giovedì 10 dicembre 2015

PORTARE LA MISERICORDIA


DAL BLOG DI  PIERO GHEDDO

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la Misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato.
Egli sa che l’Occidente cristiano si è allontanato dalla Chiesa e dalla vita cristiana e questo ha imbarbarito le nostre società e i nostri popoli ancora nominalmente cristiani (espressione massima di questa barbarie è la teoria del “gender”).
È stato mandato dallo Spirito per riportarci tutti a Dio e a Cristo, accettando la misericordia e il perdono di Dio.
Francesco è un Papa missionario (ha un’esperienza pastorale come nelle missioni), ma parla poco della missione alle genti. Lui ha una visione globale dell’umanità ed è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Ha affidato l’organizzazione dell’Anno della Misericordia di Dio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che riguarda appunto i paesi e i popoli cristiani.
 
Beato Clemente vismara, missionario Pime
Insomma, tutto il Pontificato di Francesco è impostato per riportare i cristiani a ritrovare le radici biblico-evangeliche della nostra civiltà, orientando la cultura e l’educazione di conseguenza. Come diceva Tony Blair in un discorso al Parlamento dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000: «L’Europa può superare le sue crisi solo ritornando al Vangelo, che ha fatto grande la nostra civiltà».

Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Francesco ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che «l’Europa ha tante risorse per andare avanti… E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare la missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono… All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza».

La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne”. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e crede davvero che l’Anno della Misericordia di Dio può iniziare un graduale ritorno dell’Europa, dell’Italia a Cristo. Crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione”, ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa.

Parlo con un parroco d Vicenza che mi dice: «Tutti, o quasi tutti, ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione personale non ha ancora scosso e morsicato la carne viva dei nostri fedeli. Noi siamo i puri, andiamo in chiesa, la conversione riguarda i peccatori».
Temo che questo appello di convertirci personalmente a Dio che perdona e al Vangelo che ci propone il modello della vita cristiana, non venga colto proprio da non pochi di noi, preti e cristiani “praticanti”. 

I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se egli è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perché ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita.


Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: «La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; e se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole».

leggi tutti i tre articoli di Gheddo contenenti anche un articolo del Beato Vismara



GIOVANNA D’ARCO E IL PROGRESSISTA COLLETTIVO


Non è Giovanna d’Arco ma il rifiuto occidentale della religione

Contro la scelta psicologista di rappresentarla come una pazza.
di Antonio Gurrado | 08 Dicembre 2015 ilfoglio

Giovanna D'Arco alla Scala
Cos’applaudiva unanime il pubblico alla prima della Scala? L’opera, certo, la direzione, l’allestimento, gli acuti, la presenza scenica, sicuramente il luccicante sfarzo e non ultimo il sollievo per essere scampati al pericolo di un attentato. Soprattutto però applaudiva, stando al Corriere della Sera, una “pulzella poco santa ma molto umana”, il “parto di fantasia di una ragazza mitomane e allucinata”, una “vergine visionaria” che “sublima le nevrosi abbracciando la fede in modo integrale”; o meglio “una giovinetta ottocentesca un po’ toccata”, secondo Repubblica, anzi una “fanciulla disturbata” da una “ordinaria follia” che la portava allo “sprofondamento ossessivo in contorsioni emotive e repressioni sessuali”; per la Stampa, senza mezzi termini, non solo il “delirio di una psicotica”, di una “creatura nevrotica che oscilla fra depressione e follia”, ma anche la rappresentazione plastica di “quanto pericolosa possa diventare la passione religiosa che trascende nella sfera civile”, utile in un’epoca di “fanatismo religioso”, nel nostro “nuovo medioevo”.

Ha un bello sgolarsi chi cerca di associare la passione cristiana di Giovanna d’Arco alla vittoria identitaria di Marine Le Pen; siamo di fronte, scrive il Giornale, a “una Giovanna più pazza che santa”, a “incubi frutto di una mente malata”, insomma alla “isteria di una donna” che richiama le “immaginazioni di un’isterica” di cui l’Unità elogia lo sviluppo in una “sfera onirica e surreale”.

Sul tappeto rosso del dopo-prima, la sfilata delle recensioni s’inchina alla drastica scelta dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che hanno trasferito il già vacillante libretto di Temistocle Solera nella testa di una fanciulla del secolo Diciannovesimo, malaticcia nonostante le forme sopranesche.
Non è Giovanna d’Arco ma è convinta di esserlo, non combatte davvero per la Francia ma sogna di farlo, non muore sulla pira come nella storia né in battaglia come nel libretto bensì nella stanza in cui è confinata, consunta da un male interiore e immaginario.

C’è un filo rosso che collega questa scelta psicologista con la tendenza a derubricare come follia gli atti di terrorismo islamico, ossia a ridurre scelte morali consapevoli e pubbliche – nel bene o nel male – a espressioni di individualità strabordanti rimaste vittima di traumi irrisolti.

I registi hanno voluto costringere la religione entro la sfera della psicosi, del disturbo, della proiezione interiore frutto di un padre vessatorio che compra una bambola-madonnina oppure (gran novità) di una rutilante castità foriera di ossessioni, come già adombrato dall’opera di Verdi il cui anticlericalismo seguiva la moda pecorona dell’Ottocento.


