lunedì 14 novembre 2016

IL FLOP TUTTO AMERICANO DELL’ENCICLICA PAPALE SULL’AMBIENTE

“La chiesa è ridicola se dà retta alle pseudoscienze”
di Matteo Matzuzzi | 29 Ottobre 2016

 “Il Papa e la sua enciclica Laudato Si’ hanno fallito nel tentativo di raccogliere qualsiasi tipo di consenso sul cambiamento climatico tra i cattolici e i non cattolici americani”, dice al Guardian Nan Li, docente alla Texas Tech University e responsabile dello studio – che è stato pubblicato sulla rivista scientifica Climatic Change –  condotto dall’Annenberg Public Policy Center della University of Pennsylvania sul recepimento del messaggio papale sul clima in territorio americano. “Se l’intervento papale a prendersi cura dell’ambiente può aver aumentato le preoccupazioni di alcuni riguardo i cambiamenti climatici, la maggioranza dei conservatori (cattolici e non) non solo ha difeso le proprie convinzioni preesistenti, ma ha anche svalutato la credibilità del Papa su tale argomento”, osserva Li.

Il dato curioso è che tali convinzioni si sono radicate ancora di più dopo la pubblicazione dell’enciclica, nel giugno del 2015. Dei 2.755 intervistati, il 22,5 per cento si è detto a conoscenza del testo promulgato dal Pontefice, ma ben pochi tra quanti si sono dichiarati conservatori hanno detto di condividerne tesi e soluzioni proposte. Il messaggio centrale dell’enciclica, e cioè che agire contro il riscaldamento globale è un imperativo morale – sostiene lo studio – non ha fatto breccia tra i cattolici americani, salvo tra coloro che fedeli al Papa si dichiarano al contempo liberal (il 68 per cento circa, secondo una rilevazione condotta tempo fa dal Pew Research Center). Padre Robert Sirico, presidente del think tank Acton Institute, aveva spiegato perché l’enciclica avrebbe fatto fatica a essere compresa negli Stati Uniti: in quel testo, scriveva, “c’è un forte pregiudizio contro il libero mercato e il suggerimento che la povertà sia il risultato di un’economia globalizzata”. Eppure, aggiungeva, “il capitalismo ha stimolato la maggiore riduzione della povertà nella storia mondiale”.
Quanto all’autorevolezza del Papa sul tema, il problema è che “la chiesa non può permettersi di sostenere ipotesi pseudoscientifiche” sul cambiamento climatico, ribadisce al Foglio il professor James Schall, gesuita, saggista e per trentacinque anni ordinario di Filosofia politica alla Georgetown University di Washington. “La chiesa – dice – rischia di diventare ridicola se agisce al di fuori del proprio campo, confondendo la scienza, riformabile quanto ai princìpi, con quelli che sono i fatti”. “La questione più problematica  è lo status scientifico della posizione di Papa Francesco sul riscaldamento terrestre. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di opinioni sostenute da qualche prova, ma Laudato Si’ non menziona alcuna prova contraria” a tale tesi, osservava ancora Schall, il cui ultimo libro è Docilitas: On Teaching and Being Taught (St. Augustine Press).

“Le letture satellitari della temperatura del pianeta sono ben diverse dai dati generati da un computer onusiano che fornisce statistiche. La temperatura della Terra non è cambiata negli ultimi decenni. La maggior parte delle questioni più controverse può essere spiegata in modo plausibile con cause naturali. I cambiamenti climatici si sono verificati su questo pianeta fin dalla sua creazione, molto tempo prima che arrivasse l’uomo. La combustione dei fossili non produce alcun cambiamento significativo nella percentuale già molto bassa di CO2 nell’atmosfera”. Si parla dello 0,035 per cento.

Padre James Schall torna su un punto sottolineato già da Nan Li, quando parla della credibilità del Papa (ma più in generale, della chiesa attraverso i suoi rappresentanti e ministri) su un tema delicato e assai scivoloso come questo: “Il potenziale danno alla chiesa è grande se non tutte le prove scientifiche sono considerate”. Schall aveva pubblicato nel 2015 un breve saggio in cui scriveva che secondo quel che si sente dire, la “vera missione umana sia quella di mantenerci in vita su questo pianeta il più a lungo possibile. Questo sforzo è il compito serissimo che l’umanità è chiamata a compiere. E tutti gli altri scopi, gli altri fini umani, diventano insignificanti. L’alternativa al Cielo diventa così la colonizzazione interstellare o il mantenere la terra incontaminata”. Schall non si stupisce dell’effetto limitato che l’enciclica, a più d’un anno di distanza, ha avuto negli Stati Uniti, dove perfino nella Conferenza episcopale locale a lungo si è preferito non parlare del problema.


Al termine dell’assemblea ordinaria della primavera del 2015, che di pochi giorni aveva preceduto la pubblicazione dell’enciclica, il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, aveva osservato in un commento apparso sul liberal New York Times come nessuno tra i suoi confratelli ne avesse parlato: “Non capiscono la complessità della questione”. Se è per questo, dice Schall, “nemmeno in questa campagna elettorale si è dato molto spazio al tema del cambiamento climatico, il che è strano considerando quanto l’attuale presidente, Barack Obama, vi abbia insistito”. Al di là di tutto, bisognerebbe limitarsi a guardare i fatti, osserva il gesuita: “Il riscaldamento della Terra avviene o non avviene solo per cause legate al Sole e al sistema solare. Sono cose che accadono da tempo immemorabile. Il riscaldamento attribuito all’industrializzazione è molto minore, e non è detto che sia per forza una cosa cattiva”.

venerdì 11 novembre 2016

GOOD MORNING AMERICA


Di Nicola Marcatelli

ALEXANDRIA BAY, (NY)


Saranno state le 22,30 martedi’ sera quando Chris Wallace, eterno volto di Fox News, ha pronunciato la frase che pochi si sarebbero immaginati: “Dobbiamo iniziare a considerare che Donald Trump possa davvero diventare presidente”.

