martedì 19 gennaio 2016

L’IPOCRISIA SULLE UNIONI CIVILI



Bazoli (Pd) ci spiega i dubbi da sinistra sul ddl Cirinnà, in particolare sulle nozze omosessuali
Fonte ilfoglio | 19 Gennaio 2016

Roma. “L’ipocrisia c’è. Sarebbe stata meglio una limpida battaglia sul matrimonio da estendere agli omosessuali, una contesa chiara, fuori e dentro il Parlamento, senza arabeschi, più giusta nei confronti dell’opinione pubblica e forse anche più coraggiosa, onesta. Dunque un po’ d’ipocrisia c’è nella legge sulle unioni civili. Ma è involontaria”, dice attenuando, ricorrendo al tono segreto della sommissione, “eppure c’è”, ripete Alfredo Bazoli, bresciano, quarantasette anni, deputato del Pd dal cognome altisonante – democristiano “cristiano e cattolico”. E Bazoli occupa una posizione speciale nel Pd che si divide, e un po’ s’incarta, intorno al dibattito sulle unioni civili: è il primo firmatario di un manifesto di parlamentari cattolici molto critici con la legge e fa anche parte di quel gruppo di cinque senatori e cinque deputati del Pd incaricato di tirare fuori il partito e la maggioranza dal pasticcio d’obiezioni costituzionali (e dalla selva di insidie politiche) sollevate con silente cautela dal Quirinale, da Sergio Mattarella, e con piglio d’altri tempi, tempi ruiniani, anche dal presidente della Cei Angelo Bagnasco. “Se ci trovassimo a discutere una modifica della Costituzione, e dunque l’estensione del matrimonio agli omosessuali io sarei certamente contrario, mi opporrei e starei con il fronte del no”, dice Bazoli. “Ma contemporaneamente forse sarei più contento, perché le cose sarebbero lontane dai pasticci legislativi che invece in questo momento la legge, per come è formulata, adombra. E tutto il dibattito sarebbe anche depurato dal fondato sospetto che la legge sulle unioni civili sia un tentativo incostituzionale d’introdurre surrettiziamente i matrimoni omossesuali”.

La piccola bicamerale del Pd sulle unioni civili, di cui Bazoli fa parte, si riunisce domani, e da lì verrà fuori, non più tardi di venerdì prossimo, un compromesso, un emendamento risolutivo – così dicono – un nuovo testo di fatto benedetto dal governo. “Dobbiamo eliminare dalla legge tutti quei massicci rimandi alle norme del codice civile che definiscono il matrimonio”, spiega Bazoli. “Le unioni civili dovranno essere, in tutto e per tutto, un nuovo e autonomo istituto giuridico ben distinto dal matrimonio che, come stabilisce la Costituzione, è riservato alle coppie eterosessuali.

Inoltre stiamo cercando di modificare quella parte della legge che riguarda la cosiddetta ‘step child adoption’, cioè la possibilità di adottare i figli della compagna o del compagno. Io sono per lo stralcio della norma, ma credo si possa trovare il modo di mantenerla inserendo ulteriori vincoli e restrizioni in materia di adozione che allontanino, per esempio, l’eventualità che questa legge possa incentivare la pratica della maternità surrogata. Lavoriamo per queste modifiche, convinti che le unioni omosessuali meritino di essere disciplinate e di avere un riconoscimento pubblico”.

Bazoli non andrà al family day, dove invece andrà Beppe Fioroni, suo collega del Pd, anche lui firmatario del manifesto dei cattolici. “Non partecipai al family day del 2007, non credo sia opportuno che io partecipi nemmeno stavolta”, dice Bazoli. “Penso che le manifestazioni di piazza, per quanto possano essere animate da principi che condivido, non aiutino il legislatore. Il compito della politica è ricomporre i contrasti. Non alimentarli. Su questi temi c’è molta emotività, c’è una grande polarizzazione di giudizi e pregiudizi, una scarsa attitudine al confronto, anche, forse soprattutto, da parte dei non cattolici”. E’ per questo che Matteo Renzi si tiene distante, e ha persino cancellato sine die la direzione del partito che avrebbe dovuto discuterne? Si tiene lontano dalle grane? “Renzi fa bene come fa. Non sfugge. Sa che si tratta di materia delicata, e non vuole entrarci a piedi uniti, con brutalità. Guardi, la gran parte dei firmatari del manifesto dei cattolici democratici ha firmato con lo spirito di evitare estremismi e radicalizzazioni nel dibattito. Devo dire che questo stesso spirito invece non lo riconosco nelle parole della relatrice, la collega Cirinnà, che continua a ripetere: il testo non si tocca”. 
Vi siete mossi dopo le parole di Bagnasco. “Ci siamo mossi in totale autonomia, glielo assicuro”. Ma davvero si può individuare un istituto giuridico che riguarda solo gli omosessuali e non tutti gli altri cittadini? “Gli altri hanno il matrimonio”. Alcuni costituzionalisti sospettano che possa saltare tutto per aria al primo ricorso: perché il diritto alla pensione di reversibilità vale per le coppie omosessuali (non sposate) e non per le coppie eterosessuali (non sposate)? Resta l’impressione che per non discutere di matrimonio omosessuale si stia comunque facendo un pasticcio. “Sarebbe stato tutto più chiaro, questo lo ammetto”.




IL 30 GENNAIO TUTTI A ROMA

ANCHE BAGNASCO SPINGE IL FAMILY DAY

di Riccardo Cascioli
fonte lanuovabq 18-01-201

Il Family Day del 30 gennaio è un’iniziativa «a difesa della famiglia, del sostegno pieno alla famiglia che non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione. L’obiettivo è decisamente buono» e «assolutamente necessario perché le politiche familiari sono piccolissime»: «la famiglia è il fondamento di tutta la società». Le dichiarazioni fatte ieri dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a margine della messa celebrata in Duomo a Genova, segnano una svolta radicale nell’atteggiamento ufficiale della CEI nei confronti di movimenti e associazioni che sono mobilitati a difesa della famiglia naturale, contro il ddl Cirinnà che vuole il riconoscimento delle unioni civili. «La promozione della famiglia – ha detto Bagnasco - e l’invocazione di sostegni reali, che fino ad adesso sembra che non ci siano, dovrebbe essere una voce unitaria di tutto il Paese, di tutte le famiglie italiane, anche in modo diversificati».

