martedì 31 maggio 2011

LA SPERANZA E' UNA BAMBINA


CHARLES PEGUY

da "Il portico del mistero delLa seconda virtù"


La fede non è sorprendente.
Io risplendo talmente nella mia creazione
Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche. …

La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre. …

Ma la speranza ‐dice Dio‐ la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso. …
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina.
Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature.
Della razza degli uomini.

La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre. …
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell'anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio. …

Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.
Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.

Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne. …
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.

Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l'eternità.
Per così dire nel futuro dell'eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano,
La piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminano solo per la piccola

sabato 28 maggio 2011

IL VOTO DEI CATTOLICI


Intervista a Luigi Amicone

Tratto da L'Occidentale il 25 maggio 2011


Copertina con titolo nero su fondo giallo: “Milano vuoi davvero Zapatero?”. “Tempi” esce così in edicola a cinque giorni dai ballottaggi. Dal suo osservatorio milanese, il direttore del settimanale cattolico Luigi Amicone analizza il rischio che intravede se a vincere fosse il candidato di Vendola: l’applicazione nella capitale economica d’Italia del modello fallito in Spagna. Il modello dei ‘diritti, diritti, diritti’. Il ragionamento si allarga anche al ruolo ‘militante’ di parte della Diocesi meneghina in questa campagna elettorale e agli “effetti” sull’elettorato cattolico delle due proposte di governo cittadino.

Amicone, da che parte stanno i cattolici nella sfida di Milano e Napoli?

Non è possibile identificare oggi da che parte stanno i cattolici, in diaspora da molto tempo, da quando non esiste più il partito unico che era la Dc. Qui a Milano si avverte molto la presenza e il manifestarsi ad esempio di don Virginio Colmegna, già ai vertici della Caritas e oggi uomo-simbolo della Casa della Carità, espressione istituzionale della Diocesi che storicamente, da circa vent’anni, ha una certa propensione a sinistra. Qualora si affermasse il candidato vendoliano Pisapia sarebbe la prima volta che questo orientamento verrebbe ‘istituzionalizzato’.

Ma ci sarà pure nel mondo cattolico chi ha idee diverse.

In realtà la chiesa di base che è la chiesa dei movimenti, delle associazioni è molto più variegata. Non svelo un segreto o dico una novità se affermo che in questi giorni l’area di Comunione e Liberazione è quella più mobilitata nelle piazze e tra la gente, tanti giovani impegnati che talvolta si trovano in imbarazzo a confronto con le espressioni più ‘istituzionalizzate’ della Diocesi che ad esempio fanno volantinaggio nelle chiese a sostegno di Pisapia.

Che aria tira a Milano a cinque giorni dai ballottaggi?

Basandosi solo sui programmi elettorali e non sulle emotività, da una parte c’è la proposta della Moratti calibrata sulla libertà, la sussidiarietà, il riconoscimento dei corpi intermedi, la tutela dei principi eticamente sensibili. Dall’altra, c’è il prevalere del contrario, nel profilo politico e personale del candidato vendoliano. Seppur garbato e uomo di stile come è l’avvocato Pisapia, non dimentichiamo le sue proposte sull’eutanasia. Non solo: programma e compagine di governo dimostrano l’ancoraggio anche culturale ad un modello statalista, improntato al vecchio dirigismo, al fatto che solo loro sanno cosa è bene e male per i cittadini. In buona sostanza, un armamentario che credevamo superato dalla storia nel quale stanno insieme il socialismo dei diritti fallito in Spagna e il solidarismo cattolico più intriso di moralismo dove il cristianesimo non è centrale, ma a prevalere è la psicologia, la sociologia, il terzomondismo.

In caso di vittoria, Pisapia porterà a Palazzo Marino una maggioranza molto variegata, dal radicale Cappato a cattolici che la pensano all’opposto. Come è possibile far convergere idee tanto distanti su scelte strategiche per la città e su valori che per i cattolici dovrebbero essere non negoziabili?

E’ un po’ come la quadratura del cerchio, cioè impossibile. Una compagine di governo così non può durare a lungo. A meno che qualcuno rinunci al proprio pensiero, alle proprie convinzioni, come del resto è storicamente accaduto, quando i cattolici si sono resi strumenti altrui, ultime ruote del carro, benedicenti con l’acqua santa in cambio di un potere personale. Questo è il punto: tutti a parole possiamo definirci cattolici ma il vero cattolico è colui che si mette in relazione, segue le indicazioni della Chiesa cattolica.


Nel suo programma il candidato vendoliano annuncia la costituzione del registro delle unioni civili, parla di corretta applicazione della legge 194 e del potenziamento dei consultori. Qual è la rotta che sta tracciando?

Nella copertina di Tempi che esce domani, domandiamo ai milanesi se vogliono il modello Zapatero, perché è questa la sensazione che abbiamo se dovesse vincere la sinistra. Se c’è una novità nella sinistra socialdemocratica ed europea negli ultimi dieci anni, è stata indicata da Zapatero con la prospettiva della rivoluzione dei diritti individuali. Dietro l’immagine buonista del premier spagnolo abbiamo visto cosa c’è e come è andata; dietro questo aspetto di zapaterismo moderato di Pisapia che certamente è persona perbene e garantista anche se questo aspetto non è emerso molto in campagna elettorale, c’è la storia e il profilo di un ex parlamentare di Rifondazione Comunista e quella di un radicalismo di sinistra che lo sostiene e che sarà vincolante sulle scelte per la città. Non credo che su questa impostazione riusciranno ad avere come vicesindaco un’esponente del mondo cattolico.

venerdì 27 maggio 2011

IL CRISTO DILACERATO



C'è un'altra
emergenza
preti

di Riccardo Cascioli




Quando si leggono interviste a sacerdoti come quella a don Paolo Farinella, pubblicata domenica scorsa su L’Unione Sarda, ci si chiede davvero se in Italia, parlando di preti, il problema più grave sia la pedofilia.

Intendiamoci bene: quello degli abusi sui minori da parte di alcuni preti è davvero – come diceva il cardinale Bagnasco lunedì aprendo i lavori dell’Assemblea dei vescovi italiani – “un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie” e in nessun modo è lecito minimizzare o ridurre la portata e gravità della faccenda. Ma qui almeno la Chiesa è corsa ai ripari, sta agendo da anni per porre riparo ai danni provocati e prevenire quelli possibili. E abbiamo visto, numeri alla mano, che la cura Ratzinger funziona, anche se molto c’è ancora da fare.

Ma questo non ci deve portare a sottovalutare un altro grave “scandalo” che sta minando la credibilità della Chiesa italiana: quello dei preti in “libera uscita” che frequentano i salotti tv e riempiono pagine di giornali con le loro scempiaggini e creazioni teologiche, creando grave confusione anche tra i fedeli. E questo senza che ci sia almeno l’intervento chiarificatore di un vescovo, che spieghi almeno a che titolo parlano questi signori.

Dicevamo all’inizio di don Farinella, un prete della diocesi di Genova già noto per le sue sparate contro la Chiesa: nella lunga intervista citata, in cui si fa presentare come "fine biblista" e a cui viene dedicato un titolo in prima pagina contro la beatificazione di Giovanni Paolo II (definita “un’operazione di marketing”), fa delle affermazioni gravissime sia in materia sociale sia in materia di fede: oltre alle solite stupidaggini sull’Italia governata dal cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, e dal cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani ma anche suo arcivescovo, invita addirittura all’insurrezione contro Berlusconi citando la Populorum Progressio di Paolo VI, e attribuisce il dramma della pedofilia al celibato ecclesiastico, cosa che ben sappiamo essere smentita dai fatti. Poi accusa di smania di potere i suoi confratelli: “Se togliessero ai sacerdoti la gestione economica delle parrocchie, almeno due terzi abbandonerebbero l’abito talare”. Quell’abito talare che lui ovviamente non porta: “Perché dovrei travestirmi da donna?”. E siccome parla con il giornale di Cagliari si premura di riservare un pensierino anche al vescovo locale: “Se Gesù tornasse in terra sono sicuro che non andrebbe dal vostro vescovo, Giuseppe Mani che, nelle vesti di ordinario militare, è perfino generale di Corpo d’Armata”. E infine, tralasciando altre amenità, si descrive così: “Dentro di me convive il credente e il miscredente. Sono relativista… Dio è relativo e non assoluto…”.

Sicuramente è materia più per psicologi che non per teologi, però questo caso non è unico. Il suo confratello della diocesi di Genova, don Andrea Gallo, lanciato dal Maurizio Costanzo show è diventato una star, regolarmente presente in tv, radio e giornali. Ricordiamo anche le recenti polemiche per l’apparizione in tv di don Giorgio De Capitani che giustificava l’eliminazione fisica di Berlusconi. O il caso di don Vitaliano della Sala, attivista no global assieme a qualche missionario a cui non vogliamo fare altra pubblicità. Si potrebbe continuare ancora aggiungendo anche coloro – vescovi compresi - che, pur da posizioni ecclesiali ben diverse e sicuramente non eterodosse, non appena si trovano davanti un microfono sembrano perdere il lume della ragione e si lanciano in affermazioni di cui non si sente affatto la necessità.

