sabato 22 settembre 2012

LE DUE MOSSE DI RENZI




di Luca Ricolfi
Tratto da La Stampa del 16 settembre 2012

A Matteo Renzi, ultimamente, vengono rimproverate un mucchio di cose, ma soprattutto una: la tendenza a glissare sui contenuti, sulle proposte programmatiche, sulle cose concrete che farebbe se diventasse presidente del Consiglio.

Cezanne I Giocatori
Pochi giorni fa, ad esempio, sul «Corriere della Sera» Antonio Polito lo ha invitato a prendere posizioni precise su nove punti, fra cui alcuni della massima importanza (ad esempio: come farà a ridurre il debito pubblico di 400 miliardi in soli 3 anni?). Renzi, nella risposta, svicola con un espediente retorico: «Se rispondo punto per punto mi accuseranno di essere rimasto fermo al tempo in cui partecipavo ai telequiz».

Anche nel discorso di Verona, in cui annuncia la sua candidatura a premier, liquida quasi con fastidio l’idea di doversi soffermare sui programmi, definiti un po’ spregiativamente come «lista della spesa». E rimanda gli appassionati di contenuti a una «bozza di programma on line», aperta alla discussione. Come dire: se proprio volete annoiarvi, trovate tutto lì.

Finora questa reticenza di Renzi aveva lasciato perplesso anche me. Poi però ho deciso di ascoltare tutto il suo discorso (disponibile su YouTube), dalla prima sillaba all’ultima, e vi devo confessare che mi sono ricreduto. Perché dentro un discorso ci possono essere passaggi che non incontrano il tuo gusto, o giri retorici che preferiresti non sentire, però alla fine – se chi parla sa parlare, e Renzi indubbiamente sa parlare – il senso generale del messaggio emerge. E il senso del messaggio di Renzi è chiaro, molto chiaro.

E’ chiaro sul piano politico, innanzitutto. Renzi sta occupando, con un coraggio e un’energia incommensurabilmente superiore ai suoi predecessori, lo slot che – a suo tempo – hanno provato ad occupare i rappresentanti delle correnti liberali e riformiste del Pd, i vari Veltroni, Morando, Ichino, Letta, Chiamparino, Rossi, lo stesso Bersani quando non giocava da segretario del Pd ma da ministro delle Liberalizzazioni, le famose «lenzuolate». Con la fondamentale differenza che Renzi ci prova, a sfidare la maggioranza del suo partito, mentre nessuno degli altri lo aveva fatto finora (Veltroni perché la segreteria del Pd gli è stata gentilmente offerta, gli altri per motivi che ignoro). La differenza di metodo è fondamentale, perché con Renzi la posta in gioco non è di conquistare o mantenere una piccola voce in capitolo nelle scelte del partito, ma di spostare il Pd su posizioni di sinistra liberale. Un’impresa meritoria, ma che a mio parere si scontra con un dato di fatto: finora la base del Pd è sempre stata più vicina a Vendola che ad Ichino, e lo stesso Bersani è decisamente meno radicale dei militanti che lo appoggiano.

 
Van Gogh Campo con i corvi

Ma non c’è solo il posizionamento politico, che riprende quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale in campo economico: meritocrazia, meno tasse sui produttori, spending review, semplificazioni burocratiche.

La novità fondamentale di Renzi sta, a mio parere, in due mosse che nemmeno la sinistra liberale ha finora compiuto fino in fondo. Due mosse che non stanno sul piano dei programmi e delle cose da fare, ma che vengono prima, e forse spiegano perché, in questa fase di stato nascente, il racconto, la narrazione, i temi identitari la facciano da padroni, e lascino i programmi un po’ sullo sfondo.

La prima mossa è nell’analisi della crisi in cui siamo tuttora immersi. Nel discorso di Verona sono del tutto assenti gli accenti vittimistici sulla questione giovanile, e c’è un’idea della crisi come fatto epocale, come «trasformazione definitiva del nostro modo di vivere», che ci invita anche a cambiare i nostri comportamenti, con una rivalutazione dei doveri, dell’impegno, del sacrificio. C’è la gratitudine alle generazioni passate per il benessere che hanno saputo costruire, ma c’è anche il sospetto che la «prospettiva di benessere» che le nuove generazioni hanno ereditato sia «forse persino eccessiva». Di qui la pulce nell’orecchio ai suoi coetanei: «Non vorrei che il troppo avere ci abbia fatto dimenticare il nostro essere».

Ma c’è anche una seconda mossa, che rende Renzi indigeribile non tanto alla base del suo partito, ma più in generale alla cultura di sinistra di matrice sessantottina. Qui, nonostante tutto, sopravvive ancora l’idea che la politica sia una missione etica, che la sinistra rappresenti la parte migliore del Paese, che chi vota a destra possa essere mosso solo dall’interesse o dall’ignoranza. Su questo la rottura del sindaco di Firenze è totale e senza alcuna incertezza. L’appello di Renzi agli elettori del Pdl, prima che una mossa politica, è la conseguenza logica della sua analisi della società italiana e del suo atteggiamento verso gli elettori. E’ perché non pensa che gli «altri», i cittadini di destra, siano «la parte peggiore del Paese» che Renzi può concludere il suo discorso descrivendo la politica con parole come «leggerezza», «sorriso sulle labbra», «Voglia di non parlare male degli altri». Per lui è naturale, perché vede l’elettore di destra come una persona a tutti gli effetti, e non come un’entità malsana, da neutralizzare, combattere, o tutt’al più rieducare.

E il fatto che, sul versante di Bersani, questo passaggio sia letto in chiave strettamente politica, come un’incapacità di Renzi di rompere senza ambiguità con il berlusconismo, mostra solo quanto lunga sia la strada che la sinistra deve compiere per superare il complesso di superiorità che ancora l’affligge. Per il militante di sinistra medio è semplicemente inconcepibile che una persona che ha votato per Berlusconi possa essere una persona per bene. Per questo non capisce come se ne possa chiedere il voto. Per questo Renzi gli risulta letteralmente incomprensibile. E per questo, temo, la strada di Renzi dentro il suo partito sarà molto in salita.

