lunedì 30 dicembre 2019

RICORDANDO AUGUSTO DEL NOCE


30 ANNI FA TORNAVA ALLA CASA DEL PADRE
IL FILOSOFO AUGUSTO DEL NOCE:
 "Certi cattolici hanno un vizio maledetto: pensare alla forza della modernità e ignorare come questa modernità, nei limiti in cui pensa di voler negare la trascendenza religiosa, attraversi oggi la sua massima crisi".(1985)



L'ANTIFASCISMO 
DI COMODO

INTERVENTO DI AUGUSTO DEL NOCE NELLA POLEMICA SU FASCISMO E ANTIFASCISMO
 (suscitata nel 1987 dall' "INTERVISTA SUL FASCISMO"dello storico Renzo De Felice)

La tesi di De Felice secondo cui è privo di senso pensare la situazione di oggi in termini di antagonismo tra antifascismo e fascismo ha suscitato reazioni che mi riesce difficile spiegare.

Quel che emerge è il contrasto tra due interpretazioni del fascismo; una sorta nel periodo della lotta e ben comprensibile in relazione a quel clima, ma che oggi dovrebbe essere diventata oggetto di storia, mentre invece ancora tiene il campo nella cultura ancor più che nella politica, non tanto intermini di affermazione diretta quanto nelle valutazioni che ne dipendono; l'altra per cui si tratta di render conto di un passato.

Secondo la prima ci sarebbe identità di natura tra tutti i fenomeni autoritari di destraS; il carattere che li unirebbe sarebbe un particolare tipo di violenza, quella repressiva, che sarebbe da distinguere dalla violenza rivoluzionaria, invece giustificabile come necessità, anche se può trascorrere in eccessi e colpire innocenti. Tale violenza repressiva porterebbe a identificare il fascismo con la forma che assume la reazione nel nostro secolo; i ceti che si trovano oltrepassati dal processo di modernizzazione sempre più accelerato della storia di questo secolo si raccoglierebbero in «fasci» e affiderebbero la loro guida ad avventurieri capaci di sollecitare le tendenze più basse delle masse.

Alla violenza repressiva questi movimenti sarebbero condannati dalla loro assenza di cultura («dove c'è fascismo non c'è cultura, dove c'è cultura non c'è fascismo», si è detto), dalla incapacità dunque di discussione e di dialogo. Manca loro anche quel tanto di positività culturale che sussisteva nei reazionari dell'epoca della restaurazione. Sarebbe dunque una violenza che nasce dalla barbarie intellettuale; in ragione di questa barbarie troverebbe giustificazione, almeno in linea di principio, la norma costituzionale del partito fascista. Questi movimenti si diversificherebbero in relazione alle tradizioni dei vari Paesi; ma il loro logico esito finale sarebbe il nazismo e i suoi campi di sterminio.

Ora la ricerca storica (non solo quella di De Felice, che è il maggiore storico del fascismo, ma quella di molti autorevoli studiosi del ventennio tra le due guerre), ricerca per nulla influenzata da pregiudizi favorevoli del fascismo, o anzi orientata a raggiungere una sua condanna razionale e non emotiva, ha portato a risultati che divergono da questo modo di vedere. Così, rispetto alla natura comune di fascismi, e limitiamoci al rapporto tra fascismo e nazismo, considerati oggi dalla maggior parte degli studiosi fenomeni affatto eterogenei, e questo per la diversa posizione che essi assumono rispetto al comunismo.

Secondo la giusta frase di Ernst Jünger il nazismo è «una rivoluzione contro la rivoluzione», espressione che si può intendere come designante una rivoluzione totalmente subalterna, nell'opposizione, al suo avversario comunista; una sorta di decalco naturalistico per cui alla classe sostituisce la razza. Si sarebbe portati a dire che il nazismo incarna quella «rivoluzione in senso contrario» che De Maistre additava ai controrivoluzionari della sua epoca come l'esempio che doveva essere assolutamente evitato. Invece il fascismo voleva presentarsi come la vera rivoluzione del nostro secolo, ulteriore alla marx-leninista, perché adeguata a Paesi per cultura e per civiltà più maturi della Russia.

La sua storia è certo storia di un fallimento, ma ciò non toglie che in esso non siano implicati i più alti vertici della cultura dei due decenni del nostro secolo. «Errore della cultura», come diceva Giacomo Noventa, non «errore contro la cultura».

Che qualche espressione di De Felice (p. es.: «grottesche norme») sia stata forse troppo a punta, non ho difficoltà ad ammetterlo. Ma mi chiedo quale controproposta i suoi critici possano avanzare. Forse stabilire come assioma fondamentale, principio della Costituzione, quella tale interpretazione del fascismo come pura barbarie? Ho troppo rispetto per pensarlo ma non mi riesce di vederne altra. 

Pericoli per la libertà, e ancor più direi per la «vita buona» (uso questo termine nel senso in cui ne parlava quel finissimo spirito che fu Felice Balbo, differenziandola dal «benessere»), ce ne sono in questo scorcio di secolo ed estremamente gravi; ma non hanno origine nel fascismo, non fosse altro perché gli strumenti di oppressione di cui esso si serviva erano, rispetto a quelli che la tecnica di oggi può offrire, infantili. 

O che vogliano vedere in esso, e di più nel fascismo italiano, quel «male assoluto», che purtroppo nella storia non si dà; dico purtroppo, perché in tale caso sarebbe relativamente agevole decapitarlo, e farla finita con lui per sempre.

 tratto da: Corriere della Sera, 31.12.1987 
(poi in Litterae Communionis, febbraio 1988, p. 51).


domenica 29 dicembre 2019

SE CRISTO NON BASTA.