Richiesto di un giudizio sul disegno di legge in questione, il cardinale Bagnasco ha detto che «ci sono diverse considerazioni da fare ma la più importante è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell'Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare». «Noi vediamo nelle nostre parrocchie – ha proseguito - una grandissima coda di disoccupati, inoccupati, di gente disperata che non sa come portare avanti giorno per giorno la propria famiglia. Di fronte a questa situazione - ha aggiunto Bagnasco - tanto accanimento su determinati punti che impegnano il governo e lo mettono in continua fibrillazione mi pare che sia una distrazione grave e irresponsabile». 
Il presidente dei vescovi italiani, pur ricordando che la manifestazione del 30 gennaio «è una iniziativa dei laici con la loro responsabilità, come il Concilio Vaticano II ricorda», ha con queste dichiarazioni definitivamente rovesciato l’atteggiamento di una CEI che finora appariva come “commissariata” dal segretario, monsignor Nunzio Galantino, in una posizione attenta alla mediazione politica con il governo e ostile alle famiglie che scendono in piazza per far sentire la loro voce.
Basti ricordare non solo tutti i tentativi fatti all’epoca per impedire la manifestazione del 20 giugno 2015, ma anche le prese di posizione dei giorni scorsi, ancora nel segno del compromesso politico. Fino al punto che Avvenire (il quotidiano della CEI) solo pochi giorni fa, nel mentre dava grande risalto ai movimenti dei “cattolici” del Partito democratico, aveva censurato una dichiarazione del cardinale Bagnasco decisamente più negativa nei confronti del ddl Cirinnà rispetto a quelle di Galantino. 
Può essere stata anche questa la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno degli insuccessi “politici” di Galantino e di un distacco progressivo dei vertici della Chiesa italiana dal popolo, come la manifestazione del 20 giugno aveva già messo in evidenza. Così nei giorni scorsi, dopo l’ennesima discutibile intervista di monsignor Galantino al Corriere della Sera e il sempre più rumoroso malcontento anche da parte di una importante fetta dell’episcopato, qualcosa è improvvisamente cambiato e il cardinale Bagnasco – dopo mesi di silenzio e, immaginiamo, di sopportazione - ha ripreso in mano l’iniziativa facendo pesare il suo ruolo di presidente della CEI. A cominciare da Avvenire che da sabato ha decisamente cambiato linea, dedicando unampio spazio in prima pagina alla convocazione della manifestazione del 30 gennaio.

Una sorpresa per gli osservatori, che ben ricordano l’imbarazzato silenzio lo scorso 20 giugno; e quindi è stato letto come il segnale del “contrordine”. Contemporaneamente il cardinale Bagnasco ha telefonato a Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale e vera anima della manifestazione del 20 giugno, incoraggiandolo anche per la manifestazione del 30 gennaio. Lo ha riferito lo stesso Arguello in una intervista pubblicata ieri da Zenit: «Ieri mi ha chiamato il cardinale Bagnasco – ha detto Arguello -, che voleva parlare al telefono con me per dirmi che lui sarebbe molto contento se potessimo assistere e sostenere questo incontro del 30 gennaio. Io naturalmente gli ho detto di sì, che mi sembra ottimo e che saremo lì con tutte le nostre forze, come possiamo». Sapendo la grande capacità di mobilitazione del Cammino, questa telefonata è rivelatrice di quanto il cardinale Bagnasco tenga al successo della manifestazione.

L’intervento di ieri è dunque l’esplicitazione di una posizione che già era operativa e che probabilmente troverà una conferma solenne nella prolusione che lo stesso cardinale Bagnasco farà al Consiglio Permanente della CEI il prossimo 25 gennaio. Intanto possiamo aspettarci che il vento cambiato in CEI faccia uscire allo scoperto altri vescovi, finora timorosi di esporsi. Ieri già si è registrato un intervento deciso del cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, che durante la messa celebrata nel duomo del capoluogo umbro,ha espresso pieno sostegno al Comitato Difendiamo i Nostri Figli e alla manifestazione del 30 gennaio. In realtà Bassetti aveva già sostenuto il Family Day del 20 giugno, ma nei giorni scorsi aveva dato una intervista al Corriere della Sera che risultava fortemente ambigua, e che di fatto ieri è stata smentita.
A metà del guado rischia invece di trovarsi il Forum delle Famiglie che finora, seguendo le indicazioni di monsignor Galantino, ha preso le distanze dal Family Day. Ma un direttivo svoltosi nei giorni scorsi è stato piuttosto burrascoso, e alla fine ne è risultato un compromesso pilatesco: no alla partecipazione, ma solidarietà a quanti lo faranno nella consapevolezza di condividere lo stesso obiettivo. Ora è da vedere se la discesa in campo del presidente della CEI non provochi qualche brusco ripensamento nel Forum, così come è avvenuto ad Avvenire.


lunedì 18 gennaio 2016

SECONDO INCONTRO DEL "PERCORSO"


VENERDI' 29 GENNAIO 2016 ORE 20,45
http://percorso.ilcrocevia.online/


L'UOMO E' PERSONA

DON AGOSTINO TISSELLI
ASSUNTINA MORRESI

COORDINA STEFANO SPINELLI



giovedì 14 gennaio 2016

LE UNIONI OMOSESSUALI E LE INDICAZIONI DEL MAGISTERO LUGLIO 2003

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
(OMISSIS)

IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI
NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI
FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI

10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all'Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.
Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell'Enciclica Evangelium vitae, «  potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all'abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l'abrogazione totale non è possibile per il momento.