ASPETTANDO GIUSTIZIA


IL CATTIVO GOVERNO
Il caso Anm-Ingroia è solo l’ultima delle parodie della giustizia italiana. Di pm in cerca di “sovraesposizione”, “consenso di piazza” e “contenuti politici”, secondo le parole usate dal presidente dell’Anm, è piena la cronaca di questo ventennio. Grazie alla celebrità raggiunta con le loro inchieste, una fila di magistrati sono diventati parlamentari, amministratori, sindaci. Hanno fatto un partito, un giornale, una casa editrice. Agiscono da suggeritori e body guard dei loro mentori a mezzo politico, stampa e televisivo. Altri, in attesa di diventare anch’essi famosi e salire ad alti scranni, amministrano le leggi spesso ponendosi al di sopra della Legge ed esercitando l’azione penale con discrezionalità, sense of rumors e carriere unificate a quelle di alcuni giornalisti, essendosi formati – certuni magistrati – alla scuola degli specialisti in carcerazione preventiva, aggiramento del segreto istruttorio, propalazione di intercettazioni. Se ci fosse altro, lo sapremo a tempo debito. Lo sapremo quando una commissione d’inchiesta si formerà in Parlamento. All’indomani dell’elezione del nuovo Parlamento. Essendo questo Parlamento sotto schiaffo mediatico-giudiziario.
Intanto, dopo che da diciassette anni denunciamo  che questa Giustizia ha spezzato le reni al paese e dato disdoro a una magistratura che meriterebbe ben altro, aggiungiamo al nostro civile combattimento questo appuntamento a cui ogni lettore di Tempi e cittadino assennato avrà cura di partecipare. Titolo: “Aspettando Giustizia”. Intervengono: Mario Mori, generale dei Carabinieri; Ottaviano Del Turco, sindacalista e politico, già membro della direzione nazionale del Pd; Matteo Brigandì, avvocato e politico della Lega Nord; Renato Farina, scrittore e deputato Pdl; Lodovico Festa, editorialista e commentatore politico; Luigi Amicone, direttore di Tempi.

mercoledì 12 settembre 2012

I CINQUE "SENZA"

nel dibattito politico elettorale americano ritorna d'attualità la religione, "In God we trust".
ALBACETE sul sussidiario net fa un'analisi della situazione e conclude:


Questo dibattito, ripreso come detto da The Week, mi ha fatto pensare all’intuizione profonda di Don Giussani sui cinque “senza” che ci hanno portato al dilemma attuale circa la fede e la politica.
 
Questi “senza” sono:
 Dio senza Cristo,
Cristo senza la Chiesa,
la Chiesa senza il mondo,
il mondo senza l'Io
e l'Io senza Dio.
 
Credo che l'unico modo per affrontare questo laicismo (l'ultimo "senza") sia riparare il danno fatto alla missione della Chiesa da tutti questi “senza”.

11 SETTEMBRE


Il nostro destino è quello di dimenticare?

 

                (…) È’ vero, la vita va avanti, la città e tutto il Paese pagano il loro tributo alle vittime degli attacchi terroristici, la Freedom Tower – in quello che era diventato il buco nero di Ground Zero – continua a salire come l’ennesimo e sempre più grandioso tentativo di costruire un ponte verso l’infinito, il Memorial con la sua acqua che scorre perennemente su pareti in cui sono incisi tutti i nomi delle vittime è sempre affollato.

Eppure… eppure la verità è che un poco alla volta ci si dimentica. La Memoria, la vivezza nel presente di qualcosa che ci ha presi al cuore, sembra dover lasciare il passo al devoto ricordo. La Memoria tiene desta la coscienza di quel che si è, il devoto ricordo no.

 Vale per l’11 settembre, ma vale anche per tutte le cose della vita.

 

Riro Maniscalco

Da ilsussidiarionet

 

UNA RETE PER IL BENE COMUNE


Bologna, più asili nido per chi ha bisogno. E meno vantaggi per chi fa il furbo

settembre 11, 2012Francesco Amicone

Una nuova delibera comunale cambia i metodi d’assegnamento dei posti, «con un recupero di quasi 200mila euro». Parla Valentina Castaldini, consigliere comunale: «Scoperte 200 finte ragazze madri. Ora aiuteremo quelle vere»

I furbetti che usufruiscono di servizi e vantaggi destinati alle fasce più deboli della popolazione esistono in tutta Italia. Anche nella Bologna amministrata dalla sinistra, c’è chi non si fa scrupolo di fare carte false pur di risparmiare qualcosa a danno degli altri. Persino quando si tratta di asili nido. Ma con la delibera approvata dalla giunta di Bologna su proposta dal Pdl a inizio anno, le cose sono cambiate. «Se prima bastava risultare separati e con due domicili diversi per scavalcare famiglie monoreddito e giovani donne che non potevano permettersi di mandare i propri figli alle materne, quest’anno, con l’obbligo di presentare l’Isee di entrambi i genitori, spacciarsi per una ragazza madre per ricevere indebiti vantaggi è decisamente più difficile».

LE CIFRE. Valentina Castaldini, consigliere comunale del Pdl, nota a Bologna per il suo spirito battagliero, elenca le cifre del successo della delibera: «Quest’anno, le coppie coniugate che mandano un bambino all’asilo nido sono aumentate del 10 per cento, sono state scoperte 200 finte ragazze madri e abbiamo recuperato 200mila euro, con un potenziale di 600mila nei prossimi anni». Un’enormità per un comune che per le materne ha in dotazione una cifra che si aggira sui 30 milioni l’anno. Il risultato per il bilancio è rilevante. «Ma soprattutto finalmente emergono dal buio le vere ragazze madri. Anche la Giunta l’ha capito, mentre sembrano tapparsi le orecchie Sel e grillini bolognesi: dalla critica a questa delibera alla messa in discussione della convenzione con le materne paritarie, sembrano più interessati ai consensi che all’amministrazione della città».