Si’, negli Stati Uniti e’ un nuovo giorno e quello che all’indomani si vede nelle facce di amici e colleghi e’ l’incredulita’. Tutti quelli che martedi’ erano tornati dal seggio con un adesivo “I’m with Her” l’hanno rimosso. Lungo la strada di casa mia a Syracuse, nello stato di New York, un uomo sulla cinquantina rimuove il cartello “Vota Clinton-Kaine” e quello che rimane delle decorazioni di Halloween. Per lui la festa e’ finita, in tutti i sensi.

Che notte incredibile, martedi’ sera.
Che la situazione in alcuni stati chiave sarebbe stata in bilico fino alla fine si sapeva da tempo e entrambe le campagne elettorali hanno investito milioni di dollari per vincere in Pennsylvania, North Carolina e Florida.
Negli ultimi mesi, ho visto tutto questo da vicino. Nella societa’ dove lavoro, Terakeet, implementiamo strategie di digital marketing per aziende e personaggi pubblici, e quando gli uomini di Hillary Clinton ci hanno chiamato in Aprile hanno chiesto proprio di aiutarli in quegli stati.
Un team di dieci colleghi ha lavorato sodo, ma quello che ai Clinton e’ sfuggito e’ che il problema non era al di fuori, ma all’interno del loro mondo. Con la gestione fallimentare del Medio Oriente, con le vicende delle email e della Clinton foundation, e non ultime le politiche di Barack Obama, la controversa Obamacare in primis.

Ma almeno nel 2008, quando lui venne eletto, c’era un movimento che lo supportava: quell’autunno stavo studiando all’University of Wisconsin per un semestre e l’entusiasmo per Obama era contagioso a prescindere dalle idee di ciascuno. Di quell’entusiasmo nel carrozzone della Clinton ormai non c’era piu’ nulla.

Ma allora dove sono i supporter di Trump, si chiede chi ancora non vuole capire. Ad Aprile un amico mi aveva portato a un suo comizio. C’era un’atmosfera nuova, lontana dalla tipica arringa di un uomo del politico medio. E contrariamente a come il 90% dei media e la stessa Clinton hanno tentato di dipingerli, i suoi supporter non sono miserevoli. Non sono razzisti. E non inveiscono su Facebook contro l’avversario. Non l’hanno mai fatto, perche’ la maggioranza silenziosa non si cura di loro, ma guarda e passa.
 
TRUMP TOWER , CHICAGO
C’e’ incredulita’ oggi sotto il cielo d’America. C’e’ chi dice che con Trump a Washington vuole emigrare in Canada. C’e’ il mio collega Gino, il cui nonno e’ venuto qua dalla Calabria, che non ha votato ne’ per Clinton ne’ per Trump. C’e’ mio fratello Leonardo, ora cittadino americano, che tra qualche anno raccontera’ a sua figlia Lucy (che ama i suoi nonni italiani e il mare di Cesenatico) di un evento che e’ gia’ nella storia.

Storie vicine e lontane delle persone che rendono questo posto speciale. Perche’ lo diceva lo stesso Obama quella notte di otto anni fa a Chicago: “Se c’e’ ancora qualcuno che dubita che in America tutto sia possibile, stasera ha avuto la risposta”.


Good morning, America. Sei la storia piu’ incredibile.

Syracuse (NY) 9 novembre 2016

giovedì 10 novembre 2016

PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA


CONDOTTO DA DON AGOSTINO TISSELLI
INTERVIENE MONS. NICOLA BUX


PRIMO INCONTRO VENERDI' 25 NOVEMBRE
ORE 20,45
CESENA
SALA CONFERENZA "E. CACCIAGUERRA"
BANCA DI CREDITO COOPERATIVO ROMAGNOLO
VIALE BOVIO 76

LA FINE DI UNA STORIA


L’Unità del 21 gennaio 2009, giorno dell’insediamento di Obama titola a tutta pagina

“Il mondo e’ cambiato”
CAMBIAMO CON LUI



All’interno:  “Le parole di domani” della desaparecida Concita De Gregorio, e poi”Il Presidente è uno di noi” lo stesso titolo rurale usato oggi da Feltri per Trump,  “Caro Presidente, i sogni dei bambini” di una toccante Lidia Ravera,  Veltroni in una nota di euforia “In America tutto è possibile”, e infine i piccoli appunti che rendono umano un fatto storico, il giudice emozionato che inciampa sul giuramento, Ted Kennedy che sviene al pranzo del congresso, e il malinconico Bush che se ne va in elicottero dopo un rapido sorvolo sulla Casa Bianca, per un ultimo saluto. 
Ah, come era bello il mondo a colori!


REPUBBLICA di oggi


Repubblica di oggi copia l’Unità del 2009, con tanti articoloni, ma alla fine resta qualcosa di inespresso: “ IL MONDO E’ CAMBIATO”, so what? e quindi?

E anche gli altri giornali hanno titoli triti (“Presidente per tutti”) o con il pregiudizio incorporato (“Svanite le certezze”) e infine dalla Gazzetta del Mezzogiorno  la sintesi from Puglia, Italy, delle elezioni americane: “Trump seduce l’America”.

Nessun pentimento per aver sbagliato tutto e non aver capito che la realtà non è quello che le èlite da loro rappresentate sognano. Era una buona occasione per ristabilire un minimo di contatto con la realtà (e i lettori), è stata buttata alle ortiche.

Due considerazioni dopo le elezioni americane
  1. i mass media sono ormai scollati dalla realtà. Non osservano, non ascoltano, non imparano dall’esperienza, non sono interessati alla verità. I media sono una classe di potere a sé, che si riferisce a sé e non c’entra più nulla con la gente reale e con il popolo reale

  1. Trump ha dimostrato che chiunque arrivi e bypassi politica e media vince, perché la gente non riconosce più alla politica e ai media la capacità di dire cose sensate e veritiere, di svolgere la funzione per cui esistono. Quindi non è un problema di persona, ma di sistema.

