sabato 19 settembre 2015

FEDE POLITICA LIBERTA' RELIGIOSA CULTURA E IDEOLOGIA IN USA AI TEMPI DI FRANCESCO

DA UN ARTICOLO DI MASSIMO INTROVIGNE 
LA NUOVA BUSSOLA 18/9/15                    

  (...) Più difficile ancora sarà l'impatto con gli Stati Uniti di chi, prima di essere Papa, è stato un intellettuale latino-americano che ha indossato senza scusarsene l'anti-americanismo tipico del suo ambiente culturale di riferimento. (...). 
Notre Dame University, South Bend INDIANA

Anche con il mondo cattolico statunitense, almeno con quello più conservatore che ancora esprime una parte importante dei vescovi, Francesco ha un oggettivo terreno di difficoltà. 

Questo mondo si è battuto con notevole e ammirevole coraggio sui temi della vita e della famiglia. Non è che Francesco non condivida queste battaglie: ha denunciato più volte la «colonizzazione ideologica» del gender e ha mandato regolari messaggi di incoraggiamento alle marce per la vita di Washington. Ma ha un timore, espresso in diverse interviste: che i “poteri forti” alla fine preferiscano una Chiesa che si occupa solo di vita e di famiglia, trascurando i temi della giustizia economica e della critica alla dittatura del profitto e del denaro. 

I “padroni del mondo” sono disposti a tollerare, per quanto a fatica, e non sempre, una Chiesa rinchiusa nel ridotto pro family, con un'attenzione quasi monotematica al gender, purché non disturbi i manovratori quando si parla di economia e di finanza. 

Un certo mondo cattolico americano critica Francesco perché parla molto di etica economica e un po' meno di etica familiare, e teme che le sue critiche al capitalismo americano, comprese quelle in nome dell'ecologia, siano un assist al socialismo, magari a quello in salsa latino-americana che va di moda in Ecuador o in Bolivia. 
Questa posizione nei confronti del Papa è, da un certo punto di vista, tipicamente statunitense. Qualche volta tradisce una fiducia ingenua nei confronti del capitalismo e del mercato, che portò gli stessi ambienti ad aggredire papa Benedetto XVI dopo l'enciclica Caritas in veritate, che denunciava - lo si dimentica troppo spesso - gli eccessi del capitalismo finanziario con accenti non troppo dissimili da quelli del Pontefice attuale. Non si può neppure fare finta che nel 2008 non sia successo nulla. La crisi finanziaria mondiale ha mostrato che al capitalismo di Wall Street e dintorni non si può dare fiducia quando afferma di sapersi dare le sue regole da solo.

Quanto alla famiglia, al gender e all'aborto, non sempre questi ambienti americani comprendono esattamente la posizione di Papa Francesco. 
Il Pontefice l'ha espressa ancora una volta alla vigilia del viaggio, nell'udienza generale dello scorso mercoledì (clicca qui). Sembrava un'udienza di routine, il cui scopo era concludere il lungo ciclo di catechesi sulla famiglia prima del Sinodo. Non lo è stata. 
Il Papa ha spiegato che la sua triplice battaglia contro la «tecnocrazia economica», contro chi provoca disastri ecologici in nome del profitto e contro le «colonizzazioni ideologiche» che aggrediscono la famiglia, in realtà è una, è la stessa. Gli stessi poteri forti internazionali impongono la dittatura di una finanza senza regole, rovinano l'ambiente e promuovono con ogni mezzo l'ideologia del gender. Sono gli stessi poteri forti: non sono poteri diversi. Criticarli solo sul versante del gender e della famiglia, non andando al cuore del loro dominio, che è economico e finanziario, è riduttivo. 

Naturalmente, è riduttivo - il Papa lo ha ricordato ai “movimenti popolari” latino-americani nei due incontri che ha avuto con loro - anche criticare soltanto le colonizzazioni economiche, dimenticando quelle “ideologiche” del gender e delle politiche anti-familiari. È uno schema certamente diverso da quello dei vescovi e cardinali statunitensi più attivi nel fronte pro family, e non è facile da far capire negli Stati Uniti. È questa la sfida che attende papa Francesco.

LEGGI QUI TUTTO L'ARTICOLO


GLI USA IN ATTESA DI FRANCESCO

George Weigel intervistato da Marco Respinti
la nuova bussola quotidiana 17-09-2015


In occasione della partecipazione all’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie in programma a Filadelfia, il 22 settembre Papa Francesco arriverà negli Stati Uniti. Per ragioni diverse ma tutte rilevantissime, i viaggi dei suoi predecessori, il beato Paolo VI (1897-1978), san Giovanni Paolo II (1920-2005) e Benedetto XVI, sono stati sempre decisivi, impressi in modo indelebile nella memoria di chi c’era, dei cronisti e persino della storia non solo strettamente religiosa. Un po’, certamente, perché gli Stati Uniti sono il Paese più potente del mondo sul piano economico e militare, così come più influente sul piano sociale e culturale; ma un po’ anche perché sono un Paese “misterioso”, nato nel secolo dell’illuminismo trionfante, marcato indelebilmente dal sigillo del protestantesimo radicale, eppure di fatto ben disposto nei confronti del cattolicesimo come lo sono pochi altri Paesi.