ALTRO CHE GRILLINI. Al vaglio ora idee per applicare i contenuti della delibera a tutti i servizi che sfruttano l’Isee. «Questa è una più belle riforme promosse dal Pdl bolognese», chiude la Castaldini, «e viene da un’idea del consigliere Pdl di Firenze Emanuele Roselli. Noi l’abbiamo ripresa e proposta a Bologna.È il vero modo di “far rete” per cambiare l’Italia, molto diverso da quelli che dicono di appartenere a un non-partito e poi si fanno la guerra per andare a Roma…».

sabato 8 settembre 2012

LA SOFFERENZA DI UN POPOLO

COMUNIONE E LIBERAZIONE
UN ODIO CHE DURA DA QUARANT'ANNI

DI Antonio Socci
tratto dal blog Lo straniero


C’è una cosa che mi stupisce da quarant’anni: l’odio contro Comunione e liberazione. Cominciò alla sua nascita, nei primi anni Settanta, anche come violenza fisica contro militanti e sedi del movimento da parte degli estremisti politici di quegli anni.

Ma soprattutto con attacchi di stampa: memorabile l’accusa di finanziamenti della Cia, dimostratasi del tutto falsa, ma che il movimento pagò subendo una durissima intolleranza.
A quel tempo CL pativa pure una forte ostilità dei più potenti ambienti clericali che solo l’arrivo di Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger costrinse a riconoscere la positiva e libera presenza dei movimenti nella Chiesa.
Oggi non c’è più la violenza fisica. Ma l’ostilità immotivata e furiosa rimane. E’ una macchina del fango vera e antica di cui nessuno ha mai chiesto scusa. E che continua
Per esempio giovedì il titolo di un articolo del “Fatto quotidiano” tira in ballo CL con “un’accusa tanto assurda quanto infamante”, protestava ieri il portavoce di CL, Savorana, che prospettava azioni legali.

Sotto la protesta di Savorana c’era la minuscola risposta del giornale dove si ammette che “effettivamente il titolo non rispecchia il contenuto dell’articolo”. Ovvero: CL non c’entra.

Chiedere scusa, no? Neanche per idea. Anzi, nella pagina a fianco c’era un articolo dove si lanciava un altro attacco a CL su altri temi (“CL, giù le mani dalla sanità”).

Sempre ieri, sul magazine di Repubblica, “Il Venerdì”, un articolista fantasioso cerca di legare CL pure al triste caso del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele. Personaggio totalmente sconosciuto a CL, ma che il giornalista dice “reclutato” dal Centro internazionale di CL (ovviamente senza portare il minimo argomento e la minima prova o testimonianza).

Si fa giornalismo così? Pare di sì. Tanto nessuno chiede scusa e nessuno ricorda che fra le principali vittime di Vatileaks c’è proprio CL, perché, fra le altre cose, i Corvi hanno prelevato e divulgato la lettera riservata al Papa, sulla diocesi di Milano, firmata da don Carron (attuale leader di CL).
Anche su questa lettera c’è stata un’assurda disinformazione. Partecipavo lunedì scorso all’ “Infedele” e incredulo ho dovuto ascoltare uno degli ospiti, fra l’altro uno storico, oggi editorialista di “Repubblica”, che citava tale lettera come se fosse stata un’iniziativa di CL a cui seguì il siluramento del cardinale Tettamanzi per motivi politici (di vicinanza al centrosinistra), sostituito da Scola.
E’ surreale. Le cose stanno in modo totalmente diverso (e Lerner non mi dette la possibilità di replicare). Il cardinale Tettamanzi – che non fu affatto defenestrato, anzi, il Papa allungò di due anni il suo mandato – era ormai in scadenza.
E il Vaticano – tramite il Nunzio, Bertello – nel febbraio 2011 attivò la prassi consueta, in questi casi, ovvero consultare per la nomina del successore i vescovi lombardi, i cardinali di nascita ambrosiana, poi sacerdoti, associazioni e movimenti ecclesiali della diocesi milanese
Pareri confidenziali chiesti dal Vaticano a tutti, anche a CL, com’è ovvio. Ma le lettere di tutti sono rimaste segrete, quella di CL invece è stata abusivamente resa nota. Con evidenti, pesanti contraccolpi.

Era infatti un documento delicato. Carron, rispondendo “alla sua richiesta”, segnalava al Nunzio la necessità di un Pastore “che sappia rinsaldare i legami con Roma e con Pietro” e “annunciare con coraggio e fascino esistenziale la gioia di essere cristiani, essere Pastore di tutto il gregge e non di una parte soltanto”.
Carron infatti aveva rilevato prima i problemi della diocesi (dalla “grave crisi delle vocazioni” al “disorientamento dei fedeli” dovuto a varie scelte discutibili).
In particolare notava – in linea con i giudizi espressi da don Giussani – che “negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una rottura della tradizione ambrosiana” (la “profonda unità fra fede e vita”) e questo ha accentuato “la frattura caratteristica della modernità tra sapere e credere” riducendo l’esperienza cristiana a “intimismo e moralismo”.
Inoltre nella cultura “un malinteso senso del dialogo” finisce per sconfinare “in posizioni relativistiche”. Mentre “l’insegnamento teologico (…) si discosta in molti punti dalla Tradizione e dal Magistero”.
Infine “la presenza dei movimenti è tollerata, ma essi vengono sempre considerati più come un problema che come una risorsa” sebbene “i loro membri forniscano, per fare un solo esempio, centinaia e centinaia di catechisti”.

In effetti da parte di don Giussani e di CL c’è sempre stata una continua e convinta offerta di collaborazione al vescovo, ma è mancata la disponibilità della Curia e la valorizzazione dei movimenti.
Lo si può dire con certezza perché lo ha confessato lo stesso cardinale Martini (con encomiabile sincerità) in quella sorta di testamento spirituale che è la lettera pastorale 2001/2002.