Si dirà che si tratta comunque di pochi casi, che non rappresentano certo tutti i sacerdoti italiani. Ed è vero: ma la loro sovraesposizione nei media e la loro capacità di impatto, crea anch’essa “danni incalcolabili” all’immagine e alla credibilità della Chiesa, aumenta la già abbondante confusione sugli insegnamenti della Chiesa, rafforzati anche dalla totale assenza di chi avrebbe l’autorità per intervenire e non lo fa : “Se nessuno gli dice niente vuol dire che va bene”, è il commento di buon senso della gente comune. E anche di altri sacerdoti che sono tentati di seguirne le orme.

Non è che siamo qui a invocare misure disciplinari, e ci rendiamo ben conto che la gestione di certi casi è difficile, ma fare finta di nulla è certamente la strada peggiore. E se proprio non si riesce a fare altro, invece di moltiplicare incontri e documenti sull’uso dei mezzi di comunicazione sociale, i vescovi italiani imparino da questo manipolo di preti come si fa a far passare efficacemente un messaggio. Così magari in un prossimo futuro, ascoltando un prete in tv, avremo la possibilità di sentirci confermati nel fatto che a salvarci è Gesù Cristo e non Nicki Vendola.



http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-c-unaltra-emergenza-preti-1958.htm

I MARTIRI E LA STRAGE

IL GUP DELL'AQUILA SI E' FATTO SISMOLOGO

Nel caso dell’Aquila, si afferma l’idea della “strage”. Uno dei fondatori dell’associazione “309 martiri dell’Aquila” (Giustino Parisse, che il 6 aprile del 2009 ha perso due figli e il padre), ha detto che “il terremoto è il killer, i mandanti ora sono da individuare”.

Lo storico Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, fa notare che “è la strage di Piazza Fontana – prima la parola ‘strage’ era stata usata solo per Portella della Ginestra – ad aver fornito il modello. Lì è nato un paradigma che fa ricondurre al malaffare statale ogni orrore, con l’altro paradigma della magistratura che ‘fa luce’, che deve scoprire la verità. Anche dove, come in queste cronache dall’Aquila, la verità è il terremoto. Attenzione: non sto dicendo che non va perseguito chi ha costruito la casa dello studente con cemento inadatto. Lì, se sarà appurata, c’è una frode in appalto, e i responsabili vanno condannati.

Ma è evidente la corruzione del linguaggio, se definiamo ‘martiri’ le vittime del terremoto o i morti alla stazione di Viareggio, uccisi nel giugno del 2009 dall’esplosione di un carico di propano. Martiri sono i fratelli Bandiera, i cristiani al Colosseo, Salvo D’Acquisto. Martire significa ‘testimone’, qualcuno che con la propria morte testimonia dell’adesione a certi valori ideali. Chi rimane vittima di una sciagura non è un martire. Ma nemmeno questa definizione è casuale, perché serve a condannare alla dannazione perpetua i presunti artefici del martirio”.
C’è una strage, ci sono i martiri, deve esserci una colpa giuridicamente rilevante: la mancata onniscienza, il mancato allarme per il terremoto, il mancato rispetto di un principio di precauzione che, preso alla lettera, richiederebbe l’evacuazione dell’intera zona appenninica (ma nel 1985 la commissione Grandi rischi diede l’allarme per un terremoto in Garfagnana e l’allora ministro della Protezione civile, Zamberletti, ordinò l’evacuazione di circa centomila persone. Non ci fu nessun terremoto e Zamberletti finì sotto inchiesta per procurato allarme).

DA IL FOGLIO

UNA VITTIMA PER PLACARE GLI DEI: I GIUDICI VOGLIONO UN COLPEVOLE PER IL TERREMOTO




di Oscar Giannino


Tratto da Giustizia Giusta il 26 maggio 2011





Il rinvio a giudizio per omicidio colposo dei sette componenti la Commissione Grandi Rischi, per aver sottovalutato i rischi dello sciame sismico del terremoto dell’Aquila e non aver indotto la popolazione all’evacuazione, a mio giudizio ha del clamoroso.

E’ un nuovo passo verso la pangiuridizzazione dei rischi, dopo la condanna Thysen per omicidio volontario all’ad e ai manager della società per le sette vittime della tragedia sul lavoro avvenuta nell’acciaieria torinese.

Siamo al punto che per i giudici il rischio sismico va amplificato seguendo non un’inesistente metodica scientifica previsiva, bensì affidandosi al principio della massima cautela. Che è come dire che ai cartomanti e negromanti d’ora in poi sarà meglio che prestino orecchio, scienziati e tecnici degli organi pubblici chiamati a valutare il rischio di terremoti e l’impatto sulla popolazione e sui territori. Immagino che, esattamente come nel caso Thyssen, resterò in minoranza assoluta visto che, per averlo detto alL’assise di Confindustria di Bergamo, alla fine Confindustria ha chiesto scusa, come ad ammettere che ai giudici non bisogna mai opporre alcuna voce critica. Non sarò mai d’accordo, con questa impostazione che mi sa di paura e terrore, non di ragionevolezza.

Qui non è in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Bensì l’elementare buon senso, senza del quale anche la legge può diventare strumento di pura illogicità. E di ritorno al Medioevo, in cui, dimentichi del diritto romano e prima di riscoprirlo, si praticava l’occhio per occhio e non la proporzionalità di fattispecie e pena alle responsabilità accertabili secondo prove e logica. In questo caso , secondo scienza. Che cosa avrebbe dovuto disporre il prefetto di Roma, lo sgombero della città due settimane fa quando confusi vaticinii pretendevano fosse colpita da un terremoto? E la fine del mondo secondo il calendario Maya, dove la vogliamo mettere? Poveri noi, questo è il mio unico commento. Rassegnato al fatto che i più mi replicheranno che le vittime del’Aquila pretendono giustizia, naturalmente. Ma questa non lo è affatto, per me.

TARQUINIO COSA RISPONDE?


Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, di solito secco e preciso,  risponde a due lettere sulla campagna elettorale a Milano di opposte tendenze, ma alla fine non fa capire un indirizzo chiaro. e così si avanti senza avere una priorità nelle indicazioni, nonostante Benedetto XVI le ripeta ogni giorno.



"Le lettere di questi due amici lettori la dicono lunga sulla complessità della sfida che sta davanti agli elettori milanesi. Una sfida che i toni assunti dalla campagna per Palazzo Marino e taluni personaggi che ne sono protagonisti rendono dura e spigolosa per le coscienze di tutti i cittadini e di tanti cattolici impegnati a vivere seriamente la fede in Gesù Cristo e i chiari valori di riferimento del nostro umanesimo.

Tanto per esser chiari: lo scontato abbraccio di Emma Bonino a Giuliano Pisapia e il trionfante preannuncio del ruolo che i radicali intendono giocare, sfruttando alcuni rischiosi capitoli del programma del candidato di centrosinistra, nel nuovo Consiglio comunale di Milano alimentano in me come in tanti elettori milanesi gravissime e più che fondate preoccupazioni.

Ma poiché i mal di pancia in questa campagna non vengono mai da soli e per una sola causa, devo dire che ieri mi lasciato letteralmente senza fiato l’editoriale con il quale il direttore del Giornale , ha pensato di tirare la volata al sindaco uscente di centrodestra Letizia Moratti menando fendenti ingiusti e scriteriati contro l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi.

Una cantonata gigantesca, dal punto di vista morale e sul piano politico. Parlo di morale, perché non si possono mistificare le parole di un pastore come il cardinal Tettamanzi e, pur di accreditare suoi presunti silenzi od omissioni – in questo caso sui temi della vita e della famiglia, della lotta alla droga e, udite udite!, dell’«ateismo» –, non si dovrebbe neanche tentare di capovolgerne il limpido magistero e d’ignorarne l’azione pastorale e le inziative di solidarietà. Come quel Fondo Famiglia e Lavoro che, in questo tempo di crisi, ha risvegliato e mobilitato la «Milano col cuore in mano» e incalzato esemplarmente le istituzioni civili, pubbliche e private.

Sul piano politico l’autogol è altrettanto evidente. Se c’è – e infatti è emerso – un problema di rapporto tra settori rilevanti del centrodestra milanese e lombardo e parti importanti e sensibili del mondo cattolico, qualcuno si illude davvero di risolverlo attaccando a testa bassa l’arcivescovo Tettamanzi e vibrando, per sovrappiù, come ha fatto appunto il Giornale,stilettate contro il cattolico governatore lombardo di centrodestra Roberto Formigoni? Un antichissimo proverbio, per nulla cristiano, avverte che le divinità accecano o rendono folli «coloro che vogliono perdere». Verrebbe, quasi, da aggiungere una riga: accecati e insensati sono anche i polemisti incendiari che «vogliono far perdere» quelli che dichiarano amici...

CHI MI HA MANDATO



Gentilissimo direttore,

Sono Carlo, uno studente universitario, e vorrei rispondere all’invito che la professoressa Roberta De Monticelli, con grande spirito materno, ha rivolto ieri su il Fatto Quotidiano, a una ragazza che domenica faceva campagna elettorale fuori da una chiesa milanese.


L’invito pressappoco suonava così: svegliati perché «chi ti ha mandato lì» ha calpestato la tua libertà, il bene più grande della giovinezza.