The Holy Name Cathedral in Chicago
Del cattolicesimo americano vivo e combattivo, George Weigel è certamente uno dei rappresentanti più intelligenti e noti. Sua è la monumentale biografia in due volumi Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II (tard. it. Mondadori, Milano 2000) e La fine e l’inizio. Giovanni Paolo II: la vittoria della libertà, gli ultimi anni, l’eredità (trad. it. Cantagalli, Siena 2012), ma preziosissimo – tra i molti suoi libri preziosi – è anche La cattedrale e il cubo. Europa, America e politica senza Dio (trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2006). Senior Fellow e direttore del programma di Studi cattolici dell’Ethics and Public Policy Center di Washington, Weigel ha accettato di scattare per La Nuova Bussola Quotidiana qualche istantanea di quel “Paese misterioso” alla vigilia del viaggio apostolico del Pontefice. 

Che Paese sono oggi gli Stati Uniti d’America? Pronti per la visita di Papa Francesco?
Penso che l’interesse per la visita del Santo Padre sia enorme e che quindi il Paese lo accoglierà con grande calore.

Le critiche di Papa Francesco all’economia libera di mercato sono molte dure e del capitalismo gli Stati Uniti sono, per molti versi, la casa. I cattolici di buona dottrina, fedeli al Magistero, come per esempio lei, sono in genere ampiamente favorevoli all’economia capitalista. Cosa pensa del pensiero economico dell’attuale pontefice?

Nelle affermazioni che i media e la Sinistra politica amano citare, Papa Francesco ha mai usato la parola “capitalismo”. Il Papa critica l’avidità, la corruzione e la mancanza di attenzione ai poveri. E con queste sue critiche io sono totalmente d’accordo: si tratta infatti di problemi seri. Ma quel che il Pontefice conosce, per l’esperienza che ha dell’Argentina e di altri luoghi dall’America Latina, non è affatto il “capitalismo” inteso come il mercato regolato dal diritto e dalla cultura; quel che c’è in America Latina è infatti principalmente o una forma molto brutta del cosiddetto “crony-capitalism” (il capitalismo clientelare fatto di relazioni strette e sovente poco chiare tra businessmen e funzionari pubblici a discapito della libertà d’intrapresa e della genuina concorrenza), oppure il vecchio mercantilismo travestito da populismo.

I Papi non entrano mai nelle dispute politiche di alcun Paese, ma sui “princìpi non negoziabili” gli Stati Uniti del presidente Barack Obama hanno davvero raggiunto l’apice dell’arroganza ideologica. Pensa che, incontrandolo, Papa Francesco toccherà direttamente l’argomento?
L’incontro tra il Pontefice e Obama sarà di natura privata. Non saprei quindi davvero cosa dire. Eppure il Papa è perfettamente consapevole delle pressioni che l’Amministrazione Obama sta esercitando sulla Chiesa Cattolica attraverso quello che è un vero e proprio disegno d’irriverenza governativa nei confronti della libertà religiosa – un disegno che oggi minaccia la nostra capacità di essere quella “Chiesa ospedale da campo” che il Papa ci chiama a essere. Il Papa sa molto bene anche questo, e io per primo spero che con il presidente Obama solleverà la questione.

Pensa che il viaggio apostolico del Papa possa rafforzare e rincuorare quei cattolici americani che ancora non hanno perso la speranza e la voglia di battersi in difesa del matrimonio e della famiglia naturale, soprattutto dopo la recente sentenza con cui la Corte Suprema federale ha legalizzato le “nozze” LGBT negli Stati Uniti?
La battaglia per la difesa del matrimonio correttamente inteso è stata persa culturalmente molto prima che nel massimo tribunale del nostro Paese. Ricostruire un’autentica cultura del matrimonio sarà il lavoro di generazioni. Spero che il Santo Padre ci aiuti a muovere i primi passi di questo lungo cammino, quanto meno insegnandoci che è questa la strada che dobbiamo percorrere, per amore della nostra integrità di cattolici e come espressione della nostra responsabilità di cittadini.

Poco dopo il rientro del Pontefice dagli Stati Uniti, il 4 ottobre si aprirà il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Da tempo, numerosi rappresentanti della Chiesa che è in Germania, Austria e Svizzera parlano di temi legati al divorzio come mai si era sentito prima da presuli e porporati cattolici. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il card. Gerhard Ludwig Müller, paventa addirittura il rischio di una scisma.

Com’è, sul punto, lo stato di salute della Chiesa statunitense?
Molto, molto, ma molto più sano che nei Pesi che lei ha appena citato.

Un’ultima domanda. Prima di arrivare negli Stati Uniti, dal 19 settembre il Papa visiterà Cuba, una Cuba oramai democratizzata che oggi non fa più paura…

A Cuba non esiste alcuna nuova “democrazia”. Da quando, grazie alla mediazione vaticana, l’Amministrazione Obama si è accordata con il dispotismo cubano, nell’isola non è stato fatto un solo passo avanti nella tutela dei diritti umani. Spero che questo sia uno dei punti che il Papa solleverà con Raúl Castro.

venerdì 11 settembre 2015

WE'LL NEVER FORGET

Oggi è il giorno del ricordo di uno dei fatti più sanguinosi dell'umanità: gli attentati dell'11 settembre 2001. Nessuno potrà e dovrà mai dimenticare quei fatti ed è giusto farne memoria ogni volta che è possibile.

Il 20 aprile 2008, in occasione del suo Viaggio Apostolico negli Stati Uniti, Benedetto XVI si recò a Ground Zero per recitare una preghiera in memoria delle migliaia di vittime di quella tragica mattinata di settembre.



PREGHIERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


Ground Zero, New York
Domenica, 20 aprile 2008
 

O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.


Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo—
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.


Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.
Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.

Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.

Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti. 


© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


Rileggi anche cosa disse don Giussani


giovedì 10 settembre 2015

LA CRISI DELLA CHIESA ITALIANA? "RAGIONA SECONDO IL MONDO".


PARLA MONS. LUIGI NEGRI

Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”.

 “Mi rendo conto che quello che sto per dire non è in linea con l’ottimismo imperante, ma la società italiana è contraria alla chiesa”.
Mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, è preoccupato. Guarda fuori l’arcivescovado, riflette e “senza scadere nei purtroppo consueti toni da bar”, fa la diagnosi dello stato di salute della chiesa nella nostra società. 
Michelangelo, Il giudizio universale

“Noto una certa coesione, dentro il mondo ecclesiastico e dei movimenti, sul fatto che non bisogna mettere in crisi l’unità della società. Ma questi non comprendono che l’unità di questa società è l’unità contro la chiesa, e non mettersi contro un’unità che è contro la chiesa, vuol dire di fatto favorire l’attacco alla chiesa”. E questa, dice “è la prima esperienza intellettuale e morale che si prova quando si accosta il variegato mondo della cristianità italiana”. 
La situazione, spiega, “è paradossale”: “L’attacco è frontale, e investe le radici stesse non tanto – o soltanto – della fede, ma della società”. Gli esempi sono quelli di cui tanto si discute: “Penso alla questione del gender, della sacralità della vita. Di fronte a questi attacchi è come se il mondo cattolico non dico che guardi da un’altra parte ma peggio: rischia di non accorgersi affatto della pervasività di questo attacco, non vedendo cose che normalmente si vedono a occhio nudo”. C’è anche la responsabilità della chiesa o, almeno, di qualche suo settore, facciamo notare.

Certo, il fatto che molta chiesa italiana sul gender non abbia detto niente, o quasi, costituisce uno scandalo per i credenti”. Il Papa, però, le parole sul gender le ha dette. Ci sono intere catechesi del mercoledì sul tema. “Mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia espressione di una frustrazione che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”, diceva lo scorso aprile, ad esempio. 

“E’ vero”, dice l’arcivescovo di Ferrara: “Il Santo Padre è ripetutamente intervenuto sulla questione del gender, ed è stato non soltanto inequivocabile ma ha spinto a una azione sociale. Ora – dice Negri – dobbiamo riconoscere che gli inviti del Santo Padre non dico che siano stati disattesi ma certamente non sono stati un punto di promozione, tranne che per un gruppo di ecclesiastici italiani che parlando alle loro diocesi, e io mi metto fra questi, hanno reso possibile la partecipazione di tanto mondo cattolico a una manifestazione (il 20 giugno) che, anche dal punto di vista sociale, ha avuto il rilievo che conosciamo. Si tratta di chiarire dunque dove sta la ragione di questa grande debolezza”. 
Domanda che si è posto anche il cardinale Rylko, a giudizio del quale “la manifestazione di Roma non è stata una manifestazione contro qualcuno, ma ha voluto essere un umile servizio alla grande causa dell’uomo, oggi minacciata da più parti”. 

Dove stia, la ragione della debolezza, Negri lo dice subito dopo: “Come dice san Giacomo, la religione pura consiste nel soccorrere i bisognosi ma soprattutto nel non uniformarsi alla mentalità di questo mondo”.  Il problema è che “oggi ci troviamo di fronte una cristianità che ragiona secondo il mondo e che non ha la forza di opporre al mondo un’alternativa sul piano della verità della vita. In tal senso ci troviamo di fronte a una crisi culturale della cristianità italiana”.

Il problema è che ormai “i criteri fondamentali di giudizio della realtà sono presi dalla mentalità mondana e ci si rassegna a occupare solo gli spazi che questa società consente, ovvero spazi di spiritualità individuale e di iniziative caritative depotenziate, come ci ricorda Benedetto XVI all’inizio della Caritas in Veritate, quando scrive che “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”. 

Un quadro allarmante, una diagnosi che necessiterebbe di una terapia forte: “Credo davvero che occorra, a tutti i livelli e ciascuno nel suo campo, riproporre il cristianesimo nella sua oggettiva radicalità, per renderlo attuale ovvero un’esperienza pienamente corrispondente alle esigenze dell’uomo d’oggi”. Si potrebbe obiettare a mons. Negri che – considerato il livello di secolarizzazione che ormai ha permeato anche la società italiana – la terapia delineata appare di non così facile applicazione. Soprattutto, non si vede chi potrebbe metterla in pratica: “Devo dire che a questo livello la delusione più cocente – non solo mia ma di molti ecclesiastici veramente preoccupati per la presenza significativa del cristianesimo nella nostra società – è la sostanziale vanificazione del mondo associativo e laicale: è come se non ci fossero più i movimenti e le associazioni a sostenere il necessario e continuo confronto col mondo. La speciosa giustificazione è che non è più il tempo delle proposte forti che, quando ci sono, vengono additate come crociate. Senza considerare poi il fatto che un minimo di sensibilità storica dovrebbe far vergognare del modo con cui tanto mondo cattolico parla di crociate, fenomeno che non si conosce assolutamente e che viene  criminalizzato sulla base di un laicismo insopportabile”.