Mentre infuriano visioni e battaglie, il letto della folle resta sempre in scena come la persistenza della psicologia nella nostra interpretazione ombelicale di ogni evento. Nulla accade perché deve ma tutto è ombra di qualcosa che ci portiamo dentro.
Allora diventa accettabile la qualsiasi interpretazione dell’eroismo di Giovanna d’Arco – perfino quella fantasiosamente femminista della strana coppia Carla Fracci (“una donna che ha difeso le donne”) e Patti Smith (“una donna che ha vissuto la sua vita e non ha ceduto al compromesso”) – anzi, prostrandosi all’altare della turba psicologica, nessuno si domanda neanche lontanamente se possa suonare offensiva un’inaugurazione istituzionale, con tanto di inno di Mameli, in cui si deride la santa patrona di una nazione confinante e per di più sotto attacco.

Niente, il pubblico applaude ignaro che troppa psicologia ci renderà indifesi e che il sogno, narratologicamente, è sempre la soluzione più facile per cavarsela quando non si sa che pesci pigliare.

Nessuno si accorge che l’idea di rinchiudere questa Giovanna d’Arco non in un consultorio di oggi ma in un letto ottocentesco un po’ bohémien in realtà è stata geniale, rivelatrice: il nostro essere refrattari alla religione oggettiva, che crediamo tanto moderno e progressivo, è rimasto fermo a due secoli fa.
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martedì 8 dicembre 2015

IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Martedì, 8 dicembre 2015
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
              

       (...) Questo Anno Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. 

E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro! Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. 

Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! 

Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. 

Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma. (...) 

lunedì 7 dicembre 2015

LA GRANDE ALTERNATIVA PER LA VITA DI UN UOMO E DI UN POPOLO È TRA IDEOLOGIA E TRADIZIONE.



Lettera inviata da don Luigi Giussani a Repubblica il 27 dicembre del 1997

Caro direttore, leggendo Gramsci avevo scoperto questo pensiero: «Un periodo storico può essere giudicato dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente» (A. Gramsci, Quaderni, XXVIII).

Sembra un canone della Chiesa cattolica. Gramsci dice il vero: la grande alternativa per la vita di un uomo e di un popolo è, infatti, tra ideologia e tradizione. L’ideologia nasce in qualsiasi momento come novità che si impone a prescindere dal passato (e questo non può che diventare un’inevitabile possibilità di andare contro il passato). La tradizione è proprio nella eredità del passato che trova certezza per il presente e speranza per il futuro. Chi pretendesse di distruggere il passato per una affermazione presuntuosa di se stesso non amerebbe né l’uomo né la sua ragione. E, infatti, un presente così ridotto finisce in «nulla» (nichilismo), cedendo l’uomo alla tentazione di credere che la realtà non esista. E questo è come un veleno instillato nelle vene dell’uomo dal padre della menzogna: una volontà di negare l’evidenza che qualcosa c’è.

Ora, proprio dal passato giunge una notizia: il Mistero, ciò che i popoli chiamano «Dio», ha voluto comunicarsi a tutti gli uomini come un uomo, dentro un pezzo di tutta la realtà. Si chiama «Natale» l’iniziale attuarsi del metodo con cui il Mistero si manifesta comunicandosi nella vita: l’incarnazione di Gesù di Nazareth, come risposta all’attesa di ogni cuore umano in tutti i tempi, che ha avuto la prima e più dignitosa intuizione nel genio ebraico.
Iuan Baptista Maino (1581-1649), The adoration of the shepherds,  Prado, Madrid

Nella sua concreta umanità Gesù non poteva vivere se non in una casa dove c’era un letto, dove c’erano tavoli e sedie, dove c’erano un padre e una madre: la casa di Nazareth, una presenza integralmente umana in cui c’è Dio – questa è l’origine della «pretesa» cristiana –, la Bibbia la chiama «dimora » o «casa di Dio». E noi sappiamo quanto gli uomini del nostro tempo cerchino anche inconsapevolmente un luogo in cui riposare e vivere rapporti in pace, cioè riscattati dalla menzogna, dalla violenza e dal nulla in cui tutto tenderebbe altrimenti a finire. Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale.

Negare la «possibilità» che questo sia vero in nome di un preconcetto non è da uomini ragionevoli. Se, infatti, la ragione può intravedere la possibilità di un significato dell’infinita fatica del vivere – e per chiunque almeno in qualche momento questo è stato evidente –, è più dignitoso per l’uomo cercare questo significato o rinunciarvi, preferendo quella che Pasternak chiamava «la sterile armonia del prevedibile», cioè una vita ultimamente annoiata?

C’è un verso di Rainer Maria Rilke da cui parto spesso per una meditazione su di me: «E tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace/ un’onta, forse, un po’ come si tace/ una speranza ineffabile».
Se l’uomo guarda a se stesso, ha vergogna e noia, ha vergogna fino alla noia, eppure non può negare l’evidenza di un impeto irriducibile che costituisce il suo cuore come tensione a una pienezza, a una perfezione o soddisfazione.

Io credo che Dio si sia mosso proprio per essere risposta a questa realistica percezione – a mio avviso l’unica realistica percezione che l’uomo possa avere di se stesso se si pensa con attenzione e tenerezza materna –, all’uomo che ha vergogna o noia di se stesso. Per questo io umano che trova in sé, da una parte limiti coi quali è connivente e, dall’altra, quel grido che è nel suo cuore, quell’attesa che è nel suo animo, Dio si è «mosso», per liberarlo dalla noia di se stesso e dal peso di quel limite che si trova dentro in tutto quello che fa.