DONALD TRUMP E IL NUOVO ORDINE MONDIALE

L'analisi di Benedetto Ippolito, storico della filosofia


Eccoci qua. La grande notte elettorale è finita e il miracolo si è compiuto. Donald Trump è il quaratacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, blasonatissima e affidabilissima candidata ufficiale del partito democratico, è stata battuta dal magnate newyorchese, dal candidato indipendente, contestato e delegittimato dai media di tutto il mondo, il quale invece, contro tutto e tutti, ha scommesso in un sogno politico fino a farlo diventare realtà.

Il consenso ricevuto è stato schiacciante. Non una vittoria risicata, non un’affermazione di misura, ma una maggioranza in grado oggi di decretare la svolta dell’America che ha un volto e un nome, quello del Tycoon.
Una prima osservazione va fatta subito, anche perché continuano a sentirsi commenti veramente strani, inadeguati e poco comprensibili. Il personaggio è certamente singolare, un outsider, a cominciare dal partito repubblicano che egli comunque rappresenta, ma il suo programma, sebbene appaia ad alcuni scorretto e indigeribile, no: non è assolutamente nulla di esoterico e originale, e soprattutto non contiene niente di assurdo. Siamo, insomma, nella linea ideologica profonda della destra di sempre.
Il giudizio negativo che ha suscitato Trump, e risultato alla fine errato e da abbandonare, tuttavia, non è banale, e continua a non esserlo. Anzi esso spiega il perché della sconfitta di Clinton e di Obama, il perché né i sondaggi, né i poteri forti siano stati in grado di prevedere questa sua vittoria, e il perché della paura di ammettere di votarlo che ha falsato appunto le previsioni. La democrazia non è solo comunicazione, tanto quanto l’opinione pubblica, quella della strada, non è lo spazio pubblico dei media.
Il mondo che abbiamo sotto gli occhi è effetto ultimo di tutto ciò che la Clinton rappresenta, i media hanno cercato di descrivere, nonché di tutto ciò che anche in Europa definisce l’impopolarità dell’establishment.
·         *Una globalizzazione multiculturale che nasconde interessi e affari miliardari, 
·         *una relativizzazione dei diritti che finisce per creare falsa retorica libertaria del populismo,
·       * una democrazia apparente declinata con l’illusione degli spazi aperti,
·        *una cultura asservita a grandi lobby finanziarie e bancarie invisa dall’uomo e dalla donna comune.
Trump è un fenomeno trasgressivo, irriverente, rivoluzionario del tutto opposto. Il suo programma è la chiave per capirne il successo, la sua semplicità meinstream l’arma vincente che il popolo americano ha usato per infliggere un colpo mortale ai progressisti interplanetari, facendo svanire il loro potere intangibile, svelandone la vacuità radicale e la pericolosità subdola.
L’America profonda, rurale, conservatrice e nascosta dentro di noi ha battuto l’americanismo di facciata che imperversa attorno a noi.
La democrazia vera, legata ad amore per la propria patria, per il proprio territorio, per i propri confini e le proprie tradizioni comunitarie, ha sconfitto le illusioni idealistiche e multiculturali di un brutale individualismo che uccide e sfrutta i miserabili, parlando di bon ton e finto umanitarismo.
La vittoria di Trump è la vendetta della verità: più netta e meno originale di quella di Reagan e molto più importante per il nostro futuro di quanto lo sia stato allora la sua.
Il neo presidente incarna, infatti, l’originaria visione spirituale e popolare dell’antica mentalità politica, immune da liberismi e deregolamentazioni economiche, ma attenta a garantire pulizia, controllo, legge, ordine, perbenismo e i sani principi morali delle classi medie.
Quello che è piaciuto agli americani è la veracità con cui anche i difetti dell’uomo sono stati condivisi, perfino nelle infelici battute machiste che tutti noi  abbiamo sentito da lui e sentiamo e facciamo noi stessi in palestra ogni sera, un bagliore di autenticità preferita alla buia patina pseudobuonista di chi non la racconta giusta mai, proprio perché finge di non avere difetti.
Il mondo oggi riparte da una nuova visione globale nella quale sono gli Stati sovrani i protagonisti che ne configurano l’organizzazione molteplice e differenziata, garantendo la propria pace interna, innanzitutto tutelando la relativa integrità territoriale e la intrinseca coesione sociale.
Non una linea di isolazionismo, ma consapevolezza che la politica ha dei limiti. E questi costituiscono il più grande valore etico, la vera premessa per far essere una traccia compatibile con la validità rappresentativa che viene espressa, riconosciuta e osservata dai cittadini in carne e ossa.
Per Trump non si dà democrazia senza nazione, non si danno libertà senza regole, e diritti senza doveri. Perché non si realizza un ordine internazionale senza Stati forti e compatti. Egli preferisce un federalismo globale, che inserisca gli Stati Uniti come potenza orizzontale e non verticale nelle relazioni internazionali, restando sempre e soltanto espressione di un popolo e non dell’intera umanità. Gli Stati Uniti sono un partner rilevantissimo o un alleato preziosissimo, che esige e sostiene dappertutto lo stesso processo democratico che vive al suo interno, senza interferire ovunque e comunque, se non è  strettamente necessario.
Perciò la vittoria di queste elezioni americane è anche la legittimazione di una politica europea diversa che guardi più ai veri soggetti democratici, i popoli e i loro Stati, e meno al potere dell’Unione e della Nato.
Niente egemonia, ma coordinamento delle finalità.
La Brexit, non a caso, ha anticipato temporalmente la vittoria di Trump; e Trump e Putin saranno insieme gli interlocutori privilegiati di una serie di rapporti nuovi tra Est e Ovest che avvantaggeranno la possibile vittoria delle destre nelle prossime elezioni francesi e tedesche del 2017.
Anche in Italia, infine, Trump ha qualcosa da insegnare. Si torni a far votare i cittadini e si torni ad avere una politica nazionale seria, inossidabile sui principi, che sappia non solo protestare e dividersi ma anche proporre una visione culturale alta, in cui vita, famiglia, comunità, democrazia e sovranità abbiano un primato su tutto il resto. Soltanto allora, anche da noi, potrà vedersi un effetto positivo del trumpismo, finendola di sentire parlare in modo altisonante tanti megafoni del nulla.