A differenza di Martini certi sedicenti “martiniani” non conoscono autocritiche.
Così, quando – in modo arbitrario – è stato fatto uscire il “voto sub secreto” di Carron, dimenticando che tutte le associazioni ecclesiali avevano espresso le loro opinioni e i loro voti, invece di solidarizzare con colui che aveva subito un torto, hanno protestato contro Carron per le idee espresse nella risposta alla Santa Sede
Poi, questi campioni di tolleranza, hanno preteso dal cardinale Scola che sconfessasse Carron e CL. Il vescovo ha spiegato ciò che fra persone libere e tolleranti non ci sarebbe bisogno di spiegare, ovvero che “quello che ha scritto don Carron è il suo pensiero”
Qualcuno, fra i “tolleranti”, vuole impedire la libertà di pensiero? Poi ha aggiunto che lui, come arcivescovo di Milano, si era già espresso con grande stima sui suoi due predecessori durante la visita del Papa, mostrando continuità di azione e concludendo: “nella Chiesa ambrosiana lo spirito di comunione è perseguito come l’insostituibile cemento dell’unità”.

Scola, che maturò in CL la sua vocazione sacerdotale, vive il suo episcopato come amore per la Chiesa intera e per la sua unità (come don Giussani ha sempre insegnato).

Per questo la sua omelia al funerale di Martini ha valorizzato al massimo l’episcopato del predecessore. Anche per sottrarre la sua figura –uno dei più importanti principi della Chiesa – a chi, da fuori, vuole usarlo contro la Chiesa.

Si inserisce in questo quadro la recente lettera di don Carron al Corriere, nella quale sottolinea diversi aspetti positivi dell’episcopato di Martini e il suo buon rapporto personale con don Giussani: “Per questo ci rincresce e ci addolora se non abbiamo trovato sempre il modo più adeguato di collaborare alla sua ardua missione e se possiamo aver dato pretesto per interpretazioni equivoche del nostro rapporto con lui, a cominciare da me stesso. Un rapporto che non è mai venuto meno all’obbedienza al Vescovo a qualunque costo, come ci ha sempre testimoniato don Giussani”.

E’ una mano tesa a coloro che lo avevano contestato (che sempre parlano di “dialogo”) per evitare alla Chiesa di Milano polemiche inutili e distruttive. Carron arriva per questo ad assumersi “colpe” che – sicuramente – non ci furono.
Con un “mea culpa” ancora più forte, pochi mesi fa, lo stesso Carron cercò di sottrarre il movimento ecclesiale agli attacchi che da settimane sui media investivano il presidente della Regione Lombardia, Formigoni, proveniente da CL, ma uomo politico autonomo da decenni.
Questo “porgere l’altra guancia”, questo dare anche la tunica a chi ti chiede il mantello, può essere frainteso dal mondo che lo interpreta come debolezza o resa culturale. Lo fraintende anche qualche zelante fan, che sfiorando l’adulazione parla di svolta di CL e addirittura di “profetismo” di Carron.
In realtà è semplicemente “carità” e sacrificio per amore alla Chiesa: è quello che don Giussani ha insegnato da sempre. Benedetto XVI è un testimone commovente di questa misericordia paziente e intelligente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 8 settembre 2012

BELLA ADDORMENTATA


Gli editoriali di SamizdatOnLine
 
DI ASSUNTINA MORRESI

Un film con tanti "bersagli" che si dimentica di Eluana -
 
Festival di Venezia 2012 - Ci aspettavamo di più dalla “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio, speravamo in qualche guizzo geniale, qualche riflessione più profonda nelle storie di vita e di morte che sapevamo essere raccontate, e invece abbiamo assistito a un film scontato e prevedibile, e quindi, tutto sommato abbastanza noioso. La nota ossessione anticattolica di Bellocchio, per la quale i preti e le suore hanno sempre un’aria cupa o, nel migliore dei casi insignificante, e spuntano continuamente da tutte le parti insieme a simboli sacri e a preghiere e canti dai toni vagamente mortiferi, fa da sfondo alle diverse storie che si intrecciano negli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro, ripercorsi in spezzoni di telegiornali e notiziari trasmessi in tv, ai quali assistiamo insieme agli attori.
Ma le storie raccontate hanno tutte il sapore del dejà vu, con i loro percorsi banalmente corretti: in un autogrill la ragazza pro life che va a Udine a pregare per Eluana ha un colpo di fulmine per il ragazzo che milita – ovviamente, sennò che gusto c’è – nella parte opposta. Il marito che ama tantissimo sua moglie non può che accontentarla istantaneamente quando lei, malata, con un soffio gli chiede “amore mio aiutami”: in meno di due secondi le spegne l’interruttore della macchina che la tiene in vita.

La ragazza in stato vegetativo è una bellissima bambola immobile in modo innaturale, non sbatte neppure le palpebre – ma qualcuno del cast, regista compreso, si è mai preoccupato di vedere com’è una persona in stato vegetativo? – respira rumorosamente attaccata ad una macchina (come poche persone in stato vegetativo) e sua madre, attrice di talento, vive solo per lei, in una sorta di suicidio intellettuale, professionale ed affettivo che appare irragionevole se non patologico: una rappresentazione scontata e ben poco rispettosa di chi nella realtà dedica la vita ad assistere i propri cari in queste situazioni.

I rapporti familiari sono tutti tragici o almeno molto problematici – a partire da “I pugni in tasca”, per Bellocchio la famiglia non è mai stata una risorsa – segnati da drammi umani, e non è un caso se l’unico segno di speranza, l’unica “bella addormentata” che si risvegli è una tossicodipendente senza famiglia che si vuole suicidare, alla quale un medico, senza famiglia pure lui (a casa non mi aspetta nessuno, posso rimanere qui anche una settimana, dice il dottore alla ragazza) presta assistenza in ospedale per impedirle di farla finita. E’ lo stesso medico che scaccia dalla camera il prete entrato a pregare accanto alla donna assopita, al quale restituisce pure l’immaginetta che il sacerdote le aveva appoggiato vicino al viso. Senza famiglia e senza fede, quindi, è l’unico fra i protagonisti che “compie” il miracolo del risveglio alla vita, che pare non riesca neppure a Dio.

