lunedì 15 luglio 2019


IO LI AIUTO A CASA MIA (E FUNZIONA)

L’impegno esemplare di Daniel Sillah in Sierra Leone
di RODOLFO CASADEI 
tratto da TEMPI
Daniel Sillah


Fuggire da una guerra che stava per ucciderti, essere accolto come rifugiato in Italia, formarti professionalmente, crearti una rete di amicizie e rapporti sociali, ottenere la cittadinanza italiana. Poi tornare al paese d’origine, sposare una donna del posto, riprendere la residenza, scontrarti con mentalità molto diverse da quella che nel frattempo è diventata la tua, avviare l’attività no profit che da sempre avevi nel cuore, fare la spola fra l’Africa e l’Italia per tenere i contatti coi donatori che si fidano di te perché ti conoscono e hanno partecipato alla tua formazione.

Difficilmente Gian Carlo Blangiardo pensava a colpi di scena così drammatici quando ha formulato il suo concetto di «emigrazione circolare», che dovrebbe essere la risposta virtuosa e mediana
fra gli estremi delle porte chiuse all’immigrazione e del lassismo immigrazionista, ma indubbiamente il caso di Daniel Sillah, 45enne presidente dell’Ong sierraleonese St. Mary’s Home of Charity  (Smhc) che nel 1997 arrivò giovane profugo di guerra in Italia, esemplifica quel che il demografo piemontese oggi presidente dell’Istat intendeva.

Dopo che è rientrato in Sierra Leone nel 2008 Daniel si è dedicato a progetti di cooperazione internazionale che riguardavano cooperative di pescatori, sicurezza alimentare, miglioramento delle tecniche agricole, piscicoltura, alfabetizzazione degli adulti, ma soprattutto creazione
di case famiglia.
Prima una per bambini poliomielitici ed epilettici (Grafton Polio Home), poi più recentemente una per gli orfani di ebola, dell’Aids e di altre calamità locali, che si chiama appunto St. Mary’s Home ed è stata ufficialmente inaugurata il 28 dicembre scorso, con tanto di benedizione del vescovo e realizzazione, opera di un artista locale, di un affresco gigante della Vergine Maria su una delle pareti esterne.
Ma attenzione: non ci troviamo di fronte a un professionista della carità.
Insieme a sua moglie Lucy, con la quale non ha avuto figli, Daniel Sillah da quasi dieci anni accoglie in casa propria sette ospiti: un ex bambino soldato dell’odiosa guerra civile sierraleonese degli anni Novanta, due gemelli abbandonati quando avevano un anno di età e quattro bambini di famiglie povere.
Daniel e Lucy l’accoglienza ce l’hanno nel Dna: si sono conosciuti presso la prima e oggi non più operativa casa famiglia istituita in Sierra Leone dall’Associazione Comunità Papa giovanni XXIII (quella di don oreste Benzi), e Daniel ha trascorso circa una quindicina di anni della sua vita in case famiglia, prima in Africa e poi in italia, prima come ospite e poi come educatore.

«Sono originario di un villaggio nei pressi della cittadina di Bumbuna nel nord del paese», racconta. «Sono il secondogenito di una famiglia di cinque fra figli e figlie di tradizione musulmana. Quando avevo 10 anni mio padre è morto improvvisamente, e mia madre non era
in grado di mantenere da sola noi cinque.
Non lontano da noi c’era una delle case famiglia create dal missionario saveriano padre giuseppe Berton, l’iniziatore del movimento delle case famiglia in Sierra leone. Sono stato accolto lì, e lì ho
trascorso la parte finale dell’infanzia e l’adolescenza, in compagnia di 50 bambini, e ho cominciato ad andare a scuola.
Spesso mi chiedono: “Perché una casa famiglia, in Africa gli orfani non vengono accolti dalla famiglia allargata?”. Rispondo che nelle regioni rurali dell’interno le famiglie sono talmente povere che nonriescono ad accogliere permanentemente i figli di qualcun altro, nemmeno dei parenti stretti».

L’aiuto di don Oreste Benzi
Poi arriva la guerra civile del 1991, una delle più crudeli e devastanti di tutta l’Africa: i ribelli terrorizzano la popolazione uccidendo indiscriminatamente, stuprando, mutilando delle mani o delle braccia oltre 4 mila persone; il governo collassa, viene preso in mano dai militari, chiede aiuto ai paesi vicini che mandano le loro truppe (tranne la Liberia, che stava dalla parte dei ribelli). Padre
Berton è costretto a chiudere le sue case e trasferirsi con bambini e ragazzi nella capitale Freetown, unica zona relativamente sicura del paese. Chiede aiuto a un altro sacerdote grande esperto di case
famiglia: don oreste Benzi. Nasce la casa della Papa giovanni XXIII nelle vicinanze di Freetown, e Daniel che ora ha 19 anni viene scelto come educatore e custode di 15 bambini fra i 2 e i 10 anni di età, nonostante debba ancora concludere gli studi alla scuola media superiore. Il precario status quo collassa nel 1995, quando i riorganizzati guerriglieri danno l’assalto alle località alle porte della capitale e Daniel è costretto alla fuga nella selva insieme ai bambini di cui era custode, due dei quali restano uccisi nei primi momenti dell’attacco.