Tra gli studenti che domenica si sono affollati sui sagrati delle chiese c’ero anche io, e con questa lettera, vorrei dire alla professoressa De Monticelli che la mia è tutta un’altra esperienza.

Inizio col dirle che nessuno «mi ha mandato» in questi giorni a fare campagna elettorale, ci sono andato di mia spontanea volontà, assieme ai miei amici, tutti consenzienti. Com’è possibile?

Nella Sua lettera parla del Grande Inquisitore e della libertà, la stessa che il personaggio dostoevskiano non contempla nel suo cristianesimo morto e sepolto. Ecco professoressa, proprio qui sta il punto: «chi mi ha mandato»? Che cosa mi ha spinto a fare campagna elettorale in queste settimane? Per me è stato l’incontro con un cristianesimo vivo che mi ha fatto appassionare a tutti gli aspetti della vita.

È così da quando ho incontrato una professoressa al liceo, che mi colpiva per com’era interessata a tutto. Stando con lei ho iniziato a cambiare, e poco a poco tutto ha iniziato ad appassionarmi: lo studio, la scuola, la famiglia, i compagni, la politica, e oggi l’università.

Storicamente è stato l’incontro cristiano che mi ha fatto appassionare alla politica e mi ha spinto in questi giorni ad essere in prima linea nella campagna elettorale, gratuitamente, e nel pieno della sessione d’esame.

Per prima cosa con i miei amici ho iniziato a capire come stavano le cose: i contenuti dei programmi elettorali dei vari candidati, quello che in questi anni è stato fatto a Milano e quello che si vorrà fare, i nostri bisogni e quelli dei nostri concittadini. Abbiamo messo le “mani in pasta” e siamo scesi in campo.

Nella scelta del candidato da sostenere non ci siamo mossi seguendo degli slogans, ma cercando di capire, contenuti alla mano, chi favorisse una politica al servizio del bene comune. Abbiamo individuato nel principio di sussidiarietà la cartina al tornasole di una politica realmente tale, e nella nostra esperienza i dati a cui guardare.
Ad esempio il centro di aiuto allo studio di Portofranco, nel quale faccio volontariato, e grazie al quale moltissimi studenti, di diverse nazionalità e religioni, ogni giorno usufruiscono gratuitamente di ripetizioni scolastiche, è un esempio di iniziativa nata dalla creatività di alcuni e che, grazie al sostegno di molti, tra i quali il Comune di Milano, è diventata utile per tutti. Quando penso alla sussidiarietà, ho in mente esempi di questo tipo.

Siamo andati nei mercati, nelle principali vie della città, nelle piazze e sui sagrati delle chiese per fare campagna elettorale. Moltissime delle persone che abbiamo incontrato hanno detto di essere sfiduciate e scettiche sull’avvenire.
Abbiamo dialogato con tante persone; molti ci hanno spiegato quello che non va nel quartiere in cui abitano, nel palazzo in cui vivono o al lavoro. Per cercare di rispondere ad alcuni problemi abbiamo cercato di mettere in piedi un servizio di “pronta assistenza”, con il quale abbiamo raccolto tutte le segnalazioni. Una signora senza lavoro che ci ha contattato, ha detto: «sono vent’anni che non vado a votare perché ho perso la fiducia, ma stavolta mi sa che torno». In forza di un incontro, in lei e in molti altri la fiducia è rinata.

Grazie alla campagna elettorale mi sono accorto della portata che il cristianesimo autenticamente vissuto può avere nella vita: ti fa appassionare di tutti e di tutto, e può portare la speranza laddove manca da anni.

Quindi professoressa, la ringrazio del consiglio, ma le dico che io sono sveglissimo, che la mia libertà non è stata schiacciata, e non ho regalato la mia giovinezza: è quello che mi spinge a volantinare in questi giorni che la mantiene viva.
(Carlo, studente universitario)

tratto dal sussidiarionet

martedì 24 maggio 2011

LA CULTURA GIURIDICA ITALIANA




Io, tenuto in cella per confessare reati inesistenti

di Loris Cereda, ex sindaco di Buccinasco (MI)



TRATTO DA GIUSTIZIA GIUSTA 23 MAGGIO 2011


Il 22 marzo alle 7 del mattino e con due elicotteri che sovrastavano la mia casa sono stato arrestato e portato nel carcere di Bollate (Milano, ndr).
Ora che da due mesi vivo l’esperienza di detenuto sento il dovere di raccontare qualcosa in più circa la mia situazione sia a chi mi conosce sia a chi dalla mia esperienza può trarre elementi utili per valutare, sulla base di un fatto reale, ciò che magari nel dibattito sulla giustizia viene percepito in modo astratto.

Premetto che sto vivendo la mia carcerazione con grande serenità; ciò deriva dal fatto di avere la coscienza a posto e dalla convinzione che quando si combatte una battaglia su principi che si ritengono alla base della civiltà (giuridica, sociale o politica) bisogna essere sempre pronti a pagarne le conseguenze con coraggio e senza tentennamenti.

Il mio arresto è stato disposto dopo che per nove mesi sono stato pedinato e intercettato, da questa lunga attività investigativa sono emerse due contestazioni: mi si accusa di aver percepito (versata sul conto corrente intestato a me e a mia moglie) una «tangente» di 3.250 euro e di aver ricevuto in prestito auto di lusso al fine di favorire un imprenditore nell’ottenimento di un subappalto e un altro nella realizzazione di un’iniziativa immobiliare.?Voglio dire subito che ritengo di poter dimostrare come entrambe le «utilità percepite» non abbiano nulla a che vedere con la mia attività di sindaco e, soprattutto, che tutte le scelte da me fatte siano state sempre e soltanto fatte nell’interesse della città che amministravo. Ma ci sarà il tempo e la sede per chiarirlo.

Il mio arresto ha provocato l’eliminazione fisica della mia amministrazione che nel 2012 sarebbe stata sottoposta al giudizio degli elettori. Da quando faccio politica ho sempre sostenuto sui giornali e nei dibattiti televisivi la pericolosità di un sistema investigativo basato sull’onnipresenza delle intercettazioni telefoniche e la pericolosità di un rapporto tra il potere giudiziario e il potere politico governato dall’ossessione antagonista che una parte della magistratura manifesta verso la politica (in particolare verso il mio partito - Pdl, ndr).

Ho sempre sostenuto queste tesi apertamente e a testa alta anche quando mi si faceva notare che l’esporsi su questi temi comportava rischi consistenti: io ritengo che su questi principi si stia combattendo oggi una battaglia che va ben oltre le singole sofferenze che può pagare la mia persona, qui è in gioco il futuro del nostro Paese e la possibilità o meno che i miei figli possano vivere in un Paese libero dove la democrazia non sia assoggettata a poteri che nulla hanno a che vedere con la libera espressione della volontà popolare.

Dopo due mesi di carcerazione, nonostante la Costituzione (e non solo la mia coscienza) sancisca la mia innocenza, continuo a essere detenuto sotto forma di «custodia cautelare». Le motivazioni sostenute dal Pubblico ministero e sottoscritte dal Giudice per le indagini preliminari (persone che oggi sono parte della stessa organizzazione giuridica senza che la separazione delle carriere tanto attesa ne metta per lo meno in confronto dialettico le convinzioni) sono fondamentalmente tre.

Da un lato si contesta che non prendo le distanze dai miei comportamenti «delittuosi» dall’altro che potrei reiterare il reato e infine che potrei inquinare le prove. Ora, dopo che per nove mesi sono stato intercettato e pedinato, dopo che il Pubblico ministero mi ha interrogato per sei ore e dopo che per due mesi sono stato tenuto nell’impossibilità di difendermi nel mondo reale mentre i miei amici e soprattutto i miei nemici (o ex-amici) venivano passati al setaccio dagli investigatori, mi viene da chiedermi se per «inquinare le prove» si voglia forse intendere quello che dovrebbe essere il mio diritto di difendere la mia persona sia dal punto di vista giuridico che da quello politico e, ultimo ma non per importanza, umano.

Per quanto riguarda la distanza dai miei comportamenti è evidente che ritenendomi innocente non capisco da cosa dovrei prendere le distanze. Mi viene da chiedermi se «prendere le distanze dai miei comportamenti» voglia forse dire confessare reati che non ritengo di aver commesso. Ma allora vorrebbe dire che la carcerazione che mi viene imposta non è altro che un modo per «farmi confessare» con buona pace di quello che dovrebbe essere un principio cardine del nostro ordinamento per cui l’innocenza deve essere presunta fino alla dimostrazione in giudizio del contrario.

E infine, dato che non sono più sindaco, non riesco proprio a capire come potrei reiterare il reato. Mi viene da chiedermi se «reiterare il reato» non voglia forse dire continuare a comportarmi con i principi che hanno sempre governato la mia vita dove il principio di dire ciò che pensavo e di dirlo sempre a testa alta non è mai venuto meno: se così fosse mi dovrò rassegnare ad accettare l’ergastolo, perché il reato di ribellarmi a ciò che ritengo ingiusto lo intendo reiterare per tutta la vita che avrò la fortuna di vivere da uomo libero?

