venerdì 7 settembre 2012

IL PARADOSSO DELLE PARALIMPIADI


Molti atleti applauditi se fossero inglesi non sarebbero mai nati


C’è un paradosso evidente che non può non saltare agli occhi in questi giorni in cui le Paralimpiadi di Londra riempiono come mai prima le pagine dei giornali. Il paradosso è ancora più lampante sfogliando siti e giornali inglesi, i quali dedicano quotidianamente decine di articoli alle imprese di atleti portatori di handicap che grazie a duri allenamenti e anni di fatica conquistano vittorie e medaglie uniche (anche al netto della tanta retorica mielosa sparsa sull’evento da chi lo commenta). Prima ancora che cominciassero – certamente sull’onda del successo delle Olimpiadi – i Giochi paralimpici avevano già fatto il tutto esaurito di biglietti. Una partecipazione straordinaria – inimmaginabile anche soltanto qualche mese fa – a una manifestazione che sta commuovendo il pubblico con storie e imprese di uomini e donne paraplegici, amputati, non vedenti e con altri forti deficit fisici.

Il paradosso è presto spiegato: buona parte degli atleti che emozionano il pubblico inglese probabilmente non sarebbero mai nati se fossero stati inglesi. Nel Regno Unito la legge infatti permette l’aborto “per motivi sociali” fino alla ventiquattresima settimana di vita del feto (sesto mese di gravidanza), ma è possibile praticare aborti ancora più tardivi motivati da “malattie gravi del feto”. Da circa un anno i dati che si riferiscono a questa scelta sono stati resi pubblici, e si è venuto a sapere che tra le “malattie del feto” si considerano la spina bifida, la sindrome di Down ma anche difetti rimediabili come il labbro leporino, il piede torto e alcune malformazioni del palato. Questo tipo di aborti Oltremanica è aumentato di circa il trenta per cento dal 2000 al 2010. Terra in cui spesso le più disparate teorie eugenetiche trovano alveo e ribalta, l’Inghilterra si trova di colpo spiazzata dalla realtà, capace di dimostrarsi più forte delle teorie che fanno decidere preventivamente se una vita sarà degna di essere vissuta (e, parafrasando Plinio, che sarebbe meglio per loro non essere mai nati). James Parker, coordinatore di questa edizione dei Giochi paralimpici, ha chiesto che Londra ripensi i limiti dell’aborto. Vorrà dire qualcosa se i più applauditi in Inghilterra oggi sono persone con una “qualità della vita inaccettabile”.
da Ilfoglio.it
 

martedì 4 settembre 2012

MORALE LAIKA

I GIACOBINI FRANCESI RIPARTONO DALLO STATO ETICO


Morale laica. Questo è quanto, secondo il progetto governativo, dovrà dall'anno prossimo insegnare la scuola francese. Perché "Se la Repubblica non dice quali sono i vizi e le virtù, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, altri lo faranno al suo posto", dice il ministro Peillon.
Spero apprezziate l'onestà intellettuale. Lo Stato, tramite la bocca del suo ministro per l'istruzione, si pone esplicitamente come fonte non solo del diritto ma della morale. E' lui che decide cosa sia il bene e cosa sia il male, con l'intento esplicito di buttare a mare ogni altro che possa avere opinioni diverse. Perché «per dare la libertà di scelta, bisogna essere capaci di strappare l’allievo a tutti i determinismi, familiare, etico, sociale, intellettuale».
Via la famiglia. Via la religione, è sotteso ad ogni piè sospinto, per non lasciare nessuno spazio a quanto detto "dai mercanti e dagli integralisti di ogni genere". Fatto repulisti di tradizioni e storia i bambini potranno essere modellati su necessità di chi comanda. Vecchia idea, già vista, già applicata in ogni totalitarismo da duecent'anni in qua.
Infatti quando parla della "una morale universale, fondata su idee di umanità e di ragione" che sarà l'obbiettivo dell'insegnamento sembra di leggere il solito manualetto massonico-illuminista in voga fin dalla rivoluzione francese. Che ha dato abbondante cattiva prova di sé ovunque: dal suo luogo di origine fino alle plaghe in cui è stato esportato nella sua forma comunista. Ovunque il cane dello Stato, ad abbaiare e scodinzolare a volontà dei potenti.
Anche in Italia. Quelli della mia generazione lo ricordano: il libro Cuore, con i suoi bambini che si ammazzano di patriottismo, il moralismo soffocante e spietato. Senza una ragione, se non che si deve essere così. 
Perché, come faceva notare il guru del pensiero laico Norberto Bobbio, la morale senza Dio è un quadro senza un chiodo che l'appenda al muro. Quando deve dire su cosa si fondi, sul perché debba essere valida la laicità balbetta, si impappina, non sa rispondere. Salvo appunto dire: perché te le dico io. Io Repubblica, io Stato, io Potere: e tu zitto.
Il ministro vuole insegnare la capacità di criticare, di dubitare. Spero che come prima cosa dubiteranno di lui e della sua idea di cosa sia giusto ed educativo. Ma dopo averlo trovato inconsistente, a chi si potranno rivolgere?
Antonio\Berlicche
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lunedì 3 settembre 2012