mercoledì 9 novembre 2016

LA VITTORIA DI DONALD TRUMP, LA FINE DELLE DINASTIE

Dopo la vittoria di Trump, molti giornali aprono con il titolo ''America sotto shock''. Ovviamente è una contraddizione in termini, perchè proprio gli americani hanno preso questa decisione ed è stata quindi l'america a mostrare disaccordo con la linea predominante ed volere un taglio con il passato. Vediamo, al di là degli slogan della campagna elettorale, cosa rappresenta veramente la vittoria di Trump.

di Patrizio Ricci

Un estremista ineleggibile: è così che i media avevano descritto Trump per tutta la campagna elettorale americana. 
Addirittura in lizza era sceso anche il presidente Obama. Lo aveva fatto in maniera rozza. 

Aveva detto che se avesse vinto Trump, la stessa democrazia, avrebbe corso un serio pericolo.
Ma il timore in realtà non era per la democrazia ma che il progetto del 'New Deal', dell'impero mondiale, fosse messo in discussione. Perciò tutto l'establishment  politico-militare-industriale ha cercato di indirizzare il voto, insinuando la paura tra gli elettori americani.


L'elezione di Hillary Clinton avrebbe significato la perpetuazione al potere dell' establishment politico delle guerre in medioriente ed in Africa, responsabili della nuova guerra fredda tra gli Usa e la Russia. 
Avrebbe significato la perpetuazione dell'occupazione dei posti di potere da parte dei dirigenti delle multinazionali che hanno decuplicato i guadagni  con le guerre, i sotterfugi e con le inique alleanze con gli imperi del terrorismo mondiale. Negli ultimi 25 anni, l'apparato industriale ha semplicemente spostato i suoi manger dalle aziende ai posti chiave dell'amministrazione Usa e viceversa. 
Da George Bush in poi, è stato privatizzato tutto, anche l'esercito tanto che la Helliburton e altre compagnie private sono diventate il secondo esercito degli Stati Uniti: lo scopo del profitto è stato messo al di sopra di tutto, anche della morale, della stessa costituzione, al di sopra dell'interesse del popolo americano.

Ma inaspettatamente non ha vinto la menzogna, non hanno vinto i giochi di prestigio. 

Trump giustamente ha detto durante la campagna elettorale "la nostra politica estera non vince lucrando di alcune offerte commerciali in più". Hillary era la candidata ideale per le banche e per il sistema di potere che vive sui disastri e le ricostruzioni, che prospera sull'instabilità del medioriente. E' per questo che questa mattina si è registrato un momentaneo crollo delle borse mondiali. La grande finanza che pospera sui disastri mostra così la propria meschinità: tutto era preparato, c'era solo l'incomodo del voto e nel voto democratico gli americani hanno mostrato il loro disaccordo. 
Vuol dire che il popolo americano non è così ingenuo: ha ritenuto che i temi proposti da Trump, come quello della revisione della politica estera , l'immigrazione controllata, non sono temi a cui è insensibile.

I media hanno prodotto una disinformazione  grossolana. Hanno nascosto che  la posta in gioco era la perpetuazione delle dinastie fuse con il potere militare-industriale e con i centri di potere che auspicano un impero mondiale a totale detrimento degli altri popoli e dei deboli.


 La disinformazione ha fatto invece passare il messaggio che Trump è un uomo razzista, misogino, anti-immigrati. Dietro queste critiche non sincere , si nasconde in realtà il fastidio per le critiche che Trump ha fatto al sistema che ha portato alla guerra in Iraq, in Libia ed in Siria e che ha portato gli Usa alla recessione che attualmente si accingeva a risolvere con ulteriori guerre con il rischio della terza guerra mondiale.

Sarà un cammino lungo e difficile. Trump troverà molte resistenze. Perché possa governare , tutto dipenderà dai suoi diretti collaboratori. Per questo, dovrà prima di ogni cosa rimuovere molta gente dai posti chiave dell'amministrazione Usa che attualmente tengono in ostaggio il paese. 

lunedì 7 novembre 2016

MORTE ALL'UNTORE

Morte all’untore!


6 novembre



L'uomo nero del momento (per qualche giorno, s'intende) è padre Giovanni Cavalcoli, per via di qualcosa che si dice abbia detto in una sua trasmissione a Radio Maria. Nessuno di quelli che ne parlano, in effetti, sa che cosa egli abbia detto, ma non fa niente. Per ora è alla gogna.
Mi sono appena imbattuto in una pagina sulla rete in cui qualcuno mostra disprezzo e fa dell'ironia su padre Cavalcoli, citando tra l'altro un suo saggio teologico intitolato (risum teneatis!) «Sulla differenza tra l'anima dell'uomo e quella della donna».
E tutti a sghignazzare, con faccine e commenti (tipo: “ma perché, le donne hanno l'anima?”) ...
Ho dato un'occhiata all'articolo, che è reperibile in rete, e - giusto per far capire che cosa contiene effettivamente - ne riporto testualmente l'inizio: «Questa questione, irrilevante nel passato, è venuta sempre più alla ribalta della riflessione antropologica mano a mano che, sotto l'influsso della civilizzazione cristiana, si è posta sempre più in luce la dignità della persona umana, ed in particolare la personalità femminile ha dato prova di possedere, in certi campi dell'attività spirituale, delle qualità diverse e superiori a quelle dell'uomo, pur nella fondamentale partecipazione, con lui, della medesima natura umana».