Per questo dico spesso che il cristianesimo ha una partenza pessimistica circa l’uomo – non per nulla parla di peccato originale come del primo mistero senza il quale non si spiega più niente della contraddizione in cui l’uomo cade inesorabilmente –, ma finisce in un ottimismo profondo e impegnativo, poiché Dio ha preso la realtà di un uomo vero, un uomo concepito nel ventre di una donna, che si è sviluppato come un infante, un bambino, un fanciullo, un adolescente, un giovane, fino a diventare centro di attenzione della vita sociale del popolo ebraico, fino a trascinare le folle e fino ad averle contro di sé per l’atteggiamento di chi aveva il potere in mano, fino ad essere crocifisso, ucciso.

E fino a risorgere dalla morte, per una pietà profonda, come di padre, verso la situazione disperante dell’uomo. O come «grazia» dell’onnipotente Mistero.



IL CONFORMISMO EGEMONE E' LA CICUTA DELLA RAGIONE


da Tempi.it

A proposito dell’ennesimo “caso Natale” scoppiato a Rozzano (Mi) nei giorni scorsi, va segnalato oggi il commento firmato da Vittorio Messori per il Corriere della Sera. Il celebre scrittore cattolico vi elenca almeno un paio di questioni essenziali sollevate dalla “tediosa”, per quanto esemplare, vicenda. 
Innanzitutto che si tratta appunto dell’ennesimo episodio di una serie ormai trita e ritrita, appartenente al genere del «conformismo egemone»: è solo un esempio fra i tanti della nostra «vigilanza ossessiva per “non offendere” alcuno».

Tuttavia, osserva Messori, l’effetto sortito da queste «gesta politicamente corrette» è esattamente l’opposto di quello sperato. La scelta di «far finta di niente a Natale, solennizzando invece a gennaio una neutrale “Festa dell’Inverno”», infatti, non apparirà ai musulmani come un beau geste («per giunta non richiesto») di cui essere grati, ma al massimo come una ragione in più per disprezzare «gente pronta a nascondere le proprie tradizioni, anche religiose, per una piaggeria gratuita».
 
Congdon, Nativita'
Di più: «Il rinunciare alle nostre prospettive e alle nostre tradizioni non porta alla pace. Può portare, invece, alla guerra», continua Messori, poiché non solo fra i terroristi dell’Isis, ma anche in «altre parti (non per forza armate, ndr) dello sconfinato mondo islamico», è orma chiaro che «nella nostra incuranza religiosa vi sia la conferma che siamo pronti alla resa, maturi per l’islamizzazione, con le buone o con le cattive».

Del resto non è una visione infondata. Scrive Messori: «In effetti, quale Natale come nascita di Cristo può difendere un Occidente – europeo e nordamericano – che ha da tempo provveduto a cancellarne il nome?». 

In effetti, cosa è diventato oggi il Natale in Occidente? «Siamo giusti», conclude Messori, «perché prendersela troppo con il rappresentante di una scuola dove insegnanti e allievi – alla pari dei loro compagni dell’intero Occidente – in gran parte hanno gettato alle spalle il senso e il messaggio di questa Nascita? In nome di quali “valori” dovremmo schierarci a difesa, noi, cittadini di una Europa che ha rifiutato di riconoscere che le sue radici stanno – non solo, certo, ma in gran parte – in quei venti secoli di storia trascorsi dal parto di Maria nel villaggio di Giudea?».

Va detto comunque che la visibilità che ha avuto il “caso Natale” di Rozzano, al di là del circo che è subito montato intorno ai fatti, è il segnale di un disagio sano, esile residuo di un’esigenza di senso che – per quanto confusa e inespressa – ancora sopravvive in tante persone verso una delle nostre tradizioni più importanti.


Cos’è dunque il benedetto Natale che siamo chiamati a “difendere”? 

NEL POST SUCCESSIVO LA LIMPIDA RISPOSTA DI DON GIUSSANI

venerdì 4 dicembre 2015

PAPA FRANCESCO AI VESCOVI TEDESCHI: “SI PUÒ PARLARE VERAMENTE DI UNA EROSIONE DELLA FEDE CATTOLICA IN GERMANIA

Francesco, card. Marx e i Vescovi tedeschi
dal discorso del Papa ai Vescovi della Germania, Roma Venerdì, 20 novembre 2015

(…) Le comunità cattoliche in Germania sono molto differenti tra est e ovest, ma anche tra nord e sud. Dappertutto la Chiesa si impegna con professionalità in ambito sociale e caritativo ed è molto attiva anche nel campo scolastico. Bisogna assicurare che in queste istituzioni sia curato il profilo cattolico; in tal modo esse sono un fattore positivo, e da non sottovalutare, per la costruzione di una società vivibile.
D’altra parte, si nota particolarmente nelle regioni di tradizione cattolica un calo molto forte della partecipazione alla Messa domenicale, nonché della vita sacramentale. Dove negli anni sessanta ovunque ancora quasi ogni fedele partecipava tutte le domeniche alla Santa Messa, oggi sono spesso meno del 10 per cento. Ai Sacramenti ci si accosta sempre di meno. Il sacramento della Penitenza è spesso scomparso. Sempre meno cattolici ricevono la Cresima o contraggono un Matrimonio cattolico. Il numero delle vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita consacrata è nettamente diminuito. Considerati questi fatti si può parlare veramente di una erosione della fede cattolica in Germania. (…)

