giovedì 20 agosto 2015

JOSEPH RATZINGER : IL CORAGGIO DI PAOLO VI


Dall'omelia funebre pronunciata  dal Card. Ratzinger il 10 agosto 1978 come Arcivescovo di Monaco

"Un papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. 

Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede. 

È per questo che in molte occasioni ha cercato il compromesso: la fede lascia molto di aperto, offre un ampio spettro di decisioni, impone come parametro l’amore, che si sente in obbligo verso il tutto e quindi impone molto rispetto. 

È per questo che ha potuto essere inflessibile e deciso quando la posta in gioco era la tradizione essenziale della Chiesa. 

In lui questa durezza non derivava dall’insensibilità di colui il cui cammino viene dettato dal piacere del potere e dal disprezzo delle persone, ma dalla profondità della fede, che lo ha reso capace di sopportare le opposizioni".

PUNTI FERMI: IL DIALOGO

PAOLO VI
ECCLESIAM SUAM

111. “Poi intorno a noi vediamo delinearsi un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano: è quello degli uomini innanzi tutto che adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo; alludiamo ai figli, degni del nostro affettuoso rispetto, del popolo ebraico, fedeli alla religione che noi diciamo dell'Antico Testamento; e poi agli adoratori di Dio secondo la concezione della religione monoteistica, di quella musulmana specialmente, meritevoli di ammirazione per quanto nel loro culto di Dio vi è di vero e di buono; e poi ancora i seguaci delle grandi religioni afroasiatiche.

Noi non possiamo evidentemente condividere queste varie espressioni religiose, né possiamo rimanere indifferenti, quasi che tutte, a loro modo, si equivalessero, e quasi che autorizzassero i loro fedeli a non cercare se Dio stesso abbia rivelato la forma, scevra di ogni errore, perfetta e definitiva con cui egli vuole essere conosciuto, amato e servito; chè anzi, per dovere di lealtà, noi dobbiamo manifestare la nostra persuasione essere unica la vera religione ed essere quella cristiana, e nutrire speranza che tale sia riconosciuta da tutti i cercatori e adoratori di Dio.

112. Ma non vogliamo rifiutare il nostro rispettoso riconoscimento ai valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose non cristiane; vogliamo con esse promuovere e difendere gli ideali che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile.
In ordine a questi comuni ideali un dialogo da parte nostra è possibile e noi non mancheremo di offrirlo là dove, in reciproco e leale rispetto, sarà benevolmente accettato”

      91. L’arte dell’apostolato è rischiosa. La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede. L’apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana. L’irenismo e il sincretismo sono in fondo forme di scetticismo rispetto alla forza e al contenuto della Parola di Dio, che vogliamo predicare.
Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo.


92. E solo chi vive in pienezza la vocazione cristiana può essere immunizzato dal contagio di errori con cui viene a contatto.

martedì 18 agosto 2015

LA "TEOLOGIA" DI GALANTINO E IL CRISTIANESIMO RIDOTTO AD UNA IDEOLOGIA DEI DIRITTI


MARCELLO PERA

NON TRASFORMIAMO UNA RELIGIONE DI SALVEZZA IN UNA IDEOLOGIA SOCIALE


Ciò che trovo discutibile nelle prese di posizione di mons. Galantino non sono tanto certi suoi giudizi particolari, ad esempio quando si scaglia contro quei «piazzisti da quattro soldi» che traggono voti dalle campagne anti-immigrati, o quando biasima «i volti inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche dove si pratica l'aborto».
Piuttosto, trovo discutibile la teologia sottostante.

Vediamo se mi riesce di argomentare le mie riserve, senza che stavolta il direttore di Avvenire dia in escandescenze. 

Perché si devono ospitare e assistere gli immigrati? Perché sta scritto (discorso della Montagna) «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto».
Ma la cosa non è così semplice. Il fatto che io credente cristiano abbia un dovere di carità verso il prossimo non implica che io debba aiutare tutti e ciascun bisognoso. L'implicazione varrebbe solo se ogni bisognoso avesse un diritto inderogabile ad essere aiutato. In tal caso, al suo diritto corrisponderebbe il mio dovere.

Questo è ciò che mons. Galantino sembra pensare. Il cattolicesimo post-conciliare ritiene che gli uomini nascano con diritti originari propri (Papa Giovanni XXIII arrivò ad elencarne ben 43) ai quali sono collegati altrettanti doveri, verso sé e verso gli altri.
L'argomento è quello della dignità della persona: poiché l'uomo, in quanto uomo, possiede dignità, possiede anche i diritti a tutela della dignità, e se possiede questi diritti agli altri uomini compete di soddisfarli. Ecco perché si deve dar da mangiare agli affamati: perché ogni affamato ha il diritto fondamentale ad essere nutrito.

L'argomento è filosoficamente e teologicamente così controverso che è sospetto anche solo sulla base scritturale.

Gesù non parla mai di diritti ma solo di doveri, e quando si tratta di riassumere l'etica cristiana, egli la formula in due comandamenti, «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore», «Amerai il tuo prossimo come te stesso», che sono altrettanti doveri.

A parte ciò, la teoria dei diritti fondamentali solleva problemi che non riesce a risolvere. Brevemente, ne indico tre.
Primo problema. Se un affamato ha un diritto fondamentale, chi ha il corrispondente dovere?
Ad esempio, se un immigrato ha il diritto di sbarcare sulle nostre coste perché perseguitato o degradato nel suo paese, chi ha il dovere di accoglierlo e nutrirlo? Il comune di prima accoglienza? Il paese in cui è sbarcato? Il paese in cui dichiara di volersi stabilire? Tutto il mondo?