CONCLUSIONE
11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all'approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l'unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell'umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.


 Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

leggi tutto il documento

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20030731_homosexual-unions_it.html



PERCHÉ DON MATTEO NON È L'OPPIO DEI POPOLI

STEFANO ANDRINI

Povero don Matteo. Alla decima stagione delle sue popolarissime avventure il prete con la bicicletta, interpretato da Terence Hill, è stato costretto a passare sotto le forche caudine della critica televisiva militante. Quella formata dagli ultimi giapponesi che, a guerra finita (anche Marx probabilmente si è arreso), continuano a sparare contro la religione oppio dei popoli. Un articolo del critico televisivo del “Fatto quotidiano” non lascia spazio a dubbi. Già a partire dal titolo. “Terence Hill sbanca l’Auditel: l’ennesimo trionfo della mediocrità”.
Lo ammetto, da utente abbastanza fedele della fiction, ho fatto un salto sulla sedia. Soprattutto dopo aver letto il sottotitolo “Dio stramaledica il paese reale”. Toni guerreschi da “quando c’era lui” che ti aspetteresti, che ne so, dalla politica, dal dibattito sul reato di clandestinità e sull’utero in affitto, dalle discussioni da bar sport sul futuro degli allenatori. Ma che, applicate a una fiction, decisamente sorprendono. E così prima mi sono incuriosito e poi a fine lettura ho allargato sconsolato le braccia. 

La tesi dell’autore è la seguente: “Don Matteo è l’Italia. L’Italia è Don Matteo. Le chiacchiere stanno a zero e forse sarebbe il caso di prendere atto di questo incontrovertibile e sconfortante dato di fatto. È la stessa Italia che ha fatto trionfare Il Volo all’ultimo Sanremo. È l’Italia che guarda la Ghigliottina dell’Eredità prima del Tg1. È l’Italia che legge i libri di Fabio Volo. È l’Italia che condivide gattini e banalissime frasi su Facebook. È l’Italia”.

E poi l’assalto finale con la baionetta. “Ma anche se fossimo gli unici a pensarlo in questo modo, non ci arrenderemmo mai di fronte al trionfo del prete in bicicletta, bonario e pacato, che risolve casi di cronaca nera con la facilità con cui sgrana il Rosario. Noi stiamo sulle barricate contro Don Matteo e, più in generale, contro la tv benzodiazepina che trionfa perché rilassa, stordisce, addormenta, non perché è di qualità”. 

Acciderbolina mi sono detto a bassa voce per non scandalizzare nessuno. Non basta l’invidia per il successo, antica malattia italica, a giustificare un attacco di artiglieria così pesante. E allora cosa c’è dietro? Da una parte un certo vezzo intellettuale dei maestri del pensiero nostrani che in pubblico bestemmiano contro il festival di Sanremo salvo poi adorarlo in privato, che sognano l’impossibile ritorno degli Inti Illimani mentre quando sono in bagno o al volante canticchiano gli 883 o Lucio Battisti. 

Ma c’è di più. Una critica così pesante non può che nascondere qualcos’altro.
La rabbia, e il conseguente tentativo di censura, per una iconografia televisiva (non solo fiction in questo caso) che mostra preti vicini alla gente, nelle periferie del mondo direbbe il Papa.
Preti, come don Camillo, padre Brown e lo stesso don Matteo che non si vergognano di tenere in mano il rosario ma che, anche di fronte al male, usano tre ingredienti che alla società contemporanea sembrano dal “sen sfuggiti”: la ragione, il buon senso e la capacità di accogliere anche chi è diverso.

Diavolo di una critica militante. Un articolo così, che derubrica ragione, buon senso e accoglienza a sonnifero, è perfetto per aiutare l’uomo a dannarsi, scriverebbe il diavolo Berlicche al nipote Malacoda.
Per parte mia je suis don Matteo. Forever.



lunedì 11 gennaio 2016

NO AL SUICIDIO PUBBLICO DELLA CHIESA ITALIANA.



Stefano Fontana
Direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan

Alla fine di gennaio 2016 il Parlamento italiano comincerà la discussione del disegno di legge Cirinnà che concluderà presumibilmente il suo inter in primavera. Il mondo cattolico in politica, a parte qualche valente eccezione, ha già deciso per non dare battaglia e di giungere al compromesso sul testo di legge. Nel mondo cattolico più ampiamente inteso si sta discutendo su cosa fare. Il quadro è molto frammentato, purtroppo, e si rischia di non fare nulla. Sarebbe una tragedia.


Il Family Day del 2007 non è stato un fallimento, come è stato detto nei giorni scorsi, dato che ha contribuito, insieme ad altre contingenze, a fermare il percorso legislativo della legge sui DICO, che pure, rispetto al disegno di legge Cirinnà, era ben poca cosa. Inoltre esso ha mobilitato tante energie che negli anni successivi hanno dato molto per la famiglia dentro la società civile. Le attese, purtroppo, rispetto al seguito che la classe politica avrebbe potuto dare a quella iniziativa, sono state deluse. Ma fu colpa della classe politica e non del Family Day.

Colpire il Family Day significa anche colpire la linea dei Vescovi italiani in quel periodo. In quella situazione i Vescovi hanno fatto sentire la loro voce, non sulla manifestazione in sé, che è stata opera laica, ma sui contenuti e sulle prospettive. Una Nota dei Vescovi italiani spiegava molto bene i valori in gioco e perché non si poteva accettare il riconoscimento pubblico delle unioni di fatto. Si accusa la Chiesa del Family Day e della Nota dei Vescovi del 2007 di aver fatto politica clericale, politica coordinata e guidata dai Vescovi, mentre in realtà in quell’occasione i Vescovi fecero la loro parte e i laici  pure, come deve essere.