Leggi tutto il bellissimo discorso del Papa
qui

Nonostante questo sul suo sito, Katholisch.de, alla vigilia della visita del Papa in tre Paesi africani, la Conferenza Episcopale tedesca ha pensato bene di pubblicare in bella evidenza un articolo dal titolo «Chiesa povera e romantica», firmato da Björn Odendahl, in cui, tra l’altro, si legge:

«Naturalmente la Chiesa sta crescendo in Africa. Cresce, perché la gente è socialmente dipendente e spesso non ha nulla a parte la propria fede. Cresce, perché la situazione sul fronte dell’educazione si colloca, in media, ad un livello alquanto basso e la gente accetta risposte semplici alle domande difficili sulla fede. Risposte, come quelle date dal Card. Sarah della Guinea. Compreso il crescente numero di sacerdoti, anch’essi risultato non solo dello zelo missionario, bensì anche delle scarse possibilità di contare su di una sicurezza sociale nel Continente nero».

Insomma, in una parola, secondo il sito dei Vescovi di Germania, gli africani sarebbero anche tanto ignoranti e sciocchi da bersi le risposte sempliciotte dei loro Vescovi e Cardinali (Sarah, Arinze, Napier, ritenuti infinitamente meno “sofisticati” dei loro colleghi tedeschi). Così dicasi dei sacerdoti: non sarebbe la grazia di Dio a suscitare vocazioni, né la generosità d’accoglierla come dono prezioso del Signore, il boom di vocazioni sarebbe invece dovuto al fatto di poter così almeno mangiare ed esser curati in un ospedale, quando fossero morsi da un pitone o da un leone.

Solo in quest’ottica si comprenderebbero certe “ingenuità” africane, come il fatto di mantenersi fedeli alla retta Dottrina cattolica, rigettando di contro le profferte del modernismo. Solo in quest’ottica si comprenderebbe come, nonostante il martirio ed il massacro cristianofobico provocato qui dal fanatismo islamico, i Cattolici africani siano più di 200 milioni, vale a dire tre volte più di trent’anni fa, con un numero di seminaristi a sua volta triplicato negli ultimi 25 anni ed un 40% di sacerdoti in più rispetto agli ultimi 15 anni. Solo così si comprenderebbe perché, in Africa, la Chiesa sia viva, dinamica e fiorente. 

Il tutto, pubblicato sul sito di una Conferenza episcopale, rimproverata solo pochi giorni fa da papa Francesco per la grave erosione che la fede cattolica sta patendo in Germania, nonché per il netto calo di vocazioni e di presenze alla S.Messa domenicale, in un Paese in cui il Sacramento della Penitenza è pressoché sparito, son sempre meno i Cattolici cui viene impartita la Cresima e che contraggono un matrimonio religioso. Di questo i Vescovi tedeschi dovrebbero preoccuparsi, anziché di giudicare l’erba del vicino. Che, dati alla mano e fedeli al detto, è decisamente sempre la più verde (fonte:Corrispondenza Romana).

-Vedi anche il post del Crocevia
e tutti gli altri post alla voce Card. Sarah


mercoledì 2 dicembre 2015

UN VERO PASTORE


Mons. Galantino ha messo la parola fine al “caso” di Mons. Negri, il vescovo di Ferrara. In una sua intervista rilasciata a Zenit, Galantino ha affermato di "considerare il caso chiuso, in quanto mons. Luigi Negri ha assicurato di non aver detto quelle frasi: io non posso che credergli".
Resta una profonda amarezza per la pessima nota di Comunione e Liberazione, che si è affrettata a prendere le distanze – persino umane - da Mons. Negri, in un testo inviato al Fatto Quotidiano. Perché prima ancora di indignarsi per i metodi da stato di polizia con i quali l’arcivescovo è stato messo nella rete del colossale sputtanamento mediatico, ci si è affrettati a prendere le distanze dalle sua parole? Prim’ancora di sapere se fossero vere? Una dolorosa mancanza di fraternità per chi appartiene ad un Movimento come quello fondato da don Giussani. Purtroppo lo stesso che accadde con Formigoni (che al momento non risulta ne condannato nè in carcere) e ora si ripete con Negri.

Noi stiamo dalla parte di Negri: difendere un vescovo come Negri significa difendere un uomo libero che ha a cuore il suo popolo. Un uomo che ha già dato e continuerà a dare tutta la sua vita a Cristo, alla sua Chiesa e a CL, in totale e sincera obbedienza, un prete che ha il  dono della chiarezza, e che in questi anni ha tuonato contro le spinte eretiche nella Chiesa e ha messo in guardia contro l’offensiva laicista e atea che minaccia vescovi e fedeli. Ed è per questo che è finito nel mirino della massoneria, del mainstream mediatico e dei raccoglitori di cacca del Fatto e di Repubblica in servizio permanente effettivo contro la Chiesa Cattolica.

Ad maiora, mons. Luigi.

IL CROCEVIA



domenica 29 novembre 2015

PER RIALZARCI DOBBIAMO STARE IN GINOCCHIO A PREGARE.


LA LEZIONE DEL CARDINALE SARAH

Novembre 25, 2015 Benedetta Frigerio

W. Metcalf , lungo la costa del Suffolk
«Dio o niente è solo un libro per proteggere l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Dio o niente è solo un libro scritto per aiutare l’uomo a tornare a Dio. Dio o niente è un libro scritto per fermare le guerre. Dio o niente è stato scritto pregando». Martedì sera 24 novembre il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, invitato a parlare nella chiesa di Santa Maria in Vallicella di Roma, ha affrontato il tema della crisi economica, antropologica, ecclesiale e del terrorismo islamico, presentando il suo volume pubblicato nel luglio 2015 e già tradotto in 12 lingue.