Sono mesi terribili, nei quali il giovane educatore vede e vive le cose più orribili della sua vita:
più volte i ribelli (spesso bambini soldato trasformati in macchine da guerra e giovani sotto l’effetto di stupefacenti) sequestrano lui e gli orfani e li usano come scudi umani, puntano le armi contro di loro per intimidirli, uccidono o mutilano civili davanti ai loro occhi.
Daniel riesce a mettersi in contatto con padre Berton e con don Benzi, che dopo infinite traversie riesce a farli evacuare dalla Sierra Leone in elicottero.

In un campo profughi della Guinea Conakry trascorrono sei mesi molto difficili, isolati e trattati in modo ostile dalle autorità locali, fino a quando l’Italia decide finalmente di accoglierli come profughi.

Addetto al montaggio
«Siamo partiti da Conakry il 15 agosto 1997», ricorda Daniel. «Eravamo 13 bambini e ragazzi e due educatori. Giunti in Italia, siamo stati inseriti in una casa famiglia a Rimini appositamente creata
per noi da don Benzi, poi io sono stato mandato a formarmi in due diverse case della provincia di Vicenza, una per portatori di handicap fisici e un’altra per persone con problemi psichiatrici. Ho
chiesto di poter continuare gli studi, perché a 25 anni avevo solo la licenza delle medie superiori. Mi hanno aiutato a iscrivermi alla facoltà di Scienze delle Comunicazioni all’Università Gregoriana,
e ho vissuto a Roma per cinque anni.
Conclusi gli studi, mi sono trasferito a Cesena invitato da alcuni amici in contatto con padre Berton e ho trovato un lavoro a TeleRomagna, un’emittente locale con sede prima a Forlì poi a Cesena.
Io ero addetto alle riprese e al montaggio.
In quegli anni ho frequentato le comunità di Comunione e Liberazione, e sono diventato amico di Arturo Alberti, presidente prima di Avsi e poi di Orizzonti, due Ong della cooperazione internazionale con sede a Cesena.

Ho fatto il volontario per loro e ho cominciato a pensare a tornare nel mio paese di origine. Per
cinque anni, fino al 2002, non avevo più saputo nulla di mia madre e dei miei fratelli, e avevo come cancellato la mia vita precedente. Quando ho avuto notizia che erano ancora tutti in vita, ho desiderato ritrovarli. Ma volevo essere sicuro di non fare mosse sbagliate e tenermi aperte tutte
le possibilità.
Ho fatto domanda per la cittadinanza italiana, e l’8 giugno 2008 mi è stata concessa. Due settimane dopo ero già in Sierra Leone, dove sono entrato mostrando il passaporto italiano. Alla
seconda visita, alla fine del successivo mese di settembre, avevo già deciso di rientrare per dedicarmi alla creazione di una casa famiglia e di sposare Lucy.
I primi tempi dopo il rientro sono stati difficili: mi scontravo con una mentalità di passività e personalismi che lontano dall’Africa avevo dimenticato. Dall’Italia Arturo mi ha aiutato mettendomi in contatto coi coniugi Coccia, imprenditori attivi in Sierra Leone, e attraverso di loro
con Coopermondo, la Ong internazionale di Confcooperative».

Daniel diventa il rappresentante di Coopermondo in Sierra Leone, ed è con loro che promuove i progetti relativi alla pesca, all’agricoltura e all’alfabetizzazione.
Poi nel 2011 grazie al sostegno di Orizzonti si fa carico della Grafton Polio Home, iniziata da un missionario che era rientrato in Italia: la casa, che ha ospitato fino a 29 bambini, esiste fino ad oggi e riceve aiuti anche da altre Ong.
Quindi viene creata la St. Mary’s Home of Charity, Ong di diritto sierraleonese che avrà il suo battesimo del fuoco nel 2014, quando si coinvolge negli sforzi internazionali per debellare l’epidemia di ebola nel paese. Ottocento orfani sopravvissuti alla malattia che ha ucciso i
loro genitori vengono ospitati per alcuni mesi in due case della St. Mary’s prima di essere riuniti alle famiglie allargate di appartenenza.


«Sono l’unico rientrato»
La Smhc è anche partner locale di Avsi in progetti rivolti al settore dell’educazione per incrementare la frequenza scolastica nelle zone rurali. Dopo molti sforzi, nel dicembre scorso apre i battenti la St. Mary’s Home, dove attualmente 13 bambini fra i 4 e i 12 anni sono assistiti da quattro educatori (fra i quali un ex preside): frequentano tutti le scuole e hanno un campo giochi che fa invidia a un giardino d’infanzia italiano.