Ora, la legge Cirinnà è molto più grave. Essa riconoscerebbe le unioni civili o matrimoni tra persone dello stesso sesso, non solo garantendo diritti individuali, ma equiparando l’unione in parola al matrimonio tra un uomo e una donna. E’ ridicola la discussione sulla Stepchild adoption. Non è accettabile un compromesso che, a fronte di una cancellazione dal testo di legge della Stepchild adoption o di una sua attenuazione nella forma dell’”affido rinforzato”, prometta il sì alla legge. Un volta approvata questa legge, sarà l’Europa a chiedere in forma obbligante il riconoscimento del diritto all’adozione. In presenza poi della Sentenza della Corte costituzionale italiana che ha sancito il diritto costituzionale della coppia – di qualsiasi tipo essa sia – ad avere un figlio tramite la fecondazione eterologa, nessuno sarà in grado di fermare il processo che andrà ben oltre l’adozione di minori.

Ci si chiede con accorato stupore come sia possibile che il mondo cattolico accetti tutto questo senza agire. Una simile omissione sarebbe una assoluta novità per la Chiesa italiana e lascerebbe una ferita molto profonda e duratura.
Se non si mantiene fermo cosa si intende per vera famiglia, tutti i discorsi sulle politiche familiari perderanno di senso. La società, la scuola, la sanità, il lavoro … tutti i settori dove si parlerà di famiglia diventeranno un continuo campo di battaglia, a meno che non si verifichi la resa di quanti dovrebbero combattere per difendere una dimensione naturale delle cose, non soggetta al violento capriccio degli egoismi.

Non agire, non scendere in piazza, non protestare, non richiedere con una sola voce e davanti alla nazione, in pubblico, il “no” a questa legge vorrebbe dire ritornare indietro alla “scelta religiosa”, che fu, nonostante l’espressione, una chiara scelta politica: per la presenza nella società alla spicciolata, per la rinuncia ad una visione cattolica delle cose, per la messa da parte della verità nei rapporti con la fede, per una afasia sistematica dei cattolici sulla scena pubblica a vantaggio dei poteri dominanti. Non è stata una scelta solo religiosa ma propriamente politica allora e così sarebbe anche oggi: significherebbe la sottomissione al potere politico vincente e arrogante di oggi, un sì alla violenza condita con l’autoconsolazione della democrazia.


UN GIUDIZIO POLITICO SUL GOVERNO RENZI


CARLO GIOVANARDI

Non c’è dubbio che la classica goccia che ha fatto traboccare il classico vaso, provocando la decisione di uscire, prima dall’NCD e poi dal Gruppo NCD-Area Popolare, sia stata la scelta del Premier Matteo Renzi, con l’attiva partecipazione del Ministro Boschi e del Sottosegretario Scalfarotto (che ha fatto addirittura lo sciopero della fame), di imporre, con i voti determinanti dei 5 Stelle al Senato, la calendarizzazione del Disegno di legge Cirinnà, nello stesso pomeriggio e pochi minuti dopo che il gruppo NCD-AP aveva votato a favore della seconda lettura della Riforma costituzionale.

IL GOVERNO DELLE LARGHE INTESE. Il Governo delle larghe intese, promosso e voluto da Silvio Berlusconi, era nato infatti dopo le elezioni politiche del febbraio 2013, sulla constatazione che nessuna forza politica era in grado di governare, ed una intesa PDL-PD si rendeva necessaria per raggiungere due precisi obiettivi il più largamente condivisi: la riforma della legge elettorale e dell’Assetto istituzionale.

L’incomprensibile successiva decisione di Berlusconi di cancellare il PDL, ricostituire Forza Italia ed uscire dal Governo Letta, aveva determinato la giusta decisione di continuare quella politica straordinaria e contingente sino al raggiungimento dei due obiettivi: questa fu la ragione sociale sulla quale nacque il Nuovo Centro Destra, sin dal nome chiarissimo sulla sua collocazione politica e parlamentare alternativa alla sinistra non appena si fosse esaurita la fase dell’emergenza.

Ma purtroppo con il Governo Renzi le cose sono cambiate sino al punto che il PD, che aveva conquistato nelle elezioni del 2013 appena il 25% dei voti, pretende di imporre in questa legislatura punti del suo programma incompatibili e contrari a quelli del Centro Destra, a cominciare da quella vera e propria rivoluzione antropologica delle Unioni Civili targata Cirinnà, in realtà un simil-matrimonio gay, incostituzionale alla luce dell’articolo 29 della Carta, che aprirebbe la porta alle adozioni e alla aberrante pratica dell’“utero in affitto”.

FORZATURE SENZA RISPOSTA. Se l’NCD fosse stato un Partito serio avrebbe dovuto, per rispetto di se stesso, dei suoi elettori e di un’opinione pubblica maggioritaria che si è espressa nella oceanica manifestazione del 20 giugno a Piazza San Giovanni, fare a Renzi un discorso chiaro: quando vincerai le elezioni politiche potrai legittimamente imporre i tuoi programmi ma non puoi pretendere adesso che noi continuiamo a votarti la fiducia mentre impegni il Governo in una battaglia epocale, cambiando in corsa maggioranza.

Andava poi aggiunta una logica conclusione con un limpido aut aut: o rinunci o ti toglieremo la fiducia, valuta tu se vorrai assumerti la responsabilità di sacrificare l’iter delle riforme, una possibile ripresa economica, la credibilità internazionale dell’Italia sull’altare della Cirinnà e dell’Arcigay, sapendo oltretutto che con le elezioni anticipate torneranno 315 senatori, eletti con la vecchia legge, in base alla quale è certo che di nuovo nessuna forza politica raggiungerà la maggioranza dei seggi.