Secondo problema. Per soddisfare un diritto di accoglienza non basta un cuore grande come quello della Giordania, occorrono anche delle risorse come quelle di Paperone. Fino a che punto si estende il dovere di accoglienza? Fino alla diminuzione della ricchezza che l'ospitante ha creato per sé e i suoi? Fino alla distribuzione senza limiti delle sue proprietà? Fino al sacrificio di sé?

Il terzo problema è ancora meno risolvibile degli altri. I diritti fondamentali hanno il difetto di conciliarsi poco fra loro.
Se tu hai il diritto ad essere nutrito, io ho il diritto alla mia libertà. Se tu hai il diritto di chiedermi il pane, io ho il diritto di distribuirlo ai miei figli. E così via.

Quale diritto viene prima? Non solo. La Chiesa post conciliare estende i diritti umani fino ad includervi quelli politici, ad esempio l'autodeterminazione dei popoli e la democrazia, perché la democrazia è considerata il regime che meglio tutela i diritti.
Ciò significa che se uno si affaccia alla nostre coste per chiedere aiuto, non ha democrazia nel suo paese, e per converso, che se avesse democrazia basterebbe a se stesso.

Il problema allora è: si deve esportare la democrazia nei paesi di origine degli immigrati? Non urta questo con il diritto all'autodeterminazione?
E poi esportare come? Col dialogo? Con la diplomazia? Con gli accordi? Con le armi?

Sono d'accordo: ci sono i piazzisti che pensano solo alle urne.

Ma forse ci sono anche coloro che, dopo aver detto che le urne sono un diritto fondamentale, pensano che debbano essere governate con princìpi umanitari frettolosamente tratti da comandamenti evangelici.

Se c'è un rischio enorme che io vedo nella posizione di mons. Galantino e altri è la trasformazione di una religione di salvezza in una ideologia sociale.


Forse il cristianesimo ne guadagna in popolarità e allarga la porta, ma sta scritto anche questo: «entrate per la porta stretta».

da Italia Oggi

IN MEMORIA DI DON FRANCESCO VENTORINO


di Luigi Negri

È morto ieri pomeriggio, 17 agosto, dopo una lunga malattia don Francesco Ventorino, per tutti "don Ciccio", grande amico di don Luigi Giussani e fondamento del movimento di Comunione e Liberazione in Sicilia. Aveva 83 anni e il quotidiano La Sicilia lo ricorda come «educatore fra i più grandi che Catania abbia avuto dal secondo dopoguerra». È stato autore di numerosi volumi di filosofia, teologia e spiritualità, ma - come ricorda sempre La Sicilia - «le maggiori energie di don Ciccio furono dedicate all'educazione dei giovani e ai più poveri. Dalla sua fervente azione missionaria nacquero, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, numerose iniziative di carità e di promozione sociale nei quartieri più disagiati di Catania, da San Cristoforo a Librino, dal Villaggio Sant'Agata ai Cappuccini». Dal 2013 era cappellano del carcere di Piazza Lanza a Catania, dove aveva anche voluto celebrare i suoi 60 anni di sacerdozio. I funerali si svolgeranno mercoledì 19 alle 16.30 nel Duomo di Catania. Ricordiamo questa straordinaria figura attraverso le parole del suo amico monsignor Luigi Negri, arvivescovo di Ferrara-Comacchio.

Mio carissimo don Ciccio,


è arrivato il tempo del nostro congedo qui sulla terra, anche se in questo momento, profonda e irresistibile, sento nel cuore la certezza che la nostra comunione non viene meno ma, al contrario, si riformula in modi nuovi e definitivi.
Ci siamo incontrati tanti anni fa quando io, come ricordava spesso don Giussani, “portavo ancora i calzoni corti” ed ero studente dei primissimi anni dell’Università Cattolica mentre tu eri giovane e coltissimo prete della tua Diocesi. 
Ci siamo incontrati in una vacanza del movimento di GS, e da quei giorni insieme abbiamo realmente fatto parte di quella grande storia che dal cuore di don Giussani diventava in ciascuno di noi, e per la nostra amicizia, una vita intensa, appassionata, da approfondire continuamente e da comunicare dentro gli ambienti in cui eravamo chiamati a vivere, per scelte o per condizioni.

Sono stati anni di straordinaria intensità umana e cristiana che, a ricordarli, la commozione diventa irresistibile, perché hanno generato in noi un’incredibile dilatazione dell’intelligenza e del cuore, un approfondimento sistematico e continuativo del mistero di Cristo nel mistero della Chiesa, una conoscenza della nostra identità umana e insieme l’impeto di donare la vita nuova di Cristo in noi al cuore, all’intelligenza e alla sensibilità di tutti quelli che ci passavano accanto. 

Sì, perché ci era stata offerta la grande capacità di leggere, nel nome del Signore, l’uomo e il mondo del nostro tempo e dei tempi che si sarebbero succeduti inesorabilmente. 

Una capacità di conoscere e di giudicare la situazione del mondo che appartiene essenzialmente alla Chiesa, e in cui si innesta la capacità di incontrare. Ricordo ancora, in occasione del trentennale del Movimento, le parole di San Giovanni Paolo II che ci disse: «Quello che amo in voi è la vostra capacità di incontrare, di conoscere e di valorizzare». 