Tutto grazie alle “connection” di Daniel Sillah: in Italia Orizzonti, che sponsorizza la casa e parteciperà all’allestimento di un orto della medesima; in Sierra Leone i coniugi Coccia, che a Lumley Beach, pochi chilometri fuori dalla capitale, hanno creato uno stabilimento balneare
con annesse gelateria e pizzeria gestite da amici della Papa Giovanni XXIII: parte dei profitti finanziano i progetti della Smhc e alcuni degli ex ragazzi delle case famiglia ci trovano un posto di lavoro.
«I sierraleonesi che sono fuggiti con me dalla guerra oggi vivono ancora in Italia oppure lavorano per agenzie Onu in giro per il mondo», racconta Daniel.
«Io sono l’unico che è rientrato. Quando riflettevo sul da farsi, mi ha aiutato a decidere l’amico Arturo Alberti: “Vai tranquillo, ti aiuteremo a realizzare progetti di sviluppo sul posto”.
Sono rientrato perché ero sicuro che i rapporti che erano nati in Italia sarebbero durati, e sarebbero stati la nostra forza».

Ogni annoDaniel viene in Italia due-tre volte per incontrare Orizzonti o la Papa Giovanni XXIII. Da quel giorno di giugno in cui ha rimesso piede nella terra natia con in mano un passaporto italiano sono passati quasi 11 anni, ma della scelta fatta non si è mai pentito.
Un uomo sa sempre dove appartiene, e a cosa appartiene

venerdì 12 luglio 2019

«LAMBERT È STATO UCCISO DALLO STATO FRANCESE PER SOLDI»



Vincent
E così lo Stato francese è riuscito a imporre ciò che perseguivano con accanimento, e da diversi anni, numerosi familiari: la morte di Vincent Lambert.

Devo confessare che quando la ministra «della Solidarietà e della Salute» (apprezzo molto, in questo caso, la solidarietà) ha fatto ricorso in Cassazione, sono rimasto sbalordito. Ero convinto che il governo sarebbe rimasto neutrale in questa vicenda. Dopo tutto, Emmanuel Macron aveva dichiarato, poco tempo prima, di non avere nessuna intenzione di lasciarsi coinvolgere. Ho pensato, scioccamente, che i suoi ministri avrebbero seguito la stessa linea.

Avrei dovuto sospettare di Agnès Buzyn. A dire il vero, non mi fidavo troppo di lei, da quando aveva dichiarato che la conclusione da trarre da simili tristi vicende è che non bisogna mai dimenticare di mettere per iscritto, e per tempo, le proprie volontà (ne ha parlato, in realtà, come quando si ricorda ai bambini di fare i compiti e non si è nemmeno preoccupata di precisare in quale senso potessero andare queste volontà, quasi fosse già dato per scontato).

Vincent Lambert non aveva lasciato nessuna disposizione scritta. Circostanza aggravante, era infermiere. Avrebbe dovuto sapere, meglio di chiunque altro, che l’ospedale pubblico ha ben altro di cui occuparsi che non mantenere in vita gli handicappati (gentilmente riqualificati come «vegetali»). La sanità pubblica è allo stremo, e se ci sono troppi Vincent Lambert si rischia di rimetterci un mucchio di soldi (a proposito, vorrei sapere perché: un sondino per l’acqua, un altro per l’alimentazione, non mi sembra che ciò richieda un intervento di alta tecnologia, si potrebbe fare a domicilio, e lo si fa nella maggioranza dei casi, ed è quanto hanno sempre reclamato, a gran voce e con grande insistenza, i suoi genitori).

Vincent Lambert viveva in uno stato mentale particolare. E no, non è stato il Centro universitario ospedaliero ad abbandonarlo al suo destino, resto sorpreso nell’apprenderlo. Vincent Lambert non era affatto tormentato da dolori insopportabili, non soffriva minimamente. Non era nemmeno in fin di vita. Viveva in uno stato mentale particolare, sul quale sarebbe molto più onesto ammettere che non si hanno finora cognizioni precise. Non era in grado di comunicare con coloro che gli stavano intorno, o lo faceva in modo quasi impercettibile (niente di strano nemmeno in questo, il suo era simile allo stato in cui sprofondiamo, ciascuno di noi, quando scende la sera). Le sue condizioni (e questo è più raro) sembravano irreversibili. Scrivo «sembravano» perché ho parlato con molti medici, per me stesso o per altre persone (alcune agonizzanti), e mai, in nessuna circostanza, un dottore è stato in grado di affermare di essere sicuro, sicuro al 100 percento, di quello che stava per accadere. Ma può anche darsi. Può capitare che tutti i medici consultati, senza eccezione, si siano trovati d’accordo nel formulare una prognosi identica: nella mia esperienza, però, non è mai successo.

In questa circostanza, era necessario uccidere Vincent Lambert? E perché proprio lui, anziché le altre migliaia di pazienti che in questo momento, in Francia, versano nelle medesime condizioni? Trovo difficile scrollarmi di dosso il sospetto sconcertante che Vincent Lambert sia morto per un’eccessiva mediatizzazione, per essere diventato, suo malgrado, un simbolo. Si trattava, per la ministra della Salute, e «della Solidarietà», di dare un esempio. Di «aprire una breccia» nella mentalità, per farla «evolvere». Detto fatto. La breccia è stata aperta, non c’è dubbio. In quanto alla mentalità, non sono così sicuro. Nessuno vuole la morte, nessuno vuole la sofferenza: in questo consiste, a quanto pare, «la mentalità», per lo meno da diversi millenni a oggi.

