martedì 28 giugno 2016

EUROPA DA RIFONDARE PARLA BENEDETTO XVI


di Robi Ronza
LANUOVABUSSOLA
Poi si tratta di andare a vedere che prezzo cercheranno di farci pagare le élites che erano sin qui riuscite con successo a costruirsi la loro Europa pretendendo che fosse anche la nostra. La prima cosa da dire però è che l’esito del referendum britannico pro o contro l’Unione Europea è un  atto di grande libertà; e apre a grandi speranze. L’altro ieri in Gran Bretagna gli elettori hanno votato innanzitutto contro un ordine costituito politico e mediatico che voleva votassero diversamente; e che aveva per questo fatto letteralmente di tutto.

Parlando alla Rai in un’ascoltatissima trasmissione del mattino,l’ex-presidente della  Repubblica Giorgio Napolitano si è permesso ieri di definire “incauto” il premier britannico Cameron per aver sottoposto a referendum popolare la questione della permanenza o meno del suo Paese nell’Ue.  Da questioni di questa importanza, secondo Napolitano, è meglio che il popolo venga lasciato fuori. Dando prova di una notevole mancanza di comune senso del pudore, il suo pupillo Mario Monti ha detto anche di peggio. Capo di governo imposto al Parlamento, e nominato allo scopo senatore a vita pochi giorni prima della sua entrata in carica, Monti ha affermato che indicendo il referendum Cameron avrebbe nientemeno che «abusato della democrazia».  

Quando insomma un popolo vota di testa sua, e non come avrebbero voluto loro, alle élites abituate a considerare “cosa nostra” le istituzioni europee casca la maschera. Da due giorni a questa parte i Napolitano e i Monti di ogni parte d’Europa sono fuori di sé al punto da non riuscire più a nascondere l’autoritarismo recondito, post-comunista o massonico che sia, che caratterizza non da oggi la loro visione politica. Anche se a mio avviso la Brexit è uno shock salutare per l’Unione Europea, senza dubbio non è ordinaria amministrazione. Come si diceva, le élites che non la volevano cercheranno di far pagare al mondo il fallimento del loro progetto facendone il capro espiatorio su cui scaricare emergenze che con essa non hanno nulla a che vedere. 

É il caso ad esempio dei titoli dei grandi gruppi bancari italiani sulle cui sorti non si vede che cosapossa pesare l’esodo di Londra dall’Unione. Si deve quindi dare per scontato che ci attendono giorni di turbolenza sui mercati finanziari internazionali; e chi è in  grado di farlo ha il preciso dovere di intervenire per stabilizzarli. Frattanto è già scattata la “macchina” della mistificazione del significato profondo della Brexit. In ultima analisi l’episodio è un segno clamoroso del fallimento della pretesa di costruire l’Europa politica basandola solo sugli interessi e prescindendo testardamente dalla sua storia e dai valori che la caratterizzano. L’Europa si può salvare soltanto se cambia risolutamente strada riscoprendo il meglio di se stessa. Viceversa già si sta tentando di far passare l’idea che dalla crisi evidenziata dalla Brexit si possa uscire non cambiando strada bensì andando avanti a testa bassa come se niente fosse.

Per evidenti motivi le chiavi della soluzione di questa crisi stanno in gran parte nelle mani della gente di fede. Purché però la gente di fede sia a sua volta fedele a ciò che ha incontrato. È il caso in tale prospettiva di riandare a un documento oggi perciò quanto mai attuale: il discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al congresso della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea riunita a Roma il 24 marzo 2007 alla vigilia del 50° anniversario dei trattati istitutivi delle prime organizzazioni europee. Dopo aver messo in luce gli aspetti positivi del processo allora avviatosi Benedetto XVI osservava però che l’Europa sta «di fatto perdendo fiducia nel proprio avvenire. (…) Il processo stesso di unificazione europea si rivela non da tutti condiviso, per l’impressione diffusa che vari “capitoli” del progetto europeo siano stati “scritti” senza tener adeguato conto delle attese dei cittadini».

«Da tutto ciò emerge chiaramente», continuava Benedetto XVI, «che non si può pensare di edificareun’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta, infatti, di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come “fermento” di civiltà. Se infatti essi dovessero venir meno, come potrebbe il “vecchio” Continente continuare a svolgere la funzione di “lievito” per il mondo intero? Se, in occasione del 50.mo dei Trattati di Roma, i Governi dell’Unione desiderano “avvicinarsi” ai loro cittadini, come potrebbero escludere un elemento essenziale dell’identità europea qual è il Cristianesimo, in cui una vasta maggioranza di loro continua a identificarsi?».

«Non è motivo di sorpresa che l’Europa odierna», continua Ratzinger, «mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti? Questa singolare forma di “apostasia” da se stessa, prima ancora che da Dio, non la induce forse a dubitare della sua stessa identità? (….) Una comunità che si costruisce senza rispettare l’autentica dignità dell’essere umano, dimenticando che ogni persona è creata ad immagine di Dio, finisce per non fare il bene di nessuno (…). Nell’attuale momento storico e di fronte alle molte sfide che lo segnano, l’Unione Europea per essere valida garante dello stato di diritto ed efficace promotrice di valori universali, non può non riconoscere con chiarezza l’esistenza certa di una natura umana stabile e permanente, fonte di diritti comuni a tutti gli individui, compresi coloro stessi che li negano. In tale contesto, va salvaguardato il diritto all’obiezione di coscienza, ogniqualvolta i diritti umani fondamentali fossero violati».

Sembra poi più che mai rivolto a ciascuno di noi oggi l’invito e l’incoraggiamento con cui il discorso si concludeva: «so quanto difficile sia per i cristiani difendere strenuamente questa verità dell’uomo. Non stancatevi però e non scoraggiatevi! Voi sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca d’ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo. Per questo siate presenti in modo attivo nel dibattito pubblico a livello europeo, consapevoli che esso fa ormai parte integrante di quello nazionale, e affiancate a tale impegno un’efficace azione culturale. Non piegatevi alla logica del potere fine a se stesso! Vi sia di costante stimolo e sostegno l’ammonimento di Cristo: se il sale perde il suo sapore a null’altro serve che ad essere buttato via e calpestato (cfr Mt 5,13)». 
Sono urgenze – osserviamo infine -- già al centro delle riflessioni che l’allora cardinale JosephRatzinger aveva affidato nel 1992 a un libro Svolta per l’Europa: Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti (Edizioni Paoline, Milano, 1992) oggi tutto da riscoprire.