Grazie don Ciccio! Perché pur nella diversità dei momenti, nell’emergere di chiarezze, nella percezione di difficoltà o di fatiche, noi ci siamo appartenuti l’un l’altro; perché insieme appartenevamo - nel grande Movimento guidato da Giussani - alla compagnia con il mistero del Signore che ha reso inesorabilmente positiva la nostra esistenza, pur carica degli inevitabili limiti della condizione umana. 
Grazie don Ciccio, perché mi sei stato amico fedele. Quest’amicizia infatti è l’eredità più preziosa che abbiamo vissuto, che tu oggi mi lasci e insieme porti con te. 

È un’amicizia che fiorisce dalla consapevolezza che il Signore ci ha concesso di vivere insieme l’esperienza straordinaria di quel grande umanesimo cristiano che è l’espressione storicamente più vera e più significativa della fede ecclesiale. A partire dall’insegnamento di don Giussani, abbiamo valorizzato, attraverso maestri nuovi - che hanno esplicitato le sue intuizioni - la grandezza di quella civiltà e di quella cultura che si ergono ancora, a secoli di distanza, come punto più alto di comprensione del mistero di Dio e del mistero dell’uomo.
Attraverso l’obbedienza a don Giussani, abbiamo seguito insieme il Signore che ci ha portato dove ha voluto e ci ha fatto fare cose che forse non avremmo nemmeno desiderato fare, ma abbiamo dato il nostro contributo - particolare ma significativo - ad una grande vicenda di vita umana e cristiana che costituisce la ragione della commozione che ci prende ad ogni apertura di giornata: “Benedetto sei Tu Signore Dio d’Israele, perché hai visitato e redento il tuo popolo”.

Ora te ne vai dalla nostra compagnia fisica e, mentre stringo per l’ultima volta la tua mano, sento di dirti un profondo grazie che scaturisce dall’intimo della mia intelligenza e del mio cuore. 
Quante cose mi hai insegnato! Quante cose ho comunicato avvertendo che erano un modo con cui cercavo di dilatare ad altri quello che avevo imparato da te e dai tuoi libri, i più preziosi dei quali sono stati certamente i volumetti che hai dedicato al recupero del grande insegnamento di don Giussani. 

Molte cose sono state faticose, soprattutto in questi ultimi anni che tu ed io sognavamo diversi, come compimento straordinario di una ricchezza umana oltre ogni immaginazione. Purtroppo così non è stato. Sono venuti tempi di prova, di dolore e di umiliazione. Anche in questo, senza giudicare nessuno, ci siamo affidati al mistero del Signore che, come ci ricordava Giussani, scrive diritto su righe storte.

Caro Ciccio, devi aspettare ancora un po’ di tempo, ma non credo molto, perché questo nostro incontro possa ritornare ad avere concretezza e carnalità finalmente eterne. 
Di fronte al Signore, che tu già vedi così come Egli è, non posso non dire che nel tuo volto ho visto, lungo tutti questi anni, riverberarsi quella tranquilla e profonda capacità di dominare - in nome di Cristo - lo spazio e il tempo, e di vivere in modo positivo tutte le circostanze dell’esistenza, anche le più difficili.
Con l’antica espressione medievale – sebbene mi abbiano riferito che l’età medievale non è più così amata anche nello spazio della convivenza di tanti nostri amici -  ti dico: «Ciccio a Dio». 
+ Luigi Negri



GLI ANTIFASCISTI MILITANTI? SONO FASCISTI

L'ANTIFASCISMO NON E' L'OPPOSTO DEL FASCISMO, MA UN FASCISMO DI SEGNO OPPOSTO (AUGUSTO DEL NOCE)
Quando venne chiamato nel 1970 a insegnare all'Università di Roma storia delle dottrine politiche, prima, e filosofia della politica, poi, Augusto Del Noce, che aveva appena compiuto sessant'anni, era già considerato uno del maggiori filosofi cattolici del Novecento.
Alcuni lavori - in particolare Il problema dell'ateismo (1964) e Riforma cattolica e filosofia moderna (1965) - erano diventati classici per il loro carattere innovativo e per l'attenzione al problema della modernità oltre che per le suggestioni che fornivano ai fini di un discorso interpretativo in chiave filosofico-culturale della storia moderna e contemporanea. Proprio in quell'anno, il 1970, Del Noce pubblicò un libro, L'epoca della secolarizzazione , ora riproposto dall'editore Nino Aragno (pagg. XII-356, euro 20), che raccoglieva alcuni saggi scritti negli anni immediatamente precedenti.