Una scoperta straordinaria, che avrebbe fornito una soluzione elegante a un problema che ci assilla sin dalle origini dell’umanità, è stata fatta nel 1804: la morfina. Qualche anno più tardi, si è cominciato a esplorare seriamente le sorprendenti possibilità dell’ipnosi. In breve, la sofferenza non è più un problema, ed è questo che bisogna ripetere, incessantemente, al 95 per cento delle persone che si dichiarano favorevoli all’eutanasia. Anch’io, in alcuni casi (fortunatamente rari) della mia vita, sono stato pronto a tutto, a implorare la morte, le iniezioni, qualunque cosa, per sottrarmi al dolore. E poi mi hanno fatto una puntura (di morfina) e la mia prospettiva è cambiata immediatamente, e radicalmente. È bastato qualche minuto, appena una manciata di secondi. Che tu sia benedetta, sorella morfina. Come si permettono, certi medici, di rifiutare la morfina? Temono forse che gli agonizzanti potrebbero cadere nella tossicodipendenza? È talmente ridicolo che faccio fatica a scriverlo. Tutto sommato è ridicolo, ma anche terribilmente schifoso. Per scrupolo di coscienza ho consultato il dizionario.

Nessuno vuole la morte, nessuno vuole la sofferenza, dicevo. Una terza esigenza è emersa da pochi anni a questa parte: la dignità. Il concetto mi è sempre parso un po’ fumoso, a dire il vero. Anch’io ho la mia dignità, certo, ci penso ogni tanto, anche se non molto spesso, ma non credo che essa possa assurgere al primo posto tra le preoccupazioni «della società». Per scrupolo di coscienza ho consultato Le Petit Robert (edizione 2017). Questa la sua semplicissima definizione di dignità: «il rispetto dovuto a qualcuno». Gli esempi che seguono, a mio avviso, ingarbugliano la questione, rivelando che Camus e Pascal, pur condividendo il concetto di «dignità umana», non lo poggiano sulle medesime basi (com’era ovvio immaginare). Ad ogni modo, pare evidente a entrambi i pensatori (e direi anche alla maggioranza degli individui) che la dignità (ovvero il rispetto che ci è dovuto), benché possa essere lesa da azioni moralmente reprensibili, non può essere minimamente scalfita attraverso il declino, per quanto catastrofico, del proprio stato di salute. Se la pensiamo diversamente, vuol dire che c’è stata, effettivamente, un’«evoluzione della mentalità». E non credo sia il caso di rallegrarsene.

tratto dal Corriere della Sera 


SATANA NON VUOLE FIGLI


LEONARDO LUGARESI
Vincent Lambert non è morto perché nessuno si è voluto prendere cura di lui. Non è morto a causa della nostra indifferenza, del nostro egoismo, della nostra pigrizia, del nostro attaccamento alle comodità e alle convenienze. Non è morto perché nessuno si è alzato a dire: a lui ci penso io.

Fosse stato appena (!) così, saremmo nell'ordine di peccati mortali sì, ma umani. Egoismo, pigrizia, attaccamento ai comodi nostri e ai vantaggi nostri sono la pasta carnale di cui siamo fatti. (E, nonostante ciò, a nostro Signore non ha fatto schifo impastarsi con la stessa carne).
Ma non è andata così. Per Vincent c'era qualcuno disposto a prendersi cura di lui e a portare con lui il peso della sua vita: i suoi genitori, tanto per cominciare. Così come c'era qualcuno per Charlie Gard, per Alfie Evans e per tanti altri di cui non conosciamo o non ricordiamo i nomi. C'era qualcuno anche per Eluana Englaro: non era suo padre, ma le suore che da anni la curavano. Qualcuno c'è sempre.
Vincent e gli altri sono stati uccisi perché si è voluto impedire, con la forza dello stato, che padri e madri (naturali o elettivi) continuassero ad amare e a far vivere i figli.
Questa non è “normale” miseria dell'egoismo umano (“farti vivere mi costa fatica, non ne ho voglia”), questo è odio satanico: “Padre non devi amare il Figlio”.
Ho messo le maiuscole perché si capisca l'origine teologica di quest'odio. La Trinità è Amore di Padre e di Figlio. Satana è tutto e solo odio di quell'Amore. Tutto il male che Satana opera nel mondo ha l'inconfondibile marchio dell'odio per la Famiglia Trinitaria. Per questo la famiglia umana, che ne è un riflesso, è al centro di tutti gli attacchi ed è il vero obiettivo delle “rivoluzioni culturali” che si sono fatte e si stanno facendo nel nostro povero mondo.
Satana è single.

domenica 30 giugno 2019

LA DISOBBEDIENZA CIVILE TRAVISATA, UNA STORIA CHE NUOCE ALLA CAUSA DELL'ACCOGLIENZA E IL VUOTO DI PROPOSTE SUL TEMA A SINISTRA