C'è così tanto da ridere? Il senso dell'articolo di padre Cavalcoli, che è un teologo tomista, è quello di cercare di superare un limite della posizione di san Tommaso che «non si è posto questo problema» perché «al suo tempo [...] la diversità e la reciproca complementarità spirituale tra uomo e donna non erano apparse così in evidenza come oggi». Il suo tentativo può essere discutibile (anzi, lo è per definizione, come ogni saggio teologico) ma è del tutto rispettabile. E perciò dovrebbe essere rispettato. Chi non lo rispetta, smette di essere a sua volta rispettabile.
Due note a margine: 1) eclissi odierna dell'intelligenza, soprattutto negli "intelligenti" di professione; 2) O gran bontà dei cavalieri antichi! I Padri, ad esempio, spesso (non sempre, a dire il vero) polemizzavano molto meglio di noi, che di solito “facciamo l'altro scemo, per poi dire che è scemo”.

7 novembre
Devo ritornare sulla vicenda di padre Cavalcoli, che non sta in cima ai miei pensieri (e neanche particolarmente simpatico) perché vedo che anche nel suo caso si è verificata quella che ormai sta diventando una consolidata prassi ecclesiastica.
Quando un cristiano viene attaccato dal mondo, i “suoi” immmediatamente lo abbandonano, lo isolano e lo condannano; se proprio non lo lapidano, perlomeno si affrettano a manifestare solidarietà ai lapidatori. «Lui con noi non ha nulla a che fare»: questo è il messaggio. Non si aspetta di verificare le accuse, non si invita a distinguere e a comprendere bene che cosa il meschino abbia veramente detto o fatto, non si rivendica la parte di verità che anche in una posizione discutibile o erronea c'è quasi sempre, non si cercano, se errore c'è, né giustificazioni né attenuanti che, anch'esse, non mancano quasi mai. Soprattutto non si testimonia la cosa più importante: l'unità, la comunione che, tra cristiani, dovrebbe venire sempre prima di ogni eventuale presa di distanza (che pure talvolta è doverosa).
No, se il mondo prende di mira uno e grida: «Ha bestemmiato!», subito i suoi fratelli (è così che ci chiamiamo, non è vero?) si fanno da parte, lo lascino solo e dicono al mondo: «Sì ha bestemmiato. Ma è lui che ha bestemmiato, noi non c'entriamo. Non siamo come lui. Stiamo dalla tua parte».
Questo comportamento è stupido e cattivo. Cattivo, perché dal punto di vista morale, è lecito chiedersi se in questo modo di agire vi sia della ... com'è che si chiama? Non mi viene la parola, eppure ultimamente la si ripete tanto spesso ... ah, sì: misericordia. Per quanto mi sforzi, non ne vedo.
Ma almeno è “utile”? C'è dell'accortezza, sia pure un po' machiavellica? Beh, facendo così si accetta supinamente, anzi si contribuisce a far sì che sia il mondo a dettare le regole, e a stabilire che cosa è bene e che cosa è male; che cosa i cristiani possono e che cosa non possono dire; anzi, che cosa Dio stesso sia autorizzato a fare e che cosa non si può permettere di fare (per esempio, castigare). Se ci sia della lungimiranza, in tutto ciò, ciascuno lo valuti come crede. A me non pare.
Ma forse gli zelanti diranno che è sempre «meglio che muoia un uomo solo per il popolo e non perisca la nazione». È vero che è una frase del Vangelo, ma non ricordo che l'abbia detta Gesù. (Però io ho un'edizione vecchia, può darsi che adesso sia cambiato).

Giovanni, 11,45

*Molti giudei, che erano andati da Marita, constatando ciò che Gesù aveva fatto, credettero in lui. *Alcuni invece andarono dai farisei a raccontare l’accaduto. *Allora i capi dei sacerdoti e i farisei convocarono un consiglio. E dicevano: Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. *Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui, e verranno i romani e distruggeranno il tempio e la nostra nazione. *Uno di essi, chiamato Caifa, che i quell’anno occupava la carica di sommo sacerdote, disse loro: Voi non capite nulla, *non riflettete che è meglio che un uomo solo muoia per il popolo, piuttosto che correre il rischio che perisca tutta la nazione. 

MENO UNO


Il più grande spettacolo del mondo? 

Le elezioni americane. 

Beato è chi le ha seguite passo dopo passo. Hanno fatto passare Frank Underwood per un pivello, altro che House of Cards, la corsa alla Casa Bianca è stata la rappresentazione finale del denaro come insostituibile carburante della politica, della scorrettezza senza pensarci su troppo, del colpo basso, del potere che frusta il potere, una battaglia all’ultimo sangue che domani avrà il suo epilogo. Ma no, dai, non è finita. Il direttore dell’Fbi, James Comey, che in una settimana (ri)apre e (ri)chiude l’inchiesta sull’email-gate è solo il penultimo colpo di scena.
 
Eccoli, i protagonisti, sfiniti, sul palcoscenico fumante, in mezzo al fuoco, due figure che si agitano, due figure che recitano ancora, ancora, ancora. Ve li ricordate? All’inizio della corsa, erano così…


Avvocato, First Lady, Segretario di Stato, senatore e candidato dalla presidenza degli Stati Uniti. E’ nata a Chicago nel 1947, è moglie, mamma e nonna. Un caterpillar che sorride mentre ti sta strozzando. E’ il candidato più vincente-senza-dubbio-ma-anche-no della storia d’America. Wall Street la ama (e finanzia). Ha sostenuto la guerra in Iraq e in Afghanistan, poi si è pentita. Anche la guerra in Libia porta la sua firma, non si è pentita. E’ l’eroina dell’America del progresso, all’inizio degli anni Novanta fu tra i primi cento avvocati più influenti degli Stati Uniti e da allora non ha mai smesso di influenzare. Passa tra gli scandali come se fossero porte girevoli, una farfalla con le ali di titanio. Ha un problema con la gestione delle email e il capo dell’Fbi. Supererà anche questa (fatto). E poi, ne ha viste di peggio: ha sposato Bill Clinton nel 1975 e nel 1998 lo ha perdonato. Clinton su Clinton: “Bill e io abbiamo iniziato un discorso nella primavera del 1971, e più di trenta anni dopo non lo abbiamo ancora terminato”. Con Bill? Macché, Hillary ha iniziato un discorso con l’America. Lo finirà o continuerà?


