sabato 10 marzo 2012

L'AMERICA DI OBAMA, OVVERO DELLA LIBERTA' PERDUTA


TIM DOLAN NEO CARDINALE DI NEW YORK
Anche nella patria del diritto e
della democrazia la libertà di
coscienza è in pericolo.
È l'accusa senza precedenti
che i vescovi scagliano contro il
presidente degli Stati Uniti.

Ecco la lettera confidenziale in cui
spiegano perché

"FINO A CHE LA LIBERTÀ RELIGIOSA SARÀ RIPRISTINATA..."

22 febbraio 2012

Cari fratelli vescovi,

da quando vi abbiamo scritto riguardo ai seri tentativi che stiamo compiendo assieme per difendere la libertà religiosa nel nostro amato paese, molti di voi ci hanno chiesto di scrivere ancora, per aggiornarvi sulla situazione e per chiedere nuovamente l'aiuto di tutti i fedeli in quest'opera così importante. Siamo lieti di farlo ora.

Anzitutto, vogliamo esprimere il nostro accorato apprezzamento a voi e a tutti i nostri sorelle e fratelli in Cristo, per la notevolissima testimonianza della nostra unità nella fede e forza di convinzione, in questi mesi passati. Abbiamo fatto udire le nostre voci e non smetteremo di farlo fino a che la libertà religiosa sarà ripristinata.

Come sappiamo, il 20 gennaio il Dipartimento della salute e dei servizi umani annunciò la decisione di stabilire delle regole definitive che avrebbero praticamente costretto tutti i datori di lavoro, incluse molte istituzioni religiose, a pagare per farmaci abortivi, sterilizzazioni e contraccezione. Le regole non avrebbero fornito alcuna protezione per le nostre maggiori istituzioni – come opere caritative cattoliche, ospedali, università – o per il singolo fedele in gioco. Le regole hanno colpito il cuore del nostro fondamentale diritto alla libertà religiosa, che riguarda la nostra capacità di servire quelli che sono al di fuori della nostra comunità di fede.

Dal 20 gennaio, la reazione è stata immediata e incessante. Ci siamo messi assieme, con persone di ogni credo e opinione politica, per fare una sola cosa di lampante chiarezza: stare uniti contro ogni tentativo di negare o indebolire quel diritto alla libertà religiosa sul quale il nostro paese è stato fondato.

Il 10 febbraio, venerdì, l'Amministrazione ha emesso le regole definitive. Letteralmente, le regole sono state riconfermate "senza modifiche". L'obbligo a fornire le prestazioni illecite rimane. L'estremamente ristretta esenzione per le chiese rimane. Nonostante le proteste, tutte le minacce alla libertà religiosa poste dalle regole iniziali rimangono.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale di tutti. Questo diritto non dipende dalla decisione di un governo di concederlo: è dato da Dio e le società giuste lo riconoscono e lo rispettano nel suo libero esercizio. Il libero esercizio della religione si estende molto al di là della libertà di culto. Vieta anche al governo di costringere persone o gruppi a violare le loro più profonde convinzioni religiose e di interferire negli affari interni delle organizzazioni religiose.

Recenti atti dell'Amministrazione hanno tentato di ridurre questo libero esercizio a un "privilegio" arbitrariamente concesso dal governo, come una semplice esenzione da un'onnicomprensiva, estrema forma di secolarismo. L'esenzione è troppo minuziosamente delimitata, poiché non esenta la maggior parte dei datori di lavoro religiosi non-profit, gli assicuratori affiliati a enti religiosi, i datori di lavoro assicurati per conto proprio, o altre imprese private possedute e gestite da persone che giustamente rifiutano di pagare per farmaci abortivi, sterilizzazione e contraccezione. E poiché è istituita solo da un capriccio dell'esecutivo, anche questa eccessivamente ristretta esenzione può essere tolta via facilmente.

Negli Stati Uniti, la libertà religiosa non dipende dalla benevolenza di chi ci governa. È la nostra "libertà prima" e il rispetto di essa deve essere largo e inclusivo, non stretto ed esclusivo. I cattolici e le altre persone di fede e di buona volontà non sono cittadini di seconda classe. E non spetta al governo decidere quale dei nostri ministeri è "abbastanza religioso" per giustificare la protezione della libertà religiosa.

Questo non riguarda solo la contraccezione, i farmaci abortivi e la sterilizzazione, sebbene tutti debbano riconoscere le ingiustizie implicate nell'includerli in un programma di protezione sanitaria obbligatorio per tutti. Non c'entra con i repubblicani o i democratici, i conservatori o i "liberal". Riguarda le persone di fede. È per prima cosa una questione di libertà religiosa per tutti. Se il governo può, per esempio, dire ai cattolici che essi non possono agire in campo assicurativo senza violare le loro convinzioni religiose, dove si va a finire? Ciò viola i limiti costituzionali posti al nostro governo e i diritti basilari sui quali il nostro paese è stato fondato.

Molto rimane da fare. Non possiamo star fermi, di fronte a una minaccia così grave alla libertà religiosa per la quale i nostri padri hanno combattuto. In questo momento della storia dobbiamo lavorare con impegno per difendere la libertà religiosa e per rimuovere tutte le minacce alla pratica della nostra fede sulla pubblica piazza. Questo è il nostro patrimonio come americani. Il presidente Obama deve ritirare le norme, o almeno provvedere misure consistenti ed efficaci per proteggere la libertà religiosa e la coscienza.

