mercoledì 29 gennaio 2014

UN PRETE NON NEGOZIABILE

CARDINALE PHILIPPE BARBARIN
VESCOVO DI LIONE 
PRIMATE DELLE GALLIE

Aborto, eutanasia, procreazione, famiglia: “Pregare, parlare, agire e manifestare in nome del Vangelo. Mantenere viva l’attenzione, ringraziando chi ci aiuta a restare vigili”. Lo dice il vescovo di Lione
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Non è solo un programma politico imperniato su laïcité, culto della République e confinamento della religione alla sfera privata. Quello che sta attraversando la Francia è qualcosa di più, “è un cambiamento di civiltà”. Una battaglia che si gioca ora, e il campo è quello della famiglia. A parlare al quotidiano cattolico la Croix è l’arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, il cardinale Philippe Barbarin. Il porporato – laurea in Filosofia alla Sorbona e in Teologia all’Institut Catholique di Parigi – era in prima fila, domenica 19 gennaio, alla Marcia per la vita di Parigi, e parteciperà anche alla Manif pour tous del prossimo 2 febbraio nella città di cui è vescovo da dodici anni. In un episcopato che assiste inerme alla chiusura, vendita o distruzione delle chiese perché costose e troppo grandi per i pochi pensionati rimasti ad assistere alle messe domenicali, Barbarin è l’eccezione.
Parla, marcia dietro striscioni e cartelli, mette in guardia sulla deriva eugenetica che sta minacciando la società. “Io, Philippe, prete, non posso passare oltre facendo finta di niente”, scrive sulla Croix, mentre i colleghi vescovi d’oltralpe sembrano ormai rassegnati a custodire chiese vuote, di fatto ridotte a museo.  “Nel disegno di legge sulla famiglia non si parlerà né di utero in affitto né di procreazione medicalmente assistita – dice –, ma sappiamo che, fatti uscire dalla porta principale, questi temi rientreranno dalla finestra come emendamenti”. E se “si aprirà la strada all’affitto degli uteri e alla procreazione medicalmente assistita, tutta la filiazione rimarrà sconvolta e disorientata. Nascerà una generazione di bambini intenzionalmente privati di uno dei genitori”. Sarà “consacrato il diritto dell’adulto sul diritto del bambino, il diritto del più forte sul diritto del più debole già terribilmente messo in discussione dalla legge sull’aborto”, aggiunge Barbarin. “Dovremo sopportare ancora una volta l’ingiustizia fatta propria dalla legge?”. Bisogna “pregare, parlare, agire e manifestare. Farlo in nome del Vangelo. Bisogna mantenere viva l’attenzione, ringraziando coloro che non si addormentano e ci aiutano a rimanere vigili”. Soprattutto, bisogna parlarne, farsi sentire. Scendere in strada.
Dall’altra parte dell’oceano, qualche giorno fa ha parlato anche l’arcivescovo di Boston, il cardinale-frate Sean O’Malley, consigliere del Papa per la riforma della curia e per il governo della chiesa universale. Conversando con il quotidiano Boston Herald, il porporato cappuccino ha evocato il dibattito sui princìpi cosiddetti non negoziabili, tornando su uno dei punti più discussi dell’intervista estiva concessa da Francesco alla Civiltà Cattolica e ad altre riviste gesuite. “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi”, diceva il Pontefice: “Questo non è possibile. Quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Non è necessario parlarne in continuazione”, aggiungeva. Qualcuno, in effetti, è fin troppo ossessionato dall’aborto, ha replicato O’Malley, ma di certo non è la chiesa. “Un cattolico sentirà forse una volta all’anno un’omelia contro l’aborto. Ma se date un’occhiata al New York Times, in una settimana su quel giornale ci saranno almeno venti articoli su omosessualità, aborto e nozze gay. Chi è allora l’ossessionato?”.
La posizione della chiesa, aggiunge l’arcivescovo di Boston, è chiara: “La vita è al centro del nostro insegnamento sociale, è preziosa. Deve essere difesa e protetta” perché “la trasmissione della vita è sacra. E la nostra difesa della vita umana è un grande servizio alla società”. Il problema, insomma, è un altro: “Quando lo stato comincia a decidere chi è degno di vivere e chi no, a quel punto gli stessi diritti dell’uomo sono messi in pericolo”. E sia chiaro che “la vita non è preziosa solo nell’utero, ma anche quando un uomo ha l’Alzheimer, l’Aids, quando un uomo è povero, ha una malattia mentale. Non credo che questa possa definirsi ossessione”.

martedì 28 gennaio 2014

UN CIRCUITO INFERNALE

Mettiamola così. Berlusconi invita a casa sua le ragazze e gli amici e si diverte senza commettere reati dimostrabili con prove (giudizio morale e politico sono altra cosa). E’ un impresario, oltre che un imprenditore: ama piacere, regalare, mostrarsi generoso da decenni e con mille del suo circuito amicale. Le donne sono care, lo dicono anche i librettisti delle grandi opere dell’Ottocento. Gli vengono addebitati reati infamanti. Lo si persegue in giudizio e lo si condanna spicciativamente. 
Dominique Strauss-Kahn, sul quale insiste il sospetto di un reato infamante e un’accusa circostanziata della vittima della violenza in altri contesti beccata a mentire, incappa in una giustizia che usa le prove e, quando non le ha per difetto di credibilità del teste d’accusa, desiste nonostante un quadro accusatorio allarmante (quello di Berlusconi invece è grottesco).
Gli amici di Berlusconi vengono infangati, le donne in particolare sono letteralmente sputtanate. Si dice: queste mignotte mentono perché lui le paga. Lui è sempre stato liberale e generoso con loro, non sono signore della buona società, si sa. Ha sempre fatto tutto in chiaro, non da conti segreti, e ne ha parlato mille volte alla stampa e in sedi pubbliche. Anzi, si lamenta perché la sua generosità ora, con l’azione giudiziaria, è diventata un obbligo di assistenza a persone in difficoltà, senza futuro e senza lavoro. 
Il tribunale che lo condanna nel modo detto aggiunge alla sentenza un sottotesto inquisitorio: se aiuta quelle persone sue amiche, che invitava alle sue bisbocce, vuol dire che le paga per dire il falso e dunque commette corruzione in atti di giustizia, lui e tutto il suo corteggio di amici e avvocati. Indagate, colleghi! E i colleghi indagano, i giornali sputtanano ulteriormente, i nemici sperano che a forza di premere da qualche parte spunti, e non è in teoria difficile vista la varietà ed eterogeneità del gruppo festaiolo, qualche accusa di quelle che non sono venute fuori ma non hanno impedito per questo, con la loro assenza, la condanna. E’ un circuito infernale, come ognuno vede, e si chiama malagiustizia.


lunedì 27 gennaio 2014

CONTRO BENEDETTO


Ci sono stati grandi papi il cui pontificato è stato praticamente affossato dagli errori degli ecclesiastici del loro entourage. Anche per papa Francesco si presenta questo rischio.
Sconcertano infatti episodi, decisioni e “sparate” di alcuni prelati, penso al cardinale Maradiaga e al cardinale Braz de Aviz, che si sentono così potenti in Vaticano da usare il bastone sia contro il Prefetto dell’ex S. Uffizio Müller, sia contro i “Francescani dell’Immacolata”.

CONTRO BENEDETTO

I bersagli delle loro “randellate” (assestate ovviamente in nome della misericordia) sono coloro che, a diverso titolo, vengono individuati come paladini dell’ortodossia cattolica e che hanno avuto a che fare con papa Benedetto XVI.
Il vero bersaglio infatti sembra proprio lui, “reo” di tante cose, dalla storica condanna della teologia della liberazione, alla difesa della retta dottrina, al Motu proprio sulla liturgia.
Il cardinale Oscar Maradiaga è arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, diocesi in decadenza. Ma il prelato, che gira per i palcoscenici mediatici del mondo, nei giorni scorsi ha fatto clamore per una sua intervista a un giornale tedesco dove – fra corbellerie new age e banalità terzomondiste – ha attaccato pubblicamente il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Müller, a cui il papa ha appena dato la porpora cardinalizia. Un fatto clamoroso, anche perché Maradiaga è il capo della commissione che dovrebbe riformare la Curia.
Cosa era accaduto? Müller, chiamato a quell’incarico da Benedetto XVI e confermato da Francesco, nei mesi scorsi aveva ribadito che – pur cercando nuove vie pastorali (già indicate anche da Benedetto XVI) – il prossimo sinodo sulla famiglia non può sovvertire, con “un falso richiamo alla misericordia”, la legge di Dio sulla famiglia uomo-donna, affermata da Gesù nel Vangelo e sempre insegnata dalla Chiesa.