IL POPOLO È SOVRANO SE VOTA COME DEVE


Domenica 26 Giugno 2016
Il 24 giugno è San Giovanni, patrono di Torino. Quindi per la città è giorno di festa, e succede che si passi una serata con amici e conoscenti, a chiacchierare del più e del meno e a guardare i fuochi d’artificio.
Quest’anno però era diverso, a tenere banco erano solo due argomenti: la caduta di Fassino per mano di una neo-sindaca grillina (Chiara Appendino), e il capitombolo dell’Europa sotto i colpi del Brexit. E i discorsi?
ECCO CHI COMANDA
Un po’ di tutto, ma quello che più mi ha colpito, un po’ girando per i siti un po’ parlando con le persone che conosco (quasi tutte favorevoli a Fassino e al «Remain»), è il tratto che li accomunava: l’animosità contro il suffragio universale. Il discorso più moderato che ho sentito suggeriva che i referendum dovrebbero essere indetti solo su materie semplici e comprensibili (tipo: sei pro o contro i matrimoni gay?) e che il referendum sul Brexit proprio non si doveva fare.
I più estremisti suggerivano drastiche limitazioni del suffragio: per votare si dovrebbe almeno avere la licenza media (ma c’è anche chi dice: la laurea); oppure: per votare si devono avere meno di 70 anni. In breve: a vecchi e ignoranti bisognerebbe togliere il diritto di voto.
Trovo tutto ciò estremamente interessante. Non per il contenuto di simili pensieri, ma per i soggetti da cui provengono. 

Gli stessi che parlano con sufficienza, talora con disprezzo, del popolo che vota Cinque Stelle o sceglie Brexit, sono prontissimi a lodarne la saggezza, la maturità democratica, la lungimiranza, quando il popolo vota nel modo giusto. 

Gli stessi che invocano ad ogni occasione la necessità di passare dalla fredda Europa dei tecnocrati, autoritaria e burocratica, alla calda Europa dei popoli, luminosa e democratica, immancabilmente si spaventano non appena, con un referendum, ai popoli vien concesso di dire la loro su qualcosa di importante.
Insomma, qui c’è qualcosa che non torna, innanzitutto sul piano logico. E questo qualcosa, ho l’impressione, ha a che fare proprio con il concetto di popolo.

La condizione del popolo, oggi in Europa, è strana e deplorevole. Non tanto perché il popolo è il popolo, e quindi per definizione è il “basso” del sistema sociale, ma perché il suo rapporto con la politica è innaturale e disturbato. In molti paesi europei, verosimilmente in tutti quelli di matrice occidentale, accade un fenomeno inedito: i partiti progressisti affermano di voler rappresentare le istanze del popolo, ma il popolo non li vota, preferendo ad essi i movimenti e partiti cosiddetti populisti, siano essi di destra, di sinistra o incollocabi l:i (come il Movimento Cinque Stelle). E viceversa i ceti medi impiegatizi, gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti, i professionisti, persino molti imprenditori e manager preferiscono votare i partiti progressisti, o quel che resta dei partiti conservatori tradizionali. Insomma un vero quadrilatero amoroso disturbato: la sinistra dice di amare il popolo, ma il popolo non ama più la sinistra. I ceti alti e medi prediligono la sinistra, che però dice (o finge?) di rappresentare i ceti bassi.
La questione interessante a me pare questa: sbagliano i benestanti a guardare a sinistra? E sbaglia il popolo a guardare altrove?
La mia risposta è che, tutto sommato, i benestanti fanno benissimo a prediligere questa sinistra, che è molto attenta alle loro esigenze e molto distratta su quelle di chi sta in basso, quelli che io amo definire “i veri deboli”: incapienti, artigiani, lavoratori autonomi, lavoratori in nero, disoccupati, esclusi dal mercato del lavoro, abitanti delle periferie. Sarei meno sicuro che sia anche vero il reciproco, ossia che facciano bene i ceti bassi a fidarsi dei partiti populisti.

L’ARROGANZA DELLE ÉLITE CHE CRITICANO LA BREXIT


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Winston Churchill aveva condotto la democrazia inglese alla vittoria contro Hitler, tra sacrifici e distruzioni immani, ma con una fermezza ammirevole e commovente. Per un anno almeno, prima del 1941, aveva combattuto contro il nazismo da solo, mentre l’Europa intera si sottometteva al totalitarismo e Stalin ancora lucrava sull’alleanza spartitoria con la Germania. Eppure, finita la guerra, in una Gran Bretagna vittoriosa ma stremata, Churchill perse le elezioni del ’45 vinte dai laburisti. La leggenda vuole che la notizia della sconfitta elettorale gli fu portata, mentre faceva il bagno, dal maggiordomo, e che la risposta di Churchill fu: «È proprio perché questi eventi possano continuare ad accadere che abbiamo combattuto la guerra. Ora passami l’asciugamano». Probabile che l’aneddoto sia falso. Certo è che dalla bocca di Churchill sconfitto nelle urne non uscì mai una di quelle sprezzanti volgarità, misto di tronfia saccenteria e patetica presunzione con cui l’autonominatosi partito degli ottimati ha liquidato il popolo bue ed ignorante che ha osato votare per la Brexit.

E non sanno nemmeno, queste oligarchie del pensiero sempre più inascoltate, asserragliate in una fortezza per difendersi dall’assedio dei nuovi barbari muniti di quelle subdole armi che sono le schede elettorali, che se «i populisti» sono la risposta sbagliata alle manchevolezze dell’Europa, gli «elitisti» sono esattamente il problema di un’élite europea arrogante e senza senso autocritico.

Non sanno nemmeno quanto la loro spocchia sia odiosa e scostante. Non sanno nemmeno quanto fastidio susciti la loro pretesa di conoscere ciò che il «popolo» dovrebbe accettare in silenzio per il suo bene più di quanto lo sappia il «popolo» stesso.
Se l’esito elettorale che non piace viene visto e deplorato come la manifestazione di un popolo ignorante che sarebbe (purtroppo è stato detto anche questo) «sciagurato» far esprimere, allora gli «elitisti» neanche immaginano quale colpo mortale con un tale disprezzo per la sovranità popolare venga inferto all’idea stessa di democrazia. Se un risultato elettorale discutibile, e quello britannico è davvero più che discutibile, viene equiparato da un Roberto Saviano in vena di sparate alla vittoria elettorale di Hitler, allora è il concetto stesso di volontà della maggioranza che viene ad essere picconato. Churchill non l’avrebbe fatto. Ma lui, contro il totalitarismo ha combattuto davvero, con lacrime e sangue.