Soprattutto, cari fratelli, facciamo affidamento sull'aiuto del Signore in questa importante battaglia. Abbiamo tutti il dovere di agire, ora, contattando i nostri legislatori a sostegno della legge per il rispetto dei diritti di coscienza, che può essere sostenuta tramite il nostro appello in www.usccb.org/conscience

Vi invitiamo a partecipare i contenuti di questa lettera ai fedeli della vostra diocesi, nelle forme o con i mezzi che riterrete più efficaci. Continuiamo a pregare per uno rapido e pieno superamento di questa e di tutte le minacce alla libertà religiosa e alla pratica della nostra fede nel nostro grande paese.

Timothy Cardinale Dolan
Arcivescovo di New York
Presidente della conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti

William E. Lori
Vescovo di Bridgeport
Presidente del comitato "ad hoc" per la libertà religiosa

ANGELO SCOLA: CONFERENCES DE CAREME NOTRE-DAME 2012

UNA STRAORDINARIA LEZIONE SU
SOLIDARIETA' SECOLARIZZAZIONE E NUOVA LAICITA'

Etica cristiana e vita in società
Parigi 27 febbraio 2012

Cardinal Angelo Scola

Arcivescovo di Milano

1. Gli equivoci della solidarietà

Parlare in modo credibile di solidarietà, tema di sfondo delle conferenze di Notre-Dame 2012, significa aggirare due regimi di discorso dominanti, che rappresentano ormai due luoghi comuni: a) la solidarietà come appello retorico, puramente sentimentale, a “fare del bene”; e b) la solidarietà come maquillage del capitalismo, cioè come “etichetta” per sdoganare con l’inganno un modello economico non raramente predatorio, magari sotto forma di “aiuti umanitari” in cambio di ricchezza[1].

In entrambi i casi, come è facile capire, non è in gioco nessuna “esigenza etica”, né tantomeno una “speranza spirituale”, come invece suggerisce il titolo generale delle conferenze.

È chiaro dunque che la “maniera di dare” (Lévinas) fa davvero la differenza: un conto è dare perché si riconosce una interdipendenza ineludibile e perciò una corresponsabilità in relazione a un bene comune da condividere (il che, guarda caso, è proprio il senso etimologico di solidarietà); un conto è dare perché si ha a cuore solo se stessi.
 

2. Una prospettiva architettonica

Forse è per via di questa differenza, divenuta sempre più marcata, che le scienze sociali si stanno dando da fare per mettere in questione la solidarietà[2], se non addirittura per ripensarla da cima a fondo[3]. La dottrina sociale della Chiesa, dal canto suo, ha ben presente l’impoverimento concettuale cui fa seguito la graduale estenuazione del senso stesso delle buone pratiche solidali. Così non ha rimandato il compito di sfidare i luoghi comuni, suggerendo con coraggio un’articolata architettura. D’altra parte, come si legge nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (nn. 162-163), i principi della Dottrina Sociale, tra i quali ovviamente c’è anche la solidarietà, devono essere apprezzati nella loro unità, interrelazione e articolazione. Quindi estrapolare il concetto di solidarietà è già un errore. Non è allora per caso che Benedetto XVI, in occasione della 14° sessione della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali, ha ritenuto imprescindibile annodare la solidarietà ad altri tre concetti fondamentali della Dottrina Sociale: il bene comune, la sussidiarietà e la dignità umana.

L’idea è questa: perché abbia senso parlare di solidarietà, occorre riconoscere un bene comune sociale, che è innanzitutto il bene dell’essere insieme (in comune). Di tale bene comune, la solidarietà esprime appunto la compartecipazione nei beni e nei pesi sociali; d’altra parte, se vogliamo godere di questo bene comune in un modo non lesivo della dignità umana non possiamo mortificare (paternalisticamente) l’agire degli attori sociali: la sussidiarietà serve proprio a questo scopo, cioè esprime l’iniziativa (singola o collettiva), altrettanto fondamentale e non riducibile al tutto sociale stesso.

Da tutto ciò emerge un vero e proprio schizzo architettonico a forma di croce. Dice infatti Benedetto XVI: «possiamo tratteggiare le interconnessioni fra questi quattro principi ponendo la dignità della persona nel punto di intersezione di due assi, uno orizzontale, che rappresenta la "solidarietà" e la "sussidiarietà", e uno verticale, che rappresenta il "bene comune[4].

venerdì 9 marzo 2012

ABORTO POST NASCITA


Sgomenta l’aborto «post-nascita». Ma non è nuovo

«Poco lontano dal boschetto di cipressi, Walter – che stava giocando a "King of the mountain" - vide il veicolo bianco, e capì di cosa si trattava. È il camion degli aborti, pensò. È venuto a prendere qualche ragazzino per un post-parto giù alla clinica degli aborti. E, aggiunse mentalmente, forse sono stati i miei genitori a chiamarlo. Per me
».
Così inizia Le pre-persone, un racconto di fantascienza di P.H. Dick
, di un mondo in cui la legge sull'aborto vale anche dopo la nascita, fino a quando il nato non diventa una persona, cioè - per convenzione - quando comprende le operazioni matematiche complesse, a dodici anni.