MARADIAGA SHOW

Müller, che era già stato attaccato personalmente da Hans Küng, è stato liquidato da Maradiaga con queste parole: “è un tedesco e per giunta un professore di teologia tedesco. Nella sua mentalità c’è solo il vero e il falso. Basta. Io però rispondo: fratello mio, il mondo non è così, tu dovresti essere un po’ flessibile”.
Parole che hanno scandalizzato molti fedeli. Anzitutto perché l’accenno polemico al “professore di teologia tedesco” fa pensare inevitabilmente che il bersaglio fosse Benedetto XVI, che chiamò Müller a quell’incarico.
Poi perché è del tutto irrituale un attacco pubblico fra cardinali, come se Müller fosse lì a sostenere una sua teologia personale e non l’insegnamento costante della Chiesa e di tutti i papi.
Infine Maradiaga – secondo cui sarebbe sbagliato vagliare la realtà in termini di vero e di falso – dimentica che Gesù Cristo nel Vangelo dette questo preciso comandamento: “il vostro parlare sia sì (se è) sì e no (se è) no. Il di più viene dal Maligno” (Mt 5,37).
Maradiaga preferisce quel “di più” all’annuncio della Verità? Sui temi della famiglia, su cui c’è un’offensiva ideologica simile a quella marxista degli anni Settanta, diversi ecclesiastici sono pronti – proprio come allora – a calare le braghe.
E lo fanno anche con i sofismi di Maradiaga, il quale dice che le parole di Gesù sul matrimonio sono vincolanti, sì, “però si possono interpretare” e siccome oggi ci sono tante nuove situazioni di convivenza occorrono “risposte che non possono più fondarsi sull’autoritarismo e il moralismo”.
Questa frase da sola liquida tutto il Magistero della Chiesa: evidentemente per Maradiaga era autoritario e moralista anche Gesù, che si espresse con tanta nettezza.
Ma che significa chiedere “più cura pastorale che dottrina”? Ogni grande pastore, da S. Ambrogio a S. Carlo, da don Bosco a padre Pio, è stato un paladino della dottrina.
Maradiaga dice che occorrono sulla famiglia “risposte adatte al mondo di oggi”. Sono frasi vuote e allusive che alimentano confusione e dubbi.
E’ il tipico modo, che oggi dilaga nella Chiesa, di sollevare domande senza fornire risposte.
A tal proposito san Tommaso d’Aquino si espresse così: “Ebbene costoro sono falsi profeti , o falsi dottori, in quanto sollevare un dubbio e non risolverlo è lo stesso che concederlo” (Sermone “Attendite a falsis  prophetis”).
Oggi c’è chi, nella Chiesa, alle parole di Gesù riportate nel Vangelo preferisce il famoso questionario relativo al Sinodo, che è stato mandato a tutte le diocesi del mondo e viene presentato da taluno come un sondaggio, come se la Verità rivelata dovesse essere sostituita dalle più diverse opinioni.

AUTODEMOLIZIONE

Anche questo ci riporta agli anni Settanta, quando Paolo VI denunciava allarmato:
“Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero (…) v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile; altri cerca una fede nuova, specialmente circa la Chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana”.
E’ come spazzar via di colpo i pontificati di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per tornare ai cupi anni Settanta, all’autodemolizione della Chiesa (come la definì Paolo VI).
Non è un rinnovamento, ma il ritorno del vecchio più rovinoso.

LA VERGOGNA

Un altro episodio di autodemolizione della Chiesa è la persecuzione dei “Francescani dell’Immacolata”, una delle famiglie religiose più ortodosse, più vive (piene di vocazioni), più ascetiche e missionarie.
Ma alla quale – come ho già scritto su queste colonne – non è stata perdonata la zelante fedeltà a Benedetto XVI, a cominciare dal suo Motu proprio sulla liturgia.
Il rovesciamento delle parti è clamoroso. Infatti sul banco degli accusati ci sono dei cattolici ubbidienti e nella parte dell’inquisitore c’è il cardinale brasiliano João Braz de Aviz che, in una lunga intervista, ha avuto nostalgiche parole di elogio per la disastrosa stagione della Teologia della liberazione, fregandosene della condanna di Ratzinger e Giovanni Paolo II.
Braz de Aviz confessò tranquillamente che – in quegli anni – era pronto anche a lasciare il seminario per quelle idee sociali. Però ha fatto carriera. Oggi è a capo della Congregazione per i religiosi, lui che non è nemmeno un religioso.
Il prelato, che si proclama molto amico della Comunità di S. Egidio, ha una strana idea del dialogo che – per lui – vale verso tutti, meno che verso i cattolici più fedeli al Magistero.
Quando era arcivescovo di Brasilia partecipò tranquillamente fra i relatori a un convegno del “Forum Espiritual Mondial” con l’ex frate Leonardo Boff, leader della Tdl, Nestor Masotti, presidente della Federazione Spiritista Brasiliana, Ricardo Lindemann, presidente della Società Teosofica in Brasile e Hélio Pereira Leite, Gran Maestro del Grande Oriente.
Appena arrivato a capo della Congregazione per i religiosi ha subito iniziato il dialogo con le “vivaci” Congregazioni religiose femminili degli Stati Uniti che tanto filo da torcere dettero a Benedetto XVI.
Braz ha fatto una specie di critica alla Santa Sede: “abbiamo ricominciato ad ascoltare… Senza condanne preventive”.
Invece i “Francescani dell’Immacolata”, che non hanno mai dato alcun problema, non sono mai stati da lui chiamati e ascoltati. La condanna preventiva contro di loro c’è stata e pesante.
Curioso, no? Giorni fa “Vatican Insider” titolava: “In Italia ci sono sempre meno frati e suore”. Credete che Braz de Aviz si preoccupi di questo? Nient’affatto. Pensa a punire uno dei pochi ordini le cui vocazioni aumentano.
Sul primo numero di “Jesus” del 2014 si fa un monumento a Vito Mancuso, noto per negare “circa una dozzina di dogmi” (come scrisse “La Civiltà cattolica”). Ma state certi che nessuno farà obiezione ai paolini.
Invece vengono repressi i “Francescani dell’Immacolata” per averli difesi i dogmi della Chiesa. L’autodemolizione è ripresa con forza.

Antonio Socci


Da “Libero”, 26 gennaio 2014

ANGELO SCOLA : L'AMICIZIA CIVICA

Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, inizia oggi a scrivere per le pagine del Sole 24 Ore. Ogni quarto sabato del mese racconterà quel che «Accade», un fatto di cronaca visto con gli occhi della fede e con la speranza di cui il nuovo mondo sa essere portatore.
“Da Il Sole 24 Ore del 25 gennaio 2014”

1.Alla fine degli anni 50 io andavo al liceo in giacca e cravatta, oggi mio nipote ci va in jeans e scarpe d’ordinanza. Mio padre, superata la trentina (e lavorava già da più di vent’anni), chiese la mano di mia madre su suggerimento di un anziano amico delle due famiglie; e il matrimonio resse felicemente ad oltre cinquant’anni di vita insieme, nella buona e nella cattiva sorte. Oggi i ragazzi iniziano, consumano e concludono le “storie” – come le chiamano loro – esplorando sempre più precocemente il campo degli affetti e della sessualità, senza che gli adulti quasi se ne accorgano… A questi ognuno di noi potrebbe aggiungere infiniti altri esempi per documentare il vertiginoso cambiamento dei costumi verificatosi nello spazio di un paio di generazioni.
I costumi individuano la condotta quotidiana di un popolo o di una comunità di persone. Non solo, quindi, la mentalità dominante, ma i comportamenti diffusi, universalmente accettati, divenuti per così dire “normali”. Di fatto esprimono lo stile di vita di una società e, di conseguenza, il suo grado di civiltà. Hanno a che fare con l’”ethos” di popolo legato a virtù e tradizioni. Di per sé non si può dire se fosse meglio prima o sia meglio adesso. Accade.
Un cambiamento di costumi non coincide, automaticamente, con una corruzione dei costumi. Inoltre in certi momenti, come quello attuale di “meticciato di civiltà”, la storia subisce brusche accelerazioni che impongono mutamenti. E la storia non è in balìa di un Caso anonimo e capriccioso, ma è sorretta da un Padre che ci ama e ci accompagna. Perciò stiamo davanti a ciò che accade con una sorta di simpatia previa, senza confondere il bene con il male, ma sempre sulle tracce del bene a cui inesorabilmente ogni uomo anela. Una posizione che non lascia mai tranquilli e comodi nel già saputo, ma apre continuamente delle domande e segnala urgenze ineludibili.