LE CHIESE COME TOMBE. Dopo aver pregato sulla tomba di San Filippo Neri a cui ha affidato il suo scritto, Sarah ha preso la parola, ribadendo con forza che l’unica via di uscita dalle innumerevoli crisi è quella di dimenticare le logiche e il consenso umano per rivolgersi a Dio. Il cardinale è partito descrivendo la crisi di fede all’interno della stessa Chiesa cattolica, in cui sembra non esserci più «strada morale e dottrinale certa». Il male dei mali, da cui tutti gli altri discendono, è «l’eclissi di Dio», per cui «l’uomo di oggi senza distinzione di cultura e continente si orienta solo al possesso dei beni materiali». Ecco perché siamo agli albori di una “terza guerra mondiale”, cominciata con «la scusa di esportare la democrazia occidentale, creando caos soprattutto in Medio Oriente».
Ma quel che favorisce maggiormente il fondamentalismo islamico e le guerre è il fatto che «in Occidente Dio è morto e siamo noi ad averlo ucciso, noi siamo i suoi assassini. Le nostre chiese sono le tombe di Dio che molti fedeli non frequentano più per evitare di sentire la putrefazione di Dio. E così l’uomo non sa più da che parte va». Dio sarebbe stato sostituito da molteplici dei, «la tecnologia, il piacere senza limiti, la libertà», tutte cose che «rispetto a Dio sono nulla». Ma i cristiani hanno smesso di cercarlo e così, «senza lode, preghiera e adorazione, ci sono solo guerre, delusioni e smarrimento, odio, litigi e lacerazioni».

IL RAPPORTO CON L’ISLAM. Secondo il cardinale a radicalizzare la lotta fra islam e cristianesimo è la mancanza di fede, dove il tradimento dei valori cristiani «esaspera sicuramente i musulmani». Ricordando gli omicidi di Saddam Hussein, Bin Laden, Gheddafi, i cui cadaveri sono stati gettati nel mare o nel deserto e profanati, ha sottolineato che questi atti «non hanno nulla a che vedere con il cristianesimo». Dall’altra parte, «in Sudan il valore di un cristiano è pari a quello di un legno da bruciare, perché l’islam ci considera infedeli».
Per il cardinale, dal punto di vista «teologico e della fede, non è possibile dialogare, perché i musulmani non credono in Gesù Eucarestia e nella Trinità». Ma «un dialogo umano è possibile», partendo dall’umanità comune, «da ciò che ci unisce come i valori della famiglia e della vita». Anche se ora il dialogo è «minacciato dalle tensioni».
Qual è allora la via? La stessa che secondo Sarah risolverebbe tutti gli altri problemi elencati: «La preghiera, perché solo migliorando il mio rapporto con Dio, lui migliora quello fra gli uomini, senza questo avremo sempre guerre, odio e lacerazioni. Dobbiamo dare tempo a Dio».

SINODO E FAMIGLIA. Sarah ha affrontato anche tematiche di cui si è largamente discusso durante l’ultimo sinodo della famiglia. «La Chiesa – ha spiegato – si trova in una situazione sconcertante. Alcuni prelati, soprattutto nelle nazioni ricche, sono disposti benedire e accogliere queste unioni che chiamano matrimonio». Ma questo non ha nulla a che vedere con la misericordia di Cristo, dato che «la fede è un’obbedienza a una persona che viene verso di me, esprimendo il suo amore e la sua volontà di salvarmi, ma soprattutto a chiedermi di vivere la sua vita. Perché io sono fatto per vivere con Dio e diventare come Lui». Senza lo sguardo di Dio si cade nella tentazione di modellare le cose secondo un punto di vista umano, «di modellare la famiglia», come hanno fatto «gli stessi padri sinodali, per cui nella relazione finale del sinodo restano delle ambiguità». Sarah ha fatto notare la citazione parziale della Familiaris Consortio stravolta nel suo suo senso, dove l’unica «speranza è che il Santo Padre, che questa estate ha fatto catechesi sulla famiglia perfetta, dica una parola chiara», in linea con «il magistero precedente».

FEDE E CORAGGIO. Alla domanda su come combattere quella definita come «un’apostasia silenziosa» della Chiesa, Sarah ha ricordato che «l’uomo diventa grande solo quando si inginocchia a pregare» e che la preghiera dà anche il coraggio necessario oggi: «Pietro aveva un comportamento ambiguo con i pagani e Paolo lo rimprovera (…). Non preoccuparti di piacere agli uomini, perché ciascuno di noi deve rispondere a Dio. Dobbiamo avere il coraggio della fede e della verità, perché tanti sono morti per questo (…) Dovete avere il coraggio di seguire Cristo e di portare la croce ogni giorno. Il vangelo è una realtà esigente e difficile» ma solo «questa salva gli uomini».
Incoraggiando i laici e religiosi, Sarah ha concluso: «Dobbiamo manifestare la nostra fede con coraggio anche a costo della vita (…) “abbiamo bisogno di testimoni”, dicono tutti. Ma i testimoni hanno bisogno di morire».