UN VESCOVO ITALIANO


MONS  . LUIGI NEGRI prelato italiano che in un certo senso vive all’estero
di Camillo Langone
Tratto da Il Giornale del 2 settembre 2012

Il più cattolico dei pochi vescovi italiani cattolici si trova all’estero, a San Marino. “Lei vive in una cartolina!” esclamò Benedetto XVI l’estate scorsa, durante la visita nella diocesi. “Sì, ma è una cartolina che non viene spedita mai” rispose monsignor Luigi Negri. Un altro vescovo sicuramente cristiano, sebbene di prosa un po’ democristiana (monsignor Crepaldi), alligna a Trieste che è città importante però ai confini della nazione e del dibattito. Un terzo vescovo sul quale metterei la mano sul fuoco (monsignor Oliveri) risiede in fondo alla Liguria, fra Albenga e Imperia, che non sarà ancora Francia ma certo non è il cuore dell’Italia. E’ come se i fautori di una “presenza cattolica vissuta senza compromessi” fossero tenuti a distanza di sicurezza dalle cattedre metropolitane o comunque cruciali, dove evidentemente i compromessi sono ritenuti indispensabili.

Se Negri fosse stato vescovo di Udine, il corpo malato di Eluana Englaro (“vittima di un omicidio di stato”) avrebbe trovato usbergo nella chiesa locale, che invece reagì con molta flemma. Se fosse stato vescovo di Torino o anche solo di Manfredonia (da cui dipende San Giovanni Rotondo) Mario Botta e Renzo Piano si sarebbero dovuti acconciare a costruire chiese a forma di chiesa e non di centrale termica o di hangar. Negri sarebbe riuscito perfino a far mettere in posizione visibile il tabernacolo, che gli architetti nichilisti tanto odiano, contro il quale tanto si accaniscono. O avrebbe risolto il problema alla radice chiamando al loro posto Pier Carlo Bontempi, che sta all’architettura italiana contemporanea come Sua Eccellenza sta alla chiesa cattolica di oggi.

Domanda: San Marino è davvero un’isola (o una cartolina, per dirla col Papa) felice?
Risposta: In occasione della sua visita Benedetto XVI ha celebrato una liturgia nello stadio di Serravalle alla presenza di 22.000 persone. L’intera diocesi, comprensiva di San Marino e Montefeltro, supera di poco i 60.000 abitanti: quindi c’era una persona su tre.

D: Come se a una singola messa di Milano partecipassero un milione e mezzo di persone.
R: Il Papa ha avuto la percezione che anche uno stadio può diventare una cattedrale. Il coro di oltre duecento persone ha intonato i canti della tradizione e la maggior parte dei presenti si è comunicata in bocca.

D: Non come a Parma dove nel santuario della Steccata il celebrante spende omelie per dire che l’ostia si può legittimamente ricevere sia in mano sia sulla lingua, però in mano è meglio. E quindi ciò che fa il Papa nelle sue messe è peggio.
R: Guardi, né il clero né il popolo cristiano si formano più attorno al magistero, si lasciano convivere i magisteri paralleli, modi di pensare e concepire e comunicare la fede che hanno come riferimento un teologo, un ecclesiastico, non il vescovo di Roma…

D: Almeno siamo certi che a San Marino e in Montefeltro il punto di riferimento è Pietro.
R: Questo Papa è assolutamente grande nel magistero e i sette anni da vescovo che mi sono stati concessi sono stati bellissimi. Ho cercato di ridare esistenza ed energia al popolo cristiano, interpretando il mio ruolo non come fornitore di servizi, liturgici o solidaristici, ma come ridestatore della coscienza di un’intera comunità.

D: Però anche nella ridente Repubblica di San Marino sta per sbarcare la sodomia di stato, contro la quale lei ha diffuso un messaggio di esplicita condanna. Reazioni?
R: Tutte le volte che faccio un intervento ricevo mail entusiaste e mail piene di insulti. C’è stata la canea radical-chic, la stessa che c’è in Italia quando si tocca il medesimo argomento, ma il comune sentire del nostro popolo è molto diverso. Io ho voluto indicare un’immagine di chiesa che forte della sua identità si assume la responsabilità di intervenire nelle vicende sociali.