Fonte www.ilgiornale.it

A CHE SERVONO I REFERENDUM?


Domanda oziosa: chi pagherà, se Cereda risulterà, come spero, innocente?
Tutti i cittadini, attraverso le tasse.

E questo per lo scandalo del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Il popolo definì con il referendum del del 1987 la responsabilità civile dei magistrati, un principio che fu poi disatteso dalla legge Vassalli del 1988, che stravolse il principio stesso della responsabilità personale del magistrato e affermò il principio, opposto, della responsabilità dello Stato.


Sulla base della riforma Alfano, invece, i giudici verrebbero equiparati agli altri funzionari e dipendenti dello Stato, rispondendo così di tasca propria degli errori commessi nell'esercizio delle loro funzioni. In questo modo si metterebbe fine all'impunità di cui questa casta ha goduto sino ad ora, una posizione di privilegio non solo rispetto a tutti gli altri cittadini, che spesso hanno pagato in prima persona e di tasca propria per le negligenze dei magistrati, ma anche rispetto ai loro colleghi europei. E che gli italiani vogliono fin dal 1987. E che prima o poi arriverà!

IL MONDO NON FINISCE AD ARCORE


DI MARCELLO VENEZIANI

Siete davvero convinti che tutto il malessere
 (o il benessere) degli italiani
dipenda dal Cav e
dalle sue comparsate alluvionali in tv?


Ma siete davvero convinti che tutto il malessere (o il benessere) degli italiani dipenda da Berlusconi e dalle sue comparsate alluvionali in tv?

Siete davvero convinti che l'Italia sia trascinata nel baratro dal declino del suo leader, dato per bollito? Vi siete troppo infognati nella vicenda italiana e non riuscite più a vedere gli scenari più grandi di noi e le ragioni profonde e strutturali del presente.

In Spagna crolla il mito di Zapatero e il suo governo, gli Indignados non reagiscono a don Silvio Berluscones e alla sua Derecha (la destra), ma alla Izquierda (la sinistra) e al suo fallimento; in Germania e negli Stati Uniti, in Francia e in Austria, i governi destrorsi e sinistrorsi perdono consensi. La destra estrema avanza quasi ovunque nel nord Europa perché cavalca il malcontento. Ma lo cavalca, non lo inventa: il malcontento è autentico, diffuso e contagioso.

E noi facciamo risalire il malessere italiano a qualche battuta greve o fuori posto, a qualche eccesso di promesse e di tv, a pur deprecabili intemperanze sessuali o barzellette... In realtà, se alziamo un po' gli occhi, ci rendiamo conto che i veri problemi del nostro Paese sono i problemi del nostro tempo.

La percezione della crisi è globale ed epocale, non può essere casereccia o televisiva. Il precariato, il rincaro della benzina, la diffusa sensazione di un impoverimento, la difficile integrazione dei flussi migratori, l'insicurezza sociale, l'incapacità di uscire dalla crisi dei consumi, gli abusi di sesso e di potere (vedi il caso Strauss-Kahn o la tempesta pedofila sulla Chiesa), colpiscono l'Occidente e i suoi santuari religiosi, laici e finanziari. E noi ci crogioliamo nella nostra domestica anomalìa, pensando che tutto dipenda dai prodotti locali e dai vizi del berlusconismo.

Accecati dai bagliori del nulla nostrano, abbiamo perso il senso del nostro tempo e dell'Occidente. Non siamo più capaci di pensare scenari più ampi, ci siamo chiusi in questo provincialismo malato, domina un pensiero corto e malcavato che in realtà non pensa ma si lamenta o elude la verità attraverso l'invettiva e il capro espiatorio.

Ma davvero credete che facendo saltare il tappo del berlusconismo avverrà la liberazione d'Italia e la salvezza degli italiani, fini¬à il degrado morale e civile e riprenderà l'economia, la salute e l'occupazione? Vi indignano le promesse elettorali della Moratti e di Berlusconi, ma sono poca cosa rispetto alle aspettative enormi che state alimentando sul dopo Berlusconi.

Per carità, la critica politica va esercitata con implacabile rigore, fino in fondo. Ci sono problemi specifici nel nostro Paese che vanno affrontati e denunciati. E viceversa, è doveroso paragonare le offerte politiche sul campo, scegliere mali minori o mali necessari, rispetto a mali peggiori e minacce venture. Ma è tempo di sollevare lo sguardo, allungare il pensiero e non ridurre il malessere generale alla faccia di Berlusconi in tv. Il mondo non finisce ad Arcore.

TRATTO DA IL GIORNALE

NON ABBIAMO BISOGNO DELLO STATALISMO


LETTERA A DON VIRGINIO COLMEGNA

di Gianni Mereghetti


ho letto la sua lettera al settimanale Tempi in cui chiarisce le ragioni della sua indicazione a “non votare Moratti e il suo capolista”.

La ringrazio della sincerità, questo permette di entrare nel merito delle questioni, senza nascondersi dietro il vuoto di tante parole. Lei fa una scelta di stili di vita, preferisce quelli di Pisapia a quelli della signora Moratti.

Mi piacerebbe capire perché mai non siano evangelici quelli della signora e del suo capolista, mentre sarebbero stili di vita “evangelici” quelli di un candidato sindaco che ha proposto la depenalizzazione dello spaccio di droga, la legalizzazione dell’eutanasia, il sostegno a chi vuole interrompere la gravidanza, l’istituzione del registro comunale per le coppie gay.

Molto strano il suo ragionamento sugli stili di vita e, mi permetta, di una coerenza che lascia molto a desiderare.

Mi chiedo se lei, come tutti i signori che agitano la questione morale, non introducono nei loro ragionamenti un fattore che non ha nulla a che fare con la morale perché è un’opzione ideologica.

Lei invita a scegliere per stili di vita, in realtà quello per cui chiede di votare non ha come fondamento una morale perché è una scelta politica di campo. Facciamo chiarezza su questo per finirla una volta per tutte di nasconderci dietro la questione morale, come se a destra ci fossero i libertini mentre a sinistra gli uomini tutti d’un pezzo, coerenti, morali. Questa è una bella favola, che cade se si ha il coraggio di guardare alla realtà.

Se lei avesse un minimo di realismo dovrebbe dire che gli stili di vita per cui vota non hanno nulla a che fare con quelli evangelici!

Per questo, caro don Colmegna, guardiamo alla posta in gioco e proviamoci a guardare con la stessa sincerità e lealtà che lei propugna. Lei è un uomo impegnato nella solidarietà, sta dando la vita per i poveri, per i sofferenti, è esemplare nel suo sacrificio e come tutti gli uomini che costruiscono opere di condivisione del bisogno sa che la speranza di tutte queste opere ha un nome, è la sussidiarietà.

Senza la sussidiarietà sarà più difficile la stessa opera di costruzione a cui lei sta dedicando la vita, lei lo sa, perché ben sa che lo statalismo, il centralismo della politica, la onnicomprensività dell’amministrazione cittadina significano erigere barriere per impedire a chi si muove per un bisogno di costruire.

Lei è molto sensibile alla sussidiarietà, perché vuole votare per una politica come quella di Pisapia che al posto della sussidiarietà vuole ridare al potere comunale un orizzonte totale? Lei vuole andare contro ciò per cui si sta impegnando, non le sembra assurdo? Provi ad usare minimamente la ragione, provi a guardare chi oggi nella politica può salvaguardare l’iniziativa delle persone, il popolo come protagonista della risposta ai bisogni che incontra. Sono i suoi poveri in gioco, sono coloro che vengono da lei con tutto il loro bisogno a chiederle di essere ragionevole, di capire chi dentro il mondo politico milanese vuole il loro bene. Non chi vuole ridare forza all’amministrazione, attribuendole il compito di risolvere tutti i bisogni, ma chi sceglie di valorizzare l’iniziativa di tutti noi che i bisogni li conosciamo perché li condividiamo.

Carissimo don Colmegna, sono i suoi poveri la posta in gioco di questa campagna elettorale, non li abbandoni proprio in questa scelta decisiva, lei sa che quando si rimanda al potere la risposta al bisogno, gli esiti sono disastrosi;  il potere non risponde al bisogno, il potere NON può servire e valorizzare chi opera come lei condividendo il bisogno, chi dà la vita per i poveri e i sofferenti.

Milano non ha bisogno di uomini politici che presumono di rispondere a tutti i suoi bisogni, Milano chiede uomini politici capaci di valorizzare la ricchezza e la varietà di iniziative sociali che la caratterizza.

La ringrazio per l’attenzione,
Gianni Mereghetti, insegnante.

Tratto da Tempi del 23 maggio 2011

giovedì 19 maggio 2011

LA GUERRA A GESU' IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO SOCCI



Socci e quella guerra a Gesù più pericolosa dei vari Dan Brawn e Odifreddi

Assuntina Morresi

da il sussidiarionet
giovedì 19 maggio 2011

Il cristianesimo è una notizia ben documentata. Ce lo spiega "La guerra contro Gesù", l’ultimo libro di Antonio Socci, sicuramente il più maturo e il più completo fra tutti i suoi. Francamente, il più bello.