Immobiliarista, show-man catodico, candidato alla presidenza degli Stati Uniti con il partito repubblicano. E’ il candidato più scapigliato della storia moderna delle elezioni americane. The Donald è nato a New York nel 1946, figlio d’arte, Manhattan è il suo regno e anche il suo mattone. Cotonato e phonato come nessuno al mondo, gli piace il wrestling, la campagna elettorale per lui è stata un corpo a corpo. In tv licenziava, nella vita reale pure. Dicono abbia un debole per la Russia. Di certo alla fiera dell’Est ha trovato mogli. Crede nel matrimonio, si è sposato tre volte, con Ivanka, Marla e Melania, ma ciò che conta per lui è il patrimonio. Trump su Trump: “L’unica differenza tra me e gli altri candidati è che io sono più onesto e mia moglie più attraente”. E’ apparso in molti film, tra cui Mamma ho riperso l’aereo e Sex and the City. L’aereo se lo è comprato, di sex parla a ruota libera. Ha costruito un impero, è fallito quattro volte. Non è mai caduto. Domani? Un altro giorno.

Che corsa, riavvolgiamo il nastro. La storia era un copione già scritto ma… 

I candidati dovevano essere Hillary Clinton e Jeb Bush, famiglie d’America. Dinasty. 
E invece, solo per un soffio non abbiamo avuto la coppia Sanders-Trump. 
The Donald è rimasto in piedi, Bernie è stato fatto secco dal clan dei clintonistas (documentato, vedere alla voce mail del partito democratico). 

E allora via così, in un crescendo dove l’altra campagna, quella di Trump, non va in testacoda ma, tra lo scandalo degli incipriati, corre come un treno. The Donald vince le primarie, partono le ipotesi più strampalate per rispedirlo nel suo grattacielo di Manhattan, esce una pubblicità del candidato moderato alternativo, quello baciato dai giornali, Ted Cruz, che cucina il bacon con il fucile mitragliatore. 

Vabbè, ma Trump non paga le tasse, Trump non rispetta le donne, Trump è responsabile del cambiamento climatico e poi basta con questo Trump! Trump! Trump! Il muro in Messico. E Obama ha fondato l’Isis. Crooked Hillary.  Maddài, che fa? Ancora in campagna? Ma se ha già perso! Cravatta rossa. Cravatta blu. Make America Great Again continua. 

Ecco, che sorpresa, Hillary si innervosisce, tossisce, non conta fino a tre e dal palco azzanna gli elettori di The Donald, quei trogloditi sdentati, fumatori e consumatori di reality show sono the basket of deplorables. 
Sì, miserabili. Mamma mia. Trump la prende sul serio ed è subito Broadway, I Miserabili come antipasto musicale dei suoi appuntamenti su e giù per la pancia dell’America. 

Eccolo, Victor Hugo, passeggiare pensoso tra i coccodrilli della Florida. Il popolo. L’establishment. L’identità e lo smarrimento di tribù che non si parlano più. Tutti con il tomahawk in mano, augh. 
Hillary barcolla a New York, il direttore Fbi Comey riapre l’inchiesta, Trump ha messo la freccia, è in corsia di sorpasso, dicono, si vedono le luci rosse accese in stati dove il colore era sempre blu. Vola in Michigan, Virginia, Iowa, North Carolina, Nevada, New Hampshire. Tutto jet e Big Mac. Aspetta, c’è Comey che (ri)chiude, no dai, The Donald è sempre là e Thank you Minnesota! Comey chiude l’inchiesta, Hillary balla con Jay Z e Beyoncè, paintsuit up! Vestiamoci, prepariamoci, è l’ultimo miglio.

C’è ancora una giornata di campagna elettorale, domani si vota e vedremo ancora le maschere di questo palcoscenico danzare al ritmo della strana democrazia americana. Che spettacolo. Sì, Frank Underwood è un pivello.


Da Il foglio newsletter

venerdì 4 novembre 2016

PER IL PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA 2

Don Giussani, la modernità, il modernismo e il protestantesimo

L’IO, IL POTERE E LE OPERE
(pagg. 205-207)
Il mio parere è che certa teologia cattolica ha assunto accenti protestanti. 
Da dove nasce questo spirito protestante? Dalla riduzione del cristianesimo a parola. 
Ora, anche il Vangelo di Giovanni dice: «In principio era la Parola», ma per dire che la Parola si è fatta carne. E, in effetti, il cristianesimo sorge con un uomo, con un fatto. C’è una bella frase di Dostoevskij: «Il fatto più drammatico è che Dio, il Mistero che fa tutte le cose, sia coinciso con un uomo». È diventato uomo e da quel momento quel punto fisico si è dilatato nella storia. E la fisionomia di questo sviluppo si chiama Chiesa. 
Se il Cristianesimo fosse solo Parola di fronte al problema «Qual è l’ultima cattedra per interpretare questa parola?» non si potrebbe che rispondere come ha risposto l’epoca moderna: la coscienza individuale. Questo è il protestantesimo. 
Ma se il cristianesimo è un fatto, l’ultima cattedra è un fatto umano: la Chiesa con la sua Autorità. Con ultimo garante il Papa. E se è così, tutti gli aspetti umani sono investiti, si intrecciano tra loro. Il cattolicesimo non si vive «da soli». 
Lo dico sempre ai ragazzi: io non posso barare con voi, ma neppure voi con me.