Ma le unioni civili sono state soltanto la famosa goccia che si è assommata ad una serie di comportamenti prevaricatori ed arroganti di Renzi e del PD, tali da far assumere al Nuovo Centro Destra, davanti all’opinione pubblica, lo scomodo ruolo dell’“utile Idiota”, o “servo sciocco” che dir si voglia.

UN ANNO DOPO CHARLIE HEBDO : L'INCAPACITA' DI CHIAMARE LE COSE COL LORO NOME

«L’assassino è ancora in libertà», titola il settimanale raffigurando un dio giudaico-cristiano. 


A un anno dalla strage, ieri è uscito il nuovo numero di Charlie Hebdo. 
La copertina raffigura dio armato di kalashnikov e il titolo è “Un anno dopo, l’assassino è ancora in libertà”. Il dio rappresentato, come ognuno può facilmente constatare, ha le fattezze di quello giudaico-cristiano. 

La confusione di Charlie Hebdo non ci sorprende più di tanto: già nelle ore successive alla strage si notò da più parti l’incapacità di chiamare “le cose con il loro nome”, di fare i conti con la realtà, di evitare, al contempo, grezze generalizzazioni ma anche assurde ipocrisie nei confronti dell’islam. 

A un anno di distanza, non molto è cambiato e la copertina del settimanale satirico ne è la sua più plastica raffigurazione, con un dio giudaico-cristiano latitante e la totale censura sul fatto che i terroristi fossero islamici e avessero sparato alle loro vittime urlando “Allahu Akbar”. 

GIANCARLO CESANA DA TEMPI


L’attacco omicida di al Qaeda a Charlie Hebdo esprime un’idea della verità, cioè un’idea di Dio, che prescinde dalla ragione dell’uomo. 
Se l’uomo è d’accordo, va bene, altrimenti viene fatto fuori o messo da parte come succede nel mondo islamico. Secondo questa idea, Dio è così trascendente, così superiore e lontano, che l’uomo non può assolutamente capire quello che Dio vuole, fatto salvo – illogicamente – un gruppo di eletti che lo capisce così bene da sentirsi autorizzato a uccidere in suo nome. Quindi, Dio è una verità senza ragione, una verità che si impone a prescindere da quello che l’uomo ritiene e vuole.

Questa non è solo un’idea islamica, è diffusa in tutte le religioni e anche nel cristianesimo, quando la fede è intesa come dono incomprensibile, privo di ragionevolezza. In questi casi il criterio per valutare un uomo prescinde da quello che pensa e crede, ma diventa il suo comportamento, se è onesto o non onesto, buono o non buono. La verità di Dio non è una proposta alla ragione, ma uno dei punti di richiamo a un comportamento corretto, determinato non da una concezione, ma dal costume prevalente. Qui, per fortuna, in nome di Dio non si ammazza fisicamente nessuno, anche se si tende ad ammazzare spiritualmente tutti dentro la moda.
Giancarlo Cesana

Contro l’attacco a Charlie Hebdo e contro l’idea di Dio soggiacente, si è realizzata a Parigi la manifestazione più imponente della storia della Francia: tre milioni di persone con la partecipazione di moltissimi capi di Stato, tuttavia con l’eccezione significativa del presidente degli Stati Uniti e del presidente della Russia. La manifestazione ha esplicitamente affermato e rivendicato per l’uomo la libertà di pensare e dire quello che vuole, senza verità o Dio che lo possano contestare, perché né l’una né l’altro esistono uguali per tutti – e quindi è anche dubbio che esistano.

Le due posizioni testé descritte sono espressioni del dramma dell’uomo moderno, identificato dalla lezione di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. Io non so cosa si insegna a proposito della filosofia moderna, ma, secondo me, questa lezione dovrebbero insegnarla in tutte le scuole, soprattutto quelle di ispirazione cattolica. 
Ciò anche per smentire pensieri molto diffusi, sostenuti da grandi intellettuali come Umberto Eco, il quale dice che tutte le guerre sono nate dalle religioni. In realtà, se è vero che gli uomini religiosi hanno scatenato guerre in nome di Dio, queste possono essere considerate bazzecole rispetto ai massacri prodotti dalla ragione eletta ad assoluto come tale – il terrore della Rivoluzione Francese –, o come ideologia di sinistra e di destra – comunismo e nazismo. 
Anche il filosofo francese Jean Guitton dice che tutte le guerre sono «guerre di religione», nel senso che per fare un’azione tragica come la guerra, che distrugge la vita, è necessario essere convinti senza esitazione alcuna della verità delle proprie ragioni contro quelle di chi si combatte. Ma è indubbio che una ragione che cerca Dio, che si riconosce limitata e dipendente, è arginata nella sua tentazione violenta. La Chiesa, come riconobbe Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000, non è esente da colpe, ma è l’unica istituzione che se ne è assunta la responsabilità, anche secolare, ha chiesto perdono e ha promosso una cultura che, riconoscendo la presenza e a volte l’inevitabilità della guerra, cerca di contestarla.


È indiscutibile che nell’Occidente l’atteggiamento più diffuso, consapevolmente o meno, è quello della citata manifestazione parigina, per cui noi siamo autonomi e possiamo fare quello che vogliamo. È anche il pensiero di oggi sul cosiddetto “gender”. Siamo così autonomi da poter decidere anche senza Dio: non c’è più la natura, una legge inscritta nella natura, che indica cosa sei tu, se sei maschio o femmina. Tu puoi decidere e fare quello che vuoi. Non è vero, ma la tendenza è a vivere così. Come giustamente ha detto argutamente un parroco, nessuno vuole sposarsi o fare figli, eccetto gli omosessuali. Avere un bambino è un diritto, anzi è un diritto avere un bambino perfetto. Poi se al bambino perfetto qualcuno spara, o succede un incidente, o capita una malattia non importa, perché ciò che vale è l’attualità di una apparente onnipotenza.