L’attacco più grave al cristianesimo è quello che nega la storicità di Gesù, cioè la certezza dell’esistenza della sua persona e l’attendibilità delle fonti che ne testimoniano: il Nuovo Testamento, innanzitutto, e poi la Tradizione della Chiesa.

Per questo Socci ribatte e rilancia, riuscendo a rendere godibile e appassionante la storia di centinaia di anni di studi e ricerche filologiche, archeologiche e storiche che hanno avuto come oggetto, appunto, Gesù. Documenti difficilmente accessibili e comprensibili al grande pubblico diventano a portata di mano di tutti, intrecciati alle storie di personaggi più o meno conosciuti, ma determinanti per la storia della Chiesa e del suo popolo: un saggio che è anche un romanzo, lo leggi tutto di un fiato, e alla fine delle quattrocento pagine ti chiedi per quale motivo nessuno ti abbia mai raccontato tante cose fino ad ora.

Per questo è un libro che dovrebbe essere regalato a tappeto a chi si prepara alla Cresima, tanto per cominciare; indicato come lettura nelle comunità, dalle parrocchie ai movimenti, magari riprendendo sul serio, dove c’era, quella tradizione del “libro del mese”. Si presta ad essere usato a scuola e non solo all’ora di religione, ma anche in quella di lettura dei giornali, o a quella di storia, per spiegare meglio chi davvero fosse Voltaire e come ragionassero i nazisti, tanto per accennare a due esempi portati dal libro. Ma dovrebbero leggerlo anche tanti cosiddetti intellettuali, magari quelli che pontificano dalle pagine di grandi quotidiani, schizzinosi e ignoranti del tesoro custodito dalla tradizione cattolica.

Come sempre, gli attacchi peggiori non sono quelli di chi, non credente, dedica le proprie energie, in totale malafede e senza alcuna reale cognizione di causa, alla guerra al cristianesimo - i vari Odifreddi o Dan Brown - ma quelli che nascono all’interno della Chiesa stessa. Esegeti, biblisti e studiosi cattolici, compresa qualche nota firma di pagine culturali, che antepongono la propria idea sui fatti all’evidenza dei fatti stessi, seminando confusione e incertezza, e minando molto più in profondità di tante operazioni commerciali libresche o cinematografiche che, pur diffuse capillarmente, durano però lo spazio di qualche settimana.

Tutta da leggere, insomma, l’ultima fatica di Socci, e varrebbe la pena riprendere in dettaglio ciascuna delle sei parti di cui si compone, per discuterne, e mettere a confronto con la vulgata comune. Dedicato ad Asia Bibi e a tutti i cristiani perseguitati e “ai giovani conosciuti in tanti incontri, perché constatino la solidità e la bellezza dell’annuncio che hanno ricevuto”, nelle ultime pagine riporta, fra l’altro, alcune considerazioni di Napoleone nei suoi giorni d’esilio a Sant’Elena, di quelle che difficilmente si possono leggere nei libri di storia.

Dopo aver chiesto quanto è durato l’impero di Cesare, e l’entusiasmo dei soldati di Alessandro Magno, sottintendendo che sono durati poco, rispetto a Cristo Napoleone dice “è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. Dopo San Pietro i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subìto il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi veniva chiamato. […] In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovavano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce. […] Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione? Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo. Ecco il potere del Dio dei cristiani e il miracolo perpetuo del progresso della fede. […] I popoli passano, i troni crollano e la chiesa rimane. Qual è, dunque, la forza che mantiene in piedi questa chiesa, assalita dall’oceano furioso della collera e dell’odio del mondo? [….] Che abisso tra la mia profonda miseria e il regno eterno di Cristo, pregato, incensato, amato, adorato, vivo ancora in tutto l’universo”.

IL MONDO CAPOVOLTO 2

Massimo Giannini  su Repubblica spiega che l'«unico e autentico esponente dei moderati» a Milano è Giuliano Pisapia, un radicale dal passato politicamente discutibile, quanto penalmente irrilevante. «Moderati», per Giannini, sono anche il manettaro  dipietrista De Magistris, i seguaci di Vendola e i «grillini», anime belle e mansuete se messe a confronto con il «centrodestra sedicente moderato» guidato da chi  impone una linea «irriducibilmente estremista e tecnicamente eversiva».

L'AVVERSARIO DELLE PROCURE NON E' BERLUSCONI, MA IL POPOLO



Nella notte dell'8 maggio di due anni fa si spegneva don Gianni Baget Bozzo, un uomo che, attraverso la sua motivazione spirituale e politica, ha illuminato le menti di molti italiani.

Oggi voglio ricordare la memoria di don Gianni pubblicando l’ultima parte di un suo testo che, anche se datato 1 giugno 2001, racchiude in sé tutta la tensione attuale che suscita la contrapposizione tra due modelli di società: quello liberale e democratico fondato da Silvio Berlusconi e quello giustizialista che si è sviluppato dopo «Mani Pulite». Il miglior modo di onorare la memoria di don Gianni è quello di rendere ancora vivo il senso delle sue battaglie per la libertà, a cui ha dedicato la sua esistenza insegnandoci ad apprezzarne il significato più profondo.

(...) L'avversario ultimo delle procure non era Berlusconi, ma quel popolo che, legittimandolo, delegittimava l'opera della procura. La procura milanese accusava Berlusconi di essere il centro della corruzione in Italia, la procura palermitana lo accusava di essere mafioso: e gli elettori continuavano a votare Berlusconi.

La democrazia sconfessava le procure e ne contestava il diritto, che il parlamento non aveva contestato, di essere il primo potere in Italia, quello che giudicava tutti gli altri. E ciò nonostante il fatto che il democristiano Scalfaro sposasse, con una partigianeria sconosciuta negli anni della Repubblica (nemmeno nel caso di presidenti così politicamente schierati come Giovanni Gronchi ed Antonio Segni), la tesi della magistratura e dei comunisti. La delegittimazione finiva così per investire la presidenza della Repubblica, divenuta la camera di risonanza delle procure e dei comunisti.

Si era creata in questo modo una frattura tra la democrazia e le istituzioni dello Stato. Il conflitto era sempre tra la lettura che i moderati facevano della crisi di Tangentopoli e quella sostenuta dal Quirinale e dai magistrati.

Questa volta il centrodestra non nasceva in funzione ostile alla libertà come critica della democrazia, e nemmeno come espressione di strati sociali alti, quindi con un connotato di classe, ma come espressione di forze popolari, della democrazia, in conflitto con le istituzioni segnate dal colpo di Stato.

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mercoledì 18 maggio 2011

IL FUMO NEL TEMPIO




Il Nunzio in Argentina:

"Il Papa si sente abbandonato

dai vescovi e dai preti,

ma sostenuto dai fedeli"


"E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa" (Mt 16,18)

Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti:

-Il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre;

-L’assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.

Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c'è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama "il potere della morte".

Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!
Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l’odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.

Diamo un'occhiata ad alcuni momenti della storia, che è "maestra della verità".
Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un'euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il Papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell'Humanae vitae, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l'atto coniugale e l'aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l’umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.

Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.

Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell'Evangelium vitae, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.

Ed ora, sempre per amore alla "Verità vera ed evangelica", il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il "guardiano della fede", appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.

Ora, una cosa è certa: Papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione.

Sì, perché all'insicurezza della fede segue sempre l'offuscamento della morale.
Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l'appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l'adesione a una dottrina oggettiva.

Si è affermato un cattolicasimo "à la carte", in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della Messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell’altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d'ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.

Ecco, che qui Papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la "Verità", fa una cosa che è sfuggita all'attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella Messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. "Sì, perché - scrive il teologo e Papa Ratzinger – il primario annuncio missionaria della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure".

La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l'unicità e l'universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell’unica Chiesa di Cristo.

Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un'avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po’ abbandonato.

Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.

Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell'episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il Rosario. E soprattutto, sperano nel Papa. C'è un sorprendente punto di contatto tra il Papa Benedetto XVI e la gente, tra l’uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il Papa. Questo perché la loro fede è semplice! D’altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.

Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.

Mons. Adriano Bernardini, Nunzio apostolico in Argentina
28 FEBBRAIO 2011

martedì 17 maggio 2011

IL MONDO CAPOVOLTO


”Ho speso la vita per la democrazia”, ha dichiarato solennemente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la visita in Israele.

Ed è riuscito a non ridere.

domenica 15 maggio 2011

IL PROFUMO DEI LIMONI



Tecnologia e rapporti umani nell'era di Facebook

di Jonah Lynch

Lindau Editore


Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale, I limoni

Ma che cosa c’entrano i limoni con la tecnologia? Un limone colto dall’albero ha la scorza ruvida. Più curato è l’albero, più ruvida è la scorza. Se la si schiaccia un poco ne esce un olio profumato e d’improvviso la superficie diventa liscia. E poi c’è quel succo asprigno, così buono sulla cotoletta e con le ostriche, nei drink estivi e nel tè caldo! Tatto, olfatto, gusto. Tre dei cinque sensi non possono essere trasmessi attraverso la tecnologia. Tre quinti della realtà, il sessanta per cento.
Questo libro è un invito a farci caso.