Di LEONARDO LUGARESI


Perché si sente il bisogno di mettere all'ingresso del palazzo apostolico una croce in cui, al posto di Cristo, è appeso un giubbotto salvagente? Penso che sia perché si crede che quella croce sia qualcosa di più dell'altra: più concreta, più vicina agli uomini del nostro tempo, più convincente, più viva ... comunque qualcosa di più. Non so darmi altra spiegazione, perché penso che l'intenzione sia buona.

Perché si sente il bisogno di fare un pranzo di solidarietà con i poveri proprio in chiesa, e non in uno dei mille altri luoghi disponibili (e più idonei)? Penso che sia perché si crede che in questo modo si aggiunge qualcosa alla chiesa stessa e a ciò per cui la chiesa è primariamente fatta, cioè la santa messa. Si crede cioè di rendere anche l'eucarestia più concreta, più vicina agli uomini del nostro tempo, più convincente, più viva, eccetera eccetera. Anche in questo caso, qualcosa di più. Se mi perdonate la trivialità, il retropensiero è che la lasagna sfama in modo più concreto dell'ostia, e quindi mangiarla in chiesa serve a rendere “più vera” anche l'altra manducazione. Non so darmi altra spiegazione, perché debbo pensare che anche qui l'intenzione sia buona.
Però mi faccio (nel senso che la faccio prima di tutto a me stesso) una domanda: non è che in questo modo noi confessiamo che, in fin dei conti, Cristo non ci basta?
«Cristo mi basta» è sempre stata la formula suprema della fede del cristiano, da quando Sufficit gratia mea fu la risposta di Cristo alle urgenze di Paolo (2 Cor 12,9). Vale ancora?
Certo che da questo punto di vista il Natale, una volta archiviate tutte le moine con cui lo agghindiamo, è ben problematico: a sentire Dio, dovrebbe bastarci la nascita di un bambino. Auguri!

MEMORIA A SENSO UNICO


Il presidente uscente (e non rientrante!?) Bonaccini ricorda e invita a ricordare il delitto dei fratelli Cervi: cosa sacrosanta.

Ma un presidente che si vanta di essere il Presidente di tutti gli emiliano-romagnoli non dovrebbe ricordare e far ricordare anche le centinaia di delitti IMPUNITI perpetrati da "resistenti" comunisti, spesso a guerra già finita?

La giunta Bonaccini in questi anni ha elargito centinaia di migliaia di euro per iniziative "culturali" che facessero memoria della lotta partigiana, ma NON UN SOLO EURO per far memoria e far luce su quegli omicidi ancora impuniti, che hanno insanguinato la nostra terra.

Cancellare il comunismo e il suo simbolo dai manifesti elettorali è facilissimo, ma cancellarlo dalla testa è dura.

ROMANO COLOZZI


martedì 24 dicembre 2019

IL NATALE È L'INCONTRO CON LA REALTÀ DEGLI UOMINI

Caravaggio, 
"Adorazione dei pastori" (particolare), 1609.
 Museo Regionale di Messina
La lettera del Presidente della Fraternità di CL sul "Corriere della Sera" del 24 dicembre

Julián Carrón

«Dio sceglie proprio questa situazione umana per sfidare la cultura dello scarto con la novità di uno sguardo che esalta il valore infinito di ogni singolo uomo». La lettera del Presidente della Fraternità di CL sul "Corriere della Sera" del 24 dicembreJulián Carrón24.12.2019Caro Direttore, fallimento, insuccesso, sconfitta dei propri tentativi. Non riuscita nella vita. Quante volte è questo il criterio con cui una persona è guardata (a livello professionale, esistenziale, affettivo). E quante volte questo diventa lo sguardo con cui essa guarda se stessa. L’esito è quella vergogna di sé, dietro cui si nascondono situazioni umane fatte di ferite, lacerazioni, dolori, che ciascuno cova nell’intimo come un disagio che a volte esplode a livello personale e sociale.

Se uno non riesce, se non è all’altezza degli standard dominanti, che impongono la riuscita come criterio del vivere, allora è da scartare. È quello che il Papa (lo ha fatto anche di recente parlando dei disabili e dei carcerati) chiama «cultura dello scarto». Purtroppo questa cultura stravince
˗ fino a diventare mentalità comune ˗ non solo fuori, ma anche dentro di noi.

In mezzo a tutto questo scarto, resta qualcosa? Sì, rimane questa nostra umanità ferita, irrequieta, confusa: rimane e grida l’attesa di qualcosa che ci liberi da una situazione che sembra senza via d’uscita. Dio sceglie proprio questa situazione umana, che nessun tentativo sembra in grado di cambiare, per sfidare la cultura dello scarto con la novità di uno sguardo che esalta il valore infinito di ogni singolo uomo.
Davanti ai nostri fallimenti valgono anche oggi le parole del profeta Isaia: «Esulta, o sterile» (Is 54,1), cioè tu e io, che non riusciamo mai a raggiungere gli standard. «Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata» (Is 54,4). Ecco la sfida che Dio lancia al nostro modo così accanito di guardarci secondo la nostra misura o quella degli altri. Dio non ha vergogna di noi, della nostra fragilità, delle nostre ferite, del nostro essere sballottati da tutte le parti, di quel nichilismo che Galimberti descriveva sul Corriere della Sera come «vuoto di senso» (15 settembre 2019).
Dio non ha vergogna di noi, della nostra fragilità, delle nostre ferite, del nostro essere sballottati da tutte le parti.