FONTE Corriere della sera

BREXIT: UN VOTO CONTRO IL CENTRALISMO TECNOCRATICO-PROTESTANTE

 | 26 Giugno 2016

Qual è stata la sua prima reazione alla Brexit?
La mia reazione immediata? Mi sono detto: è la fine di una “nomenclatura” che sta “vessando” gran parte della popolazione nel mondo ed in particolare in Europa. Una classe dirigente senza il senso del bene comune, tecnocratica, che voleva fare un supergoverno mondiale secondo i diktat di Kissinger negli anni Settanta.
C’è anche una sola, grave conseguenza economica che l’Italia ha già ricevuto o che dovrà  sopportare nel medio termine?

Grave, no, direi nessuna. A brevissimo solo speculativa. A medio termine, direi, ci sarà un cambio di classe di governo. E, se questa sarà appena, appena capace: rinegozierà Maastricht e cancellerà il fiscal compact. Oppure in Europa resterà solo la Germania. Se ciò non avviene, l’Italia diventa una regione tedesca e sarà costretta a divenire, in più, luterana…Vedremo che succederà il 31 ottobre alla commemorazione di Lutero!
Perché i tecnocrati di turno non hanno digerito gli esiti del referendum inglese, contestando la possibilità stessa del voto democratico? Forse perché quel voto rappresentava un colpo inflitto al mito del progetto europeo?
No, non credo sia stato il progetto europeo ad essere stato bocciato. Sono stati bocciati proprio i tecnocrati europei. Perciò sono indignati! E spiegano che non si possono fare referendum per una scelta di questa importanza. Miopi!
Del resto questa Europa è nata senza avere una base di principi comuni, ma nel mero sogno di una moneta unica. Il nostro destino è un’economia capitalista luterana?
Lo sarebbe stata quasi certamente. La Brexit apre nuove prospettive. Ma, se ci pensiamo bene, il sogno non era la moneta unica. Questa è un mezzo che accentra il potere necessariamente e rende irreversibile il progetto. Sempre più spesso penso che il vero sogno fosse una religione comune. E vi eravamo molto vicini…
Il tema dell’immigrazione è stato forse il principale motivo che ha spinto gli inglesi a votare per la Brexit. Adesso cambierà qualcosa in materia a Bruxelles?
Non lo so. So solo che, se non cambia, si rischiano moti di piazza, guerre civili…
L’Europa è diventata di fatto un superstato saturo di burocrazia e regole. È stata quest’indole ad aver eccitato sentimenti di diffidenza e allontanamento dal fantomatico ‘europeismo’?
No, non penso. Piuttosto credo sia stata la mancanza di valori comuni. Qualcuno pensa veramente di cambiare in vent’anni le radici cattoliche (non dico più cristiane!) della civiltà occidentale? Ma hanno mai pensato Chi ha immaginato la civiltà?
‘L’Europa unita’ è sempre stata una religione. Ora che Londra l’ha abbandonata, ci sarà, come piace ripetere alla stampa, “un rischio nazionalismi”? Sarebbe un dramma?
È incredibile l’incapacità di riconoscere gli errori fatti e di tacciare come populismo nazionalistico un voto contro un centralismo dittatoriale tecnocratico-protestante. E soprattutto, fallito, con conseguenze tragiche. Il dramma è che non l’hanno capito. 
Il voto referendario ha decretato la fine di quest’Europa sottratta alla concorrenza istituzionale, vittima del politicamente corretto, dell’assistenzialismo, dell’ingerenza nell’educazione familiare, dell’ottusità dei tecnocrati? O meglio, se non cambia in questa direzione, è destinata a fallire definitivamente?
Direi di sì. Ma solo se non cambia immediatamente la classe dirigente burocratica europea. Altro che il leader della Gran Bretagna!  Dovrebbero dimettersi subito tutti i vertici della burocrazia europea, il presidente e tutti i vertici delle Commissioni. Dobbiamo salvare il vero grande progetto europeo di Monnet, Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak … Quelli sono i veri padri traditi dell’Europa in cui crediamo.  
L’ex premier Mario Monti ha detto “sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali”. Lei cosa ne pensa? Si può parlare di limiti della nostra Carta?

Credo che, purtroppo, un uomo della sua intelligenza, non abbia capito quasi nulla di quello che sta succedendo, e non si prenderà mai le responsabilità del suo operato e delle sue dichiarazioni. E dire che un tempo ho avuto per lui grande considerazione… Più che dei limiti della Costituzione ciò che va valutato sono i limiti dell’uomo che viene indicato come modello. Il ‘nuovo ordine mondiale’ ha fallito in tutto, tranne che nella riuscita della relativizzazione della fede cattolica e dei suoi valori.  Scommettiamo che ci salveranno gli atei saggi?