La tecnologia ha invaso le nostre vite e rimodellato il modo in cui leggiamo, scriviamo, apprendiamo, comunichiamo. I vantaggi sembrano evidenti, ma vi sono anche dei pericoli, dimostrati dalle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. Per Jonah Lynch la prospettiva cristiana è in grado di dire in proposito qualcosa di interessante e di vero, perché da sempre ha al suo centro l’uomo. Lynch non rimpiange il passato, ma propone una riflessione concreta e di buon senso, rivolta innanzitutto a chi educa: genitori, insegnanti, sacerdoti. Molti hanno scritto di tecnologia, educazione, rapporti umani.

Nel mare delle opinioni, dei facili entusiasmi e degli anatemi apocalittici, Lynch illustra la posizione di un giovane sacerdote, a proprio agio con le nuove tecnologie, ma desideroso di capire la loro influenza sul modo in cui interagiamo con il reale.

Lynch offre il punto di vista cristiano, fondato sulla libertà individuale e sull’autodeterminazione, nella convinzione che fra pochi anni sarà tardi, perché ai “nativi digitali” mancherà l’esperienza del mondo prima di Internet.


Jonah Lynch (1978), è sacerdote dal 2006. Dopo essersi laureato in Fisica alla McGill University a Montréal, entra in seminario. Ha studiato filosofia e teologia all’Università Lateranense e ha ottenuto un Master in Education presso la George Washington University. Scrive su temi di musica e teologia per l’edizione statunitense di «Communio». In Italia ha pubblicato due libri (Aspettare insieme, Marietti 2008, e Padre sposo amico, Effatà 2004) e ha curato quattro video documentari, tra cui Across the Wall (Journeyman Pictures 2010). Vive a Roma ed è vicerettore del seminario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo.

sabato 14 maggio 2011

LA FEDE GIUDICA ANCHE IL VOTO



di Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

Tratto da La Bussola Quotidiana il 12 maggio 2011

Le elezioni, siano esse politiche che amministrative, sono sempre un momento importante per una comunità.

Sono infatti l’occasione per pensare a se stessa e al proprio futuro e per indicare programmi e nomi che possano interpretare questa idea di se stessa e del proprio futuro. E’ vero che nella nostra società i momenti decisionali della politica si sono moltiplicati e, si potrebbe dire, sono usciti dai tradizionali palazzi. C’è oggi una politica “diffusa” nella società e nel territorio. Ciononostante, il momento elettorale conserva una sua indubbia importanza perché in esso il cittadino riflette non solo sui propri bisogni e interessi, ma sul “nostro” bene, il bene di tutti, il bene della comunità percepita come un tutto. E’ così anche per la comunità di Trieste. E’ così anche per le prossime elezioni amministrative.

Il mio compito, come vescovo di questa Chiesa, è di confermare che la comunità cristiana e la fede cristiana non sono estranee a questi momenti importanti della vita della comunità, anzi, dato che esse hanno a cuore l’uomo “via della Chiesa”, come scriveva nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis, il Beato Giovanni Paolo II, non possono ritenersi estranee ai momenti in cui l’uomo decide di se stesso e del proprio futuro. Non perché la fede cristiana fornisca ricette politiche o amministrative, ma perché ritiene di aver qualcosa da dire – e di fondamentale importanza – sul senso comunitario della vita umana e sul nostro destino. E’ propriamente qui, sul tema dell’uomo e del suo destino – il suo “cos’è” e il suo “cosa deve essere” – che la fede cristiana scende nella pubblica piazza e fa la sua proposta a tutti gli uomini che cercano la verità.

Credo che non sia corretto interpretare la frase evangelica “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” come se la politica avesse da provvedere ai bisogni “materiali” della persona e la fede a quelli “spirituali”. Sia la politica, sia la fede cristiana guardano alla persona tutta intera. La persona non ha due chiamate diverse: una materiale e una spirituale; non persegue due destini diversi: uno terreno e l’altro eterno; non risponde a due bisogni diversi: il benessere qui e la salvezza di là. La persona è un tutt’uno e cerca semplicemente di essere, di crescere, di maturare in tutte le sue dimensioni; sente che qualsiasi singola dimensione le sta stretta e cerca di respirare al massimo, con i polmoni e con l’anima. La politica, compresa quella amministrativa, non riguarda solo un aspetto della persona, perché nella persona nessun aspetto è pienamente comprensibile se viene staccato dagli altri. La politica riguarda, quindi, tutta la persona, come pure la fede riguarda tutta la persona: la vedono da angolature diverse ma non contrapposte.

Può risultare strana questa mia affermazione. La politica nelle amministrazioni locali – si dice talvolta – riguarda l’organizzazione pratica della vita della comunità: il lavoro, il traffico, l’occupazione, il tempo libero … ; la fede, invece, riguarda altre cose: la preghiera, i sacramenti, lo spirito … Certamente questa visione ha molti aspetti di verità, però se nella persona si vede – come insegna la fede cristiana – la creatura del Padre, l’immagine di Dio, un fratello in Gesù Cristo, una realtà unica ed eminente che non ha eguali nel creato, anche l’organizzazione del lavoro, del traffico, dell’occupazione, del tempo libero … troverà altre e superiori motivazioni e indicazioni operative. Non pensiamo che ci siano da un lato le questioni operative e materiali e dall’altro quelle morali e spirituali. L’uomo è un tutt’uno e la vita è sempre una sintesi. Quando noi compiamo una qualsiasi azione ci mettiamo tutta la nostra realtà di persone umane.

E’ per questo che le elezioni amministrative non devono essere considerate come estranee ai grandi valori umani, che la fede cristiana ci ha insegnato e continua ad insegnarci. L’amministrazione di una città è senz’altro indipendente dal piano ecclesiastico della religione, ma non lo è dall’etica, ossia dai principi morali legati al bene della persona e della comunità e che la fede cristiana ha contribuito a far scoprire e contribuisce oggi a conservare, a difendere e a far respirare.. I grandi valori umani della persona sono per esempio il diritto alla vita, l’integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà per le famiglie di educare i propri figli secondo la propria responsabilità, l’aiuto solidale ai poveri condotto in modo sussidiario, ossia evitando sprechi ed assistenzialismo e favorendo, invece, la creatività e l’assunzione di responsabilità di persone e corpi intermedi.

Davanti alla scheda elettorale, l’elettore sa bene che dovrà decidere non solo del piano urbanistico o della viabilità, ma anche di questi grandi valori. Ed è per questo che la Chiesa ha sempre insegnato che non è lecito al cristiano appoggiare partiti che «su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa» (Nota della Congregazione della Dottrina della Fede del 2002). Questo sia per un dovere di coerenza, sia perché, facendo diversamente, si farebbe un danno alla persona e alla società. Ci sono, infatti, questioni che possono essere affrontate e risolte in molti modi, ed altre che, invece, sono sicuramente sbagliate e contrarie al bene umano.

Oggi gli enti territoriali hanno sempre maggiori competenze anche su queste questioni di fondamentale importanza. Essi possono danneggiare o aiutare la famiglia, possono o meno aprire il riconoscimento pubblico a “nuove forme di famiglia”, possono o meno mettere in atto aiuti concreti contro l’aborto, possono o meno promuovere forme di pubblicità offensive del diritto alla vita, possono soffocare la libertà di educazione delle famiglie oppure fare passi concreti per permettere il suo esercizio, possono sistematicamente combattere la presenza pubblica del cristianesimo o aprirsi ad una collaborazione nel reciproco rispetto. E tutto questo si amplierà ulteriormente in futuro, perché le autonomie si stanno diffondendo e le stesse competenze legislative degli enti locali aumentano.

Anche in occasione di elezioni amministrative, il cristiano che voglia essere fedele agli insegnamenti della Chiesa distinguerà nei programmi le questioni su cui sono lecite molte opinioni da quelle che invece obbligano la sua coscienza. E non darà il suo appoggio a partiti che le prevedano.

Cercherà l’onestà personale dei candidati, ma non solo. Cercherà anche l’accettabilità dei loro programmi dal punto di vista dei valori fondamentali che ho elencato sopra e valuterà la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano.

domenica 8 maggio 2011

SUSCITARE UNA NUOVA GENERAZIONE DI UOMINI E DONNE CAPACI DI ASSUMERSI RESPONSABILITA' DIRETTE NEL SOCIALE E IN POLITICA



"Come attesta la lunga tradizione del cattolicesimo in queste regioni, continuate con energia a testimoniare l’amore di Dio anche con la promozione del “bene comune”: il bene di tutti e di ciascuno. Le vostre comunità ecclesiali hanno in genere un rapporto positivo con la società civile e con le diverse Istituzioni. Continuate ad offrire il vostro contributo per umanizzare gli spazi della convivenza civile.

Da ultimo, raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una “vita buona” a favore e al servizio di tutti. A questo impegno infatti non possono sottrarsi i cristiani, che sono pellegrini verso il Cielo, ma che già vivono quaggiù un anticipo di eternità.

BENEDETTO XVI: DISCORSO NELLA BASILICA DI AQUILEIA
7 MAGGIO 2011

NARCISISMO E UMANITARISMO UN TANTO AL CHILO



La chiacchiera viscerale d’occidente

Il numero di stupidate scritte in occasione dell’esecuzione di Osama bin Laden è impressionante. Tom Friedman e Barbara Spinelli, Repubblica e New York Times: due giornali, due mondi

C’è chi ha Tom Friedman e chi ha Barbara Spinelli.