Chi dice di credere, secondo Bellocchio, non crede veramente ma prega per fissazioni nevrotiche – come l’attrice – e comunque nei momenti importanti della vita, di fronte al grande dolore o al grande amore, non segue la Chiesa e si comporta come fanno tutti (lo dice sempre pure Marco Pannella): la donna in fin di vita chiede l’eutanasia subito dopo aver ricevuto i sacramenti; la ragazza pro-life abbandona la recita del rosario per raggiungere l’innamorato e ha cura, appena prima di fare l’amore, di girarsi dietro la schiena il crocefisso appeso alla sua catenina, come per buttarsi alle spalle qualcosa di inutile.
Tutte trovate francamente grossolane e talvolta anche un po’ ridicole, che appiattiscono i protagonisti su stereotipi che sanno di stantìo. Insomma, la scelta della vita e della morte riguarda la storia e le relazioni delle singole persone ed è solo a loro che spetta decidere, in un mix sentimentale in cui l’amore e la vita e la morte si confondono, come nei migliori filmoni melodrammatici.

La rappresentazione della politica è banalmente in linea con tutto il resto: i politici sono tutti depressi e cinici, Berlusconi è onnipresente, il Pdl è il partito in cui si cura innanzitutto l’immagine, chi vota a favore della legge per salvare Eluana lo fa pressato dal partito, per compiacere Berlusconi ed essere ancora eletto.
Non poteva mancare il fervorino pro-Beppino Englaro, recitato da un bravissimo Toni Servillo che, sinceramente, non meritava tutto questo, e rappresenta l’unico politico “buono” cioè quello che per coerenza si dimette, contrario alla legge voluta dal Pdl.
Miglior attore non protagonista, Gaetano Quagliariello nella parte di se stesso, riproposto nella famosa scena al Senato in cui dice che “Eluana non è morta, è stata ammazzata”, unica traccia della grande, generosa e nobile battaglia pubblica, politica e culturale, che ha segnato veramente quei giorni drammatici. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo, e nessun guizzo di sceneggiatura, né di regia. La storia di Eluana aspetta ancora di essere raccontata.

venerdì 7 settembre 2012

IL PARADOSSO DELLE PARALIMPIADI


Molti atleti applauditi se fossero inglesi non sarebbero mai nati


C’è un paradosso evidente che non può non saltare agli occhi in questi giorni in cui le Paralimpiadi di Londra riempiono come mai prima le pagine dei giornali. Il paradosso è ancora più lampante sfogliando siti e giornali inglesi, i quali dedicano quotidianamente decine di articoli alle imprese di atleti portatori di handicap che grazie a duri allenamenti e anni di fatica conquistano vittorie e medaglie uniche (anche al netto della tanta retorica mielosa sparsa sull’evento da chi lo commenta). Prima ancora che cominciassero – certamente sull’onda del successo delle Olimpiadi – i Giochi paralimpici avevano già fatto il tutto esaurito di biglietti. Una partecipazione straordinaria – inimmaginabile anche soltanto qualche mese fa – a una manifestazione che sta commuovendo il pubblico con storie e imprese di uomini e donne paraplegici, amputati, non vedenti e con altri forti deficit fisici.

Il paradosso è presto spiegato: buona parte degli atleti che emozionano il pubblico inglese probabilmente non sarebbero mai nati se fossero stati inglesi. Nel Regno Unito la legge infatti permette l’aborto “per motivi sociali” fino alla ventiquattresima settimana di vita del feto (sesto mese di gravidanza), ma è possibile praticare aborti ancora più tardivi motivati da “malattie gravi del feto”. Da circa un anno i dati che si riferiscono a questa scelta sono stati resi pubblici, e si è venuto a sapere che tra le “malattie del feto” si considerano la spina bifida, la sindrome di Down ma anche difetti rimediabili come il labbro leporino, il piede torto e alcune malformazioni del palato. Questo tipo di aborti Oltremanica è aumentato di circa il trenta per cento dal 2000 al 2010. Terra in cui spesso le più disparate teorie eugenetiche trovano alveo e ribalta, l’Inghilterra si trova di colpo spiazzata dalla realtà, capace di dimostrarsi più forte delle teorie che fanno decidere preventivamente se una vita sarà degna di essere vissuta (e, parafrasando Plinio, che sarebbe meglio per loro non essere mai nati). James Parker, coordinatore di questa edizione dei Giochi paralimpici, ha chiesto che Londra ripensi i limiti dell’aborto. Vorrà dire qualcosa se i più applauditi in Inghilterra oggi sono persone con una “qualità della vita inaccettabile”.
da Ilfoglio.it
 

