martedì 15 novembre 2022

IL PARTITO CONSERVATORE PER CHIUDERE (E SALVARE) L’ERA BERLUSCONIANA


La capacità di risposta alla crisi economica, energetica e geopolitica, la costruzione di una forza strutturata e insieme aperta alla società civile saranno il banco di prova per Giorgia Meloni

Lorenzo Malagola

 

L’ottobrata romana 2022 ha veramente decretato la fine dell’era berlusconiana? Il segnale di forza lanciato da Giorgia Meloni nei giorni precedenti le consultazioni quirinalizie per la composizione del nuovo governo ha posto con chiarezza la questione della chiusura di un’epoca iniziata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994.

La durezza dello scontro tra il vecchio leader e la giovane contendente svela la vera posta in gioco, che va oltre qualche posto di governo. Un passaggio di consegne che, come spesso avviene in politica, si consuma dentro una frattura.

Annoverare gli indubbi meriti di Berlusconi non è difficile. La svolta liberale, fatta dall’incontro tra culture diverse (socialiste, riformiste, cattoliche), ha messo le basi per la creazione ex nihilo del centrodestra italiano dopo gli anni di Tangentopoli e per il suo collocamento euro-atlantico tramite il perno di Forza Italia inserito nel Partito popolare europeo. Svolta che ha fermato il pericolo comunista e aperto una cornice di alleanze che ancora oggi regge il passare dei decenni. Il liberalismo berlusconiano si è innervato di sussidiarietà, di attenzione alle piccole e medie imprese, di creazione di un contropotere nelle istituzioni. Il suo euro-atlantismo ha riscoperto la via democristiana e socialista di un rapporto costruttivo con il Mediterraneo e con l’Est Europa, sognando perfino una Russia europeizzata. Il rapporto con il mondo cattolico ha trovato nell’intelligenza ruiniana una sponda creativa e organizzatrice che ha permesso una via italiana – purtroppo finita anzitempo – alla questione religiosa.

Quando si è rotta la catena di trasmissione di tutto ciò? L’evento periodizzante che sancisce la volontà del padre politico Berlusconi di non lasciare alcuna eredità ai figli data con l’annullamento delle primarie del Popolo della libertà, partito nato per riunire e sintetizzare le grandi famiglie di Forza Italia e Alleanza nazionale.

Andare a rileggere oggi le cronache di fine 2012 può risultare veramente istruttivo. Angelino Alfano e Giorgia Meloni, i due principali contendenti di quelle primarie mai consumate, hanno infatti in vario modo provato a cogliere il lascito di Berlusconi abbandonando il Pdl e fondando due nuovi partiti. Il Nuovo Centrodestra, tentativo giusto e coraggioso, ha avuto vita breve mentre Fratelli d’Italia ha registrato una lenta ma costante crescita che oggi riporta il centrodestra unito al governo, la prima volta senza la guida di Silvio Berlusconi.

Non c’è solo il capitano

Passati dieci anni dalla disputa ereditaria, si chiude un’epoca e se ne apre un’altra, che salva tante cose di quella stagione e pone all’orizzonte alcune novità.

Due su tutte: da un lato, il ritorno alla centralità del partito come luogo di vita politica e, dall’altro, il conservatorismo come schema ordinativo della scena pubblica e come cultura riassuntiva di storie diverse.

Il movimentismo berlusconiano, che ci ha lasciato in eredità la centralità del leader come motore dell’azione politica, va corretto con una forma partito che tenga insieme pensiero, azione e composizione degli interessi di fronte alla complessità della realtà sociale ed economica. 

Il conservatorismo, invece, lavorando a specchio con il progressismo, indirizza il campo politico verso una nuova stagione bipolare. A destra chi guarda alla bellezza del presente come frutto di una tradizione senza scordare la necessità del cambiamento, a sinistra chi rimanda continuamente al futuro l’attesa di un bene oggi assente.

La capacità di risposta del governo alla crisi economica, energetica e geopolitica, la definizione di un conservatorismo mediterraneo e la costruzione di un partito strutturato e, al tempo stesso, aperto alla società civile saranno il banco di prova per Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Guardando a quanto accaduto finora, possiamo ben sperare.

Lorenzo Malagola è deputato FDI e segretario della Commissione Lavoro della Camera

Tratto da TEMPI

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