Sulla rivista scientifica The Journal of MedicaI Ethics, due studiosi italiani hanno appena riproposto sostanzialmente la stessa idea: stabilito che un feto è come un neonato, non ancora persona, poiché l'aborto è legale anche per i feti sani, potrebbe esserci pure dopo la nascita, per gli stessi motivi per cui lo è prima, cioè anche quando non c'è disabilità, ma nell'interesse della madre e della famiglia. Non è un infanticidio - asseriscono i due autori - ma un aborto post-nascita. L'articolo - segnalato martedì su Avvenire da Gian Luigi Gigli – ha suscitato orrore e polemiche, la rivista è stata sommersa da proteste e l'editore ha avvertito la necessità di difendersi, spiegando che non ci sono vere novità: illustri bioeticisti ritengono lecito l'infanticidio, e d'altra parte il giornale espone idee, senza dare patenti di verità. Comunque c'è disponibilità a pubblicare un articolo di confutazione, purché altrettanto argomentato.
In effetti la difesa dell'infanticidio non è nuova nel settore. L'editore stesso, il docente universitario Julian Savulescu, è noto per sostenere tesi analoghe: per esempio considera eugenetico l'aborto tardivo nei confronti dei disabili, lecito invece se fatto nell'interesse materno e familiare, e quindi non solo sui disabili ma anche sui sani (su tutti, equamente). E poi favorevole alla selezione del sesso dei figli con la diagnosi preimpianto degli embrioni, e ha argomentato anche a favore della «beneficienza procreativa»: le coppie, sempre con la diagnosi preimpianto, dovrebbero selezionare il bambino fra quelli che potrebbero avere, mettendo al mondo chi sembra avere la migliore aspettativa di vita.
Argomenti pubblicati e dibattuti in prestigiose sedi accademiche, e la fama raggiunta gli ha regalato importanti collaborazioni con università pure italiane come «Vita e Salute» del San Raffaele a Milano: nell’ambito del sesto programma quadro, con alcuni docenti della facoltà di Filosofia, Savulescu ha partecipato al progetto «Enhance», sul cosiddetto «miglioramento» degli esseri umani con le nuove tecnologie. E i suoi scritti in questo settore sono coerenti con il resto del suo pensiero. E sorprendente piuttosto l'ondata di indignazione suscitata dall' articolo. In fondo, purtroppo, si parla di qualcosa di già visto: basta ricordare le polemiche, periodicamente ricorrenti, sulla rianimazione dei neonati sopravvissuti agli aborti, messa più volte in discussione anche su queste pagine.
Stavolta in Italia, però, la reazione è stata pesante, probabilmente perché gli autori sono connazionali. Non gente lontana, ma laureati e dottorati in due tra le nostre migliori università: Bologna e Milano. La teorizzazione dell'infanticidio in Italia fa ancora orrore (e meno male). A fare scalpore non dovrebbe essere solo il contenuto del saggio, ma anche il prestigio accademico di cui godono certe argomentazioni, e le carriere a cui si accompagnano. Nessun ateneo italiano (o europeo) si farebbe vanto di lavorare in ambito storico con negazionisti, o con madrasse per lo studio dei diritti delle donne, mentre la collaborazione con teorici dell'infanticidio viene riconosciuta e gratificata nell'accademia. E chi protesta viene accusato di non volere il libero confronto d'idee. Lo scopo di queste discussioni non è l'approfondimento di tematiche etiche di frontiera: l'obiettivo è parlarne, anche se con artifici retorici che mascherano la povertà di argomentazioni. Parlarne con distacco dandosi un tono, possibilmente accademico, per mostrare che tutte le idee sono lecite, e soprattutto sono tutte moralmente equivalenti, perché non si possono commentare in termini di bene e male, ma solo di preferenza personale - io preferisco questa opzione, tu quella - e quindi soggettiva, relativa: in ultima analisi, insindacabile sul piano valoriale. Si finisce con l'assuefazione. Ci si abitua a tutto, tutto si tollera, perché di tutto si parla allo stesso modo, indistintamente.

Assuntina Morresi


Pagine correlate:

L'ANGELINO FURIOSO


 L’Angelino e furioso. E fa bene ad esserlo.
Qual è la missione del governo tecnico? Battere il partito dello spread, tenere in ordine i conti pubblici e mettere al sicuro i risparmi degli italiani. Mario Monti è arrivato a Palazzo Chigi -senza passare per le urne- con questi compiti e non altri.
Tutto il resto, non è fuori dalla portata del governo, ma non è neppure scelta esclusiva del consiglio dei ministri. Ancor meno è possibile immaginare che il governo Monti sia espressione dell’opposizione, della tecnocrazia, della massoneria o della Spectre jamesbondiana: il professore ha la fiducia del Pdl, del Pd, dell’Udc e di chi ci sta.
Senza il partito di Berlusconi Monti non c’è. Così come senza il Pd il prof evapora. Potrebbe invece esistere senza i voti dell’Udc. Ma non sarebbe coerente per un governo tecnico. La politica è fatta di rapporti di forza. Monti agisce in una condizione straordinaria che gli ha consentito finora di governare per decreto, laddove a Berlusconi e a Prodi fu reso difficile e a tratti impossibile. È bene ricordarlo, perché l’eccezionalità prima o poi finisce.
Come ben sanno i nostri lettori, ho sostenuto la necessità del governo di transizione e non cambio idea, ma quando Angelino Alfano scoperchia il pentolone dell’accordo sottobanco per commissariare la Rai e fare qualche giochino sulla giustizia, penso che abbia fatto bene. Il Pd dovrebbe dedicare più tempo alla sua riorganizzazione (altrettanto deve fare il Pdl) e alle riforme istituzionali di cui il Paese ha necessità, e lasciar perdere la lottizzazione vecchia-nuova sulla tv e gli aggiustamenti sulla giustizia, da qualsiasi parte siano ispirati. La Rai non è oggetto di scambi con il governo. Lo dice la legge: è il Parlamento sovrano.
E la giustizia, con tutta la storia che c’è dietro e gli ultimi diciotto anni di guerra che parlano da soli, forse merita qualche approfondimento a Palazzo Madama e a Montecitorio. Mettere in discussione il primato della politica è un errore. Sottovalutare il Pdl e il suo segretario anche. La prima vittima? Sarà Bersani, che di mestiere fa il politico e non il tecnico.
di Mario SechiTratto da Il Tempo dell'8 marzo 2012tiere fa il politico e non il tecnico.