A ogni modo, dal torpore qualcuno s’è svegliato, andando oltre il caos calmo in cui versa la disorientata Cei di questo ultimo biennio: “Penso in particolare a quando alcuni vescovi hanno parlato con chiarezza, ad esempio nel caso della manifestazione del 20 giugno scorso, e la maggior parte del popolo cattolico ha risposto, totalmente incurante dei dissidi interni alla Conferenza episcopale italiana. Questo ci dice che forse l’aspetto determinante, e l’ho anche scritto più volte, è che l’episcopato di base ha ripreso la sua funzione di guida”. Sull’associazionismo, l’arcivescovo di Ferrara è drastico: “La sua crisi è gravissima, e per questo la possibilità d’incidenza della chiesa in Italia è compromessa da una sostanziale inerzia di tante realtà cattoliche che fino ad ora erano risultate decisive”.

DIO O NIENTE, LA LEZIONE ALL'EUROPA DEL CARDINALE SARAH


di Francesco Agnoli


Dio o niente. È questo il titolo del libro intervista del cardinale africano Robert Sarah presentato su Libero di martedì come “Il manifesto dei vescovi contro Bergoglio”. Davvero non si capisce il vezzo dei giornali, di qualsiasi colore e tendenza, quando non manipolano apertamente la realtà (vedi Repubblica e Corriere), di buttare tutto in caciara. In realtà, in questo caso la colpa non è del cardinal Sarah, ma di quei “cattolici” che dividono il mondo tra coloro che sarebbero i veri interpreti di papa Francesco, cioè loro, e chi invece va additato come “nemico” ed avversario della misericordia e del nuovo corso della Chiesa. 
Marc Chagall Il Cantico dei Cantici

Ricordiamo tutti le lamentazioni del cardinal Kasper che, dopo aver esposto le sue tesi piuttosto periclitanti, sia da un punto di vista teologico, che canonico e storico, osò lamentarsi prima contro i cardinali che avevano espresso anche loro il proprio parere, nel celebre Permanere nella verità di Cristo (Cantagalli), poi, durante il Sinodo, contro gli ecclesiastici africani, fautori dell’indissolubilità matrimoniale e avversi al gender, invitati a non rompere le scatole ai dotti e bianchi ecclesiastici tedeschi come lui. Soprattutto nel primo caso Kasper fu presentato da vari giornalisti cattolici come l’uomo di papa Francesco, e i cinque cardinali come dei ribelli: quasi non fosse ribellione, al contrario, voler mutare la dottrina di sempre, e come se il Papa potesse essere colui che invece di custodire e tramandare il deposito della fede, ne dispone a piacimento. 

Se vogliamo stare ai fatti, Robert Sarah non è capo di alcuna cordata ideologica o di potere, ma solo un cardinale particolarmente stimato da Benedetto XVI ed anche da papa Francesco, che infatti lo ha nominato prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 3 novembre 2014, cioè proprio dopo che al Sinodo sulla famiglia Sarah era stato uno dei più convinti avversari della visione del matrimonio kasperiana. In effetti, titolo a parte, Franco Bechis, nell’articolo di Libero dichiara molto onestamente che Sarah non ha alcuna intenzione di proporsi come antipapa o come capo di una qualche fazione. Coloro che lo hanno conosciuto, confermano tutti quello che scrive il giornalista francese che lo ha intervistato, Nicolas Diat, già alla quarta riga della sua introduzione: «… c’è solo l’evidenza di trovarsi al cospetto di un uomo di Dio». Il sottoscritto ha avuto la fortuna di conoscere vari cardinali che gli hanno fatto la stessa impressione: semplici, umili, innamorati di Cristo e della Chiesa. Ma anche un mondo di preti, di monsignori e di alti prelati troppo attenti al gioco delle cordate, alle ripercussioni di gesti e parole sulla propria carriera, alle prudenze mondane che caratterizzano lo sguardo corto degli uomini che si attendono tutto … da altri uomini. 

No, Sarah ha tutto l’aspetto, l’atteggiamento, il parlare, di un uomo libero, che si misura con la veritàdel Vangelo e del magistero, e non con i calcoli del mondo. “Dio o niente”, il titolo della sua intervista, basta da sé a dimostrarlo: non ha nulla di sociologico, né di ambiguo o indiretto. Dice chiaramente il nocciolo del pensiero del cardinale, dia ciò fastidio o meno a chi legge.  Detto questo, messo da parte un po’ del fumo che si è alzato e che si alzerà durante il Sinodo soprattutto per opera di zelanti “cattolici”, ecclesiastici e laici, decisi a sbarazzarsi della Tradizione della Chiesa, sarà bene dire qualcosa su questo libro che esce per i tipi di Cantagalli, cioè dell’editore più gettonato dai cardinali.  Sì perché Sarah non ha scelto una casa editrice garibaldina, ma lo stessa che per decenni ha ripubblicato i classici del pensiero cristiano, e che edita volumi dei cardinali Angelo Bagnasco, Angelo Scola, Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Mauro Piacenza e tanti altri… Alcuni di questi andrebbero ripresi in mano proprio in questi giorni. Mi riferisco soprattutto ai testi sull’amore sponsale del cardinale Carlo Caffarra, Non è bene che l’uomo sia solo, e alle Memorie e digressioni di un cardinale italiano, opera istruttiva, gustosa, profonda, di un cardinale che ci ha lasciati da poco: Giacomo Biffi. 

MANGIAROTTI : L'UNITA' CHE (NON) DIVIDE

Per chi frequenta i vari social network, per chi legge i giornali, ma anche per chi partecipa alla vita del movimento di CL con passione e con spirito critico, è evidente che ci troviamo di fronte a una situazione nuova, anche drammatica, che chiede a tutti la chiarezza di un giudizio.