Ma come Dio lancia la sua sfida? Qual è il gesto più potente che Egli compie nei nostri confronti? Non ci offre una parola consolatoria, ma accade nella nostra vita. Per farci capire quanto valiamo, il Verbo ˗ Dio, il significato, l’origine e il destino del nostro vivere ˗ si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14). Niente è più convincente di questo: il Signore del cielo e della terra assume la nostra umanità. Facendosi carne, e restando presente attraverso la carne, l’umanità reale di persone concrete, può abbracciare ogni situazione umana, entrare in ogni disagio, in ogni ferita, in ogni attesa del cuore. Può far riecheggiare oggi, come parole vive, quelle parole pronunciate per la prima volta duemila anni fa e che danno l’esatta misura della grandezza di ognuno di noi: «Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?» (Mt 16,26). Il nostro io vale più dell’universo! Don Giussani commentava in questo modo le domande di Gesù: «Nessuna donna ha mai sentito un’altra voce parlare di suo figlio con una tale originale tenerezza e una indiscutibile valorizzazione del frutto del suo seno, con affermazione totalmente positiva del suo destino; è solo la voce dell’Ebreo Gesù di Nazareth. Ma più ancora, nessun uomo può sentire se stesso affermato con dignità di valore assoluto, al di là di ogni sua riuscita. Nessuno al mondo ha mai potuto parlare così!» (Generare tracce nella storia del mondo, pp. 7˗8).

Quando questo sguardo valorizzatore dell’uomo entra nella vita di una persona, stupisce fino a lasciare senza parole, inaugura uno sguardo su se stessi che non sarebbe altrimenti possibile. Come mi è capitato di constatare nei giorni scorsi ricevendo la lettera di una giovane amica: «Più cammino sotto questo sguardo, più mi diventano care anche tutte le ferite che ho, le mie piccolezze, i miei dolori, le cose che di me non comprendo, le paure, le meschinità, i peccati. Io so che esse sono la sola possibilità per intercettare il Signore che passa, perché mi rendono disarmata, bisognosa, piccola. Mi stupisco del fatto di non voler censurare più nulla di me, anzi, ostinatamente voglio guardare tutto fino in fondo. La mia umanità mi è cara solo perché è abbracciata così dal Signore che viene».

 Mi viene in mente una pagina indimenticabile di questo incontro con Cristo presente attraverso l’umanità cambiata di un suo testimone. «Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata; […] “da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io”. “Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?”. […] “Lasciate”, disse Federigo, prendendola con amorevole violenza, “lasciate ch’io stringa codesta mano”. […] Così dicendo, stese le braccia al collo dell’Innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale. […] L’Innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, […] esclamò: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono”» (I promessi sposi). Il punto veramente interessante è che l’esperienza dell’Innominato che Manzoni descrive è alla portata di tutti, la vediamo riaccadere in persone come quella giovane amica.

Il punto veramente interessante è che l’esperienza dell’Innominato che Manzoni descrive è alla portata di tutti, la vediamo riaccadere
È questa la «buona notizia» che ci porta il Natale. Non solo delle parole buone, ma l’incontro con una realtà umana, carnale, che sfida il nulla che avanza e consente di guardare tutto se stessi ˗ così come si è ˗ senza vergogna, perché Gesù di Nazareth non si è vergognato di entrare nella nostra carne diventando uomo. Il Natale è quel bambino in fasce che ci dice: «Perché non ti guardi come io ti guardo, come io guardo la tua umanità? Non ti accorgi che sono diventato bambino proprio per mostrarti tutta la preferenza che io ho per te?».


RIABILITARE SODOMA?



Fine modulo
La Pontificia Commissione Biblica pubblica un nuovo libro che riduce il “peccato di Sodoma” a “mancanza di ospitalità”.
 “La storia della città di Sodoma … illustra un peccato che consiste nella mancanza di ospitalità, con ostilità e violenza verso lo straniero, un comportamento giudicato molto grave e quindi meritevole di essere sanzionato con la massima severità”, afferma il nuovo libro. Su questo libro riferisce la giornalista Diane Montagna riferisce nel suo articolo pubblicato su LifesitenewsEccolo nella traduzione di Sabino Paciolla. 
In quello che molti vedono come uno sforzo per normalizzare l’omosessualità nella Chiesa cattolica, il Vaticano ha pubblicato un nuovo libro che riduce il “peccato di Sodoma” (Genesi 19, 1-29) a “una mancanza di ospitalità”. 



“La storia della città di Sodoma … illustra un peccato che consiste nella mancanza di ospitalità, con ostilità e violenza verso lo straniero, un comportamento giudicato molto grave e quindi meritevole di essere sanzionato con la massima severità”, afferma il nuovo libro. 

Fonti consultate da LifeSite hanno descritto il libro come “assolutamente banale” e “ovviamente ridicolo”. Un teologo ha esclamato: “Grazie a Dio questa roba non è magistero”.
Il nuovo volume, intitolato “Cos’è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica”, è stato pubblicato il 16 dicembre dalla Pontificia Commissione Biblica (PBC), e si propone di esaminare la comprensione scritturale della persona umana. Il gesuita padre Pietro Bovati, segretario della Pontificia Commissione Biblica, ha detto che il lavoro è stato svolto per espresso desiderio di papa Francesco. 
Con una prefazione del Cardinale Luis Ladaria, SJ, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Biblica, il volume si compone di quattro capitoli: L’essere umano creato da Dio (cap. 1); L’essere umano nel giardino (cap. 2); La famiglia umana (cap. 3); e l’essere umano nella storia (cap. 4).