giovedì 23 giugno 2016

MONS. CREPALDI, MILITANZA E TESTIMONIANZA

Nel suo libro  Fede e politica dei principi non negoziabili, scrive che “nella mente di tanti cristiani” non esiste più il concetto di militanza cattolica. La Rerum Novarum è minata dunque a causa di una certa ritrosia del mondo cattolico a promuovere la dimensione pubblica della fede?
Leone XIII e la militanza cattolica
Il concetto di “militanza” sembra appartenere all’epoca delle ideologie e delle grandi contrapposizioni di paradigmi sociali che abbiamo vissuto ma che ora sono superate. Anche allora, però, i cattolici non combattevano tanto contro le ideologie o contro i paradigmi sociali del tempo quanto contro il male. Si opponevano al male e alla sua istituzionalizzazione politica tramite le leggi e le politiche appunto. Ora, le ideologie possono essere finite, almeno nella forma di macrovisioni della realtà che abbiamo conosciuto in passato, ma il male non è finito. Non è più portato avanti da eserciti di militanti, sotto bandiere e striscioni, con marce, simboli, adunanze oceaniche, stampa organica, gerarchie rigide e così via. Ma è ugualmente portato avanti. Sembra quasi che la fine delle ideologie dispensi i cattolici dall’impegno non tanto contro le ideologie quanto contro il male che in altre forme continua ad essere promosso. E, ciò che conta per il nostro discorso, che continua a venire istituzionalizzato in leggi e politiche.
Qui si inserisce il discorso della dimensione pubblica della fede. Molti la riducono ad una testimonianza personale con la quale i cristiani dovrebbero “animare” la società e la politica.
Vivendo una vita spirituale personale religiosa intensa e autentica, i cattolici indirettamente animerebbero anche gli ambiti sociali della loro presenza, dal lavoro alla scuola, dalla famiglia alla politica. MA QUESTA È UNA CONCEZIONE DEBOLE DELLA DIMENSIONE PUBBLICA DELLA FEDE.
Partendo da qui si capisce che il concetto di militanza sia messo da parte, sgradito perché ritenuto troppo invasivo e prepotente. NON CI SAREBBERO PIÙ MALI DA COMBATTERE MA SOLO BENI DA TESTIMONIARE personalmente.
Bisogna però chiedersi se le esigenze della dimensione pubblica della fede non siano anche altre. Il Concilio non si limita a chiedere ai laici una testimonianza personale di fede vissuta, ma chiede loro anche di ordinare a Dio le cose del mondo. Ordinare a Dio vuol dire ordinare al fine ultimo, perché il senso delle cose deriva loro dal fine cui sono ordinate e ciò vale anche per la società, la quale è ordinata sì all’uomo, ma non come fine ultimo, come tale essa è ordinata a Dio. Ordinare vuol dire mettere in ordine, disporre secondo un ordine. Questo ordine è quello della creazione ed è quello della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo. Questo richiede non solo una testimonianza personale per essere “sale”, ma un impegno ad ordinare, anche con le leggi e le politiche, la comunità degli uomini a Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è in fondo lo strumento per collaborare alla realizzazione del progetto di Dio nel mondo. In questo senso il concetto di “militanza” non è superato.
Ma ravvede la volontà di rendere vivo e concreto questo concetto?
Come ho già accennato, se partire dal progetto di Dio sull’uomo e sul mondo viene inteso come proselitismo, violenza, occupazione di spazi, lesione della laicità e dei diritti della secolarizzazione, allora l’atteggiamento cambia. Ci si limiterà ad una testimonianza personale in un mondo pluralista, senza più pretese di ordinamento e di militanza. Per alcuni teologi che non si rifanno ai presupposti filosofici e teologici a cui si rifaceva di Leone XIII, il mondo è il luogo in cui Dio si rivela nel cammino della storia dell’umanità a cui anche la Chiesa appartiene. Questa deve, quindi, stare pienamente nel mondo, imparare dal mondo, camminare insieme con tutti sapendo che in questa storia non ci è mai dato di vedere pienamente la verità. Per questo motivo sparisce la stessa necessità espressa da Leone XIII di avere delle associazioni cattoliche a difesa della prospettiva cattolica considerata nella sua completezza e sparisce quindi anche il concetto di “militanza”. A ciò si aggiunge un altro elemento. Siccome ogni persona – si dice – è una realtà molto complessa e nessuna è completamente santa o peccatrice, bianca o nera, buona o cattiva, ci si deve accompagnare con tutti, discernendo nel dialogo le vie da seguire e le cose da fare. Credo che sia per questi due motivi che la militanza oggi viene intesa come atteggiamento settario e quindi inopportuno.
Tratto da ZENIT, 21 giugno 2016; FEDERICO CENCI


BOLOGNA, DUELLO FRA ARCIVESCOVI


Una Chiesa più povera di cultura è solo più ignorante
Dibattito fra mons Caffarra e l'ex prete di strada, Zuppi, sulla figura del cardinal Biffi


 di Alessandra Nucci 


«Una chiesa più povera di dottrina non è più pastorale ma solo più ignorante». Sono parole scandite con sorridente vigore da Carlo Caffarra, cardinale emerito di Bologna, e scatenano uno scroscio di applausi spontanei molto significativi. Siamo nella sala dello Stabat Mater dell'Archiginnasio di Bologna, per la presentazione di Ubi Fides Ibi Libertas [Ed.Cantagalli 2106] libro commemorativo nel primo anniversario della scomparsa del cardinale Giacomo Biffi.

Sono presenti, assieme per la prima volta, l'attuale arcivescovo di Bologna, mons. Matteo Maria Zuppi e, appunto, l'arcivescovo emerito, Cardinal Caffarra, che ha potuto lasciare la guida della diocesi soltanto l'ottobre scorso, due anni dopo aver raggiunto l'età pensionabile.

Il moderatore, il giornalista Paolo Francia, aveva introdotto l'evento come una disfida fra il principe della Chiesa, qual è il cardinal Caffarra, e «il principe laico di Bologna», Fabio Roversi Monaco, rettore del nono centenario dell'Alma Mater e padre del museo della città, Genus Bononiae. Ma gli applausi all'etichetta di «ignorante» assestata da Caffarra alla «Chiesa più povera di dottrina» segnalano piuttosto l'inizio di un derby fra i due leader della diocesi, cordiali e distesi entrambi ma così diversi da rappresentare il carattere delle due diverse Bologne che convivono da settant'anni in un'unica città.

«Si assiste a una progressiva delegittimazione della cultura», sale sul ring l'emerito. «In nome di un impegno supposto più pastorale.
Ma una Chiesa più povera di dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante, e quindi più soggetta alle pressioni del potente di turno».
 È chiara a tutti, e sottolineata dal battimani, la sfida alla Chiesa di Bergoglio, di cui mons. Zuppi è chiaramente figlio.

Ma non basta.  Caffarra ricorda anche che «l'impegno precipuo di Giacomo Biffi era di annunciare a tutti, compresi i musulmani, lo splendore della verità». Per concludere infine focalizza l'importanza della tradizione, come definita da T.S. Eliot: «È il momento presente del passato».

Dal suo angolo, anche il padrone di casa Zuppi scende in campo sul terreno della tradizione, invitando a guardarsi dalla tentazione alla «conservazione», sia individuale sia collettiva. Anche le sue sono accuse indirette: «La tradizione non è solo fissità», «La tradizione non deve pensare solo per stereotipi» dice, e soprattutto: «La tradizione non è paura delle differenze». In conclusione un'apertura: «Si eredita qualcosa che è stato seminato da altri, è questo il vero senso della tradizione».