Era ancora viva l'eco della contestazione studentesca e della generale ubriacatura per le tesi di Herbert Marcuse sull'«uomo a una dimensione» e per le vaneggianti utopie politico-sociali degli epigoni della cosiddetta «scuola di Francoforte». Quella contestazione era diretta, soprattutto, al di là dei suoi aspetti eversivi, contro la società tecnocratica e consumistica. Ma aveva una vocazione rivoluzionaria che si manifestava nella proposta di un mondo perfetto, tutto terreno, privo di limiti morali, fondato sul rifiuto del principio d'autorità, sull'esaltazione dell'erotismo, sull'ateismo. 
Già da tempo Del Noce, riflettendo sugli avvenimenti e sul costume di quegli anni, era giunto alla conclusione che, dietro le manifestazioni di contestazione della civiltà tecnocratica e consumistica che tendeva a «disumanizzare» l'individuo, ci fossero una profonda crisi di religiosità e l'abbandono dei cosiddetti «valori tradizionali».
Il nuovo volume, appunto "L'epoca della secolarizzazione" , sistematizzava le sue riflessioni in argomento e dava loro una forma organica che si traduceva in una suggestiva visione generale della storia contemporanea intesa come «storia filosofica», cioè come storia caratterizzata dal fatto che, dall'epoca della rivoluzione russa, una filosofia, il marxismo, si era incarnata in istituzioni politiche e aveva finito per condizionare tutti gli avvenimenti. Da quel momento, infatti, ci si era dovuti confrontare, per aderirvi o per combatterlo, con il marxismo giunto al potere e la storia era diventata così «storia filosofica». Ma non basta: essendo il marxismo, intrinsecamente, ateismo ne conseguiva che tutta l'età contemporanea, quella successiva al 1917, poteva ben essere qualificata come «epoca della secolarizzazione» caratterizzata dall'espansione dell'ateismo e dai tentativi, spesso destinati a fallire, di resistere a questa deriva. All'interno di questa «epoca della secolarizzazione» si potevano individuare due periodi definiti, rispettivamente, «sacrale» e «profano»: il primo, quello delle grandi religioni secolari (comunismo, fascismo, nazionalsocialismo), il secondo quello della cosiddetta «società opulenta» dalla quale, e contro la quale, era scaturita la contestazione.
È intuitiva la forza dirompente di questa interpretazione della storia contemporanea. Basti pensare al fatto che essa metteva in crisi tutti i discorsi storiografici che parlavano di una «epoca del fascismo»: essendo infatti - al pari del comunismo e del nazionalsocialismo - soltanto un «momento» dell'«epoca della secolarizzazione», il fascismo non poteva dare il proprio nome a un intero periodo storico, tanto più che le tre «religioni secolari» avevano, ognuna, proprie caratteristiche evidenziabili solo in relazione al marxismo.
Per quanto, al momento della pubblicazione del volume di Del Noce, fossero già apparsi i primi tomi della grande biografia mussoliniana di Renzo De Felice destinata a rinnovare sul terreno metodologico gli studi storici liberandoli dalle passioni politiche e dai condizionamenti ideologici, era ancora largamente diffusa l'interpretazione apocalittico-demonologica del fascismo. 
Contro di essa, e contro la conseguente elevazione a mito della Resistenza, le tesi apparentemente provocatorie di Del Noce rappresentarono un momento di svolta e segnarono l'inizio di una riflessione profonda, di natura filosofico-culturale, su tutte le vicende della storia contemporanea.
Nel suo volume del 1970, che resta ancora oggi un testo fondamentale per la comprensione dell'età contemporanea, sono contenuti, sia pure in germe, gli argomenti che Del Noce, in seguito, avrebbe sviluppato e precisato in molti altri lavori contro il «progressismo laico», sotto specie di «neoilluminismo», e contro il «progressismo religioso», sotto specie di «neomodernismo». Ma, in particolare, sono presenti le premesse della sua interpretazione del fascismo e dell'antifascismo quale si sarebbe sviluppata dalla riflessione suggeritagli dalla lettura del breve ma intenso saggio di Giacomo Noventa intitolato Tre parole sulla Resistenza (Castelvecchi). Personalità in penombra nel mondo intellettuale del tempo, Noventa era l'eretico della Torino degli anni Venti e Trenta, la Torino di Piero Gobetti e di Giacomo Debenedetti, di Mario Soldati e di Carlo Levi. 
Aveva sostenuto che il fascismo era stato un «errore della cultura» e non già un «errore contro la cultura» secondo le tesi della «scuola torinese» da Gobetti a Bobbio, per la quale l'essenza del fascismo era l'anticultura o, se si preferisce, la rivolta contro la cultura. Del Noce, anch'egli un eretico - ma della Torino anni Trenta e Quaranta, la Torino di Leone Ginzburg e di Ludovico Geymonat, di Norberto Bobbio e di Cesare Pavese - avrebbe precisato e sviluppato questa intuizione sottolineando la comune sostanza filosofica del fascismo e dell'antifascismo: l'attualismo di Giovanni Gentile cui attingevano sia il rivoluzionarismo di Mussolini sia l'intransigentismo morale di Gobetti. E sarebbe giunto a parlare della continuità del fascismo nell'antifascismo e ad auspicare il superamento e l'abbandono della contrapposizione fascismo-antifascismo. Un auspicio ancora valido.
Francesco Perfetti - ILGiornale, 13/08/2015


sabato 15 agosto 2015

AFFAMATI DI PRESENZA


CI MANCA MARIA
Raffaello : Madonna Sistina
Affamati di presenza come siamo, ci attacchiamo ai corpi. Corpi vivi e giovani, finché è possibile. Poi, dopo l'inevitabile scandalo di malattia vecchiaia e morte, almeno a quel che resta dei corpi. Resti, reliquie, segni tangibili ... qualcosa, comunque, da guardare e da toccare. Qualcosa da possedere. Per questo, quando muore una persona che ci è cara ci diventano cari (a volte indispensabili) i ricordi, le immagini, gli oggetti che sono stati suoi, che ha toccato. Toccando quelli, ci sembra un po' di toccare lui o lei presenti.
Però fra tutti i milioni o i miliardi di corpi di uomini e donne che sono stati al mondo, ne mancano due.
Il corpo di Gesù Cristo, perché è risorto da morte ed è asceso al cielo. E il corpo di Maria, perché non è morta ma è stata assunta in cielo.
Affamati di presenza come siamo, forse la «porta stretta» della fede per noi è anche la difficoltà di capire come l'assenza possa essere la forma più profonda e vera della presenza. Dio si manifesta innanzitutto con l'assenza: «Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,8). Il primo (e già sufficiente!) segno per la fede non sono le apparizioni di Gesù risorto, ma è la tomba vuota. Non è una "pienezza", è un vuoto. Una mancanza.
La domanda di Lagerkvist, che abbiamo sentito ripetere tante volte da don Giussani («Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?») e quella di Luzi, che per un po' ripeteremo spesso («Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?»). non smettono di essere vere dopo che Dio si è rivelato e non è più lo Sconosciuto di cui parlava lo scrittore svedese, e dopo che noi lo abbiamo incontrato nella fede.

