venerdì 27 settembre 2019

LA FALSA SACRALITA’ DELLA SUPREMA CORTE



LA CORTE NON E’ UNA ENTITA’ METAFISICA, MA UN ORGANO DI INDIRIZZO POLITICO

Ieri la Corte costituzionale ha emesso una sentenza con la quale legittima, a determinate condizioni, l'aiuto al suicidio. (Non il “suicidio assistito” o “l'assistenza al suicidio”, come pur si sente dire, con una piccola truffa linguistica basata sull'ambiguità del verbo “assistere”. L'art. 580 del Codice penale, puniva chi «agevola in qualsiasi modo l'esecuzione» di un suicidio).
Lo ha fatto dopo una camera di consiglio durata due giorni: segno inequivocabile di un dibattito molto tormentato e indizio quasi certo di una decisione presa a maggioranza. Del resto, anche il testo dell'ordinanza di rinvio emessa undici mesi fa dalla stessa Corte, – nella quale peraltro, del tutto irritualmente, veniva già prefigurato il contenuto della sentenza di ieri – portava il segno di forti contrasti tra dottrine e orientamenti diversi in seno al collegio giudicante.
MARTA CARTABIA, Vicepresidente della Corte
So che l'ordinamento italiano non prevede, a differenza di altri, la possibilità che i membri di un collegio giudicante rendano pubblica la loro dissenting opinion, cioè il proprio motivato dissenso dalla decizione presa dalla maggioranza del collegio. Quello che ignoro – e pregherei chi tra gli eventuali lettori fosse in grado di illuminarmi su questo di spiegarmelo – è se per i giudici della Corte costituzionale esista una norma di legge che esplicitamente lo vieta e come sia punita la violazione di tale divieto.
Lo chiedo perché, se non vi fosse una proibizione esplicita e diretta, io credo che almeno in un caso come questo, in cui è in gioco un bene di tale importanza, i giudici dissenzienti avrebbero il dovere morale di far conoscere al popolo italiano (nel cui nome giudicano!) il loro diverso giudizio. Anche a costo di una forzatura rispetto alla prassi consolidata e rispetto ad un “principio generale”. (Le forzature, quando si voglion fare, si fanno: del resto, anche anticipare la sentenza in un'ordinanza di rinvio non è una “sgrammaticatura”, e non da poco,  rispetto al principio che un giudice decide solo con la sentenza e nella sentenza, e non prima?)
Me lo aspetterei, in particolare, dal giudice Marta Cartabia, vicepresidente della Corte, cattolica, che presumo sia stata in prima fila nel sostenere ragioni diverse e contrarie a quelle che hanno portato alla sentenza di ieri.
Perché penso che sarebbe doveroso compiere un gesto di rottura di questo genere? Perché servirebbe a togliere di mezzo un inganno: quell'alone di “falsa sacralità” con cui ancora si avvolge l'operato della “Suprema Corte”, come se essa pronunciasse verdetti “divini” che scendono direttamente dall'Olimpo del Diritto e non fosse invece un organo di indirizzo politico. Sapere che non “La Corte” come entità metafisica, ma poniamo otto o nove giudici su quindici hanno fatto un certo ragionamento, mentre sette o otto ne hanno fatto un altro; poter mettere a confronto le diverse logiche culturali-politiche-giuridiche che hanno condotto a conclusioni opposte, eccetera eccetera, significherebbe restituire ai cittadini la possibilità di sapere come stanno le cose. Che è la base di ogni libertà.
LEONARDO LUGARESI

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