Mi sembra che ciò che ha fatto da miccia a questa rinnovata preoccupazione per le sorti del movimento sia il giudizio sull’opportunità o meno della partecipazione al cosiddetto Family Day del 20 giugno a Roma. E anche l’incontro con Papa Francesco il 7 marzo, con il suo giudizio, immediatamente «inquadrato» dal comunicato stampa uscito poche ore dopo.

Il Meeting di Rimini di quest’anno, con la proibizione a Padre Giorgio Carbone, a Benedetta Frigerio e a Raffaella Frullone di parlare nello stand dei Domenicani e il violento attacco del parlamentare grillino Fantinati a tutta Comunione e Liberazione come una potentissima lobby che avrebbe perso il volto cristiano, è stato il momento culminante perché giudizi e domande uscissero allo scoperto, e fossero ascoltati e/o posti da moltissimi.
Giudizi e domande a cui credo sia necessario rispondere da parte dei singoli e da parte dell’autorità del movimento, come pure da parte della Chiesa (essendo il carisma stesso del movimento nella forma della Fraternità di Comunione e Liberazione riconosciuto dalla Chiesa stessa).

Da tempo mi risuona nella mente questa immagine di Eliot, nel suo «Assassinio nella Cattedrale», là dove Tommaso Becket si trova a lottare contro vari tentatori. I primi tre, attesi, li sconfigge con facilità. L’ultimo, inatteso, sembra quasi sopraffarlo. Perché? Così scrive Eliot: «Chi siete voi, che mi tentate con i miei stessi desideri?» e la risposta al Cancelliere del tentatore suona così: «Io v’offro ciò che ambite. Chiedo ciò che avete da dare. È troppo per una tale visione di grandezza eterna?» e così si conclude: «L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la corretta azione per uno scopo sbagliato.»

In questi giorni sentiamo spesso richiedere obbedienza e unità, e queste sono le parole care della nostra vita ed esperienza. Abbiamo a cuore testi come «L’unità nella Chiesa» di Möhler e quanto con insistenza ci ha sempre detto Don Giussani.
Ma mai come in questi momenti tale richiamo si accompagna con una durezza che sembra escludere ogni misericordia, mettendo fuori dalla porta chi pone domande e vuole suggerire soluzioni diverse.

Non credo, sinceramente, che la risposta a questa situazione di crisi sia una accentuazione della funzione della autorità, almeno come richiamo «istituzionale». La storia del movimento ha avuto vari momenti di crisi, così come i tre utili libri di Mons. Camisasca hanno evidenziato, e la vita di Don Giussani ci ha indicato come lui stesso ha aiutato il movimento a superarli, facendoli essere una occasione di crescita. Allora il richiamo all’«unità del movimento» non era un espediente tattico per compattare gli aderenti, ma il suggerimento di ritrovare le ragioni profonde della nostra esperienza.

Non quindi una «unità che divide», escludendo il diverso, chi pone domande, chi critica certe scelte, ma un cammino di verità nella carità che permetta la ripresa di quella esperienza che è per me, come credo per ciascuno di noi, ragione dell’adesione a Cristo nella Chiesa, che è un bene sommo per il mondo e una ricchezza per la Chiesa stessa (come la simpatia e stima di s. Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ci hanno sempre mostrato).

In particolare mi sembra utile quella riflessione di Don Ciccio che, in uno dei suoi ultimi libri, ricordava che il carisma di Don Giussani può e deve continuare in una comunionalità vissuta, capace di valorizzare i volti e le esperienze di chi ha incontrato il movimento e lo serve e testimonia con dedizione. Spesso don Giussani chiedeva a tutti noi di decidere, nell’aderire al movimento, di seguire con fedeltà. Come spesso sapeva indicare quei punti vivi che incarnavano il carisma in modo più autentico. E chiedeva di vivere il «movimento nel movimento» non come fronda o alternativa, ma come testimonianza di una autentica fedeltà creativa.

E poi sempre il don Giuss ci ha testimoniato che l’unità che lui viveva e chiedeva era l’essere unificato nell’incontro con Gesù Cristo, che dava amore alla realtà e forza di testimonianza nell’ambiente. Solo questa unità non divide!


martedì 8 settembre 2015

LA VERSIONE DI DROUICHE

Islam la deriva settaria
L’estremismo da combattere, il proselitismo da contrastare, la crisi del pensiero islamico. 
Parla il numero due degli imam francesi

"Molti elementi fanno ritenere che l’islam stia diventando sempre di più una religione settaria. Penso all’interpretazione letterale dei testi religiosi, alla tendenza a isolarsi, rifiutando di vivere con gli altri, alla convinzione che tutto il mondo sia contro l’islam e all’uso di parole violente e scioccanti contro gli altri: miscredente, infedele, pagano”. 

Esordisce così, in un lungo colloquio con il Foglio, Hocine Drouiche, dottore in legge islamica, presidente del consiglio islamico di Nimes e vicepresidente della conferenza degli imam di Francia, l’organismo che ha sede a Parigi. 