Carola Rackete, la  capitana della nave Sea Watch 3, dopo lo sbarco a Lampedusa ha detto:"Lo speronamento della motovedetta è stato un errore". La Guardia di Finanza ha già multato la comandante, l'armatore e il proprietario dell'imbarcazione con 16mila euro di sanzione ciascuno. La capitana è agli arresti domiciliari nel centro di accoglienza per i migranti, insieme ai 42 stranieri che saranno ricollocati in cinque paesi europei. Francia, Germania e Lussemburgo chiedono la liberazione della comandante della nave. Per Parigi ha parlato il ministro dell'Interno Christophe Castaner, fedelissimo di Macron; a Berlino si è schierato con la capitana il ministro degli Esteri Heiko Maas; dal Lussemburgo ha protestato il ministro degli Esteri Jean Asselborn. Tutti dicono che "salvare vite non è un reato". Il ministro dell'Interno Salvini: "Non prendiamo lezioni da nessuno e tanto meno dalla Francia". Fioccano le divisioni, dopo i guelfi e i ghibellini, siamo giunti ai carolisti e agli anti-carolisti. Come previsto, siamo al naufragio della ragione. Proviamo a rimettere ordine nella vicenda e fare un'analisi del problema: l'immigrazione illegale e il potere dello Stato sul controllo dei confini. 

di Lorenzo Castellani (List)

La vicenda della Sea Watch 3 si è conclusa come ci si aspettava: violazione dei confini nazionali e arresto (domiciliare) del capitano della nave, Carola Rackete. L’agenda politica, ancora una volta, è stato proiettata tutta sul tema dell’immigrazione e imperniata sulle decisioni di Matteo Salvini. Sul piano del consenso rafforzerà, molto probabilmente, la posizione del Ministero dell’Interno. La dinamica è quella che si ripete oramai da un anno a questa parte, ma il fatto della Sea Watch 3 è più complesso del solito poiché raggruppa insieme una serie di elementi interessanti sul piano politico-culturale. Come siamo arrivati a questo punto sull’immigrazione? Le reazioni  dei progressisti e dell’opposizione continuano ad essere costellate di errori e mancanze che ben raccontano la strada percorsa fino qui. Andiamo con ordine. 

La percezione e la realtà. 
La prima critica generale, posta sulla esagerata centralità del tema dell’immigrazione, riguarda il problema della comunicazione. Gran parte dei maître à penser ostili alla destra sostiene che l’emergenza immigrazione in realtà non esista e che sia stata creata a tavolino dalla Lega. Che sia insomma tutta una manipolazione mediatica, una circonvenzione del cittadino ignorante e rabbioso. Tuttavia, sappiamo che la comunicazione funziona quando c’è un almeno punto d’attracco nella società, nella sua profondità razionale e sentimentale. La questione della centralità dell’immigrazione nel dibattito politico si protrae da anni, cosa che dovrebbe almeno far sospettare che l’appiglio nella società sia piuttosto profondo. Ciò perché, dati alla mano, l’immigrazione ha avuto un incremento numerico considerevole negli ultimi cinque anni ed una pessima gestione del processo d’integrazione da parte di tutti i governi che hanno lasciato in strada, spesso nelle mani del racket e della mafia centinaia di migliaia di immigrati irregolari. Persone che, purtroppo, sono fantasmi non identificati che vagano per le nostre strade, senza un percorso di istruzione o d’inserimento lavorativo e senza una reale assistenza da parte dello Stato nel percorso di integrazione sociale. Una situazione irrisolta che contribuisce a creare la percezione secondo cui l’immigrazione sia in aumento e fuori controllo. Anche perché la crescita numerica e l’abbandono a se stessi degli immigrati è fisicamente riscontrabile nelle stazioni, nelle piazze, nelle strade di ogni città italiana. Nessuno nega che la politica e i media amplifichino le percezioni, ma una base empirica, fattuale, che genera l’attenzione al fenomeno deve esistere (ed in questo caso esiste). Anche perché altrimenti tutta la comunicazione massiccia su fenomeni che vengono presentati dai promotori come una questione di massima urgenza dovrebbe funzionare e non è così, vale per la pubblicità e anche per la politica. 

Il contesto storico. 
In secondo luogo, spesso il mondo intellettuale e politico progressista tende a trascurare la storia e di conseguenza a razionalizzare errori e sconfitte. Ogni fase storica ha i suoi momenti topici e anche per l’immigrazione è forse possibile individuarne uno. Un momento fondamentale di questa storia, a giudizio di chi scrive, è stato il dicembre 2014, quando furono pubblicate le intercettazione di mafia capitale in cui Buzzi, manager di una cooperativa e appaltatore della giunte Alemanno e Marino per l’accoglienza dei migranti, affermava “con gli immigrati faccio più soldi che con la droga”.  Con quello scandalo si è iniziata a determinare nell’opinione pubblica la saldatura logica tra immigrazione senza controllo-ONG-logiche affaristiche-compiacenza del Partito Democratico, da cui non si è più tornati indietro. È stato il momento in cui Matteo Salvini ha iniziato a martellare contro la politica dell’allora governo Renzi e contro i 35 euro al giorno pro-capite destinati agli immigrati. Nella vulgata comune il concetto di accoglienza, con cui il mondo progressista si auto-compiaceva, si è trasformato in un “business con i soldi degli italiani”.
Retrospettivamente l’esplosione di Mafia Capitale è stato un momento di rottura nel dibattito politico italiano in cui la questione pro/anti-immigrazione è divenuta centrale. In cui si sono attivati quelli che potremmo chiamare “i meccanismi politici del sospetto”, secondo cui dietro la gestione dell’immigrazione si sarebbero celati convenienze, sprechi pubblici, guadagni privati dei fiancheggiatori del Pd. Un episodio che ha contribuito, in modo fondamentale, al successo della Lega e alla disgrazia del Pd. Questa dinamica, unita al discredito della classe politica e alla sfiducia verso l’Unione Europea, ha creato i presupposti per l’affermazione di successo del neo-nazionalismo di Salvini. Mentre i democratici nel campo delle politiche sull’immigrazione non si sono mai liberati, agli occhi della grande maggioranza degli elettori, del sospetto che gravava su di loro e sul partito. Una spirale letale.