E’ la differenza tra l’analisi e la retorica, la politica e la chiacchiera, il ragionamento e l’emozione umorale, un discreto amore per l’umanità e il narcisismo etico nella forma dell’umanitarismo, la cultura fredda e la cultura umida, la comprensione dell’umiltà del male e la ignoranza del carattere luciferino del perbenismo puritano.

Due editorialisti, due giornali (il New York Times e Repubblica), due mondi. Friedman pensa all’ingrosso le stesse cose che pensa o affetta di pensare la Spinelli. La speranza è che ora i movimenti contro le tirannie arabo-musulmane facciano la loro parte: lotte pacifiche, in nome della dignità e della libertà umane, con l’obiettivo della democrazia costituzionale, insomma con l’assunzione di un modello di vita occidentale nelle condizioni storiche date. E questa speranza, che nessuna persona sensata può non condividere, dovrebbe stare salda su una percezione limpida, sebbene controversa e discutibile, della nostra identità.


Ma per esporre la medesima tesi, i due partono da premesse opposte. Friedman, prima di dare la parola alla speranza del ballot, del principio di maggioranza come elemento risolutore del cambiamento di paradigma, dice dell’esecuzione di Bin Laden: “Abbiamo fatto la nostra parte. Abbiamo ucciso Bin Laden con un proiettile (bullet). Ora sta agli arabo-musulmani di fare la loro parte – uccidere il binladenismo con le elezioni (ballot) – vere elezioni, vere costituzioni, veri partiti politici e una politica di progresso”. Semplice, chiaro, efficace.

Invece la Spinelli, e con lei Michele Serra che per l’occasione si fa cattolico romano, prova “più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo” di fronte al leone e profeta del terrorismo islamista giustiziato.

Le sue contorsioni viscerali esprimono il ribrezzo di sé dell’intellighenzia europea legata a una visione apocalittica della realtà storica, che all’occidente riserva sistematicamente la parte dell’aggressore, anche quando sia aggredito: “Le guerre americane ed europee posteriori all’11 settembre” sono “gemelle” dell’offensiva terroristica, Guantanamo è fratello di Abu Ghraib, “terrorismo e guerra al terrorismo sono violenze sui popoli”, e via con tutta la litania di concetti la cui estrema e irrimediabile stupidità politica s’imbelletta, ultima grottesca e senile mascheratura ideologica, nelle ansie di cambiamento dei giovani di tutto il mondo.

La chiacchiera emotiva dilaga. Il dialogo ne è la farcitura, i luoghi comuni ne sono l’ordito sociologico, il giornalese ne struttura il linguaggio. Di fronte a un fatto nudo e tragico, patetici negazionisti a parte, si staglia il gioco della personalità espansiva, tenera, compassionevole, repellente a ogni elemento di cultura storica e politica. Ciascuno lotta per il suo posto in prima pagina, come se l’esecuzione del più fiero nostro nemico, e del più prolifico tra gli assassini di crociati cristiani ed ebrei, oltre che di musulmani, fosse l’occasione ultima e propizia per la passerella delle opinioni in libertà.

Le semplici domande di chi ama il mondo, anche il proprio mondo, e lo vuole libero dalla paura, dal terrore, dalla guerra fatta in nome di Dio, di chi riconosce agli Stati Uniti d’America e ai figli dell’America caduti in battaglia, in uno con i combattenti delle nazioni alleate, il crisma di una dura missione che ci riguarda direttamente, non interessano la ciacola sentimentale e pacioccona di chi prova vertigine e turbamento ora che Osama bin Laden e il suo fantasma sono stati eliminati.

Pensate, lettori del Foglio, quale onore e delizia intellettuale rappresenta esserci sottratti per molti anni programmaticamente, senza cedimenti, con studio e senza ira, a questa poltiglia, a questa pappa del cuore che spaccia sensi di colpa punitivi, impossibili vie alternative, come una verità storica e una via ideologica alla speranza. Ama il tuo nemico, sii perfetto come il padre mio celeste: sono parole del discorso della montagna. Significano che il nemico esiste, che la perfezione divina agisce ed opera senza mai potersi incarnare nell’umanità gravata dal peccato e dalla storia, cui resta solo, ed è già molto, il paradosso cristiano, l’appello incoraggiante alla perfezione celeste che in terra è esclusa, perché il regno cristiano non è di questo mondo. Il contrario simmetrico della predicazione coranica e della pratica islamista nella storia del califfato maomettano.

“E’ la formula performativa che non si è sentita, ad Abbottabad”, scrive narcisisticamente e malamente la Spinelli. Performativo o no, si è sentito uno sparo.

da ILFOGLIO

IL COMUNISTA MARIANO




Il sindaco di Gambettola,
Iader Garavina,
uno di quelli che hanno risposto all’appello della politica senza essere stato chiamato, è un uomo evoluto, con una chiara visione darwiniana dell’universo, e una solida cultura democratica, che trasmette nei suoi atti amministrativi.

Ha risposto no alla richiesta di alcuni cittadini
gambettolesi, che chiedevano l’autorizzazione per installare, a loro spese, una statua di San Padre Pio in un giardinetto comunale
con la seguente motivazione: “La tradizione religiosa gambettolese è legata alla devozione per la Madonna, e l’esposizione della statua di San Padre Pio si porrebbe al di fuori della stessa”.

C’è poco da ridere davanti a questi sindaci buoni a nulla, ma capaci di tutto.

sabato 7 maggio 2011

IL COMPAGNO PRESIDENTE


Quasi vent’anni dopo un altro Presidente non ci sta.


Dopo il livoroso e ampolloso premio Oscar dell’opportunismo, adesso anche chi chiamò                teppisti e spregevoli provocatori  gli studenti e operai ungheresi insorti , arrivando a giustificare l’ intervento sovietico come  un contributo alla pace nel mondo, vuole farci la morale e dare il suo decisivo contributo al caos istituzionale suggerendo che forse il governo Berlusconi, con nove sottosegretari in più, è illegittimo.

Non ebbe il coraggio di opporsi, allora, all’ invasione d’Ungheria , e oggi non ha il coraggio di opporsi al gran ballo organizzato da Repubblica e dalla procura di Milano.

Oggi il compagno Presidente, anziano ammiratore di Stalin, schierato con l’opposizione, e sfortunatamente eletto dal Parlamento (ma non dal popolo), ritiene di poter dire ciò che vuole, protetto dalla carica che ricopre e dalla viltà generale, e si atteggia a sofferto uomo di Stato e ci dice continuamente che l’opinione pubblica è turbata.

Strano paese il nostro, dove gli onori vanno ai membri di quel comunismo che per anni ha minacciato la nostra libertà. Avendo sbagliato tutti i giudizi storici e politici, ma essendo sempre stato un rispettoso gregario, il compagno comunista, addirittura eletto Presidente, adesso si esibisce in continue interferenze e in sermoni moraleggianti da Padre della Patria.

È ora di dirgli: no, grazie, noi abbiamo altri Padri.

giovedì 5 maggio 2011

OUR LADY OF KNOX



A BRIEF ACCOUNT OF THE STORY OF

OUR LADY OF KNOCK, QUEEN OF IRELAND


The Story of Knock began on the rainy night of August 21st 1879 in County Mayo when Our Lady, St. Joseph and St. John the Evangelist appeared at the south gable of Knock Parish Church.

The apparition was witnessed by fifteen people, young and old.
While the apparition may not be as captivating as those in which Our Lady spoke, from this miraculous occurrance Knock has grown to the status of an internationally recognised Marian Shrine

Lady of Knock
by Dana (Rosemary Scallon)

There were people of all ages
gathered ‘round the gable wall
poor and humble men and women,
little children that you called

We are gathered here before you,
and our hearts are just the same
filled with joy at such a vision,
as we praise your name

Refrain:

Golden Rose, Queen of Ireland,
all my cares and troubles cease
as we kneel with love before you,
Lady of Knock, my Queen of Peace

Though your message was unspoken,
still the truth in silence lies
as we gaze upon your vision,
and the truth I try to find

here I stand with John the teacher,
and with Joseph at your side
and I see the Lamb of God,
on the Altar glorified

Refrain

And the Lamb will conquer
and the woman clothed in the sun
will shine Her light on everyone
and the lamb will conquer
and the woman clothed in the sun,
will shine Her light on everyone

Refrain:

PRAYER TO OUR LADY OF KNOCK, IRELAND

Eleventh Century Irish Litany of Mary
Great Mary,
Greatest of Marys,
Greatest of Women,
Mother of Eternal Glory,
Mother of the Golden Light,
Honor of the Sky,
Temple of the Divinity,
Fountain of the Gardens,
Serence as the Moon,
Bright as the Sun,
Garden Enclosed,
Temple of the Living God,
Light of Nazareth,
Beauty of the World,
Queen of Life,
Ladder of Heaven,
Mother of God.
Pray for us.