HOME IS WHERE ONE STARTS FROM


Scogliera di St. Albany's head
Casa è il punto da cui si parte.
Man mano che invecchiamo
il mondo diventa piú estraneo, la trama piú complicata
di morti e di vivi. Non il momento intenso
isolato, senza prima né poi,
ma tutta una vita che brucia in ogni momento
e non la vita intera di un uomo soltanto
ma la vita di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera con la luce delle stelle
 un tempo per la sera al paralume
(la sera con l’album delle fotografie).
L’amore è piú vicino a sé stesso
quando il qui e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori,
il qui e l’ora non importano
noi dobbiamo muovere ancora, e ancora
verso un’altra intensità
per un’unione piú completa, una comunione piú profonda
 attraverso il buio freddo e la vuota desolazione,
il grido dell’onda, il grido del vento, la vastità d’acqua
della procellaria e del delfino.
Nella mia fine è il mio principio.

T.S.ELIOT
EAST COKER/V tempo

nel giorno del mio ritorno a casa

sabato 14 novembre 2015

L'UMANITA' PERDUTA

ATTACCO ALLA FRANCIA: MA LA RABBIA NON BASTA 

Hanno colpito il teatro Bataclan facendo 100 morti, hanno colpito uno stadio, hanno colpito dei ristoranti, hanno colpito la vita, la nostra vita. Hanno seminato dolore, morte, orrore. Hanno ucciso padri, madri, figli e amici. E ognuno di loro aveva una sola colpa: quella di esistere e di vivere nel nostro mondo, il mondo che la nostra civiltà e i nostri padri hanno costruito. E ce l'hanno fatta. Ce l'hanno fatta perché ora piangiamo, ce l'hanno fatta perché adesso abbiamo paura, ce l'hanno fatta perché ci hanno lasciato sgomenti e attoniti. Hanno fermato il nostro venerdì sera, hanno fermato i sorrisi, le battute, quella voglia di incontrarsi e di farsi compagnia che ci rende tutti così simili, così fratelli.


Stanotte i terroristi hanno ammazzato mio fratello, hanno ammazzato mia sorella, quell'estraneo che non ha volto, ma che ha i miei stessi occhi, le mie stesse mani, il mio stesso cuore. E quei terroristi non sono alieni o esseri di un'altra specie. Sono uomini ridotti a bestie dalla loro ideologia, dal loro fondamentalismo, dalla loro furia purificatrice.

Uomini schiavi del loro odio hanno ferito la nostra libertà. E a noi che cosa resta? In questa ecatombe di massa, olocausto dell'Europa del secondo dopoguerra, resta rabbia, resta terrore, resta sgomento. Forse questo ci basterà per qualche giorno, forse questo chiuderà le porte delle nostre frontiere, forse ci porterà davvero verso una nuova e terribile guerra, ma questo - passate le lacrime, passato il risentimento, passato l'orrore - non ci basterà.
Perché la rabbia, il terrore e lo sgomento ci conducono nel nulla, nella violenza, nel loro stesso odio. E di odio non si vive, con il nulla non si sta in piedi. Magari si reagisce, magari si decide. Ma non si vive.

Perché sotto il Cielo d'Europa, questa notte, il nostro cuore brama di difendere la libertà, ma brama soprattutto - e ancor di più - una cosa semplice ma in questo momento rara, perduta. In mezzo a quei cadaveri, che raccontano qualcosa di forse più terribile dello stesso nazismo, quello che andiamo cercando è solo uno sguardo d'amore. Quell'amore che - paradossalmente - i mostri di Parigi non hanno mai saputo abbracciare. Così impegnati nella loro vendetta, così decisi a portare a termine la loro guerra. Una guerra che, dopo questa notte di sangue, ci trova tutti più soli, ci trova tutti più con le spalle al muro, spietatamente sfidati a chiederci - senza appello - quale civiltà, quale Europa, siamo davvero intenzionati a consegnare ai nostri stessi figli.


La libertà non si conquista una volta per tutte. In ogni generazione c'è bisogno di un Io che la riconquisti. E all'alba di questo nuovo giorno che si accende davanti a noi sembra essere questa la cosa più importante, la cosa più urgente, la cosa più vera. L'unica cosa veramente umana dopo tutti i nostri pianti, dopo tutto questo nostro lacerante e indicibile dolore.

FEDERICO PICHETTO
da ilsussidiarionet 14 novembre

giovedì 12 novembre 2015

QUALE PARTITO? MEGLIO RICOSTRUIRE LA SOCIETÀ


di Robi Ronza
10-11-2015


E noi adesso dove ci andiamo a collocare? Intendendo con questo “noi” tutti noi che crediamo vi siano più stelle in cielo che nella nostra filosofia; e che desideriamo per il nostro Paese uno sviluppo nella libertà in ciascuno possa guadagnarsi il pane senza dannarsi l’anima e cercando infine di lasciare dietro di sé un mondo migliore di quello in cui era nato. Dopo il comizio di Salvini, Berlusconi e Meloni in Piazza Maggiore a Bologna gremita domenica scorsa di leghisti, dopo l’esordio in teatro a Roma sabato scorso della nuova Sinistra Italiana, una cosa vecchia che più vecchia non si può, e mentre Renzi continua a dare il peggio di sé, la domanda si impone.

Sullo statalismo e sul centralismo che caratterizza il progetto politico di Renzi, sulla sua prospettiva liberticida e perciò fallimentare, non torno specificamente qui perché già più volte ne abbiamo parlato. Con la sua riforma costituzionale Renzi mira a riportare il Paese all’Italia dei tempi di Giolitti, in realtà ben lontana da quella di oggi, e con l’aggravante che lui non è Giolitti. Il progetto politico di Renzi è perciò un albero avvelenato, che ben presto avvelenerà anche quei buoni frutti che eventualmente dovesse dare (ma che finora non si vedono). Con tutto questo nell’area di sinistra il Pd di Renzi è il meglio del peggio, ma ciò non può essere motivo di consolazione.