La disobbedienza civile. 
Da ultimo, il micro-cosmo in progress sbandiera in questi giorni,  su social network e media mainstream, l’invocazione dell’Antigone di Sofocle e della disobbedienza civile. Anche questa storia sembra stia sfuggendo di mano al pianeta del progresso. La disobbedienza civile è un concetto soggettivo (o al massimo di gruppo) che si può prestare a molteplici usi e significati politici (esempio: non pagare le tasse, sparare a chi entra nel perimetro di casa, occupare una casa perché senza tetto etc). Il confine tra disobbedienza civile e la decisione sullo "stato d’eccezione", teorizzata dal giurista tedesco Carl Schmitt come atto extra-legale per ripristinare la legittimità politica, è molto labile.
Insomma, giustificare (ed incitare) la violazione delle leggi di uno Stato come atto moralmente giusto - e pretendendo che possa essere giustificato - apre la strada a ripetizioni pericolose.
Se ogni gruppo ha la propria morale, diversa rispetto a quelle degli altri, ed ognuno si sente legittimato a violare la legge dello Stato in nome dei suoi valori, che ne sarà dell’ordine politico? Quanto possono essere messe in pericolo le libertà e la democrazia? Tutto questo senza considerare il fatto che è molto discutibile parlare di disobbedienza civile di un cittadino straniero nei confronti di un altro Stato. Soprattutto nel caso in cui questo individuo favorisca l’immigrazione illegale e violi senza permesso i confini della nazione verso cui sta andando. La disobbedienza rischia di perdere di senso in questo specifico. Lo stesso Henry David Thoreau la concepiva come atto di resistenza nei confronti di leggi ingiuste e tiranniche del proprio governo. Non come violazione delle leggi di una nazione straniera.

La causa dell'accoglienza. 
Infine, siamo certi che atti dimostrativi di questo genere aiutino chi vorrebbe più apertura sull’immigrazione a diffondere il suo messaggio? È forse inneggiando al forzare posti di blocco e regolamenti che si riesce a sensibilizzare l’animo degli italiani sul problema degli immigrati? O la solidarietà del resto d’Europa? Chi fugge da guerre, fame e miseria ha molto più diritto ad entrare attraverso percorsi legali, sicuri e controllati, non con azioni illegali, dopo aver subito la pena di settimane di stallo in mare. E al tempo stesso i cittadini di uno Stato hanno diritto al fatto che i confini della propria nazione siano attraversati con procedure legali. 
Del RIO (PD) a bordo della Sea Watch

Una scelta diversa. 
Forse l’opposizione può fare diversamente e meglio, promuovere un dibattito, fornire soluzioni pratiche, convincere gli italiani con progetti ed idee su integrazione ed accoglienza, indebolire la politica di Salvini con fatti e credibilità. 


Salire su una nave non basta, anzi rischia di trasformarsi in una stucchevole passerella, in un esercizio di pedante pedagogia e replicare tutti gli stessi errori del passato.


«L’ORIGINE ANTROPICA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE È UNA CONGETTURA»

Bisogna basarsi sui «fatti», non sulla «propaganda». Intervista al professor Ricci, tra i firmatari dell’appello “Clima, una petizione controcorrente”

«Non si può prendere una ragazzina e mandarla in giro per il mondo a “lottare”, ho proprio sentito usare questo verbo come slogan nelle varie manifestazioni di piazza, contro il cambiamento climatico. Ma che significa? È un’affermazione che ha la stessa logica di chi afferma di volere “lottare” contro il fatto che la terra giri su se stessa».


Renato Angelo Ricci, professore emerito di Fisica all’Università di Padova, già presidente della Società italiana di Fisica e della Società europea di Fisica, è tra i firmatari di “Clima, una petizione controcorrente” pubblicata qualche giorno fa dall’Opinione.

Cosa “non” sappiamo

La lettera, indirizzata ai politici, raccoglie le firme di studiosi, professori, esperti di alto livello sul tema del “riscaldamento globale antropico”. Oltre a Ricci, l’hanno sottoscritta personalità accademiche importanti come Uberto Crescenti, Franco Prodi, Antonino Zichichi. La missiva è ricca di dati, spiegazioni, «fatti», come scrivono i firmatari, per richiamare tutti a un sano realismo di fronte ai sempre più frequenti allarmismi climatici.