La sua trattazione di 10 pagine sull’omosessualità si trova nel capitolo tre, in una sezione intitolata “vie trasgressive” che include anche l’incesto, l’adulterio e la prostituzione. 
La trattazione sull’omosessualità inizia affermando che “l’istituzione del matrimonio, costituita dalla relazione stabile tra marito e moglie, è costantemente presentata come evidente e normativa nel corso di tutta la tradizione biblica. Non esistono esempi di ‘unioni’ legalmente riconosciute tra persone dello stesso sesso”.
La commissione rileva poi l’emergere, soprattutto in Occidente, di “voci di dissenso” rispetto all'”approccio antropologico della Scrittura, inteso e trasmesso dalla Chiesa nei suoi aspetti normativi”.

Gli autori continuano: 
“Tutto questo è giudicato il riflesso di una mentalità arcaica e storicamente condizionata. Sappiamo che diverse affermazioni bibliche, in ambito cosmologico, biologico e sociologico, sono state progressivamente considerate superate con la progressiva affermazione delle scienze naturali e umane; analogamente – si deduce da alcuni – una nuova e più adeguata comprensione della persona umana impone una riserva radicale sul valore esclusivo delle unioni eterosessuali, a favore di una simile accettazione dell’omosessualità e delle unioni omosessuali come espressione legittima e degna dell’essere umano. Per di più – si sostiene a volte – la Bibbia dice poco o nulla su questo tipo di relazione erotica, che non va quindi condannata, anche perché spesso si confonde indebitamente con altri comportamenti sessuali aberranti. Sembra quindi necessario esaminare i brani della Sacra Scrittura in cui il problema omosessuale è oggetto di omosessualità, in particolare quelli in cui viene denunciato e criticato”.

Questo paragrafo è stato citato erroneamente dai media per far sembrare che la PBC approvi posizioni di cui si limita ad annotare l’esistenza. Tuttavia, nel rilevare l’esistenza di queste voci di dissenso radicale, si posiziona retoricamente tra queste e l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Pertanto, il documento non è certamente privo di colpe in questa questione, poiché utilizza una strategia retorica per spostare l’insegnamento percepito della Chiesa verso l’ideologia radicale di genere dei nostri giorni, senza tentare di invertire l’intera distanza in un unico limite. 
Una fonte informata a Roma ha commentato il trattamento dell’omosessualità nel libro, dicendo: “Questo libro è una banalità assoluta, che si evidenzia prima di tutto nel fatto che può essere usato in maniera non corretta da tutti.”

L’inospitale folla di Sodoma

LO ZELIG DE NOALTRI


SOLO UN UOMO CON UNA ECCEZIONALE MASSA DI NEURONI ATTIVI COME ZINGARETTI POTEVA AFFERMARE CHE: Giuseppe Conte è il nuovo "punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste"

Nel generale sottosopra, abbiamo letto un'intervista del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che ha così definito il premier Giuseppe Conte: "Un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste". A un sardo che ha letto le pagine di Antonio Gramsci questo appare come uno scherzo grottesco. Arturo Parisi, uomo con la testa sulle spalle e il polso di granito, ha commentato: "Pressoché unanime tra gli elettori lo sconcerto. Pressoché unanime tra i dirigenti il silenzio". Con l'eccezione di Matteo Orfini, nel Pd è tornata l'era del cinema muto. Ci vuole un grande sforzo di fantasia per vedere Conte, il premier (avvocato del popolo) in un esecutivo sovranista ieri, oggi presidente del Consiglio di un governo europeista, come un punto di riferimento (fortissimo) della sinistra.

Chi è Giuseppe Conte? Risposta: "Un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste". Chi? Cosa? Ma quel Giuseppe Conte che si definì "avvocato del popolo?". Quello, proprio quello, che era presidente del Consiglio mentre il ministro dell'Interno teneva le navi cariche di migranti in alto mare? Quel progressista che approvò senza batter ciglio il decreto sicurezza di Salvini? Proprio lui, capperi. Chi ha coniato una così mirabile definizione del presidente del Consiglio che fu sovranista, poi europeista? Guardate Conte, azzimato, inamidato, con la pochette d'ordinanza, profuma di lacca, è tutto uno stira e ammira, è chiaramente un premier con l'appretto anche se gli manca il manico. Uno Zelig perfetto per il progressismo come lo immagina Zingaretti: trumpiano con Trump, macroniano con Macron, merkeliano con Merkel, socialista con Sanchez, sempre stato conservatore con Johnson, Ungheria First con Orban, prima l'Austria con Kurtz, amici della Grande Madre Russia con Putin, siamo tutti cinesi con Xi. Un uomo immobile, senza dubbio alcuno,  pronto a sostenere Serraj, grande amico di Haftar, un punto di riferimento, dunque fisso, con idee non negoziabili, un uomo tutto d'un pezzo.