Nel cuore dell’estate, in un intervento dinanzi al Parlamento europeo (di cui questo giornale aveva dato conto il 23 luglio) Drouiche aveva fornito un quadro lucido sulle difficoltà interne alla complessa realtà islamica, sostenendo che “i cristiani d’oriente sono le prime vittime dell’arretramento culturale e civile in seno al mondo musulmano”. Il fatto è che “l’odio è divenuto l’elemento caratterizzante del discorso islamico, specialmente in Europa, così da poter mobilitare i giovani musulmani contro l’occidente”, osserva ora. Invertire questa china è divenuta la sua missione, la sua “battaglia all’interno della comunità” che dirige, non senza tensioni o difficoltà. Il problema, segnala, è quello che avviene in tante moschee sparse nel continente, regolari o meno: “I musulmani vivono nella paura. Sono stati educati secondo il principio che tutto il mondo è contro di loro e per questo non hanno fiducia negli altri, preferendo così vivere isolati. E a beneficiare di questa situazione sono tanti tra imam e predicatori estremisti, che mirano a inculcare l’odio nel cuore dei fedeli. Manipolano, mirano a a trasformare i giovani musulmani in odiatori, fanatici e terroristi contro i non credenti. Ecco perché dico che l’islam è diventato una religione settaria”.


di Matteo Matzuzzi | 04 Settembre 2015 ifoglio

venerdì 4 settembre 2015

AYLAN DI KOBANE MORTO A BODRUM



Commuove fino alle lacrime vedere un bimbo morto su una spiaggia. viene voglia di prenderlo in braccio, quel corpicino, di cullarlo. di domandarsi il perchè di quella morte.

Quelli che piangono lacrime di coccodrillo sui giornali italiani, dalla Stampa al Manifesto, hanno favorito nei tre anni di guerra contro la Siria, lo sviluppo dell’isis e la destabilizzazione del medio oriente. Pertanto invitiamo quanti si strappano le vesti a ricordarsi ogni giorno dei bimbi siriani. Quelli ammazzati dalle bombe dello stato islamico finanziate da Usa, Turchia e Qatar. 
Nella morte di Aylan, c’è il fallimento dell’Europa, incapace di reagire.


Come funziona l'ipocrisia occidentale sulla questione siriana?
1) Piangono sui siriani ma chiudono le porte delle proprie ambasciate per far guadagnare  i trafficanti di esseri umani.
2) I governi europei perchè non concedono visti umanitari regolari ai siriani richiedenti asilo nelle ambasciate?
3) 
Come mai i paesi arabi del golfo tra i più ricchi al mondo non concedono il diritto d'asilo a nessuno?

Sepolcri imbiancati
 “I media sbandierano la foto di un povero bimbo siriano morto sulle coste della Turchia per impietosire l'opinione pubblica. Gli stessi media non ricordano però che le famiglie siriane fuggono dai tagliagole islamici sostenuti, tra gli altri, da Israele, Arabia Saudita e Qatar, paesi dove nessun profugo siriano può entrare. Gli stessi media che, nel corso dei quattro anni di guerra, non hanno mai mostrato le foto delle centinaia di bambini massacrati dai terroristi”.
"E come piangere sulle migliaia di rifugiati ammassati nella stazione di Budapest, senza rendersi conto che la maggioranza di loro sono siriani e la loro venuta in Europa è causata dalle guerre dello Stato islamico, delle milizie fondamentaliste internazionali, ma anche dalla pretesa dei governi occidentali di voler vedere anzitutto la caduta di Bashar Assad? E a che serve piangere sui morti nel mar Mediterraneo, gridare contro gli scafisti se non si riconosce che agli scafisti proprio l’occidente ha dato una mano intervenendo nell’equilibrio inquieto mantenuto da Gheddafi?".


Il piccolo Aylan proveniva da Kobane, la cittadina curda quasi al confine con la Turchia. 
Per mesi Kobane è stata sotto l’assedio delle milizie dello Stato islamico, che volevano garantirsi un corridoio fra la zona da loro controllata e il territorio turco, da cui essi ricevono nuove reclute e smerciano petrolio di contrabbando. I profughi che – come la famiglia di Aylan – volevano fuggire da Kobane sono stati ricacciati indietro dai militari turchi; la stessa Turchia ha bloccato i peshmerga irakeni che volevano aiutare i curdi che difendevano la città. Mi domando allora a che serve piangere su Aylan se non si piange su Kobane e sulla collusione fra Ankara e lo Stato islamico? Quando basterebbe tagliare i rifornimenti all'Isis che arrivano giornalmente dalla Turchia, per far finire la guerra in pochi mesi?


Solo la grande sensibilità di un artista, poteva "umanizzare" la morte straziante del piccolo Aylan. Quel corpicino indifeso e senza vita, adagiato su quel tratto di spiaggia, sembrava che dormisse. Così piace pensarlo, piccolo angelo, addormentato tra le braccia paterne ed amorose di Dio!

Tratto in parte da : Staff allaquerciadimamre.it

mercoledì 2 settembre 2015

DA DOVE RICOMINCIARE 3


ABRAMO 

Ultimo pannello della mostra principale DEL MEETING 
Caravaggio, il sacrificio di Isacco