Ciò detto da quale altra parte ci si può mai volgere? Il terzetto al centro del comizio di domenica a Bologna faceva venire i brividi. Lasciamo stare Giorgia Meloni, equivalente politico dell’abbacchio e del vino di Frascati: un personaggio anche simpatico, ma non spendibile fuori Roma. Restano Berlusconi e Salvini: il primo è il passato, che comunque è passato, mentre il secondo è la minaccia di un ben triste futuro. Può darsi che in seguito la vita o i suoi consiglieri possano insegnargli qualcosa, ma per il momento Salvini è brama di potere allo stato puro. Un uomo presuntuosamente sicuro di sé, come può esserlo soltanto chi ha studiato poco o niente; poco o niente non solo sui libri ma nemmeno alla scuola della vita, quella che rendeva i contadini di un tempo in sostanza più colti della maggior parte dei laureati di oggi.

Restano quelli del Movimento 5 Stelle con cui alla ribalta della vita pubblica italiana è tornato il male antichissimo del farisaismo con la sua tipica pretesa di costruire la propria innocenza puntando l’indice accusatore sul resto del mondo.  Con un progetto politico che attinge a quanto c’è di più buio nell’eredità giacobina.

Potremmo anche domandarci come mai, in così poco tempo, da così imponente che era la presenza cristiana nella vita pubblica del nostro Paese sia divenuta oggi così insignificante. Forse però non è nemmeno il caso di soffermarsi tanto a considerare come mai si sia arrivati a questo punto. Diventa più importante domandarsi che cosa si può fare per ripartire. In questo quadro la presenza nelle istituzioni, o più realisticamente la sopravvivenza in esse di quelli che già ci sono, ha il suo peso non foss’altro che per… legittima difesa, ma non ha un ruolo principale.

Siamo arrivati a una situazione che per vari aspetti assomiglia a quella in cui la gente di fede era in Italia nel ‘900, all’inizio del secolo scorso. Come allora occorre ripartire dalla società, occorre impegnarsi a dare in sede civile quelle risposte a noi stessi e agli altri che la politica non dà più. Perciò è decisivo mobilitarsi, come purtroppo sin qui mai in Italia ci si è mobilitati, per conquistare la libertà d’educazione sviluppando frattanto tutto ciò che occorre perché essa non si trasformi in un’occasione persa. 
Nel futuro prevedibile non si può sperare dalla politica niente di nuovo e niente di importante. Sarà ragionevole alle elezioni che verranno andare a votare e votare qualcosa e qualcuno che sia il meglio possibile nelle circostanze date, ma senza lasciarsi risucchiare in un campo che oggi non è strategico. L’alternativa va costruita altrove.





mercoledì 11 novembre 2015

CRISTIANI BRAVA GENTE


 
Osserva Tertulliano (Apologeticum 3,1-2) che molti odiano tanto il nome cristiano che, anche quando parlano bene di qualcuno di noi, ci aggiungono la disapprovazione del nome: «Brava persona Gaio Seio, peccato soltanto che sia cristiano (Bonus vir Gaius Seius, tantum quod Christianus)», oppure: «Io mi meraviglio che Lucio Tizio, uomo saggio, improvvisamente sia diventato cristiano (Ego miror, Lucium Titium, sapientem virum, repente factum Christianum)». Così facendo, nota argutamente, essi «lodano ciò che conoscono e biasimano ciò che ignorano» oppure «disapprovano ciò che conoscono a causa di ciò che ignorano».

Cos'è che manca, perché la testimonianza di una "buona umanità" in noi cristiani sia percepita per quello che è veramente, cioè una dimostrazione della grazia divina che opera in noi?
Manca il nesso tra quella virtù che si vede, e che pure viene stimata, e la verità su cui si fonda, che invece non si vede. «Nessuno considera se Gaio è bravo e Lucio è saggio proprio perché è cristiano, oppure se è cristiano proprio perché è saggio e bravo (Nemo retractat, ne ideo bonus Gaius et prudens Lucius, quia Christianus, aut ideo Christianus, quia prudens et bonus)».
La testimonianza della virtù (o, come preferiamo dire, di un'umanità nuova) da sola non basta. Occorre che indichi, anzi che esiga questo nesso. Come avviene nel martirio. È questo, forse, il punto critico, oggi come allora.
DAL BLOG DI leonardo lugaresi
.https://leonardolugaresi.wordpress.com/2015/11/11/cristiani-brava-gente/

domenica 8 novembre 2015

MA CHE COS’È UNA FAMIGLIA?”



Dialogo con Fabrice Hadjadj, il filosofo francese autore di 
“Ma che cos’è una famiglia?” (edizioni Ares).


Fabrice Hadjadj, che ne pensa del Sinodo sulla famiglia appena concluso e della eco che hanno avuto alcuni degli argomenti dibattuti nel suo corso?