La leale contesa non si chiude qui, perché l'11 luglio alla messa per l'anniversario della morte di Giacomo Biffi, l'arcivescovo in carica ha offerto all'emerito (cioè Caffarra) di tenere lui l'omelia, e l'emerito ha accettato.

DA ITALIA OGGI

mercoledì 22 giugno 2016

E MENO MALE CHE AVEVANO STRALCIATO LA STEPCHILD ADOPTION!

di Eugenia Roccella  22 Giugno 2016

Velocissimi: meno di 6 settimane ci hanno messo i magistrati per  legittimare pienamente la famosa stepchild adoption, quella su cui i partiti si sono spaccati, e che alla fine era stata “stralciata” (così ci avevano detto) dal testo definitivo della legge Cirinnà
Noi parlamentari che abbiamo votato contro, noi di Idea che siamo usciti da Ncd chiedendo un atteggiamento limpido e intransigente sulle unioni civili, lo avevamo detto. E’ deprimente rivendicare il ruolo ingrato delle Cassandre, ma questa volta non si può evitare di ricordarlo. Sì, l’avevamo detto, abbiamo denunciato il compromesso raggiunto da Alfano e Renzi, su cui è stata posta la fiducia, come un accordo truffa e fuffa, un penoso tentativo di mascherare la resa senza condizioni.

Questa volta, infatti, non si è trattato di un intervento improprio dei tribunali: la formulazione del comma 20 delega chiaramente la delicata questione alla magistratura, e non si tratta nemmeno di una delega in bianco. C’è un chiaro orientamento del governo, reso più esplicito dalla memoria dell’avvocatura dello stato presentata alla Consulta, su una coppia di donne americane trasferite in Italia, che chiedevano il riconoscimento della stepchild.
Nella memoria si chiede di giudicare il ricorso inammissibile (come effettivamente la Corte ha fatto nel febbraio scorso), perché la legge italiana già consente l’adozione da parte del compagno o della compagna dello stesso sesso, e tutto in nome del supremo interesse del minore. 
Carlo Giovanardi ha spiegato oggi nell’aula del Senato (ma c’era già stata una nostra conferenza stampa qualche giorno fa) che si è aperto un conflitto interno alla magistratura, visto che la Procura ha chiesto che su questo tema la Cassazione si pronunci a Sezioni unite, e la richiesta è stata tranquillamente ignorata.
Chiederemo chiarezza su questo punto al Csm, e insisteremo per sapere come può accadere che la giusta questione posta dal procuratore generale (evitare le diverse interpretazioni della norma) possa essere scavalcata senza neanche porsi il problema di rispondere.
Ma la lacerazione è tutta politica, e non si può ignorare. I centristi, se in buonafede, non possono che prendere atto del fallimento dell’accordo, e riflettere sulla propria colpevole condiscendenza. Si è detto che il confine da non valicare era proprio l’omogenitorialità, sia perché l’opinione pubblica, secondo tutti i sondaggi, è massicciamente contraria, sia perché l’adozione del compagno legittima inevitabilmente il ricorso all’utero in affitto in caso di coppie maschili.
E’ evidente che un cittadino italiano può tranquillamente commissionare una gravidanza a pagamento all’estero, e poi tornare a casa con il bimbo in tutta serenità, sapendo che il compagno avrà subito il riconoscimento di paternità. Percorreremo tutte le strade ancora aperte per evitare che la magistratura confermi questo orientamento, ma la prospettiva di raccogliere le firme per abrogare una parte della legge (compreso naturalmente il comma 20) diventa sempre più realistica.

 DA L'OCCIDENTALE

EUGENETICA, OMOSESSUALISMO E TEORIA GENDER: ECCO LE TECNICHE DELLA NUOVA CREAZIONE "OLTRE L’UOMO"


di Giampaolo Crepaldi*22-06-2016


“Transumanesimo: lo spaventoso laboratorio del nuovo Adamo” è il titolo del fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” ora in libreria. La rivista dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân», diretta da Stefano Fontana, ospita studi del Prof. José M. Galvan dell’Ateneo della Santa Croce, di don Samuele Cecotti, del prof. Giovanni Turco dell’Università di Udine, di Padre Giorgio Carbone dello Studio Domenicano di Bologna, di Ermanno Pavesi, segretario dell’Unione internazionale medici cattolici e di Jacque Bonnet da Parigi. Gli autori trattano i vari aspetti del progetto transumanista, mentre Fabio Trevisan, Alessandra Scarino e Paolo Gulisano riesaminano le riflessioni di Chesterton e i romanzi di Aldous Huxley e Mary Schelley con il suo Frankestein. Pubblichiamo qui l’editoriale dell’arcivescovo Giampaolo Crepaldi che apre il fascicolo monografico. ((Per ricevere copia della rivista e per abbonamenti: bollettino@edizionicantagalli.com)

La Dottrina sociale della Chiesa ha a che fare con l’umano, visto con gli occhi di Dio. Ora: se l’umano viene superato nel transumano, la Dottrina sociale della Chiesa non ha più senso di esistere. Sarebbe allora prevalsa la falsa illusione gnostica secondo la quale l’uomo può arrivare alla salvezza conoscendo o facendo qualcosa. Se il “Nuovo Adamo” sarà frutto della medicina e della tecnica, allora la “nuova creazione” sarà solo opera umana (cf. Massimo Piattelli Palmarini, Il nono giorno della creazione. La nuova rivoluzione nelle scienze del vivente, Mondadori, Milano 2015) e non sarà nuova creazione. 

L’uomo è la via della Chiesa (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus, cap. VI) e ciò costituisce la stessa ragion d’essere della Dottrina sociale della Chiesa. Non perché essa sia solo incentrata sull’uomo, ma perché essa è uno strumento della salvezza che Cristo ha procurato all’uomo con la Croce e la Resurrezione e non con la tecnica. Lo stesso può essere detto per la “natura” e la natura umana in particolare. La salvezza non viene dalla tecnica, che finisce per superare la natura negandola, come propriamente accade nel transumanesimo. Per la Dottrina sociale della Chiesa la natura non viene superata ma semmai purificata ed elevata nella sopranatura. 