ANDATECI VOI A VIVERE IN LESOTHO


La classifica del World Economic Forum fa venire molta voglia di trasferirsi in Lesotho
di Annalena Benini
Tratto da Il Foglio dell'8 marzo 2012
Andateci voi, a vivere in Ruanda. Secondo il rapporto del World Economic Forum, è il primo posto nel mondo dove conviene essere un politico donna, perché le signore sono la maggioranza dei parlamentari. E’ una gran fortuna, perché dopo essere sopravvissute al genocidio, schivando gli attentati, evitando di opporsi al governo di Kagame, stando attente a uscire di casa o anche solo ad affacciarsi alla finestra se si è giornaliste, in Ruanda le donne vivono che è una meraviglia. L’Italia è al settantaquattresimo posto di questa classifica di genere (The Global Gender Gap 2011), che vede vincitrice, come sempre, l’Islanda, con tanti bei ghiacciai, nevicate in agosto, tempeste perfette e con una parità assoluta fra uomini e donne in ogni campo. Dopo che si è guardato il sole di mezzanotte, ascoltando i Sigur Ros, resta tantissimo tempo per cancellare tutto il possibile residuale maschilismo caso per caso, essendo l’Islanda il paese meno popolato d’Europa. Sono dati sempre molto interessanti, quelli sul benessere femminile nel mondo, da cui emerge (anche in una recente classifica di Newsweek era lo stesso) che in Ucraina, Moldavia e Romania le donne stanno d’incanto, almeno rispetto all’Italia: l’Ucraina è dieci posti sopra di noi, la Moldavia quasi quaranta.
Il fatto che vengano in Italia a fare le badanti per poter comprare una casa ai figli, scappando spesso da mariti totalmente ubriachi, è soltanto una generalizzazione, o un inutile dettaglio, se paragonato all’incrocio dei parametri utilizzati per il rapporto: scuola, lavoro, politica, salute, maternità. Ad esempio in Burundi si vive molto bene, è al primo posto per partecipazione femminile al mondo del lavoro (mentre in Italia ci sono troppe casalinghe), e anche in Ghana va meglio che da noi, quanto a gender gap, purché si soprassieda su quelli che ancora incoraggiano e praticano l’infibulazione. E poi la Cina: è al sessantunesimo posto su centotrentacinque (l’ultimo paese al mondo in cui una donna possa aspirare a vivere è lo Yemen) perché le femmine che riescono a nascere (e non vengono eliminate prima: sono spariti quattrocento milioni di bambini in trent’anni, e gli aborti forzati, fatti sulla pelle delle donne, non sono esattamente un ricordo) si sentiranno così fortunate da spazzare via qualunque residuato maschilista.
Anche se pare che le donne cinesi abbiano il più alto tasso di suicidio nel mondo, il doppio dei maschi, che spesso comprano mogli nei paesi vicini, come la Thailandia, quattordici posizioni sopra l’Italia per assottigliamento di gender gap. Ma il posto migliore, per una ragazza, per imparare a leggere e a scrivere e non aspirare a fare la soubrette in televisione, è il Lesotho, nell’Africa del Sud, dove le ragazze sono molto più alfabetizzate degli uomini. Purché si faccia attenzione alla mortalità infantile e alla denutrizione, è una specie di paradiso della parità, al nono posto, sopra la Germania e l’Inghilterra, nella classifica dei paesi delle donne nel 2011. Viene voglia di trasferirsi.

martedì 6 marzo 2012

IL GAIO NICHILISMO


Tracce dedicò la copertina del numero di febbraio 1994 a un inedito di Augusto Del Noce: si trattava della lettera scritta nel 1984 a Rodolfo Quadrelli, un inquieto e interessante letterato scomparso poco dopo. Nel testo compare un’espressione che sarebbe diventata familiare a tanti di noi: «nichilismo gaio», vero e proprio j’accuse ai maestri di un’epoca. Ecco il brano della lettera in cui il filosofo spiega che cosa intende con quella espressione

Carissimo Quadrelli, quanto mi dici sul nichilismo presente, mi trova perfettamente consenziente.

Non è più il nichilismo tragico di cui forse si potevano trovare le ultime tracce nel terrorismo. Questo nichilismo doveva portare a una soluzione rivoluzionaria più o meno confusamente intravista o meglio confusamente ricordata; un qualche elemento di rabbia c’era ancora e questo gli conferiva una sembianza lontanamente umana.