(PRIMA PARTE - CONTINUA)

venerdì 8 gennaio 2016

IL DIALOGO : PARLA DON GIUSSANI

Don Giussani «Il cammino al vero è una esperienza», a pag. 123-4, 

«Strumento della convivenza con tutta la realtà umana fatta da Dio è il dialogo. Perciò il dialogo è lo strumento della missione. […] L'apertura senza limite, che è propria del dialogo come fattore evolutivo della persona e creativo di una società nuova, ha una gravissima necessità: non è mai vero dialogo se non in quanto io porto coscienza di me. È dialogo, cioè, se viene vissuto come paragone tra la proposta dell'altro e la coscienza della proposta che rappresento io, che sono io: non è dialogo, cioè, se non nella misura della mia maturità nella coscienza di me.

Per questo se la "crisi", nel senso di impegno per un vaglio della propria tradizione, non precede logicamente il dialogo con l'altro, in quella misura io resto bloccato dall'influsso dell'altro, oppure l'altro che respingo provoca un irrigidimento irrazionale nella mia posizione. Quindi è vero che il dialogo implica un'apertura verso l'altro, chiunque sia - perché chiunque testimonia o un interesse o un aspetto che si sarebbe messo da parte, e perciò chiunque provoca a un paragone sempre più completo -, ma il dialogo implica anche una maturità di me, una coscienza critica di quello che sono.
Se non si tiene presente questo, sorge un pericolo grande: confondere il dialogo con il compromesso.


Partire da ciò che si ha in comune con l'altro non significa infatti dire necessariamente la stessa cosa, pur usando le stesse parole: la giustizia dell'altro non è la giustizia del cristiano, la libertà dell'altro non è la libertà del cristiano, l'educazione nella concezione dell'altro non è l'educazione come la concepisce la Chiesa. C'è, per usare una parola della filosofia scolastica, una "forma" diversa nelle parole che usiamo, cioè una forma diversa nel nostro modo di percepire, di sentire, di affrontare le cose. Ciò che abbiamo in comune con l'altro non è tanto da ricercare nella sua ideologia, quanto in quella struttura nativa, in quelle esigenze umane, in quei criteri originari per cui egli è uomo come noi. Apertura di dialogo significa perciò saper partire da ciò cui l'ideologia dell'altro o il nostro cristianesimo fanno proposta di soluzione, perché fra ideologie diverse ciò che è in comune è proprio l'umanità degli uomini che portano quelle ideologie come vessilli di speranza o di risposta.»

LE ANFORE VUOTE DI TRACCE

Caro Direttore,
ti scriviamo in relazione all’articolo apparso il 22 u.s. sulla homepage di Tracce, sul “Natale in moschea” (http://www.tracce.it/default.asp?id=302&id_n=51615).

1. Molto bello rincontro tra uomini, cattolici e musulmani, e il confronto che avviene nel rispetto dell’altro e si prolunga attorno ad una tavola. Nel confronto ognuno offre all’altro quello che è, con tutte le sue esperienze, le tradizioni da cui è stato formato, ciò in cui crede e che uno ha di più caro. Un confronto così è costruttivo, perché costruisce i rapporti umani nel rispetto dell’altro. E, nel caso di Genova, possiamo immaginare che sia avvenuta proprio una cosa di questo genere, anche perché la comunità di CL ha illustrato la mostra su don Giussani, come anche l’imam, immaginiamo, abbia illustrato il Corano e le tradizioni musulmane.

2. Proprio per questo facciamo fatica a capire le considerazioni finali, che come dice Manzoni sono “il sugo” della storia, ciò che se ne vuole trattenere: «Che cosa abbiamo fatto ieri? Abbiamo ascoltato. Non avevamo qualcosa da difendere o da imporre o da dialettizzare. Anfore vuote. Solo così secondo me si può incontrare l’altro».
Ci pare che l’immagine dell’anfora vuota per accogliere l’altro non c’entri proprio niente con l’ingenua baldanza di cui ci parla Don Giussani. Va bene il Natale in moschea, va bene ascoltare in silenzio l’imam, ma non va bene che Tracce pubblichi sulla homepage e senza possibilità di commento il fatto che non abbiamo nulla “da difendere” (o, come si dice subito dopo in politically correct, di “imporre” o “dialettizzare”).
Cerchiamo di spiegarci meglio. Per Adriana Mascagni (“Al mattino”) io vado sì con l’anfora vuota, ma ALLA FONTE, non AL DIALOGO o in moschea. Si può immaginare un dialogo tra “anfore vuote”? Sicuramente no. Neppure l’altro è un’anfora vuota. Nessuno lo è. Invece, il dialogo può e deve avvenire solo tra “anfore piene”, rispettose, ma piene della coscienza di sé, del proprio compito e del proprio limite e, dunque, del proprio bisogno di redenzione. È questa coscienza che fonda la civiltà. Altrimenti, che cosa ci si scambia? Il “vuoto”?
La nostra vita è diventata più bella, più fruttuosa, più responsabile, e i frutti si vedono. Si vedono e, se occorre, li difendiamo, eccome!

3. Un altro aspetto grave è per noi rappresentato da due ulteriori affermazioni. La prima, “Solo così secondo me si può incontrare l’altro”, cerca di far discendere da una scelta precisa (e per noi miope in quanto non considera tutti i fattori in gioco) un rifiuto di ogni altro tentativo. La seconda, “Cristo è misteriosamente (incomprensibilmente) in tutto”, in questo contesto può dare adito a molti equivoci.
In conclusione, lascia che ti diciamo che siamo preoccupati delle scivolate «buoniste» della nostra stampa: talora si rinuncia alla chiarezza del giudizio per far spazio a un irenismo confuso, ingenuo e talvolta involontariamente connivente col male. Non sarà la paura a salvarci.