«La nostra petizione – spiega Ricci a tempi.it – vuole rimettere le cose un po’ in ordine e riportare il problema sui sentieri di un serio dibattito scientifico. Spiegare cosa sappiamo a proposito di cambiamenti climatici e, soprattutto, cosa “non” sappiamo. Perché, vede, la prima questione da puntualizzare è proprio questa: è più quel che non si sa, di quel che si sa. Uno scienziato che si voglia serio, che non si faccia guidare dalla propaganda e che non si lasci trascinare in polemiche e allarmismi inutili, deve basarsi sui fatti, essere disposto a proporre ipotesi che possano essere discusse, non accontentarsi di modelli, considerati infallibili, che prefigurano opinabili scenari. Insomma, deve seguire il metodo galileiano. Altrimenti il suo non è un atteggiamento scientifico, ma fideistico».

Posizione anticatastrofista

La petizione tocca diversi punti oggi al centro della discussione pubblica, andando a smontare diverse affermazioni che ormai, come nota Ricci, «sono diventate “verità incontrovertibili”. Ma dire “verità incontrovertibili” nel linguaggio scientifico è una bestemmia.

Permettere poi che si confonda il problema climatico con le giuste preoccupazioni relative all’inquinamento (la Co2 non è un inquinante, semmai un gas serra, meno importante ad esempio del metano e del vapore acqueo) e con altri problemi ambientali reali è mistificante.
La nostra è una ferma posizione anticatastrofista analoga a quella di anni fa contro i falsi allarmismi dell’”elettrosmog” e degli Ogm (organismi geneticamente modificati)».

Miliardi di euro

Il lettore avrà la pazienza di seguire il link sopra riportato per approfondire le tematiche toccate dalla petizione, qui si riporta l’osservazione di Ricci che si dice sconcertato dal fatto che «ormai pare non si possa più discutere di nulla. Chi pone dubbi sui cambiamenti climatici d’origine antropica è messo al bando. È qualcosa di assurdo. Ormai ci sono scienziati che devono aspettare la pensione per potere dire cosa pensano perché, se solo lo facessero mentre sono in attività o se solo osassero mettere in discussione le tesi dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), sarebbero subito additati come “negazionisti”, imbecilli o addirittura criminali». Risultato? «Il risultato è che poi i responsabili dei vari Stati prendono provvedimenti in base a questi assunti e spendono miliardi di euro che potrebbero essere destinati a cause migliori».

Il clima cambia

I cambiamenti climatici ci sono sempre stati e ci saranno sempre (per dirla con Franco Prodi, quel che è certo del clima è che cambia). Nella petizione si ricorda «che il riscaldamento osservato dal 1900 ad oggi è in realtà iniziato nel 1700, cioè al minimo della Piccola Era Glaciale, il periodo più freddo degli ultimi 10.000 anni». Al contrario, «l’origine antropica del riscaldamento globale è una congettura non dimostrata, dedotta solo da alcuni modelli climatici, cioè complessi programmi al computer, chiamati General Circulation Models».

Ricci e gli altri scienziati contestano in particolare due “dogmi”: «Il primo – ci spiega il professore – è l’assunto secondo cui il “riscaldamento globale è appurato che sia di origine essenzialmente (al 99%!) antropica”. Il che discende dalla sequenza riduttiva: cambiamento climatico = riscaldamento globale = riscaldamento globale antropico. Una semplificazione senza significato. Se stiamo ai dati, non è scientificamente realistico attribuire all’uomo la responsabilità quasi totale del riscaldamento osservato dal secolo passato ad oggi. Chi lo fa, si affida a modelli che sovrastimano l’incidenza antropica mentre sottostimano la variabilità climatica naturale, fenomeno assai complesso che implica l’uso di numerosi  parametri, molti dei quali tutt’altro che definiti».
La natura governa il clima

Assunto numero due. A Ricci e agli altri che s’oppongono alla vulgata allarmista non va giù che sia fatta passare l’affermazione secondo cui «il 97 per cento degli scienziati sono d’accordo sul fatto che i cambiamenti climatici sono d’origine antropica.
A parte il fatto che le verità scientifiche non si affermano a colpi di maggioranza (Galileo insegna), ciò comunque non è vero, è falso. Come abbiamo ricordato anche nella petizione, già moltissimi  autorevoli colleghi come quelli (migliaia) riuniti intorno al fisico Frederick Seitz, già presidente della National Academy of Sciences americana, oltre a quelli aderenti  al Non-governamental International Panel on Climate Change (Nipcc), sostengono che “la natura, non l’attività dell’uomo, governa il clima”».  

Altri dieci anni. Ancora

Semmai, aggiunge Ricci con amara ironia, «l’unico 99 o 97 per cento di consensi che si raccoglie attorno a una tesi è costituito dalla grande stampa e dai mezzi di comunicazione (purtroppo anche di divulgazione scientifica, che confondono opportunisticamente un sano scetticismo e dubbio scientifico con le banalità delle fake news) schierati compattamente dalla parte di chi sostiene il riscaldamento globale antropico.

E, così, ogni dieci anni, ci dicono che abbiamo solo dieci anni per salvare il pianeta. Ne sono passati più di trenta. 