Ma il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, nei due sensi che è senza inquietudine (forse si potrebbe addirittura definirlo per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano) e che ha il suo simbolo nell’omosessualità (si può infatti dire che intende sempre l’amore omosessualmente, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna).

Non per nulla trova i suoi rappresentanti in ex-cattolici, corteggiati ancora da cattolici che riconoscono in loro qualcosa che trovano sul loro fondo.

Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”; l’esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la Prima Guerra mondiale. Il peggior annebbiamento che il nichilismo genera è la perdita del senso dell’interdipendenza dei fattori nella storia presente; infatti, a ben guardare, non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali. (…)

Con viva amicizia,
tuo Augusto Del Noce
Roma, 8 gennaio 1984

LUCIO DALLA E I TOTALITARISTI DEL PENSIERO UNICO

L’outing post mortem imposto a un omosessuale
che non era gay

La sciatteria televisiva di Lucia Annunziata e il clericalismo laico di Michele Serra certificano che l’unico “amore che non osa dire il proprio nome” è ormai l’amor di Dio. Lucio Dalla, “un buon peccatore che frequenta la messa”, direbbe Péguy, ha avuto il funerale in chiesa, ma non della sua fede si deve parlare, ma solo della sua velata (a loro dire) omosessualità. L’outing post mortem cui è stato sottoposto è grossolano nella forma (al netto degli irrisolti problemi con Dio di Aldo Busi, che gli ha dato di “checchesco buontempone” e “chierichetto furbastro”) e violento nella sostanza.

Un assalto di ideologia omofila, pretestuosamente anticattolica, ma ancor di più irrispettosa della persona (la privacy, la coscienza..). Annunziata ha inventato una sorta di mai esistito ricatto (“ti seppelliscono con un rito cattolico, e ti consedono i funerali se non dici di essere gay”). Il pretesco Serra si è impancato a misuratore di quanto la “retriva” chiesa di Bologna sia stata imbarazzata. Tanto poco, nei fatti, che a celebrare il funerale c’era pure il suo amico e confessore: ciò che presuppone un peccato, e non un reato, concetto inarrivabile per il clericale Serra. Se Dalla ha mantenuto riserbo sulla sua vita privata non è stato per “consociativismo”, ma forse per un suo libero riserbo. Semplicemente Lucio Dalla non era un militante dell’ideologia gay, quella che taccia di omofobia ogni altra sensibilità, persino quella di altri omosessuali. E questo per l’ideologia è insopportabile. Era un uomo libero che ha vissuto, felice o meno, pacificato o meno, non lo sappiamo, la sua sessualità e la sua fede come potuto, voluto, creduto: come un cristiano che nessuno ha mai cacciato di chiesa. Almeno fino a quando non sono arrivati loro, con il loro grottesco autodafé da gay pride di totalitaristi del pensiero unico.

CHI VUOLE UCCIDERE IL TERZO SETTORE

L'accusa di Stefano Zamagni, presidente dell'Agenzia: "Monti e i suoi ministri ritengono che per far ripartire l'Italia non serva l'imprenditoria civile".

Stefano Zamagni

29/02/2012 Famiglia cristiana

“Questo Governo tende a pensare che l’Italia possa rimettersi in sesto solo se si punta sullo Stato e sul mercato. Un mercato efficiente (con le liberalizzazioni e le privatizzazioni) e uno Stato non corrotto, che non spreca e via dicendo. Purtroppo questo è un errore di visione”. L’economista Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia del Terzo Settore, tra i collaboratori di Benedetto XVI nella stesura dell'enciclica sociale "Caritas in Veritate" (che allo Stato sociale e al non profit dedica grande spazio) è lucido nel suo atto d’accusa, ma non particolarmente preoccupato. Il ministero vuole incorporare l’Agenzia del Terzo Settore, un mondo attorno al quale ruotano sei milioni di italiani, tra volontari e lavoratori e che rappresenta il sei/sette per cento del Prodotto interno lordo. “Per ripartire il Paese ha bisogno non solo del pubblico e del privato ma anche del civile. Ma Monti e i suoi "tecnici" non lo vogliono, il civile.

Lo si vede benissimo. Tutta una serie di provvedimenti presi dal Governo vanno in direzione opposta. Dall’abolizione del servizio civile al mancato rifinanziamento del cinque per mille, dall’abrogazione della norma che riguarda le associazioni del volontariato al non consentire alle imprese sociali di svolgere la propria funzione caricandoli di costi impropri, fino al mancato rifinanziamento del fondo per le organizzazioni non governative".

La chiusura, di fatto, dell’Agenzia è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti. "Questi segnali dimostrano che il Governo ritiene che per far ripartire l’Italia non sia necessario intervenire sui corpi intermedi dello Stato. E’ come se dicessero: non abbiamo bisogno di voi. E sbagliano, perché il Terzo Settore è una fonte di sviluppo. E’ importante non solo perché dà da lavorare a circa un milione di persone, ma perché produce coesione sociale”.  
e lui ride...

- Il Consiglio dei ministri venerdì scorso nel decreto ha inserito una norma che dice che l’Agenzia del Terzo settore, con le sue competenze, sarà trasferita al ministero del Lavoro e della Previdenza sociale.  

“Al momento l’Agenzia è stata prorogata di altri due mesi in attesa che il decreto divenga legge. A questo punto delle due l’una: se il Governo mette la fiducia l’Agenzia è morta”.   –

- E se non la mette?  