Don Luigi Giussani

RICOSTRUIRE LA SOCIETÀ? MA LA COMUNITÀ È NATURALE.


 FABRICE HADJADJ

Sabato scorso, a Milano, ho tenuto una conferenza su un tema proposto dal “Laboratorio delle idee” del mio amico Francesco Migliarese. C’era il sindaco della città che ha fatto un’introduzione e se ne è andato prima che io cominciassi.
Luciano Violante, con cui dovevo dibattere, non era presente a causa di una indisposizione. E dunque, mio malgrado, mi sono ritrovato da solo per parlare di individualismo. Ecco gli appunti del mio discorso.


Punto primo. Il titolo su cui riflettere appare pleonastico, e dunque come qualcosa di assolutamente non problematico. È evidente che l’individualismo porta alla
disgregazione della società. Se ciascuno si comporta egoisticamente come individuo separato dagli altri, cercando solamente di sfruttare gli altri, la società si disgrega. Bisognerebbe allora richiamare all’altruismo e ridurre il discorso a una serie esortazioni morali: “Siate generosi! Imparate a condividere!”...
Ora, appelli di questo genere sono ancora individualistici. Si fa appello alla buona volontà, ma attraverso questo volontarismo l’individuo si trova ancor più a essere il
fondamento della costruzione sociale.
Si può invocare la costruzione di una società più giusta quanto si vuole: tale costruttivismo presuppone che la società risulti da un contratto stipulato tra gli individui e non che scaturisca innanzitutto da un dato naturale.

Queste osservazioni conducono subito a delle  conclusioni.

PUNTO Primo, l’individualismo non deve essere confuso con l’egoismo, perché esso può essere altruista. Meglio ancora: l’altruismo è ancor più individualista dell’egoismo,
potendo quest’ultimo apparire come una reazione a una precedente invadenza della
società, mentre l’altruismo mi mette innanzitutto nella posizione di individuo che poi si volge verso l’altro se lo vuole.
Secondo, si può dedurre che la critica dell’individualismo si fa quasi sempre a partire da una rappresentazione individualistica, ignorando l’alterità e l’alterazione che ci
precedono e ci costituiscono.

PUNTO Secondo. Probabilmente l’individualismo non è la sorgente della disgregazione, ma, al contrario, il risultato di una costruzione sociale, o piuttosto
di una comunità concepita esclusivamente come una costruzione. Il senso che diamo oggi alla parola “società” viene dal XVII secolo. Prima con questo termine si intendeva solo un’associazione tra due o più individui sulla base di un contratto. Sotto questo aspetto, la famiglia non è innanzitutto una società, ma una comunità
naturale il cui fondamento si trova in una doppia relazione differenziale che non è
contrattuale ma fisica: quella dell’uomo e della donna, e quella consecutiva e al tempo stesso precedente, dei genitori e dei figli.
Quando il fondamento della città non è più stato pensato a partire da una tale comunità naturale ma da un contratto stipulato tra individui, come in una società a scopo di lucro, il termine società, nella sua accezione attuale, ha potuto imporsi.
È il progetto sociale di smantellare le comunità naturali arcaiche, al tempo stesso troppo drammatiche e troppo immobiliste, e di elaborare un mondo a più alto rendimento, più ideale, più aperto al progresso, che inventa l’individualismo come un “a priori conseguente”, o come una “isterologia”, termine al cui senso retorico di inversione dei termini logici si coniuga un’eco patologica (una specie collettiva di isteria, quella malattia che ha per causa, secondo Ippocrate, un certo rifiuto dell’utero, della nascita e del differenza generazionale).

PUNTO Terzo: qual è questa società nuova? Quella del “paradigma tecno-economico”.
Si fonda su alcuni postulati (ne declino sei) che sono quelli di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato.
1)      Ciascuno è fin dall’inizio un soggetto autonomo capace di scegliere. La libertà non è il frutto di un’educazione né di una responsabilità.
2)      Questo soggetto opera le sue scelte per raggiungere un bene concepito come benessere individuale.
3)      Tale bene si raggiunge non per via di saggezza o di prudenza, ma attraverso procedimenti tecnici.
4)      La triplice tecnica di base per pervenire allo scopo è la messa in concorrenza degli individui, la mercificazione degli scambi e l’innovazione; questi tre fattori sono intimamente legati, poiché la concorrenza favorisce l’innovazione, l’innovazione stimola la concorrenza, ed entrambe implicano un’economia dove gli oggetti si acquistano col denaro che l’individuo guadagna vendendo se stesso.
5)      Si suppone la rarità dei beni acquistabili: non ce ne saranno per tutti, e dunque la necessità della concorrenza e della crescita.
6)      Questo suppone anche, come aveva capito Ivan Illich, una visione unisex. Affinché la concorrenza, l’innovazione e la mercificazione siano onnipotenti, bisogna ignorare la differenza uomo/donna e la divisione complementare, tradizionale o naturale dei compiti. Tutto deve diventare merce, compreso il fatto di avere figli, subappaltato oramai alle imprese di biotecnologia.

PUNTO Quarto. Tutti questi postulati sociali sono finzioni che disgregano lo stesso
individuo. All’origine, come mostra Olivier Rey, l’individualità era concepita come un termine, non come un punto di partenza.
Termine di un’operazione logica per la quale si suddivide l’essere in generi, specie, fino a giungere all’individuo, indivisibile e ineffabile (perché impossibile da definire in generale). Ma termine soprattutto di un’avventura esistenziale: risultato di tutta una
genealogia, ogni figlio è chiamato a un destino singolare alla fine del quale riceve il suo Nome. È quanto raccontano i romanzi di cavalleria e l’Apocalisse di san Giovanni («Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo», 2,17).