2. Quali le domande aperte e le improcrastinabili urgenze segnalate dal “caso Caterina”, la ragazza di 25 anni, studente di veterinaria a Bologna, vegetariana e animalista convinta, colpita da una serie di malattie genetiche rare e viva solo grazie al lavoro dei medici e ai progressi della ricerca scientifica? L’aver messo in rete la propria dolorosa esperienza e l’appassionato sostegno alla sperimentazione, anche animale, che finora le ha salvato la vita, è bastato a scatenare sul web un dibattito acceso, dai toni aspri e violenti, fino agli insulti più pesanti: “Mi dicono: “Meglio dieci topi vivi di te viva”; ma io spero di avervi fatto capire quanto ci tengo a vivere” (Caterina Simonsen).

Prima di ogni altra considerazione circa la legittimità e i limiti della sperimentazione con animali nel campo della ricerca scientifica, che cosa dice questa riduzione della rete a ring, in cui assistere a una feroce gara di pugilato tra opinioni, invece che vivere un confronto tra persone?
Dice l’urgenza che diventi costume una virtù già raccomandata da Aristotele: l’amicizia civica. In che cosa consiste? Nell’ascolto dell’esperienza dell’altro, attraverso una continua ed appassionata comunicazione reciproca. Non mi stanco di ripetere che, soprattutto in una società plurale e quindi tendenzialmente conflittuale come la nostra, siamo chiamati a raccontarci, attraverso un’umile e paziente auto-esposizione per riconoscerci ed incontrarci. Già Hegel diceva che l’attesa fondamentale di un uomo è quella di valere qualcosa per qualcuno. E Papa Francesco non perde occasione per richiamare alla necessità di una cultura dell’incontro, invece che dello scontro o dello scarto. Il “caso Caterina” domanda con forza amicizia civica come stoffa della nostra convivenza sociale.

3. Come nasce l’amicizia civica, cosa la genera? Come nutre l’umana convivenza?
La domanda riaffiora continuamente soprattutto davanti alle situazioni di maggior sofferenza e disabilità, a tutte le fragilità della condizione umana.
Inoltre, di fronte alle acute problematiche legate alla teoria dell’evoluzione nelle formulazioni biologiche più avanzate, così come alle ardite rivendicazioni del “cervello etico” da parte delle neuroscienze, è possibile, senza amicizia civica, affrontare e trovare un accordo tra tutti i soggetti in campo? E farlo senza falsificare l’esistenza di una dimensione spirituale costitutiva della persona, quella irriducibile “sporgenza” di cui le civiltà di ogni tempo e latitudine sono imponente documentazione?
“Eppure – scriveva Karol Wojtyla in Persona e atto – esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell’uomo”. Ignorarla fino a negarla impedisce la costruzione di vita buona.
Perché l’amicizia civica diventi costume occorre rispondere all’ineludibile domanda: chi vuol essere l’uomo oggi, all’inizio del terzo millennio? Un io-in-relazione, che riconosce e coltiva fino in fondo i propri rapporti costitutivi (con Dio, con il prossimo e con se stesso) o un individuo autonomo ed autoreferenziale fino al narcisismo, mero prodotto del proprio esperimento?


domenica 26 gennaio 2014

IL CARDINALE AGUILAR E L'OMOSESSUALITA'

La nomina a cardinale dell’arcivescovo emerito di Pamplona, Fernando Sebastián Aguilar, 84 anni, della Missione dei Figli del Cuore Immacolato di Maria. Ma come mai papa Jorge Mario Bergoglio ha voluto far cardinale proprio lui, unico tra gli spagnoli? Semplicemente perché si considera “suo alunno” a distanza.
In un’intervista al quotidiano “Sur” di Málaga, la città dove risiede, il neocardinale ha detto cose parecchio controcorrente. Richiesto di commentare il famoso “Chi sono io per giudicare?” di papa Francesco, Sebastián Aguilar ha detto:
“Il papa accentua i gesti di rispetto e di stima a tutte le persone, ma non tradisce né modifica il magistero tradizionale della Chiesa. Una cosa è manifestare accoglienza e affetto a una persona omosessuale, un’altra è giustificare moralmente l’esercizio dell’omosessualità. A una persona posso dire che ha una deficienza, ma ciò non giustifica che io rinunci a stimarla e aiutarla. Credo che è questa la posizione del papa”.
E all’intervistatore che gli ha chiesto se per “deficienza” intendeva l’omosessualità dal punto di vista morale, ha risposto:
“Sì. Molti si lamentano e non lo tollerano, ma con tutto il rispetto dico che l’omosessualità è una maniera deficiente di manifestare la sessualità, perché questa ha una struttura e un fine, che è quello della procreazione. Una omosessualità che non può raggiungere questo fine sbaglia. Questo non è per niente un oltraggio. Nel nostro corpo abbiamo molte deficienze. Io ho l’ipertensione. Mi devo arrabbiare perché me lo dicono? È una deficienza che cerco di correggere come posso. Il segnalare a un omosessuale una deficienza non è un’offesa, è un aiuto perché molti casi di omosessualità si possono ricuperare e normalizzare con un trattamento adeguato. Non è offesa, è stima. Quando una persona ha un difetto, il vero amico è colui che glielo dice”.

Eccolo qui il nuovo corso “rivoluzionario” di papa Francesco. È fatto anche della nomina a cardinale di questo suo riconosciuto “maestro”.

LE NOBILDONNE VETERO COMUNISTE E IL TAMARRO

La prova cruciale, quella in cui si capirà di che stoffa è fatto Matteo Renzi, non è quella di questi giorni. Il test vero, per il sindaco di Firenze, arriverà quando dovrà affrontare in campo aperto i sindacati (soprattutto la Cgil) e l’ostinato conservatorismo dei suoi compagni di partito in materia di mercato del lavoro, tasse, spesa sociale.  
Ossia sulle cose che il 70% dei cittadini giudicano altrettanto o più importanti del cambiamento delle regole del gioco politico (sondaggio Ipsos pubblicato ieri dal «Corriere della Sera»). Vedremo allora se la cautela fin qui mostrata da Renzi, in particolare al momento della presentazione del «Jobs Act», cederà il passo a un atteggiamento più risoluto. Lo speriamo, perché la prima cosa che gli italiani si aspettano dalla politica non è una nuova legge elettorale, ma la possibilità di creare e trovare lavoro. 