Ci sono oggi correnti teoriche e attività pratiche, finanziate e sostenute da enormi risorse mondiali, che invece vogliono andare oltre l’uomo. Si tratta appunto del transumanesimo. Queste dottrina e queste prassi sono in antitesi piena con la Dottrina sociale della Chiesa. Parlarne in questo numero del “Bollettino” ha quindi questo significato: avvertire un grande pericolo come condizione per potervi fare fronte. L’idea di portare l’uomo oltre l’uomo non è nuova. Era già presente nel mito di Prometeo, è contenuta nel racconto biblico della Torre di Babele, ed ha poi avuto una straordinaria spinta nell’epoca moderna. Nella Nuova Atlantide Francesco Bacone se ne fa sacerdote e il dominio completo sulla natura – il regnum hominis – diventa un paradigma programmatico generalizzato. Cartesio ne propone il “metodo” e la sua visione meccanicistica del mondo ne diventa lo strumento cognitivo

Lo strumento principale di questo progetto è la tecnica e a nessuno sfugge, quindi, come le ampie considerazioni sulla tecnica della Caritas in veritate di Benedetto XVI abbiano un vivo sapore di attualità e di urgenza (Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, cap. VI: “Lo sviluppo dei popoli e la tecnica”). Anche la letteratura si è interessata del transumanesimo: Frankenstein di Mary Schilley e, soprattutto, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, descrivono un terrificante futuro che per noi oggi è purtroppo già realtà. È impressionante la chiaroveggenza di Huxley: le sue anticipazioni sul controllo sistemico sulla sessualità, la procreazione e l’eugenetica oppressiva e disumana assumono una straordinaria attualità oggi, epoca delle banche del seme, della fecondazione eterologa, dell’aborto sistematico e della sterilità omosessuale imposte come nuova ideologia. Gilbert K. Chesterton, da parte sua,  aveva denunciato i mali dell’eugenetica in un famoso suo libro, eugenetica che era frutto dei Lumi (Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, Vallecchi, Firenze 2006) e che ha avuto successo non solo nei regimi totalitari ma anche nelle illuminate democrazie occidentali, da quella statunitense a quella svedese.

Friedrich Nietzsche aveva annunciato l’Oltreuomo (Übermensch) e il suo grido era succeduto a quello della morte di Dio. Ma il progetto dell’oltreuomo provoca la morte dell’uomo e non la sua esaltazione. Anzi ne proclama il degrado ad animale. Non è un caso che mentre la tecnica e la medicina propongono un uomo che non soffre e non muore, i cui tessuti ed organi vengono ricostruiti quando si danneggiano, con il cervello collegato ad un computer centrale eterno e onniscente, con inserzioni di chips elettronici nelle sinapsi e di protesi potenzianti e sostituibili, molti strampalati teorici vogliano il superamento dello specismo, ossia della superiorità dell’uomo sulle altre specie animali. Il transumanesimo diventa quindi transpecismo. Il primo vorrebbe essere un potenziamento (Enhancement) dell’uomo, il secondo una sua degradazione: sembra una contraddizione ma non  lo è. 

Dostevskij, ne I Demoni, aveva già previsto queste nuove ed estreme forme di nichilismo, compreso il loro esito finale. In un colloquio con l’anonima voce narrante del romanzo, Kirillov, l’ateo che ha deciso di suicidarsi, afferma che «- oggi l’uomo non è ancora quello che deve essere. Verrà l’uomo nuovo, felice e orgoglioso. Quello per cui sarà lo stesso vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, sarà lui Dio. E quell’altro Dio non ci sarà più [...]. Dio è il dolore della paura di morire. Chi vincerà il dolore e la paura, diventerà lui stesso Dio. Allora ci sarà una vita nuova, un uomo nuovo, tutto nuovo … Allora la storia sarà divisa in due parti: dal gorilla fino alla distruzione di Dio, e dalla distruzione di Dio fino … - Al gorilla?». (Fëdor Dostoevskij,  I demonî, Einaudi, Torino 1994, p. 106)

Oggi si vuole andare verso l’uomo ibrido animale-macchina, potenziato nelle sue prestazioni tramite l’identificazione con la macchina e retrocesso nel suo valore tramite una evoluzione a rovescio a pura animalità. Come potrà la Dottrina sociale della Chiesa non confrontarsi con questi orizzonti oggi già attuali? Con la crescita del potere i pericoli aumentano e con essi le responsabilità. Quello che oggi le leggi già permettono o addirittura impongono e che giustamente preoccupa – dalla fecondazione artificiale alle teoria del gender – devono essere viste in un quadro più ampio all’interno del progetto del transumanesimo. In questo senso questo numero del “Bollettino” si collega con altri in precedenza pubblicati e ci permette di comprenderli meglio.

La Dottrina sociale della Chiesa c’è perché il mondo è gravato dal peccato e dalle strutture di peccato. Essa c’è per annunciare la salvezza di Cristo anche nelle realtà temporali. Ora, la Gnosi è la tentazione più grande, perché consiste nel peccato di superbia. Anche quello dei nostri progenitori è stato, in fondo, un peccato gnostico: non conoscere per salvarsi ma salvarsi conoscendo. Il transumanesimo è l’ultima versione, molto impetuosa, della Gnosi eterna. La Dottrina sociale della Chiesa non può non occuparsene.

*presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
DA LA NUOVA BUSSOOLA

giovedì 16 giugno 2016

RIFLESSIONI SULLA POLITICA: GIOVANARDI E MIRIANO A CONFRONTO


Caro Direttore 
Vorrei partire dall'affermazione di Renzo Puccetti (articolo "Popolo della Famiglia, una lettura diversa dei risultati") sul "tradimento totale" dei cattolici del PD e del NCD in Parlamento per una pacata riflessione sul passato e sul futuro di quelli di Piazza San Giovanni e  del Circo Massimo.