D: Un po’ come fanno i vescovi americani a cui spesso lei si riferisce.
R: Sì, vorrei citare la studentessa di New York che ha scritto al cardinale Dolan, uomo di chiesa che si batte per salvaguardare i diritti non solo della chiesa ma dell’intera società: “Eminenza, io sono con lei non perché sono credente ma perché sono americana”.

domenica 2 settembre 2012

GUAI QUANDO TUTTI GLI UOMINI DIRANNO BENE DI VOI


Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 24-26).  

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).

Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Luca 6,20-23).

Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.

Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi.

E’ stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.

O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?

A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: “è dei nostri”.

Lui rispondeva  indignato: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!”. Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: “in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?”, “questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica L’Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi”.

E ancora: “Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L’Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”, “l’unica cosa che importa è Dio, l’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume”.

Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.

Tanto che ieri “Repubblica” si è potuta permettere di osannarlo così: “non aveva mai condannato l’eutanasia”, “dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo”.

Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: “non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca”, aveva detto.

E’ del tutto legittimo – per chiunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?

Quando un cardinale afferma: “sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano” non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?

Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?

Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – “non ha mai fatto nulla per convertirmi”. Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.

Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: “Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole” (Tm 4, 3-4).

Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono “uomini che ardono”, persone “che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?”.

Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.

Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” – arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”.

Ma il cardinale incurante definì questo libro una “penetrazione coraggiosa” e si augurò che venisse “letto e meditato da tante persone” (del resto Mancuso definisce Martini “il mio padre spirituale”).

Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura.

Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. “Il cardinale del dialogo”, come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.

I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: “emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo”.

Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.

Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.

Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato “ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.

Sta scritto infatti: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 17-25).

E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.

Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, “Il Manifesto”, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).

Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E’ la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E’ il vero amore. Tutto il resto è vanità.

Antonio Socci

Da “Libero”, 2 settembre 2012

NON CONFORMATEVI

CHE COS'E' IL DIALOGO

Amicone: Nel 1996, in un’intervista alla Stampa avvertiva che la situazione del paese «è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli». Qual è la sua percezione oggi, due anni dopo?

Giussani: Lo definirei un momento drammatico e bello, perché la fragile creatura, l’io umano, torna ad essere l’unico punto da cui si può ripartire. L’io, infatti, è quel livello della natura nel quale la natura diviene cosciente di se stessa. Per questo l’epoca che più di ogni altra sembra definita da una trascuratezza e da una dimenticanza di che cosa sia la natura elementare dell’uomo e, dall’altra parte, da una pretesa dello Stato di stabilire limiti e possibilità della speranza terrena per l’uomo, proprio questa è l’epoca della libertà. Da dove ripartire, infatti, per ricostruire quelle che Eliot chiamerebbe “città distrutte”? Dalla fragile creatura in quanto diviene generatrice di un popolo, e quindi storia. E l’uomo è innanzitutto libertà; il Mistero stesso lo ha creato libero.

Infatti solo la libertà riconosciuta come dipendenza, come rapporto diretto col Mistero, è inattaccabile, cioè inassimilabile, da qualsiasi potere. Per questo auspico il moltiplicarsi di incontri tra personalità che conservano un impeto autenticamente umano, cioè proporzionato alla loro natura. Personalità la cui identità sia chiaramente riconosciuta e comunicata possono insieme collaborare in vista di un bene maggiore: ecumenismo e pace essendo i termini ultimi di una convivenza che si dica umana, veramente rispettosa del destino e del tentativo di ciascuno. Diversamente, la convinzione che per assicurare un pluralismo nella società si debba mettere tra parentesi la propria identità non ha speranza di riuscita. Questa, piuttosto, genera una intolleranza indifferente al destino dell’altro, che sfocia inevitabilmente, presto o tardi, in violenza.

sabato 1 settembre 2012

LA SCELTA DEL CARDINALE


Non barate, l’accanimento terapeutico non è
mai piaciuto alla chiesa.
SFRUTTATO FINO ALLA FINE DAI NEMICI DELLA CHIESA
. Le ultime ore terrene del cardinale Carlo Maria Martini sono state accompagnate da molti commenti sulla sua scelta di non sottostare ad “alcun accanimento terapeutico”. In concreto, il cardinale, malato di morbo di Parkinson da diciassette anni e arrivato a una fase della patologia tale da impedirgli la deglutizione, ha deciso di non farsi applicare un sondino per la nutrizione artificiale. Lo stesso meccanismo attraverso il quale è stata nutrita e dissetata per diciassette anni Eluana Englaro (la quale però non aveva nessuna patologia terminale. A chiedere e a ottenere il distacco del sondino, dopo una battaglia giudiziaria durata anni, è stato suo padre). E anche nel caso, evocato ancor più a sproposito, di Piergiorgio Welby, a essere contestato non era il suo diritto di rifiutare il respiratore, ma la sua richiesta di ottenere una sedazione letale. Nulla di tutto questo, dovrebbe essere evidente, riguarda la morte del cardinale Martini.