In un certo senso, anche la festa di oggi è una festa della mancanza.

LEONARDO LUGARESI

https://leonardolugaresi.wordpress.com/2015/08/15/affamati-di-presenza-ci-manca-maria/


martedì 11 agosto 2015

L’ANTICRISTO, UNA PERSONA PERBENE. FILANTROPO, PACIFISTA, VEGETARIANO, ANIMALISTA, ESEGETA, ECUMENISTA.

La lezione (inascoltata) del grande Solov’ëv spiegata da Biffi

Filantropo, pacifista, vegetariano, animalista, esegeta, ecumenista.
Il Nemico descritto dal filosofo russo nel 1900 incarna la crisi del cristianesimo odierno

Il 31 luglio del 1900 (13 agosto secondo il calendario gregoriano) moriva Vladimir Sergeevic Solov’ëv, teologo e filosofo, da molti considerato il pensatore più importante della storia russa. Quello che segue è l’intervento pronunciato a Bologna nel centesimo anno dalla scomparsa dall’allora arcivescovo della città, Giacomo Biffi. Il cardinale, venuto a mancare sabato 11 luglio, è stato un profondo conoscitore ed estimatore del pensiero di Solov’ëv.

Questo testo, pubblicato per la prima volta nel numero 3/2000 de La Nuova Europa, è riproposto nel numero di Tempi in edicola e fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).
Vladimir Sergeevic Solov’ëv è morto cento anni fa, il 31 luglio (13 agosto secondo il calendario gregoriano) dell’anno 1900. È morto sul limitare del secolo Ventesimo: un secolo del quale egli, con singolare accuratezza, aveva preannunciato le vicissitudini e i guai, un secolo che avrebbe però tragicamente contraddetto nei fatti e nelle ideologie dominanti i suoi più rilevanti e più originali insegnamenti. È stato dunque, il suo, un magistero profetico e al tempo stesso un magistero largamente inascoltato.


Un magistero profetico
Al tempo del grande filosofo russo, la mentalità più diffusa – nell’ottimismo spensierato della belle époque – prevedeva per l’umanità del secolo che stava per cominciare un avvenire sereno: sotto la guida e l’ispirazione della nuova religione del progresso e della solidarietà senza motivazioni trascendenti, i popoli avrebbero conosciuto un’epoca di prosperità, di pace, di giustizia, di sicurezza. Nel ballo Excelsior – una coreografia che negli ultimi anni del secolo XIX aveva avuto uno straordinario successo (e avrebbe poi dato il nome a una serie innumerevole di teatri, di alberghi, di cinema) – questa nuova religione aveva trovato quasi una sua liturgia.
Victor Hugo aveva profetizzato: «Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice». Solov’ëv invece non si lascia incantare da quel candore laicistico e anzi preannunzia con preveggente lucidità tutti i malanni che poi si sono avverati.

Già nel 1882, nel Secondo discorso sopra Dostoevskij, egli parrebbe aver presagito e anticipatamente condannato l’insipienza e l’atrocità del collettivismo tirannico che qualche decennio dopo avrebbe afflitto la Russia e l’umanità: «Il mondo – afferma – non deve essere salvato col ricorso alla forza (…). Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente, (…) allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme “formicaio”», quel «formicaio» che in effetti sarebbe stato poi attuato dall’ideologia ottusa e impietosa di Lenin e Stalin.

Nell’ultima pubblicazione – I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, opera compiuta la domenica di Pasqua del 1900 – è impressionante rilevare la chiarezza con cui Solov’ëv prevede che il secolo XX sarà «l’epoca delle ultime grandi guerre, delle discordie intestine e delle rivoluzioni». Dopo di che – egli dice – tutto sarà pronto perché perda di significato «la vecchia struttura in nazioni separate e quasi ovunque scompaiano gli ultimi resti delle antiche istituzioni monarchiche». Si arriverà così alla «Unione degli Stati Uniti d’Europa».

Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento. Egli la raffigura nella icona dell’Anticristo, personaggio affascinante che riuscirà a influenzare e a condizionare un po’ tutti. In lui, come è qui presentato, non è difficile ravvisare l’emblema, quasi l’ipostatizzazione, della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni: egli – dice Solov’ëv – sarà un «convinto spiritualista», un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo.
Sarà, tra l’altro, anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea «honoris causa» della facoltà di Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare «con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza». Nei confronti di Cristo non avrà «un’ostilità di principio»; anzi ne apprezzerà l’altissimo insegnamento. Ma non potrà sopportarne – e perciò la censurerà – la sua assoluta «unicità»; e dunque non si rassegnerà ad ammettere e a proclamare che egli sia risorto e oggi vivo.

Si delinea qui, come si vede, e viene criticato, un cristianesimo dei «valori», delle «aperture» e del «dialogo», dove pare che resti poco posto alla persona del Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto, e all’evento salvifico. Abbiamo di che riflettere. 