P.S. Crediamo infine che una testata autorevole come Tracce non possa banalizzare in poche righe condiscendenti una vicenda come quella di Giuliano Delnevo, giovane italiano convertito all’islam estremista e morto in Siria combattendo per l’equivalente locale di Al Qaeda. Oltre che confondere le idee ai lettori ed alterarne il giudizio con un’informazione approssimativa e fuorviante, questo approccio all’argomento compromette l’affidabilità e l’autorevolezza della nostra testata.

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediald=999920&sez=120&id=49611

Seguono 97 firme

sabato 2 gennaio 2016

PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA

 Il fenomeno dell’”omologazione”, del “pensiero unico”, da decenni sta dilagando come tattica del “potere mondano” che, impadronendosi del linguaggio, sostituisce il vero ed originario significato delle parole fondamentali riguardanti la vita dell’uomo, con “eufemismi” che trasmettono solo valori formali, espressione del moderno moralismo e privi di contenuto (rispetto, tolleranza…).
 Ed in nome di una “neutralità” che non trasmettere nessuna risposta alle grandi domande della vita, si spinge fino alla “teorizzazione” del male. 

Abbiamo pensato a questo “percorso”come tentativo di ristabilire il significato originario (elementare) dei termini antropologici (che riguardano la vita umana) essenziali. Percorso di passi collegati fra loro, per un chiaro sviluppo e allargamento della coscienza, che maturando, superi l’individualismo oggi dilagante, cioè la concezione del sociale umano come coesistenza di soggetti naturalmente estranei, perciò incapaci di ritrovare il rispetto delle regole fondamentali di ogni convivenza. Chi può perciò svelare all’uomo l’ethos, l’origine, la sostanza, la natura e la strada verso la maturità della dignità di persona? In questa prospettiva si muove l’impegno della “cultura”.

12 GENNAIO A CESENA 
DON AGOSTINO TISSELLI E ROBI RONZA

Robi Ronza, nato a Varese nel 1940, si laurea nel 1965 in Scienze Politiche presso l’Università Cattolica di Milano. Giornalista professionista e scrittore, è stato per vent’anni portavoce del Meeting dell’Amicizia fra i Popoli.

Don Agostino Tisselli, nato nel 1945, sacerdote, educatore e appassionato promotore di opere educative e culturali, è attualmente Parroco della Chiesa del Sacro Cuore di Macerone di Cesena. Ha insegnato nelle Scuole Superiori di Cesena e Cesenatico ed è Docente di Pedagogia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Pesaro, affiliato alla Pontificia Università Lateranense.



PER OGNI INFORMAZIONE

( percorso.ilcrocevia.online )



(facendo Ctrl+ invio, o da digitare su internet,) 

MATTARELLA E RENZI : DUE CRISTIANI LAICIZZATI


di Robi Ronza
02-01-2016 tratto da lanuovabussola


Con Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e con Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio (e insieme al vertice dell’attuale partito di maggioranza relativa, primo erede del Pci),  il cosiddetto cattolicesimo-sociale, a suo tempo organizzato nelle varie correnti della sinistra democristiana, presidia entrambi i culmini del potere politico del nostro Paese. Anche se per ragioni anagrafiche non ha fatto in tempo a essere democristiano, di un certo ambiente della sinistra Dc fiorentina Renzi è senza dubbio un erede evidente e consapevole. Diventa perciò di immediato interesse soffermarsi su questo tipo di cultura politica (ma non solo) per meglio comprendere i motivi del suo successo e dell’accoglienza che ha trovato a trova nell’ordine costituito del nostro tempo. 

Discorsi o conferenze stampa (come avviene in questi casi) di una certa lunghezza, accessibili per intero e non rimontati cinematograficamente, sono documenti importanti che meritano di venire visti e rivisti con attenzione. E oggi è facile farlo dal momento che sul web li si possono ritrovare senza difficoltà in  archivi telematici. Se allora combiniamo le notizie che abbiamo su queste personalità con quanto ci stanno venendo a dire ciò che colpisce è il carattere del tutto “secolare” delle loro petizioni di principio, dei loro giudizi e delle loro preoccupazioni. Si capisce bene il motivo per cui trovano così facile consenso in ambienti laici: abbinano infatti un certo rigore personale di matrice cristiana, che suscita comunque stima, con progetti, priorità e obiettivi che sono in sintonia, o comunque risultano del tutto compatibili con il nichilismo senza dramma della cultura progressista del nostro tempo. Per loro il fatto cristiano non è una visione del mondo bensì una morale, senza tuttavia una sua cultura. Quest’ultima viene attinta dalla cultura laica-progressista, ossia dalla cultura della tarda modernità  al suo tramonto, ciononostante immaginata come culmine definitivo della civiltà umana, di cui far quadrare a posteriori gli esiti nobilitandoli con l’etica cristiana.

Un bell’esempio di tutto questo è l’accenno che nel suo discorso più sopra ricordato il presidente della Repubblica fa al giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco. “E' un messaggio forte che invita alla convivenza pacifica e alla difesa della dignità di ogni persona”, osserva Mattarella, che quindi aggiunge: “Con una espressione laica potremmo tradurre quel messaggio in comprensione reciproca, un atteggiamento che spero si diffonda molto nel nostro vivere insieme”. In quattro e quattr’otto insomma l’idea di misericordia messa dal Papa alla base del giubileo viene staccata dalla sua radice cristiana, secolarizzata e ricollegata a un’idea di  concordia  civile così come se la sognavano i filosofi dell’Età dei Lumi. Più in generale – come chiunque può vedere andandoselo a rileggere o a riascoltare sul sito web della presidenza della Repubblica - l’orizzonte del discorso è quello definito dalla cultura laica dominante. Non vi si notano tracce di alcuna altra fonte. All’interno di tale orizzonte il Presidente si muove poi con sensibilità diversa, ma come il pesce rosso che guizza nel suo acquario. Persino l’augurio a coloro che sono nati nel 2015 non gli suggerisce il minimo accenno al valore della maternità e della famiglia, e nemmeno una parola per i circa 100 mila che non hanno potuto nascere essendo stati abortiti a termini di legge e a spese del Servizio sanitario nazionale.