Eppure, va riconosciuto che non poteva che andare così, nel caso dell’uomo di chiesa che si era distinto, soprattutto negli ultimi anni, per certe sue aperture al limite dell’eterodosso (controcorrente e liberali, per gli estimatori; corrive con lo spirito del tempo, per i critici) sui temi sensibili della vita, della morte, della morale sessuale. Nel novembre del 2008, in un famoso articolo intitolato “La vera vita”, pubblicato dalla rivista del San Raffaele, Kos, e rilanciato dal Corriere della Sera, il cardinale sosteneva che “non è facile stabilire quando cominci esattamente una vita umana, soprattutto quando un essere possa essere chiamato ‘persona’ o ‘individuo’ e sia soggetto di diritti e di doveri”, e aggiungeva che “quello del puro ‘sopravvivere’ o ‘non morire per morte violenta’ non è certo il traguardo della vita umana: essa tende a quella ‘vitalità’ che è piena espressione della potenza del corpo e della mente”; inoltre, sempre nello stesso scritto, il cardinale si chiedeva: “Esistono situazioni in cui un tale vivere diventi così insopportabile e apparentemente immodificabile che non sia lecito portare un giudizio morale su chi vi mette fine? Certamente sarà molto difficile affermarlo con il linguaggio delle leggi come dei princìpi astratti: essi non riescono a cogliere la complessità degli elementi etici, valoriali e affettivi che entrano in ogni singolo caso particolare, ognuno in qualche modo diverso da ogni altro”. Prima ancora, nel 2006, in un dialogo sull’Espresso con il chirurgo e politico Ignazio Marino, Martini aveva anche affermato, a proposito di eutanasia, che “non si può mai approvare”, ma che non si sentiva di condannare “le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo”.

E allora non potevano che essere brandite da chi appiattisce il rifiuto dell’accanimento terapeutico sull’eutanasia, il sacrosanto e pienamente cattolico e legittimo rifiuto del vecchio cardinale morente di non sottoporsi a interventi da lui ritenuti, nella sua condizione, inutili e invasivi.
“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa”: è scritto nel documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” (2000) ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.
da ilfoglio.it

giovedì 30 agosto 2012

STRADA APERTA ALL'EUGENETICA

EDITORIALE DI SAMIZDATONLINE

Assuntina Morresi, Il Sussidiario
E ora tocca al tecnico Monti occuparsi di embrioni -
Impossibile tenere fuori dall’agenda politica i cosiddetti “temi eticamente sensibili”: sarebbe come non volersi occupare di globalizzazione, o rifiutarsi di parlare di problematiche ambientali, e pretendere comunque di governare il paese. La biopolitica, piaccia o no, fa parte del nostro tempo, lo attraversa e lo trasforma: giudicarne i fatti e stabilire o meno delle regole è inevitabile per chiunque guidi un paese.
E quindi adesso spetterà al governo Monti decidere se ricorrere o meno contro la Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) per difendere la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, e assumersene tutta la responsabilità politica.
Le notizie riportate dai media sono note: una coppia italiana, fertile, portatrice sana di una malattia genetica – la fibrosi cistica – vuole accedere alle tecniche di fecondazione in vitro per poter selezionare gli embrioni sani e trasferirli in utero, scartando quelli malati, per avere figli senza questa patologia.
Sono ricorsi alla Corte Europea perché la legge italiana consente l’accesso a queste tecniche solo alle coppie infertili, vietandolo a chi può avere figli per vie naturali. La legge 40, infatti, è pensata per dare alle coppie sterili una possibilità in più di avere figli, e non per consentire alle coppie in generale di scegliere i propri figli, accettando quelli sani e scartando i malati. 
In prima istanza la Cedu ha accolto la richiesta della coppia, parlando di “incoerenza” fra la leggi italiane, precisamente fra la 40 e la 194 sull’aborto che, secondo la Corte Europea, consentirebbe di abortire se il nascituro è malato di fibrosi cistica: secondo i giudici europei la coppia italiana avrebbe diritto quindi all’accesso alle tecniche di fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto, per scegliere gli embrioni sani da trasferire in utero.
Ma i fatti non stanno esattamente in questi termini, ed è bene fare chiarezza, nel metodo e nel merito, per capire cosa è effettivamente in gioco.
Nel metodo: stiamo parlando di un pronunciamento di primo grado della Cedu, che in molti casi (per esempio la recente sentenza sull’eterologa, o anche quella sul crocefisso), è stata rovesciata nel pronunciamento finale della Grande Chambre. Considerando la grande differenza nelle procedure seguite dalla Cedu per le sentenza di prima istanza e per quelle definitive della Grande Chambre, la prudenza è d’obbligo, e sarebbe bene aspettare la fine del percorso giudiziario prima di trarre qualsiasi conclusione in merito.
D’altra parte, ci si può rivolgere alla Corte Europea solo quando si sono esauriti tutti i gradi di giudizio nella nazione in cui si risiede, ma in questo caso la coppia italiana non si è mai rivolta ai nostri tribunali, il che dovrebbe rendere inammissibile il ricorso stesso, in un eventuale appello. 
Perché la Grande Chambre intervenga è però necessario che il governo Monti impugni questo pronunciamento di prima istanza, chiedendo alla Cedu un grado successivo di giudizio: se entro i prossimi tre mesi il governo non interverrà, il parere reso noto oggi sarà definitivo, e l’Italia vi si dovrà adeguare.
Il governo tecnico, quindi, è chiamato ad una decisione squisitamente politica che avrà un significato ben preciso, a seconda che decida o meno di intervenire: una decisione alla quale, ovviamente, è impossibile sottrarsi. Non ricorrere, per esempio, svelerebbe la volontà di questo governo di cambiare la legge 40. 
Sarebbe poi interessante chiedere a chi, come Pierferdinando Casini, ha teorizzato che i temi etici debbano essere estranei al programma governativo, cosa avrebbe fatto in questo caso se fosse stato a Palazzo Chigi alleato con il Pd: il partito di Bersani condivide le posizioni espresse dalla Cedu e sicuramente, se fosse stato al governo, non avrebbe presentato ricorso.
Nel merito, è bene chiarire che il paragone con la legge 194 che regola l’aborto non regge. La 194, così come la 40, non è eugenetica, cioè non consente la selezione di esseri umani in base a caratteristiche genetiche. Per la 194 non sono le eventuali malattie del nascituro di per sé a rendere lecito l’aborto: in punta di diritto, si può abortire se da problemi di salute del feto derivano gravi pericoli per la salute fisica o psichica della donna.
Non è differenza da poco: sapere che il proprio figlio soffrirà di una malattia importante sicuramente genera enorme dispiacere e grande sofferenza, che sono però – ovviamente - diversi dal “grave pericolo per la salute” della donna.
E d’altra parte la stessa Cedu, nella precedente sentenza sulla fecondazione eterologa, ha argomentato a favore del margine di autonomia di ogni singolo stato, a riguardo:un eventuale ricorso italiano, quindi, avrebbe molte possibilità di essere accolto, e di ribaltare la sentenza di oggi. Aspettiamo fiduciosi le reazioni del governo.  
 