  • La militanza di fede ridotta ad azione umanitaria e genericamente culturale; 
  • il messaggio evangelico identificato nel confronto irenico con tutte le filosofie e con tutte le religioni; 
  • la Chiesa di Dio scambiata per un’organizzazione di promozione sociale: siamo sicuri che Solov’ëv non abbia davvero previsto ciò che è effettivamente avvenuto, e che non sia proprio questa oggi l’insidia più pericolosa per la «nazione santa» redenta dal sangue di Cristo? È un interrogativo inquietante e non dovrebbe essere eluso.

mercoledì 5 agosto 2015

E COSÌ IL SENATO BOCCIÒ I DIRITTI UNIVERSALI DELL’UOMO


 di Gianfranco Amato
04-08-2015 la nuova bq


Commissione Giustizia del Senato, 30 luglio 2015, primo pomeriggio. L’insolazione che rischiano i turisti dell’Urbe a causa delle temperature torride pare aver colpito la maggioranza degli onorevoli senatori riuniti in Commissione, nonostante il refrigerio loro offerto dagli efficienti impianti di condizionamento d’aria. Va in scena, infatti, un teatrino surreale dall’epilogo davvero inquietante.
L’ottimo senatore Lucio Malan presenta un ordine del giorno nel quale si legge, tra l’altro, che «il Senato impegna il Governo a non violare i due diritti fondamentali riconosciuti, garantiti e tutelati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, i propri valori religiosi nell’educazione, e il diritto di priorità dei genitori nella scelta di educazione da impartire ai propri figli (artt. 18 e 26); a garantire e tutelare il diritto dei genitori ad educare i propri figli».
Palazzo Madama

Parrebbe un’affermazione quasi lapalissiana in un sistema istituzionale che si autodefinisce democratico. Chi oserebbe mai mettere in dubbio la sacra Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo? E invece no! Nel bislacco mondo sublunare delle istituzioni italiane c’è chi ha osato, eccome. Non soltanto la senatrice Cirinnà, ma molti onorevoli componenti della Commissione strepitano come vestali scandalizzate alla proposta del povero Malan, accusato di aver messo in dubbio l’onore del governo. Sì, perché, con una motivazione pelosa e ipocrita, i senatori sconcertati contestano l’ordine del giorno in quanto, così come formulato, esso avrebbe potuto insinuare il dubbio che lo stesso governo avesse intenzione di violare i diritti fondamentali dell’uomo. Il buon senso popolare definisce questo atteggiamento “coda di paglia”.

Interviene, con la saggezza che gli è consueta, il presidente della Commissione Francesco Nitto Palma, il quale tenta di riportare i senatori alla ragione attraverso la proposta di una modifica a quella parte dell’ordine del giorno oggetto di scandalo. Lo stesso presidente suggerisce, infatti, di riformulare ulteriormente il testo dell'ordine del giorno, prevedendo che il governo sia chiamato ad impegnarsi nel «continuare a garantire e a rafforzare» la tutela dei diritti fondamentali riconosciuti ed affermati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, nonché eliminando il riferimento testuale ai richiamati articoli 18 e 26. 

A questo punto, i senatori contestatari sono costretti a gettare la maschera, dimostrando che il problema non era tanto la formulazione del documento, quanto il contenuto di merito dello stesso. Così, quei componenti della Commissione Giustizia non hanno mostrato alcun ritegno nel votare contro o nell’astenersi, che – com’è noto – al Senato equivale al voto contrario.  L’ordine del giorno, quindi, è stato clamorosamente bocciato con otto voti a favore (Fi, Ncd, Lega, senatore Orellana del Gruppo Misto) e dodici fra astenuti (M5S e alcuni Pd) e contrari del Partito Democratico (Cirinnà, Del Giudice, Lumia). I resoconti dei lavori della Commissione Giustizia del Senato consegneranno alla storia questa vergogna. 

Resterà scritto a peritura memoria che un’istituzione “democratica” ha deciso di bocciare un ordine del giorno di questo tenore: «Il Senato impegna il Governo a continuare e a rafforzare la tutela dei due diritti fondamentali riconosciuti, garantiti e tutelati dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: la libertà di manifestare isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, i propri valori religiosi nell'educazione, e il diritto di priorità dei genitori della scelta di educazione da impartire ai propri figli; a garantire e tutelare il diritto dei genitori ad educare i propri figli».

Si potrebbe sdrammatizzare la vicenda rievocando il classico “pasticcio all’italiana”, e imputare tutto alla dabbenaggine, alla superficialità, al pressapochismo dei senatori, giustificandoli col fatto di non essersi resi conto, di non aver compreso appieno la portata del documento sul quale hanno espresso voto contrario.

Noi temiamo, invece, che quel voto nasca da una lucida e deliberata volontà, e rappresenti l’inquietante prodromo della deriva totalitaria che si sta profilando all’orizzonte del nostro Paese, il segno premonitore di quella dittatura del pensiero unico» che papa Francesco continua coraggiosamente a denunciare. Cupi presagi di un totalitarismo alle porte.

LETTERA LAICA AI PARLAMENTARI DI AREA POPOLARE SU UNIONI CIVILI E MOLTO ALTRO

 | 3 Agosto 2015
Care amiche, cari amici,


poiché ho avvertito tra noi molta incertezza circa il tema delle unioni civili, sento il bisogno di proporvi la mia opinione nella speranza di poter alimentare una ulteriore riflessione collettiva.

Noi siamo una comunità di persone che hanno partecipato ad una esperienza politica ventennale nel corso della quale le giuste intuizioni si sono mescolate con errori e rinunce. Eppure un merito fondamentale possiamo dire di avere condiviso. Nella stagione in cui le ideologie sconfitte dalla storia hanno cercato di sopravvivere organizzando una cronaca faziosa, abbiamo contrapposto ad esse, nei fatti forse più che nella consapevole elaborazione, un nuovo umanesimo politico riuscendo talora ad esprimere perfino una sorta di egemonia culturale. 