Il Sinodo ha invitato al discernimento, a discernere la situazione nuova in cui si trova l’essere umano e a recuperare l’insegnamento della Humanae Vitae, la profetica enciclica di Paolo VI dove si legge che «l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale, e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita». Il dominio tecnologico ha portato con sé degli interrogativi che mai l’umanità si era dovuta porre. Ciò che per gli antichi era semplicemente necessità, per noi è diventato o sta diventando scelta. Volete invecchiare o restare giovani? Volete morire o vivere per sempre? Volete dei figli per la via sessuale, con tutti i rischi connessi per la loro salute e la casualità del loro patrimonio genetico, o volete avere figli sani e forti, selezionati in laboratorio? Volete restare nel vostro corpo di carne o volete moltiplicare i vostri alter ego virtuali? I filosofi e la Chiesa non hanno mai dovuto legittimare il fatto che si muore o il fatto che si nasce da un uomo e da una donna: erano evidenze. Oggi chi cerca di legittimare la sofferenza, la vecchiaia, la morte è giudicato crudele. E siccome la Chiesa continua a fare questo, è considerata il luogo della crudeltà e non della compassione. La compassione sta dalla parte della tecnologia: un bambino geneticamente selezionato attraverso le biotecnologie sarà più sano e potrà meglio integrarsi nella società; un bambino che nasce benché portatore di handicap come esige la Chiesa soffrirà. Noi cristiani siamo i più crudeli di tutti, perché vogliamo che la gente continui a soffrire e a morire.

Messa così, non si vede nessuna via di scampo…
Non siamo alla ricerca di soluzioni. Se cerchiamo la ricetta per la buona famiglia cristiana, abbiamo già sbagliato: ci siamo fatti assorbire anche noi dal paradigma tecno-economico. Proviamo a partire da quello che papa Francesco dice nella Laudato si’, dalla sua critica radicale del paradigma tecno-economico: lui dice che solo se cambiamo modo di vivere possiamo resistere. E per esempio al paragrafo numero 120 scrive: «Non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto. Non appare praticabile un cammino educativo per l’accoglienza degli esseri deboli che ci circondano, che a volte sono molesti o importuni, quando non si dà protezione a un embrione umano benché il suo arrivo sia causa di disagi e difficoltà: “Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Caritas in veritate, n. 28)». 

L’AMERICA PROGRESSISTA E LE GROTTESCHE FOLLIE LGBT

LA GUERRA CULTURALE SI VINCE NEI BAGNI DI HOUSTON

New York. La guerra culturale si combatte innanzitutto nei cessi pubblici, e in quelli di Houston martedì ha vinto il fronte conservatore. Una ordinanza antidiscriminazione a tinte arcobaleno che permetteva, fra le altre cose, ai transgender di scegliere il bagno che meglio li rappresentava (in attesa della diffusione globale della toilette neutra) è arrivata all’esame degli elettori sotto forma di quesito referendario, e loro l’hanno seppellita sotto una maggioranza da oltre il 62 per cento.

L’Houston Equal Rights Ordinance (Hero), approvata a maggio dal consiglio cittadino, prevedeva multe da cinquemila dollari per chiunque discriminasse un altro individuo in vario modo in base a sesso, razza, etnia, nazionalità, età, religione, disabilità, stato di gravidanza, informazioni genetiche, stato famigliare, coniugale o militare. Non era la semplice introduzione di qualche aggravante per omofobia o simili, ma un Vangelo della lotta contro la discriminazione, un disegno di legge paradisiaco per le minoranze minacciate e per gli adoratori dell’uguaglianza di fronte alla legge, supremo principio dal quale si può dedurre qualunque cosa. 

La norma era talmente vaga che un mese dopo l’approvazione, la Corte suprema del Texas ha detto che la legge andava rivista oppure sottoposta al giudizio del popolo, e così è nato il referendum sul “bathroom bill”, difeso come un sol uomo dal sindaco di Houston, dall’establishment democratico, da Hollywood, e pure dalla Casa Bianca, che ha preso parte con un comunicato in cui si premette che il governo non prende parte in queste decisioni: “Il presidente e il vice presidente sono forti sostenitori di iniziative a livello statale e locale per proteggere gli americani dalla discriminazione sulla base di chi sono e chi amano”.

I sostenitori di Hero hanno speso 3 milioni di dollari per la campagna, il triplo degli avversari, i quali però hanno trionfato a mani basse. Questi arcigni conservatori texani, si dirà. Ma questi arcigni conservatori texani hanno eletto sindaco di Houston per tre volte una signora lesbica di nome Annise Parker, sposata e con tre figli, che all’ultima tornata ha dato 30 punti percentuali di distacco al rivale repubblicano. Difficile sostenere che la quarta città degli Stati Uniti è la sentina dell’omofobia. Piuttosto, come dice il vicegovernatore Dan Patrick, antagonista vittorioso della legge, un conto è non discriminare, un altro punire con aggravanti chi semplicemente non aderisce al dettato della maggioranza: “Sappiamo nel nostro cuore e nella nostra pancia di americani che questo non è giusto”. 
Circa duecento città americane hanno approvato leggi simili a Hero, ma proprio per la spinta del sindaco, che ha un passato da attivista lgbt, quella di Houston voleva affermarsi come benchmark della battaglia progressista di oggi e di domani. Gli elettori non hanno gradito. Così come gli elettori dell’Ohio non hanno gradito il tentativo di legalizzazione della marijuana per scopo ricreativo. Quelli del Kentucky hanno eletto il secondo governatore repubblicano in quarant’anni, uno che somiglia più a Trump che a Rubio. Il piano inclinato verso il progressismo è davvero così inclinato?

di Mattia Ferraresi | 05 Novembre 2015 ILFOGLIO


di Mattia Ferraresi | 05 Novembre 2015 ore 06:27