martedì 4 settembre 2012

MORALE LAIKA

I GIACOBINI FRANCESI RIPARTONO DALLO STATO ETICO


Morale laica. Questo è quanto, secondo il progetto governativo, dovrà dall'anno prossimo insegnare la scuola francese. Perché "Se la Repubblica non dice quali sono i vizi e le virtù, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, altri lo faranno al suo posto", dice il ministro Peillon.
Spero apprezziate l'onestà intellettuale. Lo Stato, tramite la bocca del suo ministro per l'istruzione, si pone esplicitamente come fonte non solo del diritto ma della morale. E' lui che decide cosa sia il bene e cosa sia il male, con l'intento esplicito di buttare a mare ogni altro che possa avere opinioni diverse. Perché «per dare la libertà di scelta, bisogna essere capaci di strappare l’allievo a tutti i determinismi, familiare, etico, sociale, intellettuale».
Via la famiglia. Via la religione, è sotteso ad ogni piè sospinto, per non lasciare nessuno spazio a quanto detto "dai mercanti e dagli integralisti di ogni genere". Fatto repulisti di tradizioni e storia i bambini potranno essere modellati su necessità di chi comanda. Vecchia idea, già vista, già applicata in ogni totalitarismo da duecent'anni in qua.
Infatti quando parla della "una morale universale, fondata su idee di umanità e di ragione" che sarà l'obbiettivo dell'insegnamento sembra di leggere il solito manualetto massonico-illuminista in voga fin dalla rivoluzione francese. Che ha dato abbondante cattiva prova di sé ovunque: dal suo luogo di origine fino alle plaghe in cui è stato esportato nella sua forma comunista. Ovunque il cane dello Stato, ad abbaiare e scodinzolare a volontà dei potenti.
Anche in Italia. Quelli della mia generazione lo ricordano: il libro Cuore, con i suoi bambini che si ammazzano di patriottismo, il moralismo soffocante e spietato. Senza una ragione, se non che si deve essere così. 
Perché, come faceva notare il guru del pensiero laico Norberto Bobbio, la morale senza Dio è un quadro senza un chiodo che l'appenda al muro. Quando deve dire su cosa si fondi, sul perché debba essere valida la laicità balbetta, si impappina, non sa rispondere. Salvo appunto dire: perché te le dico io. Io Repubblica, io Stato, io Potere: e tu zitto.
Il ministro vuole insegnare la capacità di criticare, di dubitare. Spero che come prima cosa dubiteranno di lui e della sua idea di cosa sia giusto ed educativo. Ma dopo averlo trovato inconsistente, a chi si potranno rivolgere?
Antonio\Berlicche
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lunedì 3 settembre 2012

UN VESCOVO ITALIANO


MONS  . LUIGI NEGRI prelato italiano che in un certo senso vive all’estero
di Camillo Langone
Tratto da Il Giornale del 2 settembre 2012

Il più cattolico dei pochi vescovi italiani cattolici si trova all’estero, a San Marino. “Lei vive in una cartolina!” esclamò Benedetto XVI l’estate scorsa, durante la visita nella diocesi. “Sì, ma è una cartolina che non viene spedita mai” rispose monsignor Luigi Negri. Un altro vescovo sicuramente cristiano, sebbene di prosa un po’ democristiana (monsignor Crepaldi), alligna a Trieste che è città importante però ai confini della nazione e del dibattito. Un terzo vescovo sul quale metterei la mano sul fuoco (monsignor Oliveri) risiede in fondo alla Liguria, fra Albenga e Imperia, che non sarà ancora Francia ma certo non è il cuore dell’Italia. E’ come se i fautori di una “presenza cattolica vissuta senza compromessi” fossero tenuti a distanza di sicurezza dalle cattedre metropolitane o comunque cruciali, dove evidentemente i compromessi sono ritenuti indispensabili.

Se Negri fosse stato vescovo di Udine, il corpo malato di Eluana Englaro (“vittima di un omicidio di stato”) avrebbe trovato usbergo nella chiesa locale, che invece reagì con molta flemma. Se fosse stato vescovo di Torino o anche solo di Manfredonia (da cui dipende San Giovanni Rotondo) Mario Botta e Renzo Piano si sarebbero dovuti acconciare a costruire chiese a forma di chiesa e non di centrale termica o di hangar. Negri sarebbe riuscito perfino a far mettere in posizione visibile il tabernacolo, che gli architetti nichilisti tanto odiano, contro il quale tanto si accaniscono. O avrebbe risolto il problema alla radice chiamando al loro posto Pier Carlo Bontempi, che sta all’architettura italiana contemporanea come Sua Eccellenza sta alla chiesa cattolica di oggi.

Domanda: San Marino è davvero un’isola (o una cartolina, per dirla col Papa) felice?
Risposta: In occasione della sua visita Benedetto XVI ha celebrato una liturgia nello stadio di Serravalle alla presenza di 22.000 persone. L’intera diocesi, comprensiva di San Marino e Montefeltro, supera di poco i 60.000 abitanti: quindi c’era una persona su tre.

D: Come se a una singola messa di Milano partecipassero un milione e mezzo di persone.
R: Il Papa ha avuto la percezione che anche uno stadio può diventare una cattedrale. Il coro di oltre duecento persone ha intonato i canti della tradizione e la maggior parte dei presenti si è comunicata in bocca.

D: Non come a Parma dove nel santuario della Steccata il celebrante spende omelie per dire che l’ostia si può legittimamente ricevere sia in mano sia sulla lingua, però in mano è meglio. E quindi ciò che fa il Papa nelle sue messe è peggio.
R: Guardi, né il clero né il popolo cristiano si formano più attorno al magistero, si lasciano convivere i magisteri paralleli, modi di pensare e concepire e comunicare la fede che hanno come riferimento un teologo, un ecclesiastico, non il vescovo di Roma…

D: Almeno siamo certi che a San Marino e in Montefeltro il punto di riferimento è Pietro.
R: Questo Papa è assolutamente grande nel magistero e i sette anni da vescovo che mi sono stati concessi sono stati bellissimi. Ho cercato di ridare esistenza ed energia al popolo cristiano, interpretando il mio ruolo non come fornitore di servizi, liturgici o solidaristici, ma come ridestatore della coscienza di un’intera comunità.

D: Però anche nella ridente Repubblica di San Marino sta per sbarcare la sodomia di stato, contro la quale lei ha diffuso un messaggio di esplicita condanna. Reazioni?
R: Tutte le volte che faccio un intervento ricevo mail entusiaste e mail piene di insulti. C’è stata la canea radical-chic, la stessa che c’è in Italia quando si tocca il medesimo argomento, ma il comune sentire del nostro popolo è molto diverso. Io ho voluto indicare un’immagine di chiesa che forte della sua identità si assume la responsabilità di intervenire nelle vicende sociali.

D: Un po’ come fanno i vescovi americani a cui spesso lei si riferisce.
R: Sì, vorrei citare la studentessa di New York che ha scritto al cardinale Dolan, uomo di chiesa che si batte per salvaguardare i diritti non solo della chiesa ma dell’intera società: “Eminenza, io sono con lei non perché sono credente ma perché sono americana”.

domenica 2 settembre 2012

GUAI QUANDO TUTTI GLI UOMINI DIRANNO BENE DI VOI


Vedendo il mare di sperticati elogi ed esaltazioni sbracate del cardinale Martini sui giornali di ieri, mi è venuto in mente il discorso della Montagna dove Gesù ammonì i suoi così:  “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 24-26).  