L'elevazione del trasformismo di Conte a "punto di riferimento fortissimo di tutte le forze progressiste" è una cosa che poteva riuscire solo a Zingaretti, uomo dalla vasta cultura, dalle profonde letture e riflessioni, l'esponente più lucido della corrente new left, old mistakes. In questo quadro di riferimento politico-filosofico, Zingaretti tocca vette altissime di riflessione. Certo, non la pensano così in tanti dentro il partito e tra i militanti, Arturo Parisi mostra tutti i suoi limiti di coerenza nuragica nell'esprimere qualche dubbio sulla tenuta della figura di Conte; Matteo Orfini è afflitto da pedanteria, proprio non riesce a capire come possa essere punto di riferimento uno dall'animo mobile come Conte; un gruppo di intellettuali a sinistra (sì, esageriamo) mostra smarrimento, ma è comprensibile, non hanno letto tutto Marx e manca loro l'anello di congiunzione tra l'acerbo sovranismo di Conte e il rapido sviluppo europeista della maturità, sempre del Conte. Sì, va detto, c'è stata sorpresa nel vedere abbracciare con tanto ardore il filosofo del diritto nato in Puglia, una fretta eccessiva per molti, ma è chiaro che Conte nel Pantheon progressista è una presenza obbligatoria: Gramsci, Berlinguer, Conte. Non era forse un simbolo di rinnovato operaismo la sua presenza con i dipendenti dell'Ilva a Taranto? Un dibattito intenso, carico di drammaticità, sostenuto dalle profonde note di regia di Rocco Casalino.

Il problema non è Conte, sia chiaro, fa il suo gioco, sfrutta ogni falla dei modesti partner e avversari, è un perfetto Zelig. Qui il tema che affascina gli scienziati è quello del frullatore che è acceso nella testa del segretario del Pd. Questo fenomeno della politica in progress, Conte, a quanto pare è visibile solo a un uomo con eccezionali masse attive di neuroni come Zingaretti.

D'altronde, il segretario del Pd ha colto perfettamente il voto inglese qualche giorno fa definendolo come quello  della "destra ignorante". Tutti bifolchi, in Inghilterra, si capisce. Quel giudizio ha innescato una profonda autocritica tra gli accademici del Balliol College dell'università di Oxford, dove quel cafone di Boris Johnson si è impunemente laureato. Titoli a parte, il problema è quello del livello culturale, è chiaro che Zingaretti ha più sintonia con un raffinato pensatore come Conte e non con un mezzadro inglese spettinato, bevitore di birra e oratore di versi in latino che ha scritto libri, diretto una gloriosa testata, governato per due volte una città periferica e bigotta come Londra.

 Se uno fa il primo ministro inglese, è leader del Tory Party, non finisce nel bizzarro Pantheon di Zingaretti, ma va dritto nella legione dei bifolchi, non può essere né colto né intelligente e se per soprammercato è pure ricco, quella ricchezza è senza charme. E il cachemire, signora mia? Che domanda, è sempre stato di sinistra. 

tratto da LIST

TOLOSA: INTERROTTO PRESEPE VIVENTE AL GRIDO DI "STOP AI FASCISTI"



Tanto tuonò che piovve. Accade in Francia, precisamente a Tolosa, dove un gruppo di circa cinquanta soggetti ha interrotto un presepe vivente dei bambini al grido di: «Stop ai fascisti».
Sabato scorso alle 16 in place Saint-Georges i bambini si erano dati appuntamento per la rappresentazione guidati dall’associazione Vivre Noël, il tutto avrebbe dovuto svolgersi fino alle 18 con l’accompagnamento di diversi cori. Ma il gruppo di soggetti di cui sopra hanno cominciato a inveire contro i «fascisti» e gli «sbirri».
Le urla hanno spaventato i piccoli figuranti, mentre questi signori autodefinitosi «anticapitalisti» volevano proprio che la rappresentazione si interrompesse. E hanno raggiunto il loro risultato, perché pastorelli e pecorelle hanno abbandonato il campo o almeno gli è stato fatto abbandonare senza che loro capissero bene il perché.
Mai si era arrivati all’intimidazione fisica, con cui gli autoproclamatisi antifascisti, con metodi da perfetti fascisti, hanno minacciato non solo bambini, ma anche i giornalisti e i fotografi.
l’arcivescovo di Tolosa, monsignor Robert Le Gall, è intervenuto:” Mi dispiace che il semplice ricordo della nascita di Gesù e dei valori che trasmette non sia più rispettato nel nostro paese e susciti anche degli atti di violenza verbale e fisica da parte di quelli che si erigono come difensori della libertà».
Al momento in Francia non c’è stata nessuna reazione, anche se in piazza ad essere insultati c’erano dei bambini delle scuole elementari che ancora non hanno studiato cosa sia il fascismo, e che certamente non sanno cosa sia.
Ma anche in Italia, tra i molti karaoke di Bella ciao (anche in chiesa, al termine della Messa) e le piazze con sardine, si fa presto a dire «fascista» a questo e a quella.
Un po’ come Peppone nel film Don Camillo monsignore… ma non troppo, quando sonnecchiante al Senato si sveglia nel bel mezzo di una scaramuccia tra parlamentari e scatta subito con la parola d’ordine, sempre valida indipendentemente dal merito del contendere: «Fassisti