Più interessante ancora è tuttavia il caso di Renzi, al quale comunque si deve riconoscere, come buona eredità della sua attenzione per gli ideali di La Pira, un orientamento spesso positivo in politica estera. A parte questo però l’uomo ha una visione del mondo radicalmente remota da quella cristiana, come appare in modo lampante nella sua lunga conferenza teletrasmessa di fine anno. Per mettersi in onda con la cultura laica-progressista Mattarella deve talvolta impegnarsi in processi di secolarizzazione del suo pensiero. Renzi non ne ha bisogno; va già bene così, come bene si è vista dalla sua risposta sulla questione delle unioni civili. Né si vede in lui eco alcuna a risposte alla domanda, “Chi sono io?”. E’ sempre e soltanto un “Che cosa devo fare? Come devo muovermi per andare dove voglio tenendomi buoni tutti quanti in tutta la misura del possibile?”. 

Questo post-illuminismo tardo e più che mai subalterno non è però in grado di dare alcuna risposta efficace alle urgenze del nostro tempo. La situazione è dunque seria, tanto più considerando che, con il centro-destra allo sbando, non c’è finora alternativa a Renzi e al suo Pd, se non quella davvero preoccupante del Movimento 5 Stelle: ovvero della ricomparsa del fascismo in forma adeguata all’epoca del Web.


ROBI RONZA PARLERA' A CESENA ANCHE SU QUESTI TEMI NELL'AMBITO DEL "PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA" IDEATO DAL CROCEVIA, IL 12 GENNAIO

GESU' BAMBINO IMPICCATO

Chi non accetta la storia continua a "giocare" al '68

Federico Pichetto
sabato 2 gennaio 2016

Dinnanzi al bambinello del Presepe di Pittelli — piccolo borgo vicino a La Spezia — prima trafugato dalla tradizionale raffigurazione della natività e poi impiccato accanto ad essa, quello che resta è un forte senso di tristezza. Inutile farne un discorso morale — anche un miscredente coglie in questo gesto un mancato rispetto — ed inutile forse farne un discorso di civiltà, con i politici locali che in queste ore si affannano a stigmatizzare l'episodio per quello che il bambinello rappresenta nella cultura occidentale. 
No, la tristezza nasce dalla consapevolezza che siamo quasi sicuramente di fronte ad una bravata, ad una sciocchezza che chi l'ha commessa non ha percepito "grave", ma tutt'al più vicina alla goliardia. E questo è triste perché racconta di un problema profondo, di maturità, della nostra società. Una persona, infatti, diventa umanamente adulta quando accetta la sua storia, quando accoglie con verità il suo presente senza fuggire e quando sa guardare con distacco e con criticità ai suoi desideri per il futuro. Il furto del bambinello fa emergere un tipo umano che rispetto alla propria storia, storia collettiva e di popolo, non ha nessun tipo di simpatia, ma anzi la banalizza e la ridicolizza impedendosi così un'autentica maturità. 

La crisi d'identità dell'uomo contemporaneo inizia proprio in questa rottura col passato, attraverso questa accurata presunzione per cui del passato, di ciò che ci ha generato e portato fin qui, o si possa tranquillamente fare a meno o vi si possa confrontarsi solo in termini di rivoluzione e non di comprensione e assunzione. Quando agli inizi degli anni duemila San Giovanni Paolo II insisteva così fortemente per l'inserimento delle radici "giudaico-cristiane" nella costituzione europea naufragata poi nel referendum francese del 2005 non lo faceva per un manierismo ideologico, bensì per un afflato di paternità che lo rendeva consapevole che non ci sarebbe stato nessun futuro per il Vecchio Continente se non attraverso una reale riconciliazione e affezione per il proprio passato. Non si cresce buttando via dei pezzi della propria storia o condannandoli come estranei a quello che oggi siamo. Si cresce solo riconoscendo, in modo critico, il debito che abbiamo verso ciò che ci ha preceduto e perdonando — amando davvero — quello che non abbiamo saputo essere e fare.
La cultura della derisione, del ridicolo, del nulla, ci rende al contrario più deboli, più fragili, più incapaci di dire chi siamo e che cosa vogliamo.

Sbarazzarsi di Gesù Bambino, del Presepe, dell'ipotesi con cui siamo stati lanciati nel reale dalla nostra tradizione non ci rende più emancipati, ma più soli e incapaci di comunicare. 
Quando abbiamo staccato il senso del Bene, del Bello, del Vero e del Buono dall'esperienza che ce li ha fatti conoscere — riducendo tutti a concetti prodotto dalla ragione — abbiamo smarrito il metodo attraverso il quale si diventa grandi e si impara, ossia la sequela della realtà, del reale. Vedere il Bambinello impiccato fa quindi sorgere in un cuore "sano" un moto di compassione autentica per una generazione — penso in questo momento alla mia — che continua il deleterio "gioco del '68" dei propri genitori, gioco in cui si spacciava la vita, allora come oggi, come un prodotto biologico tecnicamente gestibile e culturalmente addomesticabile.

Se però niente è più "dato", "donato", "ricevuto in custodia", allora si può diventare padroni di tutto ed estendere il nostro macabro cinismo a qualunque cosa. Perfino all'effige di un Bambino. Il fatto sconfortante è che quest'atteggiamento — brandito come moderno e all'avanguardia rispetto alle zavorre del passato — non è altro che la riproposizione di uno schema vecchio di duemila anni. Lo schema triste e violento, coniato alle spalle dei Magi, dal Re Erode. Uno schema dove la realtà è sempre un impiccio da eliminare, fisicamente o goliardicamente, per mantenere l'unica cosa capace di darci una qualche stabilità: la rassicurante e furtiva sensazione di possedere almeno un po' di potere.