha fondato e guidato a lungo un seminario capace
di attrarre un notevole numero di giovani: ritiene che il celibato sia un
valore?
Riprendo le espressioni usate di recente da papa Francesco. Esse
suonavano così: «La messa in discussione del celibato non risolverebbe la
mancanza del clero». Io ho lo stesso convincimento. Per esperienza posso dire
che la scelta di una donazione totale a Cristo attrae molti giovani. Certo,
occorre una verifica seria a riguardo dell’autenticità di questa attrattiva.
Dobbiamo condurre le
persone verso la maturità affettiva che si può vivere anche
al di fuori del rapporto genitale, non al di fuori della propria sessualità,
accolta e gioiosamente vissuta come aspetto fondamentale della personalità
umana.
D’altra parte Gesù, come attestano i Vangeli, ha vissuto il celibato e ha chiesto ai suoi Apostoli di lasciare tutto, promettendo loro la pienezza dei doni umani già sulla Terra. Per questa ragione fin dal IV secolo abbiamo attestazioni chiare che la Chiesa latina sceglieva come candidati verso il sacerdozio coloro che accettavano di astenersi dai rapporti sessuali. La convenienza del celibato al sacerdozio non è mai stata vista dalla Chiesa come dogma di diritto divino, ma è stata tenuta in alta considerazione nella Chiesa latina e anche in quella orientale per il grado più alto del sacerdozio, che è l’episcopato.
Benedizione delle coppie omosessuali,
abolizione del celibato dei preti, sacerdozio femminile, perfino aborto… Sono
molti i temi su cui il Cammino sinodale tedesco, almeno nelle intenzioni dei
promotori, ha puntato ad
assimilare la mentalità del mondo. Crede che questo tipo di “aperture”
possano fare aumentare il gregge dei fedeli?
Assolutamente no, come purtroppo dimostrano gli abbandoni presso le altre confessioni cristiane. Noi non dobbiamo rincorrere il mondo. Per rimanere nella stessa immagine direi così: dobbiamo rincorrere le persone. Cercare l’uomo smarrito e mostrargli la luminosità della vita cristiana che, certo, comporta anche prove e sacrifici, ma in vista di un bene e di una felicità più grandi. Nella comunità cristiana ci stiamo tutti, con i nostri sbagli e i nostri peccati, ma non dobbiamo far diventare bene ciò che è male. In questo modo non faremmo altro che accrescere lo smarrimento e la confusione e ottenere un disagio più grande per i nostri fratelli e sorelle.
L’obiettivo di rendere il magistero più
facilmente “digeribile” a un maggior numero di persone, nella speranza magari
di tornare a riempiere le chiese, è un criterio adeguato per la riforma della
dottrina?
Non è la dottrina che va riformata, è la
nostra vita che va riformata. Riformare vuol dire guardare alla forma di vita
che Cristo ha vissuto e ottenere da Lui la luce e la forza per accoglierla come
il dono più grande che potremmo ricevere. Tanto più saremo assillati dal
numero, tanto più le persone ci lasceranno. Non sono per niente un sostenitore
della frase: “Piccolo è bello”. Vorrei che tutti gli uomini conoscessero e
amassero la mia casa. Ma so benissimo che entrare nella casa di Dio implica la
chiamata del Padre attraverso altri uomini e la libertà della persona. La
perdita numerica delle nostre comunità nasce dalla freddezza della nostra fede
e da un amore per gli uomini ormai illanguidito.
Qualcuno pensa che il “Sinodo” tedesco
sia un evento approvato dalla Chiesa di Roma.
Non è così. Anche se la maggioranza dei vescovi si è espressa
in un certo modo, le verità della fede non sono decise dalla maggioranza.
Quando il Papa giustamente ricorda il senso di fede dei fedeli, non intende
affidare a un processo democratico di votazioni le verità della nostra vita
ecclesiale. La fede autentica è quella vissuta dagli Apostoli, da loro
testimoniata negli scritti e nel martirio, e custodita dalla tradizione fino ai
nostri giorni.
La fede certamente richiede di essere vissuta in forme sempre nuove, ma non può essere inventata. È una vita che ci è trasmessa. Spetta a noi tramandarla nella sua integrità rinnovandone le forme espressive, se necessario.
La Chiesa è “indietro”?
Sì, la Chiesa è indietro perché essa è
chiamata da Cristo a stare dietro di Lui. Quando Pietro, pochi minuti dopo avere
affermato la fede nel Figlio di Dio a nome di tutto il collegio degli Apostoli,
Lo rimprovera perché ha parlato di morte e resurrezione, si sente dire: «Vai
dietro di me, Satana, tu mi sei di scandalo». Pietro voleva andare dietro al
mondo e invece Cristo chiede che vada dietro di Lui, altrimenti da pietra
sarebbe diventato pietruzza di inciampo, come letteralmente quella parola vuol
dire.
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