Detto questo, però, come non godersi lo spettacolo di questi giorni? 
Sul cambiamento delle regole, Renzi ha fatto in 3 giorni più di quello che i politici politicanti hanno fatto in 31 anni, ossia dall’insediamento della commissione Bozzi sulle riforme istituzionali (1983). Ma soprattutto lo ha fatto in un modo che, per la sinistra, è del tutto nuovo. Con Renzi la sinistra si è riappropriata del linguaggio naturale, e con questa sola mossa ha cancellato un handicap formidabile che l’ha sempre condizionata nel confronto con la destra. Fino a ieri l’intero establishment di sinistra ha sempre parlato in codice, usando concetti astratti, formule vuote, espressioni allusive, perfettamente comprensibili agli addetti ai lavori ma drammaticamente lontane dalla vita e dalla sensibilità delle persone comuni. Per capirli, per capire che cosa veramente avessero inteso dire, per capire che cosa effettivamente fossero intenzionati a fare, ci voleva l’interprete. E per interagire con loro si doveva conoscere le buone maniere del linguaggio politico, quel dire e non dire, accennare e far intendere, lusingare e velatamente minacciare, ma sempre educatamente, sempre con il dovuto sussiego, sempre con il necessario bon ton intra-casta. Parole di nebbia, le aveva chiamate Natalia Ginzburg fin dai primi Anni 80. Parole che rendevano i politici di sinistra dei veri marziani agli occhi della gente comune. 

E’ anche per questo che, quando Berlusconi scese in campo nel 1994, per i politici di sinistra (e non solo per loro) fu un vero shock. Berlusconi parlava in linguaggio naturale. Si poteva ascoltare senza l’interprete. Esattamente come Renzi oggi. Renzi non parla in codice, non conosce le buone maniere del dibattito politico, se ne infischia dei balletti e dei cerimoniali dei suoi compagni di partito. Si lascia scappare battutacce, usa l’ironia e qualche volta il sarcasmo, è del tutto privo di quella sorta di omertà, o patto di non aggressione, che vige fra i professionisti della politica. Come se lui facesse un altro mestiere, e quindi non si sentisse in alcun modo vincolato alle regole di deferenza che derivano dall’affinità. I politici del Pd, offesi da Renzi, sembrano nobildonne ingioiellate che incontrano sulla loro strada il tamarro di turno: come in un film di Checco Zalone, loro porgono languidamente la mano per il baciamano, lui risponde con una pacca sulle spalle e passa allegramente oltre. 


Tutto questo è tremendamente spiazzante per i vecchi mandarini del suo partito, ma anche per molti quarantenni. Addestrati a parlare e agire in codice, abituati a tradurre ogni parola, a interpretare ogni comportamento, non sanno che pesci pigliare quando uno come Renzi la smette di menare il can per l’aia. Ma soprattutto sono imbarazzati, politicamente imbarazzati. Dal momento che Renzi comunica come Berlusconi, e per vent’anni i dirigenti della sinistra si erano vantati di non parlare come lui, ed erano persino arrivati a bollare il modo di comunicare di Berlusconi come segno inequivocabile di rozzezza-demagogia-populismo, diventa un bel problema ritrovarsi con un leader che, almeno in questo, assomiglia al loro peggiore nemico. Non avendo voluto capire a suo tempo che alcuni difetti di Berlusconi, come il parlar chiaro e la vocazione decisionista, potevano anche essere delle virtù, sono ora in difficoltà ad accettarle quando si ripresentano in uno dei loro, il neo-eletto segretario del Pd. 

Si potrebbe supporre che tutto ciò sia un guaio per i politici di lungo corso del Pd, e non per Renzi, che dopotutto tra frizzi, lazzi e fuochi d’artificio si trova perfettamente a proprio agio. E tuttavia la conclusione sarebbe affrettata, e troppo ottimistica, a mio parere. Contrariamente a quel che si potrebbe supporre, l’oscurità del linguaggio, per la sinistra, non è affatto un optional. Specialmente negli ultimi venticinque anni, dopo la svolta della Bolognina di Occhetto (1989), ossia da quando la sinistra ha provato a diventare riformista, un certo grado di ambiguità e furberia nella lingua è stato lo strumento con cui gli eredi del comunismo hanno cercato di preservare la propria unità e, talora, di allargare il proprio consenso. E’ solo in virtù di tale uso spregiudicato della lingua che, per oltre vent’anni, è stato possibile nascondere, dissimulare, attenuare le profonde differenze fra le varie anime della sinistra. Le 281 pagine di programma di Prodi nel 2006, così come i confusissimi 11 punti di Bersani nel 2013, non erano figli di modesti consulenti, o di pessimi uffici studi. No, quelle «parole di nebbia», come le avrebbe definite Natalia Ginzburg, erano il mezzo più idoneo per restare uniti nonostante i dissensi, l’unico modo di tenere insieme Prodi e Bertinotti, Veltroni e Vendola, Mastella e Padoa-Schioppa. Da questo punto di vista, è molto riduttivo sostenere – come usano fare i riformisti-doc – che l’unico collante della sinistra in questi venti anni sia stato l’antiberlusconismo: no, cari riformisti, la sinistra di collanti ne ha avuti due, uno era l’antiberlusconismo, l’altro il parlare per concetti vaghi, quella malattia della lingua che Raffaele La Capria ha definito «concettualismo degradato di massa». 

Ecco perché, per Renzi, la strada potrebbe essere in salita. Se Renzi parlerà chiaro su tutto, e non solo sulla legge elettorale, le divisioni dentro il Pd non saranno più occultabili con la nebbia della lingua, e il partito potrebbe spaccarsi. Specialmente sul mercato del lavoro, il conflitto fra sinistra conservatrice e sinistra modernizzatrice non potrà che venire allo scoperto. Credo sia questo il motivo per cui, un paio di settimane fa, sul Codice semplificato del lavoro di Ichino la sua risposta alla mia domanda (perché non vararlo subito?) sia stata così debole, così elusiva. Suppongo che Renzi non abbia troppa fretta sul mercato del lavoro perché vuole aspettare di aver il partito in mano prima di iniziare le battaglie politicamente più difficili (creare posti di lavoro è più difficile, ancora più difficile, che cambiare le regole del gioco).  
E’ una cosa che capisco benissimo. Purché non si perda di vista il nodo fondamentale: dopo 7 anni di crisi, con milioni di posti di lavoro perduti, gli italiani non si accontenteranno di un cambiamento delle regole del gioco


 LUCA RICOLFI
lastampa

MIRACOLO AL NAZARENO?

Quello che è nato con la direzione del 20 dicembre, non è il nuovo PD di Matteo Renzi; piuttosto sarebbe più corretto dire, che è nato finalmente il Partito Democratico. In questi anni, ci hanno provato in molti ma nessuno è riuscito nell’intento, perché per costruire un grande partito ci voleva finalmente uno che non avesse complessi di inferiorità o di colpa nei confronti di nessuno. Perchè per scrivere una storia nuova, sono indispensabili uomini nuovi.
Finalmente, le porte del Nazareno hanno visto un po’ di coraggio entrare dalle finestre !
In questi anni, il PD si è trastullato all’ombra del Quirinale, delle caste dei giudici e dell’antiberlusconismo fine a se stesso, è stato un partito immobile, una specie di serraglio fatto di urlatori improvvisati, di giustizialisti della domenica, di privilegiati  di stato, di assistenzialisti, di sindacalisti bigotti  conservatori e immaturi.
Improvvisamente  tutto sembra cambiato, il partito dei conservatori, delle rendite di posizione, dell’aristocrazia burocratica, delle caste, e del complesso di inferiorità, soprattutto nei confronti di Grillo, è diventato il partito del coraggio e della sfrontatezza.
Renzi è convinto di  aver saputo dettare l’agenda politica a tutti, persino a Berlusconi, senza subirla. Un vero miracolo. Ma attenzione, occorre per prima cosa sconfiggere i conservatori che sono rimasti sparsi nel partito, in tutte le correnti e in tutte le arie politiche, soprattutto  fra chi oggi si definisce renziano, magari convertito la notte prima delle elezioni.
Sono quei conservatori, vecchi ma anche giovani, veterocomunisti e veterodemocristiani, che nascondendosi dietro slogan come la superiorità morale, hanno snobbato il nostro popolo, hanno bloccato ogni progetto di riforma civile, economica, sociale,  hanno consegnato la sinistra italiana (e l’Italia) a vent’anni di sconfitte non soltanto politiche ma soprattutto culturali.
Ma caro Matteo, occorre non soltanto essere bravo, occorre essere molto esigenti, stare  coi piedi per terra: per rottamare una volta per tutte chi ha paura di decidere, chi sguazza nei compromessi, negli inciuci, nella politica della conservazione dello status quo, occorre qualcosa di più dello spirito guascone e di quell’aggressività che rende simpatici: occorre anche essere democratici


GIANFRANCO LAURETANO INCONTRA CLEMENTE REBORA

di Giovanni Fighera 22-01-2014

Dopo il saggio La traccia di Cesare Pavese, l’insegnante, saggista e poeta Gianfranco Lauretano (1962) ritorna su un altro grande del Novecento, quel Clemente Rebora (1885-1957) che è «tra le personalità più importanti dell’espressionismo europeo» per il «vocabolario […] pungente, il […] registro d’immagini e metafore arditissimo» (Gianfranco Contini).