“In quel caso il Parlamento voterà contro l’articolo del decreto, perché tutti i partiti, ho detto tutti, compresa la Lega che sta all’opposizione, sono contrari alla chiusura dell’Agenzia”.  

IN MISSIONE PER CONTO DI DIO

JOHN BELUSHI

Autodistruttivo, talentuoso, ribelle. Innamorato della musica, bluesman improvvisato ma, per come si trasformò in un divo imprigionato dalla popolarità, perfino rockstar.
 
E proprio come una stella del rock, John Belushi uscì dalla porta di servizio della vita, varcando da cadavere l’uscita principale di un hotel, il Chateau Marmont di Los Angeles, il 5 marzo 1982. Sono dunque passati trent’anni dalla tragica scomparsa dell’ex stella del Saturday Night Live - il programma di culto della tv Usa, culla di generazioni di attori comici come Chevy Chase, Dan Aykroyd, Bill Murray fino ai più recenti Adam Sandler e Ben Stiller - nonché mattatore anarchico in commedie come Animal House e Chiamami Aquila, infine irresistibile Blues Brother «in missione per conto di Dio». Con quel Dio, in effetti, Belushi sembrava avere una questione aperta, se è vero ciò che si dice del suo ultimo scambio con il medico di fiducia. A questi che gli chiedeva, vedendolo ormai in balia della tossicodipendenza, «perché si sta uccidendo?», l’attore rispondeva: «Tutta la mia vita è preordinata da altri, io devo solo esserci». Una passività da predestinato, che sembrava smentire il suo vulcanico egotismo sul palcoscenico. «La scena - era una delle battute meno comiche e più amare che Belushi amava ripetere - è il solo posto dove sono consapevole di quello che sto facendo»..  
Per il resto, la vita di John Belushi fu un frenetico procedere verso quella maledetta notte tra il 4 e il 5 marzo 1982 quando - lo scrive meglio di tutti Bob Woodward nel suo besteller Chi tocca muore - La breve vita di John Belushi, Sperling & Kupfer - l’attore morì in circostanze misteriose.


PREGHIERA PER DALLA


di Camillo Langone
Tratto da Il Foglio del 2 marzo 2012
Seppellitelo con uno dei tabarri che gli piacevano tanto.
Quindici giorni fa, Sandro Zara del Tabarrificio Veneto mi ha detto che il suo principale cliente era proprio Lucio Dalla: ne comprava tanti, sia per indossarli che per farne dono, sicuro di rimanere impresso più di chi fa regali qualunque.
Seppellitelo con il suo rosario fra le mani, lui che i miei amici vedevano sempre a messa, a San Domenico la domenica sera oppure ai Celestini la mattina, o alle Tremiti d’estate (il rosario che gli aveva dato la mamma quando era partito con gli scout, mi raccontò).
Seppellitelo con un modellino di Bologna, tipo San Petronio nelle pale d’altare, per quel suo verso, “nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”, che mi ha fatto capire la città medievale ergo cristiana, insomma la città per gli uomini e non per le macchine o per gli architetti, molto prima che incontrassi i libri di Pierluigi Cervellati e Marco Romano (un verso che andrebbe scritto a caratteri cubitali in ogni aula universitaria dove si insegna urbanistica).
Seppellitelo piangendo tutte le lacrime del caso, perché un uomo a così tante dimensioni può risorgere ma non può rinascere.

PERO' POTRANNO MANGIARE MACCHERONI


Però potranno mangiare maccheroni. Si sente l’aria pesante, progressiva, insostenibile della presa per i fondelli nella vicenda dei due militari italiani finiti nell’assurdo giudiziario che è quella carcerazione in India.

L’ha detto il giudice, “grazie al loro status particolare, potranno mangiare italiano e potranno avere una visita dall’Italia tutti i giorni per un’ora”.

E così l’ avere un governo tecnico, dedito – dicono - solo all’ economia, comincia a dare i suoi frutti.

 Vi immaginate se militari francesi, o inglesi, o degli USA, in situazioni analoghe accetterebbero di farsi arrestare dai carabinieri di Mazara del Vallo, o di Civitavecchia?

Il ministero degli esteri non riesce a far altro che esprimere "vivissima preoccupazione", il ministro della difesa è muto, un militare (domanda: come si chiama?) che non ha difeso i suoi due uomini, lasciandoli allo sbaraglio chiedendo per loro una sistemazione alberghiera più confortevole della prigione! Penso che un “normale” ministro della difesa, di qualunque governo politico di ogni colore, (cito gli ultimi: Antonio Martino, Arturo Parisi e perfino Ignazio La Russa), mai avrebbe consentito una resa incondizionata e assurda delle forze armate e delle istituzioni italiane come quella manifestatasi in una vicenda che non doveva nemmeno aprirsi.