I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).

Poi Gesù indicò ai suoi discepoli questa beatitudine: “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Luca 6,20-23).

Una cosa è certa, Martini è sempre stato portato in trionfo sui mass media di tutto il mondo, da decenni, e incensato specialmente su quelli più anticattolici e più ostili a Gesù Cristo e alla sua Chiesa.

Che vorrà dire? Obiettate che non dipendeva dalla sua volontà? Ma i fatti dicono che Martini ha sempre cercato l’applauso del mondo, ha sempre carezzato il Potere (quello della mentalità dominante) per il verso del pelo, quello delle mode ideologiche dei giornali laicisti, ottenendo applausi ed encomi.

E’ stato un ospite assiduo e onorato dei salotti mediatici fino ai suoi ultimi giorni.

O vi risulta che abbia rifiutato l’esaltazione strumentale dei media che per anni lo hanno acclamato come l’Antipapa, come il contraltare di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI?

A me non risulta. Eppure avrebbe potuto farlo con parole ferme e chiare come fece don Lorenzo Milani quando la stampa progressista e la sinistra intellettuale e politica diceva: “è dei nostri”.

Lui rispondeva  indignato: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta!”. Quando cercavano di usarlo contro la Chiesa, lui ribatteva a brutto muso: “in che cosa la penso come voi? Ma in che cosa?”, “questa Chiesa è quella che possiede i sacramenti. L’assoluzione dei peccati non me la dà mica L’Espresso. E la comunione e la Messa me la danno loro? Devono rendersi conto che loro non sono nella condizione di poter giudicare e criticare queste cose. Non sono qualificati per dare giudizi”.

E ancora: “Io ci ho messo 22 anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge L’Espresso e Il Mondo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”, “l’unica cosa che importa è Dio, l’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio, tutto il resto è sudiciume”.

Queste meravigliose parole di don Milani, avremmo voluto ascoltare dal cardinale, ma non le abbiamo mai sentite. Mai. Invece ne abbiamo sentite altre che hanno sconcertato e confuso noi semplici cattolici. Parole in cui egli faceva il controcanto puntuale all’insegnamento dei Papi e della Chiesa.

Tanto che ieri “Repubblica” si è potuta permettere di osannarlo così: “non aveva mai condannato l’eutanasia”, “dal dialogo con l’Islam al sì al preservativo”.

Tutto quello che le mode ideologiche imponevano trovava Martini dialogante e possibilista: “non è male che due persone, anche omosessuali, abbiano una stabilità e che lo Stato li favorisca”, aveva detto.

E’ del tutto legittimo – per chiunque – professare queste idee. Ma per un cardinale di Santa Romana Chiesa? Non c’è una contraddizione clamorosa? Cosa imporrebbe la lealtà?

Quando un cardinale afferma: “sarai felice di essere cattolico, e altrettanto felice che l’altro sia evangelico o musulmano” non proclama l’equivalenza di tutte le religioni?

Chi ricorda qualche vibrante pronunciamento di Martini che contraddiceva le idee “politically correct”? O chi ricorda un’ardente denuncia in difesa dei cristiani perseguitati?

Io non li ricordo. Preferiva chiacchierare con Scalfari e – sottolinea costui – “non ha mai fatto nulla per convertirmi”. Lo credo. Infatti Scalfari era entusiasta di sentirsi così assecondato nelle sue fisime filosofiche.

Nella seconda lettera a Timoteo, san Paolo – ingiungendo al discepolo di predicare la sana dottrina – profetizza: “Verranno giorni, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole” (Tm 4, 3-4).

Nella sua ultima intervista, critica con la Chiesa, Martini si è chiesto dove sono “uomini che ardono”, persone “che hanno fede come il centurione, entusiaste come Giovanni Battista, che osano il nuovo come Paolo, che sono fedeli come Maria di Magdala?”.

Evidentemente non ne vede fra i suoi adepti, ma nella Chiesa ce ne sono tantissimi. Peccato che lui li abbia tanto combattuti, in qualche caso perfino portandoli davanti al suo Tribunale ecclesiastico. Sì, questa è la tolleranza dei tolleranti.

Martini ha incredibilmente firmato la prefazione a un libro di Vito Mancuso che – scrive “Civiltà cattolica” – arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”.

Ma il cardinale incurante definì questo libro una “penetrazione coraggiosa” e si augurò che venisse “letto e meditato da tante persone” (del resto Mancuso definisce Martini “il mio padre spirituale”).

Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura.

Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista. “Il cardinale del dialogo”, come lo hanno chiamato Corriere e Repubblica.

I giornali sono ammirati per le sue massime. Devo confessare che io le trovo terribilmente banali . Per esempio: “emerge il bisogno di lotta e impegno, senza lasciarci prendere dal disfattismo”.

Sembra Napolitano. Grazie al cielo nella Chiesa ci sono tanti veri maestri di spiritualità e amore a Cristo. L’altro ritornello dei media è sull’erudizione biblica di Martini. Senz’altro vera.

Ma a volte il buon Dio mostra un certo umorismo. E proprio venerdì, il giorno del trapasso di Martini, la liturgia proponeva una Parola di Dio che sembra la demolizione dell’erudizione e della “Cattedra dei non credenti” voluta da Martini, dove pontificavano Cacciari e altri geni simili.

Scriveva dunque san Paolo che Cristo lo aveva mandato “ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio.

Sta scritto infatti: ‘Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti’. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché… è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione… Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 17-25).

E il Vangelo era quello delle dieci vergini, dove Gesù – ribaltando i criteri mondani – proclama “sagge” quelle che hanno conservato la fede fino alla fine e “stolte” quelle che l’hanno perduta.