ORMAI NON SI È PERSO SOLO IL LUME DELLA RAGIONE SCIENTIFICA, MA ANCHE IL SENSO DEL RIDICOLO».

Emanuele Boffi  TEMPI

giovedì 27 giugno 2019

LA PROCEDURA D’INFRAZIONE E LE REGOLE “DISCREZIONALI”



Tutti parlano della “procedura d’infrazione” – ossia della punizione, con tanto di multa – che la UE intenderebbe infliggere all’Italia per “deficit eccessivo”. Ma nessuno spiega se è giusto, chi sono i “punitori” e cosa li muove.
Il professor Luca Ricolfi (area centrosinistra) ha osservato sul “Messaggero” che le cosiddette “regole” vengono fatte valere dalla Commissione europea con una “fortissima discrezionalità”, cosicché “sono state tranquillamente ignorate quando a violarle erano Paesi come la Francia o la Germania”. Mentre per l’Italia si decide in base al governo.


Così è accaduto “che al governo italiano fosse concessa ogni sorta di sforamento e dilazione negli anni di Renzi e Gentiloni…  e, simmetricamente, ora accade che… al governo italiano venga assai più perentoriamente richiesto di obbedire alle regole”.  In sostanza vogliono mettere in riga l’Italia che ha la colpa di aver votato Lega.
Le regole europee sono usate dalla Commissione per costringere l’Italia a sottomettersi e per imporre le sue politiche economiche che si sono rivelate fallimentari  (hanno infatti portato povertà, recessione e disoccupazione).

La cosa che sconcerta è l’assurdità dei pretesti che accampano per colpirci: in questo caso l’irrilevante esiguità della variazione del deficit, che è ben inferiore al deficit della Francia.
Ma nella narrazione corrente sembra che l’Italia meriti di essere punita perché sarebbe spendacciona e danneggerebbe gli altri partner europei i quali sarebbero stanchi di “pagare” i suoi vizi.

Anzitutto va detto chel’Italia è fra i paesi più rigorosi e disciplinati perché da quasi trent’anni è in avanzo statale primario (un economista l’ha definito: “un record assoluto a livello mondiale”).
Ma c’è di più. Ieri Matteo Salvini ha dichiarato:“All’Unione europea gli italiani stanno regalando decine di miliardi (e sangue) da anni, adesso basta”.

E’ vero? Sì. E’ esattamente così. Come ha fatto notare Fabio Dragoni, dal 2000 al 2017 noi abbiamo versato alla UE molto più di quanto abbiamo ricevuto: precisamente 88,720 miliardi in più che, evidentemente, sono andati a beneficio degli altri partner della UE. Inoltre abbiamo contribuito al Fondo Salva Stati con 58,200 miliardi (Fonte DEF 2019).
In totale fanno 146,920 miliardi di cui hanno beneficiato gli altri paesi europei che poi oggi – incredibilmente – vogliono la procedura contro l’Italia per uno scostamento minimo del nostro deficit previsto.
E’ grottesco e ingiusto: con tutti quei soldi avremmo addirittura abbattuto il debito (oltreché il deficit) e rilanciato la nostra economia (con forti investimenti in opere pubbliche).

E’ assurdo che l’opposizione non faccia fronte comune col governo contro questa palese iniquità. E’ anche avvilente che sui media sia l’Italia ad apparire in colpa. Eppure noi non siamo debitori della Ue, bensì creditori. Perché non rivendicarlo tutti uniti?

Forse qualcuno in Italia tifa per la procedura d’infrazione per dare un colpo ai “sovranisti”?  Qualcuno in Italia pensa di avvantaggiarsi se la UE ci impone di dare un nuovo colpo a sanità e pensioni, se ci costringe a una nuova stangata fiscale e a una nuova recessione? C’è chi si aspetta un aiuto straniero contro Salvini?
Spero di no. La “chiamata dello straniero” è sempre stata la causa di tutte le sciagure italiane. La storia insegna che le invasioni, le devastazionie i saccheggi degli eserciti europei nel nostro Paese sono stati possibili per le divisioni fra gli italiani e perché qualcuno di loro chiamava quell’“aiuto” contro altri italiani.

Esemplare il caso dell’Italia rinascimentale che era il faro mondiale della civiltà (nelle corti europee si imparava l’italiano come oggi si studia l’inglese).
Essendo purtroppo divisa in tante fazioni contrapposte fu un boccone ghiotto per gli eserciti “europei”  che non trovavano mai una resistenza concorde.

Lo ha raccontato nella sua “Storia delle repubbliche italiane”  lo storico ed economista ginevrino Sismondo de Sismondi“Alla fine del secolo XV i signori delle nazioni francese, tedesca e spagnolafurono tentati dall’opulenza meravigliosa dell’Italia, dove il saccheggiodi una sola città prometteva loro a volte più ricchezze di quante ne potessero strappare a milioni di sudditi. Con i più vani pretesti essi invasero l’Italiache, per quaranta anni di guerra, fu di volta in volta devastata da tutti i popoli che poterono penetrarvi. Le esazioni di questi nuovi barbari fecero infine scomparire l’opulenza che li aveva tentati”.
Vogliamo imparare dalla storia?

Antonio Socci
Da “Libero”, 24 giugno 2019