Come scrive nella premessa, Lauretano parte dalla certezza che la poesia di Rebora abbia «molto da dire al nostro tempo» permettendo  di rivedere i canoni consolidati di un Novecento che sarebbe quasi esclusivamente eversivo nei confronti della tradizione. A differenza di quelli di Ungaretti e Montale, i suoi versi si innestano potentemente nella nostra tradizione.
Refrattario all’assunzione di un ruolo di poeta vate, Rebora respinge la posizione di quanti considerano «la poesia una sorta di entità superiore, capace di modificare la realtà», preesistente alla scrittura, quasi preesistente alla stessa verità. La verità viene prima della scrittura e la poesia cerca di rifarsi ad essa. C’è una particolare sintonia tra la visione di Rebora e quella di Manzoni. La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l'arte potrà e dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà. La filosofia, la scienza, l’arte hanno la stessa scaturigine. Manzoni nell’opera De inventione sostiene che l'artista non inventa mai nulla. «Inventare», infatti, deriva da «invenire» che vuol dire «trovare», «scoprire». Quindi l'artista è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Che significa? La bellezza che c'è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica.
Non è l’unico elemento di comunanza tra Rebora e Manzoni. Rebora nasce, infatti, nella stessa città del famoso romanziere, esattamente cent’anni dopo, nel 1885.  Proviene da una famiglia borghese milanese improntata ad una spiritualità di tipo mazziniano. La fiducia illuministica di cui è imbevuto inizia ad incrinarsi nel 1909. Dopo il 1910 si dedica all’insegnamento e alla scrittura di cui è frutto la sua prima raccolta poetica Frammenti lirici. Vi emergono l’insoddisfazione per l’omologazione, un desiderio di grandi ideali, una sorta di pessimismo storico leopardiano, l’incapacità dell’uomo di decifrare la realtà. Vi si avverte «la crisi di Dio dinanzi a una storia che lo emargina in uno spazio remoto e indifferente» (G. Mussini) cosicché all’uomo non resta che prodigare la sua bontà.  La prima raccolta ha un carattere spiccatamente morale rimarcato dalle frequenti allusioni ad autori robusti quali Parini, Pascoli, Leopardi e, su tutti, Dante.
L’esperienza come soldato (che durerà poco, perché Rebora sarà presto riformato in seguito ad un’esplosione ravvicinata), la lettura dei romanzieri russi, uno spiccato interesse per le religioni sono la prolusione alla seconda raccolta Canti anonimi.
Solo a quarantaquattro anni, nel 1929, avviene la conversione vera e propria al cattolicesimo. È lo stesso anno in cui matura la conversione di un altro grande della nostra letteratura, ovvero Giuseppe Ungaretti. Riceve la prima comunione, poi la cresima, nel 1931 diventa novizio e nel 1936 è nominato sacerdote. Di questo periodo sono poche poesie religiose e, poi, il silenzio poetico. Dopo la malattia cerebrale che lo costringerà a letto nel 1952 si assiste al suo ritorno alla poesia con le raccolte Curriculum vitae e Canti dell’infermità. Rebora muore il giorno di tutti i santi del 1957.
Lauretano identifica nel Frammento I la poesia che fissa le intenzioni poetiche di Rebora, l’etimo primo da cui deriva il suo ardore di scrittura, quell’«egual vita diversa» che «urge intorno». Il poeta scrive: «Vorrei palesasse il mio cuore/ Nel suo ritmo l’umano destino». L’uomo è rapporto col destino e la grande poesia testimonia l’aspirazione del cuore dell’uomo ad un destino eterno. Per questo la vera poesia è universale, parla al cuore di tutti e, nel contempo, del cuore di tutti.

La particolarità del saggio di Lauretano consiste nella ricerca di una stretta correlazione tra la poesia di Rebora e i luoghi in cui visse che sono stati in un certo senso la scaturigine dei suoi versi.
Milano è «il simbolo negativo di una vita vissuta per motivi sbagliati, soprattutto per la brama di guadagno e l’estraneità tra le persone che ne consegue», «una città divoratrice, vorace», piena di «bontà ipocrita di chi fa gesti di unione ma perché è ghiotto di se stesso, non veramente sincero nella generosità».
Il Lago Maggiore e Stresa sono i luoghi dell’inizio del sacerdozio e della morte, tanto che forte è il senso del Mistero quando Rebora descrive l’atmosfera: «Respira il lago un palpito sopito/ E dàn le stelle bàttiti di ciglia/ Divini; appare il mito/ Dei monti limpido, e origlia».
L’idea di montagna è, invece, «prossima, in Rebora, a quella di un assoluto buono», vi si respira il desiderio di essere perdonati e di perdonare, la brama di purezza e la bontà del creato, come nei versi: «Quanto misero mal vita perdoni,/ Quanta bontà ci volle a crear noi,/ Quassù quassù non è chi non l’intoni/ Mentre vorrebbe far puri i dì suoi».
C’è, poi, una patria celeste che è il destino buono pensato dal padre celeste per tutti noi, è la meta a cui noi tutti tendiamo: «Mentre lo Sposo indugia, il corso mio/ torna al ricordo (invece il restio è oblio)/ là dove più mi s’annunziava Dio». «Gesù il Fedele» è «il solo punto fermo nel moto dei tempi,/ in sterminata serie di eventi: il solo Santo che non manca mai,/ che trascende dove ci comprende/ e si fa dono in cima ai nostri guai/ e pareggia la grazia col perdono:/ vero Dio trasumanante/ e a Deità aperto vero uomo».
Per questo Rèbora scrive in «Sacchi a terra per gli occhi»: «Qualunque cosa tu dica o faccia/c'è un grido dentro:/non è per questo, non è per questo!/E così tutto rimanda/a una segreta domanda.../Nell'imminenza di Dio/la vita fa man bassa/sulle riserve caduche,/mentre ciascuno si afferra/a un suo bene che gli grida: addio!». Rebora descrive qui l’urgenza di una redenzione, di una salvezza che venga da Altro, perché l’uomo non può salvarsi da sé. Occorre semplicità per riconoscere che il nostro cuore è in attesa costante di un evento, dell’Evento, anche se noi non ne siamo coscienti. Il poeta è certo: «Deve venire,/ Verrà, se resisto/ A sbocciare non visto,/ Verrà d’improvviso,/ Quando meno l’avverto:/ Verrà quasi perdono/ Di quanto fa morire,/ Verrà a farmi certo/ Del suo e mio tesoro,/ Verrà come ristoro/ Delle mie e sue pene» («Dall’immagine tesa» in Canti anonimi).

sabato 18 gennaio 2014

LA CHIERICHETTA

Credo che l’odierna crisi della politica dipenda almeno in parte dalla crisi della Liturgia.

L’intervista di Sette a Maria Elena Boschi me lo conferma.

La responsabile riforme del PD si vanta di essere stata “la prima chierichetta femmina nella storia della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano”, poveri Ippolito e Cassisano, e poveri Ratzinger e Balthasar che erano contrarissimi alle chierichette, intendendo l’ufficio di servir messa come preparatorio al sacerdozio.

La Boschi chierichetta sembra aver solo profanato e nulla imparato (cosa èoteva insegnare un parroco talmente del mondo da accettare chierichette?), visto che oggi si dichiara favorevole alle nozze di Sodoma perché “il progetto di vita di una coppia omosessuale non può valere meno del mio”.