Siamo quasi nella stessa confusione di quando la storia è cominciata con Abramo: le cose più evidenti in un certo momento non sono più evidenti. Questa è la situazione storica in cui noi siamo chiamati a vivere la fede.
Noi proviamo subito la tentazione di fermare questo crollo delle evidenze con una più efficace strategia di potere che possa arginarne le conseguenze. 
In realtà è un tentativo senza futuro perché chi dovrebbe sostenere le evidenze è un io ormai smarrito. D’altra parte corriamo il rischio di censurare o addirittura cancellare nella loro radice i desideri di compimento che si nascondono nei più svariati tentativi, talvolta confusi, di raggiungere la pienezza. Al posto di mettere davanti agli uomini una presenza che attiri tutto il desiderio, come faceva Gesù, abbiamo la tentazione di vietare le strade “sbagliate”, come se il desiderio si mettesse a posto da solo una volta che gli si chiudono quelle strade. Come se il desiderio non ci fosse stato dato per cercare la felicità.
Ma Dio cosa fa? A noi sembra che, se crolla tutto un mondo di evidenze, crolli anche la civiltà cristiana e che la certezza della fede venga meno. Tante volte abbiamo l’impressione che fermare quel processo potrebbe sostenere l’evidenza della nostra fede. Ma è questa la strada che ha intrapreso il Mistero nella storia?
A noi, invece, questo metodo sembra assurdo: per salvare il mondo, come prima mossa Dio chiama Abramo, un politeista mesopotamico nelle periferie dell’impero…
Quando ha scelto Abramo, Dio non ha messo a posto tutta la realtà e la storia. Ha cominciato a generare un io, a dare consistenza a quell’io, fino al punto che con Abramo possiamo parlare della “nascita dell’io”. Infatti, l’io si costituisce soltanto davanti a una Presenza che lo chiama, che lo attira, che lo risveglia dal torpore in cui tante volte cade.
E questo non vuol dire che allora tutto intorno ad Abramo sia cambiato all’improvviso. No, è cambiato Abramo. E a volte anche Abramo si scandalizzava di chi aveva intorno: “Ma voi perché siete così?”… “Ma è proprio perché siamo così che Dio ha dato a te, Abramo la grazia; è perché siamo così scombinati ciechi e pigri, è perché tutto intorno a noi è buio, che Dio ha incominciato a dare la grazia a te, per renderti consistente, per incominciare a generare un luogo dove il buio possa essere vinto, dove il nichilismo possa essere vinto”.
E’ molto coraggioso e sorprendente il fatto che il Mistero per cambiare il mondo scelga Abramo, che per cambiare il mondo scelga un io. Ma questo metodo è folle, o è invece il più realista che ci sia (più delle nostre immagini e delle nostre teorie)? Noi sappiamo cosa è nato dalla scelta di Abramo. Invece, dai nostri progetti, cosa nasce?
Dire “si” a Colui che ci chiama è, di fatto, il contributo più grande al mondo.


DA DOVE RICOMINCIARE 2

VINCENT NAGLE
Il bambino e la grazia di capire

In queste settimane mi sono accaduti un paio di fatti dolorosi che, come primo impatto, mi hanno fatto venire la voglia di allontanarmi, almeno nel sentimento e nel giudizio, da una compagnia che frequento da tempo. Riflettendo su questi eventi e su quale risposta sollecitavano in me, mi è venuto spesso in mente un bambino di dieci o undici anni a cui ho amministrato la prima comunione durante un pellegrinaggio in Terra Santa.

Eravamo a Cafarnao, sul Lago di Galilea. Proprio dove Gesù aveva vissuto nella casa di Simon-Pietro e dove aveva fatto il suo lungo discorso sull'eucarestia, insistendo sulla sua identità come Pane della Vita disceso dal cielo che uno doveva mangiare per avere la vita eterna. Aveva insistito così tanto su questo punto da non lasciare alcuno spazio a interpretazioni metaforiche e da scandalizzare perciò molti dei suoi, che per questo si erano allontanati da lui. Quelli che rimasero, lo fecero solo perché Lui aveva "parole di vita eterna" e perché avevano creduto e conosciuto che Gesù era "il Santo di Dio".

Prima di chiamare il bambino avanti per ricevere la sua prima comunione, l'ho interrogato.  Gli ho fatto vedere il pane e vino, e poi ho spiegato come attraverso la preghiera eucaristica recitata dal sacerdote quel pane e vino diventano corpo e sangue di Gesù. Poi gli ho chiesto se, quando il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo, lo diventano sul serio, veramente, o solo più o meno, solo in un certo senso. Lui ci ha pensato su e poi ha risposto, ragionevolmente: "Più o meno, come se lo fosse".

Ho accettato senza sorpresa né disapprovazione la sua risposta e ho affermato che la nostra ragione da sola ci porta solo fin lì, ad accettare solo metaforicamente quello che afferma Gesù su questo mistero. 

Poi ho indicato me stesso, il suo papà, e il leader del gruppo — un cristiano molto carismatico e intelligente — e ho detto: "noi però siamo convinti con tutto quel che siamo, che quel che succede in questo sacramento è una trasformazione totale, reale e vera, ed è solo l'apparenza che rimane. Sapendo adesso questo, cosa dici tu?". 

"È vero realmente — ha risposto lui —, è il corpo e sangue di Cristo". Al che, ho replicato "quello che hai detto è molto ragionevole e molto intelligente, cioè leggere la realtà attraverso la compagnia che ti fa vivere di più il reale. Crescendo però devi sempre scoprire i motivi per dar credito a questa autorità".

Come dicevo, tutto questo mi tornava in mente davanti a un brutto contraccolpo preso nel contesto di una compagnia che frequento e che spesso mi ha fatto conoscere ed amare la realtà molto più profondamente, passionalmente e coraggiosamente di quanto avrei mai potuto fare da solo. Come questo bambino, e come gli stessi apostoli, dovevo decidere di rischiare ancora di leggere e verificare la realtà seguendo una compagnia che mi sfida, oppure non farlo.