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martedì 28 agosto 2012

ELVIRA PARRAVICINI : LA BELLEZZA ACCADE

E A SEGUIRLA NON SI SBAGLIA MAI
 In sala operatoria ci sono tutti. Medici, specializzandi, infermieri: il parto di due gemelle siamesi è una cosa rara, e
allora ci sono anche gli studenti pronti a fare le foto. Poi c’è lui. Il papà. Quindici anni, un teenager afro-americano, bandana a rete in testa e jeans da rapper. Sul letto la fidanzatina, quindici anni anche lei, pronta per il cesareo. Loro non hanno mai avuto dubbi: «Sono le nostre bambine». Che cosa c’è da capire o decidere? Lo sanno fin dall’inizio che le figlie vivranno solo pochi minuti: sono attaccate per il torace, hanno un cuore in due, e salvarle è impossibile.
Il parto inizia in un viavai di camici e recriminazioni. I più pensano che questa cosa non andava fatta, «perché li segnerà per tutta la vita, dovevano abortire, e basta. È assurdo», insistono, mugugnano fino all’ultimo. Fino a quando Keela e Kayla non nascono. Abbracciate. Ottocento grammi l’una. Il papà ragazzino chiede «posso prenderle? », e inizia a cullarle. Loro respirano appena. «Sono qui, non abbiate paura. Papà è qui... ». Il silenzio riempie la sala. Nessuno si muove più. Su qualche volto scendono le lacrime.
«Stava accadendo una bellezza così potente che tutti in quella stanza siamo cambiati. Abbiamo contemplato la bellezza del Mistero», dice Elvira. E in questo c’è tutto ciò che serve per spiegare cosa sia il suo
neonatal hospice. Un posto che custodisce quella bellezza, si china e la cura. Finché può, per tutto il tempo della vita di un bambino. Che siano tre minuti o tre giorni, poche ore, mesi.
Elvira Parravicini è neonatologa alla Columbia University di New York. Al prossimo Meeting di Rimini (dal titolo:
La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito) racconterà del programma che ha fondato per l’assistenza dei neonati affetti da sindromi letali. Nati già terminali. È il primo così al mondo. Ovunque questi bambini, se vengono fatti nascere, nascono per morire. Qui per vivere. «L’esistenza ha un inizio e ha una fine. E non li stabiliamo noi. Ma nel mezzo facciamo tutto quello che è possibile perché la loro vita sia bella».