 Da notare inoltre l’ ovvio silenzio del presidente del consiglio e un episodico balbettio sulla vicenda dell’ abitualmente loquace presidente della repubblica, che è anche il capo delle forze armate. Trattare sottobanco con la CGIL, tagliare le pensioni, aumentare le tasse questo si: ma difendere l’Italia questo non lo sa fare.

domenica 4 marzo 2012

LA TAV NON C'ENTRA. QUELLA E' SOLO EVERSIONE


 Occhio al salto di qualità dell’estremismo in Val di Susa 
 Messaggio agli agnostici della Tav, quelli “né sì né no” che stanno alla finestra ad almanaccare sulle ragioni degli uni e degli altri contendenti: il problema sta diventando un altro, più acuto e più urgente, rispetto alla fattibilità dell’alta velocità e ai costi anche ambientali delle procedure di realizzazione. Il problema è che la Val di Susa sta diventando improvvisamente un magnete verso il quale si sta raggrumando, come limatura di ferro, un fenomeno di aperta sfida eversiva verso l’ordine pubblico. Gli abitanti del luogo, eccezion fatta per pochi e isolabili facinorosi, sono a questo punto un elemento quasi marginale. Ormai il campo di battaglia anti statuale – ripetiamolo: a prescindere dal censimento delle ragioni e dei torti che circondano la comunità di popolo delle valli piemontesi – sta svelando un volto violentissimo e bene armato.

Le aggressioni ai cronisti, le provocazioni rivolte ai ragazzini in divisa piantati al confine tra legalità e intimidazione antisistemica, perfino i vandalismi nei quali alcuni manifestanti forestieri si sono esercitati danneggiando il monumento ai caduti di un paese adiacente alla zona militarizzata: sono tutti segnali di un salto di qualità indiscutibile all’interno di una dialettica che non ha più molto a che fare con l’alta velocità. Per essere più chiari: se fossimo a capo di un gruppo extraparlamentare, con alle spalle un disegno eversivo e la necessità di addestrare militanti all’azione cruenta, il posto migliore dove allenare la squadraccia sarebbe al momento la Val di Susa. E l’impressione, anche soltanto ascoltando l’inflessione così poco piemontese di alcuni “volontari” latranti accorsi sulla linea dello scontro frontale, è che stia accadendo esattamente questo.

A chi può giovare? Di sicuro ne guadagna la causa del più inconcludente nichilismo gruppettaro, ma è appunto un sentiero senza uscita politica né di sicurezza ambientale. Altrettanto certo è che la meccanica del conflitto attuale sta danneggiando la posizione dei montanari della Val di Susa, detentori di ragioni arcaiche tanto inattuali quanto moralmente degne di ascolto laddove espresse entro i confini della legalità e del buon senso. La torsione malmostosa cui stiamo assistendo, infine, toglie anche ogni alibi a coloro che denunciano una supposta, manesca arroganza delle forze dell’ordine in stile G8 genovese.

DIVORZIO BREVE


Nuoce gravemente alla salute

Quando venne introdotto in Russia, subito dopo la Rivoluzione d'Ottobre, provocò tali e tanti danni al tessuto sociale che poco tempo dopo fu abolito. Nei paesi dove vige le dannose conseguenze sono ben visibili. Esistono numerosi studi che ne evidenziano le nefaste conseguenze su chi lo pratica e chi lo subisce a breve, medio e lungo periodo. Di cosa stiamo parlando? Del fumo, dell'amianto? No, stiamo parlando del divorzio breve che, zitti zitti, si sta lavorando per introdurre nella nostra legislazione.

 Non ne avete sentito parlare? Non è che se ne parli molto. Forse si è concentrati troppo sull'economia e si sono perse di viste queste notiziole secondarie.Eppure anche di economia si tratta. Non è forse vero che il solo motivo per cui non abbiamo ancora dato il giro, come la Grecia, è che le nostre famiglie risparmiano tantissimo? Che insomma il modello familiare italiano è il solo salvagente che ci ha impedito di collassare?

 Quelli che ho descritto sono fatti, non opinioni. Eppure il divorzio breve viene descritto, da coloro che ne vorrebbero l'introduzione in Italia, come una "conquista di civiltà", un passo necessario per portarsi al livello degli altri paesi. Ma, negli altri paesi, che effetto abbia avuto nessuno se lo chiede.

Forse si vuole solo acriticamente imitare modelli altrui senza chiedersi se siano effettivamente buoni. Oppure, e il dubbio viene, c'è sotto qualcosa di più maligno. Rendiamo più semplice divorziare, si dice, svalutiamo un altro po' questa famiglia che mette sempre il bastone tra le ruote.

Sì, perché l'uomo solo è molto più facile da sottomettere, da piegare agli interessi, economici e non solo, dei potenti di turno. Che cercano di convincerci in tutte le maniere che non esiste stabilità, che non esiste fedeltà, che questo desiderio di amore vero che abbiamo è solo un'illusione.

 Sembra talvolta che la sola stabiltà ad essere intoccabile sia il posto di lavoro, e non la compagnia familiare. Mi sfugge la ragione per cui coloro che vogliono rendere impossibile ad un datore di lavoro mandare via un proprio dipendente siano gli stessi che si battono perché sia il più semplice possibile dare il benservito alla propria moglie o al proprio marito.

Quali siano i disastri del divorzio lo vede chi lavora in ambito educativo. Lo si vede sui figli. Lo si vede sugli amici. E' una mentalità che si diffonde perché c'è chi ha interesse a diffonderla. Chi della stabilità, chi dell'amore ha deciso che si può fare a meno.

 Ieri sera ho Visto un film di ottant'anni fa. Tutti fumavano allegramente. Poco per volta si è capito quanto faceva male, quanto costava. Nei film di oggi nessuno fuma, quello che tutti praticano è il sesso senza legami. Quanto passerà prima si riconosca che anche quello "nuoce gravemente alla salute"?