Sputando due volte con una sola frase: sul Cristo che pure servì, o finse di servire all’altare; sull’Italia che attende riforme da una persona talmente priva di senso della realtà da non capire la differenza fra sterilità e fecondità.

Camillo Langone

Il foglio 18 gennaio 2014 

I CRETINI DAI CAPELLI LUNGHI

SIAMO TORNATI AGLI ANNI DI PIOMBO?

Un professore, dalla penna sempre allegra e problematica, stende un editoriale per il Corriere sul tema dell’immigrazione.

Di certo, uno di quei temi, che interessano molto, e non solo per il caso Lampedusa, ma anche per quello che (a torto o a ragione) il Ministro Kyenge ha riproposto al centro del dibattito. Il Professore, al secolo Angelo Panebianco, ha scritto che l’Italia non può considerare tutta l’immigrazione alla stessa misura e che sarebbe preferibile favorire l’ingresso degli stranieri che hanno un’origine cattolica/ortodossa più simile a quella che è la nostra base culturale. Di fatto, permettetemi, ha scritto una sacrosanta verità che è, al contempo, anche un’ovvietà: se si devono integrare delle culture diverse, pare ovvio che sia più facile integrare quelle che hanno un background simile rispetto a quelle che partono da posizioni diametralmente opposte.

Comunque per questo suo editoriale il Prof. Panebianco è stato attaccato da alcuni “sedicenti studenti di Scienze Politicheche tacciandolo di razzismo, xenofobia (Panebianco???) lo hanno “invitato” a lasciare l’Università in quanto fascista. Come se non bastasse, gli studenti hanno poi pensato di ridipingere, come fossero dei Michelangelo mutilati, la porta dell’ufficio di Panebianco, con della vernice rossa (“rossa come il sangue dei migranti” tuonavano).

Aldilà delle opinioni sull’editoriale, preoccupano due aspetti: il primo è la continua delegittimazione dell’Università che si lascia rappresentare da questi sedicenti studenti che, non avendo letto nemmeno una riga di quell’editoriale, colgono l’occasione per darsi una giornata di notorietà da raccontare la sera alla propria amata e poi chissà, conservare nel cassetto dei ricordi, e tramandare ai propri posteri.

Il secondo, ben più grave, è che ciò dà l’idea di esser tornati agli anni di piombo. Un piombo che non lacera il costato, non gambizza le ginocchia, non sequestra in nome di una giustizia sociale perché è un piombo ignorante, progettato dalle mani di chi tra whatsapp, twitter e un selfie da gattamorta, decide che è venuto il tempo del cazzeggio reale, rispetto a quello virtuale, e lo fa con l’ignoranza di chi, in fondo, sarebbe disposto a battersi per un’ideale di cui però non conosce il nome, il sorriso, se non per sentito dire da Wikipedia.

martedì 14 gennaio 2014

ABOLIRE LE CAMERE E INSTAURARE IL GOVERNO UNICO : QUELLO DEI GIUDICI

Il Tar e il voto in Piemonte. L’Italia è in mano a una minoranza di sfascisti e di azzeccagarbugli


Gennaio 10, 2014 Luigi Amicone

Non si lascia ai tribunali l’onere di decidere chi deve governare un paese, una regione, un comune. Non si lascia ai magistrati il potere di scrivere le leggi elettorali e quello di fucilare il primo degli eletti.


Siamo in regime di colpo di stato permanente.
Questo e solo questo significa la sentenza del Tar Piemonte che dopo quasi quattro anni annulla il voto delle regionali a causa di firme falsificate in sede di presentazione della lista Pensionati. Perché dovrebbe essere annullato il voto di 27 mila cittadini? Gli autori del falso sono già stati individuati e giustamente condannati in sede giudiziaria. Ma i 27 mila voti sono veri. Autentica e libera è stata l’espressione della volontà dei cittadini. Dunque?

Dunque un’ennesima sentenza ciceronica, nel senso di Cicerone: «Il massimo del diritto è il massimo dell’ingiustizia».

Dunque la verità è che lo Stato italiano è al capolinea, la democrazia è sospesa, le libertà sono appese a un’amministrazione della legge che, grazie un’interpretazione della stessa in maniera più o meno elastica (dimmi di che partito sei e di quale consiglio regionale, banca, associazione, gruppo industriale fai parte e ti dirò che sentenza avrai), decidono tutta la vita della società, della politica e dell’impresa in Italia.

E L’Ilva. E Finmeccanica. E il calcio. E la legge 40. E le coppie gay. E la marijuana. E le moschee. E Dolce&Gabbana. E le P2, le P3, le P36. E i Di Pietro, e i De Magistris, e gli Ingroia. Siamo sempre lì: hai voglia tu italiano a eleggere governi, parlamenti, consigli regionali e comunali. Comandano loro. Funzionari statali che il 27 del mese ricevono lauti stipendi e, cadesse il mondo, venisse una crisi che non dà più lavoro a nessuno, loro ottengono i loro begli scatti di carriera e anzianità, a prescindere da ogni valutazione di merito e di qualità. Funzionari che non rispondono a nessuno. Che non sono controllati da nessuno. Che sono impiegati in Torri Statali in cui non è consentita nessuna trasparenza né alcuna vigilanza da parte di organi e istituzioni rappresentative.

Quanto al merito della vicenda non si capisce perché, stando così le cose in Piemonte (e, vedi caso Formigoni, in Lombardia), perché i Tar di tutte le altre regioni, come denunciato per tempo dai radicali, non vanno a verificare le firme che hanno prodotto consigli regionali, comunali e provinciali. Infatti, come scrissero i radicali in un dossier presentato proprio alla vigilia delle regionali del 2010, le leggi che regolano la presentazione delle liste sono farraginose, sono compromesse da procedure opache e producono falsi di vario genere. Ovunque.

È proprio così, come scrivono i pannelliani: «L’onere della raccolta firme, nato per arginare le candidature temerarie e le liste senza rappresentatività, è diventato uno strumento per impedire l’accesso alle elezioni di quelle forze politiche che vivono fuori dal recinto partitocratico. In Inghilterra, ad esempio, si paga una semplice cauzione».

Ma se è così, non si lascia ai tribunali l’onere di decidere chi deve governare un paese, una regione, un comune. Non si lascia ai magistrati il potere di scrivere le leggi elettorali e quello di fucilare il primo degli eletti che ha un colore politico che non garba a lorsignori. Il potere di determinare le politiche industriali e quelle sull’immigrazione. Il potere di stabilire i protocolli clinici e perfino il potere di come si deve parlare al telefono se si vuole continuare a giocare a calcio.


Se per vent’anni è stato così, bisogna fare in modo che non sia più così. Si devono cambiare le leggi, si devono fare le riforme, si deve avere un parlamento e governi che legiferino e governino sul serio. E forse, come ha suggerito Romano Prodi, se si vuole combinare qualcosa in un paese paralizzato da una minoranza di sfascisti e di azzeccagarbugli, bisogna anche abolire i Tar.

Presidente Napolitano, non è forse per questo che l’Italia non conosce da vent’anni né stabilità, né benessere, né pacificazione nazionale? Non è per questo che affondiamo e non c’è verso di risalire la china, perché appena appena si stabilizza una situazione, c’è subito una sentenza che riapre il circo del caos?

La vogliono fare o no questa benedetta riforma della giustizia? L’alternativa non c’è. Perché gli italiani possono votare tutti i Renzi e i Berlusconi e i Grillo che vogliono. Ma se al dunque, sopra il nostro voto e dietro a qualsiasi leader, è appostato sempre e comunque un magistrato che non potrà mai essere né controllato né sanzionato per i suoi errori o invasioni di campo (in ambiti spettanti agli altri poteri), in realtà gli italiani votano uno, nessuno… e centomila casi giudiziari che, da vent’anni a questa parte, non hanno solo distrutto lo stato di diritto, ma hanno azzerato ogni possibilità di stabilità e di ripartenza operosa in ogni comparto.