The Church approved the the apparition in 1971 as being quite probable, although it has never been formally stated. The Shrine at Knock is opened year round. In 1994 three life-sized statues were erected of Our Lady, St. Joseph and St. John.

mercoledì 4 maggio 2011

LA PRETESA CRISTIANA :DALLA FEDE NASCE UNA CULTURA


DOMENICO BONVEGNA



Giovanni Paolo II ha un altro grande merito:
 ha rilanciato la Dottrina Sociale della Chiesa.

 Doveva farlo proprio il 13 maggio 1981, giorno del suo attentato in Piazza S. Pietro.

Per anni, nel periodo successivo al Concilio Vaticano II (1962-1965) e dopo il Sessantotto, la dottrina sociale era stata oscurata all'interno del mondo cattolico. Per Invernizzi (vedi l'articolo in calce) c'era una logica in questo, era quella dei progressisti che consideravano il Vaticano II come una svolta rivoluzionaria che ponesse fine alla "Chiesa costantiniana", auspicando una Chiesa disincarnata, "pura"e lontana dagli affari e dalla politica, preferendo la "scelta religiosa".

Il discorso sulla dottrina sociale continua con l'enciclica Laborem exercens , ricordando innanzitutto che cosa è la dottrina sociale rispetto all'insegnamento della Chiesa.

Intanto viene lanciata dal Papa la nuova evangelizzazione, che annovera tra le sue componenti essenziali l'annuncio della dottrina sociale della Chiesa.

Sono cose essenziali che purtroppo l'esperienza dimostra che ancora sono completamente assenti nella vita pastorale delle parrocchie e nella maggioranza delle strutture organizzate del mondo cattolico.
Invernizzi sostiene che contro la dottrina sociale c'è stata "una grande battaglia culturale e soprattutto contro la prospettiva che la fede debba generare una cultura che poi, se riceve il consenso dei popoli, diventa una civiltà.

Per decenni, nel post Concilio, l'«ideologia di cristianità», come veniva chiamata soprattutto, in Italia, dalla scuola dossettiana di Bologna, la "pretesa"che dalla fede nasce una cultura che genera una civiltà, è stata considerata il vizio peggiore che un cattolico potesse avere.

Se i cristiani non dovevano giudicare la storia e attorno a questi giudizi costruire la loro convivenza (con tutti gli adattamenti dovuti a una società pluralista), la dottrina sociale non aveva ragione di esistere. E così venne abbandonata. Chi si avventurava a pronunciare soltanto questa parola negli anni Settanta del secolo XX veniva additato e guardato con una sorta di commiserazione, quasi fosse un sopravvissuto di un'altra epoca della storia.

Per questo il rilancio della dottrina sociale produsse l'effetto di un'autentica liberazione, come se la verità per anni sepolta o vituperata riuscisse finalmente a ritrovare il suo giusto posto.

Naturalmente, questo non significa che non siano sorti altri problemi. Oggi, dopo quasi tre decenni dalla "liberazione", la dottrina sociale è rientrata certamente nel numero delle parole pronunciabili, ma non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile. Un grande passo avanti è comunque stato compiuto".

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-e-giovanni-paolo-ii-fece-rifiorire-la-dottrina-sociale-1651.htm

IL PAPA BUONO E' SEMPRE QUELLO MORTO


Domenico Bonvegna commenta un articolo di Massimo Introvigne


Massimo Introvigne in un articolo pubblicato oggi, ricorda come nel 2004, Giovanni Paolo II venne denunciato al Tribunale Internazionale dell'Aja per crimini contro l'umanità, da una serie di personalità e organizzazioni omosessuali per le sue parole sull'AIDS e perché il Pontefice, mettendo in dubbio l'efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani. "La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l'AIDS era scientificamente fondata", scrive Introvigne.

C'è stata un'autentica offensiva d'insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d'ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican».

In questi anni si sono visti teologi veri o presunti, cattolici progressisti e molti esponenti dei media laicisti che "c'intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell'ombra per una restaurazione anticonciliare". Così a questo punto molti rimpiangevano Paolo VI "con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell'Ostpolitik con l'Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI - scrive Introvigne - significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell'opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970". Anche se per la verità Papa Montini era il Papa dell' Humanae vitae della condanna della contraccezione artificiale. "Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto ".

Introvigne evoca le memorie del vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) - che ha raccontato come la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Infatti, quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l'ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono». Volutamente dimenticandosi che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant'Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano".

 La stessa strategia oggi viene attuata con Benedetto XVI, che diventa il "Papa cattivo"contrapponendolo al "Papa buono", Giovanni Paolo II. La logica è sempre la stessa.

L'ASSO DEL MALE



CHI ERA BIN LADEN

di Carlo Panella
da Il Foglio

(...)
Nato il 10 marzo del 1957 da Hamida, nome di nascita A’alia Ghanem, giovane siriana di Latakia e da Mohammed bin Laden, geniale quanto analfabeta fondatore yemenita del gruppo di costruzione omonimo, Osama bin Laden è sempre vissuto in quella grande “non famiglia” musulmana, dai legami parentali diffusi, tipica dei tradizionalisti islamici danarosi, quale era suo padre. Osama infatti era il diciassettesimo su ben 52 o forse 53 figli, che Mohammed ebbe da una decina e più di mogli che, come Hamida, sposava, poi, avutine due o più figli, ripudiava (in modo da averne sempre non più di quattro contemporaneamente, in rispetto tanto formale, quanto ipocrita della sharia), per poi sposarle – costume molto yemenita – con i suoi collaboratori.

Ad Hamida, dopo il ripudio di poco posteriore alla nascita di Osama, era toccato sposare tal Mohammed al Attas, che del Saudi Bin Laden Group era un dirigente di primo piano e fu questa, in realtà, la figura paterna che Osama ebbe, assieme ai tre fratellastri e alla sorellastra. Dal padre vero, tranne le immense disponibilità di denaro e la collocazione sicura nell’impero di famiglia (una delle più grandi imprese di costruzioni del mondo che ha edificato buona parte di Riad e quasi tutte le opere pubbliche dell’Arabia Saudita), Osama ebbe ben poco, anche perché Mohammed bin Laden morì, potentissimo, nel 1967, quando lui aveva solo dieci anni. I suoi biografi, affascinati – et pour cause – dalle sue imprese, hanno sempre sottovalutato il peso che sulla formazione di Osama bin Laden ha avuto il training nella impresa di costruzione dei suoi due padri, quello naturale e quello d’adozione, e questo ha impedito di dare il giusto valore a un aspetto invece determinante in tutta la esperienza di al Qaida: la eccellente capacità di organizzare strutture molto complesse che acquisisce chi dirige immensi cantieri edili in cui operano migliaia di addetti che vanno impiegati secondo moduli cronologici interdipendenti molto complicati.

E’ questo, oltre alla insuperabile ferocia, il grande apporto che Osama bin Laden ha dato alla evoluzione del terrorismo moderno, ben più di quanto non abbia dato in termini ideologici, politici e ancor meno teologici: il superamento delle tradizionali strutture “conventuali” o per consorterie della tradizione islamica (la grande tradizione degli Ashashin del Vecchio della Montagna di Alamuth), così come delle asfittiche strutture piramidali a cellula del terrorismo occidentale. Osama ha infatti costruito con al Qaida una complessa rete di strutture a “arcipelago”, ognuna indipendente o interdipendente con le altre, senza rapporto gerarchico l’una con l’altra, ma solo “ispirate”, da una eccellente fonte progettuale (Osama e il suo quartier generale) in grado di fornire “format” complessi per sviluppare progetti innovativi di imprese terroristiche a ogni uso e consumo (grazie anche a Internet).

La struttura della complicatissima sequenza di attentati dell’11 settembre 2001, così come l’espansione successiva dei nuclei di al Qaida in tutto il mondo musulmano, dall’Indonesia al Marocco, ha questa indubitabile matrice professionale. Anche perché, secondo Gilles Kepel, in realtà, al Qaida significa solo “Database”, per indicare appunto l’innovativo programma che Osama ha messo a punto per strutturare i rapporti tra le varie cellule.

Ben più debole, s’è detto, la formazione e la stessa struttura culturale e teologica di Osama, che iniziò a Gedda, in un liceo in cui forte era l’influenza di insegnanti egiziani e siriani appartenenti ai Fratelli musulmani che re Faisal dell’Arabia Saudita aveva ospitato in massa nei primi anni Sessanta per offrire un riparo dalle persecuzioni scatenate da Nasser. In particolare, racconterà lo stesso Osama, in quel liceo ebbe una grande influenza su di lui il professore di Educazione fisica siriano che lo affascinò con i suoi racconti sulle best practices del fondamentalismo (inclusa la favola edificante del bimbo che ammazza il padre perché “miscredente”). A quattordici anni, nel 1961, una parentesi occidentale, l’unica, un viaggio prima a Beirut e poi a Oxford assieme a due dei suoi tanti fratelli, documentato da una serie di fotografie in cui appare come uno dei tanti old boy, un po’ imbranati, che i ricchi arabi mandavano in giro per l’oriente e per l’Europa, ma di cui non resta nessuna traccia sulla formazione (tranne dicerie varie, ma mai dimostrate, su alcuni suoi stravizi vuoi con bevande, vuoi con ragazze, che sicuramente sono però stati ben praticati da molti dei suoi fratelli, alcuni dei quali hanno vissuto da perfetti occidentali).

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