Viviamo in un mondo complesso che non si presta facilmente a un'inquadratura nostra che riesca a spiegare e maneggiare tutti i fatti che sorgono sia nella nostra vita personale sia su un piano più generale di società e comunità globale. 

Eppure vivere è il nostro compito primario. Ci vuole una compagnia la cui esperienza ci fa camminare con letizia sempre più grande dentro il mondo senza censura, facendoci sperimentare come i fatti che ci accadono fanno parte di una storia positiva, senza però pretendere di poter misurare tutto o eliminare la misteriosità drammatica che vi troviamo. 

Per poter camminare così, come ha scoperto il bambino, come accadde agli apostoli e come è capitato anche a me in questi giorni, si deve rischiare anche quando non si capisce bene.

dal Sussidiarionet

DA DOVE RICOMINCIARE 1

FEDERICO PICHETTO

I migranti e noi: paura o solitudine?


La tragedia di centinaia di uomini che muoiono cercando rifugio e protezione nella vecchia Europa è l'insegna sotto la quale si apre il nuovo anno sociale dell'Occidente. 

Così, mentre le istituzioni europee e internazionali continuano a fissare incontri e riunioni che non affrontano il problema con la dovuta serietà, procrastinandolo all'infinito, la Chiesa cattolica — soprattutto attraverso la voce del Papa — non cessa di educare la coscienza civile degli uomini di tutto il mondo ad un sentimento di fratellanza che non sgorga da una generosa filantropia, ma dalla consapevolezza che gli esseri umani, sia quelli che scappano sia quelli che vivono sotto il nostro stesso tetto, sono tutti figli di un unico Padre. 

Fa impressione osservare come la Chiesa avverta la profondità del "problema immigrazione": essa non lo lega ad una "questione sociale", ma ad una posizione di fede inerente il cuore di ciascuno di noi. I giornali e le cronache, invece, ci presentano la delicata situazione migratoria come una scelta netta tra la politica dell'accoglienza e quella della paura, estrapolando le decisioni da assumere da un giudizio complessivo e autentico sulla società. 
La cifra dominante il nostro vivere comune — infatti — non è, come ci raccontano, la paura, bensì la solitudine. Quella solitudine che assale tutti e che non nasce dal sentirsi "soli", ma dall'essere "impotenti". 

È l'impotenza ciò che avvertiamo di fronte ad un'onda inarrestabile di uomini che si abbatte sull'Europa, ciò che sentiamo davanti ad un tumore, ad una fatica o ad una circostanza che non è come vorremmo noi, ciò che prima o poi ci afferra in un matrimonio o in un rapporto che ormai avvertiamo come logoro, è l'impotenza che genera in noi solitudine, vuoto e senso del nulla. 

La solitudine è dunque il fattore che meglio fotografa il cuore di tanti in quest'inizio d'anno, mentre la tentazione più grande che lo attraversa è quella di "fare battaglie", di "aprire la caccia al profugo", di stringere legami affettivi qualunque "purché ci siano" oppure di "evadere dal presente", di scappare dal contatto reale col mondo, per non sentire più l'urgenza e il bisogno ultimo del nostro stesso Io. La rabbia, la paura, il gusto del "proibito" non sono anzitutto "problemi personali", ma segni tangibili di una ribellione ultima e definitiva ad una vita che finiamo quasi sempre per avvertire "contro" di noi. 

Questo la Chiesa lo sa. Ed è proprio per questo che essa ci invita a non cercare in nessuna battaglia, in nessun legame o in nessuna "distrazione" una risposta al nostro disagio: essa può arrivare solo da Qualcos'Altro, da Qualcuno che entri nella nostra terra e la trasformi.  

Ecco la ragionevolezza del pregare, del testimoniare e del dialogare: noi non preghiamo, o viviamo la fede, per riuscire a fermare gli sbarchi, né per cambiare la realtà, ma perché si mostri nel nostro presente impotente "la grande Potenza di Dio" che usa di cose piccole e di uomini semplici per agire nel tempo e trasformare la storia. 

Narrano le cronache liguri che una certa Marinin fosse la domestica di un importante professorone agnostico e che costui, tutti i giorni, la canzonasse sempre per il latino scorretto con cui la donna, allo scoccare del mezzogiorno, recitava l'Angelus. Marinin un giorno rispose con prontezza che il punto della vita non era che quelle parole fossero capite dagli uomini, ma che arrivassero a Dio. Il professore, colpito nel profondo, cominciò così a incuriosirsi della donna che finì con l'abbracciare del tutto la fede cristiana. Solo una Potenza può salvarci dalla nostra impotenza e abbracciare tutta la nostra solitudine. Non c'è matrimonio, partito, amicizia, battaglia, droga o piacere che possano colmare il desiderio del nostro povero cuore. Marinin lo sapeva. 

L'Europa di oggi, quando parla di profughi o di popoli, sembra saperlo un po' meno. 

E con lei tutti noi che, a forza di cercare soluzioni e vittorie ai nostri problemi, non ci rendiamo conto che stiamo voltando le spalle alla vera questione che conta, a quella strana solitudine che solo un Incontro, solo una Presenza, possono davvero abbracciare e far rifiorire. 

Affinché tutto possa davvero trovare un luogo dove poter ripartire, un'esperienza in cui anche il volto del profugo che sbarca, o del nemico che bussa alla porta, diventi una meravigliosa occasione per dire "Io", per vivere.

lunedì 31 agosto 2015 ILSUSSIDIARIO