 
Voglio dire che abbiamo saputo rifiutare gli astratti luoghi comuni delle élite cosmopolite, assunti dalla sinistra italiana con la fine del marxismo, riproponendo il concreto senso comune del nostro popolo.
Lo abbiamo fatto difendendo le rappresentanze politiche e sociali, nei loro pregi e difetti, da ogni tentativo di sostituirle con il "governo dei migliori" e con la solitudine degli individui nel rapporto con lo Stato.
Contestando il giustizialismo interessato e fazioso di chi si copriva dietro l'inumano principio "fiat iustitia, pereat mundus".
Difendendo la proprietà delle "cose" che nella buona eccezione italiana sono state e sono le "case", quale radice delle nostre famiglie nel luogo dei padri.
Garantendo la sopravvivenza del capitalismo popolare di fronte a chi ci voleva concentrati nei pur necessari grandi interessi organizzati. 
Affermando quella antropologia positiva che vuole l'uomo orientato alla socialità e non "lupo" verso i suoi simili, perciò degno di spazi di autonomia responsabile e di funzioni sussidiarie.
Difendendo la vita, dal concepimento alla morte naturale, quale premessa logica della nostra fiducia nella vitalità umana.


Di tutto ciò siamo stati così fieri da voler salvaguardare con una dolorosa rottura i buoni principi e i buoni comportamenti del centrodestra italiano quando ci è parso che nel suo declino potessero essere rinnegati o contraddetti. Non voglio quindi pensare che ora la nostra fragilità politica in una fase certamente difficile ci conduca a svendere proprio quel patrimonio di meriti che con la nostra scelta abbiamo inteso mantenere operosamente vivo.
E in particolare, sono certo avvertiamo tutti la necessità di conservare, innanzitutto tra noi, quel dialogo tra credenti e non credenti che si realizza nel nome dell'uomo e che si fonda sul comune vissuto, sul rifiuto quindi di ogni astrazione.
La laicità è autonomia della funzione pubblica che a sua volta però si esprime riconoscendo le verità rivelate dalla esperienza tramandata dai padri e non rifiutandole a priori nel nome di quella indifferenza che taluno vorrebbe ideologia o religione di Stato.


Fu grazie a ciò che ci unimmo nel Consiglio dei ministri su Eluana Englaro, legittimamente incerti ma consapevoli delle nostre responsabilità che risolvemmo sulla base del laicissimo principio di precauzione.
E la stessa legge sulla procreazione assistita, confermata dal popolo con il mancato quorum del referendum ma smembrata dalla Consulta, ci trovò concordi nel ritenere che la procreazione non dovesse separarsi dagli elementi riproduttivi di una relazione affettiva nel nome del primario interesse dei figli.
Così come ora possiamo convenire che tale separazione non può arrivare al punto da realizzarsi attraverso l'affitto dell'utero di una donna così bisognosa da accettare un commercio tanto innaturale. L'adozione (o l'affido) del figlio "biologico" non può essere la legittimazione di questa pratica che dovremo anzi prevenire e contrastare con una legislazione ad hoc.


Più in generale, possiamo riconoscere insieme che il diritto dei minori a crescere nella diversità genitoriale precede il pur comprensibile desiderio degli adulti. La querelle sul matrimonio o su una unione disegnata in termini tali da conseguirlo per via giurisprudenziale ha senso in quanto logicamente e giuridicamente ne costituisce la pre-condizione.

Come abbiamo più volte ricordato, sarebbe facile un accordo parlamentare unanime sui diritti (ed eventualmente i doveri) dei conviventi come dispongono i nostri disegni di legge. Ma si vuole qualcosa di più e d'altro che non possiamo che classificare come ideologico. È la riproposizione, dopo i disastri del '900, della ricorrente ambizione a creare l'"uomo nuovo" che nasce indipendentemente dalla coppia genitoriale, che viene educato a superare la propria condizione naturale di maschio o femmina per cercare quella, anche mutevole, soggettivamente percepita imponendola all'anagrafe pubblica, che stabilisce legami labili e agevolmente reversibili, che muore pubblicamente assistito quando lo desidera.


Mi si dirà: ma così ora fan tutti in occidente. Vero! È stata altrove una deriva lenta e continua, prodottasi nella distrazione dei più, che gli esclusi, tra i quali noi, possono ora comprendere nella sua interezza e rifiutarla mentre in quei Paesi il dibattito sull'uomo si riapre. Possiamo peraltro stupirci del declino demografico dei Paesi di vecchio benessere? Abbiamo dimenticato il tentativo di sostituire la vitalità reale alimentata da giovani generazioni numerose e dinamiche con la vitalità virtuale della finanza creativa? Non c'è sviluppo sostenibile che si realizzi mentre l'uomo si annichilisce perdendo il senso della vita, quella continuità della specie che solo le famiglie naturali aperte alla procreazione possono garantire.


Care amiche, cari amici, ho dedicato la mia lunga vita politica a tante battaglie di cui ora avverto il significato relativo di fronte al valore assoluto dell'uomo così pericolosamente messo in discussione. Per questo mi sento di dirvi che la battaglia odierna per la difesa del nostro millenario modello antropologico è tutt'altro che clericale. Offenderemmo una visione adulta della laicità se non la riconoscessimo come laicamente umanitaria.

La posta in gioco siamo noi stessi, i nostri figli, il loro futuro. 
 