Non appena l’individualità viene presentata come un punto di partenza, l’individuo, strappato alle sue appartenenze naturali e storiche, diventa troppo debole per resistere alle sirene tecno economiche che gli propongono la riuscita e il benessere attraverso il quantified-self, una vita dislocata in una serie di funzioni separabili e migliorabili, in una somma di parametri ottimizzati dall’algoritmo della felicità.

Günther Anders parlava, già nel 1956, di questa scomparsa dell’individuo a vantaggio del “dividuo”.
Come uscirne? Non proponendo un’altra costruzione sociale, ma pensando la politica nella cornice di un’ecologia integrale, ripartendo cioè del dato delle comunità naturali: la famiglia (comunità umana), l’agricoltura (comunità dell’uomo con la natura), il culto (comunità dell’uomo con gli dei, perché senza una fiducia nel Creatore e Redentore come accogliere ciò che ci è donato con i suoi drammi?).

Per quanto terribili siano i tempi, è la Provvidenza che ci ha messo qui, ed è qui, nel dato della nostra epoca, che abbiamo la nostra missione.


Avvenire 30 ottobre 2016

PER IL PERCORSO ELEMENTARE DI CULTURA 1


JOSEPH RATZINGER

La natura non è infatti – come afferma uno scientismo totalizzante – un’opera del caso e delle regole del suo gioco, bensì una creazione. In essa s’esprime il Creator Spiritus. 
Perciò non ci sono solo leggi naturali nel senso di determinismi psico-fisici: la legge naturale vera e propria è, ad un tempo (anche) legge morale. La creazione stessa c’insegna come possiamo essere uomini nel modo giusto.

La fede cristiana, che ci aiuta a riconoscere per tale la creazione, non è una paralisi della ragione. Al contrario, essa crea attorno alla ragion pratica lo spazio vitale nel quale questa può sviluppare le proprie potenzialità.

La morale che la Chiesa insegna non è un onere particolare, riservato ai cristiani, bensì la difesa dell’uomo contro il tentativo di pervenire alla sua eliminazione. Se la morale – come abbiamo visto – non è riduzione in catene, ma liberazione dell’uomo, la fede cristiana allora è l’avamposto della libertà umana.

J. RATZINGER, "SVOLTA PER L'EUROPA?" 1992

SE VINCE IL SÌ, IL POPOLO POTRÀ ESPRIMERSI ANCORA MENO

 Stefano Spinelli



Con l’intervento dell’avv. Stefano Spinelli  prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan. Quello che compare oggi tocca il tema della effettiva partecipazione popolare alla vita delle istituzioni, a seguito dell’approvazione della riforma. Ricordiamo che, trattandosi di referendum confermativo, non è necessario il quorum: chi non condivide la riforma non può confidare su un numero elevato di astenuti: la sola strada per manifestare il proprio dissenso è votare No.


Domenica 9 ottobre si è votato per eleggere i Consigli delle città metropolitane. Non si è trattato di elezioni da poco, visto che i Consigli metropolitani hanno competenze importanti e territorialmente estese, sui principali capoluoghi italiani (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, e altri). In base a quanto previsto dalla legge Del Rio, si è trattato di elezioni indirette, cosiddette di secondo grado, visto che a votare non sono stati i cittadini ma gli stessi consiglieri e sindaci nominati alle ultime tornate amministrative. Chi si è accorto di queste elezioni? Quali giornali ne hanno dato notizia? Quanti cittadini che risiedono all’interno delle aree metropolitane hanno seguito le sorti di un voto che determinerà le scelte e le sorti dei territori delle più importanti città italiane nei prossimi anni?

Ma tutto ciò che cosa c’entra con la riforma costituzionale? C’entra, perché rende l’idea della situazione che si verrà a creare se passasse la riforma costituzionale, con riferimento al nuovo Senato. Nessuno si accorgerà dell’elezione di tale ramo del Parlamento, che verrà formato - e di volta in volta sostituito nei singoli componenti - senza che i cittadini ne sappiano nulla. Nonostante questo, però, continuerà a partecipare all’approvazione di alcune delle leggi più importanti e concorrerà ai rinnovi delle cariche delle istituzioni più significative della Nazione, nel sistema di pesi e contrappesi tra i poteri costituzionali. E’ evidente l’alterazione del principio di rappresentanza democratica previsto dall’art. 1 Cost. (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forma e nei limiti della Costituzione”), perché la riforma - come è noto - prescrive la nomina di 95 dei circa 100 senatori tra i sindaci e i consiglieri regionali, da parte dei consigli delle regioni italiane. Ciò accade in un quadro di complessiva debolezza della partecipazione democratica, data dalla sempre più scarsa propensione al voto da parte dei cittadini.

Il voto diretto resta solo per la Camera dei deputati, con un sistema elettorale, il c.d. Italicum, che prevede un consistente premio di maggioranza: il 55% dei seggi va alla lista di partito che raggiunge il 40% dei voti o – in caso di ballottaggio qualora nessuno superi tale soglia – indipendentemente da qualunque percentuale, con un sistema di liste in parte bloccate, che allontana ancor più il popolo sovrano dall’esercizio della sovranità. Se dunque la riforma costituzionale non riguarda l’Italicum, è pur vero che la prima interviene in un ben preciso contesto istituzionale e politico, dal quale non si può prescindere per valutare la portata della riforma.


Di più. Il nuovo Senato, pur previsto come organo di secondo livello e privo di legittimazione popolare diretta, continuerà però a partecipare da protagonista al delicato funzionamento della macchina costituzionale. Continuerà a concorrere alla elezione di alcuni fondamentali organi costituzionali, come il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, che sono caratterizzati, per loro stessa natura e per le funzioni loro assegnate, da una forte carica di imparzialità e indipendenza rispetto alla logica partitico-maggioritaria. A conferma di una distanza sempre più marcata fra gli elettori e i garanti degli equilibri istituzionali.