«Perché non vai in America?». Non è un reparto vero e proprio. È una sala parto, speciale, che si prepara quando e come serve. Da poco, l’ospedale ha finanziato anche una cameretta dove i genitori trascorrono con il figlio il tempo che è dato. È un tempo affascinante. «Per tutti noi, anche per gli infermieri, perché implica che ti butti lì umanamente», dice Elvira: «Le tecniche non bastano». Il comfort care, cioè “la cura di conforto”, per i neonati non ha un modello, non è teorizzato e lei non l’ha studiato sui libri. Le chiedi dove l’ha imparato. Sorride: «Dalla mia mamma». Dice che capire il bisogno dell’altro dipende da come lo guardi. «È uno sguardo, quello che ho imparato. L’ho visto in mia madre e nella compagnia del movimento». Non c’è un protocollo, ci sono solo quelli che lei chiama “capisaldi”. «Rispondere ai bisogni primari di un bambino». Ovvero: essere accolto, per cui stare con chi lo ama; non soffrire né fame né sete; stare al caldo. «Queste cose gli danno un sollievo grandissimo». E nel modo in cui lo dice c’è tutto il suo sguardo.
In nome di quei capisaldi saltano le regole della terapia intensiva. «Si fanno cose che non si farebbero. Anche cose “pazze”. Ma si fanno, perché la cura è personalissima. Dipende tutto dal bambino. Noi dipendiamo da lui». Ad una neonata sono arrivati a fare un piccolo intervento. Per via delle briglie amniotiche, è nata con testa e faccia stravolte: «Vedevi solo un buchino, ed era la bocca, da cui doveva mangiare e respirare. Le abbiamo messo un tubicino gastrico, per aiutarla. Così ha vissuto i suoi quattro mesi, ma respirando bene». Tutte le decisioni si prendono con i genitori, «decidi la cura passo a passo, proponi, ti confronti. Loro ti aiutano molto, perché chi decide per il
comfort care ha tutto il focus sul bambino, non sul proprio dolore. Vuole servire la sua vita».

IL CRISTIANESIMO VISSUTO


Questa storia particolare [il cristianesimo vissuto], che si racconta anche con entusiasmo, è realmente universale, conviene realmente a tutti gli uomini e a ognuno degli uomini? Ha la forza e la dignità culturale per paragonarsi con le conquiste delle scienze naturali e sociali, che sembrano ridurla a un puro sentimento soggettivo che si limita all’ambito del privato? Mi sono ricordato, in merito, della canzone di Chieffo: “Ti diranno che tuo padre era un personaggio strano, un poeta fallito, un illuso di un cristiano; ti diranno che tua madre era una sentimentale, che pregava ancora Dio mentre si dovrebbe urlare”. La storia che abbiamo narrato potrebbe essere - in fondo, in fondo - nient’altro che poesia, un’illusione che ti consola, una specie di autoconvincimento emotivo? Se negli anni 70 prevaleva il rifiuto del cristianesimo in nome di una ribellione sociale e politica, oggi la sfida è diversa, forse più profonda. Non c’è bisogno di eliminare la fede cristiana; si preferisce negare il suo carattere universale; basta chiuderla nel ghetto delle opinioni soggettive, dei sentimenti o delle convinzioni particolari, che si possono professare in privato, sempre che non abbiano la pretesa di dire la verità circa l’uomo, il mondo e Dio.
JAVIER PRADES MEETING DI RIMINI

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http://it.clonline.org/detail.asp?c=1&p=0&id=554


L'ILLUSIONE DELL'ISLAM MODERATO

RIMSHA MASHI


Il mondo civile ha assistito attonito al caso di Rimsha Masih, la bambina disabile pakistana di religione cristiana, che ha rischiato di essere bruciata viva dalla folla inferocita, e che oggi si trova agli arresti presso un riformatorio in attesa di giudizio. Il reato di cui è accusata questa undicenne affetta dalla sindrome di Down è di aver stracciato alcune pagine di un manuale che viene utilizzato per imparare a leggere il Corano, testo sacro della religione islamica. Questo atto avrebbe violato la cosiddetta legge sulla blasfemia, spesso strumentalmente utilizzata per colpire i cristiani in Pakistan, la stessa legge contro cui si era battuto con coraggio il ministro martire Shahbaz Bhatti – scelto come uomo dell’anno 2011 da CulturaCattolica.it – ucciso dal cieco fanatismo islamico.
Questa ennesima vicenda di assurda intolleranza contro i cristiani rende ancora più evidente il fatto che il cosiddetto islam moderato viva solo nelle buone intenzioni di chi si illude irenicamente circa la possibilità di un dialogo con il mondo musulmano. La drammatica realtà di ciò che accade nei Paesi in cui l’islam determina concretamente la cultura del popolo dimostra, purtroppo, esattamente il contrario.
Quello che manca all’Islam, una cultura in cui ancora si lapidano le donne adultere come nella Palestina di duemila anni fa, è Qualcuno che sappia rivolgersi al cuore degli uomini e dire: «chi è senza peccato scagli la prima pietra».