IL RE LEONE, L'AMBIENTALISMO ESTREMISTA E L'ATEISMO PRATICO

In compagnia dei lupi (e degli orsi e dei leoni...)

di Robi Ronza
04-08-2015 lanuovabq

Per protesta contro la proliferazione dei lupi lo scorso 21 luglio circa 1600 pecore sono state condotte dai loro pastori a occupare il centro di Gap, una città delle Alpi francesi quel giorno sede di tappa del Tour de France. Negli ultimi dodici mesi il dilagare di questi carnivori è costato in Francia la perdita di circa 9 mila ovini, tra animali sbranati e animali in fuga poi precipitati in dirupi.


Per evitare l’interruzione del Tour lo stesso ministro francese dell’Ambiente, Ségolène Royal, si è recata a Gap dove si è impegnata con i pastori a riconsiderare la questione. In giugno in Trentino un orso aveva ferito seriamente nei boschi alle porte di Trento un uomo che stava allenandosi alla corsa in montagna. Sono notizie che in Italia i media più diffusi -- estremamente docili, non si sa perché, alla pressione dell’ambientalismo estremista – hanno silenziato o distorto. Tuttavia, all’ombra della loro censura e disinformazione, i grandi carnivori non cessano di dilagare sulle catene montuose e nelle campagne meno abitate dell’Europa occidentale creando crescenti difficoltà alla vita di chi vi abita e vi lavora e allungando ombre anche sul futuro del turismo di montagna e di campagna. Agli abitanti delle grandi aree urbane la questione può sembrare pittoresca, ma in effetti non lo è affatto. 

La proliferazione di questi animali (lupi, orsi, anche linci) è la conseguenza incontrollata di iniziative che vennero prese negli anni ’70 del secolo appena trascorso quando li si riteneva a rischio di estinzione. Nel 1979 venne perciò firmata a Berna una Convenzione internazionale per la Conservazione della Vita selvatica e degli Habitat naturali cui nel tempo aderirono 44 Stati fra cui l’Italia. La Convenzione sancì tra l’altro la protezione assoluta di questi carnivori senza tener conto dell’esito che un impegno così indiscriminato avrebbe avuto nel lungo periodo. La conseguenza è che oggi nell’Europa occidentale a rischio di estinzione non sono più i lupi e gli orsi bensì i montanari e le loro famiglie. E viene compromessa la possibilità del ritorno a una maggiore presenza umana sulle terre alte, più che mai indispensabile per evitare l’intasamento delle pianure in un Paese come il nostro che, avendo più di 200 abitanti per chilometro quadro, è montuoso e collinare per il 72% del proprio territorio.

Nella fase di crisi di civiltà che stiamo attraversando in Europa, la comparsa sulla scena dell’ambientalismo estremista e dell’animalismo rende oggi particolarmente difficile la correzione di questi errori.

Una delle tante conseguenze nefaste dell’ateismo pratico di massa è infatti la perdita della consapevolezza della diversità radicale tra uomo e animali. Per chi censura l’esistenza dell’anima e nega la vita eterna, gli animali sono tutti quanti degli uomini prossimi venturi, che in attesa della loro maturità l’uomo già fatto deve trattare come dei fratelli minori. Tra le varie conseguenze di questa follia c’è fra l’altro l’idea che nell’Europa occidentale – colpevole di essere troppo abitata dagli uomini – occorre fare di nuovo posto ai grandi carnivori restituendo loro… il maltolto, ossia le catene montuose e parte delle campagne. Queste aree dovrebbero perciò venire appositamente spopolate e inselvatichite. Nel nostro Paese il luogo di maggior forza di tale dissennato progetto è il Piemonte dove si sta lavorando a un piano di riorganizzazione dei parchi e delle riserve naturali, portato avanti sulla testa delle popolazioni delle terre alte, che mira chiaramente in tale direzione. 

Sia in Piemonte che altrove il grimaldello di tale piano è la pretesa dell’“educazione alla prossimità” tra uomo e grandi carnivori: un progetto che trova consensi in uno schieramento di ambientalisti da salotto che si estende in modo sorprendente da un lato all’altro della ribalta politica. Frequentatore di campi da sci ma per il resto nato e sempre vissuto a Roma (dove l’unico grande carnivoro che si può incontrare è la Lupa Capitolina ma solo sullo stemma della città) anche l’ex-ministro di Berlusconi Franco Frattini che è sceso in campo in difesa dell’impunità degli orsi del Trentino. A sostegno di questa sua tesi ha additato ad esempio l’Alaska dove la prossimità tra i 40 mila orsi bruni e i circa 735 mila abitanti (umani) sarebbe a suo avviso pacificamente assicurata. Fatto sta che gli abitanti dell’Alaska sono 0,5 per chilometro quadro e quelli del Trentino sono invece 84. Proporre al Trentino come modello l’Alaska, che ha una densità demografica quattro volte inferiore a quella della Mongolia (2 abitanti per chilometro quadro), è segno di incompetenza o di qualcosa di peggio? Lasciamo al lettore la risposta.

Frattanto, questa volta alla scala planetaria, è anche scoppiato il caso del leone che un turista cacciatore americano ha abbattuto nello Zimbabwe senza accorgersi che si trattava di un esemplare (nient’affatto unico, diversamente da quanto si è scritto) che veniva monitorato da studiosi dell’università di Oxford. E’ un incidente, ma non il regicidio di cui si è parlato da un capo all’altro della terra additando il turista all’esecrazione di tutto il mondo, ed esponendolo così anche al rischio di attentati per mano di qualche ultras dell’animalismo.

Il contesto è radicalmente diverso, e il paragone con gli orsi del Trentino e i lupi del Piemonte non è certo immediato. Al di là di ogni differenza in ultima analisi siamo però di fronte alla medesima idolatria della fiera selvaggia: ossia neanche al paganesimo ma addirittura al totemismo. Più indietro di così non si poteva arrivare.