LA GRANDE BELLEZZA

UNA RICETTINA ANTICLERICALE
PER AVERE SUCCESSO

Sorrentino è tutto fuorché un “maestro” del cinema. Non ha nulla da insegnare a nessuno, a parte questo: che a sparare contro la Chiesa e contro l’Italia – nazione che ha il torto di essere ancora troppo cattolica – qualche premio te lo porti a casa 

di Giovanna Jacob da La Nuova Bussola quotidiana


E’ ufficiale: La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un film che piace molto sia al pubblico che alla critica internazionale. Infatti, domenica 12 gennaio, Paolo Sorrentino ha ricevuto un Golden Globe durante la 71ª edizione della cerimonia di premiazione dei Golden Globe, che ha avuto luogo al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills. Sebbene il mio parere non conti nulla, a mio avviso Sorrentino si merita in pieno non soltanto il Golden Globe ma anche l’Oscar per il migliore film straniero, ed è sempre più probabile che lo riceva. Se lo merita perché La grande bellezza non è affatto un capolavoro. I veri amanti del cinema sanno bene che è difficilissimo che un vero capolavoro degno di entrare nella storia del cinema possa vincere un Golden Globe o un Oscar. Per sincerarsene, basta dare una scorsa ai titoli insigniti dei suddetti premi negli ultimi cinquant’anni. Quanti di questi titoli hanno resistito alla prova del tempo? Quanti meritano l’appellativo di capolavori assoluti? Non molti. E quanti geni riconosciuti del cinema hanno potuto stringere una statuetta d’oro fra le mani? Per fare un solo esempio, il sommo Stanley Kubrick è stato candidato per 13 volte al Premio Oscar, vincendolo solo nel 1969 per gli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio. Oh tempora o mores.
Quello che gli appassionati sanno ma non dicono è che “Golden Globe” e “Oscar” sono sinonimi di cinema commerciale che sembra cinema d’arte. Ebbene, La grande bellezza è esattamente un film commerciale che sembra un film d’arte. È un film progettato a tavolino per mietere premi al di fuori dell’Italia, specialmente dalle parti di Hollywood. In quel film c’è infatti tutto quello che serve per piacere al pubblico e alla critica internazionale, specialmente alla critica “liberal” statunitense: uno stile manieristico ed eclettico che assorbe spunti da Federico Fellini e da Terrence Malick, la caricatura pittoresca e grottesca dell’Italia e degli italiani e infine un anticlericalismo, anzi anticattolicesimo, becero soffuso di anti-italianismo.

domenica 12 gennaio 2014

UNA PREGHIERA PER L'ITALIA

UNA PROPOSTA A CESENA

Il momento che sta vivendo il nostro paese, questa nostra meravigliosa terra d’Italia, sembra non trovare protagonisti – persone o gruppi di persone - in grado di risollevarne le sorti; di trasmettere nel cuore della gente il desiderio di battersi per quell’ideale di bene comune che per tanti decenni ha, pur fra mille frangenti negativi, rappresentato il fine per cui tanta gente comune ha speso la vita. E i risultati ottenuti per diversi anni, dal dopoguerra in poi, sono sotto gli occhi di tutti.
Da diverso tempo, invece, il popolo non sa da che parte guardare. E come di fronte a certe malattie, per cui non si trova una cura, si maledice il destino cinico e crudele, oppure ci si lascia andare senza reagire, considerando ogni tentativo inutile e privo di speranza. Ma alcuni non ci stanno e si affidano alla possibilità di un miracolo. Come a pensare e a credere che, dove la medicina non è in grado di arrivare, possa pervenirvi un intervento di Dio.
Così, nella tribolata situazione sociale, economica e culturale dell’Italia dei nostri giorni, sembra non si trovi una via di uscita, una medicina adeguata. Come se l’uomo, la politica - e anche la dedizione di tanti uomini e donne che comunque continuano a spendere la vita per i propri figli, la propria famiglia e per il benessere della nostra nazione - non fossero in grado, da soli, di fare ricomparire la luce dentro una situazione pesantissima, per la crisi economica, per l’assenza di lavoro, e soprattutto per la mancanza di un senso di appartenenza ad un destino comune dentro questo lembo di terra che ci è stata consegnato.
E allora, come nelle malattie incurabili, qualcuno avverte  in maniera più stringente il bisogno della mano di Dio. A Medjugorie la Madonna da trent’anni continua a chiedere di pregare per la pace fra gli uomini, perché gli uomini da soli non ne sono capaci. Sia chiaro che ognuno di noi deve fare la sua parte, perché, come scrive S. Agostino, “Dio che ha fatto te senza di te, non salverà te senza di te”. Ma è pur vero che, come recita il Salmo 127, “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. Come a dire che erigeremmo Torri di Babele, ma non la città dell’uomo.
E’ questo il motivo per cui alcuni cattolici di Cesena hanno deciso di proporre alla città di pregare per la Nazione, seguendo in questo la sollecitudine dell’allora Papa Giovanni Paolo II, che il 15 marzo 1994 scrisse una Preghiera per l’Italia .
La proposta è quella della recita della Preghiera per l’Italia e del Rosario il secondo lunedì di ogni mese alle ore 19, presso la chiesa del Suffragio di Cesena. Prossimi appuntamenti il 13 gennaio, il 10 febbraio e il 10 marzo e così via. Un momento aperto a chiunque lo desideri. Un piccolo segno di affidamento della nostra speranza a chi ci può dare forza e coraggio per continuare ad operare per il bene di ciascuno di noi e per il bene di tutti.


Arturo Alberti e Franco Casadei

venerdì 10 gennaio 2014

PER CAPIRE IL PAPA BISOGNA TORNARE A SANT'IGNAZIO

LO SCOPO PER CUI SIAMO SU QUESTA TERRA E' EVANGELIZZARE
TUTTO IL RESTO E' MEZZO ALLO SCOPO

di Massimo Introvigne


Giuliano Ferrara, «ateo devoto» geniale ma talora fazioso, e cattolici a disagio come Mario Palmaro – che ricordo sempre nelle preghiere per le gravi condizioni di salute – continuano nella loro critica a Papa Francesco, che ha preso spunto anche dall’omelia del Pontefice del 3 gennaio 2014 nella Chiesa del Gesù, che celebra la canonizzazione – avvenuta lo scorso dicembre – del primo sacerdote gesuita, san Pietro Favre (1506-1546).
Ritroviamo in questa omelia alcuni passaggi fondamentali dell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium»: noi siamo stati creati per rendere gloria a Dio; il modo di rendere gloria a Dio è salvare la nostra anima e insieme contribuire a salvarne altre, evangelizzare; dunque lo scopo per cui siamo su questa Terra è evangelizzare. Tutto il resto va visto in funzione di questo scopo duplice e anche unitario: rendere gloria a Dio e attirare le anime al Vangelo. 
Qui si situa la chiave di comprensione di alcuni passaggi di Papa Francesco che generano talora disagio: lo scopo ultimo è costituito dalla gloria di Dio, perseguita tramite la salvezza delle anime. Tutto il resto è mezzo allo scopo: compresa la morale, sia individuale sia sociale. Non che la morale non sia importante: ma va sempre intesa come mezzo allo scopo di salvare le anime, così rendendo gloria a Dio. Non che la buona politica e le buone leggi non siano importanti: ma interessano alla Chiesa nella misura in cui servono a salvare le anime e rendere gloria a Dio.

Questa è la lettura che Papa Francesco fa del «Principio e fondamento» degli «Esercizi Spirituali» di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556): «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo». Attenzione, ci dice Papa Francesco: «tutte» le realtà di questo mondo, comprese la politica, le leggi e le stesse norme morali. 

Questo modo dei Gesuiti di concepire tutte le realtà in funzione del principio e fondamento è stato attaccato fino, si può dire, da subito come una forma di relativismo, che toglie verità oggettiva alla nozione di azione buona e cattiva. Il gesuita rischierebbe di negare che un’azione è buona o cattiva in sé, oggettivamente. Diventa buona o cattiva a seconda se serve un fine presentato come nobile, la gloria di Dio. Senonché, proseguono i critici dei Gesuiti, la gloria di Dio è facilmente scambiata per la gloria della Chiesa. In questo senso la tredicesima «regola per sentire nella Chiesa» degli «Esercizi Spirituali» è presentata come il trionfo di questo pio relativismo: «Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica» («Esercizi Spirituali», 365). Peggio ancora, la gloria della Chiesa sarebbe talora scambiata per la gloria della Compagnia di Gesù.