venerdì 20 dicembre 2019

NON MI SEMBRA LA CROCE DI CRISTO


LEONARDO LUGARESI
Leggo e vedo che il papa ha fatto porre all'ingresso del palazzo apostolico una croce in cui, al posto del Crocifisso, c'è un giubbotto salvagente.
Per quanto ne so, in duemila anni di storia del cristianesimo, i cristiani non hanno mai avuto altra croce che la croce di Cristo e perciò non vi hanno mai rappresentato altro che il corpo di Cristo crocifisso. Quel corpo (cioè quella persona) non è sostituibile con nessun'altra immagine, perché quella sofferenza e quella morte non sono equiparabili a nessun'altra sofferenza e a nessun'altra morte, né per metonimia né per metafora. Solo quella sofferenza e solo quella morte sono salvifiche. Solo quella sofferenza e quella morte sono universali.
Si può e si deve certamente comprendere – come la chiesa ha sempre creduto e affermato, con i fatti e non solo a parole (anche prima del 13 marzo 2013!) – che nella sofferenza e nella morte di Cristo sono comprese, abbracciate e salvate tutte le sofferenze e le morti ingiustamente patite dagli uomini, tra cui certamente anche quelle dei migranti, ma non si può prendere una sofferenza umana particolare, assumerla a simbolo universale e sostituirla al sacrificio di Cristo.
Il giubbotto salvagente non è il simbolo della fede cristiana. IL giubbotto salvagente non è un simbolo di sofferenza universale e tanto meno di salvezza universale. Nel giubbotto salvagente, per dire solo la cosa che mi brucia di più, non possono riconoscersi le migliaia di cristiani che ogni anno vengono uccisi a causa della loro fede, non in mare ma sulla terra (dove il giubbotto salvagente non serve a nulla).
È come se da quella croce lì fossero stati esclusi tutti gli altri sofferenti, tutte le vittime e tutti i perseguitati che non sono migranti.
Posso dire che sono scandalizzato?


giovedì 19 dicembre 2019

L’EUGENETICA EMILIANO ROMAGNOLA



 L’Emilia-Romagna all’avanguardia nell’eliminazione dei bimbi Down?

L’eugenetica fa passi da gigante anche in Italia. La conferma arriva dall’Emilia Romagna, che in un comunicato diffuso il 6 dicembre sul sito Internet della Regione si vanta dell’introduzione di nuovi test per la diagnosi prenatale.
Si tratta del cosiddetto Nipt (Non invasive prenatal testing), che la giunta di centrosinistra guidata da Stefano Bonaccini presenta come «un test di screening innovativo, non invasivo (un semplice prelievo di sangue) e sicuro per donna e feto. Che consente di prevedere con un alto grado di attendibilità alcune alterazioni dei cromosomi, e cioè le trisomie 21 (sindrome di Down), 18 (sindrome di Edwards) e 13 (sindrome di Patau), già dalla decima settimana di gestazione».
Il comunicato afferma poi che il Nipt ha «una sensibilità e una specificità che arrivano all’incirca al 100% nell’individuazione del rischio di sindrome di Down e di trisomia 13, e poco inferiori nella trisomia 18». E prosegue trionfalmente spiegando che «è l’Emilia Romagna la prima Regione in Italia ad introdurlo gratuitamente per tutte le donne residenti in stato di gravidanza, indipendentemente dall’età e dalla presenza di fattori di rischio».
I nuovi test saranno disponibili su richiesta dal gennaio 2020, cioè proprio nel mese in cui gli elettori emiliano-romagnoli saranno chiamati a votare per il rinnovo del parlamento e della giunta regionali. Inoltre per questo ‘servizio’ ci sarà «addirittura l’azzeramento dei costi a carico dei cittadini».
In realtà i costi ricadranno su tutti i cittadini della regione – in particolare sui contribuenti – compresi i molti che sono comprensibilmente contrari a simili test per la selezione eugenetica e, quindi, all’aborto. Figuriamoci a finanziarli di tasca propria e sentirsi dire dal proprio presidente che è tutto gratis.
Andiamo poi all’affermazione, che suona come un macabro paradosso, secondo cui il Nipt sarebbe «sicuro» per il feto. Va comunque detto che il Nipt è solo il primo gradino di una procedura che ha comunque all’orizzonte amniocentesi e villocentesi, quando si vuole la conferma diagnostica di una probabile anomalia cromosomica.
Inoltre, se il Nipt diventerà una routine ospedaliera, addirittura gratuita, la mentalità eugenetica troverà terreno fertile per diffondersi ancora di più. Perché, appunto, il Nipt ha il fine di individuare – con «una sensibilità» di circa il 100%, come afferma con entusiasmo la Regione Emilia Romagna – i bambini ritenuti difettosi e perciò da scartare, uccidere, attraverso l’aborto. Come dire che si celebra l’idea di poter fare a gara con Paesi come l’Islanda e il suo famigerato 100% virtuale di aborti di bambini con sindrome di Down.
La premessa comune è sempre quella che l’aborto sia un diritto, perciò parlare di “sicurezza” per i bambini è un’offesa a quei piccoli che si sono visti e si vedranno togliere la vita nel grembo materno, nonché all’intelligenza di tutti.
Questi test vengono presentati come uno straordinario avanzamento del progresso, non vedendo o non volendo vedere che si tratta di un imbarbarimento e disumanizzazione delle nostre società.
La suddetta cultura, purtroppo oggi dominante, parla in modo ossessivo di “diversità”, “non discriminazione”, “rispetto”, ma solo quando si tratta di promuovere azioni e leggi che vanno contro la famiglia, la maternità, la vita umana.

È la stessa intellighenzia autoreferenziale che festeggia ritualmente la Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down, chiedendone una volta all’anno la piena “inclusione” (se già nate), ma nel frattempo si adopera perché non ne nascano più.


PELOSI SU TRUMP: «NON ODIO NESSUNO, SONO CATTOLICA». MA SULL’ABORTO NON È CATTOLICA



La portavoce della Democrat House Nancy Pelosi si dichiara cattolica quando difende le sue opinioni politiche.