Spero che il cardinale abbia conservato la fede fino alla fine. Le esaltazioni di Scalfari, Dario Fo, “Il Manifesto”, Cacciari gli sono inutili davanti al Giudice dell’universo (se non saranno aggravanti).

Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. E’ la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. E’ il vero amore. Tutto il resto è vanità.

Antonio Socci

Da “Libero”, 2 settembre 2012

NON CONFORMATEVI

CHE COS'E' IL DIALOGO

Amicone: Nel 1996, in un’intervista alla Stampa avvertiva che la situazione del paese «è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli». Qual è la sua percezione oggi, due anni dopo?

Giussani: Lo definirei un momento drammatico e bello, perché la fragile creatura, l’io umano, torna ad essere l’unico punto da cui si può ripartire. L’io, infatti, è quel livello della natura nel quale la natura diviene cosciente di se stessa. Per questo l’epoca che più di ogni altra sembra definita da una trascuratezza e da una dimenticanza di che cosa sia la natura elementare dell’uomo e, dall’altra parte, da una pretesa dello Stato di stabilire limiti e possibilità della speranza terrena per l’uomo, proprio questa è l’epoca della libertà. Da dove ripartire, infatti, per ricostruire quelle che Eliot chiamerebbe “città distrutte”? Dalla fragile creatura in quanto diviene generatrice di un popolo, e quindi storia. E l’uomo è innanzitutto libertà; il Mistero stesso lo ha creato libero.

Infatti solo la libertà riconosciuta come dipendenza, come rapporto diretto col Mistero, è inattaccabile, cioè inassimilabile, da qualsiasi potere. Per questo auspico il moltiplicarsi di incontri tra personalità che conservano un impeto autenticamente umano, cioè proporzionato alla loro natura. Personalità la cui identità sia chiaramente riconosciuta e comunicata possono insieme collaborare in vista di un bene maggiore: ecumenismo e pace essendo i termini ultimi di una convivenza che si dica umana, veramente rispettosa del destino e del tentativo di ciascuno. Diversamente, la convinzione che per assicurare un pluralismo nella società si debba mettere tra parentesi la propria identità non ha speranza di riuscita. Questa, piuttosto, genera una intolleranza indifferente al destino dell’altro, che sfocia inevitabilmente, presto o tardi, in violenza.

sabato 1 settembre 2012

LA SCELTA DEL CARDINALE


Non barate, l’accanimento terapeutico non è
mai piaciuto alla chiesa.
SFRUTTATO FINO ALLA FINE DAI NEMICI DELLA CHIESA
. Le ultime ore terrene del cardinale Carlo Maria Martini sono state accompagnate da molti commenti sulla sua scelta di non sottostare ad “alcun accanimento terapeutico”. In concreto, il cardinale, malato di morbo di Parkinson da diciassette anni e arrivato a una fase della patologia tale da impedirgli la deglutizione, ha deciso di non farsi applicare un sondino per la nutrizione artificiale. Lo stesso meccanismo attraverso il quale è stata nutrita e dissetata per diciassette anni Eluana Englaro (la quale però non aveva nessuna patologia terminale. A chiedere e a ottenere il distacco del sondino, dopo una battaglia giudiziaria durata anni, è stato suo padre). E anche nel caso, evocato ancor più a sproposito, di Piergiorgio Welby, a essere contestato non era il suo diritto di rifiutare il respiratore, ma la sua richiesta di ottenere una sedazione letale. Nulla di tutto questo, dovrebbe essere evidente, riguarda la morte del cardinale Martini.

Eppure, va riconosciuto che non poteva che andare così, nel caso dell’uomo di chiesa che si era distinto, soprattutto negli ultimi anni, per certe sue aperture al limite dell’eterodosso (controcorrente e liberali, per gli estimatori; corrive con lo spirito del tempo, per i critici) sui temi sensibili della vita, della morte, della morale sessuale. Nel novembre del 2008, in un famoso articolo intitolato “La vera vita”, pubblicato dalla rivista del San Raffaele, Kos, e rilanciato dal Corriere della Sera, il cardinale sosteneva che “non è facile stabilire quando cominci esattamente una vita umana, soprattutto quando un essere possa essere chiamato ‘persona’ o ‘individuo’ e sia soggetto di diritti e di doveri”, e aggiungeva che “quello del puro ‘sopravvivere’ o ‘non morire per morte violenta’ non è certo il traguardo della vita umana: essa tende a quella ‘vitalità’ che è piena espressione della potenza del corpo e della mente”; inoltre, sempre nello stesso scritto, il cardinale si chiedeva: “Esistono situazioni in cui un tale vivere diventi così insopportabile e apparentemente immodificabile che non sia lecito portare un giudizio morale su chi vi mette fine? Certamente sarà molto difficile affermarlo con il linguaggio delle leggi come dei princìpi astratti: essi non riescono a cogliere la complessità degli elementi etici, valoriali e affettivi che entrano in ogni singolo caso particolare, ognuno in qualche modo diverso da ogni altro”. Prima ancora, nel 2006, in un dialogo sull’Espresso con il chirurgo e politico Ignazio Marino, Martini aveva anche affermato, a proposito di eutanasia, che “non si può mai approvare”, ma che non si sentiva di condannare “le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo”.

E allora non potevano che essere brandite da chi appiattisce il rifiuto dell’accanimento terapeutico sull’eutanasia, il sacrosanto e pienamente cattolico e legittimo rifiuto del vecchio cardinale morente di non sottoporsi a interventi da lui ritenuti, nella sua condizione, inutili e invasivi.
“Nell’immediatezza di una morte che appare ormai inevitabile e imminente è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita poiché vi è grande differenza etica tra ‘procurare la morte e ‘permettere la morte’: il primo atteggiamento rifiuta e nega la vita, il secondo accetta il naturale compimento di essa”: è scritto nel documento della Pontificia accademia per la vita sul “Rispetto della dignità del morente” (2000) ed è la migliore descrizione della scelta del cardinale Martini.
da ilfoglio.it