Si riconosce qui la critica dei Giansenisti ai Gesuiti, che fu indossata da Blaise Pascal (1623-1662), un personaggio complesso, intessuto di contraddizioni evidenziate con acume anche da un suo ammiratore come Augusto Del Noce (1910-1989). Pascal – che misconosce l’influsso del protestantesimo puritano sul nucleo originario giansenista – difende l’oggettività della norma morale contro la casuistica gesuita che, guardando sempre al caso concreto, diventerebbe soggettivista e relativista. A leggere Ferrara, che si appoggia anche su Gesuiti progressisti moderni come il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) o lo storico Michel de Certeau (1925-1986), i quali cambiano di segno la critica di Pascal rivendicando orgogliosamente il «relativismo» gesuita, sembra che Pascal difenda l’oggettività della legge naturale che la ragione può riconoscere, e sia dunque un precursore di Benedetto XVI, mentre i Gesuiti casuistici sarebbero precursori di Papa Francesco.

Ma c’è un equivoco. Pascal fonda l’oggettività della norma morale non sulla ragione ma sulla fede. Come ha spiegato Benedetto XVI all’udienza generale del 3 dicembre 2008, per Pascal l’espressione «natura umana» ha due significati. Con la natura umana originaria, creata buona da Dio, ben difficilmente dopo il peccato originale riusciamo a entrare in contatto. «Pascal ha parlato di una “seconda natura”, che si sovrappone alla nostra natura originaria, buona. Questa “seconda natura” fa apparire il male come normale per l'uomo». Quando noi uomini decaduti cerchiamo il contatto con la «natura» in realtà incontriamo la «seconda natura» che ci spinge al male. Pertanto possiamo derivare la certezza della norma morale non dalla ragione che legge la natura ma solo dalla fede e dalla grazia. 
Pascal – come ha mostrato uno studioso gesuita della storia della teologia morale acuto, ancorché talora discutibile, Paul Valadier – non ha più fiducia nella ragione umana di sant’Ignazio: ne ha meno. Non si fida della capacità della ragione, per quanto guidata dalla fede, di analizzare il caso singolo, e si affida – fideisticamente – alla norma che è «oggettiva» in quanto garantita da Gesù Cristo.

Sant’Ignazio assume dalla modernità nascente non il soggettivismo ma la questione della soggettività, non nega l’oggettività della norma ma ha fiducia che la ragione illuminata dalla fede sia in grado di applicarla all’infinita diversità dei casi singoli tenendo conto della specificità di ciascuno. E questo modo di applicare la norma morale per i Gesuiti è una forma di vigilanza rispetto al suo scopo, che è assicurare mediante la salvezza delle anime la gloria di Dio.
Per quanto Ferrara abbia dichiarato di non avere simpatia per l’uomo politico francese Charles Maurras (1868-1952), in qualche modo ne ripete l’itinerario. Maurras si scontrò con Pio XI (1857-1939), che pubblicò la sua condanna, perché non aveva capito a fondo neanche san Pio X (1835-1914), pur coprendolo di lodi per la sua difesa dei principi morali e della sana politica. Maurras non aveva capito che anche san Pio X lavorava per la salvezza delle anime, che era il fine, mentre la difesa dei buoni principi morali e politici era il mezzo. San Pio X non criticava il laicismo della Repubblica francese per far piacere a Maurras ma perché questo laicismo ostacolava la salvezza delle anime. 
In modo analogo – certo, non identico – Ferrara non ha forse compreso sino in fondo la lezione del grande discorso ai Bernardins di Parigi del 12 settembre 2008, dove Benedetto XVI parla dei benedettini del Medioevo ma anche un po’ di se stesso: «Si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio». Certo, quei monaci – e così Benedetto XVI nel secolo XXI – crearono una cultura e salvarono dei valori. Ma questo non era il loro scopo. Era mezzo per lo scopo ultimo, «quaerere Deum». 

Papa Francesco insiste tutti i giorni su questo scopo ultimo della missione della Chiesa: salvare le anime, salvarle in un mondo dove molti sembrano totalmente disinteressati al Vangelo. Tutto il resto non è negato, ma viene dopo. Le critiche, che possono generare disagio, ai «pelagiani» e ai «moralisti» vengono da qui. Il Papa critica chi scambia il mezzo, sia pure importantissimo, per il fine.

E il disagio cresce quando Papa Francesco manifesta la sua convinzione che il fine – la salvezza delle anime – richiede oggi un pontificato convincente e, perché no?, anche «popolare», capace di affascinare le grandi masse dei lontani che si tratta di riconquistare alla Chiesa. Per questo il pontificato va «messo in sicurezza» rispetto a controversie che sono invece delegate ai vescovi. Sul tema dell’omosessualità il Papa annuncia una parte della dottrina del «Catechismo della Chiesa Cattolica», quella secondo cui le persone omosessuali «devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (n. 2358). Questa formula c’è nel «Catechismo», e certo non l’ha inventata Papa Francesco. Quanto all’altra parte della dottrina del «Catechismo», secondo cui «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «in nessun caso possono essere approvati» (n. 2357) né fondare riconoscimenti giuridici, il Papa – che peraltro non manca mai di rimandare al «Catechismo» – affida il giudizio sulle leggi e le politiche agli episcopati nazionali. «Non credo neppure – spiega il Papa nella «Evangelii gaudium» – che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori».

Le strategie non sono né vere né false: sono giuste o sbagliate. Tuttavia non si deve neppure avere fretta e liquidare questa strategia come già fallita sulla base di qualche episodio di malcostume episcopale in Italia. In Polonia, in Slovacchia, in Portogallo i vescovi sono intervenuti su leggi ispirate all’ideologia del gender con documenti molto puntuali. Papa Francesco vuole appunto questo. Il 2 dicembre 2013, ricevendo in visita ad limina i vescovi olandesi, molto criticati dai loro fedeli per il silenzio su eutanasia e ideologia di genere, il Papa li ha strigliati ricordando che i vescovi devono «essere presenti nel dibattito pubblico, in tutti gli ambiti nei quali è in causa l’uomo», citando «i dibattiti sulle grandi questioni sociali riguardanti per esempio la famiglia, il matrimonio, la fine della vita». 

A Malta, dove si discutono leggi sulle unioni civili e le adozioni omosessuali, i vescovi avevano inizialmente pubblicato un comunicato molto timido, dove si nascondevano dietro il «Chi sono io per giudicare?» del Pontefice. Mons. Charles Scicluna, vescovo ausiliare di Malta – non un passante, ma la persona che fino al 2012 alla Congregazione per la dottrina della fede si è occupato come Promotore di giustizia dei casi dei preti pedofili – ha riferito di avere fatto visita al Papa, che si è detto «scioccato» (shocked) per gli sviluppi maltesi in tema di coppie omosessuali e ha esortato i vescovi a reazioni ben più incisive. Le posizioni durissime del Papa come arcivescovo di Buenos Aires sul «matrimonio» e le adozioni omosessuali risalgono a tre anni e qualche mese fa, 2010, non a «dieci anni fa» come scrive, sbagliando, Palmaro. La nozione pontificia di delega agli episcopati non è arrivata a Mazara del Vallo, dov’è vescovo mons. Mogavero, ma altrove in Europa – e negli Stati Uniti – funziona.  

Sulle strategie, che non sono materia di fede, si può certamente discutere. Ma senza leggere il Papa attraverso Scalfari, e nella «Evangelii gaudium» ponendo attenzione anche al passaggio dove Francesco denuncia «un indebolimento del senso del peccato personale e sociale e un progressivo aumento del relativismo, che danno luogo ad un disorientamento generalizzato» (64). «Mentre la Chiesa insiste sull’esistenza di norme morali oggettive, valide per tutti» (ibid.), il relativismo secondo il Papa «finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali» (ibid.). Altro che apologia del relativismo e abolizione del peccato!