 Antonio\Berlicche

http://berlicche.wordpress.com/

www.samizdatonline.it

sabato 3 marzo 2012

CHI HA A CUORE LA VITA DEL POPOLO SIRIANO?


Gli editoriali di SamizdatOnLine
Abbiamo paura di pronunciare la parola ‘guerra civile’, ma si sta andando in quella direzione, i segnali portano in quel senso” dice padre Pizzaballa intervistato da Radio Vaticana sulla situazione in Siria, ed aggiunge “Non c’è una guerra generalizzata, non c’è un fronte aperto su tutto il Paese” e conclude: “però, purtroppo tutto fa pensare a questo”.
Il paese è allo stremo, la gente ne paga le conseguenze, intere città assediate, rapimenti, violenze diffuse. Quella degli oppositori non è più la pacifica richiesta di maggiore democrazia. Complice la repressione violenta del regime, le richieste iniziali sono state sostituite da quelle di azzeramento di tutto l’establishment attualmente al potere. Così le legittime richieste popolari hanno lasciato il campo alla violenza settaria, ad una guerra senza quartiere, dilagata ‘a macchia di leopardo’ in tutto il paese.
Naturalmente si è levata l’indignazione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che più volte hanno richiesto una risoluzione Onu che aprisse la strada per un intervento, anche militare. L’impressione che se ne ricava è che si stia buttando benzina sul fuoco anziché calmare la situazione. E’ paradossale che nell’area i governi più attivi nel richiedere ad Assad le libertà democratiche e il rispetto dei diritti umani siano le monarchie del Qatar e dell’ Arabia Saudita, monarchie assolutistiche che non concedono ai loro popoli ciò che chiedono a terzi. A sostenere il regime siriano ci sono invece Cina, Russia e Iran che interpretano la situazione esplosiva del paese come il risultato dell’ennesima ingerenza ‘umanitaria’ occidentale.
Essa è giudicata come un tentativo -giocato in campo mediatico, finanziario e militare- messo in atto unicamente al fine di perseguire i propri obiettivi: cambiare globalmente la mappa geopolitica della regione mediorientale a proprio favore.

Assad se ne deve andare” questo è sinteticamente il ‘dialogo’ intavolato dalla comunità internazionale. Ma se Assad lasciasse né lui né tutte le istituzioni che reggono il paese avrebbero scampo. Il motivo è semplice: ogni ruolo chiave istituzionale, soprattutto i vertici dell’esercito, sono ricoperti dagli alawiti, la minoranza religiosa che rappresenta solo il 20% della popolazione, mentre la maggioranza è sunnita. Se gli alawiti non gradivano la perdita dello ‘status quo’ nella fase iniziale delle proteste, ora in un contesto di guerra civile e di violenza diffusa (non controllabile nemmeno dall’opposizione), con vari agenti sul campo, sanno bene che l’epilogo sarebbe quello di essere frettolosamente giudicati da una delle tante formazioni armate della ribellione, ed essere uccisi. Perciò non hanno nulla da perdere.
D’altra parte sanno di avere tutti contro: “inutile” è stata giudicata dalla Lega Araba e dall’ONU la missione degli Osservatori in Siria iniziata nel dicembre scorso e cessata dopo soli 23 giorni, nonostante avesse ristabilito un clima costruttivo, ottenuto il ritiro dei militari in varie città, la liberazione dei prigionieri, la distribuzione di aiuti alla popolazione.
La situazione in Siria è complessa: padre Paolo dell’Oglio (da 30 anni in Siria) racconta che “a prescindere dalle appartenenze religiose, è ancora massiccia, anche se scossa, l’adesione popolare al potere costituito” e aggiunge “alcune aree sono ormai in mano all’ ‘esercito libero’ “ e “In generale il clima politico è confuso, la sicurezza carente. Si registrano episodi di furto, teppismo, sabotaggio, attentati, rapimenti, rese di conti, vendette e uccisioni. La violenza non fa che aumentare”. Non sono parole di un filo-governativo ma quelle di un frate espulso dal Paese perché giudicato troppo sbilanciato a favore dei “ribelli”. E’ evidente che comunque si voglia chiamare, una speranza che per vivere ha bisogno dell’annientamento dell’avversario in qualunque modo si chiami è tirannia: il rischio in assenza di un negoziato e un accordo è che il potere semplicemente passi solo di mano.
Non cambia nulla se non si guarda con simpatia all’uomo in quanto tale ed al suo destino, se non si parte dalla dignità insopprimibile di ognuno.
E’ invalsa invece l’aspettativa che le rivoluzioni da sole, ad agni costo e con qualsiasi mezzo possano risolvere ogni cosa. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che la soluzione che vediamo adottata da un po' di tempo per migliorare la vita dei popoli è falsa.
Se in Siria non si torna al dialogo e le voci delle armi non cessano, non rimarranno che rovine a contendersi.
Patrizio Ricci

Relazione del capo della Missione degli Osservatori della Lega degli Stati Arabi in Siria per il periodo dal 24 Dicembre 2011 al 18 gennaio 2012
Dal Guardian: coinvolgimento di paesi terzi in Libia - traduzione
Siria: La guerra della disinformazione - Vietato parlare
Sulla Siria i media raccontano un'altra raaltà - Globalist
Siria, menzogne e omissioni: la conta del monastero - M. Correggia

Pagine correlate:
SamizdatOnLine.it