martedì 1 febbraio 2011

LA "GLORIOSA"STORIA DEL PCI



Figurarsi se potrei considerare un reietto chiunque sia stato comunista. Presi la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista quando ero sedicenne, durante un comizio di Togliatti. Riportava sul disegno di un’impalcatura una frase di Maiakovskij: «milioni di spalle unite che innalzano al cielo la costruzione del comunismo». In verità ero assai intimidito e la prima esperienza fu traumatica: la sezione cui appartenevo fu sciolta per trotskismo… Nella riunione di scioglimento il funzionario inviato dal Partito – un piccolo burocrate pallido in abito “Facis” – sembrava dovesse soccombere di fronte alla forza intellettuale del gruppo dirigente della sezione. Quando si levò a parlare cambiò tutto: ruggiva come un leone, la sua mediocre figura era trasfigurata dall’essere portatrice della volontà del Partito, faceva paura.
Restai nel Partito molti anni ancora, ma mai mi liberai dal timore reverenziale che ispirava quella macchina da guerra. È complesso spiegare le ragioni per cui milioni di persone oneste e in buona fede ne abbiano fatto parte, ma la più ovvia è che si era convinti di lavorare per una causa giusta che mirava al bene dell’umanità. Quel che faceva considerare secondari o trascurabili la mancanza di democrazia – del Partito e del comunismo internazionale – e gli innumerevoli delitti di cui era disseminata l’opera di “costruzione verso il cielo”, era il carattere totalizzante e assoluto con cui veniva concepita la “causa”.
Non si trattava di migliorare qualche aspetto della società ma nientemeno che di rifarla completamente. Il discorso è complesso e non può essere sviluppato in una rubrica, ma è innegabile che la calamita che ha attratto milioni di persone in buona fede su una via che rendeva complici di una catena infinita di orrori era il carattere “palingenetico” dell’impresa, il fascino che emana dall’intento di “rifare tutto” in modo giusto e perfetto. È un discorso che vale per ogni forma di totalitarismo: il fascino dell’idea efferata della palingenesi, particolarmente attraente per le menti totalizzanti dei più giovani.
È giusto quindi sforzarsi di comprendere. Però ormai questa storia e i suoi orrori sono noti e documentati e piuttosto lascia attoniti che qualcuno pensi di fare una mostra apologetica e persino agiografica della storia del Partito Comunista Italiano, come quella promossa a Roma.
Quale persona sensata può trovare oggi tanto interessante contemplare il servizio di tazze da caffè di Palmiro Togliatti, “il Migliore”, ma anche un “orco” – come l’ha definito Giuliano Ferrara – che solleva casomai il problema di come l’intelligenza possa coniugarsi con il male? A qualcuno verrebbe in mente di esporre le tazze di Mussolini? No di certo, ma quelle di Togliatti, sì. C’è chi trova normale visitare con devozione i cimeli di una storia su cui c’è poco da esaltarsi, soprattutto se la si è vissuta in prima persona.
Non colpisce non soltanto la persistente impunità concessa al comunismo, per cui appare normale a un vecchio dirigente parlare di una «storia enorme, grandiosa» ignorando come un dettaglio irrilevante i crimini del comunismo (perché nella mostra non vi sono foto dei gulag?) e le complicità del PCI in essi. Colpisce il fatto che non si è trattato soltanto una patetica riunione di reduci, del genere di quella rappresentata nel film “Il concerto”. La mostra ha visto la presenza commossa di tante personalità che sono ancora protagoniste della politica italiana di oggi e che sono state accolte al grido di «è bello rivedere assieme tanti compagni». E c’è qualche fesso che dice che non ha più senso parlare oggi del comunismo (o del postcomunismo).
(Tempi, 2 febbraio 2011)

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