Pelosi ha una lunga storia di sostegno all'aborto volontario, e il suo partito ha fatto a pezzi la libertà religiosa. Tuttavia, continua a insistere di essere una cattolica fedele e orante.
Qualche giorno fa ha menzionato di nuovo la sua fede cattolica quando un giornalista ha chiesto se la sua vera motivazione per le audizioni sull'impeachment è che "odia" il presidente Donald Trump, come riferisce l'AP .

"Odi il Presidente, signora Presidente?" Chiese la giornalista mentre Pelosi stava finendo la sua conferenza stampa settimanale.
"Non odio nessuno", rispose arrabbiata Pelosi. “Si tratta della Costituzione degli Stati Uniti e dei fatti che portano alla violazione del giuramento da parte del presidente. E come cattolico, sono offesa  perché lei usato la parola odio in una frase che mi si rivolge. "
Pelosi ha detto che prega per Trump. 
Lo ha anche denunciato come un "codardo" per non aver messo in atto restrizioni sulle armi e "crudele" a causa delle sue politiche sull'immigrazione.
Prima di uscire innervosita dalla stanza, Pelosi si è anche scagliata contro il giornalista che ha posto la domanda, dicendo: "Non scherzare con me quando si tratta di parole del genere".

"I don't hate anybody…As a Catholic, I resent your using the word hate in a sentence that addresses me. I don't hate anyone…So, don't mess with me when it comes to words like that."

Ma Pelosi non pratica ciò che predica.
Contro la sua fede e i suoi diritti umani fondamentali, si oppone costantemente alla legislazione a favore della vita – combattendo  ogni minima protezioni per i bambini dall'aborto. Più di 80 volte quest'anno, ha bloccato una proposta di legge per proteggere i neonati che sopravvivono agli aborti dall'infanticidio .
Pelosi è stata un fedele politico per l'industria dell'aborto, arrivando persino a chiamare l'aborto in ritardo "sacred ground". In qualità di Presidente della Camera, ha tentato di smantellare le politiche a favore della vita dell'amministrazione Trump e ripristinare tagli nei confronti di  Planned Parenthood e altre attività abortive. Pelosi ha stretti legami con Planned Parenthood , la più grande catena di aborti in America.

Alla fine dell'anno scorso, ha detto a RollCall che "la salute riproduttiva delle donne" - un eufemismo per l'aborto illimitato fino alla nascita - sarà la sua priorità come oratore.
Sotto la sua guida, anche la libertà religiosa è stata compromessa e organizzazioni benefiche cattoliche come le Piccole Sorelle dei Poveri sono coinvolte in costose battaglie legali che durano anni per difendere il loro diritto di praticare le loro credenze.

 NATIONAL   MICAIAH BILGER 5 DIC 2019 | WASHINGTON, DC

 Tratto da Lifenews
il breve video del breafing

noi li chiamiamo cattolici adulti ......



venerdì 13 dicembre 2019

IL RAPPORTO FRA FEDE E POLITICA



 Mons. NICOLA BUX

Monsignor Nicola Bux è stato uno dei principali relatori della due-giorni di Anagni. “A Cesare e a Dio” può rappresentare un momento spartiacque dell’attuale dibattito attorno ai rapporti intercorrenti tra Chiesa e politica. E Bux, già collaboratore di Joseph Ratzinger, non fa mistero di come la situazione, rispetto a qualche anno fa, sia profondamente mutata.


Qual è l’odierno rapporto tra Chiesa e politica?
Per comprenderlo, bisogna vedere come la pensava Gesù Cristo: al quesito se pagare o meno il tributo a Cesare, simbolo dell’autorità politica, ha fatto realisticamente osservare che, usando la moneta, si riconosce implicitamente l’autorità di chi l’ha coniata; il punto è di non attribuire a questa attributi divini. Di conseguenza, i cristiani non bruciarono incenso all’imperatore che si riteneva ‘figlio di Dio’, ma riconoscevano come unico Signore Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio. Questi aveva pure precisato: il mio regno non è di questo mondo. Così, la Chiesa, che è il germe di tale regno, non se ne può occupare se non per chiedere la libertà di far conoscere il Vangelo. Di tutte le altre cose, in primis dei poveri, si interessava per evangelizzarli. Quindi, è inutile l’analisi che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri, peraltro contestata dalle statistiche; è pure inutile rincorrere l’utopia di far scomparire la povertà, perché Cristo ha detto: i poveri li avrete sempre con voi. Infatti, la Chiesa, si è occupata di civilizzare il mondo con l’evangelizzazione; a tal proposito, ad Anagni, è stato portato l’esempio dei Longobardi. Insomma alla Chiesa interessa la conversione degli uomini, perché è questa che cambia il mondo. La ‘vera politica’ è cristianizzare il mondo, predicando la conversione, non mondanizzare la Chiesa. Se l’uomo si converte, non resta imbrigliato nelle categorie conservatore/progressista, reazione/rivoluzione che hanno attraversato a fasi alterne la storia, ma è capace di operare la sintesi equilibrata tra tradizione e innovazione.