In ogni caso, è difficile se non impossibile giustificare ciò che è accaduto alla piccola Rimsha Masih alla luce di una prospettiva religiosa, giacché è impensabile che il Dio dei musulmani possa avere questo volto. Se così fosse, sarebbe un Dio disumano.
 
Riportiamo, da Radio Vaticana, questo frammento di intervista:Tristemente di attualità in questi giorni il caso, in Pakistan, della bambina cristiana, down, di 11 anni, Rimsha Masih, imprigionata con l’accusa di blasfemia perché trovata in possesso di frammenti di un libro sacro islamico, così come le violenze verso i cristiani in Nigeria. Il dialogo interreligioso in questo senso può aiutare? Ci risponde il cardinale Tauran:
“Certo. Più la situazione è grave e tesa, più il dialogo si impone. Vediamo il caso in Pakistan di Rimsha Masih, riportato dalla stampa. Si tratta di una ragazza che non sa né scrivere né leggere, raccoglieva le immondizie per vivere, ed ha raccolto i frammenti di quel libro che si trovavano tra le immondizie. Prima di dire che un testo sacro è stato oggetto di disprezzo, occorrerebbe verificare i fatti”.


Fonte: CulturaCattolica.it

PORTA FIDEI


Scola alla tomba di sant’Agostino, «il suo inquietum cor è di lezione all’uomo moderno»

Il Cardinale Arcivescovo di Milano celebrerà l’Eucarestia nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, Tomba di Sant’Agostino, il 28 agosto, memoria liturgica del Santo, alle 18.30.

Pinturicchio S.Agostino e San Nicola
Sant’Agostino è sepolto a Pavia dal sec. VIII: riposa nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, ai piedi dell’Arca marmorea fatta erigere nel sec. XIV dal priore agostiniano Bonifacio Bottigella, poi vescovo di Lodi. L’Arca di Sant’Agostino, così detta in omaggio al santo, reca incisa la data 1362 in caratteri gotici e festeggerebbe così quest’anno il suo seicentocinquantesimo anno dalla costruzione. Nella giornata del 28 agosto, memoria liturgica del Santo, dinanzi alla sua tomba celebreranno l’Eucarestia alle ore 9 il vescovo di Pavia monsignor Giovanni Giudici, alle ore 11 il Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino Padre Robert F. Prevost, alle ore 18.30 il Cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano.

Abbiamo chiesto al Cardinale Arcivescovo Angelo Scola una breve riflessione sulla figura di Sant’Agostino. Ringraziamo il Cardinale per l’intervista concessa.

Eminenza, l’Arcivescovo di Milano si reca a celebrare l’Eucarestia alla Tomba di Sant’Agostino: si rinnova lo specialissimo vincolo nella fede cristiana fra Ambrogio e Agostino, che oltre che Pastori del Popolo di Dio sono maestri di cultura e di spiritualità per l’Occidente. Siamo a pochi mesi dal XVII centenario dell’Editto di Milano: cosa Ambrogio e Agostino possono ancora dire a questo proposito?

“Ambrogio ed Agostino vissero i decenni travagliati del passaggio tra l’antico, rappresentato dall’impero romano ormai estenuato ed avviato verso il suo inesorabile declino, e il nuovo che si annunciava all’orizzonte, ma di cui non si vedevano ancora nitidamente i contorni. Furono immersi in una società per molti aspetti simile alla nostra, scossa da continui e radicali cambiamenti, sotto la pressione dei popoli stranieri e stretta dalla morsa della depressione economica dovuta alle guerre e alle carestie.

In queste condizioni, pur nella profonda diversità di storia e temperamenti, Ambrogio ed Agostino furono annunciatori indomabili dell’avvenimento di Cristo ad ogni uomo, nell’umile certezza che la proposta cristiana, se liberamente assunta, è risorsa preziosa per la costruzione del bene comune.

Essi furono strenui difensori della verità, incuranti dei rischi e delle difficoltà che questo comporta, nella consapevolezza che la fede non mortifica la ragione, ma la compie; e che la morale cristiana perfeziona quella naturale, senza contraddirla, e ne favorisce la pratica. Prendendo a prestito espressioni del dibattito contemporaneo, potremmo definirli come due paladini della dimensione pubblica della fede e di un sano concetto di laicità”.

Il Santo Padre, nella Lettera Apostolica Porta Fidei con la quale indice l’Anno della Fede, che si aprirà a ottobre, cita Sant’Agostino: «I credenti», attesta sant’Agostino, «si fortificano credendo». Nell’Anno della Fede quale può essere, secondo Lei, l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza umana e spirituale di Sant’Agostino?