Innanzi tutto voglio rilevare che non tutti hanno tradito: un manipolo di coraggiosi colleghi ha condotto fino in fondo la battaglia  sulle Unioni civili, fra gli altri Quagliariello, Gasparri, Malan , Sacconi, Roccella, Pagano, alcuni di loro addirittura abbandonando per protesta il partito di appartenenza e votando la sfiducia al Governo Renzi.Ricordo fra l'altro che se provvedimenti liberticidi come lo Scalfarotto sono  stati bloccati sino ad oggi  lo si deve proprio allo strenuo ostruzionismo portato avanti in commissione Giustizia del Senato dei soliti quattro gatti.
Personalmente mi sono anche fatto carico in questi tre anni di legislatura di fornire informazioni in tempo reale alle associazioni che hanno poi dato vita alle grandi manifestazioni di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo.
In ambedue gli eventi con i colleghi parlamentari abbiamo responsabilmente accettato non soltanto di non poter prendere la parola ma persino di non apparire sul palco, per non "inquinare" con la nostra presenza la "purezza" delle manifestazioni": tutto questo era stato concordato nelle riunioni "ristrette" nelle quali a Roma si sono incontrati i leader di "Difendiamo i nostri figli" con i parlamentari impegnati nella battaglia istituzionale.
Con una certa sorpresa pertanto ho visto scendere in campo alle elezioni amministrative con il simbolo "Il popolo della Famiglia" all'insaputa degli altri componenti dello stesso, alcuni esponenti del Comitato, che non si sono fatti trovare quando ho tentato di avvertirli che stavano sbagliando tempi e modi dell'ingresso in politica, con il rischio di disperdere un immenso patrimonio di credibilità da spendere nelle due  decisive sfide che abbiamo davanti: il Referendum sulla riforma della Costituzione e le elezioni politiche che al più tardi si terranno fra 20 mesi.
Ripeto qui quello che più volte ho sostenuto sulla necessità di un impegno politico comune in vista di questi appuntamenti tra chi  è già impegnato nelle Istituzioni e in Parlamento e quelli che provenendo dal Movimento giustamente dovranno impegnarsi personalmente per essere eletti in rappresentanza di quelle piazze.

Parlo di una vera e propria forza politica che abbia come presupposto:
1) stare nel centro destra ed essere alternativi alla sinistra;
2) accettare soltanto coloro  che hanno testimoniato in maniera limpida e non contraddittoria il rispetto dei "princìpi non negoziabili";
3) essere strutturata in maniera democratica con una organizzazione che preveda la selezione della classe dirigente dal basso.
Una forza di questo tipo sarà in grado di fare vincere il centro destra e vincolare gli altri partiti di questa area (FDI, LEGA E FORZA ITALIA) al rispetto scrupoloso di questi princìpi  (che per quanto riguarda famiglia, adozioni e droga ero riuscito a garantire al Governo sino al 2011).
In caso contrario posso garantire che il problema dei cattolici in quanto tali nel prossimo Parlamento sarà definitivamente risolto, nel senso che quella "solida cinghia di trasmissione" fra "pre-politica e  politica" che Puccetti stranamente dice, con scarsa generosità,"essere stata del tutto assente" in questa legislatura, nella prossima sicuramente mancherà del tutto per l'assoluta assenza di deputati e senatori a cui fare riferimento. 
Sen. Carlo Giovanardi 

Cari amici della Bussola,
anche non volendo cedere all'allarmismo, anche mantenendo ben salda la speranza, non possiamo negare che stiamo vivendo tempi molto particolari, noi credenti che desideriamo con tutto il cuore continuare a essere piccolo gregge, e ricevere conferma che quello in cui crediamo è fondato su un deposito certo. Il pensiero che voi ci siate ci conforta molto, davvero. Ci sentiamo uniti a voi, al grande lavoro che fate, e a pochi altri amici con cui riconosciamo una consonanza di cuore e di idee. Per questo ci rattrista quando vediamo che gli amici si dividono. 
Vi scriviamo a proposito del PDF (popolo della Famiglia). L'avevate detto dall'inizio che non eravate d'accordo con la scelta di Adinolfi, e va bene, si può continuare a non essere d'accordo, ma noi pensiamo che, anche per non addolorare le tante pecore senza pastore, la cosa migliore sia valorizzare il contributo di ognuno, purché sia in adesione alla Verità.

Ognuno serve la causa comune come sa fare: l'azione politica, per esempio, non fa per noi, ma pensiamo che Adinolfi abbia fatto un tentativo legittimo, nel suo particolare stile, e che non abbia cercato di intestarsi tutta la piazza. Certo non diremo né pensiamo che quello sia l'unico voto cattolico possibile. Il PDF non esclude il CDNF e i Comitati per il no; non esclude, ovviamente, tutti quelli che vorranno farsi carico in altri modi della battaglia per l'uomo, non serve l'aut aut: la Chiesa - nel senso di popolo - è sempre per l'et et. Non crediamo che ci sia inconciliabilità tra partito e azione culturale/lobbystica negli altri partiti, per questo pensiamo che sarebbe naturale dare al Popolo della Famiglia la possibilità di giocare partendo da questo 1% per arrivare a fare meglio alle politiche senza più fuoco amico (i maestri dell'azione culturale/lobbystica sono i radicali: loro hanno fatto una potentissima azione nella formazione delle opinioni, senza rinunciare ad avere anche loro il loro piccolo partito). Se ci fosse un piccolissimo partito in grado di spostare, anche minimamente, qualcosa negli equilibri, sarebbe in grado di fare un'opera trasversale che sarà mano a mano sempre più fondamentale.
Sempre in comunione di preghiera.
Padre Maurizio Botta e Costanza Miriano

Cari amici,
intanto vi ringrazio per la passione che dimostrate, anche con queste lettere, alla comune causa per il bene comune. Sul Popolo della Famiglia non mi starò a ripetere, avendo già scritto l'essenziale. Permettetemi soltanto alcune sottolineature:
1. Giustamente il senatore Giovanardi ricorda un fatto su cui si sorvola sempre, non credo in modo disinteressato: la situazione nell'attuale Parlamento per chi sostiene la famiglia non è uguale a zero. C'è chi si è battuto e sta continuando a battersi, pur essendo una piccola minoranza. Non è molto e non garantisce nulla per il futuro, ma ignorarlo per giustificare altre strategie, pur legittime, non è onesto e non promette nulla di buono;
2. Fa piacere che Costanza Miriano e padre Maurizio Botta sostengano che il PDF non rappresenti tutta la piazza del Circo Massimo e che non sia l'unico voto cattolico possibile. È esattamente ciò che abbiamo sempre sostenuto noi. Quanto all'unità è giusto tendervi, ma non può essere concepita come "il primo che si alza detta la linea, e gli altri tutti dietro, guai a criticare". La Bussola non è un partito, non ha mai avuto aspirazioni a crearlo, non è nata per questo. Non abbiamo posizioni o progetti da difendere: semplicemente desideriamo giudicare ogni cosa - anche la politica - a partire dal Magistero. Possiamo sbagliare come tutti, ma anche dentro un'unità di intenti è giusto confrontarsi apertamente;
3. C'è un ultimo aspetto su cui dovremo tornare, ma che è bene almeno accennare: ci si lamenta giustamente dei politici, soprattutto di certi politici che si definiscono cattolici, ma non bisogna dimenticare che il problema nasce molto prima. A sostenere le unioni civili - pur differenziate dal matrimonio e dalla famiglia - sono anzitutto i vertici della Chiesa italiana. Una legge Cirinnà depurata dalle adozioni e da alcuni riferimenti alla legislazione matrimoniale era l'obiettivo dichiarato del segretario della CEI; obiettivo espresso nella linea editoriale di Avvenire per cui un'unione omosessuale stabile aumenta comunque il "tasso di solidarietà" della nostra società. E tale posizione è condivisa anche da diversi aspiranti politici che pure se la prendono con Alfano e Lupi. Purtroppo c'è una confusione che viene assai prima della politica, e in ballo non c'è un partito o l'altro: c'è la credibilità stessa della Chiesa.