Rispetto ai tempi di Ruini qualcosa è cambiato?
Sì, in Vaticano sono stati convocati i movimenti popolari, in gran parte atei e veteromarxisti; invece, non è stato incoraggiato il grande movimento per la vita, forse perchè il papa ha dichiarato di non comprendere i principi non negoziabili. Invece, Giovanni Paolo II ha reso la Chiesa consapevole che il male morale si può incarnare storicamente nella politica, come è avvenuto con l’Unione Sovietica; perciò non si può scendere a compromessi, ma si può vincere con l’aiuto di Dio. Negli anni ’70, in Occidente e pure in Vaticano c’era la convinzione che il comunismo sovietico sarebbe durato ancora a lungo e quindi bisognava scendere a compromessi. La famosa ost-politik del card. Casaroli avallata da Paolo VI; un po’come si sta facendo con la Cina oggi. Giovanni Paolo II invece confidava nella vittoria morale e si dedicò ad affrontare il male, non con marce e convegni per la legalità e la pace, ma come un uomo di Chiesa, per di più sacerdote, deve fare: quando era arcivescovo di Cracovia, promosse la preghiera, le Messe per la patria; da papa, le Messe di Solidarnosc ai cancelli delle fabbriche, l’Anno della redenzione nel 1984, la consacrazione alla Madonna. Così nel 1989 cadde il muro di Berlino e l’anno dopo si dissolse pure l’Unione Sovietica. Fu la resa, grazie alla fede religiosa. Non è il tempo ad essere maggiore dello spazio, ma la morale ad essere più della politica; tantomeno può essere l’ingiustizia la fonte delle diseguaglianze, ma il mistero di iniquità, il male morale. Tutto questo ricorda che all’origine della politica deve esserci la vita morale. La politica è vera quando è consapevole dell’incompletezza dell’uomo – ossia il peccato originale – : se non se ne libera, andrà come l’ubriaco incessantemente dalla rivoluzione alla restaurazione. Per questo, nella Chiesa, ha osservato il prof. De Marco, non si deve mai accantonare la dialettica tra il peccato e la grazia. Se l’uomo si converte, diventa capace di annunciare la parola di vita e dove fosse perseguitato, parlerà il sangue, come scrive Karol Wojtyla nella lirica a Santo Stanislao.

POPOLO VIOLA, GIROTONDINI, MADAMINE, ACCIUGHE


NON SO CHI SONO, CHE COSA VOGLIONO, NÉ DOVE SONO DIRETTI.
MA LI TROVO TUTTI CARINI

di Riccardo Ruggeri

È meraviglioso per un apòta (*) come me (noi apòti non ci fidiamo né della destra, né della sinistra, né del centro) vivere a lungo, specie se nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Se vivi a lungo e sei stato sempre stato te stesso, da «testimone» ti fai «memoria». È bello. A questo punto anche i birbanti, voltagabbana strutturali di cui è ricco il mondo, sono costretti a rispettarti.

Piazza Vittorio Veneto di Torino è stata per molti anni al centro della mia vita, in parte lo è tuttora. Al civico 9, in una portineria, ci sono nato nel 1934. In quei 15 metri quadrati, con i miei nonni e genitori, ci ho passato l'infanzia e l'adolescenza. Sono stato felice, molto. 

Il 14 maggio 1939, a 5 anni, mia mamma mi mise a cavalluccio, così potevo, dai portici, vedere una massa impressionante di persone che non solo riempivano la piazza (anche allora si diceva, «pressati come sardine» e Wikipedia avrebbe garantito ottant'anni dopo che la piazza può contenere fino a 100 mila persone). C'era un palco, con un signore appena arrivato da Roma, vestito di nero d'orbace che urlava, si agitava, e i 100 mila lo applaudivano freneticamente. C'era tanto rumore, questo il mio unico ricordo. Era la Torino fascista, diceva la mamma, noi antifascisti «schedati» eravamo quattro gatti, operai Fiat ed ebrei, il nonno era provvisoriamente in gattabuia, ci sarebbe rimasto fino alla partenza per Roma del treno del Duce. Oggi, mio nonno (voleva lo chiamassi Nonno Stalin) sarebbe un eroe. Molti di questi attuali antifascisti di ritorno dichiarano di aver avuto un nonno antifascista, chissà se sarà poi vero.

Sei anni dopo, il 2 maggio 1945, piazza Vittorio era di nuovo strapiena, c'erano gli stessi del maggio 1939, solo che in pochi mesi da fascisti erano curiosamente tutti diventati antifascisti, alcuni, indossando un paio di pantaloni di velluto e un giacca di fustagno, si dichiaravano addirittura partigiani, tutti erano ora filo angloamericani (avevano dimenticato che poco prima urlavano «Dio stramaledica gli inglesi»). Questa volta però mia mamma era in prima fila, con me per mano: da «ex schedati» il podio stradale ci spettava. (..) 

Nel dopoguerra i torinesi, nel frattempo divenuti comunisti, con qualche sfrido di liberali dell'alta borghesia ex monarchica, si ritrovavano spesso in piazza Vittorio, il 1° maggio tutti nel suo grande ventre. Da apòta non partecipai mai attivamente a nessuna piazza, delle piazze mi piacevano però le atmosfere, per cui rimanevo ai suoi margini per respirarle. Ora abito in una casa di ringhiera adiacente a piazza Castello, qualche centinaio di metri da dove sono nato, e mi ritrovo un'altra piazza (Castello), altri palchi, altri oratori, che urlano e si agitano. 

È cambiato solo il look, non più il nero d'orbace, o le tute blu del dopoguerra, ma i colori borghesi dell'arcobaleno, tipici del Ceo capitalism. Si danno nomi curiosi, per esempio, «popolo viola», «girotondini», a volte «madamin», ora «acciughe». Non ho mai capito, come ovvio per mie carenze culturali tipiche dell'apòta, chi sono, cosa vogliono, dove sono diretti. 

Però, lo confesso, li trovo tutti carini.

(*) Apòta è colui che non se la beve,   che non presta fede a tutto, non crede ingenuamente a ciò che gli viene detto, e desidera e ricerca una verità diversa da quella scodellata.