“Benedetto XVI, in una delle sue Udienze generali dedicate a Sant’Agostino, riprendendone l’espressione “vecchiaia del mondo” disse: «Se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. Da qui l’invito di Agostino: “Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila” (cfr Sermoni 81,8)»(Benedetto XVI, Udienza generale del 16 gennaio 2008). Agostino è un formidabile testimone della contemporaneità di Cristo ad ogni uomo e della profonda convenienza della fede alla vita”.

In cosa consiste la perenne attualità del pensiero e della vicenda umana di Sant’Agostino?

“È l’inquietum cor di cui egli stesso ci parla nell’incipit delle Confessioni. La sua instancabile ricerca, che ha affascinato gli uomini di tutti i tempi, è particolarmente preziosa per noi oggi, immersi (e spesso sommersi) nel travaglio di questo inizio del terzo millennio. Una ricerca che non si ferma alla, sia pur sterminata, dimensione orizzontale; ma si inoltra in quella verticale.

È lo stesso Agostino a descriverne la portata, quando – in un passaggio dei suoi Soliloqui – afferma: «Ecco ho pregato Dio. “Che cosa vuoi dunque sapere?” “Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera” “Riassumile in poche parole” “Desidero conoscere Dio e l’anima” “E nulla più?” “Proprio nulla”» (Agostino, Soliloqui I, 2,7)”.

Eminenza, chi è per Lei Sant’Agostino?

“Un genio dell’umanità e un grande santo, cioè un uomo pienamente riuscito. Mi ha impressionato, in proposito, un’affermazione di Maritain che cito ripetutamente ai giovani, spesso così ossessionati dal problema del successo e della autorealizzazione: «Non c’è personalità veramente perfetta che nei santi. Ma come? I santi si sono forse proposti di sviluppare la propria personalità? No. L’hanno trovata senza cercarla, perché non cercavano questa, ma Dio solo» (J. Maritain)”.

DA Ilsussidiarionet

leggi su S.Agostino
http://www.mistica.info/unagost.htm

 

L'TALIETTA DEL CLUB DEI TROMBONI


L'Italia salottiera e intellettuale, a dif­ferenza di quella reale che ha ben al­tri problemi, si sta appassionando e avvitando attorno alla presunta trattativa tra Stato e mafia che sarebbe avvenuta agli inizi degli anni Novanta, quando Cosa no­stra compiva stragi praticamente a giorni alter­ni. Delle indagini su questo presunto misfatto si sarebbe occupato anche il presidente Napolita­no, che ignaro di essere intercettato, pare abbia rassicurato l'ex ministro Mancino, uno dei tanti coinvolti, e indagati, nella vicenda. Apriti cielo.

A differenza di quanto accadde sulle intercetta­zioni illegali di Berlusconi, mezza sinistra si è schierata a difesa del diritto di Napolitano a non essere spiato, mentre il solito clubbino di forca­ioli (Di Pietro, Procure varie, Travaglio e altri) non vede l'ora di mettere Napolitano alla gogna. Sulla vicenda stanno litigando anche dentro il quotidiano La Repubblica: da una parte il fonda­tore Scalfari, che difende il Colle sperando di avere in cambio il seggio di senatore a vita anco­ra vacante, dall'altra tale Zagrebelsky, ex presi­dente della Corte Costituzionale, noto più per le sue comparsate tv da Gad Lerner che per altro.

Ieri, su questa fondamentale questione, è in­tervenuto anche il direttore di La Repubblica, Ezio Mauro, con un articolo di una pagina inte­ra, manco fosse la ricetta risolutiva della crisi economica. Verrebbe da dire chi se ne frega di quello che pensano questi tre vecchi arnesi che si sentono gli dei del Paese quando sono invece retorici tromboni autoreferenziali. È che tra le ri­ghe della lenzuolata di Mauro emerge finalmen­te la verità: dietro questa ridicola sceneggiata non c'è la voglia di capire cosa successe. Anche perché la faccenda è indicibile ma chiara: lo Sta­to giustamente trattò con la mafia- come si fa abi­tualmente con i rapinatori barricati in banca o in caso di sequestri di persona- per bloccare le stra­gi e chi lo fece meriterebbe un encomio (in breve tempo tutti i boss, a partire da Riina, vennero ar­restati, la violenza finì e il carcere duro venne ad­dirittura potenziato). No, a Mauro interessa tira­re dentro nella questione Berlusconi, nonostan­te quattro sentenze abbiano sancito che con la mafia l'ex premier non ha mai avuto a che fare. Hanno paura che ancora una volta il loro dise­gno di portare la sinistra al governo si inceppi sul ritorno in campo di Berlusconi o sulla testardag­gine di Napolitano a insistere coi tecnici.

di Alessandro Sallusti
Tratto da Il Giornale del 25 agosto 2012