Perché se oggi si dice auspicabile una soluzione (vedi i Di.Co.) che appena dieci anni fa era considerata irricevibile e contraria alla dignità umana e al bene comune, i casi sono due: o non esiste una verità eterna e immutabile sull'uomo, e allora il cristianesimo è una menzogna; oppure questa verità esiste, ma ci sono dei pastori che stanno portando disorientamento nel popolo. In ogni caso una situazione drammatica. Su cui dovremo ritornare, perché il vero nodo della situazione sta qui, altro che partiti.

Riccardo Cascioli
tratto da la nuova bussola

IL CARDINALE CHE DIFFONDEVA E GARANTIVA CERTEZZA



Il libro “Ubi fides ibi libertas. Scritti in onore di Giacomo Biffi” (Ed. Cantagalli, pag. 350, € 18) è stato presentato ieri a Bologna nella Biblioteca dell'Archiginnasio. Il libro è composto da una serie di scritti, tra cui quelli di Papa Francesco, Benedetto XVI, Angelo Bagnasco, Angelo Scola, Carlo Caffarra, Matteo Maria Zuppi, Luigi Bettazzi, Giorgio Guazzaloca, Marcello Pera, Luigi Giussani. A un anno dalla morte dell'indimenticabile “italiano cardinale”, per gentile concessione dell'editore, proponiamo ai lettori della “Nuova Bussola” un estratto del contributo al libro di Giuliano Ferrara, già Direttore del quotidiano “Il Foglio”. 

«...Come memorialista e critico letterario, nelle Memorie di un italiano cardinale o negli scritti su Collodi e sul Risorgimento, Biffi seppe essere witty, seppe fecondare con lo humour del suo occhio scrutatore e del suo spirito di grandissimo moralista un discorso anche pubblico sull’incontro e sul conflitto tra cristianesimo e modernità. Si occupò con trasparenza, figlio di un papa Giovanni, di un Paolo, di due Giovanni Paolo e di un Benedetto, del profilo laico, ma sanamente laico, della politica e della storia contemporanea....

Disse che Cristo negli anni della predicazione era ricco e amico di ricchi. Che il dubbio è parte costitutiva della persona umana (a dubitare ci arrivo da solo, aggiungeva) ma la funzione della Chiesa è diffondere, elaborare, garantire certezza. Che l’anticristo di Solovev era un pacifista, un vegetariano pieno di buoni sentimenti. Che nessuna ecologia è credibile se non parta dall’abbraccio a una visione intransigente di ciò che è difesa della vita. Che essere chiamati integralisti, per i cattolici seri, può equivalere a essere chiamati cristiani. Ebbe parole di fuoco sacro contro la demolizione della fede dall’interno, intesa come costrizione dei semplici a diventare cattolici adulti. Derise i falsi profeti non di sventura ma di serenità e di ore tranquille imminenti. Gli attentati alla libertà di giudizio cominciano dal linguaggio, disse, e così chiosò la prevalenza del politicamente corretto. Si scatenò con bonaria ferocia contro coloro che a forza di comprensione e dialogo non riuscivano più a denunciare l’intossicazione della fede cristiana e del suo sostrato di cultura e di civiltà.

Ma tutto questo, e molto, moltissimo altro ancora, non era mai disgiunto da una benevolenza vera verso le persone, verso gli erranti, verso coloro che potevano essere censurati con la nota vivacità ma sempre restavano, e non solo nel loro cuore ma nel cuore di Biffi che li segnava a dito, uomini di Dio. Non era un pedante, non voleva una Chiesa prescrittiva e moralistica nel senso della teologia morale ormai ossificata, ma assertoria e sicura di sé nel suo magistero di umanità e di divinità. Nelle conversazioni con l’emerito era spettacolare la sua irruenza, la sua secchezza chiara e distinta nell’eliminazione dell’equivoco, non meno della sua carezzevole sicurezza del fatto che nella Chiesa si ama e si è amati in un modo speciale, tutto proprio, il che naturalmente rendeva effervescente e a suo modo santa, per uno come me che stava fuori dalla Chiesa in senso tecnico, la vitalità di idee e di sentimenti che si godeva intra muros.

Biffi parlava della Madonna con un fondo lacrimale che non stingeva le linee diritte del discorso, e considerava la fede come la quintessenza che qualcuno doveva pur alchemicamente distillare, compito non bigotto ma umanistico, non mistico ma di razionalismo cristiano. Con i razionalisti immanentisti, negatori di ogni possibile trascendenza, aveva nulla da spartire. Con chi credeva nella possibilità della fede e nella Rivelazione come origine del mondo cristiano, come notizia, come scrittura e sacra doctrina, sapeva tenere il timone della discussione su una rotta appunto laica e sempre risonante di idee storiche, di atteggiamenti non fideisti.

Insomma, il Cardinale esercitava una paternità indicibilmente autorevole, dava un senso liturgico, inteso come convocazione continua del creato di fronte al mistero del suo essere creato, anche alle polemiche del basso mondo. E finì con quella splendida predicazione degli Esercizi Spirituali, sentendo e facendo sentire alla corte teologico-papale di Benedetto XVI la voce immensamente allegra e annunciatrice dei cherubini. Un testo di tale bellezza, estroversione, e caratura letteraria, che mi sembrò giusto, opportuno, pubblicarlo su un piccolo giornale quotidiano, di cui portavo la responsabilità, come testamento di un prete pieno di immaginazione, di obbedienza, di fede e di amore del mondo nel senso in cui il mondo può essere amato da un principe della Chiesa. Pubblicarlo integralmente, certo, e forse anche integristicamente».


Giuliano Ferrara